di Gianni Sartori Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con
incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei
mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala …
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di Marco Sommariva* La testimonianza raccolta da John G. Neihardt è molto più
dell’autobiografia di un capo spirituale Lakota: è una denuncia del
colonialismo, dell’avidità dell’uomo bianco e di un …
Tra gennaio e febbraio del 2026, la Patagonia è stata attraversata da una delle
stagioni di incendi più devastanti degli ultimi decenni. Le fiamme hanno colpito
duramente soprattutto il versante argentino, ma si sono estese anche al Cile,
interessando ampie aree del centro-sud, dai territori intorno a Valparaíso fino
alla zona di Temuco.
Questi incendi non sono eventi isolati né casuali: affondano le loro radici in
cause prevalentemente antropiche. Alla base troviamo una combinazione sempre più
evidente di siccità prolungata e aumento delle temperature legato al cambiamento
climatico, a cui si aggiunge l’espansione massiccia delle monoculture forestali,
in particolare di pini ed eucalipti, che oggi occupano milioni di ettari. Un
modello produttivo che, oltre a impoverire la biodiversità, aumenta la
vulnerabilità del territorio al fuoco.
A questo si sommano le responsabilità delle grandi aziende forestali:
l’accaparramento delle terre, la pressione sulle risorse idriche delle comunità
locali e l’assenza di interventi concreti quando gli incendi divampano. Un
quadro che si inserisce in un contesto politico segnato dalle prime riforme del
governo Kast, orientate a favorire l’estrattivismo – minerario e forestale – e a
ridurre le tutele per riserve e parchi naturali, sempre più esposti agli
interessi dei capitali internazionali.
Ne abbiamo parlato con Max Reuca werken (portavoce) della comunità Mapuche Juan
Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile.
Il nuovo numero di Zapruder dal titolo “Il capitale sottostante. Realtà e
immaginario della miniera” contribuisce a fornire delle chiavi di lettura della
fase attuale a partire dalla storia delle miniere.
La miniera come metafora a livello storico e riattualizzato di un modo di
produzione. Dall’impero portoghese a caccia di petrolio angolano alle dinamiche
imperialiste odierne nella ricerca di terre rare il capitale si fa stato:
l’analisi dei modi di funzionamento di queste industrie di estrattivismo
energetico individua nei flussi del capitale un rapporto di dominio e di
indicazione di scelte politiche, anche oltre i confini territoriali e
amministrativi degli imperi.
La miniera è anche tecnologia: in questo numero un obiettivo è quello di
smascherare la narrazione secondo la quale il soluzionismo tecnologico possa
diminuire lo sfruttamento nel rapporto di produzione e lavoro. Questo porta
anche a guardare alla miniera come dimensione di lotta che ha attraversato le
epoche storiche.
Ne parliamo con uno dei curatori, Mattia Frapporti
Il 22 marzo 2026 il quotidiano economico israeliano Globes ha riportato che ENI
non prenderà parte all’esplorazione né all’eventuale sfruttamento dei giacimenti
di gas nelle acque palestinesi. Secondo le informazioni emerse, la società
italiana sarebbe uscita dal consorzio che comprendeva anche Ratio Energies e
Dana Petroleum. La notizia è stata poi confermata ufficialmente da ENI il 24
marzo.
La vicenda affonda le sue radici nell’ottobre 2023, pochi giorni dopo l’inizio
dei bombardamenti israeliani su Gaza, quando Israele ha avviato una gara per
l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di gas nel tratto di mare
antistante la Striscia, in un’area considerata appartenente ai palestinesi.
Proprio per questo, nel febbraio 2024 diverse organizzazioni per i diritti umani
hanno chiesto alle aziende coinvolte di ritirarsi, sostenendo che il progetto
viola il diritto internazionale, oltre a rappresentare un’ennesima forma di
estrattivismo, colonialismo ed oppressione del popolo palestinese.
Alla mobilitazione ha contribuito una campagna di pressione nazionale e
internazionale promossa da ReCommon insieme a numerosi gruppi, collettivi e
movimenti.
