Riprendiamo dal blog https://laviniamarchetti.substack.com questa agghiacciante
inchiesta su l’ennesimo capitolo della distopia che ci viene preparata con
l’intelligenza artificiale. Ovviamente, tra quanti rendono possibile il CARINT
(la sorveglianza attraverso lo spionaggio delle automobili digitali) non può
mancare la Fondazione Bruno Kessler:
https://www.fbk.eu/it/press-releases/5g-veicoli-connessi-a-guida-autonoma-e-assistita-sullautostrada-tra-italia-e-austria-e-tra-austria-e-germania/
Qui la
fonte: https://laviniamarchetti.substack.com/p/la-tua-auto-ti-spia-e-manda-i-dati?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQnltWUJvZEYxUExmQTdMRHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6fv2MQIrnFOwzyYQTdnBTLXJjl07XQ69aUJCdYAi4u2-vzX8e4NzPoxTcMaw_aem_DFip7RGC9Mo-4T1voTuQPg
LA TUA AUTO TI SPIA E MANDA I DATI AD ISRAELE
Inchiesta di Haaretz
Da un paio di anni non ho più l’auto, la trovavo solo un’incombenza costosa che
mi faceva perdere tempo e mi creava solo stress. Certo mi davano della demodé
mantenendo un modello senza internet e con la radio a CD. Ma io mai avrei
comprato un’auto con un gps e con la possibilità dei costruttori di spegnermela
o di sapere dove vado o cosa chiedo. Questa mia idiosincrasia, che un tempo
poteva apparire come un’ostinata resistenza al progresso, assume oggi i contorni
di una lucida e quasi profetica precauzione alla luce delle recenti rivelazioni
riguardanti l’industria della sorveglianza veicolare. L’automobile, un tempo
vessillo di libertà individuale e autonomia spaziale, ha subito una metamorfosi,
trasformandosi in un complesso apparato di calcolo perennemente interconnesso,
un nodo sensoriale che non si limita a trasportare il corpo fisico, ma estrae,
elabora e trasmette incessantemente l’essenza digitale dei suoi occupanti.
L’indagine investigativa condotta da Omer Benjakob per il quotidiano Haaretz ha
squarciato il velo su una realtà distopica: l’emergere di un nuovo e aggressivo
settore dell’intelligence, denominato CARINT (Car Intelligence). In questo
scenario, aziende nate all’ombra degli apparati di sicurezza d’élite stanno
capitalizzando l’esperienza maturata nel cyber-spionaggio militare per
trasformare i veicoli moderni in sofisticati strumenti di sorveglianza. La
transizione dall’oggetto meccanico alla piattaforma digitale ha creato una
superficie d’attacco senza precedenti, dove ogni componente, dal sistema di
monitoraggio della pressione degli pneumatici al microfono del vivavoce, può
essere strumentalizzato come un sensore di intelligence per attori statali e
privati.
L’indagine di Haaretz evidenzia come la CARINT rappresenti l’ultima, e forse più
invasiva, frontiera dell’intelligence digitale. Se l’attenzione dell’opinione
pubblica globale è stata a lungo catalizzata da spyware per smartphone come il
famigerato Pegasus, una nuova e meno visibile generazione di aziende sta
puntando ai sistemi digitali integrati nei veicoli. I veicoli connessi
contemporanei sono di fatto dei computer su ruote, dotati di dozzine di sistemi
digitali che richiedono connessioni internet o cellulari costanti per il loro
funzionamento ordinario. Questa dipendenza strutturale dalla connettività ha
aperto la strada a strumenti cyber avanzati in grado di identificare un singolo
bersaglio tra decine di migliaia di auto sulla strada, incrociando dati
provenienti da fonti eterogenee.
L’indagine ha identificato almeno tre aziende israeliane come leader in questo
spazio: Toka, Rayzone e Ateros. Ognuna di esse adotta paradigmi tecnici
distinti, che spaziano dalla manipolazione offensiva dei sistemi multimediali
alla fusione di dati pubblicitari, fino all’identificazione univoca dei veicoli
tramite sensori hardware obbligatori. La prevalenza di aziende israeliane non è
un dato casuale, ma riflette una simbiosi profonda tra l’industria tecnologica
civile e le unità di intelligence militare, come la celebre Unità 8200. Circa
l’80% dei fondatori di aziende di cybersecurity in Israele proviene da questi
ranghi, portando con sé una cultura operativa che vede nella sorveglianza di
massa un’estensione naturale delle capacità di difesa e offesa dello Stato.
TOKA E LA MANIPOLAZIONE OFFENSIVA DEI SISTEMI MULTIMEDIALI
La società Toka occupa una posizione di rilievo in questo mercato, grazie alla
sua leadership carismatica e alle sue capacità tecniche aggressive. Co-fondata
dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dall’ex capo del cyber
dell’esercito, il Generale di Brigata Yaron Rosen, Toka non si limita alla
raccolta passiva di informazioni, ma sviluppa strumenti “offensivi” per
l’infiltrazione remota dei sistemi veicolari.
Il software di Toka è progettato per penetrare i sistemi multimediali di un
veicolo specifico. Una volta ottenuto l’accesso, gli operatori possono
localizzare l’auto con precisione assoluta e tracciarne i movimenti, sia in
tempo reale che attraverso la ricostruzione storica dei percorsi effettuati.
Tuttavia, la capacità più inquietante risiede nella possibilità di attivare e
intercettare il microfono del sistema vivavoce dell’auto. Questo trasforma
l’abitacolo, tradizionalmente considerato un ambiente privato, in una sala
intercettazioni ambientale perennemente attiva. Toka può inoltre accedere alle
telecamere installate sul cruscotto (dashcam) o a quelle perimetrali del
veicolo, fornendo un flusso video continuo sia dell’interno che dell’esterno
dell’auto. L’azienda vanta la capacità di accedere ai dati di oltre 6.700
modelli di auto a livello globale, rendendo quasi ogni veicolo moderno un
potenziale agente di sorveglianza.
RAYZONE E LA FUSIONE DEI METADATI PUBBLICITARI
Un paradigma differente è quello proposto da Rayzone, che opera nel settore
CARINT attraverso la sua sussidiaria TA9. Rayzone non punta necessariamente
all’hacking diretto del dispositivo, ma sfrutta l’ecosistema dell’ad-tech
(advertising technology). La loro tecnologia si basa sulla “fusione dei dati”,
un processo analitico che integra informazioni provenienti da diverse fonti per
creare una mappatura di intelligence esaustiva sul bersaglio.
Attraverso la piattaforma TA9 IntSight, Rayzone analizza i dati di
localizzazione e gli schemi di viaggio derivati dai segnali pubblicitari
generati dalle app connesse all’infotainment del veicolo. Questo approccio
permette ai governi di monitorare i bersagli utilizzando le schede SIM
installate nelle auto e monitorando le comunicazioni wireless e Bluetooth. Il
sistema incrocia queste informazioni con le immagini delle telecamere stradali
per l’identificazione delle targhe (LPR) e con altri database governativi.
Questa capacità di sintetizzare dati frammentari in un profilo coerente
rappresenta un’evoluzione qualitativa della sorveglianza, dove l’identità
digitale del conducente viene indissolubilmente fusa con la firma elettronica
del veicolo.
ATEROS E L’IDENTIFICAZIONE TRAMITE LA FIRMA DEGLI PNEUMATICI
Forse la rivelazione più tecnicamente sorprendente riguarda Ateros e la sua
società sorella Netline. Queste aziende hanno sviluppato strumenti che si
interfacciano con i sistemi governativi per identificare le targhe e incrociarle
con dati derivati da comunicazioni cellulari e altre capacità di segnale. Il
loro prodotto di punta si integra con “Onyx”, un sistema di signals-intelligence
(SIGINT) di Netline progettato per estrarre intelligence da veicoli connessi.
L’aspetto più innovativo e invasivo risiede nell’utilizzo dei sensori TPMS (Tire
Pressure Monitoring System). Ogni pneumatico moderno deve essere dotato di
questi sensori per motivi di sicurezza; essi possiedono un identificatore unico
che trasmette dati sulla pressione al processore centrale del veicolo. Il
sistema di Ateros utilizza questo ID univoco come una sorta di “impronta
digitale” hardware per identificare e tracciare un veicolo specifico,
indipendentemente dalla targa o da altri segni distintivi esterni che potrebbero
essere alterati. Poiché questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati,
l’identificazione può avvenire passivamente e a distanza, rendendo questo metodo
estremamente efficace per il tracciamento clandestino.
TECNICA DELLA SORVEGLIANZA VEICOLARE E VULNERABILITÀ DEI SENSORI
Il veicolo moderno non è più un ecosistema chiuso, ma una “cornucopia di dati
privati” che fluiscono costantemente verso l’esterno. La complessità di questi
sistemi ha generato quello che la Mozilla Foundation definisce un “incubo per la
privacy su ruote”.
I CANALI DI ESFILTRAZIONE DEI DATI
Le vetture attuali trasmettono informazioni attraverso molteplici vettori,
ciascuno dei quali rappresenta un potenziale punto di estrazione per la CARINT:
1. Sistemi Telematizzati e SIM Integrate: Questi moduli forniscono un
collegamento cellulare costante per gli aggiornamenti Over-The-Air (OTA) e i
servizi di assistenza. Essi consentono il tracciamento della posizione GPS
in tempo reale da parte del costruttore o di attori che ne infiltrano il
canale.
2. Connettività Wi-Fi e Bluetooth: Queste interfacce permettono l’accoppiamento
con gli smartphone, esponendo spesso dati sensibili come elenchi di
contatti, registri delle chiamate e contenuti dei messaggi.
3. Sensori di Bordo e Telecamere ADAS: Le telecamere per il parcheggio, le
dashcam e i sensori di monitoraggio della stanchezza registrano non solo
l’ambiente esterno, ma anche le espressioni facciali e i movimenti oculari
dei passeggeri.
4. TPMS (Tire Pressure Monitoring Systems): Come analizzato, questi sensori
trasmettono segnali RF non crittografati contenenti identificatori univoci a
32 bit.
