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Yemen, Israele bombarda la stampa
Il 10 settembre 2025 sono morti 31 giornalisti in un attacco che Israele ha deliberatamente condotto contro dei giornalisti. Solo nel 2006 sono morti più reporter in un singolo raid. Una strage dimenticata L'articolo Yemen, Israele bombarda la stampa proviene da IrpiMedia.
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ISRAELE: COALIZIONE DI OPPOSIZIONE A NETANYAHU E TENUTA INTERNA DEL GOVERNO
Domenica 26 aprile l’ex primo ministro di destra Naftali Bennett e l’ex premier centrista Yair Lapid hanno annunciato l’unione dei rispettivi partiti, Bennett 2026 e Yesh Atid, in un’unica lista: Yachad (“Insieme”), guidata dallo stesso Bennett. L’obiettivo è intercettare l’elettorato israeliano deluso da Benjamin Netanyahu, un fronte ampio che va dal centrosinistra liberale alla destra moderata. I sondaggi, infatti, indicano Netanyahu in difficoltà, mentre le elezioni di ottobre vengono sempre più lette come un vero e proprio referendum sulla sua leadership. Una perdita di consenso che, però, non sembra legata a una messa in discussione delle politiche portate avanti contro la popolazione palestinese, quanto piuttosto ai modi e ai tempi con cui sono state condotte. Abbiamo chiesto al giornalista Michele Giorgio di commentare questa nuova alleanza e di aiutarci a capire cosa aspettarsi dal voto: da chi è composta la coalizione che si propone come alternativa? Quali sono le sue reali differenze politiche rispetto al governo uscente? E soprattutto: esistono, nello scenario politico israeliano, forze che si oppongono esplicitamente a quanto sta accadendo in Palestina, oppure il dibattito resta confinato entro gli stessi orizzonti? Sono queste alcune delle domande da cui parte l’analisi di Michele Giorgio.
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Elezioni in Palestina a partito unico mentre continua il processo di annessione dei territori occupati in Cisgiordania
Il 25 aprile, i palestinesi sono stati chiamati a votare alle elezioni locali per scegliere i rappresentanti dei consigli comunali e di villaggio, che rimarranno in carica per quattro anni. Queste elezioni giungono dopo anni di ripetuti rinvii delle votazioni nazionali, senza che si siano tenute elezioni legislative dal 2006. Queste elezioni riflettono la riproduzione di una forma di governo in condizioni di coercizione. “Sono al contempo performative e rivelatrici: dimostrano come, nonostante la costante tensione, l’assenza di stabilità sociopolitica, l’esaurimento delle risorse e la frammentazione orchestrata da Israele, i palestinesi siano costretti ad affermare la propria sopravvivenza proprio attraverso le strutture che li opprimono”, dice Mariam Barghouti. Questa realtà si riflette anche nel luogo e nel pubblico a cui si svolgono queste elezioni. Le votazioni si tengono in tutta la Cisgiordania occupata, ma a Gaza sono limitate a un unico comune: Deir el-Balah , mettendo in luce il frammentato panorama politico e geografico in cui i palestinesi sono costretti a vivere. L’occupazione israeliana della Palestina, sostenuta dagli Stati Uniti e dai governi occidentali, controlla e gestisce con la forza ogni aspetto della vita palestinese. Vivere in Palestina significa essere tenuti in ostaggio sotto la costante minaccia di detenzione o arresto per il proprio pensiero o per la partecipazione politica e, in un contesto di crescente espansione degli insediamenti, vivere in un perenne stato di emergenza. Le elezioni locali mettono a nudo le conseguenze della campagna israeliana in corso da cinque anni per frammentare geograficamente e smembrare la vita palestinese. Queste elezioni si svolgono in 420 autorità locali, con oltre un milione di elettori aventi diritto. Eppure Gaza è in gran parte esclusa, mentre i palestinesi con cittadinanza israeliana e quelli in possesso di documenti d’identità di Gerusalemme non possono partecipare, rimanendo sotto il governo israeliano. Questo senza considerare che più della metà della popolazione palestinese vive nella diaspora e in esilio forzato. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei palestinesi è esclusa da quest’ultima via di partecipazione politica rimasta. Persino all’interno della Cisgiordania occupata, la geografia stessa del voto è frammentata. I posti di blocco israeliani, le chiusure sporadiche e le incursioni in città e villaggi, unitamente all’escalation della violenza dei coloni e all’espansione degli insediamenti, non solo limitano la mobilità per le campagne, l’organizzazione e la governance, ma rimodellano continuamente il territorio stesso. In questo contesto, la giurisdizione, il mandato e le capacità dei rappresentanti eletti sono in continua evoluzione. I ruoli oggetto di contesa si riducono al mantenimento di strutture istituzionali che riflettono priorità esterne, piuttosto che palestinesi. Inoltre, è importante notare che queste elezioni sono limitate a una singola fazione politica, il partito Fatah dell’Autorità Palestinese. Ciò è dovuto principalmente alla repressione politica esercitata sia da Israele che dall’Autorità Palestinese, che negli ultimi due anni hanno preso di mira i palestinesi affiliati ad altre fazioni politiche. Eppure, anche all’interno di Fatah la struttura è concepita in modo da assecondare gli interessi israeliani. Anziché una rappresentanza autentica, ai palestinesi vengono offerti gesti simbolici in assenza di un organismo di protezione e della possibilità di proteggersi dalla violenza degli attacchi dei coloni, che stanno mietendo vittime palestinesi a ritmi senza precedenti. Ci siamo fatte raccontare la situazione in Cisgiordania da una compagna che si trova attualmente lì. Ascolta o scarica l’approfondimento.
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Inizia in Germania il processo all* “5 di Ulm”
Cinque giovani attivist* con base a Berlino sono stat* arrestat* l’8 settembre 2025 in relazione a un’azione presso la Elbit Systems di Ulm, in Germania. L’obiettivo dell’azione era quello di interrompere il flusso di armi verso Israele. La Elbit Systems fornisce l’86% delle armi e della tecnologia di sorveglianza dell’esercito israeliano, utilizzate negli attacchi che hanno ucciso bambin* e adult* civili palestinesi. Il processo a THE ULM 5 inizia oggi, 27 aprile, a Stoccarda. Dal momento del loro arresto, Daniel, Zo, Crow, Vi e Leandra sono detenuti in custodia cautelare in cinque diverse prigioni nel sud-ovest Germania nonostante, durante la loro azione, nessun* sia rimast* feritoe nessun dei cinque abbia precedenti penali. Oltre a violazione di domicilio e danneggiamento di proprietà, l* cinque amic* sono stat* accusat* ai sensi del famigerato articolo 129 del codice penale tedesco: appartenenza a un’organizzazione criminale, che prevede una pena detentiva fino a cinque anni. L’articolo 129 – che non richiede il rispetto di criteri chiaramente definiti e che ha una lunga storia di utilizzo come strumento di repressione politica – è sufficiente a giustificare la detenzione preventiva fino a sei mesi. Il tribunale ha ormai superato tale termine, violando le norme di legge, e la richiesta di libertà su cauzione per ciascun* dei cinque continua a essere negata. Ma la situazione è ancor peggiore: nella più recente decisione di negare la scarcerazione in attesa di giudizio, la Corte d’Appello Regionale (Oberlandesgericht), speculando sulla natura dell’azione, ha affermato che sarà improbabile che l* cinque ricevano una condanna al minimo previsto e che, in ogni caso, verrebbe sospesa. Questa ipotesi, prima ancora dell’inizio del processo e senza aver ascoltato alcuna prova da parte della difesa, solleva seri interrogativi sul ‘giusto processo’. Lo Stato tedesco sta trattando l* 5 di Ulm come se rappresentassero una minaccia per la società, quando tutto quello che hanno fatto è stato provare fermare un genocidio. Le tipiche condizioni di detenzione preventiva in Germania, unite alle disposizioni dell’articolo 129, implicano che l* cinque siano sottoposti a un trattamento particolarmente severo, con condizioni e restrizioni che includono l’isolamento, visite limitate e sorvegliate e il controllo delle telefonate e della corrispondenza. Per qualsiasi richiesta, comprese dichiarazioni da parte di avvocat* o familiari, scrivere a ulm5family@proton.me. Per informazioni, rimanete aggiornat* su https://ulm5.info/en/ e sulla pagina instagram https://www.instagram.com/theulm5/. Ascolta o scarica l’approfondimento con un compagno del Comitato di solidarietà. https://www.instagram.com/theulm5
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Iran, dentro la guerra dei corridoi intermodali eurasiatici
La guerra contro l’Iran sta ridefinendo gli equilibri geopolitici mirando da parte israelo americana alla ristrutturazione radicale del sistema della connettività eurasiatica, poiché ne percepiscono lo sviluppo come un potenziale pericolo per la struttura di potere globale che possiamo definire talassocratico su cui si è retta la lunga stagione dell’egemonia americana. Gli israeliani, in particolare, hanno bombardato chirurgicamente, pochi giorni fa, una precisa sezione dei 14.000 km di rete ferroviaria iraniana: giusto quegli otto segmenti e dieci tratte del corridoio ferroviario strategico Iran-Cina, inaugurato ufficialmente il 3 giugno scorso (appena dieci giorni prima dello scatenamento della fase 1 della guerra) e frutto di un significativo investimento cinese, nel quadro della “Belt and Road Initiative”. L’obiettivo strategico di questo corridoio ferroviario è quello di consentire all’Iran di esportare petrolio direttamente in Cina via terra, aggirando lo Stretto di Hormuz e di importare merci, riducendo drasticamente i tempi di trasporto (15 giorni contro i 40 previsti dalla rotta via mare), diminuendo la vulnerabilità al sistema sanzionatorio e al controllo navale navale occidentale dell’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca attraverso cui transita il 90% del petrolio che la Cina importa dall’Iran,vera e propria giugulare per il sistema di scambio commerciale cinese. Questi corridoi non sono solo est-ovest ma s’intersecano anche con quelli nord-sud in cui la Russia ha un ruolo significativo , e i corridoi intermodali che trovano nel porto secco di Aprin ,a sud ovest di Teheran , un terminale strategico hanno in Iran uno snodo decisivo. L’incubo dei neocon statunitensi è stato da sempre il rischio dell’unificazione del continente eurasiatico che mettesse in discussione la talassocrazia atlantica ,Brezinski nel 1997 nel libro “La grande scacchiera” metteva in guardia su questo scenario. Il distacco della Russia dall’Europa ,in particolare dalla Germania riunificata è avvenuto con la guerra in Ucraina e il sabotaggio del North Stream , ora con la guerra contro l’Iran l’obiettivo sembra essere quello di colpire i corridoi di connettività eurasiatica .La guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale fattore d’instabilità dall’Asia occidentale all’Asia centrale e non è un caso che gli Stati Uniti ed Israele abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC (il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre membri del BRICS Russia, Iran e India.) : il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina . Il fatto che Israele stia bombardando questi obiettivi ci dice da un lato che sta sicuramente perseguendo con determinazione i suoi interessi geopolitici locali, ma se bombarda gli asset cinesi in Iran, lo fa per conto di chi conduce un gioco molto più grande per il nazionalismo sionista. Ne parliamo con Salvatore Minolfi studioso di storia contemporanea ed autore di varie pubblicazioni .
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Prosegue l’offensiva israeliana in Libano: un aggiornamento da Beirut
Inizialmente il Libano pareva essere incluso nella fragile tregua tra Iran, USA e Israele mediata dal Pakistan, ma l’esercito ed il governo israeliani hanno fatto capire che intendono proseguire le operazioni militari con un pesantissimo attacco aereo. Da mercoledì, bombardamenti violentissimi colpiscono soprattutto i quartieri popolari del sud di Beirut. Il governo libanese, attraversato da forti tensioni interne e da una linea sempre più critica verso Hezbollah, tenta di trattare una pace direttamente con Israele facendosi garante del disarmo della resistenza. Nel frattempo, la popolazione libanese – principalmente quella sciita, ma anche i rifugiati siriani e palestinesi – deve far fronte ai durissimi bombardamenti israeliani, ma anche ad una totale mancanza di sostegno da parte delle istituzioni statali. Ne abbiamo parlato con Camilla, una compagna che vive e lavora a Beirut: Segnaliamo la pagina instagram di Anti-Racist Movement Lebanon, organizzazione citata nell’intervista che si sta occupando di coordinare la solidarietà in tempo di guerra.
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Quale tregua tra Stati Uniti e Iran?
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti. Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione, andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
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Pena di morte: approvata la nuova legge israeliana
Passa la legge proposta da Ben Gvir. Una norma basata su suprematismo e violenza pensata per colpire le persone palestinesi accusate di terrorismo. Un ulteriore avanzamento dell’ultra destra sionista, che si inserisce nel quadro più ampio del genocidio del popolo palestinese. Eliana Riva ci spiega alcuni aspetti di questa legge, tutte le violazioni che comporta ma anche le proteste che si sono susseguite e si stanno portando avanti in più paesi.
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