Riprendiamo da
https://pungolorosso.com/2025/12/10/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta-schiacciata-da-una-feroce-controrivoluzione/
questo articolo, utile a capire il “massacro dimenticato” in corso in Sudan.
Particolarmente importante, ai nostri occhi, la denuncia delle manovre dei vari
Stati attorno al conflitto tra “signori della guerra” e nello specifico dello
Stato italiano, dal Memorandum of Understanding di Renzi al cosiddetto “Piano
Mattei” dell’attuale governo Meloni. Solidarietà con gli sfruttati del Sudan è,
ancora una volta, combattere il “nostro” Stato e il suo imperialismo!
SUDAN, UNA RIVOLUZIONE POPOLARE INCOMPIUTA SCHIACCIATA DA UNA FEROCE
CONTRORIVOLUZIONE
Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di
sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie
per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e
sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la
caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle
popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di
instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale,
che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.
L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan,
anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue
ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel
Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento
dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).
Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al
governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti
per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.
Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso
il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo
contenuto neo-coloniale?
Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di
Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto
Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI)
(3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo
di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo
centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per
questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi
firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU),
segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità
organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo
delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati. Il Sudan, allora, era
governato dal regime di Omar al-Bashir, accusato di genocidio e di crimini di
guerra.
In linea con quanto contrattava anche in Libia, il governo italiano finanziò
guardie di frontiera costituite sostanzialmente dalle scellerate milizie
Janjaweed [vedi nota 1] che su mandato del governo di Al-Bashir avevano
perpetrato azioni genocidarie. Esse appoggiavano ì pastori nomadi, classificati
come arabi, contro gli agricoltori stanziali, classificati come africani, da
sterminare per impossessarsi delle loro terre, e delle risorse minerarie in esse
presenti, oro soprattutto.
In perfetta continuità con la sinistra, il governo Meloni si propone col piano
Mattei di governare l’emigrazione, esternalizzandone il controllo ai paesi di
provenienza o di passaggio degli emigranti con l’obiettivo di rendere più
efficiente la repressione della “immigrazione illegale”. I finanziamenti a
questi paesi sono contrabbandati come aiuto allo sviluppo (“aiutiamoli a casa
loro” – che è sempre un modo per penetrare in essi e sfruttarne le risorse
naturali e umane) e lotta alle organizzazioni di trafficanti, le quali, come
ampiamente dimostrato per la Libia, vengono al contrario alimentate proprio
dall’Italia e dall’Unione europea, al cui servizio agiscono. Perché, lo
ripetiamo per la millesima volta, l’arrivo di nuovi immigrati/e è essenziale per
un paese come l’Italia, ma nell’interesse di chi li sfrutterà è altrettanto
essenziale che arrivino in Italia esausti/e e indebitati/e cosicché siano,
almeno per i primi anni, disposi/e, per stato di necessità, ad accettare, a
subire, le condizioni di lavoro più umilianti e pericolose.
Il Sudan è stato escluso dal piano Mattei “perché c’è la guerra” (questa la
giustificazione ufficiale), ma ha visto aumentare l’interscambio con l’Italia,
che vende macchinari contro petrolio. Nell’attuale “guerra per bande” I’Italia
appoggia le RSF contro l’esercito regolare del Sudan (SAF). Non lo fa
ufficialmente, ma nei fatti. L’Italia esporta armamenti negli Emirati Arabi, i
quali, con una triangolazione tramite Ciad o Libia, li riesportano alle milizie
RSF (4). Nel 2023 il governo Meloni ha riaperto (5) la possibilità di vendere
alcuni tipi di sistemi d’arma appunto agli Emirati Arabi Uniti. Una decisione
politica chiesta e sostenuta dalla lobby del comparto industrial-militare che ha
consentito nel febbraio 2025 la firma di un accordo tra la controllata pubblica
Leonardo Spa e il conglomerato militare emiratino, Edge Group (6). Tra gli
armamenti autorizzati dal governo italiano per l’esportazione negli EAU ci
sono armi automatiche, armi pesanti, munizioni, bombe/razzi/missili,
dispositivi per la direzione del tiro, aerei, apparecchiature elettroniche,
software. Armamenti tutti facili da far giungere al conflitto sudanese.
Nel frattempo tutti i governi dei vecchi imperialismi nonché quelli dei
“giovani” capitalismi “auspicano” la pace, deplorano le violenze e i massacri e
… finanziano il conflitto sudanese in vista della conquista di posizioni
vantaggiose per il presente e il futuro.
CON QUALI RISULTATI?
Come il Congo anche il Sudan, proprio a causa della sua ricchezza mineraria, in
tutta la sua storia pre- e post-coloniale (parliamo del colonialismo storico) ha
conosciuto conflitti di violenza inaudita. Se ci limitiamo agli ultimi due anni,
quando l’ultima guerra per bande è esplosa, i morti sarebbero stati 150mila, c’è
chi parla di 400mila (difficile la verifica), oltre 13 milioni di profughi, di
cui 10 milioni di sfollati interni – come se gli abitanti dell’intera Lombardia
avessero dovuto fuggire dalle proprie case – e quasi 4 milioni di rifugiati nei
paesi circostanti, spesso anch’essi alle prese con crisi umanitarie, come Ciad,
Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Nel paese, secondo Emergency, più di 30
milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, 26 milioni soffrono
la fame, il 70% della popolazione non può accedere a servizi sanitari. Un
conflitto in cui si stupra, si tortura, si uccide soprattutto civili indifesi,
donne e bambini.
EPPURE NEL 2018 IL SUDAN SEMBRAVA IN PROCINTO DI CAMBIARE PAGINA
Milioni di persone scesero in piazza con una rivolta di massa organizzata
tramite i Comitati di Resistenza di quartiere (RC), l’Associazione dei
Professionisti Sudanesi (SPA), le Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) –
una coalizione dei principali partiti di opposizione – e organizzazioni
femminili e studentesche, per rovesciare la trentennale dittatura di Omar
al-Bashir. Gli slogan di quella rivolta – “Libertà, Pace e Giustizia” – erano un
rifiuto di decenni di regime militare, sfruttamento capitalista, disuguaglianza
e violenza di stato (7). Grazie a queste rivolte, nel 2019 al Bashir fu deposto.
Ma subito dopo, l’esercito regolare, la Sudan Army Force (SAF), e il gruppo
paramilitare, la Rapid Support Force (RSF), ex Janjaweed, si allearono per
reprimere le rivolte popolari. Insieme hanno assassinato e torturato decine di
migliaia di rivoluzionari, hanno compiuto i massacri del 3 giugno 2019 in 14
sit-in, dove migliaia di persone sono state trucidate, e in seguito hanno
orchestrato il colpo di stato dell’ottobre 2021, che ha sciolto il governo di
transizione e arrestato i ministri civili e colpito le principali forze della
sollevazione popolare.
I due generali sono entrati poi in conflitto per raccogliere i frutti della
vittoria contro il movimento popolare. La SAF è una coalizione litigiosa che
comprende i veterani islamisti del deposto regime di al-Bashir, ed è capeggiate
dal generale Abdel Fattah Al Burhan. La RSF (Rapid Support Force) è un amalgama
di esercito e forze mercenarie reclutate anche tra i nomadi di Ciad e Niger, ed
è guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, chiamato Hemedti. Sono due bande
armate che si contendono il controllo delle ricchezze del paese, appoggiate da
una pletora di milizie alleate e sostenute da potenze straniere che le manovrano
per i propri interessi. Tuttavia considerare la SAF e la RSF solo delle bande
armate è riduttivo, in quanto ognuna di esse gestisce e rappresenta gli
interessi di importanti gruppi economici [vedi riquadro alla fine]
Si può dire perciò che i due generali, con i clan ad essi associati, gestiscono
un capitalismo statal-militare che finora, anche a causa della pesante ingerenza
delle varie potenze regionali e globali, non è riuscito a dotarsi di un unico
saldo apparato statale in grado di mediare le contraddizioni di interessi tra le
frazioni di questo capitale. Il Sudan non è l’unico esempio di capitalismo
statal-militare dell’area. Basti pensare al vicino Egitto. In assenza di questa
mediazione, in Sudan gli interessi si stanno scontrando armi alla mano.
El Fasher, città nel Darfur Settentrionale, era l’ultima importante roccaforte
dell’esercito regolare. Ora è caduta nelle mani della banda rivale, la RSF,
che così controlla tutto il Darfur e il Kordofan; con questa vittoria è
aumentata fortemente la probabilità di una spartizione di fatto del paese,
simile a quella della Libia. Una spartizione non nuova per il Paese (vedi
nascita del Sud Sudan nel 2011), e sempre le spartizioni favoriscono ulteriori
interventi neocoloniali, sia da parte delle potenze europee, sia da parte di
Russia e Cina, sia da parte delle potenze emergenti del Medio Oriente. Rispetto
ai paesi arabi storicamente interventisti in questa area, come Egitto e Arabia
Saudita, oggi sgomitano gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF e
forniscono armi e denaro anche al Ciad e all’Etiopia. Sono interessati da una
parte al controllo dell’oro sudanese, che consente loro di posizionarsi come
snodo globale di queto metallo; dall’altra, l’influenza sul Sudan rafforza la
loro presenza nel Mar Rosso, dove gli investimenti nelle infrastrutture portuali
hanno valenze sia commerciali che militari.
Ma anche Iran, Qatar e Turchia, nuovi arrivati, sono molto attivi. Iran, Turchia
ed Egitto sostengono le SAF, ma l’Egitto vorrebbe sopprimere gli elementi
islamisti della Fratellanza musulmana al suo interno. Il Qatar sostiene la SAF,
proponendosi però come intermediario; l’Etiopia, che cerca aggressivamente
l’accesso al mare, è ora alleata con le RSF, mentre l’Eritrea si schiera con le
SAF (8).
I rituali appelli dell’Onu non si contano, Usa e Arabia Saudita hanno da mesi in
piedi una road map di facciata per la tregua, che nessuna potenza ha veramente
interesse ad imporre. Nel frattempo tutti vendono armi a una delle parti, oppure
come la Russia ad entrambe le parti (9).
E NOI INTERNAZIONALISTI, COSA POSSIAMO FARE?
Inutile aderire agli appelli, certamente in buona fede, dei pacifisti da
tastiera. Tutto il rispetto per quelle organizzazioni umanitarie (ma solo per
quelle!) che realmente tentano di limitare gli effetti dei barbari eccidi sul
territorio, i cui effettivi spesso rischiano la vita. Purtroppo non esistono
scorciatoie o deleghe per contribuire alla sconfitta di tutte le fazioni in
guerra in Sudan e alla vittoria dei lavoratori sudanesi contro di loro e i loro
padrini. Possiamo però, e dobbiamo, denunciare e combattere contro la politica
dell’imperialismo di “casa nostra”, che cerca di ri-attestarsi con un piano
neocoloniale, il Piano Mattei, in Africa, e in particolare nel Grande Corno
d’Africa, di cui il Sudan fa parte, per garantire affari e profitti ai propri
gruppi economici.
