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News digitali ed eventi maggio 2026
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Se la periferia non si adegua. La strana storia del Museo dei bambini a Bologna
(archivio disegni monitor) La vicenda della costruzione del Muba – Museo delle bambine e dei bambini nel quartiere popolare del Pilastro a Bologna (ricostruita per Monitor da Salvatore Papa) mette in luce due elementi ricorrenti nelle politiche urbanistiche degli ultimi anni: l’uso strumentale delle istituzioni culturali e la manipolazione dei processi di partecipazione. Nel caso specifico, a questi due ingredienti si aggiunge la militarizzazione dell’area in cui sorgerà la nuova opera. Ma andiamo con ordine. UN OGGETTO MAGICO… Innanzitutto bisogna cercare di capire che cosa è il Muba, pensato – come si legge nei documenti ufficiali – per la fascia da 0 a 12 anni, per le scuole e le famiglie. Colpisce il fatto che, nonostante il cantiere sia ormai avviato, manchi ancora il progetto culturale. Le uniche informazioni disponibili sono contenute nel Documento di indirizzo alla progettazione (Dip), allegato al bando di concorso per la progettazione architettonica dell’edificio pubblicato nell’ottobre 2022. La descrizione generale è questa: “Il nuovo Muba dovrà essere un luogo magico, capace di stimolare la curiosità, motivare l’apprendimento, stimolare i sensi dei piccoli visitatori, che dovranno poter fare in questo nuovo spazio una esperienza unica e irripetibile. Il Muba dovrà essere un luogo per giocare, per sperimentare, per studiare, per imparare e per comprendere. Una palestra mentale dove i bambini dovranno essere messi nelle condizioni ideali di conoscere per scoperta, valorizzando la dimensione ludica e imparando a osservare le cose e le situazioni da più punti di vista”.     Non molto, come si può vedere. Una definizione generica, qualche luogo comune, un po’ di enfasi più adatta a un depliant promozionale che a un documento di progettazione. Qualche elemento in più lo troviamo nella descrizione degli ambienti. Al piano terra sono previsti: un’esposizione degli elaborati realizzati durante gli atelier, uno “spazio interattivo ad alto contenuto tecnologico […] in cui i bambini dovranno poter costruire la propria carta di identità digitale”, una palestra sensoriale per i bambini da 0 a 3 anni, un’area dedicata al cibo (non poteva mancare nella città che del cibo ha fatto il suo brand principale) denominata “spazio per il food”: qui sono previsti un ristorante “a misura di bambino” e una caffetteria. Al primo piano troviamo l’area dei laboratori, dedicati a tre temi: spazio, memoria, città e cittadinanza. Ciascuna di queste aree è dotata di una stanza “pensata come un  ambiente immersivo in cui significante e significato corrispondono” (un passaggio illuminante circa la tendenza a ricorrere a frasi prive di senso per supplire alla carenza di idee) e di un atelier per la “rielaborazione pratica e attiva dei contenuti fruiti nelle stanze espositive”. Infine il tetto, per attività ludiche, sportive e di psicomotricità.  A questo testo se ne aggiunge un altro, più breve, intitolato Documento di indirizzo alla progettazione del concetto educativo-museografico. Non aggiunge molto, ma contiene un passaggio rivelatore. Nel sottolineare che il Muba dovrà essere – tra le altre cose – un luogo creativo, afferma che “la creatività aiuta a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva personale”. Come è noto il problem solving è un concetto che ha origine nella cultura aziendale e rappresenta uno dei termini più in voga del vocabolario neoliberista. Viene correntemente impiegato per supportare una visione utilitaristica dell’educazione, che – secondo questa prospettiva – dovrebbe fornire non più un sapere critico, ma strumenti operativi per “risolvere problemi” contingenti e funzionali alla flessibilità nel mondo del lavoro. È agli antipodi della creatività, nonostante l’anonimo estensore del documento creda che si tratti di un sinonimo. Questo riduzionismo aziendalista trova un riscontro anche nel progetto vincitore del concorso, firmato dal raggruppamento temporaneo di imprese guidato dallo studio Aut Aut di Roma. Nello spiegare perché l’edificio che verrà realizzato ha la forma di una fabbrica (una “reinterpretazione giocosa e singolare dell’archetipo della fabbrica”, è scritto nelle note), gli architetti affermano di essersi ispirati a Loris Malaguzzi, il creatore dei servizi per l’infanzia di Reggio Emilia a partire dagli anni Sessanta, “secondo il quale il bambino è un produttore di conoscenza”. Chissà se questa ridicola sciocchezza ha fatto guadagnare punti nel concorso. Non sappiamo chi abbia scritto gli indirizzi. Sappiamo, però, che l’ordine logico della progettazione è stato sovvertito. Nell’immaginare un servizio pubblico, infatti, sarebbe necessario seguire poche e semplici regole. Si dovrebbe partire da un’analisi dei bisogni (qual è il servizio necessario per quello specifico contesto sociale?) e su questa sviluppare la progettazione. Entrambi gli aspetti dovrebbero essere affidati prioritariamente a coloro che operano nel territorio negli ambiti professionali identificati dal servizio. La progettazione architettonica degli spazi dovrebbe partire da questi due elementi ed essere condotta in stretta collaborazione con chi ci lavorerà. Il piano di gestione, infine, dovrebbe essere sviluppato contemporaneamente alle altre fasi. Nel caso del Muba nulla di tutto questo è accaduto. L’analisi dei bisogni non c’è stata (ci torneremo nel prossimo paragrafo). Nelle polemiche delle ultime settimane, l’amministrazione comunale ha difeso il progetto sostenendo che era nel programma elettorale della maggioranza. Questa è dunque la ragione principale alla base della scelta, come se un’opera pubblica indicata in un programma elettorale debba trovare giustificazione in se stessa, senza necessità di essere sottoposta a una verifica e a un’analisi dettagliata. La progettazione culturale non è ancora completa, e la sua versione preliminare, estremamente generica, non è il frutto di chi lavora nel territorio. La progettazione architettonica è stata fatta solo sulla base di queste indicazioni di massima, e successivamente è stata in qualche modo modificata (ma i contenuti di questo confronto non sono di dominio pubblico) dal Comitato scientifico, che è stato nominato due mesi dopo l’affidamento dell’incarico allo studio Aut Aut (e non include nessuno degli operatori che lavorano nel territorio in campo culturale e educativo). Infine, il progetto di gestione non esiste. Mentre le ruspe hanno iniziato a scavare non sappiamo ancora chi gestirà il museo, quanti saranno gli operatori, quali saranno gli orari di apertura, quali saranno i prezzi delle attività a pagamento, a quanto ammonta il budget e quali sono le previsioni di incasso, ecc. L’amministrazione comunale si limita a ripetere che sarà un museo “a guida pubblica”. Nella sua ambiguità, questa formulazione svela che la gestione sarà affidata molto probabilmente a soggetti privati.   …CHE PORTA “BELLEZZA” Giunti a questo punto dell’analisi, non è ancora emersa una valida giustificazione della scelta di collocare il museo al Pilastro. Torniamo quindi al Documento di indirizzo alla progettazione alla ricerca di un nesso tra il contesto e l’opera da realizzare. Il Dip contiene un paragrafo intitolato “Contesto di vulnerabilità”, nel quale riporta l’Indicatore sintetico di fragilità demografica, sociale ed economica. Questa sezione evidenzia le criticità del quartiere, anche se purtroppo è piuttosto scarna. I dati relativi al disagio socio-economico sono comunque reperibili in rete, aggiornati a febbraio 2026. Il Pilastro risulta al primo posto tra le aree di disagio a Bologna. Se questo dato complessivo viene scomposto, troviamo che almeno quattro indicatori risultano i peggiori non solo nell’ambito comunale, ma anche rispetto ai quattordici comuni capoluogo di città metropolitana presi in considerazione dall’indagine Istat: – incidenza percentuale di individui con basso livello di istruzione; – incidenza percentuale di individui di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono occupati e non sono iscritti ad alcun corso di studi; – incidenza percentuale di studenti che abbandonano la scuola o ripetono l’anno; – incidenza percentuale di individui con occupazione “non stabile”. Altri indicatori estremamente negativi sono riferiti all’incidenza percentuale di individui a basso reddito e al tasso di occupazione nella fascia 25-64 anni.  