Abusi, razzismo, lacrimogeni sparati ad altezza persona e militarizzazione del
dissenso non sono più deviazioni isolate ma il volto strutturale di uno Stato
che risponde alla crisi sociale con repressione, …
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Centinaia di agenti a difesa della sfilata della “remigrazione”, identificazioni
e idranti contro chi contestava fascisti e suprematisti. A Prato arrivano anche
le sanzioni dei decreti sicurezza contro gli antifascisti: …
A Bologna cresce l’uso di misure preventive e sanzioni economiche contro
attivisti e quartieri popolari. Il 7 maggio assemblea cittadina per organizzare
la risposta Nelle ultime settimane si sta consolidando …
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Puntata:
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https://www.valigiablu.it/bolla-intelligenza-artificiale-costi-rischi/
https://www.guerredirete.it/che-cosa-fa-lintelligenza-artificiale-in-guerra/
https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/04/resistenze-ia/
https://agenziax.it/assalto-piattaforme
Eventi:
8 MAGGIO
https://reteappenninica.it/aggiornamenti/maledetti-bagagli-digitali-una-giornata-per-le-alternative-software/
https://slowscience.cnr.it/scritture-digitali2/
Tre attivistə dei Municipi Sociali rischiano sanzioni fino a 10 mila euro
ciascunə per una manifestazione non preavvisata durante la visita della
presidente della BCE. Il decreto sicurezza trasforma il …
(archivio disegni monitor)
La vicenda della costruzione del Muba – Museo delle bambine e dei bambini nel
quartiere popolare del Pilastro a Bologna (ricostruita per Monitor da Salvatore
Papa) mette in luce due elementi ricorrenti nelle politiche urbanistiche degli
ultimi anni: l’uso strumentale delle istituzioni culturali e la manipolazione
dei processi di partecipazione. Nel caso specifico, a questi due ingredienti si
aggiunge la militarizzazione dell’area in cui sorgerà la nuova opera. Ma andiamo
con ordine.
UN OGGETTO MAGICO…
Innanzitutto bisogna cercare di capire che cosa è il Muba, pensato – come si
legge nei documenti ufficiali – per la fascia da 0 a 12 anni, per le scuole e le
famiglie. Colpisce il fatto che, nonostante il cantiere sia ormai avviato,
manchi ancora il progetto culturale. Le uniche informazioni disponibili sono
contenute nel Documento di indirizzo alla progettazione (Dip), allegato al bando
di concorso per la progettazione architettonica dell’edificio pubblicato
nell’ottobre 2022. La descrizione generale è questa: “Il nuovo Muba dovrà essere
un luogo magico, capace di stimolare la curiosità, motivare l’apprendimento,
stimolare i sensi dei piccoli visitatori, che dovranno poter fare in questo
nuovo spazio una esperienza unica e irripetibile. Il Muba dovrà essere un luogo
per giocare, per sperimentare, per studiare, per imparare e per comprendere.
Una palestra mentale dove i bambini dovranno essere messi nelle condizioni
ideali di conoscere per scoperta, valorizzando la dimensione ludica e imparando
a osservare le cose e le situazioni da più punti di vista”.
Non molto, come si può vedere. Una definizione generica, qualche luogo comune,
un po’ di enfasi più adatta a un depliant promozionale che a un documento di
progettazione. Qualche elemento in più lo troviamo nella descrizione degli
ambienti. Al piano terra sono previsti: un’esposizione degli elaborati
realizzati durante gli atelier, uno “spazio interattivo ad alto contenuto
tecnologico […] in cui i bambini dovranno poter costruire la propria carta di
identità digitale”, una palestra sensoriale per i bambini da 0 a 3 anni, un’area
dedicata al cibo (non poteva mancare nella città che del cibo ha fatto il
suo brand principale) denominata “spazio per il food”: qui sono previsti un
ristorante “a misura di bambino” e una caffetteria.
Al primo piano troviamo l’area dei laboratori, dedicati a tre temi: spazio,
memoria, città e cittadinanza. Ciascuna di queste aree è dotata di una stanza
“pensata come un ambiente immersivo in cui significante e significato
corrispondono” (un passaggio illuminante circa la tendenza a ricorrere a frasi
prive di senso per supplire alla carenza di idee) e di un atelier per la
“rielaborazione pratica e attiva dei contenuti fruiti nelle stanze espositive”.
Infine il tetto, per attività ludiche, sportive e di psicomotricità.
A questo testo se ne aggiunge un altro, più breve, intitolato Documento di
indirizzo alla progettazione del concetto educativo-museografico. Non aggiunge
molto, ma contiene un passaggio rivelatore. Nel sottolineare che il Muba dovrà
essere – tra le altre cose – un luogo creativo, afferma che “la creatività aiuta
a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare
un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva
personale”. Come è noto il problem solving è un concetto che ha origine nella
cultura aziendale e rappresenta uno dei termini più in voga del vocabolario
neoliberista. Viene correntemente impiegato per supportare una visione
utilitaristica dell’educazione, che – secondo questa prospettiva – dovrebbe
fornire non più un sapere critico, ma strumenti operativi per “risolvere
problemi” contingenti e funzionali alla flessibilità nel mondo del lavoro. È
agli antipodi della creatività, nonostante l’anonimo estensore del documento
creda che si tratti di un sinonimo.
Questo riduzionismo aziendalista trova un riscontro anche nel progetto vincitore
del concorso, firmato dal raggruppamento temporaneo di imprese guidato dallo
studio Aut Aut di Roma. Nello spiegare perché l’edificio che verrà realizzato ha
la forma di una fabbrica (una “reinterpretazione giocosa e singolare
dell’archetipo della fabbrica”, è scritto nelle note), gli architetti affermano
di essersi ispirati a Loris Malaguzzi, il creatore dei servizi per l’infanzia di
Reggio Emilia a partire dagli anni Sessanta, “secondo il quale il bambino è un
produttore di conoscenza”. Chissà se questa ridicola sciocchezza ha fatto
guadagnare punti nel concorso.
Non sappiamo chi abbia scritto gli indirizzi. Sappiamo, però, che l’ordine
logico della progettazione è stato sovvertito. Nell’immaginare un servizio
pubblico, infatti, sarebbe necessario seguire poche e semplici regole. Si
dovrebbe partire da un’analisi dei bisogni (qual è il servizio necessario per
quello specifico contesto sociale?) e su questa sviluppare la progettazione.
Entrambi gli aspetti dovrebbero essere affidati prioritariamente a coloro che
operano nel territorio negli ambiti professionali identificati dal servizio. La
progettazione architettonica degli spazi dovrebbe partire da questi due elementi
ed essere condotta in stretta collaborazione con chi ci lavorerà. Il piano di
gestione, infine, dovrebbe essere sviluppato contemporaneamente alle altre fasi.
Nel caso del Muba nulla di tutto questo è accaduto. L’analisi dei bisogni non
c’è stata (ci torneremo nel prossimo paragrafo). Nelle polemiche delle ultime
settimane, l’amministrazione comunale ha difeso il progetto sostenendo che era
nel programma elettorale della maggioranza. Questa è dunque la ragione
principale alla base della scelta, come se un’opera pubblica indicata in un
programma elettorale debba trovare giustificazione in se stessa, senza necessità
di essere sottoposta a una verifica e a un’analisi dettagliata. La progettazione
culturale non è ancora completa, e la sua versione preliminare, estremamente
generica, non è il frutto di chi lavora nel territorio. La progettazione
architettonica è stata fatta solo sulla base di queste indicazioni di massima, e
successivamente è stata in qualche modo modificata (ma i contenuti di questo
confronto non sono di dominio pubblico) dal Comitato scientifico, che è stato
nominato due mesi dopo l’affidamento dell’incarico allo studio Aut Aut (e non
include nessuno degli operatori che lavorano nel territorio in campo culturale e
educativo). Infine, il progetto di gestione non esiste. Mentre le ruspe hanno
iniziato a scavare non sappiamo ancora chi gestirà il museo, quanti saranno gli
operatori, quali saranno gli orari di apertura, quali saranno i prezzi delle
attività a pagamento, a quanto ammonta il budget e quali sono le previsioni di
incasso, ecc. L’amministrazione comunale si limita a ripetere che sarà un museo
“a guida pubblica”. Nella sua ambiguità, questa formulazione svela che la
gestione sarà affidata molto probabilmente a soggetti privati.