Dobbiamo imparare dalla sconfitta della rivolta del 2018-19. La sua spontaneità
e la sua energia dal basso sono state ammirevoli, ma anche uno degli elementi
della sua vulnerabilità. Il movimento popolare, privo di un partito
rivoluzionario organizzato e indipendente, non ha saputo andare fino in fondo,
prendere nelle proprie mani il potere politico, smantellando l’apparato statale
e le strutture del vecchio regime. Le varie frazioni di classe presenti nelle
organizzazioni di massa in campo hanno portato a fratture politiche, in
particolare all’interno delle FFC, tra un’ala più radicale con una base di massa
“popolare”, lavoratori salariati, piccoli contadini, giovani studenti, ed
un’altra ala rappresentata in modo preponderante da elementi della piccola
borghesia, disposta al compromesso con l’esercito e con il FMI. Così, anche per
la pressione dei governi occidentali e delle potenze regionali, nel 2019 le FFC
accettarono un accordo di condivisione del potere con i militari, legittimando
la giunta militare, mantenendo intatto l’apparato capitalista e di sicurezza, al
timone del quale si posero i due generali controrivoluzionari. L’esito
inevitabile di questo compromesso a perdere è stato il congelamento della
sollevazione popolare e, dopo poco, la liquidazione del governo a guida Hamdok.
Di conseguenza, le forze della rivolta e della resistenza a base popolare si
sono trasformate in forze di difesa e resilienza, di solidarietà popolare, con i
Comitati di resistenza di quartiere e le Sale di Emergenza, che rimangono in
azione – per quel che possono – fino ad oggi.
Quanto sta accadendo in Sudan conferma che, una volta iniziata, una sollevazione
rivoluzionaria deve andare fino in fondo, osando il tutto e per tutto. Se rimane
a mezzo del guado, diventa il terreno molle in cui i suoi avversari penetrano
facilmente, riuscendo a far leva sulle divisioni interne e disarmando il
movimento insurrezionale, che in seguito, al momento propizio, viene brutalmente
stroncato, oppure rischia di diventare ostaggio dei suoi avversari. In Sudan la
prevedibile, feroce controrivoluzione delle classi al potere è oggi moltiplicata
nella sua violenza dallo scontro armato tra le due bande militari.
***
IL CARATTERE SOCIO-ECONOMICO DEL REGIME MILITARE
Deposto Bashir, infatti, permane la base del suo potere, il cosiddetto stato
parallelo, “deep state”, basato su una rete di funzionari di medio ed alto grado
degli apparati di sicurezza e delle istituzioni governative, che gestiscono le
risorse del paese. Sarebbero 408 le imprese controllate direttamente o
indirettamente dallo stato, che operano in vari settori, dall’industria civile,
all’agricoltura, all’esportazione di carne e all’estrazione mineraria (oro, in
particolare), al sistema bancario, all’industria militare.
L’esercito di al-Burhan ha le mani su circa 250 aziende vitali, la ricchezza di
Hemedti deriva, invece, soprattutto dal controllo delle miniere d’oro. Tra le
società di cui il governo, o meglio lo stato parallelo, è proprietario c’è la
Military Industry Corporation’s (Mic) che produce armamenti, anche su licenza,
in particolare russa, iraniana e più recentemente cinese, e ne esporta. Grazie a
MIC il Sudan è uno dei maggiori produttori africani di armi, terzo dopo Egitto e
Sudafrica. Il complesso dell’auto GIAD è controllato direttamente dal governo.
Il Sudan si posiziona terzo in Africa anche per la produzione di oro, dopo Ghana
e Sudafrica. E la produzione di oro del Darfur è nelle mani di Hemedti e dei
fratelli. Hemedti l’ha utilizzato per le sue milizie, e per assicurarsi
alleanze. Ogni anno il Sudan esporta 16MD$ di oro negli Emirati, con i quali
Hemedti è in stretta relazione, ma ne riceve anche Putin, che lo utilizza per
finanziare la guerra in Ucraina bypassando le sanzioni dell’Occidente. Sono di
proprietà diretta dell’esercito o delle RFS diverse imprese finanziarie tra cui
fondi per interventi caritativi e fondazioni, attraverso cui controllano varie
attività finanziarie, comprese diverse banche.
Tra queste la Banca Omdurman, la più importante del paese, proprietà
dell’esercito per l’86,9% grazie a giri societari, cosicché essa ha potuto
operare sul mercato finanziario internazionale senza problemi, anche durante il
periodo delle sanzioni americane.
Khaleej Bank, invece, è controllata principalmente da joint venture che
appartengono agli Emirati Arabi Uniti e alle Forze di Supporto Rapido (RSF), che
tra loro hanno forti relazioni politiche ed economiche. La famiglia del capo
delle RSF Mohamad Hamdan Dagalo (Hemedti) controlla il 28,35% delle sue azioni.
C’è poi Zadna International Company for Investment Ltd, un conglomerato
agricolo, in precedenza pubblico poi rilevata dai militari, i quali ne
monopolizzano le entrate e non permettono al Ministero delle Finanze di
accedervi. Zadna ha gestito numerosi schemi di irrigazione e affittato
appezzamenti di terreno a investitori privati. Nel suo consiglio di
amministrazione siede il fratello di Hemedti.
Nel 2019 le RSF disponevano di mezzi tali da permettere ad Hemedti di finanziare
con oltre 1 miliardo di dollari la Banca centrale sudanese, nel mezzo della
crisi economica esplosa dopo la destituzione di Bashir.
[da: Pagine marxiste, 17 maggio 2023, Sudan, una rivoluzione popolare
incompiuta]
Note
(1) Ricordiamo che già tra il 2003 e il 2009 la regione del Darfur fu teatro di
massacri, pulizia etnica e genocidio. Il regime di al-Bashir scatenò una
violenta repressione contro le comunità non arabe accusate di sostenere i
movimenti ribelli (660 mila morti). Le milizie Janjaweed, armate e finanziate
dal governo, bruciarono villaggi, stuprarono donne, massacrarono civili, oltre
600mila morti e due milioni di sfollati, secondo l’ONU. Nel 2013 queste milizie
vennero legittimate con la creazione delle forze paramilitari denominate Rapid
Support Force (FSR), presentate da al-Bashir come forza di contro-insurrezione
in Darfur e nel Kordofan meridionale, e nel 2017 furono riconosciute formalmente
dal parlamento sudanese, che ne legittimò in tal modo le operazioni sterministe
del passato e le usò anche come truppe mercenarie per intervenire in Yemen.
(2) CESPI, Il Sudan nel Corno d’Africa. Un’opportunità mancata (apr. 2025
(3)
https://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process#:~:text=The%20Khartoum%20Process%2C%20primarily%20focused,the%20European%20Union%20(EU).
(4)
https://countercurrents.org/2025/11/how-the-uae-is-re-exporting-arms-to-sudan
(5) https://www.governo.it/en/node/22376
(6)
https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/18-02-2025-edge-group-and-leonardo-sign-groundbreaking-collaboration-agreement
(7) Per approfondimenti sugli eventi dal 2019, vedi: Sudan – La giunta militare
tenta di dividere il fronte di lotta, 20 luglio 2019,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-la-giunta-militare-tenta-di-dividere-il-fronte-di-lotta/;
Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta – Il conflitto tra due bande militari
nel riassetto dei rapporti tra le potenze, 17 maggio 2023,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta/;
Perché in un singolo Paese come il Sudan si concentrano tali e tante rivalità
interimperialiste?, 21 agosto 2023,
https://www.paginemarxiste.org/perche-in-un-singolo-paese-come-il-sudan-si-concentrano-tali-e-tante-rivalita-interimperialiste/
(8)
https://www.wilsoncenter.org/article/conflict-sudan-map-regional-and-international-actors
(9) Dell’Italia si è già detto ma ricordiamo che gli Emirati ricevono (e girano
alle RSF) droni, bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm dal gruppo cinese
Norinco, carri armati e fucili dal Canada, armi varie della Norvegia, dal gruppo
turco Burgu Metal, dal bulgaro Dunarit. Alle SAF invece giungono fucili Tigr per
tiratori scelti o i fucili Saiga-MK – del gruppo russo Kalashnikov Concern, armi
dai gruppi turchi Sarsilmaz, Derya Arms, BRG Defense e Dağlıoğlu Silah. Il tutto
aggirando, as usual, l’embargo alle armi sancito dall’ONU per il Darfur, o
quello della Ue per il Sudan.
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Ha fatto molto discutere, ultimamente, la vicenda della “casa nel bosco” di
Palmoli (Chieti), alla quale è seguito un caso analogo nell’Aretino. Ci sembra
che questo articolo – segnalatoci da un nostro corrispondente – faccia bene il
punto sulla vicenda, anche contro le strumentalizzazioni delle varie destre (che
hanno invitato, neppure troppo velatamente, a riservare queste “attenzioni” ai
Rom, anziché ai bianchi “neorurali”). Come l’autrice dell’articolo, anche noi
stiamo dalla parte dei Selvaggi, ai quali gli alfieri della Civiltà e dello
Stato non hanno proprio nulla da insegnare – e men che meno il “diritto” di
rapire i loro figli.
da https://www.soniasavioli.it/i-bambini-rapiti-dallo-stato/
I bambini rapiti dallo Stato
di Sonia Savioli
4/12/2025
Non è una novità. La civiltà basata sul dominio, il profitto, lo sfruttamento di
umani e natura, cioè la società in cui viviamo, non tollera altre civiltà, e chi
sceglie di far crescere i propri bambini nell’affetto, nella libertà, nella
natura, nella salute è, di fatto, un nemico della civiltà del dominio. E’ un
nemico del sistema.
Il sistema progreditissimo dell’ignoranza e del conformismo servile veicolati da
quella che chiamano “istruzione”; del bullismo fomentato da diseguaglianza,
frustrazione, mancanza di affetto e attenzione nelle famiglie; delle malattie e
dei miliardi procurati da vaccini e farmaci. Il sistema della competizione
sociale a tutto spiano e del denaro come unico obiettivo e scopo della vita.
Non è una novità. Il sistema si difende dai buoni esempi, perché i buoni esempi
sono contagiosi ed esiziali per un sistema cattivo. Non porta via i bambini dei
boss mafiosi, perché i boss mafiosi fanno allegramente parte del sistema
mafio-capitalista in cui viviamo. Strappa i bambini a chi vuole farli crescere
in maniera alternativa al sistema. Costoro sono un pericolo, e tanto più sono un
pericolo nel tempo attuale in cui disagio, scoraggiamento, repulsione verso la
società in cui viviamo sono i sentimenti di molti, che cercano nuovi modelli di
vita e guardano con attenzione e speranza a chi quei nuovi modelli li sta
sperimentando e vivendo.
Non è una novità. La civiltà capitalista, colonialista, contronatura, per secoli
ha rapito i bambini dei cosiddetti “selvaggi”.
Negli Stati Uniti e nel Canada, dall’ottocento fino alla fine degli anni
settanta del secolo scorso, centinaia di migliaia di bambini indiani, inuit,
hawaiani, sono stati strappati con la forza alle loro famiglie e comunità,
rinchiusi in collegi, convertiti alla religione cristiana, costretti a non usare
più la propria lingua, a non vedere mai più genitori, fratelli, nonni, amici, la
loro terra e i loro animali: dovevano essere “plasmati”, educati a diventare
come i loro conquistatori, con lo scopo dichiarato di cancellare cultura e
tradizioni di popoli interi. (1)
Riuscirono solo a farli soffrire, farne morire una buona parte, storpiare
l’anima e la psiche dei sopravvissuti.