Ne abbiamo parlato con Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon.
di Andrea Cegna* Dalla precarizzazione alla svendita ambientale, fino alla
demagogia punitiva sui minori: tre riforme cucite insieme e protette dalla
violenza di Stato, 300 feriti e decine di arresti …
“Ci siamo detti: pianifichiamo un castrofico successo“. Così Jared Kushner,
intervenuto sul palco di Davos dopo che il suocero Donald Trump aveva firmato la
fondazione del Board of Peace, ha commentato l’immagine della ‘new Gaza‘,
compresi grattacieli futuristici sul lungomare per il “turismo costiero”, hub di
trasporti e infrastrutture energetiche, da costruire sulle macerie della
distruzione provocata da oltre due anni di bombardamenti e raid israeliani che
hanno raso al suolo la Striscia di Gaza e provocato oltre 70mila morti. Nella
prima parte della puntata analizziamo alcune il Board of Peace voluto da Trump
per Gaza e i render della Gaza Riviera.
Nella seconda parte della puntata, insieme a Aida Kapetanovic, andiamo a vedere
l’eredità lasciata dagli Accordi di Dayton alla Bosnia Erzegovina, a 30 dalla
fine dalla guerra, il genocidio, la pulizia etnica, gli sfollamenti forzati, le
violenze.
Come evidenziato in un articolo di Leila Belhadj Mohamed, “se la pace è
concepita come amministrazione e non come processo, l’esito è una sospensione
del conflitto, non la sua risoluzione“. La logica della pace imposta
dall’esterno, nel caso degli Accordi di Dayton, ha prodotto, invece di reali
percorsi di trasformazione, strutture per amministrare e gestire le tensioni
etnico religiose che premiano i leader che soffiano sul fuoco dei nazionalismi e
che normalizzano la situazione di crisi, rendendo di fatto impossibile il suo
superamento.
Ancora oggi, per esempio, il curriculum scolastico per lx studentx varia a
seconda dell’appartenenza etnico religiosa, in quanto sussistono ancora classi,
e scuole, divise per la popolazione studentesca croata, bosgnacca e serba. Anche
i libri di testo su cui si impara la storia sono diversi, e raccontano 3
versioni diverse della Guerra in Bosnia.
In un territorio che ha conosciuto la guerra e il genocidio, e ha dovuto subire
processi di liberalizzazione guidati dai leader nazionalisti che hanno causato
la guerra e il genocidio, le lotte anti estrattiviste, ecologiste e studentesche
degli ultimi anni nei Balcani hanno dato un nuovo significato all’attaccamento
alla terra, innescando quei meccanismi trasformativi e solidali che le
istituzioni creatasi in conseguenza agli Accordi non perseguono.
Citati nella puntata:
Board of Peace: come Trump vuole assoggettare il mondo intero a partire dalla
liquidazione della questione palestinese – Comunicato dei Giovani Palestinesi
Dayton e Gaza: la logica della pace imposta dall’esterno – Articolo di Leila
Balhadj Mohamed
Le “blokade” in Serbia: una mobilitazione a guida studentesca che sta
trasformando radicalmente la società – Articolo di Aida Kapetanović
ArcelorMittal in Omarska: denying remembrance – Sulla miniera di ArcelorMittal
sul campo di Omarska
River protection movements in Bosnia and Herzegovina and Serbia: rethinking
locality and collective identity – Articolo di Aida Kapetanović
Mining is war – mappatura dei luoghi dell’estrattivismo nei Balcani
Swap and Sacrifice: The Colonial Legacy of Mapping in Bosnia and Herzegovina –
articolo sulla mappatura del territorio BiH come strumento coloniale
Le comunità della Bosnia Erzegovina unite per difendere i loro fiumi – reportage
per Internazionale
‘Sistem te laže!’: the anti-ruling class mobilisation of high school students in
Bosnia and Herzegovina – Articolo sulle proteste contro le scuole separate in
Bosnia Erzegovina
Breve documentario sulla coalizione regionale a difesa dei fiumi – Youtube
L’AI non è sostenibile da un punto di vista energetico, e quindi neanche da un
punto di vista economico. Perché l’energia costa e se si deve comprare l’enorme
quantità di energia che serve a tenere in funzione un data center, i ricavi
delle vendite di prodotti AI non ripagano l’enorme cifra di investimento che
negli ultimi anni ha gonfiato la bolla dell’AI. Questo uno dei problemi (o dei
rischi, come amano definirli loro) che si trovano a fronteggiare le Magnificent
7, ovvero i sette colossi tecnologici statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon,
Alphabet (Google), Meta (Facebook), Nvidia e Tesla.