…CHE PORTA “BELLEZZA”
Giunti a questo punto dell’analisi, non è ancora emersa una valida
giustificazione della scelta di collocare il museo al Pilastro. Torniamo quindi
al Documento di indirizzo alla progettazione alla ricerca di un nesso tra il
contesto e l’opera da realizzare.
Il Dip contiene un paragrafo intitolato “Contesto di vulnerabilità”, nel quale
riporta l’Indicatore sintetico di fragilità demografica, sociale ed economica.
Questa sezione evidenzia le criticità del quartiere, anche se purtroppo è
piuttosto scarna. I dati relativi al disagio socio-economico sono comunque
reperibili in rete, aggiornati a febbraio 2026. Il Pilastro risulta al primo
posto tra le aree di disagio a Bologna. Se questo dato complessivo viene
scomposto, troviamo che almeno quattro indicatori risultano i peggiori non solo
nell’ambito comunale, ma anche rispetto ai quattordici comuni capoluogo di città
metropolitana presi in considerazione dall’indagine Istat:
– incidenza percentuale di individui con basso livello di istruzione;
– incidenza percentuale di individui di età compresa tra 15 e 29 anni che non
sono occupati e non sono iscritti ad alcun corso di studi;
– incidenza percentuale di studenti che abbandonano la scuola o ripetono l’anno;
– incidenza percentuale di individui con occupazione “non stabile”.
Altri indicatori estremamente negativi sono riferiti all’incidenza percentuale
di individui a basso reddito e al tasso di occupazione nella fascia 25-64 anni.
Di fronte a questo scenario, l’idea del Muba viene argomentata in questo modo:
“La scelta di localizzare la struttura in quest’area particolare della città,
oltre che per le peculiari caratteristiche di fragilità economico-sociale e di
povertà educativa del contesto più prossimo, risiede nella profonda convinzione
che proprio laddove si verificano condizioni di disagio e difficoltà si debba
agire portando bellezza nei luoghi, cura e ricchezza nelle proposte, dando vita
a opportunità inedite non solo per chi risiede e abita l’area oggetto di
intervento, ma per tutte e tutti coloro che, da ogni territorio, potranno e
vorranno raggiungere il Pilastro per vivere un’esperienza estetica, ludica e
formativa di altissima qualità. Imperdibile occasione è quindi quella di
considerare il Muba un attrattore a livello nazionale, capace di riqualificare
un’area inserendola nei luoghi di interesse turistico e educativo per le scuole
e le famiglie […].
Non è rintracciabile alcun nesso logico tra il disagio sociale del quartiere e
la realizzazione del museo, nulla che vada oltre semplici affermazioni di
principio non corredate da vere e proprie argomentazioni (siccome il quartiere è
povero, ci mettiamo un museo: questo è il senso della prima frase, che non
articola un ragionamento ma stabilisce un dogma). In sostanza, l’idea poggia su
due basi: la prima è una concezione paternalistica dell’intervento pubblico (noi
amministratori regaliamo un elemento di “bellezza” al rione), la secondo è
l’attrattività, chiodo fisso delle politiche urbanistiche dei nostri tempi,
fossilizzate nella convinzione che lo sviluppo delle aree urbane venga da fuori,
e che un ruolo decisivo debba essere giocato da attori di passaggio, che non
vivono o lavorano stabilmente nelle città ma, con la loro presenza occasionale o
temporanea, portano benessere e ricchezza. Il turismo è in cima ai loro
pensieri. Talmente in cima che a Bologna gli amministratori locali sognano di
portarlo anche in un quartiere popolare e periferico, per salvarlo da se stesso.
Ecco quindi che il Muba, più che un valore per il quartiere, è un pretesto. È un
oggetto-calamita, il cui effetto di attrazione dall’esterno è più importante
rispetto al contenuto e alla sua capacità di incidere sul tessuto sociale della
zona. Ma non è detto che l’attrazione funzioni. A poca distanza dal Pilastro c’è
un altro ingombrante oggetto-calamita su cui la precedente amministrazione
comunale aveva puntato moltissimo: Fico (Fabbrica italiana contadina), ora
ribattezzato Grand Tour Italia, un progetto commerciale infiorettato con
improbabili velleità culturali inaugurato nel 2017 e tenuto faticosamente in
piedi fino a oggi nonostante l’evidente fallimento.
Il Muba potrà contare sull’attività didattica con le scuole, ma cosa ne
ricaverebbe il quartiere? Questa domanda indirizza verso un altro aspetto che i
documenti del comune di Bologna non chiariscono, e che rappresenta un aspetto
decisivo della questione: come può il Muba diventare un luogo di frequentazione
quotidiana per chi abita nella zona, come auspicato anche nel Dip e come
ripetuto in continuazione dagli amministratori locali per cercare di convincere
gli scettici? Come può offrire tutti i giorni “una esperienza unica e
irripetibile”? Non può farlo, evidentemente. La sua natura è diversa,
l’esperienza che può offrire è episodica, non può essere replicata con
continuità.
Di fronte al futuro museo c’è la biblioteca di quartiere Luigi Spina. È lì dal
1974, ed è un punto di riferimento importante per la comunità locale, come
riconosciuto anche nel Dip. È un luogo gratuito, rivolto a tutte le età, ricco
di attività, e garantisce una possibilità di frequentazione quotidiana che a un
museo è negata. Però, come tutte le biblioteche di quartiere, è in sofferenza:
spazi, personale, fondi non sono sufficienti, l’orario è ridotto rispetto alle
necessità. Il disimpegno del Comune in questo ambito è sotto gli occhi di tutti
ed è oggetto da tempo di una mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori
dei musei e delle biblioteche pubbliche, che denunciano carenze strutturali,
esternalizzazioni, mancanza di finanziamenti. L’impegno di assumere
centocinquanta persone è stato disatteso (ne sono state assunte solo
quarantuno). Di fronte a tutto questo, la realizzazione di una nuova struttura,
i cui costi di gestione non sono neanche stati definiti e i cui contenuti
risultano in gran parte indeterminati, assume il sapore di una beffa.
Nel quartiere c’è anche molto altro. A fianco della biblioteca c’è Casa gialla,
uno spazio per adolescenti aperto nel 2022. E molti altri servizi pubblici per
bambini, adolescenti, immigrati, ecc., gestiti dal Comune e da associazioni,
attivi da anni, la gran parte dei quali non sono stati coinvolti nella
progettazione del Muba. Eppure al Muba viene assegnato il ruolo di “fulcro” di
tutti i servizi attivi nella zona, di coordinamento di quello che viene chiamato
“ecosistema educativo”. Perché questo ruolo dovrebbe essere assunto da una
struttura nuova affidata alla gestione di persone che non hanno conoscenza ed
esperienza del territorio? In che modo il Muba potrebbe svolgere questo ruolo? A
queste domande cruciali non c’è risposta: finora hanno prevalso gli slogan e le
enunciazioni astratte.
IL DISCO ROTTO DELLA PARTECIPAZIONE
Di fronte alle critiche crescenti dal momento in cui il cantiere si è installato
al Pilastro, l’amministrazione comunale ha rivendicato di avere realizzato un
lungo percorso di partecipazione intorno al progetto del museo, articolato in
decine di incontri che avrebbero coinvolto associazioni, cittadini e scuole.
Proviamo a verificare quanto c’è di vero in questa versione attraverso i
rapporti della Fondazione Innovazione Urbana, che ha gestito gli incontri.
La prima fase della partecipazione si è svolta tra ottobre e novembre 2022. In
quel periodo sono stati realizzati: un incontro con i “corpi intermedi” (le
associazioni e le organizzazioni attive nel quartiere, di cui però non è
riportato l’elenco), due laboratori con i bambini della scuola primaria
Romagnoli (e una mostra con i lavori realizzati), un incontro con una dozzina di
adolescenti presso la Casa gialla. Tutto qui. Molto poco, se si pensa che il
resoconto di questa fase è stato allegato ai documenti del bando di concorso per
la progettazione, e doveva quindi servire da orientamento per i partecipanti.
Anche sul contenuto c’è da riflettere, specie per quanto riguarda i passaggi
relativi al verde, uno degli argomenti più sensibili. La realizzazione ha
comportato infatti l’abbattimento di quattro alberi di alto fusto, derivante
anche dal cambiamento della collocazione dell’edificio, prevista inizialmente al
posto di una piastra di cemento adiacente la biblioteca e poi spostata di pochi
metri, nel parco. Questo esito non era nei desideri di nessuno dei partecipanti
agli incontri: né dei “corpi intermedi” (“Viene […] sottolineata l’importanza di
un consumo di suolo più limitato possibile con l’obiettivo di valorizzare la
componente verde e arborea esistente che caratterizza molto fortemente il
parco”), né dei bambini, che agli alberi e alla possibilità di arrampicarsi e
costruire case sul loro tronco hanno dedicato molto spazio. Gli alberi, però,
sono stati abbattuti, e l’edificio occuperà 750 mq dell’area verde (che non
doveva essere toccata).
Difficile sostenere che la volontà dei partecipanti sia stata rispettata. Alcuni
degli insegnanti coinvolti hanno raccontato che durante i laboratori alcuni
bambini hanno realizzato “disegni in cui addirittura […] sognano un percorso
attrezzato tra gli alberi del parco e immaginano il museo come una casa
sull’albero. Di fatto sul museo si è lavorato poco, ci si è concentrati
principalmente sul parco. Quando abbiamo visto quale area dovrebbe occupare il
Muba, ci siamo sentiti traditi. […] Se avessimo immaginato una progettualità
così estrema, non avremmo partecipato al percorso. Non siamo stati ascoltati, le
idee nostre e dei bambini non sono state tenute in considerazione” (Corriere di
Bologna, 1 marzo 2026).
La strumentalizzazione dei bambini – non c’è altro modo di definirla – è
continuata nelle parole del sindaco, che è arrivato ad attribuire proprio a loro
la scelta di spostare la collocazione del Muba: “Volevamo farlo inizialmente
sulla lastra di cemento, ma abbiamo cambiato […] perché bambini e ragazzi nelle
loro osservazioni ci hanno chiesto di mantenere l’area dove giocavano che è
quello spiazzo di cemento, non l’area verde centrale dove invece non giocano
mai” (Corriere di Bologna, 13 marzo 2026).
È lo stesso resoconto della Fondazione Innovazione Urbana a smentire il sindaco:
nell’immagine grafica che riassume il modo in cui il parco è vissuto e i
desideri per migliorarlo, sulla piastra di cemento in cui amerebbero tanto
giocare, i bambini hanno collocato una cacca, il simbolo suggerito per indicare
“il posto che mi piace di meno”. In altre aree, invece, hanno messo simboli
divertenti per indicare i luoghi piacevoli del parco in cui giocano e stanno
insieme.
Il resoconto della seconda fase, realizzata tra febbraio e luglio 2023, elenca
due incontri con la Consulta comunale per il superamento dell’handicap e con
Cinnica – Libera consulta per una città amica dell’infanzia; due incontri con il
Diversity Team del comune di Bologna; un focus group con lavoratrici e
lavoratori della biblioteca Spina; un incontro “dedicato alle comunità attive
(principalmente scuole) e realtà associative del Pilastro”. Vengono registrate
anche le riunioni tra il Comitato scientifico e lo studio Aut Aut (ma si tratta
di incontri di carattere tecnico che solo con una evidente forzatura possono
essere inclusi nei processi partecipativi) e uno stand informativo durante la
festa estiva della Casa gialla. Tutto qui, ancora una volta.
Non sarebbe finita, in realtà. Il resoconto annuncia la terza fase, la più
importante, nella quale “si prevede di coinvolgere la cittadinanza in modo più
allargato rispetto a quanto fatto in precedenza”, un percorso che riguarderà
“non solo il progetto architettonico ma anche quello allestitivo e dei
contenuti, e sarà aperto a tutta la città”.
Di questa fase non c’è traccia. Non esiste alcun resoconto, né risultano
incontri per i successivi due anni e mezzo. Bisogna arrivare al 16 dicembre 2025
per trovare l’invito a partecipare – a giochi fatti – a un incontro pubblico di
presentazione del progetto. Le recinzioni del cantiere erano già montate da un
mese.
FINZIONI, MENZOGNE E MANGANELLI
Come abbiamo visto, è sufficiente una lettura dei documenti ufficiali per
individuare le falle del ciclo di progettazione, l’assenza di un’analisi dei
bisogni del quartiere, l’uso strumentale di un’istituzione culturale e educativa
calata dall’alto, l’assenza di un vero processo di partecipazione. Quello che
viene sbandierato come un percorso ininterrotto costellato da decine di incontri
con associazioni, operatori, cittadini, non è mai esistito. Tutto si riduce a
una manciata di incontri episodici, interrotti da molto tempo, estremamente
selettivi per quanto riguarda gli interlocutori prescelti, mai aperti alla
cittadinanza. Nella vicenda del Muba troviamo riprodotti tutti i difetti
strutturali del sistema di partecipazione messo in piedi nel corso degli anni
dal comune di Bologna, basato sull’apparenza e completamente privo di effettivi
poteri decisionali (per una analisi più approfondita rinvio a questo dossier).
Ora il Comune getta la maschera e impone il progetto con la forza. Forse per la
prima volta (dopo quello del TAV in Valsusa) il cantiere di un’opera pubblica
viene presidiato dalla polizia, che a più riprese ha effettuato cariche,
picchiato i manifestanti e usato in maniera dissennata i gas lacrimogeni (a
volte lanciati ad altezza d’uomo, come dimostrato chiaramente dai video che
circolano sui social). Il rapporto tra centro e periferia cambia natura, il
Comune sceglie il pugno duro, senza valutare le conseguenze. Nessuno può
prevedere come questa storia andrà a finire. Per molti aspetti, però, è già
finita male, molto male: certe lacerazioni sono difficili da ricucire. (mauro
boarelli)
(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
Dopo lo sgombero all’alba del 2 marzo, nuove cariche serali e altri fermi. Il
comitato MuBasta rilancia il presidio: “Il parco è un bene comune”. Nel mirino
la Giunta Lepore-Clancy …
All’alba camionette e antisommossa al parco Mitilini Moneta Stefanini: cinque
persone portate in Questura e un ferito. Il comitato Mu.Basta accusa il Comune:
“Risponde con la forza a chi chiede …
Uso della forza, repressione del dissenso e scudo penale: quando la sicurezza
diventa ideologia di potere Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto
anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a …