IL CASO CRITICO DEL FINGERPRINTING TPMS
La vulnerabilità del sistema TPMS è paradigmatica del modo in cui funzioni di
sicurezza critiche vengono strumentalizzate per scopi di sorveglianza. Ricerche
condotte presso la Rutgers University e la University of South Carolina hanno
dimostrato che i messaggi trasmessi dai sensori degli pneumatici possono essere
“sniffati” e decodificati fino a una distanza di 40 metri utilizzando
apparecchiature radio economiche (Software Defined Radio – SDR).
Poiché i protocolli TPMS standard non implementano meccanismi di crittografia o
autenticazione, un osservatore esterno può catturare gli ID statici di ogni
pneumatico. Questo permette di creare un profilo di movimento del veicolo
estremamente affidabile e difficile da oscurare, superando i limiti dei sistemi
di riconoscimento ottico delle targhe (ANPR), che dipendono dalla visibilità
della targa stessa. Tale tecnica, definita “TPMS fingerprinting”, consente la
ricostruzione dei percorsi anche in condizioni meteorologiche avverse o in
assenza di illuminazione, consolidando il veicolo come un’entità digitale
permanentemente tracciabile.
CAPITALISMO DI SORVEGLIANZA E EPISTEMIC COUP
Per comprendere la gravità di queste evoluzioni, è imperativo inquadrarle nella
cornice teorica del «Capitalismo della Sorveglianza» proposta da Shoshana
Zuboff. Il veicolo connesso rappresenta l’espansione del modello estrattivo dei
dati dalla dimensione online del web alla dimensione fisica e intima della
mobilità quotidiana.
IL SURPLUS COMPORTAMENTALE E I PRODOTTI DI PREVISIONE
Secondo Zuboff, il capitalismo di sorveglianza rivendica l’esperienza umana come
materia prima gratuita per la traduzione in dati comportamentali. Nel contesto
automobilistico, questo si manifesta attraverso la raccolta del “surplus
comportamentale”: i dati generati dalla guida (velocità, intensità delle
frenate, destinazioni frequenti, musica ascoltata) non vengono impiegati
esclusivamente per migliorare l’efficienza del veicolo, ma per alimentare
algoritmi di machine learning finalizzati alla creazione di “prodotti di
previsione”.
Questi prodotti vengono venduti a terzi, come compagnie assicurative che
regolano i premi in base allo stile di guida, o broker di dati che profilano i
consumatori in base ai luoghi visitati. Questo processo costituisce quello che
Zuboff definisce un “colpo di stato epistemico” (epistemic coup), in cui le
corporation esercitano un’autorità unilaterale sulla conoscenza dei nostri
comportamenti, erodendo la privacy e la sovranità democratica.
IL PANOPTICON VEICOLARE E IL POTERE STRUMENTALE
Zuboff introduce il concetto di “potere strumentale” (instrumentarian power),
che non mira a distruggere il soggetto, ma a condizionarlo e automatizzarlo.
L’automobile moderna diventa un nodo centrale del “panopticon digitale”: il
conducente, consapevole del monitoraggio costante da parte di sensori che
valutano la sua conformità a parametri di rischio o fedeltà commerciale, tende a
modificare inconsciamente le proprie azioni per evitare sanzioni economiche o
legali.
La macchina cessa di essere una bolla di privacy, dove un tempo era possibile
rifugiarsi in solitudine, per diventare una “leaky home” (casa permeabile), uno
spazio privato reso poroso dalle tecnologie connesse che esfiltrano ogni
interazione intima. Gli algoritmi non si limitano a osservare, ma “spingono”
(nudge) l’individuo verso comportamenti profittevoli per l’ecosistema dei dati,
trasformando l’autonomia del guidatore in una gestione algoritmica passiva.
RISCHI DI SICUREZZA NAZIONALE E IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE
L’integrazione di capacità di sorveglianza cyber all’interno dei veicoli solleva
interrogativi critici sulla sicurezza degli stati e sull’integrità delle
infrastrutture civili. Quando l’automobile diventa un’arma digitale, il confine
tra bene di consumo e strumento di guerra si dissolve.
IL PERICOLO DEL REMOTE KILL SWITCH E DELLA MANIPOLAZIONE DELLE FLOTTE
Uno dei rischi più allarmanti è rappresentato dalla possibilità di un arresto
remoto del veicolo (”remote shutdown” o “kill switch”). Sebbene queste
tecnologie siano promosse per il recupero di veicoli rubati o per finalità di
recupero crediti, la loro esistenza crea una vulnerabilità sistemica intrinseca.
Attori statali ostili o gruppi di hacker potrebbero teoricamente ottenere
l’accesso a questi canali di comando e controllo per paralizzare intere flotte,
ostruire vie di comunicazione strategiche o causare incidenti mirati. Il caso
delle indagini europee sui bus elettrici cinesi del marchio Yutong, sospettati
di contenere backdoor per l’immobilizzazione remota, evidenzia come la
dipendenza da tecnologie straniere soggette a leggi di intelligence autoritarie
rappresenti una minaccia geopolitica di primo ordine.
IL PIPELINE MILITARE-PRIVATO DELL’INTELLIGENCE ISRAELIANA
Il primato israeliano nel settore CARINT non è un fenomeno isolato, ma il
risultato di una politica industriale che vede nei territori occupati un
laboratorio a cielo aperto per lo sviluppo di tecnologie di controllo. Strumenti
come “Blue Wolf” e “Red Wolf”, impiegati per il riconoscimento facciale ai
checkpoint, sono i precursori tecnici e ideologici dei sistemi CARINT che oggi
monitorano le strade globali.
Le tecnologie di spionaggio veicolare vengono esportate in tutto il mondo,
spesso in mercati opachi dove la distinzione tra lotta al terrorismo e
repressione del dissenso politico è quasi inesistente. La “surveillance
exceptionalism” nata nel clima post-11 settembre ha garantito a queste aziende
un vuoto normativo in cui prosperare, anteponendo l’ossessione per la certezza
assoluta alla tutela dei diritti civili fondamentali.
IL CONTESTO ITALIANO: TRA DIGITALIZZAZIONE E TUTELA DEI DATI
L’Italia si trova in una posizione delicata in questa trasformazione. Con circa
18 milioni di veicoli connessi, pari al 45% della flotta circolante, il paese è
un mercato strategico per le tecnologie veicolari disruptive.
LE ANALISI DI AUTOPROMOTEC 2025 E IL RUOLO DEL GARANTE
Durante l’evento “Autopromotec Talks” del 2025, è emerso con chiarezza come il
dato veicolare sia considerato “il nuovo petrolio”, essenziale per la gestione
delle flotte e la prevenzione delle frodi. Tuttavia, esperti come il Professor
Enrico Al Mureden dell’Università di Bologna hanno sollevato criticità
fondamentali riguardanti la proprietà dei dati e la responsabilità in caso di
violazioni della sicurezza informatica.
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso preoccupazione per
la raccolta di dati biometrici e stili di guida, ribadendo che, ai sensi del
GDPR, tali informazioni sono intrinsecamente personali poiché permettono
l’identificazione univoca del conducente. L’ACI ha inoltre sostenuto la
necessità di una qualificazione rigorosa di ogni dato generato dal veicolo come
dato personale, impedendo ai produttori di eludere le tutele legali tramite
definizioni tecniche ambigue.
BARRIERE TECNICHE E IL “DIRITTO ALLA RIPARAZIONE”
Un ulteriore fronte di tensione riguarda il “Repairer 4.0”. Dal 2018, molti
costruttori hanno implementato sistemi che limitano l’accesso ai dati
diagnostici tramite la porta OBD-II per le officine indipendenti. Queste
barriere non solo limitano la libera concorrenza, ma creano un monopolio
informativo che impedisce la trasparenza sulle effettive pratiche di
sorveglianza integrate nel software veicolare dai produttori.
LA RICERCA MOZILLA: “PRIVACY NOT INCLUDED” E IL FALLIMENTO DEL SETTORE
La Mozilla Foundation ha condotto uno dei monitoraggi più rigorosi sulle
politiche di privacy di 25 marchi automobilistici globali, concludendo che le
auto sono “la peggiore categoria di prodotti mai esaminata per la privacy”.
RISULTANZE CRITICHE DEL REPORT MOZILLA
L’analisi evidenzia quattro pilastri del fallimento sistemico della privacy nel
settore automotive:
1. Raccolta di Dati Intimi: Ogni marchio analizzato raccoglie più dati del
necessario, includendo informazioni su orientamento sessuale, dati genetici
e persino “attività sessuale” (senza specificare il metodo di raccolta).
2. Assenza di Controllo per l’Utente: Il 92% dei marchi nega ai conducenti il
controllo effettivo sui propri dati. Solo Renault e Dacia, operanti sotto il
regime GDPR, offrono opzioni reali di cancellazione.
3. Monetizzazione Aggressiva: L’84% dei marchi condivide dati con terze parti,
e il 76% dichiara esplicitamente di poterli vendere. Il 56% dichiara di
poter condividere informazioni con le autorità in risposta a semplici
“richieste informali”.
4. Inaffidabilità della Sicurezza: Mozilla non ha potuto confermare l’uso della
crittografia per i dati memorizzati sui veicoli. Molte aziende, tra cui Ford
e Toyota, hanno fornito risposte vaghe o nulle ai quesiti sulla sicurezza.
Nissan e Kia sono state citate tra i peggiori trasgressori per l’estensione dei
dati raccolti, mentre Tesla è stata l’unica marca a ricevere segnalazioni
negative in ogni singola categoria di privacy analizzata.
CONSIDERAZIONI ETICHE E SCENARI FUTURI
L’inchiesta di Haaretz e le analisi sociologiche sulla CARINT pongono la società
contemporanea di fronte a un bivio etico ineludibile. L’accettazione della
sorveglianza veicolare come prezzo per la comodità tecnologica sta conducendo a
una svalutazione sistematica della libertà individuale.
