La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy
per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della
complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese.
Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera
militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese
che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale,
che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi
responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi
dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro
l’umanità.
Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità
di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e
munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un
paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per
popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non
può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una
estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie
prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della
circolazione commerciale e finanziaria internazionale.
Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di
Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele,
scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente
militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera
in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson
Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un
tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici)
che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale.
Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché
il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya.
CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede
diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel
2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del
mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020
con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi
del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è
passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che
l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto
miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale.
Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson
Process Managment.
Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È
stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica
Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della
multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali
con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel
mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede
principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e
contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del
gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una
public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti
costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori
istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA,
pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar
militari).
Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito»
(IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società
armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont
Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a
nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese.
«Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al
servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT
Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd,
Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e
Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e
greci, operando come feeder da Damietta.
Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il
DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la
«Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta
Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e
israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE
Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a
Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di
valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in
Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova.
Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di
estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole
a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di
Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito
da operatori di fascia alta.
Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra
descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze
armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi?
Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore
di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni
Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie
prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne
esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi
giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del
Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e
Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori
a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il
paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto
dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe
aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario
energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano
sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania
ed Egitto durante le crisi militari.
I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante.
Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di
Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della
vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti
monopoli.
Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva
di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston,
Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla
produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora
intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della
domanda elettrica interna.
Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione
nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con
una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i
530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle,
Microsoft, Google, Amazon – le big 4 – è notoriamente legata ai programmi di
integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
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Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo
europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la
mettono in pratica.
Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo
Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele
Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza
Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa
Finanziamento-italiano-per-la-difesa
Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE
Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1
nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare
armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro
nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano
mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di
20 cancellazioni.
Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni
2016-2025.
Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi
dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni.
Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa
attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza
(CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e
l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o
addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e
verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e
servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo,
mostre e fiere, campionature ecc.
Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale
degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è
onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31
gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28
TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare,
collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni,
materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti
di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia.
Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente
intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti.
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SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI
Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le
dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali.
Alcune società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al
Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata
vocazione militare:
* Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio
Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi
della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione
straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni
all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi
alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran
Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo
dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo
consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager
turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo,
candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e
soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal
novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di
Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo
Berlusconi IV
Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla
fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni
killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati
nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga..
* Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica
tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è
immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato
(marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione
Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa
per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si
sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito
italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a
rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune
della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento
dove dovrà operare LRMV
Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV
all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di
Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM).
* SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di
ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione
delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del
colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica,
sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a
Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno,
Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza,
Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società
controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era
sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di
“prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi
coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed
europeo.
Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District
di Milano, inaugurato nel 2021
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GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO
Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi
abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere
autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo
alcune in ordine decrescente di fatturato (2024):
* Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. controllato di
fatto da Exor (famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli
stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor
ha ceduto IVECO Defence Vehicles (IDV, comprensivo del marchio Astra) a
Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di
Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi John Elkann ha
dichiarato esplicitamente che «il futuro dell’auto non è l’industria
bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla recente iscrizione
al RNI
John Elkann, presidente di Exor,
nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 .
* Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e
tra i leader in Europa, quotata in borsa fino al 2016 e dal 2020, con
l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrata sotto il controllo
dei fondi di investimento. Nel giugno 2023 si è fusa con il fondo Centurion
divenuto unico socio, con la successiva emissione di un prestito
obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione
d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi dovuto al
generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e
conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati.
Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti
di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione,
ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi
a 186 lavoratori;
* Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex,
prima della definitva cessazione all’inizio del 2025 ottiene l’iscrizione al
RNI. Entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo
una vertenza sindacale durata due anni, la casamadre americana ha venduto lo
stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la
nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano
industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star
Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic
Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza
nel settore difesa, alla testa di Mountain X, fondo di venture capital di
diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore
aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società
finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex
viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del
Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022.
Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di
Trieste.
Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il
governo sarebbe intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la
partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics,
azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv,
partecipazione prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha
“indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di
aprile e la riapertura di un tavolo con le istituzioni.
Nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400
dipendenti, lavorano oggi 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un
centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a
giugno 2026
11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato
pagamento degli stipendi di aprile.
* Carraro Drive Tech Italia Spa è società del gruppo padovano Carraro
(trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione,
ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi
dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del
16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è
ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver
realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la
collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro
fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos
Grenadiers, quandi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una
prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con un percorso di
valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato
sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale
* Tecnikabel Spa, specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e
automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da
guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle
forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di
mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al
fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo
Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente
acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente
impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA
L’evento
* El,Com Srl opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi
di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di
Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei
cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi
elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC
Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della
famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della
produzione in Romania (2004) e Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro
anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%,
mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in
Tunisia
Già questi sei diversi profili aziendali pongono la questione di quali siano le
motivazioni di fondo di un ingresso nel mercato internazionale della difesa. Per
le altre aziende, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la
regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti, e
quindi un rivolgersi al settore della difesa come a un’ancora di salvezza, nella
speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul
finanziamento del riarmo – di uscire da una crisi che colpisce in particolare il
settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export
manifatturiero italiano negli ultimi decenni.
1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi
dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al
Parlamento il 9 aprile 2026.
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Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino
accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per
l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu
scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della
costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano
come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che
Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”.
A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo
coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando
che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai
dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere
femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano
restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli.
Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle
istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya
Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano,
entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio
di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a
una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone,
per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili,
la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come
l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si
innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La
fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è
la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica.
D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente
sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della
repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo
stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata
contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla
vita culturale, sociale e politica del paese.
Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di
quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come
paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto
davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen),
insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri
paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen,
Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento
anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare
una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El
Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento
sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e
il loro. Mohammed eravamo noi.
Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho
riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto
all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa
un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome
persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo
fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei
momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina.
Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per
presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif
Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per
un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese
Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di
Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i
suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un
dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei
prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a
cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni
per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al
terrorismo”.
In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso
insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una
categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla
classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale,
rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come
spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture
che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava
l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra
rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti
giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang,
Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica
giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene.
Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la
stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi
discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il
disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze.
Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno,
banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando
di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni,
dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da
quest’operazione.
Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello
della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”.
Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi,
una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di
Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche”
non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica
riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del
colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più
avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di
comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo
di socializzazione politica.
Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti
sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre
e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere
riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della
e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e
razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà
materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che
governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del
linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
img
Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del
quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e
studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la
pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana,
opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il
precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al
Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel
testo.
* * *
Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre
cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha
presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova
Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne
abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della
musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo.
Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di
Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche?
De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era
computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le
scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo
c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo
alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro
in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo
importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un
tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un
ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci
sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così
via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché
alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un
tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché
poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono
rivelate tali.
È stata una scelta delicata…
Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella
cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un
rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani,
Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone
di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è
stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se
generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era
una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi
non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo
protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte.
Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop.
Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi
da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è
un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa
straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano
abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli.
Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole?
Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più
francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un
doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come
quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma
d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà
occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da
quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che
potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un
materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli
anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un
grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per
Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri.
Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione
della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli.
L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto
riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più
che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i
campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si
sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di
canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza
senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di
sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che
voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla
Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più
importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che
cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo
le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi
la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un
tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52,
quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano.
Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche
con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il
Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore
da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi,
puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche
autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle
canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un
settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo
Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la
televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia,
otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata,
per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto
che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei
giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria…
È possibile individuare il più grande tra gli interpreti?
Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al
giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso,
cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui
interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un
posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del
sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della
voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e
rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati,
la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile.
Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale,
Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche
Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche
Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i
luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che
quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani,
terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono
stati Bruni e Roberto Murolo.
Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione…
È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove
avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto
che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il
canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel
tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con
Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità
di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna,
che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare.
“Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel
’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni
pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli
allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti.
Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse
gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse.
Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano.
nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume)
Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene
attribuita l’attenzione che meriterebbero.
Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone
napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi
costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed
essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo
successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una
rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in
cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il
sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello,
gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna
brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad
avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di
canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel
fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno
importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la
teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica.
Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si
stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia
Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti
napoletane…
Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali.
Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi
le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di
Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente,
anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante
o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra
Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì
ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela
Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio.
Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra.
Che opinione hai della sceneggiata?
Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per
salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta.
Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di
successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo
sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a
leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va
contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la
gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della
sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche
durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri
quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di
Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna
Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo.
Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più
importante della tradizione femminile.
Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una
buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi
valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il
programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di
volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori –
ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni
dieci metri.
In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel
costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti?
Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante
costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le
persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace
ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista
non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti,
che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa
dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del
personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi
lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo
rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non
si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!»,
facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione
di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio
massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con
gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti
ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di
Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno.
È stato un lavoro molto travagliato…
L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui
richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia
molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di
quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da
un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa
“fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche
lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il
partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a
quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo
messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni
pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano
addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il
giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa
cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)
(archivio disegni monitor)
Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco
Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e
appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di
reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La
bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni
riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia
cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo
determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad
accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum
sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che
furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non
è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il
compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la
coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto
invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su
una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata,
in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo
sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra
rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben
presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può
risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso
Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto
in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7
agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione
dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione
camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta
l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali,
di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella
primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali
empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe
quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e
vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e
preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe
indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni
volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.
Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto,
con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della
vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è
diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a
Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di
carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione
crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave
di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera
costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E
resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano
prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile
all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”.
La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo
di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio.
Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma
la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura,
anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo
alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei
collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con
parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la
Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia.
Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella
serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali
accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in
malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato,
Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella
serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia
accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono
concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui
godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante
la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente
diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico;
e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella,
l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due
criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata
una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo
dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione
su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo
Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu
utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la
camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una
spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano
apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i
collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al
gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un
criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono
dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi
dello status di collaboratori per tutti (ma che erano godibili anche senza le
accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e
iconoclastia.
Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente
probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella
vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con
Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello
sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva
dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello
spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su
quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un
altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale
quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e
nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi
piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a
considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce,
non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel
seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È
l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello
di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il
significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti
artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni
sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde:
consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a
pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a
un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in
verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza
del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene
coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo
schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del
male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione
criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato
di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un
individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le
si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma
lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia
non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un
obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere
innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a
follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella
categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male
starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il
bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi
come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che
forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo
della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario
della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni.
Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”?
Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e
l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa
strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica,
e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre
la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè
l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica
possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo,
riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente
istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto
dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo
concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo,
e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella
repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni
Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini
di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che
sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu
messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di
pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue
revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come
dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro
clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di
Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di
quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di
Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni
egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a
Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa,
mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli
altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo
circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di
fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio
personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni
criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno
facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo,
ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il
controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la
conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a
un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di
un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida
intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un
sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un
tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss
e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia,
va vista come effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non
fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui
sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione,
un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto
in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione
politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo
significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli
si contrappone che deve essere sollecitato a essere migliore. (maurizio
braucci)
img
Ma quanto po’ custa’
‘sta vita ca m’e dato
Quanto po’ custa’?
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’a venne p’a metà,
pecché me vuo’ lassa’?
C’hann’ purtato ‘e cozzeche mo’ s’anna pulezza’ !
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’e da’ pulite già,
è ‘a meglio ca ce sta!
(ernesto a foria, ‘a ferramenta)
La cozza è cosa brutta ma gustosa. Metafora o meno. C’è una famosa telenovela
(parliamo di 1999, si chiamavano ancora così) andata in onda in cento paesi, che
racconta la storia di una ragazza colombiana, Beatrice Pinzon Solano,
studentessa modello ma insicura e bruttina, e per questo bullizzata da
praticamente tutte le donne che incontra sulla sua strada. Novella Cenerentola,
Betty (soprannominata “la cozza”) riuscirà alla fine della serie a migliorare il
suo aspetto, ma soprattutto a far innamorare il suo capo, Armando, imperterrito
dongiovanni, grazie alle sue capacità professionali, la sua sensibilità e le sue
qualità umane.
(credits in nota1)
La psicosi cozze è esplosa in settimana. Un nuovo cluster epidemico (senza
lockdown, tranquilli), ma stavolta solo a Napoli. Epidemia di Epatite A.
L’untrice è la cozza, con tutti i suoi parenti stretti frutti di mare: vongole,
taratufi, ostriche e così via. È un déjà-vu, non del 2020, ma del 1973. Colera a
Napoli e cozza killer. Solo che siamo nel 2026 e Napoli non è più capitale del
sottosviluppo, ma hub di un overtourism che genera ricchezza: il focolaio resta
per un po’ sotto traccia. Eppure, rispetto al colera del ‘73 i contagi sono
molti di più.
Wikiradio – Il colera a Napoli
La sera del 28 agosto 1973 il Ministero della sanità emette un comunicato stampa
secondo cui si stanno manifestando casi di gastroenterite acuta, preludio a un’
epidemia di colera che durerà quasi due mesi.
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Direte: d’accordo, ci sta. L’epatite non è il colera, malattia della povertà,
flagello delle città occidentali del diciannovesimo secolo. L’epatite A, al
contrario, sembra quasi una patologia legata all’irresistibile voglia di
consumo. Nelle cene di Natale e Capodanno non possono mancare le crudità, per di
più afrodisiache, delle conchiglie considerate frutti. Anche se per champagne ci
si accontenta dell’acqua di mare.
Sul colera del 1973 poca storia è stata scritta. Una traccia significativa resta
la fotografia di Giovanni Leone, presidente della Repubblica, in visita nei
reparti dedicati ai colerosi dell’ospedale Cotugno. Il gesto delle corna,
nascondendo la mano dietro la schiena, la dice lunga sulla credibilità delle
nostre amate classi dirigenti.
Il colera a Napoli
Panorama Cinematografico / pc407
Archivio Luce, 1973
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Mentre Leone corneggiava, ai giornalisti il compito di raccontare la città con
il solito disprezzo razzista e deplorante. Tra i vari capolavori si distingueva
L’Espresso, con una “inchiesta” dai toni pulp, titolando in copertina “Napoli
Bandiera Gialla”. Non stupisce che la firmi un giovane Paolo Mieli.
Uè-oh, lievate ‘a sotto,
si nun te staje accorto quacche d’uno te ciacca.
‘A gente ca te guarda ‘n se ne fotte ‘e niente,
Maronna e comme è brutto a sta’ c’o male ‘e diente!
E allora uè-oh, lievate a ‘nanz’,
stanotte aggio durmuto senza male ‘e panza,
Qualcosa t’e magnato ca t’ha fatto male,
tengo ‘a televisione trentasei canali!
Si parlano tutti ‘nzieme so’ tanta capere
ma quanno ascimmo fore sarrà primavera.
(tullio de piscopo, stop bajon)
Eppure il colera, disastro antropico e non catastrofe naturale, ebbe una sua
importanza persino per le lotte degli strati sociali più popolari della città e
la loro emancipazione sociale. L’epidemia fece emergere un insieme complesso di
elementi sommersi, caratterizzanti della condizione economica, sociale e
igienico-sanitaria del Mezzogiorno. La Napoli del 1973 era una metropoli di
profonde disuguaglianze: ceto medio impiegatizio, classe operaia “ufficiale” –
radicata nei poli industriali della siderurgia e della metalmeccanica, nella
cantieristica navale e la lavorazione agroalimentare – proletariato marginale e
precario impiegato nei settori più disparati. Una configurazione storica che
trovava il suo reddito nella zona grigia del lavoro nero e informale. Il settore
calzaturiero e della produzione di guanti, per esempio, decentramento produttivo
e lavoro domiciliare.
Al centro della città decine di abitazioni erano micro-officine di una fabbrica
diffusa dove si lavorava senza garanzie e controllo. Zone urbane di
sovraffollamento e promiscuità, nocività ambientale abitativa e dell’attività
produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide, reparti di una fabbrica
diffusa ma nascosta, invisibile anche agli occhi del Partito e delle
organizzazioni sindacali che contavano il loro bacino elettorale, soprattutto,
nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale
alle immagini di plebe e sottoproletariato.
28 agosto 1973: l’epidemia di colera a Napoli
Cronaca italiana – Teche Rai
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Si ma la cozza? Mitilo mediterraneo (mytilus galloprovincialis), mollusco
bivalve dall’anima proletaria, protagonista della gastronomia povera è
rivelatore della qualità delle acque marine (la colonna acquea). Filtra tutto
quello che arriva a mare, non è infetta di per sé ma lo diventa quando dove
cresce vengono sversati scarichi fognari non depurati, rifiuti vari, residui
fecali altrimenti detti merda.
Legalize come hip hop,
Ienamà on da microphone,
onde evitare cà po’ t’ sfonn’ Merda Prod
ogni dì su YouTube, sogni il tuor degli U2,
ma non serve a niente perché tu sei del Sud!
(merda p.r.o.d., ma com’è?)
Tornando a noi: di fronte all’impennata di casi, il sindaco, paladino della
coppa America di vela che inguaierà il mare partenopeo come mai prima, ha
diramato un’ordinanza di divieto di consumo di frutti di mare crudi. Risultato?
Crisi del settore ittico, calo drastico delle vendite di pesce, paranoia
igienico-sanitaria. Pescivendoli adirati, talvolta con stile:
Buonasera amici e clienti. Ricordavo per Giovedì santo chi vuole fare la zuppa
di cozze si può fare tranquillamente senza nessun problema sapete che la
settimana scorsa per la male informazione abbiamo buttato un sacco di frutti di
mare e soldi se siete interessati alla vostra disposizione solo su prenotazione
perché è un periodo un po’ particolare e spero che va tutto bene GRAZIE E VI
VOGLIAMO BENE. (un pescivendolo napoletano ai suoi clienti, via whatsapp)
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/03/opdef.mp4
(credits in nota 2)
Una delle migliori zuppe di cozze della mia vita l’ho mangiata a casa a Bagnoli,
ai fornelli g., tempi di pandemia, anno più anno meno. Cozze bacolesi o da
Nisida, bottiglina di Campari d’ordinanza (per i non napoletani questa la
spiegheremo un’altra volta), vino bianco e tavola imbandita a festa. La domanda
è, però, una: epatite a parte, cosa succederà alle cozze flegree dopo i dragaggi
del fondale di Bagnoli, che diffonderanno i sedimenti dell’acciaieria in lungo e
largo? La bandiera gialla è pronta a tornare.
a cura di -ma e riccardo rosa
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto
che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del
diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione
palestinese.
In particolare il rapporto individua
* il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio
delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda
espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo
Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini;
* l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione
delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento
che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati
sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7
ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di
controlli sui transiti provenienti da paesi terzi);
* la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano
e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo,
contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG
(tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione
della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane,
sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria
militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa
possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al
Registro delle imprese ai sensi della legge 185;
* il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai
porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza;
* il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione
dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna
portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la
quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti.
Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo
utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di
accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad
aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che
sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori
indipendenti.
Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei
portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il
loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti
comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle
catene delle forniture militari a Israele.
Pubblichiamo qui una ricerca sulla filiera degli esplosivi, in precedenza
pubblicata in due parti e qui in versione completa.
È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce,
ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti,
di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si
dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a
colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei
componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa
l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si
cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto
gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che fa la nave (o
anche più di una nave, in caso di transhipment) fino al porto più prossimo alla
destinazione finale.
20260114_Esplosivi-1a-parte
20260114_Esplosivi-2a-parte
COMUNICATO STAMPA
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di
approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui
controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è
regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990
ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori,
vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata
alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per
spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi.
Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di
conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di
spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle
autorizzazioni.
Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da
quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui
esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti
italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i
porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe
contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo
assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene
logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra
di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della
Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in
violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito
per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più.
Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della
Guardia di Finanza.
Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000
munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri
& Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un
traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico
era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le
autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo
i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di
munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio
televisivo.
Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50
tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di
circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile,
700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di
Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti.
Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati
sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del
sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla
campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna
Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte
di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels
& Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una
fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso
dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al
Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato
l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a
Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di
essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod.
Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di
coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra
generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel
sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa.
Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua
violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che
comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi
e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato
attraverso i porti e gli aeroporti italiani.
Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti
perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano
sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni
sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così
delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi,
rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai
rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in
sanguinosi e disumani conflitti armati.
Per contatti e informazioni:
* Gianni Alioti, 348 9026909
* Carlo Tombola, 349 6751366