Con una partecipazione eccezionale al voto, ovvero del 77,7% degli aventi
diritto che si sono recati alle urne, il Likud di Netanyahu e i suoi alleati
hanno ottenuto 53 seggi. Il risultato arriva contro i 48 seggi del principale
blocco di opposizione guidato dal centrista Gadi Eisenkot, come molti dei
partiti contro cui gareggia il Likud, ideologicamente affine al partito
avversario.
Nessuno dei due schieramenti ha raggiunto i 61 seggi necessari per ottenere la
maggioranza in Parlamento.
Le elezioni sono avvenute in un clima di violenza: attacchi alle urne, agli
elettori arabi – interessata una partecipazione al voto mai vista con cui hanno
ottenuto 19 seggi.
Ne parliamo con MIchele Giorgio, corrispondente ufficiale del manifesto a
Gerusalemme e direttore di Pagine Esteri:
Tag - Stati Uniti
Dopo anni di serrato sostegno all’Ucraina, la speranza iniziale USA di arrivare
ad un indebolimento definitivo della Russia si va affievolendo: le
controffensive ucraine stentano a guadagnare terreno, l’economia russa si
ristruttura in senso bellico evadendo le sanzioni e gli stessi Stati Uniti si
trovano confrontati con l’aumento globale delle materie prime energetiche.
In questo scenario, il desiderio di uscire dal conflitto limitando le perdite
economiche e massimizzando i guadagni inizia a prevalere, tra l’establishment
USA, sulla coerenza politica e sulla solidarietà con l’alleato ucraino mandato
al massacro. Ad inizio della scorsa settimana, il presidente Donald Trump ha
firmato la sospensione di alcune sanzioni contro la Russia e autorizzato
l’importazione di Diesel. Allo stesso tempo, crescono le tensioni tra Trump e il
suo omologo ucraino Zelensky, considerato un ostacolo alla risoluzione del
conflitto perché troppo intransigente ed indisposto a qualsiasi trattativa con
la Russia.
Si delinea uno scenario in cui l’unica forza politica a rimanere saldamente
favorevole al sostegno allo sforzo bellico ucraino è l’Unione Europea – una
scelta dalle conseguenze sempre più evidentemente disastrose per l’economia ed
il costo della vita, eppure ciecamente sostenuta dall’establishment politico
europeo e dalla stampa.
Ne abbiamo parlato con Francesco Dall’Aglio, ricercatore presso l’Istituto di
Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze
di Sofia (Bulgaria)
L’amministrazione Trump ha voluto una simbiosi tra Difesa e aziende
tecnologiche. Così i privati non sono più solo fornitori dell’esercito ma
definiscono direttamente la politica militare degli Stati Uniti
L'articolo Armi autonome e start-up della Silicon Valley. La strategia Usa per
la guerra del futuro proviene da IrpiMedia.
Dal conflitto Usa-Iran e il riposizionamento delle grandi potenze, fino alle
falle nella certificazione verde del Gnl americano
L'articolo Newsroom – Cosa c’è davvero dietro la guerra tra Stati Uniti e Iran.
Perché il gas americano “verde” che importiamo non è quello che sembra proviene
da IrpiMedia.
Norme Ue più severe sul metano da una parte, dipendenza dal gnl statunitense
dall'altra. Lo standard MiQ vorrebbe colmare il divario, ma un'inchiesta ne
rivela i limiti
L'articolo La grande corsa al bollino: tutti i dubbi sulla certificazione degli
impianti di gas naturale “made in Usa” proviene da IrpiMedia.
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di
tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire
il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri
in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti.
Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione,
andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado
l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si
preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in
relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si
terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
3100 manifestazioni in tutti gli Stati dell’Unione per il terzo No Kings Day, in
cui sono scese in piazza oltre 8 milioni di persone.
Al centro l’opposizione ai rastrellamenti e alle deportazioni dell’ICE, la
guerra in Iran, le politiche sessiste e patriarcali dell’amministrazione Trump.
La manifestazione centrale di è tenuta a Saint Paul nel Minnesota, dove la
popolazione è riuscita a cacciare l’ICE.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista
Ascolta la diretta:
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie
meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e
delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah.
Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si
sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e
servizi essenziali vengono colpiti o interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
Mentre i bombardamenti sull’Iran continuano ininterrottamente per il 5° giorno
di fila, da lunedì 2 marzo le bombe hanno colpito anche il sud del Libano. Ieri
il tentativo dell’IDF di fare ingresso oltre il confine è stato respinto, ma nel
paese si aspetta un’invasione massiccia.
Continuano forti bombardamenti e, secondo il ministero della Salute libanese, da
lunedì gli attacchi israeliani hanno causato almeno 50 morti e 335 feriti, prima
degli attacchi notturni che hanno provocato almeno altri 11 morti. Nella
giornata di oggi, 4 Marzo, il portavoce militare Avichay Adraee, con un post su
X, ha ordinato l’esodo dalle abitazioni alla popolazione libanese: “Abitanti del
Libano meridionale, dovete trasferirvi immediatamente nelle zone a nord del
fiume Litani”.
L’attacco arriva a seguito della risposta militare di Hezbollah all’assassinio
della guida suprema dell’Iran ayatollah Khamenei -ora succeduto dal figlio
Mojtaba per elezione dell’Assemblea degli Esperti- ma di fatto riguarda
l’interesse strategico dello stato ebraico verso il paese vicino. L’aggressione
israeliana del paese vicino è continua dal 2024, e sono 11.000 le aggressioni
sioniste denunciate, che hanno violato il siglato cessate il fuoco del 27
Novembre del 2024.
Ne parliamo con Mauro Pompili, giornalista freelance ora a Beirut, capitale del
Libano:
Nonostante la Corte Suprema statunitense abbia bloccato i dazi voluti da Trump,
il presidente USA intende tirare dritto, riproponendoli con motivazioni diverse
da quelle di tipo emergenziale considerate incongrue dalla Corte.
Nel frattempo minaccia ritorsioni verso i paesi che decidessero di ridiscutere
gli accordi.
Un caos in cui sono in ballo interessi enormi.
Ne abbiamo parlato con Renato Strumia della Cub
Ascolta la diretta: