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Razza, linguaggio e politica in Italia. Dai “maranza” alle “bestie islamiche
img Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”. A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli. Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano, entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone, per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili, la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica. D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla vita culturale, sociale e politica del paese. Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen), insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen, Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e il loro. Mohammed eravamo noi. Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina. Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al terrorismo”. In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale, rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang, Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene. Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze. Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno, banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni, dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da quest’operazione. Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”. Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi, una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche” non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo di socializzazione politica. Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
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Un ricordo di Pietro Gargano
img Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana, opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel testo. *     *     * Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo. Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche? De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono rivelate tali. È stata una scelta delicata… Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani, Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte. Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop. Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli. Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole? Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri. Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli. L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52, quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano. Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi, puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia, otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata, per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria… È possibile individuare il più grande tra gli interpreti? Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso, cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati, la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile. Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale, Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani, terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono stati Bruni e Roberto Murolo. Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione… È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna, che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare. “Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel ’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti. Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse. Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano. nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume) