Alla fine della pandemia, l’intensificarsi dei conflitti armati ha segnato una
svolta: la guerra non appare più soltanto come l’esito della competizione tra
Stati, ma come uno strumento centrale della riorganizzazione della
globalizzazione. I conflitti armati diventano così parte integrante delle
dinamiche del capitalismo globale, incidendo sulle catene di valore, sul
controllo dei territori e sulla gestione delle popolazioni.
Da una prospettiva rivoluzionaria, questa situazione impone una critica radicale
della geopolitica quando riduce la guerra a un confronto tra potenze e oscura i
rapporti sociali che la rendono possibile. La centralità assegnata agli Stati e
ai blocchi geopolitici finisce per cancellare il ruolo del capitale, delle
classi e delle forme di sfruttamento che attraversano i confini, normalizzando
la violenza come dato inevitabile.
In questo scenario, le possibilità di una politica di liberazione e di pace non
vanno cercate negli equilibri internazionali, ma nello sviluppo di conflitti
sociali dal basso. Le lotte metropolitane — contro la precarizzazione, il
razzismo, l’estrazione di valore e la militarizzazione dello spazio urbano — e
le esperienze latinoamericane di organizzazione popolare, autogoverno e
conflitto sociale, anche nella loro complicata dialettica con forme di governo
nazionali – offrono pratiche e immaginari che possono riaprire spazi di
trasformazione dentro e contro l’ordine globale esistente.
Ne abbiamo parlato con Sandro Mezzadra, autore con Brett Neilson di „The Rest
and the West. Per la critica del multipolarismo“
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