L’AUTOMAZIONE DEL SOGGETTO GUIDA
Zuboff avverte che l’obiettivo teleologico del capitalismo della sorveglianza è
l’automazione dell’essere umano. Se il veicolo può prevedere le nostre
destinazioni, bloccare il motore basandosi su un’analisi algoritmica del rischio
o attivare i microfoni a nostra insaputa, l’individuo cessa di essere un agente
autonomo per diventare un oggetto di gestione tecnocratica. Questo riduce
l’esperienza vissuta a una serie di metriche quantificabili, soffocando
l’incertezza e la spontaneità che sono i presupposti della creatività umana.
VERSO UNA RICONQUISTA DELLO SPAZIO DIGITALE
La lotta contro la CARINT e il capitalismo di sorveglianza deve essere intesa
come una battaglia per i diritti civili del XXI secolo. È necessaria la
promulgazione di leggi che definiscano i dati di localizzazione e biometrici
come inalienabili, l’imposizione di standard di crittografia hardware
obbligatori e la garanzia di un consenso che sia realmente libero e non
vincolato alla funzionalità del veicolo.
Senza un intervento normativo radicale, le automobili continueranno a operare
come entità di sorveglianza de facto, trasformando ogni chilometro percorso in
un’opportunità di estrazione di valore per i giganti tecnologici e in un punto
di osservazione privilegiato per gli apparati di sicurezza globale.
La trasformazione dell’automobile in un sensore di sorveglianza totale segna il
tramonto definitivo di un’era in cui la mobilità fisica poteva essere vissuta
come uno spazio di anonimato e riflessione privata. L’inchiesta di Haaretz non
rivela solo una serie di falle tecniche, ma svela un modello di business e di
controllo sociale che ha eletto il veicolo a panopticon privilegiato.
Dall’impronta digitale lasciata dagli pneumatici alle conversazioni “estratte”
tramite il sistema multimediale, ogni atomo dell’auto moderna è stato
riconfigurato per servire gli interessi di un ordine “instrumentariano”. In
questo contesto, la scelta di rifuggire l’auto connessa emerge non come un atto
di obsolescenza, ma come una forma di resistenza etica consapevole contro
l’erosione sistematica della libertà di movimento e dell’interiorità umana. La
sfida del futuro sarà determinare se l’automobile potrà essere riconquistata
come spazio di libertà o se rimarrà, inevitabilmente, un testimone silenzioso e
traditore delle nostre vite.
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L’articolo che segue si segnala per la chiarezza con cui viene analizzato e
denunciato il rapporto di integrazione tra Big tech e guerra. Un’integrazione
che nessuno, neanche tra quelli che straparlavano di neutralità della tecnologia
o di “digitale alternativo” fino a ieri mattina, può più ignorare.
L’infrastruttura algoritmica dello sterminio a Gaza – che anche nel movimento
internazionale in solidarietà con il popolo palestinese è sembrata in generale
solo una strumentazione coloniale in più, non un salto necrotecnologico decisivo
– ha tolto ogni velo. Tuttavia, queste analisi non solo sono in ritardo – il
complesso scientifico-militare-industriale si è creato nel laboratorio-mondo del
Progetto Manhattan, di cui la stessa IA è un prodotto e un’estensione –, ma
portano con sé illusioni fuori tempo massimo. Se la digitalizzazione del Pianeta
è un’arma di guerra (contro le tecnocrazie concorrenti, contro gli umani, contro
il vivente in quanto tale), davvero si può normare la sua evoluzione? La
propulsione bellica dell’Intelligenza Artificiale non dipende da come sono
scritti i suoi codici, ma dal fatto che i suoi apparati non possono
concretamente funzionare né svilupparsi senza lo scontro per le smisurate
risorse di suolo, acqua, energia, materie “critiche” che essi vampirizzano. È
sbalorditivo – almeno per noi, spiriti semplici – quanto le conseguenze che se
ne traggono siano spesso l’opposto di ciò che le analisi stesse suggeriscono.
Vale per Shoshana Zuboff (siamo ridotti a serbatoi di dati, ma se ci fosse il
controllo democratico…), vale per Renato Curcio (viviamo sotto un tallone di
silicio, ma se la cibernetica fosse in mano al contropotere…), e vale anche per
l’autore di questa acuta analisi (ah se potessimo “imporre trasparenza radicale,
controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e
protezione del dissenso interno”…). Utopia per utopia, perché non scegliere il
sabotaggio radicale di tutto ciò che è irriformabilmente anti-umano,
anti-(gin)ecologico e anti-sociale?
Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli
armamenti del XXI secolo
di Mario Sommella
da: https://mariosommella.wordpress.com/
Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del
progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per
semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture
sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è
più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è
riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.
La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei
ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti
cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di
calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è
consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la
bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica
dell’infrastruttura militare contemporanea.
Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di
qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione
profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale,
nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria
espansione.
Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud
alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi
l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei
sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon
Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi
soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura
del potere.
La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari
I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.
Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano
che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto
decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e
apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una
parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da
classificazione.
Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i
contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga
parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che
viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della
modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico
e il potere militare si fondono.
Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha
segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una
collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune,
stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence,
comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato
un’arma di sistema.
E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai
grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in
modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto:
il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e
dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.
La fine dell’innocenza tecnologica
Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per
anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio
post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione
globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano
problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto
dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o
male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.
Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la
comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti,
video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche
infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.
Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la
neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei
contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza
statale e con la macchina militare.
La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne
contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi
restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la
competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda,
quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non
fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i
valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una
giustificazione morale.
È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta
come brutalità, ma come responsabilità.
Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico
Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus,
l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e
intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto
la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.
Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si
trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica
blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del
servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni
esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei
dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma
per resistere al conflitto politico e morale.
Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto
fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner
di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare
meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno
esposta alla pressione dell’opinione pubblica.
Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto.
Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno
indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA
nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano
operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente
l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe
drasticamente.
A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità,
priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti
gli effetti, una componente della macchina bellica.
Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico
Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione
digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin
dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti
dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e
nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma:
trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.
Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting.
L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi,
la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova
forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente
politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un
rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena
decisionale che termina con una bomba?
La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella
pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa
cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso
della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.
La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa
C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra
apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della
difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale,
consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e
committenza statale si alimentano a vicenda.
È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che
oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende
aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi
autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica
della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione,
posizione dominante.
Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma
presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono
raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche.
I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del
progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente
politico.
In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di
valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un
segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione
accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market
applicato ai sistemi di combattimento.
La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo
Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei
lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta
contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di
posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.
Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni.
È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di
lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il
nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di
targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non
vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la
militarizzazione.
La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni,
marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il
messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva
condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.
Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e
giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende
finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto
simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro
qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che
oggi può davvero incidere.
Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale
La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma
non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato,
industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un
complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali,
produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture
per la sicurezza.
È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva
armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni
cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse
aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che
forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la
filiera della forza iniziano a coincidere.
Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto
contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti
permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite
quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche.
Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di
un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.
Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle
piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.
La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale
Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato
la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati
richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi
attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno
il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.
I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli
investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali,
finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica
potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del
sistema. Diventa una sua componente funzionale.
Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una
somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo
davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il
digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della
sovranità armata.
Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele,
all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa
il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita,
costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel
linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle
democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una
verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne
è l’infrastruttura principale.
Riconoscere la catena, per poterla spezzare
La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il
governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi
controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce
trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della
sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?
Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione
del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.
Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech
non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono
infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il
nuovo volto dell’industria degli armamenti.
Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo
democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione
del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una
contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono
connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.
Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro
secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La
forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.
Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi.
Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a
trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia
perde un pezzo della propria sovranità.
Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo
continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.
Fonti essenziali
I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari
(Brown University, San José State University, progetto Costs of War)
II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti
cloud militari
III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (“The Guardian”,
“Washington Post”, “+972 Magazine”, “Local Call”)
IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA
generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla
revisione delle policy aziendali
Riceviamo e diffondiamo questa ricapitolazione di una nota storia italiana,
quella della “medicrità feroce” che non ha mai mai smesso di imperare (fino ad
arrivare al governo nella sua forma più pura e sfacciata):
Mi chiamo Licio-1
Al di là di accordi e disaccordi su analisi e prospettive, la trascrizione di
questa intervista a un partecipante al collettivo “contre-attaque”, andata in
onda su “radio onda d’urto”, ricostruisce in modo ampio e puntuale sia la
dinamica dei fatti di Lione sia ciò che sta accadendo in Francia dopo la morte
dello squadrista Quentin Deranque.
Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque,
avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione
iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in
realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci
ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi
hanno permesso di ribaltare la narrazione?
Risposta: D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano
in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a
Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni
organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia. Si
tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato
Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il
femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione
di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta
davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi
diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha
aggrediti.
Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio
durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con
cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare
nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro
video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra.
C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.
Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante
un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve
continue minacce di morte dall’estrema destra.
Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con
Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione
aspettava più lontano, a centinaia di metri.
Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13
febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia
che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si
trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né
elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i
media senza alcun distacco critico.
I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare
l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la
storia ci è sembrata subito sospetta.
Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin,
era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita
in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha
trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava
militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse
ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.
Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video. La redazione aveva
ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di
antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo
scontro e avevano abbandonato i loro sodali.
La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione
pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto
gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando
innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da
quelle della sinistra francese.
Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e
denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere
prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1,
riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave,
ancora una volta, perché all’epoca non c’erano prove. La maggior parte delle
reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di
TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.
Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra,
quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Némésis;
erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno
avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con
l’eurodeputata.
Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava
la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata
nella sala quando c’è stato lo scontro.
Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare
le loro reti.
Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un
“cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha
osato dire che era un militante neonazista.
Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte
fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si
respira… La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente
che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas
urticanti, fumogeni, con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.
Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei
media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone.
Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che
hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha
registrato, è che Quentin è la vittima.
Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema
destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un
gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di
lì. I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il
gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una
vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della
sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra
contro gli attivisti di sinistra.
Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono
aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.
Risposta: Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio,
bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto
di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di
terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi
parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva
partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono
davvero la crème de la crème dei fascisti più violenti e radicali.
Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato
“Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava
un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo
addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.
Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente
coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica
del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è
completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque,
la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.
Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11
persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a
Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza
di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France
Insoumise. Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di
autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30. In Francia, sappiamo
che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito
Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro
eventi dagli attacchi dell’estrema destra.
Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una
novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma no, i gruppi
di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti.
È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi
membri sono stati arrestati.
A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël
d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono
attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.
Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che
implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà
di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì,
è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali
non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente
rispondendo a un attacco.
È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché
la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli
accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non
solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe
incriminare la stessa France Insoumise.
Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto
tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.
Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è
un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente
l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della
borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande
movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.
Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema
destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione
antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti
antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti. Così abbiamo visto la polizia
che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione
antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di
manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.
Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra
avvengono in un clima di impunità da anni. Puoi descriverci la situazione in
città e nel resto del Paese?
Risposta: Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le
autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di
boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una
storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus
Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la
collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.
Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra
estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci
sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie di
anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono
stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.
Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono
impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore
specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di
attivisti.
L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa
violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano
bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi
e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo
contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la
Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per
questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.
Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più
restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi
anche in Bretagna o a Nantes.
A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro
un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del
sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La
France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla
sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare
che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.
I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati
trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro
dell’Interno non ne ha parlato.
Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra
si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto,
rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa
è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di
qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.
Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?
Risposta: Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré,
apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, dei
giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una
“guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in
effetti lo fa molto bene. Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato
giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta di un
iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema
è molto più profondo.
Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al
potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure
Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari
franco-israeliano che ha diffuso una propaganda genocidaria in continuazione a
partire dal 7 di ottobre 2023.
E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per
allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E
quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture
tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di
satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto
arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio
quelli di C News.
Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in
tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o
al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con
quello della destra estrema.
Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France
Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia,
sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in
questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della
sinistra francese.
La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per
esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla
rissa di Lione e poi “Le Canard Enchaîné”, testata satirica conosciuta, che ha
una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la
loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media. Ma nella maggior parte dei
casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i
fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di
disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto
dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.
Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il
“martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il
clima che ci hai descritto?
Risposta: In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di
influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono
un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma
anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano
anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando
un’intera controcultura neofascista.
Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio
essere molto chiaro. Non sono stati nemmeno loro; non ne avevano nemmeno
bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali
media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata
l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano
nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto
oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia.
Stanno convocando manifestazioni.
Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono
consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire
che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno
creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità,
montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.
Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.
Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito,
che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La
France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli
tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato
centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La
France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto.
Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di
continuo.
In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani
uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei
vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra… Hanno anche lanciato una
campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per
andare a pestare gli antifascisti.
Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente represso dallo Stato. Posso
dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i
fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema
destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.
E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo
attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono
proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin
stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i
loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò
insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.
E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media
nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader
di Némésis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo
a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una
vittima degli Antifa. La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile
d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media
nazionali non lo stanno facendo.
In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito
come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?
Risposta: Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non
solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti,
l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la
sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente consenso,
nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano
date per scontate, non lo sono più. La questione dell’antirazzismo e
dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata
per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo,
stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo,
perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita
e a livello internazionale.
Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della
logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via.
E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino
l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della
sinistra, stia diventando un disvalore.
E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto,
tutt’altro. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno
facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale
richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta
visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono
aperte ad argomenti e fatti.
E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che
si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La nostra
principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema
destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via,
quanto le autorità stesse. Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci
minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia
francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che
ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso
le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo
del movimento “Blocchiamo tutto”, dato che la polizia è stata, come dire, così
efficiente e violenta.
Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo
visto il magnifico movimento “Blocchiamo tutto” per la Palestina, abbiamo visto
cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo
cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia
ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento “blocchiamo tutto”.
In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere
caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera,
il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati
blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo
senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione.
Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio
Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.
Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando
di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono
gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è
creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che
significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare
uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché
possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise,
l’intero movimento sociale è preso di mira. Quindi dovremo rifiutarci di fare
qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un
compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria.
Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta
la rivoluzione o la barbarie.
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart
previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della
repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste
ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate:
https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/
Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società
e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue
occidentale – che Gaza si avvicina.
Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza
di Eliana Riva
Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di
intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e
identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni
apprese negli ultimi due anni di combattimento»
Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra»,
interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un
cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli
ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese
negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post.
I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da
sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in
gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno,
spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano
il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa
quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni,
uccidendo chiunque fosse all’interno.
EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della
necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente
della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di
dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare
la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più
morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero
processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale.
La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in
ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a
Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare.
Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o
guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco,
compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano.
I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei
villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi
o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della
«quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza
non sono terminati.
UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che
rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato
nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani
emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a
Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi
di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati
per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà
trasferito.
I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di
recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle
azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali
nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già
presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il
legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le
proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del
«battle-tested»: armi testate in combattimento.
Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il
vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur
implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima
rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i
sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare»
l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo»
le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi
e persone da colpire.
ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli
aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a
Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate
derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa
israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti
militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di
tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli
Usa.
(“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
Riceviamo e diffondiamo.
Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/
“UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO
PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO
Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la
costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla
polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria
e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo
giudiziario.
In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca
introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso”
repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini
chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore.
Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello
Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della
Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle
manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di
Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773.
L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per
neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi
pubblicamente.
Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del
21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia
Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di
“bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti
o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale).
La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni
sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste
aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di
ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine
amministrativa di controllo sociale.
Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone
genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il
proprio pensiero e dissenso.
Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente
e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella
città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un
provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare
condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di
infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e
riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati.
Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è
pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure
repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente.
Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili
insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per
cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa
alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei
provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di
conflittualità sociale che resistono nel paese.
L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle
forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di
misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal
popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non
quello di scendere in piazza.
Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di
difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo
non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i
propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi
di pochi calpestando i diritti di tutti.
La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o
poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di
guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che
questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che
questo accada.
Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro
anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La
prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo
dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che
restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo
stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi
di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato.
22 maggio 1915
[…] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei
carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da
sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la
sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in
permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad
inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni,
specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e
notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i
quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla
guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla
censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina
degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento
di imbastire dei futuri prossimi processi!
29 maggio 1915
Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto
precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di
precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della
mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni;
eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono
tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata
così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il
governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha
dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se
l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più
noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni.
[…]
La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le
magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della
concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi
tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I
primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la
dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto
postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali
per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione
dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il
Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica,
più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La
guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per
coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà
l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non
superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i
condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto
chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.
Riprendiamo da
https://pungolorosso.com/2025/12/10/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta-schiacciata-da-una-feroce-controrivoluzione/
questo articolo, utile a capire il “massacro dimenticato” in corso in Sudan.
Particolarmente importante, ai nostri occhi, la denuncia delle manovre dei vari
Stati attorno al conflitto tra “signori della guerra” e nello specifico dello
Stato italiano, dal Memorandum of Understanding di Renzi al cosiddetto “Piano
Mattei” dell’attuale governo Meloni. Solidarietà con gli sfruttati del Sudan è,
ancora una volta, combattere il “nostro” Stato e il suo imperialismo!
SUDAN, UNA RIVOLUZIONE POPOLARE INCOMPIUTA SCHIACCIATA DA UNA FEROCE
CONTRORIVOLUZIONE
Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di
sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie
per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e
sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la
caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle
popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di
instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale,
che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.
L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan,
anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue
ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel
Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento
dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).
Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al
governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti
per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.
Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso
il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo
contenuto neo-coloniale?
Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di
Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto
Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI)
(3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo
di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo
centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per
questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi
firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU),
segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità
organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo
delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati. Il Sudan, allora, era
governato dal regime di Omar al-Bashir, accusato di genocidio e di crimini di
guerra.
In linea con quanto contrattava anche in Libia, il governo italiano finanziò
guardie di frontiera costituite sostanzialmente dalle scellerate milizie
Janjaweed [vedi nota 1] che su mandato del governo di Al-Bashir avevano
perpetrato azioni genocidarie. Esse appoggiavano ì pastori nomadi, classificati
come arabi, contro gli agricoltori stanziali, classificati come africani, da
sterminare per impossessarsi delle loro terre, e delle risorse minerarie in esse
presenti, oro soprattutto.
In perfetta continuità con la sinistra, il governo Meloni si propone col piano
Mattei di governare l’emigrazione, esternalizzandone il controllo ai paesi di
provenienza o di passaggio degli emigranti con l’obiettivo di rendere più
efficiente la repressione della “immigrazione illegale”. I finanziamenti a
questi paesi sono contrabbandati come aiuto allo sviluppo (“aiutiamoli a casa
loro” – che è sempre un modo per penetrare in essi e sfruttarne le risorse
naturali e umane) e lotta alle organizzazioni di trafficanti, le quali, come
ampiamente dimostrato per la Libia, vengono al contrario alimentate proprio
dall’Italia e dall’Unione europea, al cui servizio agiscono. Perché, lo
ripetiamo per la millesima volta, l’arrivo di nuovi immigrati/e è essenziale per
un paese come l’Italia, ma nell’interesse di chi li sfrutterà è altrettanto
essenziale che arrivino in Italia esausti/e e indebitati/e cosicché siano,
almeno per i primi anni, disposi/e, per stato di necessità, ad accettare, a
subire, le condizioni di lavoro più umilianti e pericolose.