Lo stesso è accaduto in Australia: dal 1910 agli anni settanta migliai di
bambini aborigeni e melanesiani, la “generazione rubata”, furono strappati con
la forza alle famiglie e alle loro comunità, separati per sempre dai loro
affetti, rinchiusi in collegi dove venivano angariati, puniti crudelmente; dove
non potevano più usare la propria lingua e dovevano abbandonare abitudini e
tradizioni dei loro popoli.
In Danimarca anche, i governi hanno voluto sperimentare la “civilizzazione”
degli inuit groenlandesi, perché i bambini inuit andavano trasformati in danesi,
modificati intellettualmente e culturalmente, sottraendoli per sempre alla
madre, alla famiglia, alla loro vita, per metterli nelle mani di educatori che
non potevano essere che ottusi e malvagi.
Perché l’intento era “il loro bene”, il che voleva dire dare per scontato che il
bene fosse quello della civiltà industrial-occidentale, e quindi che coloro che
non ne facevano parte (e non volevano farne parte) fossero dei minorati, dei
subumani; fossero “il male”.
Sono solo tre tra i tanti esempi di crudeltà, unita alla presunzione razzista,
dei dominatori, che si è accanita nell’impadronirsi dei bambini per tranciare le
radici e le speranze di popolazioni antitetiche al sistema in cui viviamo.
Oggi sembra che i “selvaggi” di cui strappare le radici e il futuro siano
ritenuti coloro che il sistema lo rifiutano. Che scelgono di vivere e di
crescere i loro bambini in mezzo alla natura, di non inquinare e di non
sprecare, di lavorare la terra rispettandola e di insegnare tale rispetto ai
loro bambini; di preservare la loro salute fisica facendoli respirare aria
pulita, mangiare cibi sani, muoversi liberamente all’aperto, invece che
imbottendoli di carrettate di vaccini tossici, “adiuvati” con metalli pesanti
(2); di preservarne la salute mentale tenendoli lontani da scuole in cui si
insegna lo spreco, la piaggeria, la competizione, il consumismo cibernetico e
non.
Questi “selvaggi” sono poi particolarmente invisi al sistema sanitario-mafioso,
che dalla dittatura pandemica in poi ci ha preso gusto e pensa di poter
imperversare dettando legge in ogni campo della vita umana, con alle spalle il
potere delle multinazionali del farmaco e delle finanziarie globali di cui esse
sono parte, e con la complicità di un ceto politico criminale.
Sono due in questo momento gli episodi conosciuti di nostri “selvaggi” a cui
sono stati strappati i loro bambini. (3)
Chiunque sia genitore, chiunque ha o abbia avuto bambini e li abbia amati può
facilmente immaginare la disperazione di quei genitori.
Chiunque abbia la capacità di ricordare il sé stesso bambino può immaginare la
disperazione totale e annichilente di un bambino separato con la forza da
genitori amati, portato in un ambiente estraneo da persone ostili.
La prepotenza, l’arbitrio, la crudeltà vendicativa sono prerogative di un
sistema di dominio, di un sistema capitalista e dei suoi Stati, e se e quando
non ne fanno uso è perché non ne hanno bisogno o perché sono troppo deboli per
l’avversario che si trovano di fronte. Gli Stati europei si possono ormai a
stento considerare delle democrazie e quelli occidentali hanno come “tradizione”
e cultura quella dei colonialisti e imperialisti che sono sempre stati.
L’Unione Sovietica metteva in convitto i bambini dei pastori di renne nomadi
dell’Artico. Scuole-convitti che avevano terreni, renne, manufatti artistici dei
loro popoli, e che chiudevano durante l’estate, quando i bambini tornavano alle
loro famiglie. Tuttavia, i bambini scappavano per tentare di raggiungere le loro
famiglie, le loro tende di pelli a quaranta sottozero, i loro “servizi igienici”
che erano e sono la tundra, i loro bagni che erano tinozze d’acqua o ruscelli e
fiumi ma utilizzati solo d’estate. Allora il governo decise che era meglio
mandare gli insegnanti alle tende, invece che i bambini alle scuole, e capì che
forse l’istruzione della vita, della natura e delle capacità tramandate era più
importante di quella della scuola. (4)
Gli australiani, i canadesi, gli statunitensi, i danesi non hanno difeso i loro
indigeni. Così hanno precluso a sé stessi la conoscenza di una vita alternativa
e la possibilità di una scelta diversa.
Noi, se non difenderemo le scelte e la vita di queste famiglie neorurali,
lasceremo che istituzioni dittatoriali eliminino qualsiasi possibilità di
combattere il sistema con scelte concrete e coerenti di vita.
“… I poliziotti, gli assistenti
dissero: Dovete capire
noi gli daremo quello che voi non gli potete dare
gli insegneremo come bisogna vivere,
come bisogna davvero vivere
invece ci hanno umiliati,
insegnato questo e insegnato quello
e agli altri hanno insegnato il pregiudizio…
Avete portato via i bambini
spezzato il cuore della madre
ci avete separati…
Un giorno oscuro a Framingham
vennero senza dire una parola
mia madre gridò: Chiama il papà!
Arrivò correndo, lottando impazzito…
Poi ci portarono via dalla nostra famiglia…”
(Took the children away – Archie Roach)
–
1)https://www.nationalgeographic.com/premium/article/native-americans-separated-families-children-feature
https://indigenouspeoplesatlasofcanada.ca/article/history-of-residential-schools/
2)https://www.neurology.org/doi/10.1212/WNL.0000000000207337
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0147651323003676
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4318414
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21568886
https://www.mdpi.com/2305-6304/10/9/518
3)https://www.tgcom24.mediaset.it/2025/video/harald-e-nadia-l-altra-famiglia-nel-bosco-cosi-ci-hanno-portato-via-i-figli-_106708107-02k.shtml
https://www.ilsole24ore.com/art/famiglia-bosco-spunta-caso-ad-arezzo-bimbi-allontanati-genitori-47-giorni-AImx6yC
4)https://arcticportal.org/ap-library/news/3403-nomade-schools
Riprendiamo da http://terraeliberta.noblogs.org:
Rilanciamo questo notevole appello della neonata rete di docenti “I.A. Basta!”.
In fondo aggiungiamo una nostra nota critica.
Da https://iabasta.ghost.io/primo-appello/
PRIMO APPELLO ALLE COMUNITÀ EDUCANTI D’ITALIA
A colleghe, colleghi, madri, padri, alle nostre allieve e allievi di ogni
colore, genere, orientamento, provenienza.
Noi siamo il prodotto di 35 anni di lotte, dalla riforma Berlinguer al taglio di
un anno di istruzione tecnica e professionale, in via di realizzazione da parte
del Ministro Valditara. Alcune abbandonate, alcune perse, alcune – per fortuna –
vinte.
Oggi l’intelligenza artificiale, lasciata in mano a una manciata di miliardari,
diviene una minaccia esistenziale alla scuola.
Oggi, contro questa I.A., diciamo BASTA!
Diciamo che la scuola non è una mensa in cui si consumano i “pasti pronti”
preparati dal complesso industriale (e militare) assetato di profitti: la scuola
è una cucina e, per fortuna, noi sappiamo ancora cucinare.
Noi docenti siamo circa novecentomila appassionate e appassionati professionisti
che praticano quotidianamente l’unico ingrediente indispensabile per
l’apprendimento e l’insegnamento: LA RELAZIONE UMANA.
Per questo facciamo appello alle colleghe e ai colleghi umiliati, sottopagati,
derubati da leggi che impongono percorsi a ostacoli e falsi corsi di formazione,
tenuti in una precarietà illegale e scandalosa da parte di tutti i governi servi
delle imprese EdTech che si sono succeduti in questo paese negli ultimi 35 anni.
Colleghe e colleghi: quella che vi proponiamo è l’unica strada per non assistere
passivamente all’attacco finale alla scuola della Repubblica, da parte di una
cricca che non rappresenta altro che i più biechi interessi privati. Sono quelli
che vogliono abolire gli organi collegiali, unica grande riforma democratica
della scuola che questo paese abbia conosciuto, quelli che vogliono sottomettere
la libertà di insegnamento alle fondazioni private per promuovere una scuola che
non fa altro che addestrare schiave e schiavi mansueti.
Facciamo appello ai genitori: voi ci affidate ogni mattina le vostre figlie e i
vostri figli, perché noi forniamo loro strumenti per trovare la propria strada
nel mondo. Unitevi a noi per rigettare questi strumenti di asservimento che
cercano di rubare loro il futuro.
Ragazze, ragazzi: chi ci governa vuole fare di voi ingranaggi passivi della
megamacchina del profitto. Ribellatevi a un futuro di alienazione e miseria!
L’adozione passiva dell’I.A. centralizzata, che il ministero vuole imporci,
lavora a solo vantaggio di chi la possiede.
Contro questo progetto, noi insorgiamo, per il rispetto dell’articolo 33:
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica
detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti
gli ordini e gradi».
Perché l’adozione di questa I.A. punta a imporci come personalizzare
l’insegnamento, controllando ciò che facciamo nelle nostre aule o come dovremmo
“aiutare” le allieve e gli allievi più fragili, con sistemi automatici.
Noi abbiamo proposto in ogni sede ai vari governi che adottassero piattaforme
libere e tecnologie conviviali per la scuola, come ha fatto – tra gli altri – la
Francia. Ma le nostre richieste sono arrivate a orecchie sorde, perché non c’è
peggior sordità di quella causata dalla corruzione.
Insorgiamo per il rispetto dell’articolo 11:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Perché ripudiare la guerra significa anche ripudiare coloro che la rendono
tecnicamente possibile, offrendo strumenti di devastazione sempre più
terrificanti come fanno Google, Amazon, Meta, Apple, Microsoft, Palantir,
OpenAi. Esattamente come, durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto IBM
con il regime nazista; violando le stesse norme statunitensi che gli vietavano
ogni collaborazione.
Qualche pennivendolo avrà già pronto l’editoriale di domani: “Luddisti!”,
griderà il titolo, a caratteri cubitali. Rivendichiamo l’etichetta, ma facciamo
chiarezza! Gli orgogliosi artigiani di Nottingham usavano ed amavano le
tecnologie che si integravano con la società e sollevavano i loro martelli solo
contro le tecnologie che distruggevano il lavoro e i legami sociali, minacciando
di condannarli a morte per fame. I luddisti erano hacker, prima di farsi machine
breaker. Così come loro, all’alba della rivoluzione industriale, anche noi oggi
pratichiamo il diritto a scegliere.
Chiediamo al MIM il rispetto della Costituzione, il ritiro della
“sperimentazione” barzelletta, l’apertura di un tavolo di confronto permanente
con i collegi docenti di tutte le scuole del paese, ponendo fine a questo
stillicidio di “riforme” approvate senza confronto con chi vive la scuola, alla
faccia della presupposta “autonomia scolastica”. Allo stesso modo chiediamo
l’abolizione degli algoritmi autoritari che rendono il precariato delle nostre
colleghe e colleghi l’ennesima forma di schiavismo.
A tutte e tutti chiediamo:
Primo: di aggiungere il vostro nome in calce a questa pagina e di far firmare
almeno altre due persone insieme a voi. L’unione fa la forza: solo facendo
crescere le firme e l’opposizione a questa imposizione potremo raggiungere i
nostri obiettivi;
Secondo: di rifiutarvi di adottare gli strumenti EdTech per l’I.A. in classe.
Nello specifico, e in ordine di importanza, a boicottare e disertare: ChatGPT
(OpenAi), Grok (Musk), Gemini (Google), Claude (Anthropic), Perplexity e
qualsiasi altro basato sullo stesso schema di funzionamento centralizzato;
Terzo: di presentare mozioni come questa (o opzioni di minoranza) nei collegi
docenti e consigli d’istituto, impegnandovi a boicottare le I.A. centralizzate e
partecipare alla sperimentazione dal basso con tecnologie conviviali (I.A.
locali e software free e open source, sotto il nostro controllo).
Quarto: compilare il questionario che trovate qui per far sentire cosa ha da
dire chi la scuola la fa ogni giorno.
Noi siamo coscienti che le nostre speranze sono estreme. Il totalitarismo
tecnologico ha dichiarato guerra all’umanità alla cerimonia d’insediamento del
governo Trump, il 20 gennaio 2025, chiarendo che non si fermerà di fronte a
nulla e che – per i miliardari che sperano di imporlo – «la democrazia è
incompatibile con la libertà» (P. Thiel).
Per costoro la libertà implica essere liberi di fornire a Israele l’intelligence
con cui massacrare oltre 70.000 tra donne, uomini e bambini, portando il terrore
fin dentro alle mura di ogni casa, come a Gaza.
Chiediamo la tua partecipazione diretta, per appoggiare questo piano di lotta
per la libertà di insegnamento, per la crescita democratica delle nostre
comunità, una lotta per un futuro degno di essere abitato dalle nostre figlie e
dai nostri figli.
Dichiariamo che non smetteremo di combattere fino a raggiungimento dei nostri
obiettivi, riportando il governo della scuola nelle mani di chi la vive e non
permettendo che coloro che pretendono governarci la consegnino al totalitarismo
digitale.
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Questo appello ci ha veramente colpiti. Si tratta infatti, almeno in Italia,
della prima presa di posizione collettiva da parte di docenti su un tema
tabuizzato e reso indiscutibile: l’utilizzo delle tecnologie digitali
nell’educazione scolastica. Conoscendo personalmente diverse e diversi
insegnanti critici su questo tema, sappiamo quanto una simile presa di posizione
sia controcorrente all’interno del mondo della scuola, dove vige un conformismo
particolarmente feroce verso tutti i disertori del progresso tecnologico e del
regresso umano e sociale che quello comporta. A colpirci positivamente è poi la
precisione con cui sono trattati alcuni temi, dal corretto inquadramento storico
del movimento luddista al ruolo dell’Intelligenza Artificiale nelle guerre, a
partire dal genocidio della popolazione palestinese. Ciò detto, in questo testo
vediamo anche alcuni grossi limiti. Se ci sembra tutto sommato “normale” che dei
docenti non critichino il ruolo disciplinante e standardizzante della scuola in
quanto tale; e se ci appaiono ancora “normali” i riferimenti alla Costituzione e
alla “democrazia in pericolo” da parte di chi non ha una visione anarchica e
rivoluzionaria come la nostra… a stranirci di più sono i riferimenti a forme di
digitale “alternativo”, e addirittura a sistemi di I.A. “locali” e “conviviali”.
Ammesso – e non concesso – che questi esistano, come potrebbero funzionare senza
nutrirsi di dati, posto che il machine learning (cioè l’”allenamento” della
macchina attraverso informazioni di vario tipo) è alla base di ogni forma di
I.A.? Forse ci sfugge qualcosa, ma a noi pare evidente che questi sistemi non
potrebbero funzionare senza estrarre e immagazzinare informazioni, riproducendo
– su basi magari “locali” e open source – il medesimo esproprio di gusti, gesti,
percezioni ecc. di cui nessuna I.A. può fare a meno; oppure che questi sistemi
sarebbero costretti a nutrirsi di dati forniti dalla I.A. “centralizzata”. Se la
limitazione dell’uso dell’I.A. proposta dagli estensori di questo appello
porrebbe almeno un freno all’educazione meccanizzata che viene imposta da «una
manciata di miliardari», e che trasformerebbe la scuola in una mera fabbrica di
automi, il ricorso al digitale “alternativo” non ne porrebbe alcuno all’avanzata
del controllo tecnologico. Che dire, poi, dell’estrazione delle materie prime –
quelle terre e metalli più o meno “rari” che per essere ricavati necessitano di
scavi devastanti e processi di lavorazione altamente inquinanti, energivori e
idrovori, e di lavoratori schiavizzati per ricavarli – se non che nessun tipo di
apparecchio informatico può farne a meno? Per quale motivo continuare a
condannarsi a questo tipo di dipendenza, quando l’umanità oppressa e sfruttata
ha bisogno prima di tutto di acqua potabile, cibo sano, aria pulita, cioè… di
autonomia comunitaria? Se è vero che i famigerati “luddisti” non distruggevano
tutte le macchine, ma solo quelle che venivano impiegate per devastare il
tessuto delle comunità locali e imporre la schiavitù industriale, lo è
altrettanto che un filatoio meccanico e un computer non sono la stessa cosa – e
che la tecnologia informatica non può semplicemente essere “conviviale”. Mentre
auguriamo a queste e questi docenti di proseguire nella lotta, e speriamo di
incrociare prima o poi le loro strade, li invitiamo a considerare queste
semplici riflessioni. Il sistema tecno-industriale (e statale-capitalistico) non
si può riformare: lo si può solo rifiutare finché non si ha la forza per
distruggerlo.
Riceviamo e diffondiamo:
UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER LA MILITARIZZAZIONE ECONOMICA
Da pochi giorni il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento
Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027. Si tratta in soldoni
dell’aspetto programmatico del comparto bellico italiano. La propaganda del
Ministero definisce la Difesa come “volano per innovazione e sviluppo”.
Dietro il linguaggio tecnico, si nasconde un piano di espansione strutturale
dell’apparato militare: il Ministero si presenta come “motore industriale” del
Paese, giustificando l’aumento delle spese con ricadute su occupazione e
tecnologia.
L’Italia ha aderito alla nuova linea NATO, che prevede di raggiungere per tutti
gli Stati membri il 5% delle spese militari così spartito: 3,5% del PIL in spese
militari propriamente dette e all’1,5% per la sicurezza o le infrastrutture
(vedasi Ponte sullo Stretto, che collegherebbe il confine sud della NATO – la
Sicilia, il Muos etc – con il continente).
Un livello di spesa potenzialmente superiore a quello del periodo della Guerra
Fredda.
La Legge di Bilancio 2025-2027 prevede 35,094 miliardi di euro in 15 anni per:
* 22,5 miliardi dal Fondo investimenti della Difesa;
* 12,6 miliardi dal Ministero delle Imprese (MIMIT).
Gli investimenti coprono ogni settore:
* Terrestre: nuovi mezzi corazzati, artiglieria, droni armati.
* Aereo: caccia di sesta generazione, sistemi missilistici, capacità “Extended
Strike”.
* Navale: navi d’attacco, sommergibili, droni subacquei.
* Cyber e spazio: intelligence digitale, satelliti militari, “Space Domain
Awareness”.
Di più. L’Italia con la Legge di Bilancio 2025 stanzia 50milioni per la
ristrutturazione di tre stabilimenti militari situati a Baiano di Spoleto,
Fontana Liri e Capua, gestiti direttamente dall’Agenzia Industrie Difesa.
L’obiettivo è aumentare la produzione di componenti critici come la
nitroglicerina e la nitrocellulosa, necessari per munizioni di medio calibro,
riducendo così la dipendenza dalle forniture estere e rafforzando l’autonomia
produttiva nazionale.
Ancora più forte appare la saldatura tra Università e Guerra con il Piano
Nazionale della Ricerca Militare – PNRM.
La guerra futura, che intreccia militare, civile ed economia, è in realtà la
guerra odierna. L’Italia è attualmente impegnata in 43 missioni militari (nel
solo anno 2025), con più di 12mila soldati utilizzati. La guerra odierna è anche
– e forse soprattutto – guerra interna. Come diceva Simone Weil: “Il grande
errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è di
considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di
tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.”
Una parte cruciale del DPP è dedicata alla cosiddetta “funzione sicurezza del
territorio”, che affida ai Carabinieri un ruolo centrale nel processo di
militarizzazione interna. Soldi per nuove assunzioni, soldi per ammodernamento
delle caserme, soldi per nuove armi.
Tra le misure previste:
* Acquisizione di elicotteri, droni e veicoli tattici con uso duale (militare e
civile).
* Sistemi di sorveglianza digitale e cyber-investigazione (deep web,
criptovalute, digital forensics).
* Estensione dell’uso del taser e di armi “non letali” a livelli ordinativi
sempre più bassi.
* Ruolo crescente nello “Stability Policing”: attività di controllo sociale e
gestione di crisi anche in territorio nazionale.
Questo spostamento funzionale rafforza il ruolo dei Carabinieri come parte
integrante della difesa militare, abbattendo ulteriormente il confine tra
sicurezza civile e logica bellica.
La militarizzazione non si limita più al piano geopolitico, ma penetra nelle
città, nei sistemi informativi e nella gestione dell’ordine pubblico, preparando
la società a un modello di sicurezza permanente in tempi di guerra totale.
https://controguerra.noblogs.org/post/2025/11/12/la-guerra-e-in-casa-nostra/
Riceviamo e diffondiamo:
Gaza è Rio de Janeiro. Gaza è il mondo intero.
30 Ottobre 2025
Di Raúl Zibechi (traduzione Nodo Solidale)
Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore che ci provoca il
massacro di oltre 130 giovani neri, poveri, uccisi dalla polizia di Rio de
Janeiro, con la scusa di combattere il narcotraffico.
Si è trattato di un’operazione di guerra urbana in cui il governo dello Stato ha
mobilitato 2.500 poliziotti in assetto da guerra, oltre a blindati ed elicotteri
per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemao nella zona nord della
città, un’area con un’alta concentrazione di popolazione povera. Si tratta di
due complessi di favelas che superano i 150.000 abitanti, con un’enorme densità
di popolazione.
Il governo di Rio ha dichiarato che ci sono stati 60 morti, ma la popolazione
delle favelas ha portato nelle piazze più di 50 corpi che non figuravano nel
conteggio ufficiale, lasciando il dubbio su quanti siano stati uccisi. Finora il
numero supera i 120.
Le reazioni non si sono fatte attendere, dalle organizzazioni per i diritti
umani alle Nazioni Unite, che si sono dette “inorridite” dal massacro. Al di là
dei dati, ci sono fatti rilevanti.
Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui devono guardarsi i popoli e
le persone oppresse del mondo. Per chi sta in alto, si apre un periodo di caccia
indiscriminata alla popolazione “in esubero”, perché hanno la garanzia
dell’impunità. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Può essere Quito, San
Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o Wall Mapu; la montagna di
Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo
che uccide per accumulare sempre più rapidamente.
Dicono narcotrafficanti con la stessa indifferenza con cui dicono palestinesi,
mapuche o maya. Sono solo scuse. Argomenti per le classi medie urbane. Ma la
storia recente ci mostra che quello che stanno facendo è creare laboratori per
il genocidio.
Nel tranquillo Ecuador, quando i popoli indigeni li hanno sconfitti nella
rivolta del 2019, hanno reagito liberando i più feroci criminali nelle carceri
trasformate in luoghi di sterminio, dove i media mostravano i detenuti che
giocavano a calcio con la testa di un decapitato.
Nel Cauca, l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga
hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che
resistono e non si arrendono, rendendo la regione la più violenta di un paese
già di suo violento.
Nel territorio mapuche, sia in Cile che in Argentina, i poteri forti hanno
deciso che coloro che non si arrendono devono essere definiti “terroristi”, con
il risultato che oggi ci sono più prigionieri mapuche che sotto le dittature di
Pinochet e Videla.
In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e i governi non vogliono
farcelo vedere, mascherando la violenza con discorsi che ne sottolineano solo la
complicità. La violenza sistematica in Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere
motivo di scandalo.
A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narco non è uno Stato
parallelo, ma lo Stato realmente esistente. Compresi tutti i governatori degli
ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori mafiosi, deputati e
consiglieri comunali che costituiscono un potere ereditato dagli squadroni della
morte della dittatura militare.
Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere
che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire
che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e
dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli,
perché nessuno lo farà per noi.
Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando. Piangiamo quei giovani uccisi a
Rio, quei corpi distesi sull’asfalto.
Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e in torrenti di
ribellione.
https://nodosolidale.noblogs.org/2025/10/30/gaza-e-rio-de-janeiro-gaza-e-il-mondo-intero/
Riceviamo e diffondiamo un contributo prezioso come pochi: la traduzione della
testimonianza di un palestinese che vive in Cisgiordania. Se non contiene
particolari elementi di novità per chi già conosce la situazione, non fa poca
differenza la precisione con cui viene descritta l’architettura incrementale
dell’occupazione e dell’apartheid e la sobrietà con cui emergono l’incrollabile
sumud degli oppressi palestinesi e l’incoercibile solidarietà al loro interno.
Nell’augurare loro buona lettura, siamo certi che lo sguardo di molti nostri
lettori e lettrici su quella terra non sarà più esattamente lo stesso. O almeno,
è quello che è capitato a noi leggendo.
Qui in pdf: TestimonianzaCisgiordania
Riportiamo, con un po’ di ritardo dovuto ai tempi di traduzione, una breve
testimonianza e descrizione di quello che sta/stava succedendo in Cisgiordania,
all’ 8 ottobre 2025 (ad oggi la situazione potrebbe essere peggiorata e i numeri
presenti nel testo potrebbero risultare inesatti). Questo contributo è
l’esperienza diretta di un palestinese che vive quei territori e l’occupazione
sionista sulla sua pelle da tutta la vita, vedendone l’evoluzione e i
cambiamenti. Se a Gaza la mira delle potenze sioniste è di eliminare Gaza, la
sua popolazione e la sua memoria, poco più a nord in Cisgiordania l’occupazione
israeliana avanza inesorabile, con la presa di sempre più terre da parte dei
coloni israeliani e con la riduzione sempre maggiore degli spazi di agibilità e
mobilità palestinesi.
Non sentiamo la necessità di aggiungere un commento al testo, se non ribadire la
nostra totale solidarietà al popolo palestinese che lotta per la sua liberazione
e l’intento di dare spazio alle voci palestinesi che arrivano direttamente da
quei territori e che molto spesso non giungono fino a noi.
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La superiorità “razziale” ebraico-israeliana e la persecuzione dei palestinesi
in Cisgiordania durante la guerra di genocidio e la pulizia etnica
Dalle colline di Ramallah, la sera potevamo vedere le luci di Yafa, se il tempo
era sereno potevamo vedere il mare. Abbiamo sempre detto che un giorno saremmo
riusciti a raggiungere il mare. Ma ad oggi, dopo due anni di guerra genocida,
non possiamo più stare sulle colline.
I Coloni e i gruppi estremisti come i “giovani delle colline” e “la terra
promessa”, a volte indossando magliette con la scritta “la mia terra è ovunque
posso occupare”, impediscono a chiunque di raggiungere le colline, usando le
armi che gli sono state distribuite dal Ministro della Sicurezza Nazionale,
Ben-Gvir.
La possibilità di vedere il mare ci è stata negata.
Negli ultimi due anni, Ben-Gvir ha distribuito 40 mila armi ai coloni che vivono
sulle colline della Cisgiordania. Ha distribuito centinaia di veicoli a quattro
ruote motrici per facilitare il loro accesso ai terreni montuosi, che sono stati
confiscati dello Stato sionista, e ha finanziato l’installazione di pannelli
solari per ogni loro nuovo insediamento.
I coloni occupano la terra, le fonti d’acqua e i pozzi artesiani. Hanno rubato
il bestiame e i trattori agricoli delle comunità beduine, distruggendo le loro
case, espellendoli dalle loro terre e fondando insediamenti al loro posto.
I villaggi palestinesi sono stati attaccati da coloni sotto la protezione
dell’esercito dell’occupazione israeliano. Case, auto e campi sono stati
bruciati e alberi sono stati sradicati, come è successo a Turmus Ayya,
al-Mughayyir, Khirbo Abu Falah, Huwara e Qaryut e a Kafar Malik, a 15 km da
Ramallah, dove si trova il pozzo principale che fornisce il 40% dell’acqua
necessaria alla città di Ramallah e al-Bireh. Lì, i coloni hanno sequestrato la
fonte d’acqua e l’hanno trasformata in una piscina e in un luogo dove lavare il
loro bestiame. Questi avvenimenti sono stati ripetuti in altri villaggi e
province, in contemporanea alla pulizia etnica e alle scene di genocidio e
uccisioni trasmesse in diretta al mondo intero.
Il campo profughi1 di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, sta venendo
silenziosamente sgomberato: oltre 100 famiglie hanno perso le loro case; le
infrastrutture fognarie, elettriche e idriche sono state distrutte così che
tante persone hanno perso i loro mezzi di sussistenza di base. La situazione non
è diversa nei campi profughi di Nur Shams e di Tulkarem, nella provincia di
Tulkarem. I campi profughi sono stati divisi, le strade sono state distrutte e,
nel nord, stiamo assistendo a un’ondata di sfollamenti dai tre campi verso i
centri delle due città.
Con il sostegno legale e politico del governo dell’occupazione sionista, le
norme che regolano l’uso di armi da fuoco sono state modificate e ulteriore
protezione è garantita ai coloni che commettono omicidi contro i palestinesi.
Ciò consente l’uso letale di proiettili (n.d.t. ossia non più di gomma) contro i
palestinesi, anche senza “giustificazione”. Ciò fornisce un chiaro riflesso
nella profondità del disprezzo dello Stato Occupante per le vite dei palestinesi
e costituisce un elemento fondamentale della struttura che consente a Israele di
continuare a esercitare il suo controllo violento su milioni di palestinesi.
Oltre 14 milioni di persone vivono nelle terre tra il fiume Giordano e il Mar
Mediterraneo, circa la metà delle quali sono israeliane e l’altra metà
palestinesi. La percezione prevalente – nella sfera pubblica e giudiziaria,
politica, mediatica e dei giornali – è che queste terre siano divise dalla Linea
Verde: la prima metà si trova all’interno dei confini sovrani di Israele, è
democratica e stabile e ospita circa nove milioni di persone “tutti cittadini
israeliani”; la seconda metà si trova nei territori occupati da Israele nel
1967, il cui status definitivo dovrebbe essere determinato in futuri negoziati
tra le due parti.
Circa cinque milioni di palestinesi vivono in queste aree sotto occupazione
militare temporanea.
Tuttavia, questa definizione è diventata sempre più irrilevante nel corso degli
anni. Ignora il fatto che questa situazione persiste da oltre settant’anni,
ossia praticamente dalla fondazione dello Stato di Israele, ma non tiene conto
delle centinaia di migliaia di coloni ebrei residenti in Cisgiordania, il cui
numero è aumentato drasticamente in questi due anni trascorsi dall’inizio della
guerra di sterminio. Ma, cosa ancora più importante, questa distinzione ignora
la realtà di un unico principio del governo applicato in tutto il territorio che
si estende tra il fiume Giordano e il Mediterraneo: il rafforzamento e la
perpetuazione della supremazia di un gruppo di persone – gli ebrei israeliani –
su un altro – i palestinesi. Tutto ciò porta alla conclusione che non si tratta
di due sistemi paralleli che operano casualmente secondo lo stesso principio, ma
un sistema unico che governa l’intero territorio, controllando tutte le persone
che vi risiedono e operando secondo il principio del governo israiliano.
Dall’inizio di questa guerra sono state registrate 1.048 uccisioni in
Cisgiordania, di cui 260 bambini.
Il sionismo non si è accontentato di questo. Il controllo coloniale basato
sull’isolamento e la sottomissione, ha trasformato il territorio palestinese in
un arcipelago di isole separate, come se fossero “cantoni” chiusi, separati da
cancelli di ferro, soggetti all’autorità assoluta dell’occupante. Migliaia di
palestinesi sono stati e sono costretti ogni giorno a percorrere strade
alternative, spesso sterrate, casuali e rischiose che a volte non esistono
neanche. Queste chiusure delle strade ostacolano l’attività economica e
l’accesso ai servizi sanitari e educativi, aumentano l’isolamento delle aree
rurali e trasformano il semplice spostamento in un viaggio di sofferenza
sistematica.
Alla luce di questa realtà, le porte di ferro installate dallo stato Israeliano
lungo le strade palestinesi, sono un chiaro simbolo di punizione collettiva e
parte di una politica più ampia, il cui obiettivo è: frammentare il tessuto
sociale palestinese, spezzarne l’autodeterminazione e radicare la realtà
dell’apartheid sul territorio.
Secondo un rapporto pubblicato dalla Commissione per la Resistenza contro il
muro dell’apartheid, nel settembre 2025, il numero totale di posti di blocco
militari e cancelli di ferro installati dall’esercito di occupazione in
Cisgiordania ha raggiunto quota 910, di cui installati 83 dall’inizio del 2025.
Mentre 247 cancelli di ferro sono stati installati dopo il 7 ottobre 2023.
D’altra parte, in un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il
Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati del 20
marzo 2025, intitolato “Ultimo Aggiornamento Umanitario n. 274” | riguardo alla
Cisgiordania dichiara: “Attualmente, ci sono 849 ostacoli che controllano,
limitano e monitorano il movimento dei palestinesi in modo permanente e
intermittente in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e l’area di Al Khalil
(Hebron) controllata da Israele”.
Un’indagine rapida condotta dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il
Coordinamento degli Affari Umanitari a gennaio e febbraio 2025 ha rilevato che
nei tre mesi precedenti erano sono stati messi 36 nuovi ostacoli al movimento,
la maggior parte dei quali installati in seguito all’annuncio di un cessate il
fuoco a Gaza a metà gennaio 2025, ostacolando ulteriormente l’accesso dei
palestinesi ai servizi essenziali e ai luoghi di lavoro. Sono state documentate
ulteriori chiusure, che si ritiene siano state messe nel 2024.
Vale la pena notare che fino ad oggi sono stati installati in totale 29 nuovi
varchi stradali in tutta la Cisgiordania. Sono stati costruiti sia nuovi varchi
di chiusura a sé stanti che varchi aggiuntivi nei posti di blocco già esistenti,
portando il numero totale di varchi stradali aperti o chiusi in Cisgiordania a
288, costituendo un terzo degli ostacoli al movimento. Di questi, circa il 60%
(172 su 288) viene chiuso frequentemente.
Oltre all’aumento del numero di ostacoli installati, l’aumento del controllo
sulla circolazione ha portato interruzioni della circolazione per lunghi
periodi, chiusure delle strade principali che collegano i centri abitati in
Cisgiordania e un aumento del numero di varchi chiusi frequentemente. In totale,
gli ostacoli includono 94 checkpoint con militari 24 ore su 24, 7 giorni su 7;
153 posti di blocco (con militari non sempre presenti) di cui 45 sono spesso
chiusi, 205 cancelli stradali di cui 127 spesso chiusi, 101 posti di blocco
costruiti con muri di terra e fossati, 180 fatti con cumuli di sacchi terra e
116 ostacoli di altro tipo posti lungo la strada2. Questi dati non includono i
check-point lungo la Linea Verde e altre modalità di restrizione, come la
chiusura del campo profughi di Jenin agli abitanti che vi facevano ritorno dopo
lavoro e le segnalazioni di alcune aree come zone militari chiuse – che non sono
sempre caratterizzate da barriere fisiche.
Settantasette prigionieri palestinesi sono martiri a causa delle torture nelle
carceri israeliane in Cisgiordania, mentre sono stati registrati circa 20.000
arresti dall’inizio della guerra di sterminio due anni fa. I prigionieri sono
stati privati del sonno e torturati nelle loro celle. Sono state negate loro le
visite. I pasti sono stati limitati a un singolo pasto al giorno a malapena
sufficiente per sopravvivere. Sono stati privati delle loro coperte e dei loro
vestiti in inverno. Malattie della pelle si sono diffuse tra i prigionieri a
causa del divieto di lavarsi e di pulire la loro cella. È stato inoltre negato
loro qualsiasi tipo di assistenza medica durante la prigionia.
Lo Stato sionista però non si è fermato a queste vessazioni. Considerando che la
maggior parte dei terreni agricoli si trova nell’Area C, ai palestinesi è stato
vietato raccogliere i frutti dei loro alberi e qualsiasi tipo di prodotto delle
loro terre. È stato negato l’accesso all’acqua.
I campi coltivati sono stati bruciati e, in alcuni casi, i coloni hanno liberato
le loro pecore e mucche per distruggere i raccolti. Le serre che un tempo si
estendevano nelle pianure di Tubas, Salfit e nella valle settentrionale del
Giordano sono state demolite. Gli agricoltori sono stati fucilati, arrestati e
maltrattati.
E nonostante ciò Israele non si è accontentato, difatti ha anche impedito alla
cassa del Tesoro dell’Autorità Nazionale Palestinese di pagare i dipendenti
pubblici, che non ricevono i loro stipendi da almeno nove mesi.
Alla luce di tutto ciò, i palestinesi non hanno smesso di riunirsi in gran
numero per andare nei loro campi per proteggersi a vicenda. I giovani dei
villaggi vicini spesso partecipano alla difesa del villaggio preso di mira dai
coloni dopo aver sentito la chiamata dagli altoparlanti della moschea. I
palestinesi si spostano tra villaggi, campi e città in gruppi per proteggersi a
vicenda dagli attacchi dei coloni. Hanno inventato vari meccanismi di
comunicazione, inclusi i gruppi Telegram che fornivano notizie di strada in
tempo reale.
La partecipazione ai gruppi Telegram è diventata, tuttavia, motivo di percosse e
accuse se viene scoperto dell’esercito.
Tutta la comunità si mobilita per trovare cibo, alloggio e vestiti. Nessuno
proveniente dai campi demoliti nella Cisgiordania settentrionale rimane senza un
pezzo di pane o senza un riparo. Nonostante le ripetute incursioni
dell’esercito, i palestinesi non hanno smesso di mandare i figli a scuola ogni
giorno, né hanno impedito loro di svolgere le loro attività quotidiane. Un
esempio: il villaggio beduino di Al-Araqib è stato demolito 200 volte e 200
volte ricostruito.
Dei palestinesi rapiti dall’esercito che vengono rilasciati lontano dai loro
villaggi per essere torturati, nessuno si trova a dormire senza un riparo, per
il senso di comunità e solidarietà tra la gente palestinese.
I giovani nei villaggi, nelle città e nei campi profughi non hanno altro che
pietre per affrontare la repressione dell’occupazione in Cisgiordania, che viene
perpetrata con una forza letale. Nessun scontro con l’occupazione avviene senza
caduti e feriti. Il nostro obiettivo ora è rimanere nella nostra terra,
nonostante la corruzione politica delle autorità al potere in Cisgiordania, che
a volte partecipa alla repressione delle proteste, perchè nonostante il loro
controllo sulle risorse governative, la loro preoccupazione principale è
diventata la salvaguardia dei loro interessi materiali, che sono legati
all’esistenza dell’occupazione sionista stessa.
1N.d.T: I dispositivi che regolano la libertà di movimento dei/delle palestinesi
in Cisgiordania hanno varie forme. Quando si parla di ostacoli, oltre ad
immaginarsi veri e propri checkpoint, bisogna immaginarsi anche sacchi di terra,
barriere in cemento, dossi (anche chiodati) posti lungo le strade percorribili
con i mezzi, che inevitabilmente rallentano o impediscono gli spostamenti. Per
chiusura totale o parziale, inoltre si intende, che è impossibile attraversare
il posto di blocco e che a destinazione non si arriva.
2 Quando si parla di campi profughi, non bisogna immaginarsi una distesa di
tende, ma agglomerati di case e palazzine, strade e vicoli – dei veri e propri
villaggi che vengono comunque nominati come campi profughi perché creati e
costruiti laddove si stabilirono i palestinesi dislocati dalle loro case a cui
gli è stato impedito di ritornare durante e dopo la Nakba.
Segnaliamo questo articolo che contiene un’utile sintesi sull’impiego
dell’Intelligenza Artificiale nel genocidio in corso a Gaza, e sull’impatto che
il primo sterminio algoritmico della storia sta avendo e avrà sui complessi
scientifico-militar-industriali in guerra fra loro (e tutti insieme in guerra
contro il vivente). Illusorio e fuorviante auspicare che tale sviluppo possa
essere normato. Solo i palestinizzabili del mondo intero possono sabotare i
mezzi della disumanità, grazie alla consapevolezza che la propria incarcerazione
tecnologica può trasformarsi in annientamento automatizzato: il quadrante dei
comandi è lo stesso.
https://codice-rosso.net/laboratorio-gaza-intelligenza-artificiale-principale-arma-di-distruzione-di-massa-esercito-israeliano/
Riceviamo e diffondiamo:
Qui il pdf: Genocidio riorganizzatore
Il genocidio riorganizzatore e la lunga storia dell’internazionalismo
autoritario
Lo sterminio delle popolazioni maya in Guatemala negli anni Settanta e Ottanta
dimostra come l’internazionalismo autoritario come complicità genocida in chiave
di riorganizzazione territoriale e integrazione di complessi
scientifici-militari-industriail non sia affatto una novità, ma abbia una lunga
ed atroce storia. Sotto le dittature di Lucas Garcia (1978-82) e Ríos Montt
(1982-83), lo Stato guatemalteco, con il supporto tecnico-militare di Israele,
Stati Uniti e Taiwan, perpetrò un atroce genocidio contro le popolazioni
originarie, in particolare i Maya Ixil, con l’uso sistematico di napalm, tortura
e sparizioni. Durante la sanguinosa guerra civile, l’esercito, in risposta al
noto concetto maoista secondo cui “la guerriglia, sostenuta dal popolo, si muove
al suo interno come un pesce nell’acqua”, mise in pratica la strategia del
“togliere l’acqua al pesce”, ovvero distruggere individui e comunità per
annientare il sostegno popolare alla resistenza e spopolare vaste aree di terra
da depredare. È così che lo Stato razzista pianificò eseguì e giustificò uno dei
genocidi più crudeli e impuniti dell’America Latina, provocando 200mila morti,
di cui 130mila nel corso della sola operazione “terra bruciata”, un milione e
mezzo di sfollati, 150mila rifugiati in Messico, 50mila desaparecidos. I maya
come palestinesi ante litteram, potremmo senz’altro dire.
Forse la cifra più significativa della contemporaneità è il fatto che la
categoria di nemico interno si sia estesa a situazioni di bassa conflittualità
reale, per assumere alle nostre latitudini un carattere sostanzialmente
preventivo contro quella “acqua” che non è rappresentata tanto (lo è ancora a
Gaza e altrove) da una tenace resistenza popolare, quanto da quella parte di
popolazione che è “eccedente”, “sovrannumeraria”, rispetto alle logiche della
produzione, del consumo, della valorizzazione finanziaria e dunque, per la sua
semplice esistenza, d’intralcio all’ordine del tecno-capitalismo. Un’umanità
inutile per il capitale, o forse utile semplicemente per sperimentare sulla sua
pelle svariate innovazioni tecnologiche per poi essere eliminata in caso di
problemi, magari con gli stessi strumenti di sterminio automatizzati per il cui
affinamento è stata cavia. Così si può comprendere l’estensione indeterminata
del concetto di terrorismo, in quanto arma del Terrore degli Stati. Un’arma
materiale e culturale applicata per difendere gli interessi di apparati
scientifici-militari-industriali integrati, come dimostra in maniera emblematica
il processo contro la resistenza palestinese, contro Anan, Alì, Mansour, portato
avanti dalla DNAA a l’Aquila su mandato di Israele.
Per questo è utile la lettura di una parte del seguente testo, che descrive il
coinvolgimento di Israele nella politica della “terra bruciata” in Guatemala,
sostenendo che le pratiche di tortura e genocidio attualmente osservate in
Palestina sono parte integrante della guerra tecno-capitalista.
Israele e la terra bruciata in Guatemala
A proposito dell’attuale campagna genocida condotta dal complesso
militare-industrialei israeliano a Gaza, che secondo le parole della relatrice
delle Nazioni Unite Francesca Albanese è destinata a diventare il “più grande
atto di pulizia etnica nella storia di questa terra tormentata” (Democracy Now,
2023), dall’America Latina è doveroso denunciare la razionalità storica del
“genocidio riorganizzatore”ii (Feierstein, 2007) perpetrato dallo Stato sionista
di Israele. Una razionalità che ha segnato momenti atroci della storia recente
della nostra regione e in cui il complesso militare-industriale israeliano ha
avuto un peso significativo, come nel caso dell’esportazione di armi ai governi
militari del Cile (Pérez, Triana, 2023). In questo testo approfondiremo i
profondi legami di Israele con il genocidio più atroce della storia recente del
subcontinente: la politica della terra bruciata in Guatemala, evento in cui
settori dell’estrema destra di quel paese hanno utilizzato espressioni come la
“palestinizzazione dei ribelli indigeni Maya” (Black, 2007; Schivone, 2017).
La lunga guerra civile guatemalteca scatenata da una serie di colpi di Stato
militari di destra sostenuti dalla Central Intelligence Agency (CIA) ha vissuto
i suoi anni più crudeli alla fine degli anni ’70 e nella prima metà degli anni
’80. I livelli di crudeltà umana portarono persino alla congestione del governo
statunitense, che portò l’amministrazione Carter a cessare formalmente gli aiuti
militari al Guatemala nel 1977 (Carmon, 2012). Questo lavarsi le mani da parte
degli Stati Uniti non limitò in realtà il sostegno militare alle dittature
guatemalteche. I funzionari statunitensi che sostenevano le dottrine
“anticomuniste” e le campagne dittatoriali della strategia continentale di
“sicurezza nazionale” erano contrari alla cessazione degli aiuti militari al
Guatemala e cercarono di colmare questo vuoto “incoraggiando le attività
israeliane come mezzo per integrare l’assistenza statunitense ai governi amici
in materia di sicurezza” (Taubman, 1983). Sfruttando le buone relazioni
diplomatiche esistenti tra Guatemala e Israele, derivanti dal fatto che “il
Paese centroamericano è stato il secondo al mondo, dopo gli Stati Uniti, a
riconoscere l’esistenza di uno Stato ebraico nel territorio di quella che
all’epoca era conosciuta come Palestina, il 14 maggio 1948” (Wallace, 2017), si
favorì un coinvolgimento militare israeliano in America Centrale, proprio a
partire dal 1977, anno in cui “i presidenti Laugerud García del Guatemala ed
Ephraim Katzir di Israele hanno firmato un accordo di supporto militare”
(Movimento BDS, 2020).
