L’ assassinio di Larijani fa uscire di scena una figura di potenziale mediatore
anche se dal punto di vista della repressione interna è stato molto attivo, sta
emergendo una leadership legata ai guardiani della rivoluzione (IRGC),si
rafforza quindi l’ala militare che controllava già pezzi importanti
dell’economia iraniana .Questa generazione non ha vissuto il trauma della guerra
con l’Irak ma ha partecipato alla guerra in Siria ,quindi teme oltremodo la
prospettiva di una guerra civile . E’ molto meno legata alla sfera religiosa e
più tollerante rispetto a manifestazioni esteriori relative all’abbigliamento
oppure all’hijab ,ma molto attenta a reprimere il dissenso organizzato. Il
sistema delle “bonyad”(fondazioni benefiche parastatali),che gestiscono enormi
patrimoni immobiliari e l’economia informale e i privilegi che hanno generato
anni di sanzioni costituiscono l’impalcatura economica che sostiene il regime e
parte del suo consenso.
Di fronte alla minaccia dell’ aggressione nel messaggio di Mojtaba Khamenei per
il Newroz,il capodanno persiano, si parla del rafforzamento dell l’unità
nazionale, e si sottolinea anche il significato della coincidenza di Nowruz di
quest’anno con Eid al-Fitr,la festa musulmana della fine del ramadan.La
continuazione delle tradizioni agisce come una forma di resistenza culturale
contro gli effetti destabilizzanti della guerra e si evoca l’identità persiana
invocando l’unità nazionale.
Ne parliamo con Tara Riva analista geopolitica italo iraniana
Tag - guerra contro l'iran
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie
meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e
delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah.
Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si
sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e
servizi essenziali vengono colpiti o interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
Nonostante il governo italiano continui a dichiarare che l’Italia “non sia in
guerra” e che non sia stata concessa alcuna autorizzazione per un uso operativo
delle basi statunitensi sul territorio nazionale, le notizie che emergono in
questi giorni sollevano più di una domanda.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito pubblicamente che l’Italia
non partecipa ad azioni militari contro l’Iran e che ogni utilizzo delle basi
USA in Italia avverrebbe nel rispetto degli accordi bilaterali. Sulla stessa
linea il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha escluso un coinvolgimento
diretto del nostro Paese in operazioni belliche.
Eppure, come riporta Africa Express nell’articolo “Anche un drone americano
partito da Sigonella all’assalto dell’Iran” dell’attivista no war Antonio Mazzeo
un drone statunitense è decollato dalla base di Naval Air Station Sigonella con
direzione Iran, inserendosi nel dispositivo militare dell’attacco. Un fatto che
indicherebbe un coinvolgimento logistico e operativo dell’Italia ben oltre la
semplice “ospitalità” delle strutture.
E non c’è solo il tema delle basi. C’è anche la presenza di personale militare
italiano nelle installazioni del Golfo, comprese quelle in Kuwait recentemente
finite nel mirino delle tensioni regionali.
Dunque: l’Italia è davvero fuori dalla guerra?
Ne parliamo in questa puntata con Antonio Mazzeo, per capire cosa sta accadendo,
quali responsabilità politiche emergono e quale sia il reale margine di
controllo del governo italiano sulle basi militari presenti nel Paese: