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L’auto connessa come strumento di sorveglianza totale (un’inchiesta israeliana)
Riprendiamo dal blog https://laviniamarchetti.substack.com questa agghiacciante inchiesta su l’ennesimo capitolo della distopia che ci viene preparata con l’intelligenza artificiale. Ovviamente, tra quanti rendono possibile il CARINT (la sorveglianza attraverso lo spionaggio delle automobili digitali) non può mancare la Fondazione Bruno Kessler:  https://www.fbk.eu/it/press-releases/5g-veicoli-connessi-a-guida-autonoma-e-assistita-sullautostrada-tra-italia-e-austria-e-tra-austria-e-germania/ Qui la fonte: https://laviniamarchetti.substack.com/p/la-tua-auto-ti-spia-e-manda-i-dati?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQnltWUJvZEYxUExmQTdMRHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6fv2MQIrnFOwzyYQTdnBTLXJjl07XQ69aUJCdYAi4u2-vzX8e4NzPoxTcMaw_aem_DFip7RGC9Mo-4T1voTuQPg LA TUA AUTO TI SPIA E MANDA I DATI AD ISRAELE Inchiesta di Haaretz Da un paio di anni non ho più l’auto, la trovavo solo un’incombenza costosa che mi faceva perdere tempo e mi creava solo stress. Certo mi davano della demodé mantenendo un modello senza internet e con la radio a CD. Ma io mai avrei comprato un’auto con un gps e con la possibilità dei costruttori di spegnermela o di sapere dove vado o cosa chiedo. Questa mia idiosincrasia, che un tempo poteva apparire come un’ostinata resistenza al progresso, assume oggi i contorni di una lucida e quasi profetica precauzione alla luce delle recenti rivelazioni riguardanti l’industria della sorveglianza veicolare. L’automobile, un tempo vessillo di libertà individuale e autonomia spaziale, ha subito una metamorfosi, trasformandosi in un complesso apparato di calcolo perennemente interconnesso, un nodo sensoriale che non si limita a trasportare il corpo fisico, ma estrae, elabora e trasmette incessantemente l’essenza digitale dei suoi occupanti. L’indagine investigativa condotta da Omer Benjakob per il quotidiano Haaretz ha squarciato il velo su una realtà distopica: l’emergere di un nuovo e aggressivo settore dell’intelligence, denominato CARINT (Car Intelligence). In questo scenario, aziende nate all’ombra degli apparati di sicurezza d’élite stanno capitalizzando l’esperienza maturata nel cyber-spionaggio militare per trasformare i veicoli moderni in sofisticati strumenti di sorveglianza. La transizione dall’oggetto meccanico alla piattaforma digitale ha creato una superficie d’attacco senza precedenti, dove ogni componente, dal sistema di monitoraggio della pressione degli pneumatici al microfono del vivavoce, può essere strumentalizzato come un sensore di intelligence per attori statali e privati. L’indagine di Haaretz evidenzia come la CARINT rappresenti l’ultima, e forse più invasiva, frontiera dell’intelligence digitale. Se l’attenzione dell’opinione pubblica globale è stata a lungo catalizzata da spyware per smartphone come il famigerato Pegasus, una nuova e meno visibile generazione di aziende sta puntando ai sistemi digitali integrati nei veicoli. I veicoli connessi contemporanei sono di fatto dei computer su ruote, dotati di dozzine di sistemi digitali che richiedono connessioni internet o cellulari costanti per il loro funzionamento ordinario. Questa dipendenza strutturale dalla connettività ha aperto la strada a strumenti cyber avanzati in grado di identificare un singolo bersaglio tra decine di migliaia di auto sulla strada, incrociando dati provenienti da fonti eterogenee. L’indagine ha identificato almeno tre aziende israeliane come leader in questo spazio: Toka, Rayzone e Ateros. Ognuna di esse adotta paradigmi tecnici distinti, che spaziano dalla manipolazione offensiva dei sistemi multimediali alla fusione di dati pubblicitari, fino all’identificazione univoca dei veicoli tramite sensori hardware obbligatori. La prevalenza di aziende israeliane non è un dato casuale, ma riflette una simbiosi profonda tra l’industria tecnologica civile e le unità di intelligence militare, come la celebre Unità 8200. Circa l’80% dei fondatori di aziende di cybersecurity in Israele proviene da questi ranghi, portando con sé una cultura operativa che vede nella sorveglianza di massa un’estensione naturale delle capacità di difesa e offesa dello Stato. TOKA E LA MANIPOLAZIONE OFFENSIVA DEI SISTEMI MULTIMEDIALI La società Toka occupa una posizione di rilievo in questo mercato, grazie alla sua leadership carismatica e alle sue capacità tecniche aggressive. Co-fondata dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dall’ex capo del cyber dell’esercito, il Generale di Brigata Yaron Rosen, Toka non si limita alla raccolta passiva di informazioni, ma sviluppa strumenti “offensivi” per l’infiltrazione remota dei sistemi veicolari. Il software di Toka è progettato per penetrare i sistemi multimediali di un veicolo specifico. Una volta ottenuto l’accesso, gli operatori possono localizzare l’auto con precisione assoluta e tracciarne i movimenti, sia in tempo reale che attraverso la ricostruzione storica dei percorsi effettuati. Tuttavia, la capacità più inquietante risiede nella possibilità di attivare e intercettare il microfono del sistema vivavoce dell’auto. Questo trasforma l’abitacolo, tradizionalmente considerato un ambiente privato, in una sala intercettazioni ambientale perennemente attiva. Toka può inoltre accedere alle telecamere installate sul cruscotto (dashcam) o a quelle perimetrali del veicolo, fornendo un flusso video continuo sia dell’interno che dell’esterno dell’auto. L’azienda vanta la capacità di accedere ai dati di oltre 6.700 modelli di auto a livello globale, rendendo quasi ogni veicolo moderno un potenziale agente di sorveglianza. RAYZONE E LA FUSIONE DEI METADATI PUBBLICITARI Un paradigma differente è quello proposto da Rayzone, che opera nel settore CARINT attraverso la sua sussidiaria TA9. Rayzone non punta necessariamente all’hacking diretto del dispositivo, ma sfrutta l’ecosistema dell’ad-tech (advertising technology). La loro tecnologia si basa sulla “fusione dei dati”, un processo analitico che integra informazioni provenienti da diverse fonti per creare una mappatura di intelligence esaustiva sul bersaglio. Attraverso la piattaforma TA9 IntSight, Rayzone analizza i dati di localizzazione e gli schemi di viaggio derivati dai segnali pubblicitari generati dalle app connesse all’infotainment del veicolo. Questo approccio permette ai governi di monitorare i bersagli utilizzando le schede SIM installate nelle auto e monitorando le comunicazioni wireless e Bluetooth. Il sistema incrocia queste informazioni con le immagini delle telecamere stradali per l’identificazione delle targhe (LPR) e con altri database governativi. Questa capacità di sintetizzare dati frammentari in un profilo coerente rappresenta un’evoluzione qualitativa della sorveglianza, dove l’identità digitale del conducente viene indissolubilmente fusa con la firma elettronica del veicolo. ATEROS E L’IDENTIFICAZIONE TRAMITE LA FIRMA DEGLI PNEUMATICI Forse la rivelazione più tecnicamente sorprendente riguarda Ateros e la sua società sorella Netline. Queste aziende hanno sviluppato strumenti che si interfacciano con i sistemi governativi per identificare le targhe e incrociarle con dati derivati da comunicazioni cellulari e altre capacità di segnale. Il loro prodotto di punta si integra con “Onyx”, un sistema di signals-intelligence (SIGINT) di Netline progettato per estrarre intelligence da veicoli connessi. L’aspetto più innovativo e invasivo risiede nell’utilizzo dei sensori TPMS (Tire Pressure Monitoring System). Ogni pneumatico moderno deve essere dotato di questi sensori per motivi di sicurezza; essi possiedono un identificatore unico che trasmette dati sulla pressione al processore centrale del veicolo. Il sistema di Ateros utilizza questo ID univoco come una sorta di “impronta digitale” hardware per identificare e tracciare un veicolo specifico, indipendentemente dalla targa o da altri segni distintivi esterni che potrebbero essere alterati. Poiché questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati, l’identificazione può avvenire passivamente e a distanza, rendendo questo metodo estremamente efficace per il tracciamento clandestino. TECNICA DELLA SORVEGLIANZA VEICOLARE E VULNERABILITÀ DEI SENSORI Il veicolo moderno non è più un ecosistema chiuso, ma una “cornucopia di dati privati” che fluiscono costantemente verso l’esterno. La complessità di questi sistemi ha generato quello che la Mozilla Foundation definisce un “incubo per la privacy su ruote”. I CANALI DI ESFILTRAZIONE DEI DATI Le vetture attuali trasmettono informazioni attraverso molteplici vettori, ciascuno dei quali rappresenta un potenziale punto di estrazione per la CARINT: 1. Sistemi Telematizzati e SIM Integrate: Questi moduli forniscono un collegamento cellulare costante per gli aggiornamenti Over-The-Air (OTA) e i servizi di assistenza. Essi consentono il tracciamento della posizione GPS in tempo reale da parte del costruttore o di attori che ne infiltrano il canale. 2. Connettività Wi-Fi e Bluetooth: Queste interfacce permettono l’accoppiamento con gli smartphone, esponendo spesso dati sensibili come elenchi di contatti, registri delle chiamate e contenuti dei messaggi. 3. Sensori di Bordo e Telecamere ADAS: Le telecamere per il parcheggio, le dashcam e i sensori di monitoraggio della stanchezza registrano non solo l’ambiente esterno, ma anche le espressioni facciali e i movimenti oculari dei passeggeri. 