Nella prima parte della puntata, insieme a Ginox, andiamo a leggere i dati che
emergono da una serie di studi e testimonianze sul consumo di suolo, acqua e
energia dei data centers e sui rischi alla salute delle persone che vivono nei
territori in cui queste strutture sorgono.
Nella seconda parte della puntata, andiamo a commentare le dichiarazioni del CEO
di IBM, Arvind Krishna, che ha affermato che “non c’è modo” che gli ingenti
investimenti delle aziende tecnologiche nei data center possano venire ripagati,
visto che i data center richiedono enormi quantità di energia e investimenti.
Con la crescita della domanda di intelligenza artificiale, secondo Goldman
Sachs, il fabbisogno energetico del mercato dei data center potrebbe raggiungere
gli 84 gigawatt entro il 2027. Eppure, costruire un data center che utilizzi
solo un gigawatt costa una fortuna: circa 80 miliardi di dollari attuali,
secondo Krishna. Se una singola azienda si impegnasse a costruire dai 20 ai 30
gigawatt, ciò ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari di spese in conto capitale,
ha affermato Krishna. Si tratta di un investimento pressoché equivalente
all’attuale capitalizzazione di mercato di Tesla. Secondo le sue stime, tutti
gli hyperscaler messi insieme potrebbero potenzialmente aggiungere circa 100
gigawatt, ma ciò richiederebbe comunque 8 trilioni di dollari di investimenti e
il profitto necessario per bilanciare tale investimento sarebbe immenso. “A mio
avviso non c’è modo di ottenere un ritorno, perché 8 trilioni di dollari di
spese in conto capitale significano che servono circa 800 miliardi di dollari di
profitto solo per pagare gli interessi”, ha affermato. Inoltre, grazie al rapido
progresso della tecnologia, i chip che alimentano il tuo data center potrebbero
diventare rapidamente obsoleti. “Bisogna utilizzarlo tutto entro cinque anni,
perché a quel punto bisogna buttarlo via e riempirlo di nuovo”, ha affermato.
Krishna ha aggiunto che parte della motivazione dietro questa ondata di
investimenti è la corsa delle grandi aziende tecnologiche per essere le prime a
decifrare l’AGI, ovvero un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o
superare l’intelligenza umana. Ma la sua conquista sembra, secondo Krishna,
ancora lontana.
Di fronte all’insostenibilità finanziaria, ambientale e di sfruttamento
lavorativo dell’AI, il governo Trump sta cercando in tutti i modi di rendere
l’AI strategica da un punto di vista militare, per renderla “too critical too
fail”. Il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato giovedì scorso di aver firmato
accordi con 24 organizzazioni, tra cui giganti tecnologici per far avanzare la
missione Genesis.
La missione è un programma nazionale volto a utilizzare l’intelligenza
artificiale per accelerare la ricerca scientifica e rafforzare le capacità
energetiche e di sicurezza degli Stati
Uniti. Il dipartimento ha detto che il programma è progettato per aumentare la
produttività scientifica e ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera. I
partecipanti includono i principali fornitori di cloud e chip come AWS, Oracle,
Intel, AMD, insieme agli specialisti dell’IA OpenAI, Anthropic e xAI.
