(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
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(disegno di otarebill)
I protagonisti di questa storia sono un piccolo giardino, una prestigiosa
università statunitense e un’amministrazione comunale. Cominciamo, come è
giusto, dal giardino.
TRACCE DI STORIA
Da qualche anno porta il nome di don Tullio Contiero, un prete poco amato dalle
gerarchie ecclesiastiche, chiamato a Bologna agli inizi degli anni Sessanta dal
cardinale Giacomo Lercaro per occuparsi degli studenti universitari, per i quali
organizzava ogni anno viaggi in Africa per far conoscere loro il sud del mondo e
metterli di fronte alle responsabilità e alle contraddizioni dell’Occidente. Ma
in realtà nessuno lo conosce con questo nome. Tutti continuano a chiamarlo come
prima: giardino San Leonardo, dal nome della strada che lo costeggia.
È nel centro di Bologna, nella zona universitaria, ma defilato rispetto ai
grandi flussi che, a poche centinaia di metri, ne caratterizzano la vita
quotidiana. È di piccole dimensioni (circa 1.500 mq), ma è molto amato dagli
abitanti e dai frequentatori della zona, che se ne sono presi cura, nel tempo,
anche attraverso comitati o gruppi informali. Non ha nulla di particolare, se
non il fatto di rappresentare la “normalità”: uno spazio verde e tranquillo,
dove le persone trascorrono del tempo in modo informale, senza essere attratti
da attività o da luoghi di consumo. Troppo normale per resistere alla febbre
della “rigenerazione” che sta dilagando in tutta la città.
Ma prima di descrivere qual è la minaccia che incombe su questo piccolo lembo di
terra, è bene ricordare qual è il contesto urbanistico e sociale in cui si
trova. Si tratta, innanzitutto, di un esercizio di memoria che ci riporta al
1973, anno in cui il comune di Bologna, con la regia dell’architetto Pier Luigi
Cervellati – all’epoca assessore all’urbanistica – adottò una variante al Piano
per l’edilizia economica e popolare (Peep) che estese al centro storico gli
interventi per quella tipologia abitativa, fino ad allora destinata alla
periferia. Il piano coinvolse cinque comparti del centro e portò al risanamento
– per iniziativa pubblica – di circa settecento alloggi, dove tornarono ad
abitare gli stessi nuclei familiari che li occupavano in precedenza, quando
erano fatiscenti. Furono anche realizzati centri civici, studentati, spazi per
attività di quartiere, recuperando complessivamente circa 120 mila mq di
superficie. (Per un approfondimento si rinvia a questo articolo dell’architetto
Carlo De Angelis, che fu tra i protagonisti del piano). Era ben chiaro che i
ceti popolari sarebbero stati progressivamente espulsi dal centro, e il piano
mirava – al contrario – a farli rimanere dove erano sempre vissuti. Via San
Leonardo era una delle strade comprese nel piano.
‘NA TAZZULELLA ‘E CAFE’
Finora – come è facile immaginare – non c’è stato grande dialogo tra questa
strada che ancora oggi conserva un tessuto popolare e la limitrofa Johns Hopkins
University, i cui master costano – come si può ricavare dal sito – tra 65 mila e
89 mila euro all’anno. Ma il muro che divide la strada e il suo giardino dalla
sede bolognese della rinomata università che ha la casa madre a Baltimora sta
per cadere, non solo metaforicamente. Ad aprire la breccia sarà una caffetteria.
Questo è, infatti, il succo di una proposta avanzata dalla Johns Hopkins
University, elaborata dallo studio Betarchitetti. Il Comune la accoglie nella
cornice dei “patti di collaborazione”, una delle articolazioni del sistema di
partecipazione costruito dall’amministrazione comunale con grande enfasi
retorica che ne nasconde l’essenza: imbrigliare la partecipazione entro forme
istituzionalizzate e centralizzate e distoglierla dalle questioni cruciali,
discusse e decise al di fuori delle sedi istituzionali, al riparo da qualsiasi
dibattito pubblico e rese note solo a cose fatte. Nel caso specifico si tratta
di una evidente forzatura: come è possibile utilizzare questo strumento per
autorizzare un intervento urbanistico su un intero comparto? Si tratta di una
corsia preferenziale? O di un esperimento per introdurre senza far rumore una
ulteriore forma di deregolamentazione?
Ma torniamo alla caffetteria della Johns Hopkins. Il succo della proposta è
tutta qui: l’università chiede di poterla espandere aprendola verso il giardino,
in cambio si farà carico delle spese per la sua ristrutturazione. Come da
copione, anche stavolta non mancherà l’abbattimento di alberi (in questo caso
tre esemplari tutelati), un elemento che caratterizza tutti i progetti di
“rigenerazione” in corso o in previsione in tutta la città e che sta assumendo
dimensioni enormi e intollerabili, i cui effetti non saranno mitigati dalle
promesse di “compensazione” tramite nuove piantumazioni.
Ovviamente una richiesta del genere – che comporta la modifica della
configurazione di uno spazio pubblico a favore di un interesse privato – va
addolcita con qualche zolletta di zucchero. Ecco allora che si prospettano
“eventi e festival” (in un fazzoletto di terra!). E poi la formula magica:
“riconfigurazione del margine”. Abbassando il muro di contenimento del giardino
– secondo i promotori – si otterrà una maggiore “permeabilità” rispetto al
comparto oggetto dell’intervento, “favorendone il presidio sociale”. Per
supportare queste affermazioni generiche e prive di sostanza non poteva mancare
il richiamo alla “sicurezza”: la “permeabilità” servirebbe infatti a “far fronte
all’annoso problema della mala frequentazione durante le ore notturne”. Quindi
un bar, un muro più basso, una migliore illuminazione e – non poteva mancare –
un impianto di videosorveglianza.
Certi che la parola magica – “sicurezza” – rappresenti la chiave che apre tutte
le porte (e non hanno tutti i torti, dal loro punto di vista, considerando il
clima culturale e politico dominante, anche a livello locale), i redattori del
progetto non si preoccupano delle evidenti contraddizioni. Se la “mala
frequentazione” riguarda le ore notturne, come può la caffetteria garantire un
presidio per scongiurarla? Se, come è scritto in un passaggio del progetto, “il
rigido protocollo di sicurezza dell’università ha reso impensabile fino a ora
favorire una permeabilità incontrollata degli accessi verso lo spazio pubblico”,
cosa è cambiato ora? Forse la caffetteria non sarà aperta al pubblico (e quindi
addio “presidio”?). Oppure dobbiamo aspettarci una caffetteria con “rigidi
protocolli di sicurezza”?
Una versione precedente del progetto conteneva una proposta lasciata cadere
nella versione definitiva, che merita però di essere citata: “Si propone inoltre
la possibilità di trasformare l’attuale unità abitativa di proprietà comunale
[che si affaccia sul giardino, ndr] in una attività ristorativa a carattere
sociale che possa fornire una cucina interculturale di tipo kosher. Questa
attività sociale consoliderebbe il carattere interculturale del comparto […].
Tale operazione potrà essere effettuata previo ricollocamento della famiglia
ospitata nell’immobile”.
È un passaggio significativo, che illustra la protervia del soggetto privato che
si spinge fino a invocare lo spostamento di un nucleo familiare insediato in un
alloggio popolare per ricavarne un ristorante, e svela la vera natura del
progetto. Il fatto che questa richiesta sia stata accantonata, infatti, non ne
muta il significato: si tratta di un interesse privato su suolo pubblico. Tutto
il resto è scenografia.
PICCOLO E GRANDE
Colpisce che nella relazione tecnica, nel paragrafo dedicato all’inquadramento
storico e urbanistico, manchi qualsiasi riferimento al piano di edilizia
popolare realizzato nel 1973. In sostanza, l’intervento proposto ignora
completamente il contesto sociale nel quale va a incidere. Colpisce anche che il
Comune non rilevi questa mancanza, che riguarda un aspetto di grande rilievo.
Evidentemente l’amministrazione comunale ne ha perso la memoria, o forse non sa
che farsene di una cultura urbanistica attenta ai bisogni sociali, al disegno
complessivo della città e all’equilibrio tra interessi privati e interessi
pubblici.
Del nuovo giardino San Leonardo il Comune è molto soddisfatto. I toni
del comunicato con cui lo annuncia alla città (senza alcun confronto preliminare
con il quartiere e i suoi abitanti) sono entusiasti: “Il progetto punta ad
aprire il giardino verso la città, mettendolo in relazione con le attività e i
servizi circostanti, attraverso la riqualificazione dei margini, la
riorganizzazione degli accessi e la valorizzazione delle connessioni urbane […].
Gradini, sedute, rampe e gradoni ridisegneranno il perimetro del giardino per
renderlo più accessibile, vivibile e connesso al tessuto urbano, trasformandolo
in uno spazio di relazione e incontro per residenti, studenti e cittadini”.
Questo passaggio illustra bene quella che potremmo definire la neolingua della
rigenerazione urbana. Si prende qualche termine dal lessico specialistico
(riqualificazione, margini, connessioni…), lo si combina con qualche aggettivo
comparativo che metta un po’ di enfasi nel discorso (più accessibile, più
vivibile) e con qualche verbo che evoca il cambiamento (riorganizzare,
trasformare), si condisce il tutto con una formula buona per tutti gli usi
(spazio di relazione e incontro), e il gioco è fatto. Ma se si gratta sotto la
superficie, quella frase non significa nulla.
Dietro al vuoto del discorso pubblico, però, ci sono processi rilevanti che
stanno trasformando il volto della città. Da questo punto di vista la vicenda
del giardino San Leonardo non è importante solo di per sé, per chi ne ha cura e
lo frequenta, per chi abita nei dintorni, ma è anche una spia estremamente
significativa delle tendenze in atto. Nella dimensione micro si possono leggere
con chiarezza le distorsioni in atto nella dimensione macro. I 1.500 mq del
giardino non sono diversi – per esempio – dalle decine di ettari delle grandi
caserme dismesse, né meno importanti. La logica che regola la loro
trasformazione è la stessa, e il suo nucleo è la profonda alterazione del
rapporto tra pubblico e privato. In questo passaggio d’epoca, che ha inizio
almeno trent’anni fa e che ora giunge a piena maturazione, i poteri pubblici
hanno abdicato al loro ruolo di regolazione delle trasformazioni urbane in
relazione ai bisogni della collettività. Non sanno né vogliono indirizzare gli
interessi privati verso una funzione sociale, anzi, li assecondano al punto di
modellare gli spazi pubblici sulla base delle loro esigenze. Bologna è ricca di
esempi di questa sistematica distruzione dello spazio pubblico – che assume
forme diverse a seconda dei contesti.
Il caso del giardino San Leonardo aggiunge a questo quadro un elemento
specifico. Si tratta del fatto che – nella strategia dell’amministrazione
comunale – la “rigenerazione” intesa nella sua accezione distorta deve
riguardare anche le piccole aree, le zone interstiziali. Nulla deve sfuggire a
questa ridefinizione dello spazio che è anche, necessariamente, una
ridefinizione delle relazioni. I luoghi liberi, informali, dove non succede
nulla di particolare perché vivono della ricchezza della quotidianità risultano
d’intralcio a una visione dello spazio pubblico in cui i fattori dominanti sono
il consumo, il controllo, l’organizzazione centralizzata di ciò che in quello
spazio deve accadere. Ecco perché è così importante preservare la “normalità” di
quel piccolo giardino. Se – partendo da lì – allarghiamo lo zoom, c’è la città
intera, che vive ovunque le stesse tensioni. (mauro boarelli)