4. TPMS (Tire Pressure Monitoring Systems): Come analizzato, questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati contenenti identificatori univoci a 32 bit. IL CASO CRITICO DEL FINGERPRINTING TPMS La vulnerabilità del sistema TPMS è paradigmatica del modo in cui funzioni di sicurezza critiche vengono strumentalizzate per scopi di sorveglianza. Ricerche condotte presso la Rutgers University e la University of South Carolina hanno dimostrato che i messaggi trasmessi dai sensori degli pneumatici possono essere “sniffati” e decodificati fino a una distanza di 40 metri utilizzando apparecchiature radio economiche (Software Defined Radio – SDR). Poiché i protocolli TPMS standard non implementano meccanismi di crittografia o autenticazione, un osservatore esterno può catturare gli ID statici di ogni pneumatico. Questo permette di creare un profilo di movimento del veicolo estremamente affidabile e difficile da oscurare, superando i limiti dei sistemi di riconoscimento ottico delle targhe (ANPR), che dipendono dalla visibilità della targa stessa. Tale tecnica, definita “TPMS fingerprinting”, consente la ricostruzione dei percorsi anche in condizioni meteorologiche avverse o in assenza di illuminazione, consolidando il veicolo come un’entità digitale permanentemente tracciabile. CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA E EPISTEMIC COUP Per comprendere la gravità di queste evoluzioni, è imperativo inquadrarle nella cornice teorica del «Capitalismo della Sorveglianza» proposta da Shoshana Zuboff. Il veicolo connesso rappresenta l’espansione del modello estrattivo dei dati dalla dimensione online del web alla dimensione fisica e intima della mobilità quotidiana. IL SURPLUS COMPORTAMENTALE E I PRODOTTI DI PREVISIONE Secondo Zuboff, il capitalismo di sorveglianza rivendica l’esperienza umana come materia prima gratuita per la traduzione in dati comportamentali. Nel contesto automobilistico, questo si manifesta attraverso la raccolta del “surplus comportamentale”: i dati generati dalla guida (velocità, intensità delle frenate, destinazioni frequenti, musica ascoltata) non vengono impiegati esclusivamente per migliorare l’efficienza del veicolo, ma per alimentare algoritmi di machine learning finalizzati alla creazione di “prodotti di previsione”. Questi prodotti vengono venduti a terzi, come compagnie assicurative che regolano i premi in base allo stile di guida, o broker di dati che profilano i consumatori in base ai luoghi visitati. Questo processo costituisce quello che Zuboff definisce un “colpo di stato epistemico” (epistemic coup), in cui le corporation esercitano un’autorità unilaterale sulla conoscenza dei nostri comportamenti, erodendo la privacy e la sovranità democratica. IL PANOPTICON VEICOLARE E IL POTERE STRUMENTALE Zuboff introduce il concetto di “potere strumentale” (instrumentarian power), che non mira a distruggere il soggetto, ma a condizionarlo e automatizzarlo. L’automobile moderna diventa un nodo centrale del “panopticon digitale”: il conducente, consapevole del monitoraggio costante da parte di sensori che valutano la sua conformità a parametri di rischio o fedeltà commerciale, tende a modificare inconsciamente le proprie azioni per evitare sanzioni economiche o legali. La macchina cessa di essere una bolla di privacy, dove un tempo era possibile rifugiarsi in solitudine, per diventare una “leaky home” (casa permeabile), uno spazio privato reso poroso dalle tecnologie connesse che esfiltrano ogni interazione intima. Gli algoritmi non si limitano a osservare, ma “spingono” (nudge) l’individuo verso comportamenti profittevoli per l’ecosistema dei dati, trasformando l’autonomia del guidatore in una gestione algoritmica passiva. RISCHI DI SICUREZZA NAZIONALE E IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE L’integrazione di capacità di sorveglianza cyber all’interno dei veicoli solleva interrogativi critici sulla sicurezza degli stati e sull’integrità delle infrastrutture civili. Quando l’automobile diventa un’arma digitale, il confine tra bene di consumo e strumento di guerra si dissolve. IL PERICOLO DEL REMOTE KILL SWITCH E DELLA MANIPOLAZIONE DELLE FLOTTE Uno dei rischi più allarmanti è rappresentato dalla possibilità di un arresto remoto del veicolo (”remote shutdown” o “kill switch”). Sebbene queste tecnologie siano promosse per il recupero di veicoli rubati o per finalità di recupero crediti, la loro esistenza crea una vulnerabilità sistemica intrinseca. Attori statali ostili o gruppi di hacker potrebbero teoricamente ottenere l’accesso a questi canali di comando e controllo per paralizzare intere flotte, ostruire vie di comunicazione strategiche o causare incidenti mirati. Il caso delle indagini europee sui bus elettrici cinesi del marchio Yutong, sospettati di contenere backdoor per l’immobilizzazione remota, evidenzia come la dipendenza da tecnologie straniere soggette a leggi di intelligence autoritarie rappresenti una minaccia geopolitica di primo ordine. IL PIPELINE MILITARE-PRIVATO DELL’INTELLIGENCE ISRAELIANA Il primato israeliano nel settore CARINT non è un fenomeno isolato, ma il risultato di una politica industriale che vede nei territori occupati un laboratorio a cielo aperto per lo sviluppo di tecnologie di controllo. Strumenti come “Blue Wolf” e “Red Wolf”, impiegati per il riconoscimento facciale ai checkpoint, sono i precursori tecnici e ideologici dei sistemi CARINT che oggi monitorano le strade globali. Le tecnologie di spionaggio veicolare vengono esportate in tutto il mondo, spesso in mercati opachi dove la distinzione tra lotta al terrorismo e repressione del dissenso politico è quasi inesistente. La “surveillance exceptionalism” nata nel clima post-11 settembre ha garantito a queste aziende un vuoto normativo in cui prosperare, anteponendo l’ossessione per la certezza assoluta alla tutela dei diritti civili fondamentali. IL CONTESTO ITALIANO: TRA DIGITALIZZAZIONE E TUTELA DEI DATI L’Italia si trova in una posizione delicata in questa trasformazione. Con circa 18 milioni di veicoli connessi, pari al 45% della flotta circolante, il paese è un mercato strategico per le tecnologie veicolari disruptive. LE ANALISI DI AUTOPROMOTEC 2025 E IL RUOLO DEL GARANTE Durante l’evento “Autopromotec Talks” del 2025, è emerso con chiarezza come il dato veicolare sia considerato “il nuovo petrolio”, essenziale per la gestione delle flotte e la prevenzione delle frodi. Tuttavia, esperti come il Professor Enrico Al Mureden dell’Università di Bologna hanno sollevato criticità fondamentali riguardanti la proprietà dei dati e la responsabilità in caso di violazioni della sicurezza informatica. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso preoccupazione per la raccolta di dati biometrici e stili di guida, ribadendo che, ai sensi del GDPR, tali informazioni sono intrinsecamente personali poiché permettono l’identificazione univoca del conducente. L’ACI ha inoltre sostenuto la necessità di una qualificazione rigorosa di ogni dato generato dal veicolo come dato personale, impedendo ai produttori di eludere le tutele legali tramite definizioni tecniche ambigue. BARRIERE TECNICHE E IL “DIRITTO ALLA RIPARAZIONE” Un ulteriore fronte di tensione riguarda il “Repairer 4.0”. Dal 2018, molti costruttori hanno implementato sistemi che limitano l’accesso ai dati diagnostici tramite la porta OBD-II per le officine indipendenti. Queste barriere non solo limitano la libera concorrenza, ma creano un monopolio informativo che impedisce la trasparenza sulle effettive pratiche di sorveglianza integrate nel software veicolare dai produttori. LA RICERCA MOZILLA: “PRIVACY NOT INCLUDED” E IL FALLIMENTO DEL SETTORE La Mozilla Foundation ha condotto uno dei monitoraggi più rigorosi sulle politiche di privacy di 25 marchi automobilistici globali, concludendo che le auto sono “la peggiore categoria di prodotti mai esaminata per la privacy”. RISULTANZE CRITICHE DEL REPORT MOZILLA L’analisi evidenzia quattro pilastri del fallimento sistemico della privacy nel settore automotive: 1. Raccolta di Dati Intimi: Ogni marchio analizzato raccoglie più dati del necessario, includendo informazioni su orientamento sessuale, dati genetici e persino “attività sessuale” (senza specificare il metodo di raccolta). 2. Assenza di Controllo per l’Utente: Il 92% dei marchi nega ai conducenti il controllo effettivo sui propri dati. Solo Renault e Dacia, operanti sotto il regime GDPR, offrono opzioni reali di cancellazione. 3. Monetizzazione Aggressiva: L’84% dei marchi condivide dati con terze parti, e il 76% dichiara esplicitamente di poterli vendere. Il 56% dichiara di poter condividere informazioni con le autorità in risposta a semplici “richieste informali”. 4. Inaffidabilità della Sicurezza: Mozilla non ha potuto confermare l’uso della crittografia per i dati memorizzati sui veicoli. Molte aziende, tra cui Ford e Toyota, hanno fornito risposte vaghe o nulle ai quesiti sulla sicurezza. Nissan e Kia sono state citate tra i peggiori trasgressori per l’estensione dei dati raccolti, mentre Tesla è stata l’unica marca a ricevere segnalazioni negative in ogni singola categoria di privacy analizzata. CONSIDERAZIONI ETICHE E SCENARI FUTURI L’inchiesta di Haaretz e le analisi sociologiche sulla CARINT pongono la società contemporanea di fronte a un bivio etico ineludibile. L’accettazione della sorveglianza veicolare come prezzo per la comodità tecnologica sta conducendo a una svalutazione sistematica della libertà individuale. L’AUTOMAZIONE DEL SOGGETTO GUIDA Zuboff avverte che l’obiettivo teleologico del capitalismo della sorveglianza è l’automazione dell’essere umano. Se il veicolo può prevedere le nostre destinazioni, bloccare il motore basandosi su un’analisi algoritmica del rischio o attivare i microfoni a nostra insaputa, l’individuo cessa di essere un agente autonomo per diventare un oggetto di gestione tecnocratica. Questo riduce l’esperienza vissuta a una serie di metriche quantificabili, soffocando l’incertezza e la spontaneità che sono i presupposti della creatività umana. VERSO UNA RICONQUISTA DELLO SPAZIO DIGITALE La lotta contro la CARINT e il capitalismo di sorveglianza deve essere intesa come una battaglia per i diritti civili del XXI secolo. È necessaria la promulgazione di leggi che definiscano i dati di localizzazione e biometrici come inalienabili, l’imposizione di standard di crittografia hardware obbligatori e la garanzia di un consenso che sia realmente libero e non vincolato alla funzionalità del veicolo. Senza un intervento normativo radicale, le automobili continueranno a operare come entità di sorveglianza de facto, trasformando ogni chilometro percorso in un’opportunità di estrazione di valore per i giganti tecnologici e in un punto di osservazione privilegiato per gli apparati di sicurezza globale. La trasformazione dell’automobile in un sensore di sorveglianza totale segna il tramonto definitivo di un’era in cui la mobilità fisica poteva essere vissuta come uno spazio di anonimato e riflessione privata. L’inchiesta di Haaretz non rivela solo una serie di falle tecniche, ma svela un modello di business e di controllo sociale che ha eletto il veicolo a panopticon privilegiato. Dall’impronta digitale lasciata dagli pneumatici alle conversazioni “estratte” tramite il sistema multimediale, ogni atomo dell’auto moderna è stato riconfigurato per servire gli interessi di un ordine “instrumentariano”. In questo contesto, la scelta di rifuggire l’auto connessa emerge non come un atto di obsolescenza, ma come una forma di resistenza etica consapevole contro l’erosione sistematica della libertà di movimento e dell’interiorità umana. La sfida del futuro sarà determinare se l’automobile potrà essere riconquistata come spazio di libertà o se rimarrà, inevitabilmente, un testimone silenzioso e traditore delle nostre vite.
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Big tech e guerra