Il Sudan è stato escluso dal piano Mattei “perché c’è la guerra” (questa la
giustificazione ufficiale), ma ha visto aumentare l’interscambio con l’Italia,
che vende macchinari contro petrolio. Nell’attuale “guerra per bande” I’Italia
appoggia le RSF contro l’esercito regolare del Sudan (SAF). Non lo fa
ufficialmente, ma nei fatti. L’Italia esporta armamenti negli Emirati Arabi, i
quali, con una triangolazione tramite Ciad o Libia, li riesportano alle milizie
RSF (4). Nel 2023 il governo Meloni ha riaperto (5) la possibilità di vendere
alcuni tipi di sistemi d’arma appunto agli Emirati Arabi Uniti. Una decisione
politica chiesta e sostenuta dalla lobby del comparto industrial-militare che ha
consentito nel febbraio 2025 la firma di un accordo tra la controllata pubblica
Leonardo Spa e il conglomerato militare emiratino, Edge Group (6). Tra gli
armamenti autorizzati dal governo italiano per l’esportazione negli EAU ci
sono armi automatiche, armi pesanti, munizioni, bombe/razzi/missili,
dispositivi per la direzione del tiro, aerei, apparecchiature elettroniche,
software. Armamenti tutti facili da far giungere al conflitto sudanese.
Nel frattempo tutti i governi dei vecchi imperialismi nonché quelli dei
“giovani” capitalismi “auspicano” la pace, deplorano le violenze e i massacri e
… finanziano il conflitto sudanese in vista della conquista di posizioni
vantaggiose per il presente e il futuro.
CON QUALI RISULTATI?
Come il Congo anche il Sudan, proprio a causa della sua ricchezza mineraria, in
tutta la sua storia pre- e post-coloniale (parliamo del colonialismo storico) ha
conosciuto conflitti di violenza inaudita. Se ci limitiamo agli ultimi due anni,
quando l’ultima guerra per bande è esplosa, i morti sarebbero stati 150mila, c’è
chi parla di 400mila (difficile la verifica), oltre 13 milioni di profughi, di
cui 10 milioni di sfollati interni – come se gli abitanti dell’intera Lombardia
avessero dovuto fuggire dalle proprie case – e quasi 4 milioni di rifugiati nei
paesi circostanti, spesso anch’essi alle prese con crisi umanitarie, come Ciad,
Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Nel paese, secondo Emergency, più di 30
milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, 26 milioni soffrono
la fame, il 70% della popolazione non può accedere a servizi sanitari. Un
conflitto in cui si stupra, si tortura, si uccide soprattutto civili indifesi,
donne e bambini.
EPPURE NEL 2018 IL SUDAN SEMBRAVA IN PROCINTO DI CAMBIARE PAGINA
Milioni di persone scesero in piazza con una rivolta di massa organizzata
tramite i Comitati di Resistenza di quartiere (RC), l’Associazione dei
Professionisti Sudanesi (SPA), le Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) –
una coalizione dei principali partiti di opposizione – e organizzazioni
femminili e studentesche, per rovesciare la trentennale dittatura di Omar
al-Bashir. Gli slogan di quella rivolta – “Libertà, Pace e Giustizia” – erano un
rifiuto di decenni di regime militare, sfruttamento capitalista, disuguaglianza
e violenza di stato (7). Grazie a queste rivolte, nel 2019 al Bashir fu deposto.
Ma subito dopo, l’esercito regolare, la Sudan Army Force (SAF), e il gruppo
paramilitare, la Rapid Support Force (RSF), ex Janjaweed, si allearono per
reprimere le rivolte popolari. Insieme hanno assassinato e torturato decine di
migliaia di rivoluzionari, hanno compiuto i massacri del 3 giugno 2019 in 14
sit-in, dove migliaia di persone sono state trucidate, e in seguito hanno
orchestrato il colpo di stato dell’ottobre 2021, che ha sciolto il governo di
transizione e arrestato i ministri civili e colpito le principali forze della
sollevazione popolare.
I due generali sono entrati poi in conflitto per raccogliere i frutti della
vittoria contro il movimento popolare. La SAF è una coalizione litigiosa che
comprende i veterani islamisti del deposto regime di al-Bashir, ed è capeggiate
dal generale Abdel Fattah Al Burhan. La RSF (Rapid Support Force) è un amalgama
di esercito e forze mercenarie reclutate anche tra i nomadi di Ciad e Niger, ed
è guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, chiamato Hemedti. Sono due bande
armate che si contendono il controllo delle ricchezze del paese, appoggiate da
una pletora di milizie alleate e sostenute da potenze straniere che le manovrano
per i propri interessi. Tuttavia considerare la SAF e la RSF solo delle bande
armate è riduttivo, in quanto ognuna di esse gestisce e rappresenta gli
interessi di importanti gruppi economici [vedi riquadro alla fine]
Si può dire perciò che i due generali, con i clan ad essi associati, gestiscono
un capitalismo statal-militare che finora, anche a causa della pesante ingerenza
delle varie potenze regionali e globali, non è riuscito a dotarsi di un unico
saldo apparato statale in grado di mediare le contraddizioni di interessi tra le
frazioni di questo capitale. Il Sudan non è l’unico esempio di capitalismo
statal-militare dell’area. Basti pensare al vicino Egitto. In assenza di questa
mediazione, in Sudan gli interessi si stanno scontrando armi alla mano.
El Fasher, città nel Darfur Settentrionale, era l’ultima importante roccaforte
dell’esercito regolare. Ora è caduta nelle mani della banda rivale, la RSF,
che così controlla tutto il Darfur e il Kordofan; con questa vittoria è
aumentata fortemente la probabilità di una spartizione di fatto del paese,
simile a quella della Libia. Una spartizione non nuova per il Paese (vedi
nascita del Sud Sudan nel 2011), e sempre le spartizioni favoriscono ulteriori
interventi neocoloniali, sia da parte delle potenze europee, sia da parte di
Russia e Cina, sia da parte delle potenze emergenti del Medio Oriente. Rispetto
ai paesi arabi storicamente interventisti in questa area, come Egitto e Arabia
Saudita, oggi sgomitano gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF e
forniscono armi e denaro anche al Ciad e all’Etiopia. Sono interessati da una
parte al controllo dell’oro sudanese, che consente loro di posizionarsi come
snodo globale di queto metallo; dall’altra, l’influenza sul Sudan rafforza la
loro presenza nel Mar Rosso, dove gli investimenti nelle infrastrutture portuali
hanno valenze sia commerciali che militari.
Ma anche Iran, Qatar e Turchia, nuovi arrivati, sono molto attivi. Iran, Turchia
ed Egitto sostengono le SAF, ma l’Egitto vorrebbe sopprimere gli elementi
islamisti della Fratellanza musulmana al suo interno. Il Qatar sostiene la SAF,
proponendosi però come intermediario; l’Etiopia, che cerca aggressivamente
l’accesso al mare, è ora alleata con le RSF, mentre l’Eritrea si schiera con le
SAF (8).
I rituali appelli dell’Onu non si contano, Usa e Arabia Saudita hanno da mesi in
piedi una road map di facciata per la tregua, che nessuna potenza ha veramente
interesse ad imporre. Nel frattempo tutti vendono armi a una delle parti, oppure
come la Russia ad entrambe le parti (9).
E NOI INTERNAZIONALISTI, COSA POSSIAMO FARE?
Inutile aderire agli appelli, certamente in buona fede, dei pacifisti da
tastiera. Tutto il rispetto per quelle organizzazioni umanitarie (ma solo per
quelle!) che realmente tentano di limitare gli effetti dei barbari eccidi sul
territorio, i cui effettivi spesso rischiano la vita. Purtroppo non esistono
scorciatoie o deleghe per contribuire alla sconfitta di tutte le fazioni in
guerra in Sudan e alla vittoria dei lavoratori sudanesi contro di loro e i loro
padrini. Possiamo però, e dobbiamo, denunciare e combattere contro la politica
dell’imperialismo di “casa nostra”, che cerca di ri-attestarsi con un piano
neocoloniale, il Piano Mattei, in Africa, e in particolare nel Grande Corno
d’Africa, di cui il Sudan fa parte, per garantire affari e profitti ai propri
gruppi economici.
Dobbiamo imparare dalla sconfitta della rivolta del 2018-19. La sua spontaneità
e la sua energia dal basso sono state ammirevoli, ma anche uno degli elementi
della sua vulnerabilità. Il movimento popolare, privo di un partito
rivoluzionario organizzato e indipendente, non ha saputo andare fino in fondo,
prendere nelle proprie mani il potere politico, smantellando l’apparato statale
e le strutture del vecchio regime. Le varie frazioni di classe presenti nelle
organizzazioni di massa in campo hanno portato a fratture politiche, in
particolare all’interno delle FFC, tra un’ala più radicale con una base di massa
“popolare”, lavoratori salariati, piccoli contadini, giovani studenti, ed
un’altra ala rappresentata in modo preponderante da elementi della piccola
borghesia, disposta al compromesso con l’esercito e con il FMI. Così, anche per
la pressione dei governi occidentali e delle potenze regionali, nel 2019 le FFC
accettarono un accordo di condivisione del potere con i militari, legittimando
la giunta militare, mantenendo intatto l’apparato capitalista e di sicurezza, al
timone del quale si posero i due generali controrivoluzionari. L’esito
inevitabile di questo compromesso a perdere è stato il congelamento della
sollevazione popolare e, dopo poco, la liquidazione del governo a guida Hamdok.
Di conseguenza, le forze della rivolta e della resistenza a base popolare si
sono trasformate in forze di difesa e resilienza, di solidarietà popolare, con i
Comitati di resistenza di quartiere e le Sale di Emergenza, che rimangono in
azione – per quel che possono – fino ad oggi.
Quanto sta accadendo in Sudan conferma che, una volta iniziata, una sollevazione
rivoluzionaria deve andare fino in fondo, osando il tutto e per tutto. Se rimane
a mezzo del guado, diventa il terreno molle in cui i suoi avversari penetrano
facilmente, riuscendo a far leva sulle divisioni interne e disarmando il
movimento insurrezionale, che in seguito, al momento propizio, viene brutalmente
stroncato, oppure rischia di diventare ostaggio dei suoi avversari. In Sudan la
prevedibile, feroce controrivoluzione delle classi al potere è oggi moltiplicata
nella sua violenza dallo scontro armato tra le due bande militari.