Il supporto militare israeliano allo Stato dittatoriale guatemalteco comportò
“principalmente la vendita di armi, l’addestramento militare e la consulenza
nelle operazioni di intelligence” (Taubman, 1983), per cui vennero forniti
all’esercito guatemalteco i famosi fucili automatici UZI, “11 aerei IAI Arawa,
10 blindati RBY-MK, 15mila fucili Galil, centinaia di mortai da 81 mm, bazooka,
lanciagranate, tre guardacoste Dabur, un sistema di trasmissioni tattiche, un
circuito radar e 120 tonnellate di munizioni” (Movimento BDS, 2020); venne
costruita una fabbrica di armi nella provincia di Alta Verapaz da parte
dell’azienda israeliana Eagle Military Gear Overseas (EMGO); si implementò
l’addestramento operativo, sia in Israele che in Guatemala, con la fondazione
della Scuola di Trasmissioni ed Elettronica dell’Esercito “progettata e
finanziata da Israele in Guatemala e inaugurata da Benedicto Lucas García, per
addestrare i militari guatemaltechi all’uso delle cosiddette tecnologie di
controinsurrezione” (Ibid, 2020).
Israele giustificò la propria presenza in Guatemala con la scusa
dell’anticomunismo e dell’espansione del proprio mercato di armi (Carmon, 2012).
Tra le aziende militari israeliane legate al terrorismo di Stato in Guatemala,
possiamo citare la società di sicurezza Sistemas Internacionales de Seguridad y
Defensa (ISDS), che ha venduto al governo del Paese centroamericano corsi di
“terrorismo selettivo” (Cortés-Gálan et al., 2019). Cortés Galán, Mantovani e
Santa Cruz sottolineano che:
“(…) l’ISDS si è specializzata negli interrogatori e nella sorveglianza dei
prigionieri in America Latina. Nel contesto delle dittature in cui ha operato
l’ISDS, l’azienda israeliana è collegata alle pratiche diffuse di tortura e
detenzione illegale. (…) Secondo Carl Fehlandt, ex trafficante d’armi dell’ISDS
in Guatemala tra il 1982 e il 1986, ‘il governo israeliano controlla l’ISDS e
chi comanda è il Ministro della Difesa’.” (Cortés- Galán et al., 2019).
L’addestramento israeliano era così approfondito che nel 1982 il militare
golpista Efraín Ríos Montt dichiarò in un’intervista alla ABC News che “i
soldati israeliani sono il modello dei nostri soldati”, sottolineando che il
loro successo militare era dovuto al fatto che “i nostri soldati sono stati
addestrati dagli israeliani” (Carmon, 2012). Esistono persino prove che i
consulenti militari israeliani abbiano influenzato il colpo di Stato militare
che portò Ríos Montt alla presidenza nel 1982 (Movimento BDS, 2020).
In questo contesto, nel 1974 è stato creato il corpo d’élite antisovversivo
Kaibil, caratterizzato da crudeltà e perdita di ogni umanità, che descrive i
propri membri come “macchine per uccidere”. Queste forze, secondo il documento
“Memoria del silenzio” (elaborato dalla Commissione per il chiarimento storico
guatemalteca), hanno commesso il 93% dei crimini durante gli ultimi 20 anni di
guerra (Hernández, 2023) e oggi, secondo le rivelazioni di Guacamaya Leaks,
addestrano gruppi di sicari della criminalità organizzata in Messico (Camacho,
2022; Pachico, 2012).
Il ruolo storico dell’amministrazione di Ríos Montt passerà alla storia per aver
perpetrato un genocidio e crimini contro l’umanità con la sua politica della
“terra bruciata” attuata attraverso i piani “Operazione Sofia”, “Victoria 82” e
“Fucili e fagioli”. Tramite queste strategie, la popolazione maya del Paese
iniziò ad essere classificata come “nemico interno sospetto”iii dello Stato
dittatoriale. Queste strategie venivano apertamente descritte con l’espressione
“palestinizzazione della popolazione maya ribelle” (Black, 2007; Schivone,
2017).
L’attuazione di tali piani “ha provocato morti, violenze, sfollamenti,
persecuzioni, bombardamenti e sottomissione distruzione del gruppo etnico Maya
Ixil”iv (Azevedo, 2016). In modo sistematico, sono stati commessi massacri nei
villaggi delle popolazioni indigene, giustificati con la logica
controinsurrezionale del “togliere l’acqua al pesce”v, durante i quali sono
state trovate prove del sostegno israeliano, come nel caso del massacro di Dos
Erres nel Petén, in cui durante un’esumazione ordinata dal tribunale, gli
investigatori che lavoravano per la Commissione per la Verità del 1999 hanno
citato quanto segue nella loro relazione forense: “Tutte le prove balistiche
recuperate corrispondevano a frammenti di proiettili di armi da fuoco e capsule
di fucili Galil, fabbricati in Israele” (Movimento BDS, 2020).
Secondo le stime del rapporto della Commissione per il Chiarimento Storico del
Guatemala (CEH), questa politica ha causato la morte di 200.000 esseri umani, di
cui circa l’83% erano Maya, motivo per cui è stata classificata come genocidio.
Al contempo, i sopravvissuti sono fuggiti in Messico o sono stati trasferiti in
villaggi strategici chiamati “villaggi modello”, dove sono stati indottrinati
con un’ideologia anticomunista e predicazioni evangelichevi. Alcuni territori
svuotati dalla terra bruciata sono diventati zone di concessioni petrolifere,
dove i militari esercitano un grande potere decisionale. Aviva Chomsky
sottolinea che la distribuzione delle terre tra generali e compagnie petrolifere
è talmente rilevante che un distretto dell’Alta Verapaz, destinato
all’estrazione di petrolio, è persino denominato “l’area dei generali” (Chosmky,
2021), il che permette di inferire un legame tra anticomunismo, razzismo e
l’attuazione di un modello capitalista militarista alimentato dal terrore, dal
genocidio riorganizzatore.
Oggi, le relazioni diplomatiche del Guatemala con lo Stato di Israele sono molto
solide, con la firma dell’accordo di libero scambio tra i due paesi nel 2022 e
il trasferimento dell’ambasciata guatemalteca a Gerusalemme nel 2018 (due giorni
dopo gli Stati Uniti). La promozione del mercato degli armamenti israeliano
continua a destare preoccupazione con la firma di questi accordi di libero
mercato, così come la sua presenza simbolica nella “guerra culturale” che si sta
combattendo contro le cosmovisioni Maya in questo paese. […]
Alberto Hidalgo
[2023]
iSistema o insieme di organizzazioni, imprese ed enti correlati che attuano
produzione, sviluppo e gestione in ambito militare, il che include la
fabbricazione di armi, attrezzature militari, tecniche di guerra, nonché la
ricerca e lo sviluppo nel campo della difesa e della sicurezza nazionale.
iiFeierstein utilizza il concetto di genocidio riorganizzatore poiché sostiene
che esso non ha solo lo scopo di distruggere i corpi di una comunità definita
come “l’altro – il nemico”, ma cerca anche di distruggere le relazioni sociali e
spaziali per imporre un nuovo ordine o modello di territorialità secondo gli
obiettivi del perpetratore, in questo caso l’occupazione illegale del territorio
palestinese.
iiiAlfred Kaltschmitt, ex funzionario pubblico durante l’amministrazione Montt,
in un’intervista per il film “El buen cristiano” sottolinea che “le cellule
(guerrigliere) composte da famiglie trasformavano giovani e bambini in
combattenti, quindi non si faceva distinzione tra combattenti e non
combattenti”, un concetto che ha scatenato l’uccisione indiscriminata. (Acevedo,
2016)
ivTestimonianza del procuratore per i diritti umani del Ministero pubblico del
Guatemala Orlando López durante il processo per genocidio contro il generale
Ríos Montt. (Acevedo, 2016)
vMetafora utilizzata dalla controinsurrezione per alludere al fatto che
consideravano i guerriglieri come pesci e le popolazioni indigene come l’acqua
in cui si rifugiavano.
vi La Prensa Comunitaria Km 169 sottolinea che in questi villaggi costruiti
dall’esercito «ad ogni angolo c’era un palo con altoparlanti attraverso i quali,
24 ore su 24, si ascoltavano prediche e inni evangelici cristiani“, perché i
villaggi erano stati costruiti con denaro dello Stato e delle chiese evangeliche
statunitensi, con le quali l’allora dittatore Efraín Ríos Montt intratteneva
stretti rapporti” (2019).
Riprendiamo da Invicta
Palestina, https://www.invictapalestina.org/archives/58157
Gaza Inc: dove il genocidio è testato in battaglia e pronto per il mercato
GAZA È DIVENTATA LA VETRINA DI TEL AVIV PER LO STERMINIO PRIVATIZZATO, DOVE
AZIENDE TECNOLOGICHE, MERCENARI E FORNITORI DI AIUTI UMANITARI COLLABORANO IN UN
MODELLO SCALABILE DI GENOCIDIO INDUSTRIALE VENDUTO AGLI ALLEATI IN TUTTO IL
MONDO.
Fonte: English version
Di Aymun Moosavi – 12 settembre 2025
Lo Stato di Occupazione Israeliano ha trasformato la sua guerra contro i
palestinesi in un’Industria di Uccisioni privatizzata. Gaza è il luogo in cui
aziende tecnologiche, mercenari e giganti della consulenza orchestrano
sorveglianza, sfollamenti e Uccisioni di Massa a scopo di lucro. Oltre a essere
una Guerra Coloniale, è anche un prototipo per l’esportazione globale di
Sterminio su scala industriale, riconfezionato come innovazione in materia di
sicurezza. Basato sui dati e incentrato sul profitto, questo modello, testato
oggi sui palestinesi, sarà implementato altrove domani. Un numero crescente di
aziende private opera ora come la mano invisibile del Genocidio. I loro servizi
spaziano dall’identificazione di obiettivi per attacchi aerei all’ingegneria
della Carestia e alla facilitazione degli sfollamenti di massa.
Gaza è il luogo dove il genocidio incontra il capitalismo
Dall’inizio degli anni 2000, le compagnie militari private si sono profondamente
insinuate nell’economia bellica. Aziende come Blackwater (ora Academi) e Dyncorp
International hanno segnato un cambiamento fondamentale, assumendo ruoli
tradizionalmente ricoperti dalle forze armate nazionali.
