L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie
meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e
delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah.
Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si
sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e
servizi essenziali vengono colpiti o interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
Tag - Stati Uniti
Mentre i bombardamenti sull’Iran continuano ininterrottamente per il 5° giorno
di fila, da lunedì 2 marzo le bombe hanno colpito anche il sud del Libano. Ieri
il tentativo dell’IDF di fare ingresso oltre il confine è stato respinto, ma nel
paese si aspetta un’invasione massiccia.
Continuano forti bombardamenti e, secondo il ministero della Salute libanese, da
lunedì gli attacchi israeliani hanno causato almeno 50 morti e 335 feriti, prima
degli attacchi notturni che hanno provocato almeno altri 11 morti. Nella
giornata di oggi, 4 Marzo, il portavoce militare Avichay Adraee, con un post su
X, ha ordinato l’esodo dalle abitazioni alla popolazione libanese: “Abitanti del
Libano meridionale, dovete trasferirvi immediatamente nelle zone a nord del
fiume Litani”.
L’attacco arriva a seguito della risposta militare di Hezbollah all’assassinio
della guida suprema dell’Iran ayatollah Khamenei -ora succeduto dal figlio
Mojtaba per elezione dell’Assemblea degli Esperti- ma di fatto riguarda
l’interesse strategico dello stato ebraico verso il paese vicino. L’aggressione
israeliana del paese vicino è continua dal 2024, e sono 11.000 le aggressioni
sioniste denunciate, che hanno violato il siglato cessate il fuoco del 27
Novembre del 2024.
Ne parliamo con Mauro Pompili, giornalista freelance ora a Beirut, capitale del
Libano:
Nonostante la Corte Suprema statunitense abbia bloccato i dazi voluti da Trump,
il presidente USA intende tirare dritto, riproponendoli con motivazioni diverse
da quelle di tipo emergenziale considerate incongrue dalla Corte.
Nel frattempo minaccia ritorsioni verso i paesi che decidessero di ridiscutere
gli accordi.
Un caos in cui sono in ballo interessi enormi.
Ne abbiamo parlato con Renato Strumia della Cub
Ascolta la diretta:
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Rojava. Attacco al confederalismo democratico
Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di
Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L’esercito siriano ha
attaccatole aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze
del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est
della Siria dai massacratori dell’ISIS.
La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è
costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo
costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista,
fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi
sistemi patriarcali.
Il governo siriano ei suoi finanziatori adAnkara e Riad puntanoalla
cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabililimiti, ha rappresentato
un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la
reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento.
Ne abbiamo parlato con Federico
Stati Uniti. L’ICE scatenata
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Lemilizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I
somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è
caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire
del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che
picchia espruzza in faccia a persone ammanettate.ICE “dichiara” il diritto di
entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari
Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non
retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio
ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente.
Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte
Appuntamenti:
Siria e Iran: una libertà senza confini
Sabato 24 gennaio
ore 10,30
punto infoal Balon
Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e
domani in Iran e in Siria
ore 15
piazza Vittorio Veneto
partecipiamo al corteo per il Rojava
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Venerdì 6 marzo
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
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Informati su lotte e appuntamenti!
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
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L’ondata di indignazione per l’assassinio di Renee Good e Alex Pretti lo scorso
gennaio ha reso ancora più incandescenti le strade di Minneapolis. Il nuovo capo
dell’ICE, Homan, ha scelto di spostare i 2000 agenti dalla città al resto dello
Stato, di rinchiudere i migranti rastrellati in galera, per evitare le proteste
di fronte ai centri di raccolta nei quartieri.
Ma è solo un aggiustamento di tiro: la direzione resta la medesima. Ingenti
fondi sono stati stanziati per lCE, con l’obiettivo di raddoppiare gli
effettivi.
Chi critica l’ICE e supporta le reti di resistenza nei quartieri finisce in
galera. Kyle Wagner è stato arrestato per aver definito “gestapo” gli agenti che
stanno terrorizzando la sua città, invitando a seguirli e smascherarli.
Non c’è stato bisogno di decreti sicurezza, dato che in USA siamo in democratura
ormai consolidata. Quello di Wagner è un fermo preventivo.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista
Ascolta la diretta:
Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il
dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un
efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a
Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale. Uno
sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata
nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata
della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione
della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota
che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici
.Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare
di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del
genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è
stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si
organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il
contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che
si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o
cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo
democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto
assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di
polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi
tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui
radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e
violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi
consiglieri.
Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto”
Felice Mometti commenta queste ultime giornate americane, tra violenze dell’ICE
e proteste nella città di Minneapolis.
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci ponetra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 9 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
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A cura della redazione informativa di Radio Blackout.
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo:
Geraldina Colotti:
Compagno colombiano:
Compagno Maracay:
Compagna peruviana:
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15
https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
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La fine del Patto Atlantico
La frattura tra gli Stati Uniti e l’Europa è ormai un fatto. La guerra in
Ucraina ne è la cartina i tornasole.
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello
Stati Uniti. Il Trump furioso
Trump moltiplica le misure repressive nei confronti di immigrati, stranieri,
poveri. Non gli è riuscito il colpo di annullare uno dei cardini su cui sono
stati costruiti gli States: lo ius soli per ora non verrà toccato.
Il suo consenso cala anche in aree del paese tradizionalmente repubblicane: a
Miami non è bastato un candidato ispanico per impedire l’elezione a sindaco di
una esponente democratica.
Le crepe aperte dalle violente incursioni dell’ICE, la normalizzazione delle
università, il dominio dei media, una non troppo celata attitudine a spezzare le
regole del gioco aprono crepe profonde. Il rischio è che a termine mandato Trump
osi fare il golpe che a Capitol Hill venne solo messo in cartellone. La prossima
replica potrebbe avere effetti deflagranti.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
La strage di Piazza Fontana. Il tramonto dell’illusione democratica
Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppiò nella Banca dell’Agricoltura di piazza
Fontana a Milano, uccidendo 16 persone.
La polizia puntò subito gli anarchici, che vennero rastrellati e portati in
questura. Uno di loro,Giuseppe Pinelli, non ne uscirà vivo, perché scaraventato
dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.
Le versioni ufficiali parlarono di suicidio: anni dopo un magistrato di
sinistra, D’Ambrosio, emesse una sentenza salomonica: “malore attivo”. Né
omicidio, né suicidio.
Pietro Valpreda venne accusato di essere l’autore della strage. Trascorrerà, con
altri compagn* tre anni in carcere in attesa di giudizio, finché non venne
modificata la legge che fissava i limiti della carcerazione preventiva. Quella
legge, emanata su pressione dei movimenti sociali venne a lungo chiamata “legge
Valpreda”.
Dopo 54anni dalla strage, sebbene ormai si sappia tutto, sia sui fascisti che la
eseguirono, gli ordinovisti veneti, sia sui mandanti politici, tutti interni al
sistema di potere democristiano di stretta osservanza statunitense, non ci sono
state verità giudiziarie.
Nel 1969 a capo della Questura milanese era Guida, già direttore del confino di
Ventotene, un funzionario fascista, passato indenne all’Italia repubblicana.
Dietro le quinte, ma presenti negli uffici di via Fatebenefratelli c’erano i
capi dei servizi segreti Russomando e D’Amato.
Il Sessantanove fu l’anno dell’autunno caldo e della contestazione studentesca,
movimenti radicali e radicati si battevano contro il sistema economico e
sociale.
La strage, che immediatamente, gli anarchici definirono “strage di Stato”
rappresentò il tentativo di criminalizzare le lotte, e scatenare la repressione.
In breve i movimenti sociali reagirono alle fandonie della polizia, smontando
dal basso la montatura poliziesca che era stata costruita sugli anarchici.
Cosa resta nella memoria dei movimenti di quella strage, che per molti compagni
e compagne dell’epoca rappresentò una rottura definitiva di ogni illusione
democratica?
Ne abbiamo parlato con Cosimo Scarinzi, all’epoca giovane compagno e testimone
di quella stagione cruciale
Appuntamenti:
Sabato 20 dicembre
ore 20
corso Palermo 46
Cena Antinatalizia
Menù vegan
Benefit lotte
Quanto costa? Tantissimo per chi ne ha, meno per chi ha meno, poco per chi ha
poco. Sosteniamo le lotte qui e in ogni dove, diamo solidarietà a chi è colpito
dalla repressione, mettiamo un mattone nella direzione di una società libera,
autogestita, solidale.
Porta la tua statuetta per il pres-empio autogestito!
Per prenotazioni scrivere a antimilitarista.to@gmail.com
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similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
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