Sapere e morte(disegno di enrico pantani)
È in libreria da fine novembre a Napoli, Roma, Milano e Torino (nei prossimi
giorni sarà a Bologna e poi in altre città italiane) il numero 13 de Lo stato
delle città. Pubblichiamo da pagina 5 l’editoriale di Stefano Portelli, Sapere e
morte.
“Se fai una cosa abbastanza a lungo, il mondo l’accetterà”, ha detto l’ex
direttore del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito israeliano
Daniel Reisner, secondo un articolo di Ha’aretz del 2009. “Un’azione oggi
vietata diventa lecita se a compierla è un numero sufficiente di paesi”, ha
aggiunto. Reisner è un “esperto di diritto internazionale”, collaboratore
abituale della Tel Aviv University, dove istruisce studenti e studentesse su
come piegare trattati e organismi Onu al progetto sionista di pulizia etnica
della Palestina.
Le università israeliane per decenni ci sono state presentate come spazi di
incontro e dialogo, addirittura roccaforti del dissenso e del pacifismo. Nel
libro Torri d’avorio e d’acciaio: come le università israeliane sostengono
l’apartheid della popolazione palestinese (Alegre, 2024) l’antropologa Maya Wind
espone invece il catalogo degli orrori, finora accessibile solo a chi leggeva
l’ebraico: ogni aspetto di queste istituzioni sostiene, promuove ed estende la
colonizzazione della Palestina e la disumanizzazione del suo popolo.
Non si tratta solo di dual use, cioè, per esempio, che la tecnologia di
riconoscimento facciale può servire per accendere il cellulare ma anche come
strumento di morte o di apartheid (i droni che riconoscono chi uccidere, i
check-point chi non far passare). Tutte le discipline, anche le meno sospette,
servono la colonizzazione della Palestina e il suprematismo sionista.
L’archeologia è interamente improntata a eliminare le prove della presenza
palestinese e a esagerare l’importanza degli antichi insediamenti ebraici. Le
scienze giuridiche cercano di legittimare torture, stupri e sterminio come
legalmente accettabili. L’orientalistica, mizrahinut in ebraico, offre basi
pseudo-scientifiche ai pregiudizi contro i palestinesi, come l’idea che la
cultura araba “venera la morte”. Architettura e urbanistica plasmano i territori
per rendere invisibile, o invivibile, tutto ciò che non è ebraico. Addirittura i
dipartimenti di filosofia e di etica aiutano l’esercito a stabilire “quale sia
il numero eticamente accettabile di civili palestinesi da poter uccidere nel
tentativo di assassinare un palestinese considerato da Israele come un
miliziano, al fine di salvare la vita di anche un solo cittadino israeliano”.
Prima del 2024 questo “tasso di cambio”, come lo chiama il comico palestinese
Bassem Youssef, era calcolato come poco più di tre a uno, anche se ne uccidevano
già moltissimi di più. L’importante era che passasse il messaggio: che questi
orrori sono misurabili. Oltre a essere luoghi di legittimazione della violenza
coloniale, e di formazione dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti,
le università israeliane sono anche fisicamente avamposti militari intorno a cui
nascono gli insediamenti, come la Hebrew University a Gerusalemme Est; sono
culle per le start up dell’industria delle armi, sperimentate quotidianamente
sui civili palestinesi; e think tank delle strategie comunicative dell’estrema
destra, che cercano di rendere impossibile anche solo parlare di alternative
alla guerra e alla distruzione del pianeta.
Il libro di Maya Wind ci fa riflettere sul sistema infernale che lega
indissolubilmente la produzione del sapere alla macchina di morte dell’esercito
israeliano; ma dobbiamo approfittarne anche per capire le nostre implicazioni.