Inizialmente concentrate sulla sicurezza e sulla logistica in Iraq e
Afghanistan, queste aziende hanno ampliato le loro operazioni, fornendo supporto
operativo e agendo come attori chiave nelle zone di guerra di tutto il mondo,
comprese alcune parti dell’Africa, dello Yemen e di Haiti. L’ironia è evidente:
gli Emirati Arabi Uniti sono diventati un nuovo polo per queste compagnie
militari private, che trovano rifugio nello Stato del Golfo, dove i mercenari
ricevono privilegi speciali dalle autorità locali.
Le aziende private si sono evolute da appaltatori distanti ad agenti di guerra
attivi, operando impunemente. Questo ha gettato le basi per il modello attuale,
in cui il personale non militare influenza i risultati politici senza limiti o
regolamentazioni. Un ulteriore livello di supporto proviene dalle organizzazioni
non profit private. Un recente rapporto rivela come organizzazioni statunitensi
come gli Amici Americani della Giudea e della Samaria e gli Amici di Israele
sfruttino il loro status di esenzione fiscale 501(c)(3) per convogliare
donazioni direttamente alle operazioni militari e agli insediamenti israeliani.
Questi gruppi forniscono attrezzature come droni termici, caschi, giubbotti
antiproiettile e corredi di pronto soccorso a unità come la 646a Brigata
Paracadutisti, anche all’interno di Gaza. Oltre alla logistica, sostengono
Progetti di Insediamento, fanno pressioni per l’annessione della Cisgiordania
Occupata, gestiscono campagne educative per promuovere la sovranità israeliana e
supportano gli sforzi militari in Libano contro Hezbollah.
L’emergere dell’Intelligenza Artificiale ha ampliato la gamma di attori di
guerra accettabili, aprendo nuove e redditizie opportunità nella sorveglianza e
nella raccolta di informazioni. Israele ha abbracciato questo modello, ma lo ha
applicato con agghiacciante precisione. La sua Unità d’élite 8200, il cervello
digitale dello Stato di Occupazione, ha fuso la sorveglianza militare con la
tecnologia aziendale per creare il primo Genocidio al mondo assistito
dall’Intelligenza Artificiale. Strumenti come Lavanda e Vangelo ora analizzano
le comunicazioni palestinesi, utilizzando il riconoscimento dialettale e i
metadati per generare automaticamente Liste di Uccisioni.
Questi strumenti, focalizzati principalmente sui dialetti arabi, sono stati
progettati per monitorare i palestinesi e altre popolazioni di lingua araba.
Aziende come Palantir, Google, Meta e Microsoft Azure avrebbero facilitato
questi progetti, contribuendo allo sviluppo di Lavanda e di altri sistemi di
sorveglianza. Gli Stati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, investono in
aziende tecnologiche di sorveglianza globale che alimentano la Macchina del
Genocidio.
Con i sistemi di Intelligenza Artificiale che decidono chi vive e chi muore, il
confine tra comando militare e algoritmo aziendale è praticamente svanito.
L’infrastruttura stessa dell’Occupazione israeliana, dalla sorveglianza
all’assassinio, è stata esternalizzata, semplificata e venduta.
Dalle armi testate in battaglia all’Apartheid algoritmico
L’economia israeliana si basa sul capitalismo militarizzato. I suoi 14,8
miliardi di dollari (12,6 miliardi di euro) di vendite di armi solo quest’anno
sono sostenuti da una strategia commerciale tanto cinica quanto efficace:
“Testati in Battaglia” sui palestinesi. Un esempio lampante è l’armamento di
Smartshooter, un’azienda israeliana, fornito dall’esercito britannico da giugno
2023 in un accordo da 4,6 milioni di sterline (5,3 milioni di euro). La
tecnologia di Smartshooter è stata utilizzata dall’unità d’élite Maglan e dalla
Brigata Golani dell’Esercito di Occupazione durante l’assalto a Gaza.
Il giornalista Antony Loewenstein, citato da Declassified UK, ha dichiarato:
“Smartshooter è solo una delle tante aziende israeliane che testano le proprie
attrezzature sui palestinesi occupati. È un’attività altamente redditizia e il
Massacro a Gaza non ne rallenta il commercio. Anzi, sta aumentando a causa
dell’attrazione di molte nazioni verso il modello israeliano di sottomissione e
controllo”.
Oggi, il settore delle armi e quello della tecnologia israeliani sono
indistinguibili. Programmi di sorveglianza, Liste di Uccisioni basate
sull’Intelligenza Artificiale e sistemi di puntamento automatizzati sono
confezionati insieme a fucili e droni. La guerra è diventata un laboratorio per
l’innovazione tecnologica, trasformando Gaza in un laboratorio dove si
perfeziona il Genocidio privatizzato. Questa fusione ha permesso a Tel Aviv di
industrializzare la sua Occupazione, creando un sistema modulare di
sottomissione esportabile a livello globale. Quella che è iniziata come la
militarizzazione della tecnologia si è trasformata in qualcosa di molto più
pericoloso: la tecnologizzazione del Genocidio.
Modello israeliano di genocidio
Il Modello Israeliano di Genocidio ha acquirenti internazionali. Un recente
titolo di Haaretz, “Perché il futuro della difesa israeliana risiede in India”,
ha evidenziato i reciproci vantaggi del partenariato di difesa tra Israele e
India. Per Tel Aviv, riduce la dipendenza dall’Occidente, mentre l’India
acquisisce una certa influenza strategica nell’Asia Occidentale. Tra il 2001 e
il 2021, l’India ha importato tecnologia di difesa israeliana per un valore di
4,2 miliardi di dollari (3,6 miliardi di euro), inclusi droni avanzati e
componenti militari.
Più di recente, l’Europa è diventata il principale acquirente di armi di
Israele, arrivando a rappresentare fino al 54% delle esportazioni totali nel
2024. Sulla scia della Brexit e dell’imprevedibilità dell’amministrazione del
Presidente statunitense Donald Trump, la Gran Bretagna, in particolare, ha
rafforzato il coordinamento della difesa con Israele nel tentativo di
riposizionarsi come attore chiave e rilevante in un ordine multipolare. Secondo
alcune fonti, Londra starebbe preparando un accordo da 2,7 miliardi di dollari
(2,3 miliardi di euro) con Elbit Systems, il più grande produttore di armi
israeliano, per addestrare 60.000 soldati britannici all’anno.
Questo rapporto si è approfondito all’inizio di quest’anno, quando è emerso che
un’accademia militare britannica stava addestrando soldati dell’Esercito di
Occupazione, molti dei quali sono stati implicati in Crimini di Guerra durante i
conflitti di Gaza e del Libano. La stessa Elbit fornisce l’85% dei droni
dell’Esercito di Occupazione ed è stata ripetutamente presa di mira dalla
Palestine Action, un’organizzazione non governativa, per il suo ruolo diretto
nei Crimini di Guerra. Londra non solo ha protetto l’azienda, ma ha anche
intensificato le operazioni congiunte.
La Gran Bretagna produce anche il 15% di tutti i componenti dei caccia F-35.
Questi aerei sono stati utilizzati senza sosta nel Genocidio di Gaza, eppure la
loro produzione continua, confermata dai tribunali britannici nonostante le
proteste. Lungi dall’essere neutrale, la Gran Bretagna è parte integrante
dell’Infrastruttura Genocida di Tel Aviv. L’industria delle armi è ormai
diventata un affare globale, che intreccia difesa, tecnologia e oppressione
sistemica. Il Modello Israeliano di Genocidio, che trae profitto direttamente da
questa intersezione, si è diffuso oltre i suoi confini, con alleati
internazionali complici del suo successo.
Aiuti militari, riprogettazione di Gaza
Gli appaltatori privati sono ormai integrati in ogni livello della Macchina
Bellica israeliana, inclusa la sua cinica manipolazione degli aiuti umanitari.
La Fondazione Umanitaria per Gaza, presumibilmente istituita per facilitare gli
aiuti, è stata smascherata per collusione con le Forze di Occupazione,
archiviazione di informazioni e dispiegamento di società di sicurezza private
con zero credenziali umanitarie. Il ruolo delle aziende private si estende ben
oltre la sorveglianza a distanza, infiltrandosi nei meccanismi degli aiuti
umanitari. La Fondazione Umanitaria per Gaza è stata ripetutamente criticata per
aver violato i principi fondamentali della distribuzione degli aiuti, come
l’imparzialità e l’indipendenza. È stata colta a sparare sulla folla, a
raccogliere informazioni e a collaborare con le autorità israeliane,
esternalizzando al contempo società di sicurezza private come Safe Reach
Solutions e UG Solutions, due società di sicurezza private guidate da personale
privo di competenze umanitarie. Recentemente, è stato scoperto che UG Solutions
aveva reclutato membri di una famigerata banda di motociclisti anti-islamici
dagli Stati Uniti. In totale, 2.465 palestinesi sono stati uccisi e oltre 17.948
feriti mentre attendevano gli aiuti umanitari a Gaza, secondo il Ministero della
Sanità di Gaza.
Il problema chiave risiede nel fatto che le aziende private non sono vincolate
dagli stessi parametri etici delle organizzazioni umanitarie tradizionali.
Questa mancanza di regolamentazione consente loro di funzionare come estensioni
dell’Occupazione, promuovendo gli obiettivi di Israele sotto la maschera di
aiuti con scarsa o nessuna responsabilità. Gli aiuti privatizzati non sono
quindi un dettaglio secondario, ma una componente centrale del Modello di
Genocidio Israeliano, che trasforma gli aiuti umanitari in un ulteriore
Strumento di Occupazione.
Terra bruciata
Il piano “Riviera di Gaza” del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la
visione di espulsione di massa del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu
si basano entrambi su una completa rivisitazione di Gaza. Il piano postbellico
di Trump richiede una popolazione disposta a trasformarsi in sudditi di un polo
economico, mentre Netanyahu immagina una terra ripulita dai palestinesi, su cui
poter costruire nuovi insediamenti illegali. A differenza del modello imperiale,
il Modello del Genocidio Israeliano richiede la purificazione di una
popolazione, poiché è più facile, e più efficiente, eliminarla che renderla
servile. Questo rende la privatizzazione di una Gaza postbellica non solo
un’opzione, ma una necessità.
Secondo il Financial Times, il Gruppo di Consulenza di Boston, la società di
consulenza statunitense in parte responsabile della creazione della Fondazione
Umanitaria per Gaza, sarebbe stato incaricato di stimare il costo del
trasferimento di Gaza nell’ambito di un più ampio piano di ricostruzione
postbellica. I rapporti evidenziano anche una maggiore dipendenza dai mercenari
statunitensi per gestire il contesto postbellico e controllare il traffico di
armi, dimostrando come sia il modello imperiale che il Modello Genocida
Israeliano dipendano l’uno dall’altro per sostenersi.
Gli aiuti umanitari sono stati determinanti nella realizzazione di questa
visione. I quattro siti di “distribuzione degli aiuti”, descritti dai funzionari
delle Nazioni Unite come “trappole mortali”, sono diventati zone militarizzate,
costringendo i palestinesi a rifugiarsi in enclave ancora più piccole nel Sud di
Gaza, contribuendo direttamente all’obiettivo di sfollamento di Israele. Questo
non è il futuro della guerra. È il presente. E viene costruito, testato e
venduto a Gaza.
Aymun Moosavi è un’analista politica con un dottorato in Studi sui Conflitti
Internazionali conseguito al King’s College di Londra. Il suo lavoro si
concentra sulla Resistenza e la Liberazione nella Regione dell’Asia Occidentale.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Riceviamo da No Trace Project e segnaliamo:
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