***
IL CARATTERE SOCIO-ECONOMICO DEL REGIME MILITARE
Deposto Bashir, infatti, permane la base del suo potere, il cosiddetto stato
parallelo, “deep state”, basato su una rete di funzionari di medio ed alto grado
degli apparati di sicurezza e delle istituzioni governative, che gestiscono le
risorse del paese. Sarebbero 408 le imprese controllate direttamente o
indirettamente dallo stato, che operano in vari settori, dall’industria civile,
all’agricoltura, all’esportazione di carne e all’estrazione mineraria (oro, in
particolare), al sistema bancario, all’industria militare.
L’esercito di al-Burhan ha le mani su circa 250 aziende vitali, la ricchezza di
Hemedti deriva, invece, soprattutto dal controllo delle miniere d’oro. Tra le
società di cui il governo, o meglio lo stato parallelo, è proprietario c’è la
Military Industry Corporation’s (Mic) che produce armamenti, anche su licenza,
in particolare russa, iraniana e più recentemente cinese, e ne esporta. Grazie a
MIC il Sudan è uno dei maggiori produttori africani di armi, terzo dopo Egitto e
Sudafrica. Il complesso dell’auto GIAD è controllato direttamente dal governo.
Il Sudan si posiziona terzo in Africa anche per la produzione di oro, dopo Ghana
e Sudafrica. E la produzione di oro del Darfur è nelle mani di Hemedti e dei
fratelli. Hemedti l’ha utilizzato per le sue milizie, e per assicurarsi
alleanze. Ogni anno il Sudan esporta 16MD$ di oro negli Emirati, con i quali
Hemedti è in stretta relazione, ma ne riceve anche Putin, che lo utilizza per
finanziare la guerra in Ucraina bypassando le sanzioni dell’Occidente. Sono di
proprietà diretta dell’esercito o delle RFS diverse imprese finanziarie tra cui
fondi per interventi caritativi e fondazioni, attraverso cui controllano varie
attività finanziarie, comprese diverse banche.
Tra queste la Banca Omdurman, la più importante del paese, proprietà
dell’esercito per l’86,9% grazie a giri societari, cosicché essa ha potuto
operare sul mercato finanziario internazionale senza problemi, anche durante il
periodo delle sanzioni americane.
Khaleej Bank, invece, è controllata principalmente da joint venture che
appartengono agli Emirati Arabi Uniti e alle Forze di Supporto Rapido (RSF), che
tra loro hanno forti relazioni politiche ed economiche. La famiglia del capo
delle RSF Mohamad Hamdan Dagalo (Hemedti) controlla il 28,35% delle sue azioni.
C’è poi Zadna International Company for Investment Ltd, un conglomerato
agricolo, in precedenza pubblico poi rilevata dai militari, i quali ne
monopolizzano le entrate e non permettono al Ministero delle Finanze di
accedervi. Zadna ha gestito numerosi schemi di irrigazione e affittato
appezzamenti di terreno a investitori privati. Nel suo consiglio di
amministrazione siede il fratello di Hemedti.
Nel 2019 le RSF disponevano di mezzi tali da permettere ad Hemedti di finanziare
con oltre 1 miliardo di dollari la Banca centrale sudanese, nel mezzo della
crisi economica esplosa dopo la destituzione di Bashir.
[da: Pagine marxiste, 17 maggio 2023, Sudan, una rivoluzione popolare
incompiuta]
Note
(1) Ricordiamo che già tra il 2003 e il 2009 la regione del Darfur fu teatro di
massacri, pulizia etnica e genocidio. Il regime di al-Bashir scatenò una
violenta repressione contro le comunità non arabe accusate di sostenere i
movimenti ribelli (660 mila morti). Le milizie Janjaweed, armate e finanziate
dal governo, bruciarono villaggi, stuprarono donne, massacrarono civili, oltre
600mila morti e due milioni di sfollati, secondo l’ONU. Nel 2013 queste milizie
vennero legittimate con la creazione delle forze paramilitari denominate Rapid
Support Force (FSR), presentate da al-Bashir come forza di contro-insurrezione
in Darfur e nel Kordofan meridionale, e nel 2017 furono riconosciute formalmente
dal parlamento sudanese, che ne legittimò in tal modo le operazioni sterministe
del passato e le usò anche come truppe mercenarie per intervenire in Yemen.
(2) CESPI, Il Sudan nel Corno d’Africa. Un’opportunità mancata (apr. 2025
(3)
https://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process#:~:text=The%20Khartoum%20Process%2C%20primarily%20focused,the%20European%20Union%20(EU).
(4)
https://countercurrents.org/2025/11/how-the-uae-is-re-exporting-arms-to-sudan
(5) https://www.governo.it/en/node/22376
(6)
https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/18-02-2025-edge-group-and-leonardo-sign-groundbreaking-collaboration-agreement
(7) Per approfondimenti sugli eventi dal 2019, vedi: Sudan – La giunta militare
tenta di dividere il fronte di lotta, 20 luglio 2019,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-la-giunta-militare-tenta-di-dividere-il-fronte-di-lotta/;
Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta – Il conflitto tra due bande militari
nel riassetto dei rapporti tra le potenze, 17 maggio 2023,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta/;
Perché in un singolo Paese come il Sudan si concentrano tali e tante rivalità
interimperialiste?, 21 agosto 2023,
https://www.paginemarxiste.org/perche-in-un-singolo-paese-come-il-sudan-si-concentrano-tali-e-tante-rivalita-interimperialiste/
(8)
https://www.wilsoncenter.org/article/conflict-sudan-map-regional-and-international-actors
(9) Dell’Italia si è già detto ma ricordiamo che gli Emirati ricevono (e girano
alle RSF) droni, bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm dal gruppo cinese
Norinco, carri armati e fucili dal Canada, armi varie della Norvegia, dal gruppo
turco Burgu Metal, dal bulgaro Dunarit. Alle SAF invece giungono fucili Tigr per
tiratori scelti o i fucili Saiga-MK – del gruppo russo Kalashnikov Concern, armi
dai gruppi turchi Sarsilmaz, Derya Arms, BRG Defense e Dağlıoğlu Silah. Il tutto
aggirando, as usual, l’embargo alle armi sancito dall’ONU per il Darfur, o
quello della Ue per il Sudan.
Ha fatto molto discutere, ultimamente, la vicenda della “casa nel bosco” di
Palmoli (Chieti), alla quale è seguito un caso analogo nell’Aretino. Ci sembra
che questo articolo – segnalatoci da un nostro corrispondente – faccia bene il
punto sulla vicenda, anche contro le strumentalizzazioni delle varie destre (che
hanno invitato, neppure troppo velatamente, a riservare queste “attenzioni” ai
Rom, anziché ai bianchi “neorurali”). Come l’autrice dell’articolo, anche noi
stiamo dalla parte dei Selvaggi, ai quali gli alfieri della Civiltà e dello
Stato non hanno proprio nulla da insegnare – e men che meno il “diritto” di
rapire i loro figli.
da https://www.soniasavioli.it/i-bambini-rapiti-dallo-stato/
I bambini rapiti dallo Stato
di Sonia Savioli
4/12/2025
Non è una novità. La civiltà basata sul dominio, il profitto, lo sfruttamento di
umani e natura, cioè la società in cui viviamo, non tollera altre civiltà, e chi
sceglie di far crescere i propri bambini nell’affetto, nella libertà, nella
natura, nella salute è, di fatto, un nemico della civiltà del dominio. E’ un
nemico del sistema.
Il sistema progreditissimo dell’ignoranza e del conformismo servile veicolati da
quella che chiamano “istruzione”; del bullismo fomentato da diseguaglianza,
frustrazione, mancanza di affetto e attenzione nelle famiglie; delle malattie e
dei miliardi procurati da vaccini e farmaci. Il sistema della competizione
sociale a tutto spiano e del denaro come unico obiettivo e scopo della vita.
Non è una novità. Il sistema si difende dai buoni esempi, perché i buoni esempi
sono contagiosi ed esiziali per un sistema cattivo. Non porta via i bambini dei
boss mafiosi, perché i boss mafiosi fanno allegramente parte del sistema
mafio-capitalista in cui viviamo. Strappa i bambini a chi vuole farli crescere
in maniera alternativa al sistema. Costoro sono un pericolo, e tanto più sono un
pericolo nel tempo attuale in cui disagio, scoraggiamento, repulsione verso la
società in cui viviamo sono i sentimenti di molti, che cercano nuovi modelli di
vita e guardano con attenzione e speranza a chi quei nuovi modelli li sta
sperimentando e vivendo.
Non è una novità. La civiltà capitalista, colonialista, contronatura, per secoli
ha rapito i bambini dei cosiddetti “selvaggi”.
Negli Stati Uniti e nel Canada, dall’ottocento fino alla fine degli anni
settanta del secolo scorso, centinaia di migliaia di bambini indiani, inuit,
hawaiani, sono stati strappati con la forza alle loro famiglie e comunità,
rinchiusi in collegi, convertiti alla religione cristiana, costretti a non usare
più la propria lingua, a non vedere mai più genitori, fratelli, nonni, amici, la
loro terra e i loro animali: dovevano essere “plasmati”, educati a diventare
come i loro conquistatori, con lo scopo dichiarato di cancellare cultura e
tradizioni di popoli interi. (1)
Riuscirono solo a farli soffrire, farne morire una buona parte, storpiare
l’anima e la psiche dei sopravvissuti.
Lo stesso è accaduto in Australia: dal 1910 agli anni settanta migliai di
bambini aborigeni e melanesiani, la “generazione rubata”, furono strappati con
la forza alle famiglie e alle loro comunità, separati per sempre dai loro
affetti, rinchiusi in collegi dove venivano angariati, puniti crudelmente; dove
non potevano più usare la propria lingua e dovevano abbandonare abitudini e
tradizioni dei loro popoli.