La matrice del permanente sostegno “scientifico” alla brutalità coloniale,
naturalmente, è statunitense; il sistema accademico che Israele porta a
compimento è quello statunitense. Ma le università europee non hanno alcuna
difficoltà nel difendere e riprodurre questa commistione tra avorio e acciaio,
tra scienza e guerra. Le università di tutto l’Occidente, scrive Bana Abu Zuluf,
dottoranda palestinese in diritto internazionale per un’università irlandese,
hanno creato un “muro di ferro” intorno al colonialismo israeliano e al
genocidio dei palestinesi: sono “fortezze intellettuali” che “si assicurano che
le critiche al sionismo siano sterilizzate, spogliate della loro potenza,
nascoste dietro eufemismi come ‘conflitto’ e ‘sicurezza’”.
L’intero sistema accademico europeo si basa su questi eufemismi e su questa
sterilizzazione della critica; e non solo verso il sionismo. In tutta Europa,
chi vuole fare ricerca subisce un addestramento, formale o informale, perché
inquadri strettamente le sue percezioni in un ambito disciplinare, per impararne
il gergo e usarlo per trasformare le sue idee in opinioni inattaccabili e
referenziate. Il gergo, i termini tecnici, la stessa divisione arbitraria tra le
discipline, permettono di nascondere la disumanizzazione e il disprezzo verso i
poveri e i colonizzati, ammantandoli con strati di retorica pseudoscientifica.
Si viene addestrati a trascurare la propria lingua, a scrivere solo per il
colonizzatore, per le grandi compagnie editoriali che sfruttano il nostro
lavoro, e a ignorare il proprio contesto e il dibattito locale. Le forme sono
forse meno sfacciate che nell’accademia israeliana, ma il modello è lo stesso:
rafforzare i quadri di senso su cui si basano l’esclusione sociale,
l’ingiustizia sistemica e il dominio militare.
L’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università
pubblica quotidianamente notizie sulla deriva bellicista delle università
italiane. L’Università di Bologna collabora nelle esercitazioni della Marina;
l’Orientale ha relazioni con la Nato; i rettori più importanti d’Italia sono nel
think tank Med-Or, con cui l’impresa di armamenti Leonardo legittima la vendita
di morte e il profitto sul genocidio in MedioOriente. Ma anche la nostra
archeologia, la nostra architettura, la nostra urbanistica, riproducono logiche
coloniali; la storia e la filosofia trascurano le basi dell’umanità,
riproponendo ancora la sequenza crociana e cristiana dei grandi uomini della
Storia dello Spirito; le scienze ambientali ci presentano la catastrofe
climatica come una questione che riguarda il nostro futuro, per impedirci di
riconoscerla nel presente (lo spiega Amitav Ghosh nel suo libro del 2021, La
maledizione della noce moscata); la sociologia incanala la rabbia per le morti
in mare in una sotto-disciplina che studia le migrazioni, strutturalmente
organizzata per non produrre nessun cambiamento. Mentre un gruppo di accademici
israeliani scrive una proposta di sostituzione etnica per Gaza, chiamandola
“deradicalizzazione”, l’architetto italiano Stefano Boeri più
mitemente devasta con l’urbanistica la capitale di un’ex colonia italiana,
Tirana, sostituendo il tessuto tradizionale con grattacieli e
boulevard colossali, denominati “distretto green”. Intanto, il Politecnico di
Milano stringe un accordo con Edison per la ricerca sull’energia nucleare,
nonostante il referendum che ne proibisce l’applicazione in Italia; e la
Sapienza continua a costruire avamposti per la gentrificazione di San Lorenzo,
come Columbia aveva fatto con Harlem. Addirittura l’antropologia, la scienza
potenzialmente più in grado di riconoscere le implicazioni coloniali, riduce
costantemente ogni tentativo di discriminare e di avanzare nella conoscenza
dell’umanità a un chiacchiericcio relativista sulla complessità e l’ambiguità di
tutto, che termina sempre riaffermando la propria irrilevanza.
C’è qualcosa di strutturale, che connette la produzione accademica del sapere
con le politiche della guerra e della colonizzazione. Siccome ci siamo immersi
dentro, è difficile riconoscerlo; come i pesci non vedono l’acqua, chi è
inserito in un sistema ideologico non è in grado di capirne le regole. Siamo
stati abituati a considerare più rispettabili e serie proprio le forme di
sapere che rendono accettabile il classismo e la violenza sistemica,
nascondendone le conseguenze e le ingiustizie. Tutte le altre forme di
espressione ci sembrano naïf, semplicistiche, troppo schierate, di parte, non
oggettive, parziali, “militanti”, quando non inappropriate o diretta- mente
ridicole. Fortunatamente, il sistema ideologico in cui siamo immersi è sempre
più inquinato, e pian piano iniziamo a intravedere l’acqua. Cominciamo a capire
quanto il colonialismo sia entrato nel nostro linguaggio, nel nostro pensiero;
come diceva Eduardo Galeano: “Il colonialismo visibile ti mutila senza
nasconderlo: ti proibisce di dire, ti proibisce di fare, ti proibisce di essere.
Il colonialismo invisibile, invece, ti convince che la servitù è il tuo
destino e l’impotenza la tua natura: ti convince che non si può dire, non si
può fare, non si può essere”.
Che lavoro dobbiamo fare? Estirpare le radici di questa impotenza; riconoscerla
nelle parole che usiamo, nell’autocensura e nei vizi linguistici. Chi è dentro
l’università ha continuamente davanti scelte del genere: produrre articoli che
alimentano la macchina o cercare di tirar fuori il sapere, usarlo per nutrire
chi la combatte? Bisogna elaborare nuovi linguaggi, che non fingano
“oggettività”, e sviluppare mezzi di comunicazione che ci permettano di usarli,
di tradurli in azioni. Dobbiamo capire perché ci siamo ridotti a credere che
sia più importante pubblicare che dire quello che pensiamo; perché ci siamo
convinti che quello che scriviamo non ha importanza, che si scrive solo per
aumentare il ranking, il curriculum o la propria visibilità mediatica.
Serve un’ingegneria inversa del pensiero: se non vogliamo fare il gioco di
questo sistema, dobbiamo eliminare eufemismi, parole vuote, frasi storte e
involute, articoli ripetitivi e autoreferenziali; ma anche ricostruire perché
siamo stati costretti a esprimerci così, perché crediamo sempre di dover
nascondere, travestire quello che vogliamo dire, per renderlo più conforme al
linguaggio dominante, al gergo neutrale e inumano degli algoritmi. ChatGPT al
massimo può servire a capire come non si scrive. L’omologazione è la radice
della nostra neutralizzazione. Le parole hanno un potere incredibile di
trasformazione, ma devono essere quelle giuste. Se a monte ci obblighiamo a
usare quelle sbagliate, anche il pensiero ne risentirà. Ogni volta che
alimentiamo le false scienze, quelle che legittimano lo status quo, perdiamo
un’occasione per costruire terreno fertile per il vero sapere.
Nessuno può sconfiggere questo orrore da solo. Bisogna unire le forze, ma non
sotto le vecchie forme sclerotizzate che condividono il linguaggio
autoassolutorio e identitario delle università e delle altre istituzioni
coloniali. Nel Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Simone Weil
spiega che, a differenza dei partiti, le riviste garantiscono la fluidità del
discorso, lasciando che tutti i collaboratori mantengano le proprie posizioni.
“Quando frequentiamo amichevolmente chi dirige la rivista, o chi ci scrive, o
quando ci scriviamo noi stessi, siamo in contatto con il mezzo di produzione, ma
non sappiamo se ne siamo parte; perché non esiste una distinzione netta tra chi
è dentro e chi è fuori. Ci sono i lettori che conoscono una o due persone che
vi scrivono; i lettori assidui che vi trovano ispirazione; e i lettori
occasionali. Ma a nessuno viene in mente di dire: ‘Siccome sono legato a questa
rivista, allora devo pensare che…’”. Questo è il senso de Lo stato delle
città: creare uno spazio di pensiero collettivo, non identitario, che ci aiuti
ad attaccare su tutti i fronti queste torri di acciaio e di avorio, a cacciarne
i mercanti di morte. (stefano portelli)