L’articolo che segue si segnala per la chiarezza con cui viene analizzato e denunciato il rapporto di integrazione tra Big tech e guerra. Un’integrazione che nessuno, neanche tra quelli che straparlavano di neutralità della tecnologia o di “digitale alternativo” fino a ieri mattina, può più ignorare. L’infrastruttura algoritmica dello sterminio a Gaza – che anche nel movimento internazionale in solidarietà con il popolo palestinese è sembrata in generale solo una strumentazione coloniale in più, non un salto necrotecnologico decisivo – ha tolto ogni velo. Tuttavia, queste analisi non solo sono in ritardo – il complesso scientifico-militare-industriale si è creato nel laboratorio-mondo del Progetto Manhattan, di cui la stessa IA è un prodotto e un’estensione –, ma portano con sé illusioni fuori tempo massimo. Se la digitalizzazione del Pianeta è un’arma di guerra (contro le tecnocrazie concorrenti, contro gli umani, contro il vivente in quanto tale), davvero si può normare la sua evoluzione? La propulsione bellica dell’Intelligenza Artificiale non dipende da come sono scritti i suoi codici, ma dal fatto che i suoi apparati non possono concretamente funzionare né svilupparsi senza lo scontro per le smisurate risorse di suolo, acqua, energia, materie “critiche” che essi vampirizzano. È sbalorditivo – almeno per noi, spiriti semplici – quanto le conseguenze che se ne traggono siano spesso l’opposto di ciò che le analisi stesse suggeriscono. Vale per Shoshana Zuboff (siamo ridotti a serbatoi di dati, ma se ci fosse il controllo democratico…), vale per Renato Curcio (viviamo sotto un tallone di silicio, ma se la cibernetica fosse in mano al contropotere…), e vale anche per l’autore di questa acuta analisi (ah se potessimo “imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno”…). Utopia per utopia, perché non scegliere il sabotaggio radicale di tutto ciò che è irriformabilmente anti-umano, anti-(gin)ecologico e anti-sociale? Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo di Mario Sommella da: https://mariosommella.wordpress.com/ Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale. La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea. Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione. Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere. La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione. Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono. Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema. E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali. La fine dell’innocenza tecnologica Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi. Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre. Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare. La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale. È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità. Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza. Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale. Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica. Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente. A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica. Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa. Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba? La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere. La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda. È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante. Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico. In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento. La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici. Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione. La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata. Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere. Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza. È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere. Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra. Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare. La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile. I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale. Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata. Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale. Riconoscere la catena, per poterla spezzare La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite? Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa. Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti. Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra. Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno. Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità. Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo. Fonti essenziali I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War) II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (“The Guardian”, “Washington Post”, “+972 Magazine”, “Local Call”) IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali
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Mi chiamo Licio
Riceviamo e diffondiamo questa ricapitolazione di una nota storia italiana, quella della “medicrità feroce” che  non ha mai mai smesso di imperare (fino ad arrivare al governo nella sua forma più pura e sfacciata):   Mi chiamo Licio-1
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Francia: Sulla morte di un militante neofascista, sulla caccia all’antifascista, sulla repressione, sul ruolo dei media ecc.
Al di là di accordi e disaccordi su analisi e prospettive, la trascrizione di questa intervista a un partecipante al collettivo “contre-attaque”, andata in onda su “radio onda d’urto”, ricostruisce in modo ampio e puntuale sia la dinamica dei fatti di Lione sia ciò che sta accadendo in Francia dopo la morte dello squadrista Quentin Deranque. Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione? Risposta: D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia. Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti. Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone. Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra. Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri. Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico. I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta. Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione. Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video. La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali. La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese. Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché all’epoca non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra. Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Némésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata. Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro. Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti. Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista. Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira… La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni, con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero. Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima. Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì. I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra. Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti. Risposta: Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la crème de la crème dei fascisti più violenti e radicali. Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza. Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via. Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise. Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra. Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma no, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati. A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori. Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco. È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise. Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo. Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi. Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti. Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento. Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono in un clima di impunità da anni. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese? Risposta: Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza. Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie di anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti. Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti. L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto. Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes. A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto. I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato. Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso. Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo? Risposta: Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, dei giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene. Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta di un iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo. Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco-israeliano che ha diffuso una propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 di ottobre 2023. E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News. Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema. Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese. La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi “Le Canard Enchaîné”, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media. Ma nella maggior parte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video. Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il clima che ci hai descritto? Risposta: In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista. Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati nemmeno loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni. Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio. Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare. Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo. In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra… Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti. Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente represso dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo. E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui. E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Némésis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa. La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo. In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti? Risposta: Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente consenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più. La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale. Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore. E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, tutt’altro. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti. E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La nostra principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse. Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento “Blocchiamo tutto”, dato che la polizia è stata, come dire, così efficiente e violenta. Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento “Blocchiamo tutto” per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento “blocchiamo tutto”. In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”. Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira. Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.
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Laboratorio Palestina. La creazione dell’esercito digitale a Gaza
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart  previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate: https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/ Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue occidentale – che Gaza si avvicina.   Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza di Eliana Riva Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento» Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra», interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post. I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno, spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni, uccidendo chiunque fosse all’interno. EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale. La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare. Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco, compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano. I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della «quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza non sono terminati. UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà trasferito. I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del «battle-tested»: armi testate in combattimento. Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare» l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo» le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi e persone da colpire. ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli Usa. (“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
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L’arresto preventivo, ieri e oggi
Riceviamo e diffondiamo. Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/   “UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo giudiziario. In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso” repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore. Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773. L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi pubblicamente. Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del 21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di “bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale). La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine amministrativa di controllo sociale. Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il proprio pensiero e dissenso. Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati. Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente. Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di conflittualità sociale che resistono nel paese. L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non quello di scendere in piazza. Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi di pochi calpestando i diritti di tutti. La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che questo accada. Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato. 22 maggio 1915 […] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni, specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento di imbastire dei futuri prossimi processi! 29 maggio 1915 Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni; eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni. […] La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica, più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.
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Sudan: dalla “rivoluzione incompiuta” alla predazione interimperialista per procura
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2025/12/10/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta-schiacciata-da-una-feroce-controrivoluzione/ questo articolo, utile a capire il “massacro dimenticato” in corso in Sudan. Particolarmente importante, ai nostri occhi, la denuncia delle manovre dei vari Stati attorno al conflitto tra “signori della guerra” e nello specifico dello Stato italiano, dal Memorandum of Understanding di Renzi al cosiddetto “Piano Mattei” dell’attuale governo Meloni. Solidarietà con gli sfruttati del Sudan è, ancora una volta, combattere il “nostro” Stato e il suo imperialismo! SUDAN, UNA RIVOLUZIONE POPOLARE INCOMPIUTA SCHIACCIATA DA UNA FEROCE CONTRORIVOLUZIONE Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale, che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste. L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan, anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2). Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”. Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo contenuto neo-coloniale? Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI) (3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU), segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati. Il Sudan, allora, era governato dal regime di Omar al-Bashir, accusato di genocidio e di crimini di guerra. In linea con quanto contrattava anche in Libia, il governo italiano finanziò guardie di frontiera costituite sostanzialmente dalle scellerate milizie Janjaweed [vedi nota 1] che su mandato del governo di Al-Bashir avevano perpetrato azioni genocidarie. Esse appoggiavano ì pastori nomadi, classificati come arabi, contro gli agricoltori stanziali, classificati come africani, da sterminare per impossessarsi delle loro terre, e delle risorse minerarie in esse presenti, oro soprattutto. In perfetta continuità con la sinistra, il governo Meloni si propone col piano Mattei di governare l’emigrazione, esternalizzandone il controllo ai paesi di provenienza o di passaggio degli emigranti con l’obiettivo di rendere più efficiente la repressione della “immigrazione illegale”. I finanziamenti a questi paesi sono contrabbandati come aiuto allo sviluppo (“aiutiamoli a casa loro” – che è sempre un modo per penetrare in essi e sfruttarne le risorse naturali e umane) e lotta alle organizzazioni di trafficanti, le quali, come ampiamente dimostrato per la Libia, vengono al contrario alimentate proprio dall’Italia e dall’Unione europea, al cui servizio agiscono. Perché, lo ripetiamo per la millesima volta, l’arrivo di nuovi immigrati/e è essenziale per un paese come l’Italia, ma nell’interesse di chi li sfrutterà è altrettanto essenziale che arrivino in Italia esausti/e e indebitati/e cosicché siano, almeno per i primi anni, disposi/e, per stato di necessità, ad accettare, a subire, le condizioni di lavoro più umilianti e pericolose. Il Sudan è stato escluso dal piano Mattei “perché c’è la guerra” (questa la giustificazione ufficiale), ma ha visto aumentare l’interscambio con l’Italia, che vende macchinari contro petrolio. Nell’attuale “guerra per bande” I’Italia appoggia le RSF contro l’esercito regolare del Sudan (SAF). Non lo fa ufficialmente, ma nei fatti. L’Italia esporta armamenti negli Emirati Arabi, i quali, con una triangolazione tramite Ciad o Libia, li riesportano alle milizie RSF (4). Nel 2023 il governo Meloni ha riaperto (5) la possibilità di vendere alcuni tipi di sistemi d’arma appunto agli Emirati Arabi Uniti. Una decisione politica chiesta e sostenuta dalla lobby del comparto industrial-militare che ha consentito nel febbraio 2025 la firma di un accordo tra la controllata pubblica Leonardo Spa e il conglomerato militare emiratino, Edge Group (6). Tra gli armamenti autorizzati dal governo italiano per l’esportazione negli EAU ci sono armi automatiche, armi pesanti, munizioni, bombe/razzi/missili, dispositivi per la direzione del tiro, aerei, apparecchiature elettroniche, software. Armamenti tutti facili da far giungere al conflitto sudanese.  Nel frattempo tutti i governi dei vecchi imperialismi nonché quelli dei “giovani” capitalismi “auspicano” la pace, deplorano le violenze e i massacri e … finanziano il conflitto sudanese in vista della conquista di posizioni vantaggiose per il presente e il futuro. CON QUALI RISULTATI? Come il Congo anche il Sudan, proprio a causa della sua ricchezza mineraria, in tutta la sua storia pre- e post-coloniale (parliamo del colonialismo storico) ha conosciuto conflitti di violenza inaudita. Se ci limitiamo agli ultimi due anni, quando l’ultima guerra per bande è esplosa, i morti sarebbero stati 150mila, c’è chi parla di 400mila (difficile la verifica), oltre 13 milioni di profughi, di cui 10 milioni di sfollati interni – come se gli abitanti dell’intera Lombardia avessero dovuto fuggire dalle proprie case – e quasi 4 milioni di rifugiati nei paesi circostanti, spesso anch’essi alle prese con crisi umanitarie, come Ciad, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Nel paese, secondo Emergency, più di 30 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, 26 milioni soffrono la fame, il 70% della popolazione non può accedere a servizi sanitari. Un conflitto in cui si stupra, si tortura, si uccide soprattutto civili indifesi, donne e bambini. EPPURE NEL 2018 IL SUDAN SEMBRAVA IN PROCINTO DI CAMBIARE PAGINA Milioni di persone scesero in piazza con una rivolta di massa organizzata tramite i Comitati di Resistenza di quartiere (RC), l’Associazione dei Professionisti Sudanesi (SPA), le Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) – una coalizione dei principali partiti di opposizione – e organizzazioni femminili e studentesche, per rovesciare la trentennale dittatura di Omar al-Bashir. Gli slogan di quella rivolta – “Libertà, Pace e Giustizia” – erano un rifiuto di decenni di regime militare, sfruttamento capitalista, disuguaglianza e violenza di stato (7). Grazie a queste rivolte, nel 2019 al Bashir fu deposto. Ma subito dopo, l’esercito regolare, la Sudan Army Force (SAF), e il gruppo paramilitare, la Rapid Support Force (RSF), ex Janjaweed, si allearono per reprimere le rivolte popolari. Insieme hanno assassinato e torturato decine di migliaia di rivoluzionari, hanno compiuto i massacri del 3 giugno 2019 in 14 sit-in, dove migliaia di persone sono state trucidate, e in seguito hanno orchestrato il colpo di stato dell’ottobre 2021, che ha sciolto il governo di transizione e arrestato i ministri civili e colpito le principali forze della sollevazione popolare. I due generali sono entrati poi in conflitto per raccogliere i frutti della vittoria contro il movimento popolare. La SAF è una coalizione litigiosa che comprende i veterani islamisti del deposto regime di al-Bashir, ed è capeggiate dal generale Abdel Fattah Al Burhan. La RSF (Rapid Support Force) è un amalgama di esercito e forze mercenarie reclutate anche tra i nomadi di Ciad e Niger, ed è guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, chiamato Hemedti. Sono due bande armate che si contendono il controllo delle ricchezze del paese, appoggiate da una pletora di milizie alleate e sostenute da potenze straniere che le manovrano per i propri interessi. Tuttavia considerare la SAF e la RSF solo delle bande armate è riduttivo, in quanto ognuna di esse gestisce e rappresenta gli interessi di importanti gruppi economici [vedi riquadro alla fine] Si può dire perciò che i due generali, con i clan ad essi associati, gestiscono un capitalismo statal-militare che finora, anche a causa della pesante ingerenza delle varie potenze regionali e globali, non è riuscito a dotarsi di un unico saldo apparato statale in grado di mediare le contraddizioni di interessi tra le frazioni di questo capitale. Il Sudan non è l’unico esempio di capitalismo statal-militare dell’area. Basti pensare al vicino Egitto. In assenza di questa mediazione, in Sudan gli interessi si stanno scontrando armi alla mano. El Fasher, città nel Darfur Settentrionale, era l’ultima importante roccaforte dell’esercito regolare. Ora è caduta nelle mani della banda rivale, la RSF, che così controlla tutto il Darfur e il Kordofan; con questa vittoria è aumentata fortemente la probabilità di una spartizione di fatto del paese, simile a quella della Libia. Una spartizione non nuova per il Paese (vedi nascita del Sud Sudan nel 2011), e sempre le spartizioni favoriscono ulteriori interventi neocoloniali, sia da parte delle potenze europee, sia da parte di Russia e Cina, sia da parte delle potenze emergenti del Medio Oriente. Rispetto ai paesi arabi storicamente interventisti in questa area, come Egitto e Arabia Saudita, oggi sgomitano gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF e forniscono armi e denaro anche al Ciad e all’Etiopia. Sono interessati da una parte al controllo dell’oro sudanese, che consente loro di posizionarsi come snodo globale di queto metallo; dall’altra, l’influenza sul Sudan rafforza la loro presenza nel Mar Rosso, dove gli investimenti nelle infrastrutture portuali hanno valenze sia commerciali che militari. Ma anche Iran, Qatar e Turchia, nuovi arrivati, sono molto attivi. Iran, Turchia ed Egitto sostengono le SAF, ma l’Egitto vorrebbe sopprimere gli elementi islamisti della Fratellanza musulmana al suo interno. Il Qatar sostiene la SAF, proponendosi però come intermediario; l’Etiopia, che cerca aggressivamente l’accesso al mare, è ora alleata con le RSF, mentre l’Eritrea si schiera con le SAF (8).  I rituali appelli dell’Onu non si contano, Usa e Arabia Saudita hanno da mesi in piedi una road map di facciata per la tregua, che nessuna potenza ha veramente interesse ad imporre. Nel frattempo tutti vendono armi a una delle parti, oppure come la Russia ad entrambe le parti (9).  E NOI INTERNAZIONALISTI, COSA POSSIAMO FARE? Inutile aderire agli appelli, certamente in buona fede, dei pacifisti da tastiera. Tutto il rispetto per quelle organizzazioni umanitarie (ma solo per quelle!) che realmente tentano di limitare gli effetti dei barbari eccidi sul territorio, i cui effettivi spesso rischiano la vita. Purtroppo non esistono scorciatoie o deleghe per contribuire alla sconfitta di tutte le fazioni in guerra in Sudan e alla vittoria dei lavoratori sudanesi contro di loro e i loro padrini. Possiamo però, e dobbiamo, denunciare e combattere contro la politica dell’imperialismo di “casa nostra”, che cerca di ri-attestarsi con un piano neocoloniale, il Piano Mattei, in Africa, e in particolare nel Grande Corno d’Africa, di cui il Sudan fa parte, per garantire affari e profitti ai propri gruppi economici. Dobbiamo imparare dalla sconfitta della rivolta del 2018-19. La sua spontaneità e la sua energia dal basso sono state ammirevoli, ma anche uno degli elementi della sua vulnerabilità. Il movimento popolare, privo di un partito rivoluzionario organizzato e indipendente, non ha saputo andare fino in fondo, prendere nelle proprie mani il potere politico, smantellando l’apparato statale e le strutture del vecchio regime. Le varie frazioni di classe presenti nelle organizzazioni di massa in campo hanno portato a fratture politiche, in particolare all’interno delle FFC, tra un’ala più radicale con una base di massa “popolare”, lavoratori salariati, piccoli contadini, giovani studenti, ed un’altra ala rappresentata in modo preponderante da elementi della piccola borghesia, disposta al compromesso con l’esercito e con il FMI. Così, anche per la pressione dei governi occidentali e delle potenze regionali, nel 2019 le FFC accettarono un accordo di condivisione del potere con i militari, legittimando la giunta militare, mantenendo intatto l’apparato capitalista e di sicurezza, al timone del quale si posero i due generali controrivoluzionari. L’esito inevitabile di questo compromesso a perdere è stato il congelamento della sollevazione popolare e, dopo poco, la liquidazione del governo a guida Hamdok. Di conseguenza, le forze della rivolta e della resistenza a base popolare si sono trasformate in forze di difesa e resilienza, di solidarietà popolare, con i Comitati di resistenza di quartiere e le Sale di Emergenza, che rimangono in azione – per quel che possono – fino ad oggi. Quanto sta accadendo in Sudan conferma che, una volta iniziata, una sollevazione rivoluzionaria deve andare fino in fondo, osando il tutto e per tutto. Se rimane a mezzo del guado, diventa il terreno molle in cui i suoi avversari penetrano facilmente, riuscendo a far leva sulle divisioni interne e disarmando il movimento insurrezionale, che in seguito, al momento propizio, viene brutalmente stroncato, oppure rischia di diventare ostaggio dei suoi avversari. In Sudan la prevedibile, feroce controrivoluzione delle classi al potere è oggi moltiplicata nella sua violenza dallo scontro armato tra le due bande militari. *** IL CARATTERE SOCIO-ECONOMICO DEL REGIME MILITARE Deposto Bashir, infatti, permane la base del suo potere, il cosiddetto stato parallelo, “deep state”, basato su una rete di funzionari di medio ed alto grado degli apparati di sicurezza e delle istituzioni governative, che gestiscono le risorse del paese. Sarebbero 408 le imprese controllate direttamente o indirettamente dallo stato, che operano in vari settori, dall’industria civile, all’agricoltura, all’esportazione di carne e all’estrazione mineraria (oro, in particolare), al sistema bancario, all’industria militare. L’esercito di al-Burhan ha le mani su circa 250 aziende vitali, la ricchezza di Hemedti deriva, invece, soprattutto dal controllo delle miniere d’oro. Tra le società di cui il governo, o meglio lo stato parallelo, è proprietario c’è la Military Industry Corporation’s (Mic) che produce armamenti, anche su licenza, in particolare russa, iraniana e più recentemente cinese, e ne esporta. Grazie a MIC il Sudan è uno dei maggiori produttori africani di armi, terzo dopo Egitto e Sudafrica. Il complesso dell’auto GIAD è controllato direttamente dal governo. Il Sudan si posiziona terzo in Africa anche per la produzione di oro, dopo Ghana e Sudafrica. E la produzione di oro del Darfur è nelle mani di Hemedti e dei fratelli. Hemedti l’ha utilizzato per le sue milizie, e per assicurarsi alleanze. Ogni anno il Sudan esporta 16MD$ di oro negli Emirati, con i quali Hemedti è in stretta relazione, ma ne riceve anche Putin, che lo utilizza per finanziare la guerra in Ucraina bypassando le sanzioni dell’Occidente. Sono di proprietà diretta dell’esercito o delle RFS diverse imprese finanziarie tra cui fondi per interventi caritativi e fondazioni, attraverso cui controllano varie attività finanziarie, comprese diverse