In Danimarca anche, i governi hanno voluto sperimentare la “civilizzazione”
degli inuit groenlandesi, perché i bambini inuit andavano trasformati in danesi,
modificati intellettualmente e culturalmente, sottraendoli per sempre alla
madre, alla famiglia, alla loro vita, per metterli nelle mani di educatori che
non potevano essere che ottusi e malvagi.
Perché l’intento era “il loro bene”, il che voleva dire dare per scontato che il
bene fosse quello della civiltà industrial-occidentale, e quindi che coloro che
non ne facevano parte (e non volevano farne parte) fossero dei minorati, dei
subumani; fossero “il male”.
Sono solo tre tra i tanti esempi di crudeltà, unita alla presunzione razzista,
dei dominatori, che si è accanita nell’impadronirsi dei bambini per tranciare le
radici e le speranze di popolazioni antitetiche al sistema in cui viviamo.
Oggi sembra che i “selvaggi” di cui strappare le radici e il futuro siano
ritenuti coloro che il sistema lo rifiutano. Che scelgono di vivere e di
crescere i loro bambini in mezzo alla natura, di non inquinare e di non
sprecare, di lavorare la terra rispettandola e di insegnare tale rispetto ai
loro bambini; di preservare la loro salute fisica facendoli respirare aria
pulita, mangiare cibi sani, muoversi liberamente all’aperto, invece che
imbottendoli di carrettate di vaccini tossici, “adiuvati” con metalli pesanti
(2); di preservarne la salute mentale tenendoli lontani da scuole in cui si
insegna lo spreco, la piaggeria, la competizione, il consumismo cibernetico e
non.
Questi “selvaggi” sono poi particolarmente invisi al sistema sanitario-mafioso,
che dalla dittatura pandemica in poi ci ha preso gusto e pensa di poter
imperversare dettando legge in ogni campo della vita umana, con alle spalle il
potere delle multinazionali del farmaco e delle finanziarie globali di cui esse
sono parte, e con la complicità di un ceto politico criminale.
Sono due in questo momento gli episodi conosciuti di nostri “selvaggi” a cui
sono stati strappati i loro bambini. (3)
Chiunque sia genitore, chiunque ha o abbia avuto bambini e li abbia amati può
facilmente immaginare la disperazione di quei genitori.
Chiunque abbia la capacità di ricordare il sé stesso bambino può immaginare la
disperazione totale e annichilente di un bambino separato con la forza da
genitori amati, portato in un ambiente estraneo da persone ostili.
La prepotenza, l’arbitrio, la crudeltà vendicativa sono prerogative di un
sistema di dominio, di un sistema capitalista e dei suoi Stati, e se e quando
non ne fanno uso è perché non ne hanno bisogno o perché sono troppo deboli per
l’avversario che si trovano di fronte. Gli Stati europei si possono ormai a
stento considerare delle democrazie e quelli occidentali hanno come “tradizione”
e cultura quella dei colonialisti e imperialisti che sono sempre stati.
L’Unione Sovietica metteva in convitto i bambini dei pastori di renne nomadi
dell’Artico. Scuole-convitti che avevano terreni, renne, manufatti artistici dei
loro popoli, e che chiudevano durante l’estate, quando i bambini tornavano alle
loro famiglie. Tuttavia, i bambini scappavano per tentare di raggiungere le loro
famiglie, le loro tende di pelli a quaranta sottozero, i loro “servizi igienici”
che erano e sono la tundra, i loro bagni che erano tinozze d’acqua o ruscelli e
fiumi ma utilizzati solo d’estate. Allora il governo decise che era meglio
mandare gli insegnanti alle tende, invece che i bambini alle scuole, e capì che
forse l’istruzione della vita, della natura e delle capacità tramandate era più
importante di quella della scuola. (4)
Gli australiani, i canadesi, gli statunitensi, i danesi non hanno difeso i loro
indigeni. Così hanno precluso a sé stessi la conoscenza di una vita alternativa
e la possibilità di una scelta diversa.
Noi, se non difenderemo le scelte e la vita di queste famiglie neorurali,
lasceremo che istituzioni dittatoriali eliminino qualsiasi possibilità di
combattere il sistema con scelte concrete e coerenti di vita.
“… I poliziotti, gli assistenti
dissero: Dovete capire
noi gli daremo quello che voi non gli potete dare
gli insegneremo come bisogna vivere,
come bisogna davvero vivere
invece ci hanno umiliati,
insegnato questo e insegnato quello
e agli altri hanno insegnato il pregiudizio…
Avete portato via i bambini
spezzato il cuore della madre
ci avete separati…
Un giorno oscuro a Framingham
vennero senza dire una parola
mia madre gridò: Chiama il papà!
Arrivò correndo, lottando impazzito…
Poi ci portarono via dalla nostra famiglia…”
(Took the children away – Archie Roach)
–
1)https://www.nationalgeographic.com/premium/article/native-americans-separated-families-children-feature
https://indigenouspeoplesatlasofcanada.ca/article/history-of-residential-schools/
2)https://www.neurology.org/doi/10.1212/WNL.0000000000207337
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0147651323003676
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4318414
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21568886
https://www.mdpi.com/2305-6304/10/9/518
3)https://www.tgcom24.mediaset.it/2025/video/harald-e-nadia-l-altra-famiglia-nel-bosco-cosi-ci-hanno-portato-via-i-figli-_106708107-02k.shtml
https://www.ilsole24ore.com/art/famiglia-bosco-spunta-caso-ad-arezzo-bimbi-allontanati-genitori-47-giorni-AImx6yC
4)https://arcticportal.org/ap-library/news/3403-nomade-schools
Riprendiamo da http://terraeliberta.noblogs.org:
Rilanciamo questo notevole appello della neonata rete di docenti “I.A. Basta!”.
In fondo aggiungiamo una nostra nota critica.
Da https://iabasta.ghost.io/primo-appello/
PRIMO APPELLO ALLE COMUNITÀ EDUCANTI D’ITALIA
A colleghe, colleghi, madri, padri, alle nostre allieve e allievi di ogni
colore, genere, orientamento, provenienza.
Noi siamo il prodotto di 35 anni di lotte, dalla riforma Berlinguer al taglio di
un anno di istruzione tecnica e professionale, in via di realizzazione da parte
del Ministro Valditara. Alcune abbandonate, alcune perse, alcune – per fortuna –
vinte.
Oggi l’intelligenza artificiale, lasciata in mano a una manciata di miliardari,
diviene una minaccia esistenziale alla scuola.
Oggi, contro questa I.A., diciamo BASTA!
Diciamo che la scuola non è una mensa in cui si consumano i “pasti pronti”
preparati dal complesso industriale (e militare) assetato di profitti: la scuola
è una cucina e, per fortuna, noi sappiamo ancora cucinare.
Noi docenti siamo circa novecentomila appassionate e appassionati professionisti
che praticano quotidianamente l’unico ingrediente indispensabile per
l’apprendimento e l’insegnamento: LA RELAZIONE UMANA.
Per questo facciamo appello alle colleghe e ai colleghi umiliati, sottopagati,
derubati da leggi che impongono percorsi a ostacoli e falsi corsi di formazione,
tenuti in una precarietà illegale e scandalosa da parte di tutti i governi servi
delle imprese EdTech che si sono succeduti in questo paese negli ultimi 35 anni.
Colleghe e colleghi: quella che vi proponiamo è l’unica strada per non assistere
passivamente all’attacco finale alla scuola della Repubblica, da parte di una
cricca che non rappresenta altro che i più biechi interessi privati. Sono quelli
che vogliono abolire gli organi collegiali, unica grande riforma democratica
della scuola che questo paese abbia conosciuto, quelli che vogliono sottomettere
la libertà di insegnamento alle fondazioni private per promuovere una scuola che
non fa altro che addestrare schiave e schiavi mansueti.
Facciamo appello ai genitori: voi ci affidate ogni mattina le vostre figlie e i
vostri figli, perché noi forniamo loro strumenti per trovare la propria strada
nel mondo. Unitevi a noi per rigettare questi strumenti di asservimento che
cercano di rubare loro il futuro.
Ragazze, ragazzi: chi ci governa vuole fare di voi ingranaggi passivi della
megamacchina del profitto. Ribellatevi a un futuro di alienazione e miseria!
L’adozione passiva dell’I.A. centralizzata, che il ministero vuole imporci,
lavora a solo vantaggio di chi la possiede.
Contro questo progetto, noi insorgiamo, per il rispetto dell’articolo 33:
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica
detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti
gli ordini e gradi».
Perché l’adozione di questa I.A. punta a imporci come personalizzare
l’insegnamento, controllando ciò che facciamo nelle nostre aule o come dovremmo
“aiutare” le allieve e gli allievi più fragili, con sistemi automatici.
Noi abbiamo proposto in ogni sede ai vari governi che adottassero piattaforme
libere e tecnologie conviviali per la scuola, come ha fatto – tra gli altri – la
Francia. Ma le nostre richieste sono arrivate a orecchie sorde, perché non c’è
peggior sordità di quella causata dalla corruzione.
Insorgiamo per il rispetto dell’articolo 11:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Perché ripudiare la guerra significa anche ripudiare coloro che la rendono
tecnicamente possibile, offrendo strumenti di devastazione sempre più
terrificanti come fanno Google, Amazon, Meta, Apple, Microsoft, Palantir,
OpenAi. Esattamente come, durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto IBM
con il regime nazista; violando le stesse norme statunitensi che gli vietavano
ogni collaborazione.
Qualche pennivendolo avrà già pronto l’editoriale di domani: “Luddisti!”,
griderà il titolo, a caratteri cubitali. Rivendichiamo l’etichetta, ma facciamo
chiarezza! Gli orgogliosi artigiani di Nottingham usavano ed amavano le
tecnologie che si integravano con la società e sollevavano i loro martelli solo
contro le tecnologie che distruggevano il lavoro e i legami sociali, minacciando
di condannarli a morte per fame. I luddisti erano hacker, prima di farsi machine
breaker. Così come loro, all’alba della rivoluzione industriale, anche noi oggi
pratichiamo il diritto a scegliere.
Chiediamo al MIM il rispetto della Costituzione, il ritiro della
“sperimentazione” barzelletta, l’apertura di un tavolo di confronto permanente
con i collegi docenti di tutte le scuole del paese, ponendo fine a questo
stillicidio di “riforme” approvate senza confronto con chi vive la scuola, alla
faccia della presupposta “autonomia scolastica”. Allo stesso modo chiediamo
l’abolizione degli algoritmi autoritari che rendono il precariato delle nostre
colleghe e colleghi l’ennesima forma di schiavismo.
A tutte e tutti chiediamo:
Primo: di aggiungere il vostro nome in calce a questa pagina e di far firmare
almeno altre due persone insieme a voi. L’unione fa la forza: solo facendo
crescere le firme e l’opposizione a questa imposizione potremo raggiungere i
nostri obiettivi;
Secondo: di rifiutarvi di adottare gli strumenti EdTech per l’I.A. in classe.
Nello specifico, e in ordine di importanza, a boicottare e disertare: ChatGPT
(OpenAi), Grok (Musk), Gemini (Google), Claude (Anthropic), Perplexity e
qualsiasi altro basato sullo stesso schema di funzionamento centralizzato;
Terzo: di presentare mozioni come questa (o opzioni di minoranza) nei collegi
docenti e consigli d’istituto, impegnandovi a boicottare le I.A. centralizzate e
partecipare alla sperimentazione dal basso con tecnologie conviviali (I.A.
locali e software free e open source, sotto il nostro controllo).
Quarto: compilare il questionario che trovate qui per far sentire cosa ha da
dire chi la scuola la fa ogni giorno.
Noi siamo coscienti che le nostre speranze sono estreme. Il totalitarismo
tecnologico ha dichiarato guerra all’umanità alla cerimonia d’insediamento del
governo Trump, il 20 gennaio 2025, chiarendo che non si fermerà di fronte a
nulla e che – per i miliardari che sperano di imporlo – «la democrazia è
incompatibile con la libertà» (P. Thiel).
Per costoro la libertà implica essere liberi di fornire a Israele l’intelligence
con cui massacrare oltre 70.000 tra donne, uomini e bambini, portando il terrore
fin dentro alle mura di ogni casa, come a Gaza.
Chiediamo la tua partecipazione diretta, per appoggiare questo piano di lotta
per la libertà di insegnamento, per la crescita democratica delle nostre
comunità, una lotta per un futuro degno di essere abitato dalle nostre figlie e
dai nostri figli.
Dichiariamo che non smetteremo di combattere fino a raggiungimento dei nostri
obiettivi, riportando il governo della scuola nelle mani di chi la vive e non
permettendo che coloro che pretendono governarci la consegnino al totalitarismo
digitale.
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Questo appello ci ha veramente colpiti. Si tratta infatti, almeno in Italia,
della prima presa di posizione collettiva da parte di docenti su un tema
tabuizzato e reso indiscutibile: l’utilizzo delle tecnologie digitali
nell’educazione scolastica. Conoscendo personalmente diverse e diversi
insegnanti critici su questo tema, sappiamo quanto una simile presa di posizione
sia controcorrente all’interno del mondo della scuola, dove vige un conformismo
particolarmente feroce verso tutti i disertori del progresso tecnologico e del
regresso umano e sociale che quello comporta. A colpirci positivamente è poi la
precisione con cui sono trattati alcuni temi, dal corretto inquadramento storico
del movimento luddista al ruolo dell’Intelligenza Artificiale nelle guerre, a
partire dal genocidio della popolazione palestinese. Ciò detto, in questo testo
vediamo anche alcuni grossi limiti. Se ci sembra tutto sommato “normale” che dei
docenti non critichino il ruolo disciplinante e standardizzante della scuola in
quanto tale; e se ci appaiono ancora “normali” i riferimenti alla Costituzione e
alla “democrazia in pericolo” da parte di chi non ha una visione anarchica e
rivoluzionaria come la nostra… a stranirci di più sono i riferimenti a forme di
digitale “alternativo”, e addirittura a sistemi di I.A. “locali” e “conviviali”.
Ammesso – e non concesso – che questi esistano, come potrebbero funzionare senza
nutrirsi di dati, posto che il machine learning (cioè l’”allenamento” della
macchina attraverso informazioni di vario tipo) è alla base di ogni forma di
I.A.? Forse ci sfugge qualcosa, ma a noi pare evidente che questi sistemi non
potrebbero funzionare senza estrarre e immagazzinare informazioni, riproducendo
– su basi magari “locali” e open source – il medesimo esproprio di gusti, gesti,
percezioni ecc. di cui nessuna I.A. può fare a meno; oppure che questi sistemi
sarebbero costretti a nutrirsi di dati forniti dalla I.A. “centralizzata”. Se la
limitazione dell’uso dell’I.A. proposta dagli estensori di questo appello
porrebbe almeno un freno all’educazione meccanizzata che viene imposta da «una
manciata di miliardari», e che trasformerebbe la scuola in una mera fabbrica di
automi, il ricorso al digitale “alternativo” non ne porrebbe alcuno all’avanzata
del controllo tecnologico. Che dire, poi, dell’estrazione delle materie prime –
quelle terre e metalli più o meno “rari” che per essere ricavati necessitano di
scavi devastanti e processi di lavorazione altamente inquinanti, energivori e
idrovori, e di lavoratori schiavizzati per ricavarli – se non che nessun tipo di
apparecchio informatico può farne a meno? Per quale motivo continuare a
condannarsi a questo tipo di dipendenza, quando l’umanità oppressa e sfruttata
ha bisogno prima di tutto di acqua potabile, cibo sano, aria pulita, cioè… di
autonomia comunitaria? Se è vero che i famigerati “luddisti” non distruggevano
tutte le macchine, ma solo quelle che venivano impiegate per devastare il
tessuto delle comunità locali e imporre la schiavitù industriale, lo è
altrettanto che un filatoio meccanico e un computer non sono la stessa cosa – e
che la tecnologia informatica non può semplicemente essere “conviviale”. Mentre
auguriamo a queste e questi docenti di proseguire nella lotta, e speriamo di
incrociare prima o poi le loro strade, li invitiamo a considerare queste
semplici riflessioni. Il sistema tecno-industriale (e statale-capitalistico) non
si può riformare: lo si può solo rifiutare finché non si ha la forza per
distruggerlo.
Riceviamo e diffondiamo:
UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER LA MILITARIZZAZIONE ECONOMICA
Da pochi giorni il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento
Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027. Si tratta in soldoni
dell’aspetto programmatico del comparto bellico italiano. La propaganda del
Ministero definisce la Difesa come “volano per innovazione e sviluppo”.
Dietro il linguaggio tecnico, si nasconde un piano di espansione strutturale
dell’apparato militare: il Ministero si presenta come “motore industriale” del
Paese, giustificando l’aumento delle spese con ricadute su occupazione e
tecnologia.
L’Italia ha aderito alla nuova linea NATO, che prevede di raggiungere per tutti
gli Stati membri il 5% delle spese militari così spartito: 3,5% del PIL in spese
militari propriamente dette e all’1,5% per la sicurezza o le infrastrutture
(vedasi Ponte sullo Stretto, che collegherebbe il confine sud della NATO – la
Sicilia, il Muos etc – con il continente).
Un livello di spesa potenzialmente superiore a quello del periodo della Guerra
Fredda.
La Legge di Bilancio 2025-2027 prevede 35,094 miliardi di euro in 15 anni per:
* 22,5 miliardi dal Fondo investimenti della Difesa;
* 12,6 miliardi dal Ministero delle Imprese (MIMIT).
Gli investimenti coprono ogni settore:
* Terrestre: nuovi mezzi corazzati, artiglieria, droni armati.
* Aereo: caccia di sesta generazione, sistemi missilistici, capacità “Extended
Strike”.
* Navale: navi d’attacco, sommergibili, droni subacquei.
* Cyber e spazio: intelligence digitale, satelliti militari, “Space Domain
Awareness”.
Di più. L’Italia con la Legge di Bilancio 2025 stanzia 50milioni per la
ristrutturazione di tre stabilimenti militari situati a Baiano di Spoleto,
Fontana Liri e Capua, gestiti direttamente dall’Agenzia Industrie Difesa.
L’obiettivo è aumentare la produzione di componenti critici come la
nitroglicerina e la nitrocellulosa, necessari per munizioni di medio calibro,
riducendo così la dipendenza dalle forniture estere e rafforzando l’autonomia
produttiva nazionale.
Ancora più forte appare la saldatura tra Università e Guerra con il Piano
Nazionale della Ricerca Militare – PNRM.
La guerra futura, che intreccia militare, civile ed economia, è in realtà la
guerra odierna. L’Italia è attualmente impegnata in 43 missioni militari (nel
solo anno 2025), con più di 12mila soldati utilizzati. La guerra odierna è anche
– e forse soprattutto – guerra interna. Come diceva Simone Weil: “Il grande
errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è di
considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di
tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.”
Una parte cruciale del DPP è dedicata alla cosiddetta “funzione sicurezza del
territorio”, che affida ai Carabinieri un ruolo centrale nel processo di
militarizzazione interna. Soldi per nuove assunzioni, soldi per ammodernamento
delle caserme, soldi per nuove armi.
Tra le misure previste:
* Acquisizione di elicotteri, droni e veicoli tattici con uso duale (militare e
civile).
* Sistemi di sorveglianza digitale e cyber-investigazione (deep web,
criptovalute, digital forensics).
* Estensione dell’uso del taser e di armi “non letali” a livelli ordinativi
sempre più bassi.
* Ruolo crescente nello “Stability Policing”: attività di controllo sociale e
gestione di crisi anche in territorio nazionale.
Questo spostamento funzionale rafforza il ruolo dei Carabinieri come parte
integrante della difesa militare, abbattendo ulteriormente il confine tra
sicurezza civile e logica bellica.
La militarizzazione non si limita più al piano geopolitico, ma penetra nelle
città, nei sistemi informativi e nella gestione dell’ordine pubblico, preparando
la società a un modello di sicurezza permanente in tempi di guerra totale.
https://controguerra.noblogs.org/post/2025/11/12/la-guerra-e-in-casa-nostra/