Tra gennaio e febbraio del 2026, la Patagonia è stata attraversata da una delle
stagioni di incendi più devastanti degli ultimi decenni. Le fiamme hanno colpito
duramente soprattutto il versante argentino, ma si sono estese anche al Cile,
interessando ampie aree del centro-sud, dai territori intorno a Valparaíso fino
alla zona di Temuco.
Questi incendi non sono eventi isolati né casuali: affondano le loro radici in
cause prevalentemente antropiche. Alla base troviamo una combinazione sempre più
evidente di siccità prolungata e aumento delle temperature legato al cambiamento
climatico, a cui si aggiunge l’espansione massiccia delle monoculture forestali,
in particolare di pini ed eucalipti, che oggi occupano milioni di ettari. Un
modello produttivo che, oltre a impoverire la biodiversità, aumenta la
vulnerabilità del territorio al fuoco.
A questo si sommano le responsabilità delle grandi aziende forestali:
l’accaparramento delle terre, la pressione sulle risorse idriche delle comunità
locali e l’assenza di interventi concreti quando gli incendi divampano. Un
quadro che si inserisce in un contesto politico segnato dalle prime riforme del
governo Kast, orientate a favorire l’estrattivismo – minerario e forestale – e a
ridurre le tutele per riserve e parchi naturali, sempre più esposti agli
interessi dei capitali internazionali.
Ne abbiamo parlato con Max Reuca werken (portavoce) della comunità Mapuche Juan
Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile.
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Dal dicembre 2025 si è insediato in Cile il governo di José Antonio Kast,
espressione dell’estrema destra. Fin dalle prime ore del suo mandato, il governo
ha adottato una linea dura: rafforzamento della presenza militare alle
frontiere, smantellamento di diverse misure di protezione ambientale — dalla
creazione di parchi nazionali alle normative su clima, emissioni e qualità
dell’aria e dell’acqua — e nuovi accordi internazionali per lo sfruttamento di
risorse strategiche come litio e rame. In questo contesto si inserisce anche la
soppressione dell’Unità dei Popoli Indigeni del Ministero dei Beni Nazionali,
parte di una più ampia riorganizzazione istituzionale.
Per provare a delineare un quadro della situazione delle comunità indigene in
questo periodo, siamo messe in contatto con Max Reuca werken (portavoce) della
comunità mapuche Juan Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile.
In questa prima parte dell’approfondimento, gli abbiamo chiesto com’è la
situazione per le comunità indigene, in particolare per il popolo Mapuche,
all’inizio del governo di José Antonio Kast: tra l’eliminazione di diritti e
concessioni ottenute nel governo precedente, sia in tema di protezione
ambientale sia di diritti umani e di proprietà delle comunità Mapuche (oltre che
del popolo cileno nel suo complesso). Tra repressione militare e burocratica,
emerge anche quella che potrebbe essere una nuova stagione di mobilitazioni e
lotta.
Nella seconda parte, ci concentreremo sul tema degli incendi, sulle
responsabilità dei grandi latifondisti e sulla criminalizzazione dei popoli
indigeni.
Entrevista completa en español:
A Cuba soffocata dall’embargo petrolifero si parla di trattative in corso e
sembrerebbe che Diaz Canel ,il presidente, sia destinato ad essere sacrificato
;la figura emergente potrebbe essere Raulito Castro detto ” el Cangrejo” ,nipote
di Raul, figlio del direttore del GAESA, il Grupo de Administración Empresarial
S.A., un conglomerato gestito dalle forze armate che secondo le stime controlla
tra il 40 e il 70 per cento dell’economia cubana. GAESA domina il settore
alberghiero, la distribuzione di carburante, le catene di supermercati, i cambi
di valuta e il porto principale dell’isola. La trattativa ha indispettito gran
parte della popolazione che subisce le continue interruzioni di energia
elettrica, perchè in un primo momento era stata negata dal governo distintosi
per un sostanziale immobilismo di fronte alla crisi .
Nonostante le timide liberalizzazioni l’economia cubana è rimasta
sostanzialmente dipendente dall’estero ,non possedendo materie prime e legata al
settore turistico e alla produzione di canna da zucchero (anche la “zafra” il
raccolto del 2026 è stato deludente a causa della mancanza di combustibile). Al
netto dell’embargo criminale che assilla l’isola da decenni sono sfuggite
occasioni di riforme economiche a causa della mancanza di visione di lungo
periodo e di ricambio generazionale .
Dalla parte opposta del continente in Cile gli studenti si sono mobilitati
contro i tagli all’istruzione e alle spese sociali del governo del neopresidente
Kast ammiratore del cupo periodo pinochetista .
Il neopresidente pensa di realizzare la crescita economica con una drastica
riduzione della spesa pubblica, una riforma fiscale a favore del mondo
imprenditoriale, la deregolamentazione delle norme di tutela ambientale e di
restrizione all’espansione immobiliare. Kast ha firmato una serie di decreti che
abilitano la costruzione di muri di frontiera e il rafforzamento della presenza
militare sui confini. Ha inoltre già ritirato 43 regolamenti di protezione
ambientale, ha firmato decreti per accelerare le valutazioni d’impatto
ambientale di 51 progetti per un valore di circa 16 miliardi di dollari, e ha
approvato un accordo con gli Stati Uniti per lo sfruttamento di terre rare e
minerali critici come litio e rame.
Non si è limitato a questi provvedimenti di stampo neoliberale ma ha anche
concesso l’indulto a Carabineros e militari condannati per la repressione delle
rivolte del 2019 il cosidetto “estallido social” che aveva portato Boric alla
presidenza .
La radicale svolta a destra in Cile si spiega anche come la conseguenza di una
fallimentare strategia del progressismo rappresentato da Gabriel Boric che aveva
inizialmente incanalato la crisi sociale esplosa nel paese verso una soluzione
istituzionale, l’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione firmato il 15
novembre 2019 mentre in tutto il paese continuavano le mobilitazioni e le
violazioni dei diritti umani.
Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista esperto di America Latina