banche. Tra queste la Banca Omdurman, la più importante del paese, proprietà dell’esercito per l’86,9% grazie a giri societari, cosicché essa ha potuto operare sul mercato finanziario internazionale senza problemi, anche durante il periodo delle sanzioni americane. Khaleej Bank, invece, è controllata principalmente da joint venture che appartengono agli Emirati Arabi Uniti e alle Forze di Supporto Rapido (RSF), che tra loro hanno forti relazioni politiche ed economiche. La famiglia del capo delle RSF Mohamad Hamdan Dagalo (Hemedti) controlla il 28,35% delle sue azioni. C’è poi Zadna International Company for Investment Ltd, un conglomerato agricolo, in precedenza pubblico poi rilevata dai militari, i quali ne monopolizzano le entrate e non permettono al Ministero delle Finanze di accedervi. Zadna ha gestito numerosi schemi di irrigazione e affittato appezzamenti di terreno a investitori privati. Nel suo consiglio di amministrazione siede il fratello di Hemedti. Nel 2019 le RSF disponevano di mezzi tali da permettere ad Hemedti di finanziare con oltre 1 miliardo di dollari la Banca centrale sudanese, nel mezzo della crisi economica esplosa dopo la destituzione di Bashir. [da: Pagine marxiste, 17 maggio 2023, Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta] Note (1) Ricordiamo che già tra il 2003 e il 2009 la regione del Darfur fu teatro di massacri, pulizia etnica e genocidio. Il regime di al-Bashir scatenò una violenta repressione contro le comunità non arabe accusate di sostenere i movimenti ribelli (660 mila morti). Le milizie Janjaweed, armate e finanziate dal governo, bruciarono villaggi, stuprarono donne, massacrarono civili, oltre 600mila morti e due milioni di sfollati, secondo l’ONU. Nel 2013 queste milizie vennero legittimate con la creazione delle forze paramilitari denominate Rapid Support Force (FSR), presentate da al-Bashir come forza di contro-insurrezione in Darfur e nel Kordofan meridionale, e nel 2017 furono riconosciute formalmente dal parlamento sudanese, che ne legittimò in tal modo le operazioni sterministe del passato e le usò anche come truppe mercenarie per intervenire in Yemen. (2) CESPI, Il Sudan nel Corno d’Africa. Un’opportunità mancata (apr. 2025 (3) https://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process#:~:text=The%20Khartoum%20Process%2C%20primarily%20focused,the%20European%20Union%20(EU). (4) https://countercurrents.org/2025/11/how-the-uae-is-re-exporting-arms-to-sudan (5) https://www.governo.it/en/node/22376 (6) https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/18-02-2025-edge-group-and-leonardo-sign-groundbreaking-collaboration-agreement (7) Per approfondimenti sugli eventi dal 2019, vedi: Sudan – La giunta militare tenta di dividere il fronte di lotta, 20 luglio 2019, https://www.paginemarxiste.org/sudan-la-giunta-militare-tenta-di-dividere-il-fronte-di-lotta/; Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta – Il conflitto tra due bande militari nel riassetto dei rapporti tra le potenze, 17 maggio 2023, https://www.paginemarxiste.org/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta/; Perché in un singolo Paese come il Sudan si concentrano tali e tante rivalità interimperialiste?, 21 agosto 2023, https://www.paginemarxiste.org/perche-in-un-singolo-paese-come-il-sudan-si-concentrano-tali-e-tante-rivalita-interimperialiste/ (8) https://www.wilsoncenter.org/article/conflict-sudan-map-regional-and-international-actors (9) Dell’Italia si è già detto ma ricordiamo che gli Emirati ricevono (e girano alle RSF) droni, bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm dal gruppo cinese Norinco, carri armati e fucili dal Canada, armi varie della Norvegia, dal gruppo turco Burgu Metal, dal bulgaro Dunarit. Alle SAF invece giungono fucili Tigr per tiratori scelti o i fucili Saiga-MK – del gruppo russo Kalashnikov Concern, armi dai gruppi turchi Sarsilmaz, Derya Arms, BRG Defense e Dağlıoğlu Silah. Il tutto aggirando, as usual, l’embargo alle armi sancito dall’ONU per il Darfur, o quello della Ue per il Sudan.
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I bambini rapiti dallo Stato
Ha fatto molto discutere, ultimamente, la vicenda della “casa nel bosco” di Palmoli (Chieti), alla quale è seguito un caso analogo nell’Aretino. Ci sembra che questo articolo – segnalatoci da un nostro corrispondente – faccia bene il punto sulla vicenda, anche contro le strumentalizzazioni delle varie destre (che hanno invitato, neppure troppo velatamente, a riservare queste “attenzioni” ai Rom, anziché ai bianchi “neorurali”). Come l’autrice dell’articolo, anche noi stiamo dalla parte dei Selvaggi, ai quali gli alfieri della Civiltà e dello Stato non hanno proprio nulla da insegnare – e men che meno il “diritto” di rapire i loro figli.  da https://www.soniasavioli.it/i-bambini-rapiti-dallo-stato/ I bambini rapiti dallo Stato di Sonia Savioli 4/12/2025 Non è una novità. La civiltà basata sul dominio, il profitto, lo sfruttamento di umani e natura, cioè la società in cui viviamo, non tollera altre civiltà, e chi sceglie di far crescere i propri bambini nell’affetto, nella libertà, nella natura, nella salute è, di fatto, un nemico della civiltà del dominio. E’ un nemico del sistema. Il sistema progreditissimo dell’ignoranza e del conformismo servile veicolati da quella che chiamano “istruzione”; del bullismo fomentato da diseguaglianza, frustrazione, mancanza di affetto e attenzione nelle famiglie; delle malattie e dei miliardi procurati da vaccini e farmaci. Il sistema della competizione sociale a tutto spiano e del denaro come unico obiettivo e scopo della vita. Non è una novità. Il sistema si difende dai buoni esempi, perché i buoni esempi sono contagiosi ed esiziali per un sistema cattivo. Non porta via i bambini dei boss mafiosi, perché i boss mafiosi fanno allegramente parte del sistema mafio-capitalista in cui viviamo. Strappa i bambini a chi vuole farli crescere in maniera alternativa al sistema. Costoro sono un pericolo, e tanto più sono un pericolo nel tempo attuale in cui disagio, scoraggiamento, repulsione verso la società in cui viviamo sono i sentimenti di molti, che cercano nuovi modelli di vita e guardano con attenzione e speranza a chi quei nuovi modelli li sta sperimentando e vivendo. Non è una novità. La civiltà capitalista, colonialista, contronatura, per secoli ha rapito i bambini dei cosiddetti “selvaggi”. Negli Stati Uniti e nel Canada, dall’ottocento fino alla fine degli anni settanta del secolo scorso, centinaia di migliaia di bambini indiani, inuit, hawaiani, sono stati strappati con la forza alle loro famiglie e comunità, rinchiusi in collegi, convertiti alla religione cristiana, costretti a non usare più la propria lingua, a non vedere mai più genitori, fratelli, nonni, amici, la loro terra e i loro animali: dovevano essere “plasmati”, educati a diventare come i loro conquistatori, con lo scopo dichiarato di cancellare cultura e tradizioni di popoli interi. (1) Riuscirono solo a farli soffrire, farne morire una buona parte, storpiare l’anima e la psiche dei sopravvissuti. Lo stesso è accaduto in Australia: dal 1910 agli anni settanta migliai di bambini aborigeni e melanesiani, la “generazione rubata”, furono strappati con la forza alle famiglie e alle loro comunità, separati per sempre dai loro affetti, rinchiusi in collegi dove venivano angariati, puniti crudelmente; dove non potevano più usare la propria lingua e dovevano abbandonare abitudini e tradizioni dei loro popoli. In Danimarca anche, i governi hanno voluto sperimentare la “civilizzazione” degli inuit groenlandesi, perché i bambini inuit andavano trasformati in danesi, modificati intellettualmente e culturalmente, sottraendoli per sempre alla madre, alla famiglia, alla loro vita, per metterli nelle mani di educatori che non potevano essere che ottusi e malvagi. Perché l’intento era “il loro bene”, il che voleva dire dare per scontato che il bene fosse quello della civiltà industrial-occidentale, e quindi che coloro che non ne facevano parte (e non volevano farne parte) fossero dei minorati, dei subumani; fossero “il male”. Sono solo tre tra i tanti esempi di crudeltà, unita alla presunzione razzista, dei dominatori, che si è accanita nell’impadronirsi dei bambini per tranciare le radici e le speranze di popolazioni antitetiche al sistema in cui viviamo. Oggi sembra che i “selvaggi” di cui strappare le radici e il futuro siano ritenuti coloro che il sistema lo rifiutano. Che scelgono di vivere e di crescere i loro bambini in mezzo alla natura, di non inquinare e di non sprecare, di lavorare la terra rispettandola e di insegnare tale rispetto ai loro bambini; di preservare la loro salute fisica facendoli respirare aria pulita, mangiare cibi sani, muoversi liberamente all’aperto, invece che imbottendoli di carrettate di vaccini tossici, “adiuvati” con metalli pesanti (2); di preservarne la salute mentale tenendoli lontani da scuole in cui si insegna lo spreco, la piaggeria, la competizione, il consumismo cibernetico e non. Questi “selvaggi” sono poi particolarmente invisi al sistema sanitario-mafioso, che