Citati nella puntata:
Studio sul consumo energetico dei data centers _ Yale
Studio ul consumo di acqua e suolo legata al boom dell’AI _ Lincoln Institute
Articolo sulla vita di fianco a un data center negli Stati Uniti _ BBC
Puntata de Le dita nella presa “Non è siccità, è saccheggio!” _ Radio Onda Rossa
Articolo sul processo di accaparramento delle risorse nelle Valli alpine _
Nunatak
Libro Il rimosso della miniera. La nuova febbre dell’oro nell’Europa in guerra _
Collettivo Escombrera
Diverse puntate di Happy Hour dedicate ai data centers (1, 2, 3) e con compagna
del Collettivo Escombrera (4) _ Radio Blackout
Genesis Mission – Dipartimento del Governo Stati Uniti
Martedì 18 è stata ufficialmente esposta da parte di ECCHR ( European Centre for
Costitutional and Human Rights) denuncia ai danni di TotalEnergies presso
l’antiterrorismo francese, per accuse di complicità in crimini di guerra,
torture e sparizioni forzate legate alle azioni di soldati governativi in
Mozambico nel 2021 nell’ambito del cosidetto “Massacro dei container”. (metti
link)
Il colosso petrolifero è accusato di aver finanziato direttamente e supportato
materialmente l’unità speciale di forze armate, nell’ambito di un accordo di
sicurezza con lo stato, perchè quest’ultime protegessero le installazioni di
estrazione di GNL installate da Total a Capo Delgado.
La situazione a Capo Delgado è epicentro di un conflitto fra esercito e milizie
di ispirazione jihadista affiliate allo Stato Islamico. Le mani di Total sono
sporche del trasferimento forzato di migliaia di famiglie, oltre che della
degradazione ambientale legata ai progetti estrattivi, che ha acuito le tensioni
sociali, mentre la povertà è aumentata di più dell’80%.
La denuncia riprende la dettagliata inchiesta della testata Politico ” All must
be beheaded, revelations of atrocities at French energy giant’s African
stronghold” pubblicata nel 2024.
L’accusa arriva a poche settimane di distanza dalla dichiarazione di Total di
voler far ripartire il progetto, considerato il più grande investimento privato
mai realizzato in Africa, con un costo totale di 50 miliardi di dollari. La
ripresa del progetto non avverrà prima del concordato con il governo di Maputo e
sarà sostenuta dal prestito di 4,7 miliardi di dollari dall’Export-Impost Bank
statunitense ed è prevista entro il 2029.
La banca statunitense non è l’unico finanziatore pubblico al progetto, infatti
altri due importanti partner commerciali sono le italiane SACE e Cassa Depositi
e Prestiti. Nelle parole di Simone Ogno “la SACE italiana è stata la prima
agenzia di credito all’esportazione a confermare il proprio sostegno finanziario
a Mozambique LNG, e lo ha fatto senza una nuova valutazione degli impatti
sociali e ambientali associati al progetto. Oggi l’US EXIM sta facendo lo
stesso. In queste scelte possiamo vedere il rapporto stretto tra il governo
della premier Giorgia Meloni e quello del presidente Donald Trump, in totale
disprezzo per le violazioni dei diritti umani direttamente e indirettamente
associate a Mozambique LNG”.
Ne parliamo con Simone Ogno, campaigner di Recommon:
Qui trovate il link al report di Recommon “Dieci anni perduti“.
Mentre a livello globale e nazionale l’aggressione estrattivista dei territori
si fa sempre maggiore, in Italia continua il percorso di Confluenza, affiancata
dalla coalizione TESS. A partire da un lavoro di mappatura dei comitati
ambientalisti presenti sul territorio italiano, è stata intessuta una rete tra
le varie realtà contro la transizione energetica della speculazione e del
nucleare e per un discorso e un agire sui territori che riporti la gestione
territoriale nelle mani delle comunità che lì abitano.
Il focus sarà sulla dorsale appenninica e lo stato dell’arte della speculazione
energetica che interessano la Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Alto
Abruzzo, Lazio. Il programma, infatti, si strutturerà su due giorni dal 22 al 23
nel Mugello, il cui crinale è messo a rischio di un grande progetto di impianto
eolico industriale e simili progetti interessseranno anche l’Appennino
umbro-marchigiano.
Ne parliamo con Elena di No Pizzone 2: