Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto
su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle
lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione,
il consumo di suolo, la turistificazione.
Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta
crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una
frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a
Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos,
infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne
paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa
che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati
alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos,
che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella
che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale.
Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry
si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto
l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità,
la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del
territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il
Ponte sullo stretto.
Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di
chi conosce e cura la terra in cui abita.
Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione
civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi
turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
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Vi siete mai chiesti chi decide i nomi degli uragani?
In molti ricordano l’uragano Katrina, che nel 2005 devastò la zona nei pressi di
New Orleans negli Stati Uniti. Nel 2024 hanno fatto molto parlare di loro gli
uragani Beryl, Helene e Milton.
I nomi degli uragani non sono stabiliti sul momento in modo casuale, bensì
provengono da liste predeterminate, diverse a seconda della zona del globo dove
avviene lo specifico evento naturale.
Nel 1953 il National Hurricane Centre (NHC) degli Stati Uniti dedicata alla
previsione degli uragani stabilì delle liste di nomi annuali da associare agli
uragani. Inizialmente, si trattava di una lista alfabetica predeterminata per
ogni anno, di nomi unicamente femminili: il nome della lista, che viene
associato al primo uragano dell’anno, aveva un nome proprio femminile che
iniziava con la A, ad esempio Anna, il secondo con la B, come Betty, e così via
fino all’ultima lettera dell’alfabeto, la W.
Questo è il motivo per cui molte persone pensano tutt’oggi che gli uragani
posseggano solo nomi femminili, ma non è più così. Dal 1979 in poi, su richiesta
del Women’s Liberation Movement, sono stati introdotti anche i nomi maschili
alternati a quelli femminili per i cicloni atlantici, mantenendo sempre l’ordine
alfabetico delle iniziali.
Il processo per determinare i nomi degli uragani è condotto da specifici
organismi regionali del WMO che selezionano dei nomi in base alla loro
familiarità con le lingue parlate in ogni specifica regione, con l’obiettivo di
rendere la comprensione di tali nomi più chiara possibile a seconda della zona
del mondo in cui ci troviamo.
Esistono comunque delle regole generali che vengono seguite nell’attribuzione:
- i nomi non devono provenire da specifici individui (cioè non sono"dedicati")
- devono essere sufficientemente brevi da poter essere utilizzati con facilità
- devono essere nomi facili da pronunciare (per ogni lista, esiste anche uno specifico elenco delle pronunce)
- i nomi devono essere unici: non possono essere usati gli stessi nomi in zone diverse del globo
Il 18 novembre, al telefono con Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR,
docente di Fisica del clima all’università Roma Tre, abbiamo parlato di eventi
climatici estremi, della loro frequenza e distruttività in relazione
all’attività umana, di equazioni dei disastri.
La puntata, di un mese fa, torna terribilmente attuale alla luce di quanto sta
avvenendo a Gaza. La tempesta Byron si è abbattuta sul terreno della Striscia,
massacrato dai bombardamenti, e sui campi degli sfollati di Gaza, che dopo due
anni di distruzione e massacri si appresta ad affrontare l’inverno in tende
vecchie e logore e con abbigliamento inadeguato. Mentre Israele continua a
fermare gli aiuti ai valichi di confine dell’enclave.
Ascolta la puntata.
Citati nella puntata:
> Crisi climatica, le alluvioni in Pakistan denunciano il nostro tempo: chi
> inquina meno paga più di tutti
Pakistan, inondazioni, cambiamento climatico e tensioni internazionali – diretta
all’info di Blackout