dalla dittatura pandemica in poi ci ha preso gusto e pensa di poter imperversare dettando legge in ogni campo della vita umana, con alle spalle il potere delle multinazionali del farmaco e delle finanziarie globali di cui esse sono parte, e con la complicità di un ceto politico criminale. Sono due in questo momento gli episodi conosciuti di nostri “selvaggi” a cui sono stati strappati i loro bambini. (3) Chiunque sia genitore, chiunque ha o abbia avuto bambini e li abbia amati può facilmente immaginare la disperazione di quei genitori. Chiunque abbia la capacità di ricordare il sé stesso bambino può immaginare la disperazione totale e annichilente di un bambino separato con la forza da genitori amati, portato in un ambiente estraneo da persone ostili. La prepotenza, l’arbitrio, la crudeltà vendicativa sono prerogative di un sistema di dominio, di un sistema capitalista e dei suoi Stati, e se e quando non ne fanno uso è perché non ne hanno bisogno o perché sono troppo deboli per l’avversario che si trovano di fronte. Gli Stati europei si possono ormai a stento considerare delle democrazie e quelli occidentali hanno come “tradizione” e cultura quella dei colonialisti e imperialisti che sono sempre stati. L’Unione Sovietica metteva in convitto i bambini dei pastori di renne nomadi dell’Artico. Scuole-convitti che avevano terreni, renne, manufatti artistici dei loro popoli, e che chiudevano durante l’estate, quando i bambini tornavano alle loro famiglie. Tuttavia, i bambini scappavano per tentare di raggiungere le loro famiglie, le loro tende di pelli a quaranta sottozero, i loro “servizi igienici” che erano e sono la tundra, i loro bagni che erano tinozze d’acqua o ruscelli e fiumi ma utilizzati solo d’estate. Allora il governo decise che era meglio mandare gli insegnanti alle tende, invece che i bambini alle scuole, e capì che forse l’istruzione della vita, della natura e delle capacità tramandate era più importante di quella della scuola. (4) Gli australiani, i canadesi, gli statunitensi, i danesi non hanno difeso i loro indigeni. Così hanno precluso a sé stessi la conoscenza di una vita alternativa e la possibilità di una scelta diversa. Noi, se non difenderemo le scelte e la vita di queste famiglie neorurali, lasceremo che istituzioni dittatoriali eliminino qualsiasi possibilità di combattere il sistema con scelte concrete e coerenti di vita. “… I poliziotti, gli assistenti dissero: Dovete capire noi gli daremo quello che voi non gli potete dare gli insegneremo come bisogna vivere, come bisogna davvero vivere invece ci hanno umiliati, insegnato questo e insegnato quello e agli altri hanno insegnato il pregiudizio… Avete portato via i bambini spezzato il cuore della madre ci avete separati… Un giorno oscuro a Framingham vennero senza dire una parola mia madre gridò: Chiama il papà! Arrivò correndo, lottando impazzito… Poi ci portarono via dalla nostra famiglia…” (Took the children away – Archie Roach) – 1)https://www.nationalgeographic.com/premium/article/native-americans-separated-families-children-feature https://indigenouspeoplesatlasofcanada.ca/article/history-of-residential-schools/ 2)https://www.neurology.org/doi/10.1212/WNL.0000000000207337 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0147651323003676 https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4318414 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21568886 https://www.mdpi.com/2305-6304/10/9/518 3)https://www.tgcom24.mediaset.it/2025/video/harald-e-nadia-l-altra-famiglia-nel-bosco-cosi-ci-hanno-portato-via-i-figli-_106708107-02k.shtml https://www.ilsole24ore.com/art/famiglia-bosco-spunta-caso-ad-arezzo-bimbi-allontanati-genitori-47-giorni-AImx6yC 4)https://arcticportal.org/ap-library/news/3403-nomade-schools
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I.A. BASTA! Appello dei docenti contro l’Intelligenza Artificiale “centralizzata” nelle scuole
Riprendiamo da http://terraeliberta.noblogs.org: Rilanciamo questo notevole appello della neonata rete di docenti “I.A. Basta!”. In fondo aggiungiamo una nostra nota critica. Da https://iabasta.ghost.io/primo-appello/ PRIMO APPELLO ALLE COMUNITÀ EDUCANTI D’ITALIA A colleghe, colleghi, madri, padri, alle nostre allieve e allievi di ogni colore, genere, orientamento, provenienza. Noi siamo il prodotto di 35 anni di lotte, dalla riforma Berlinguer al taglio di un anno di istruzione tecnica e professionale, in via di realizzazione da parte del Ministro Valditara. Alcune abbandonate, alcune perse, alcune – per fortuna – vinte. Oggi l’intelligenza artificiale, lasciata in mano a una manciata di miliardari, diviene una minaccia esistenziale alla scuola. Oggi, contro questa I.A., diciamo BASTA! Diciamo che la scuola non è una mensa in cui si consumano i “pasti pronti” preparati dal complesso industriale (e militare) assetato di profitti: la scuola è una cucina e, per fortuna, noi sappiamo ancora cucinare. Noi docenti siamo circa novecentomila appassionate e appassionati professionisti che praticano quotidianamente l’unico ingrediente indispensabile per l’apprendimento e l’insegnamento: LA RELAZIONE UMANA. Per questo facciamo appello alle colleghe e ai colleghi umiliati, sottopagati, derubati da leggi che impongono percorsi a ostacoli e falsi corsi di formazione, tenuti in una precarietà illegale e scandalosa da parte di tutti i governi servi delle imprese EdTech che si sono succeduti in questo paese negli ultimi 35 anni. Colleghe e colleghi: quella che vi proponiamo è l’unica strada per non assistere passivamente all’attacco finale alla scuola della Repubblica, da parte di una cricca che non rappresenta altro che i più biechi interessi privati. Sono quelli che vogliono abolire gli organi collegiali, unica grande riforma democratica della scuola che questo paese abbia conosciuto, quelli che vogliono sottomettere la libertà di insegnamento alle fondazioni private per promuovere una scuola che non fa altro che addestrare schiave e schiavi mansueti. Facciamo appello ai genitori: voi ci affidate ogni mattina le vostre figlie e i vostri figli, perché noi forniamo loro strumenti per trovare la propria strada nel mondo. Unitevi a noi per rigettare questi strumenti di asservimento che cercano di rubare loro il futuro. Ragazze, ragazzi: chi ci governa vuole fare di voi ingranaggi passivi della megamacchina del profitto. Ribellatevi a un futuro di alienazione e miseria! L’adozione passiva dell’I.A. centralizzata, che il ministero vuole imporci, lavora a solo vantaggio di chi la possiede. Contro questo progetto, noi insorgiamo, per il rispetto dell’articolo 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Perché l’adozione di questa I.A. punta a imporci come personalizzare l’insegnamento, controllando ciò che facciamo nelle nostre aule o come dovremmo “aiutare” le allieve e gli allievi più fragili, con sistemi automatici. Noi abbiamo proposto in ogni sede ai vari governi che adottassero piattaforme libere e tecnologie conviviali per la scuola, come ha fatto – tra gli altri – la Francia. Ma le nostre richieste sono arrivate a orecchie sorde, perché non c’è peggior sordità di quella causata dalla corruzione. Insorgiamo per il rispetto dell’articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Perché ripudiare la guerra significa anche ripudiare coloro che la rendono tecnicamente possibile, offrendo strumenti di devastazione sempre più terrificanti come fanno Google, Amazon, Meta, Apple, Microsoft, Palantir, OpenAi. Esattamente come, durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto IBM con il regime nazista; violando le stesse norme statunitensi che gli vietavano ogni collaborazione. Qualche pennivendolo avrà già pronto l’editoriale di domani: “Luddisti!”, griderà il titolo, a caratteri cubitali. Rivendichiamo l’etichetta, ma facciamo chiarezza! Gli orgogliosi artigiani di Nottingham usavano ed amavano le tecnologie che si integravano con la società e sollevavano i loro martelli solo contro le tecnologie che distruggevano il lavoro e i legami sociali, minacciando di condannarli a morte per fame. I luddisti erano hacker, prima di farsi machine breaker. Così come loro, all’alba della rivoluzione industriale, anche noi oggi pratichiamo il diritto a scegliere. Chiediamo al MIM il rispetto della Costituzione, il ritiro della “sperimentazione” barzelletta, l’apertura di un tavolo di confronto permanente con i collegi docenti di tutte le scuole del paese, ponendo fine a questo stillicidio di “riforme” approvate senza confronto con chi vive la scuola, alla faccia della presupposta “autonomia scolastica”. Allo stesso modo chiediamo l’abolizione degli algoritmi autoritari che rendono il precariato delle nostre colleghe e colleghi l’ennesima forma di schiavismo. A tutte e tutti chiediamo: Primo: di aggiungere il vostro nome in calce a questa pagina e di far firmare almeno altre due persone insieme a voi. L’unione fa la forza: solo facendo crescere le firme e l’opposizione a questa imposizione potremo raggiungere i nostri obiettivi; Secondo: di rifiutarvi di adottare gli strumenti EdTech per l’I.A. in classe. Nello specifico, e in ordine di importanza, a boicottare e disertare: ChatGPT (OpenAi), Grok (Musk), Gemini (Google), Claude (Anthropic), Perplexity e qualsiasi altro basato sullo stesso schema di funzionamento centralizzato; Terzo: di presentare mozioni come questa (o opzioni di minoranza) nei collegi docenti e consigli d’istituto, impegnandovi a boicottare le I.A. centralizzate e partecipare alla sperimentazione dal basso con tecnologie conviviali (I.A. locali e software free e open source, sotto il nostro controllo). Quarto: compilare il questionario che trovate qui per far sentire cosa ha da dire chi la scuola la fa ogni giorno. Noi siamo coscienti che le nostre speranze sono estreme. Il totalitarismo tecnologico ha dichiarato guerra all’umanità alla cerimonia d’insediamento del governo Trump, il 20 gennaio 2025, chiarendo che non si fermerà di fronte a nulla e che – per i miliardari che sperano di imporlo – «la democrazia è incompatibile con la libertà» (P. Thiel). Per costoro la libertà implica essere liberi di fornire a Israele l’intelligence con cui massacrare oltre 70.000 tra donne, uomini e bambini, portando il terrore fin dentro alle mura di ogni casa, come a Gaza. Chiediamo la tua partecipazione diretta, per appoggiare questo piano di lotta per la libertà di insegnamento, per la crescita democratica delle nostre comunità, una lotta per un futuro degno di essere abitato dalle nostre figlie e dai nostri figli. Dichiariamo che non smetteremo di combattere fino a raggiungimento dei nostri obiettivi, riportando il governo della scuola nelle mani di chi la vive e non permettendo che coloro che pretendono governarci la consegnino al totalitarismo digitale. -------------------------------------------------------------------------------- Questo appello ci ha veramente colpiti. Si tratta infatti, almeno in Italia, della prima presa di posizione collettiva da parte di docenti su un tema tabuizzato e reso indiscutibile: l’utilizzo delle tecnologie digitali nell’educazione scolastica. Conoscendo personalmente diverse e diversi insegnanti critici su questo tema, sappiamo quanto una simile presa di posizione sia controcorrente all’interno del mondo della scuola, dove vige un conformismo particolarmente feroce verso tutti i disertori del progresso tecnologico e del regresso umano e sociale che quello comporta. A colpirci positivamente è poi la precisione con cui sono trattati alcuni temi, dal corretto inquadramento storico del movimento luddista al ruolo dell’Intelligenza Artificiale nelle guerre, a partire dal genocidio della popolazione palestinese. Ciò detto, in questo testo vediamo anche alcuni grossi limiti. Se ci sembra tutto sommato “normale” che dei docenti non critichino il ruolo disciplinante e standardizzante della scuola in quanto tale; e se ci appaiono ancora “normali” i riferimenti alla Costituzione e alla “democrazia in pericolo” da parte di chi non ha una visione anarchica e rivoluzionaria come la nostra… a stranirci di più sono i riferimenti a forme di digitale “alternativo”, e addirittura a sistemi di I.A. “locali” e “conviviali”. Ammesso – e non concesso – che questi esistano, come potrebbero funzionare senza nutrirsi di dati, posto che il machine learning (cioè l’”allenamento” della macchina attraverso informazioni di vario tipo) è alla base di ogni forma di I.A.? Forse ci sfugge qualcosa, ma a noi pare evidente che questi sistemi non potrebbero funzionare senza estrarre e immagazzinare informazioni, riproducendo – su basi magari “locali” e open source – il medesimo esproprio di gusti, gesti, percezioni ecc. di cui nessuna I.A. può fare a meno; oppure che questi sistemi sarebbero costretti a nutrirsi di dati forniti dalla I.A. “centralizzata”. Se la limitazione dell’uso dell’I.A. proposta dagli estensori di questo appello porrebbe almeno un freno all’educazione meccanizzata che viene imposta da «una manciata di miliardari», e che trasformerebbe la scuola in una mera fabbrica di automi, il ricorso al digitale “alternativo” non ne porrebbe alcuno all’avanzata del controllo tecnologico. Che dire, poi, dell’estrazione delle materie prime – quelle terre e metalli più o meno “rari” che per essere ricavati necessitano di scavi devastanti e processi di lavorazione altamente inquinanti, energivori e idrovori, e di lavoratori schiavizzati per ricavarli – se non che nessun tipo di apparecchio informatico può farne a meno? Per quale motivo continuare a condannarsi a questo tipo di dipendenza, quando l’umanità oppressa e sfruttata ha bisogno prima di tutto di acqua potabile, cibo sano, aria pulita, cioè… di autonomia comunitaria? Se è vero che i famigerati “luddisti” non distruggevano tutte le macchine, ma solo quelle che venivano impiegate per devastare il tessuto delle comunità locali e imporre la schiavitù industriale, lo è altrettanto che un filatoio meccanico e un computer non sono la stessa cosa – e che la tecnologia informatica non può semplicemente essere “conviviale”. Mentre auguriamo a queste e questi docenti di proseguire nella lotta, e speriamo di incrociare prima o poi le loro strade, li invitiamo a considerare queste semplici riflessioni. Il sistema tecno-industriale (e statale-capitalistico) non si può riformare: lo si può solo rifiutare finché non si ha la forza per distruggerlo.
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LA GUERRA È IN CASA NOSTRA
Riceviamo e diffondiamo: UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER LA MILITARIZZAZIONE ECONOMICA Da pochi giorni il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027. Si tratta in soldoni dell’aspetto programmatico del comparto bellico italiano. La propaganda del Ministero definisce la Difesa come “volano per innovazione e sviluppo”. Dietro il linguaggio tecnico, si nasconde un piano di espansione strutturale dell’apparato militare: il Ministero si presenta come “motore industriale” del Paese, giustificando l’aumento delle spese con ricadute su occupazione e tecnologia. L’Italia ha aderito alla nuova linea NATO, che prevede di raggiungere per tutti gli Stati membri il 5% delle spese militari così spartito: 3,5% del PIL in spese militari propriamente dette e all’1,5% per la sicurezza o le infrastrutture (vedasi Ponte sullo Stretto, che collegherebbe il confine sud della NATO – la Sicilia, il Muos etc – con il continente). Un livello di spesa potenzialmente superiore a quello del periodo della Guerra Fredda. La Legge di Bilancio 2025-2027 prevede 35,094 miliardi di euro in 15 anni per: * 22,5 miliardi dal Fondo investimenti della Difesa; * 12,6 miliardi dal Ministero delle Imprese (MIMIT). Gli investimenti coprono ogni settore: * Terrestre: nuovi mezzi corazzati, artiglieria, droni armati. * Aereo: caccia di sesta generazione, sistemi missilistici, capacità “Extended Strike”. * Navale: navi d’attacco, sommergibili, droni subacquei. * Cyber e spazio: intelligence digitale, satelliti militari, “Space Domain Awareness”. Di più. L’Italia con la Legge di Bilancio 2025 stanzia 50milioni per la ristrutturazione di tre stabilimenti militari situati a Baiano di Spoleto, Fontana Liri e Capua, gestiti direttamente dall’Agenzia Industrie Difesa. L’obiettivo è aumentare la produzione di componenti critici come la nitroglicerina e la nitrocellulosa, necessari per munizioni di medio calibro, riducendo così la dipendenza dalle forniture estere e rafforzando l’autonomia produttiva nazionale. Ancora più forte appare la saldatura tra Università e Guerra con il Piano Nazionale della Ricerca Militare – PNRM. La guerra futura, che intreccia militare, civile ed economia, è in realtà la guerra odierna. L’Italia è attualmente impegnata in 43 missioni militari (nel solo anno 2025), con più di 12mila soldati utilizzati. La guerra odierna è anche – e forse soprattutto – guerra interna. Come diceva Simone Weil: “Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.” Una parte cruciale del DPP è dedicata alla cosiddetta “funzione sicurezza del territorio”, che affida ai Carabinieri un ruolo centrale nel processo di militarizzazione interna. Soldi per nuove assunzioni, soldi per ammodernamento delle caserme, soldi per nuove armi. Tra le misure previste: * Acquisizione di elicotteri, droni e veicoli tattici con uso duale (militare e civile). * Sistemi di sorveglianza digitale e cyber-investigazione (deep web, criptovalute, digital forensics). * Estensione dell’uso del taser e di armi “non letali” a livelli ordinativi sempre più bassi. * Ruolo crescente nello “Stability Policing”: attività di controllo sociale e gestione di crisi anche in territorio nazionale. Questo spostamento funzionale rafforza il ruolo dei Carabinieri come parte integrante della difesa militare, abbattendo ulteriormente il confine tra sicurezza civile e logica bellica. La militarizzazione non si limita più al piano geopolitico, ma penetra nelle città, nei sistemi informativi e nella gestione dell’ordine pubblico, preparando la società a un modello di sicurezza permanente in tempi di guerra totale. https://controguerra.noblogs.org/post/2025/11/12/la-guerra-e-in-casa-nostra/
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