Di fronte a questo scenario, l’idea del Muba viene argomentata in questo modo: “La scelta di localizzare la struttura in quest’area particolare della città, oltre che per le peculiari caratteristiche di fragilità economico-sociale e di povertà educativa del contesto più prossimo, risiede nella profonda convinzione che proprio laddove si verificano condizioni di disagio e difficoltà si debba agire portando bellezza nei luoghi, cura e ricchezza nelle proposte, dando vita a opportunità inedite non solo per chi risiede e abita l’area oggetto di intervento, ma per tutte e tutti coloro che, da ogni territorio, potranno e vorranno raggiungere il Pilastro per vivere un’esperienza estetica, ludica e formativa di altissima qualità. Imperdibile occasione è quindi quella di considerare il Muba un attrattore a livello nazionale, capace di riqualificare un’area inserendola nei luoghi di interesse turistico e educativo per le scuole e le famiglie […]. Non è rintracciabile alcun nesso logico tra il disagio sociale del quartiere e la realizzazione del museo, nulla che vada oltre semplici affermazioni di principio non corredate da vere e proprie argomentazioni (siccome il quartiere è povero, ci mettiamo un museo: questo è il senso della prima frase, che non articola un ragionamento ma stabilisce un dogma). In sostanza, l’idea poggia su due basi: la prima è una concezione paternalistica dell’intervento pubblico (noi amministratori regaliamo un elemento di “bellezza” al rione), la secondo è l’attrattività, chiodo fisso delle politiche urbanistiche dei nostri tempi, fossilizzate nella convinzione che lo sviluppo delle aree urbane venga da fuori, e che un ruolo decisivo debba essere giocato da attori di passaggio, che non vivono o lavorano stabilmente nelle città ma, con la loro presenza occasionale o temporanea, portano benessere e ricchezza. Il turismo è in cima ai loro pensieri. Talmente in cima che a Bologna gli amministratori locali sognano di portarlo anche in un quartiere popolare e periferico, per salvarlo da se stesso. Ecco quindi che il Muba, più che un valore per il quartiere, è un pretesto. È un oggetto-calamita, il cui effetto di attrazione dall’esterno è più importante rispetto al contenuto e alla sua capacità di incidere sul tessuto sociale della zona. Ma non è detto che l’attrazione funzioni. A poca distanza dal Pilastro c’è un altro ingombrante oggetto-calamita su cui la precedente amministrazione comunale aveva puntato moltissimo: Fico (Fabbrica italiana contadina), ora ribattezzato Grand Tour Italia, un progetto commerciale infiorettato con improbabili velleità culturali inaugurato nel 2017 e tenuto faticosamente in piedi fino a oggi nonostante l’evidente fallimento. Il Muba potrà contare sull’attività didattica con le scuole, ma cosa ne ricaverebbe il quartiere? Questa domanda indirizza verso un altro aspetto che i documenti del comune di Bologna non chiariscono, e che rappresenta un aspetto decisivo della questione: come può il Muba diventare un luogo di frequentazione quotidiana per chi abita nella zona, come auspicato anche nel Dip e come ripetuto in continuazione dagli amministratori locali per cercare di convincere gli scettici? Come può offrire tutti i giorni “una esperienza unica e irripetibile”? Non può farlo, evidentemente. La sua natura è diversa, l’esperienza che può offrire è episodica, non può essere replicata con continuità.  Di fronte al futuro museo c’è la biblioteca di quartiere Luigi Spina. È lì dal 1974, ed è un punto di riferimento importante per la comunità locale, come riconosciuto anche nel Dip. È un luogo gratuito, rivolto a tutte le età, ricco di attività, e garantisce una possibilità di frequentazione quotidiana che a un museo è negata. Però, come tutte le biblioteche di quartiere, è in sofferenza: spazi, personale, fondi non sono sufficienti, l’orario è ridotto rispetto alle necessità. Il disimpegno del Comune in questo ambito è sotto gli occhi di tutti ed è oggetto da tempo di una mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dei musei e delle biblioteche pubbliche, che denunciano carenze strutturali, esternalizzazioni, mancanza di finanziamenti. L’impegno di assumere centocinquanta persone è stato disatteso (ne sono state assunte solo quarantuno). Di fronte a tutto questo, la realizzazione di una nuova struttura, i cui costi di gestione non sono neanche stati definiti e i cui contenuti risultano in gran parte indeterminati, assume il sapore di una beffa. Nel quartiere c’è anche molto altro. A fianco della biblioteca c’è Casa gialla, uno spazio per adolescenti aperto nel 2022. E molti altri servizi pubblici per bambini, adolescenti, immigrati, ecc., gestiti dal Comune e da associazioni, attivi da anni, la gran parte dei quali non sono stati coinvolti nella progettazione del Muba. Eppure al  Muba viene assegnato il ruolo di “fulcro” di tutti i servizi attivi nella zona, di coordinamento di quello che viene chiamato “ecosistema educativo”. Perché questo ruolo dovrebbe essere assunto da una struttura nuova affidata alla gestione di persone che non hanno conoscenza ed esperienza del territorio? In che modo il Muba potrebbe svolgere questo ruolo? A queste domande cruciali non c’è risposta: finora hanno prevalso gli slogan e le enunciazioni astratte. IL DISCO ROTTO DELLA PARTECIPAZIONE Di fronte alle critiche crescenti dal momento in cui il cantiere si è installato al Pilastro, l’amministrazione comunale ha rivendicato di avere realizzato un lungo percorso di partecipazione intorno al progetto del museo, articolato in decine di incontri che avrebbero coinvolto associazioni, cittadini e scuole. Proviamo a verificare quanto c’è di vero in questa versione attraverso i rapporti della Fondazione Innovazione Urbana, che ha gestito gli incontri. La prima fase della partecipazione si è svolta tra ottobre e novembre 2022. In quel periodo sono stati realizzati: un incontro con i “corpi intermedi” (le associazioni e le organizzazioni attive nel quartiere, di cui però non è riportato l’elenco), due laboratori con i bambini della scuola primaria Romagnoli (e una mostra con i lavori realizzati), un incontro con una dozzina di adolescenti presso la Casa gialla. Tutto qui. Molto poco, se si pensa che il resoconto di questa fase è stato allegato ai documenti del bando di concorso per la progettazione, e doveva quindi servire da orientamento per i partecipanti. Anche sul contenuto c’è da riflettere, specie per quanto riguarda i passaggi relativi al verde, uno degli argomenti più sensibili. La realizzazione ha comportato infatti l’abbattimento di quattro alberi di alto fusto, derivante anche dal cambiamento della collocazione dell’edificio, prevista inizialmente al posto di una piastra di cemento adiacente la biblioteca e poi spostata di pochi metri, nel parco. Questo esito non era nei desideri di nessuno dei partecipanti agli incontri: né dei “corpi intermedi” (“Viene […] sottolineata l’importanza di un consumo di suolo più limitato possibile con l’obiettivo di valorizzare la componente verde e arborea esistente che caratterizza molto fortemente il parco”), né dei bambini, che agli alberi e alla possibilità di arrampicarsi e costruire case sul loro tronco hanno dedicato molto spazio. Gli alberi, però, sono stati abbattuti, e l’edificio occuperà 750 mq dell’area verde (che non doveva essere toccata). Difficile sostenere che la volontà dei partecipanti sia stata rispettata. Alcuni degli insegnanti coinvolti hanno raccontato che durante i laboratori alcuni bambini hanno realizzato “disegni in cui addirittura […] sognano un percorso attrezzato tra gli alberi del parco e immaginano il museo come una casa sull’albero. Di fatto sul museo si è lavorato poco, ci si è concentrati principalmente sul parco. Quando abbiamo visto quale area dovrebbe occupare il Muba, ci siamo sentiti traditi. […] Se avessimo immaginato una progettualità così estrema, non avremmo partecipato al percorso. Non siamo stati ascoltati, le idee nostre e dei bambini non sono state tenute in considerazione” (Corriere di Bologna, 1 marzo 2026). La strumentalizzazione dei bambini – non c’è altro modo di definirla – è continuata nelle parole del sindaco, che è arrivato ad attribuire proprio a loro la scelta di spostare la collocazione del Muba: “Volevamo farlo inizialmente sulla lastra di cemento, ma abbiamo cambiato […] perché bambini e ragazzi nelle loro osservazioni ci hanno chiesto di mantenere l’area dove giocavano che è quello spiazzo di cemento, non l’area verde centrale dove invece non giocano mai” (Corriere di Bologna, 13 marzo 2026). È lo stesso resoconto della Fondazione Innovazione Urbana a smentire il sindaco: nell’immagine grafica che riassume il modo in cui il parco è vissuto e i desideri per migliorarlo, sulla piastra di cemento in cui amerebbero tanto giocare, i bambini hanno collocato una cacca, il simbolo suggerito per indicare “il posto che mi piace di meno”. In altre aree, invece, hanno messo simboli divertenti per indicare i luoghi piacevoli del parco in cui giocano e stanno insieme. Il resoconto della seconda fase, realizzata tra febbraio e luglio 2023, elenca due incontri con la Consulta comunale per il superamento dell’handicap e con Cinnica – Libera consulta per una città amica dell’infanzia; due incontri con il Diversity Team del comune di Bologna; un focus group con lavoratrici e lavoratori della biblioteca Spina; un incontro “dedicato alle comunità attive (principalmente scuole) e realtà associative del Pilastro”. Vengono registrate anche le riunioni tra il Comitato scientifico e lo studio Aut Aut (ma si tratta di incontri di carattere tecnico che solo con una evidente forzatura possono essere inclusi nei processi partecipativi) e uno stand informativo durante la festa estiva della Casa gialla. Tutto qui, ancora una volta. Non sarebbe finita, in realtà. Il resoconto annuncia la terza fase, la più importante, nella quale “si prevede di coinvolgere la cittadinanza in modo più allargato rispetto a quanto fatto in precedenza”, un percorso che riguarderà “non solo il progetto architettonico ma anche quello allestitivo e dei contenuti, e sarà aperto a tutta la città”. Di questa fase non c’è traccia. Non esiste alcun resoconto, né risultano incontri per i successivi due anni e mezzo. Bisogna arrivare al 16 dicembre 2025 per trovare l’invito a partecipare – a giochi fatti – a un incontro pubblico di presentazione del progetto. Le recinzioni del cantiere erano già montate da un mese. FINZIONI, MENZOGNE E MANGANELLI Come abbiamo visto, è sufficiente una lettura dei documenti ufficiali per individuare le falle del ciclo di progettazione, l’assenza di un’analisi dei bisogni del quartiere, l’uso strumentale di un’istituzione culturale e educativa calata dall’alto, l’assenza di un vero processo di partecipazione. Quello che viene sbandierato come un percorso ininterrotto costellato da decine di incontri con associazioni, operatori, cittadini, non è mai esistito. Tutto si riduce a una manciata di incontri episodici, interrotti da molto tempo, estremamente selettivi per quanto riguarda gli interlocutori prescelti, mai aperti alla cittadinanza. Nella vicenda del Muba troviamo riprodotti tutti i difetti strutturali del sistema di partecipazione messo in piedi nel corso degli anni dal comune di Bologna, basato sull’apparenza e completamente privo di effettivi poteri decisionali (per una analisi più approfondita rinvio a questo dossier). Ora il Comune getta la maschera e impone il progetto con la forza. Forse per la prima volta (dopo quello del TAV in Valsusa) il cantiere di un’opera pubblica viene presidiato dalla polizia, che a più riprese ha effettuato cariche, picchiato i manifestanti e usato in maniera dissennata i gas lacrimogeni (a volte lanciati ad altezza d’uomo, come dimostrato chiaramente dai video che circolano sui social). Il rapporto tra centro e periferia cambia natura, il Comune sceglie il pugno duro, senza valutare le conseguenze. Nessuno può prevedere come questa storia andrà a finire. Per molti aspetti, però, è già finita male, molto male: certe lacerazioni sono difficili da ricucire. (mauro boarelli)
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Bologna, lo sgombero del Pilastro per imporre il museo dei bambini
(disegno di pietro cozzi) A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città. Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica. Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma. L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta. L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere. Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che, lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta. Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico. All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione, scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni e generi di conforto portati dagli abitanti. Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire “ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli arresti. Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo. La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno».. Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore, grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?». Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono state tenute in considerazione”. «C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici: chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo parco». La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori, insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte amministrative. A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono maggiore chiarezza. «Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina – ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle settimane scorse che potesse giustificarlo». Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
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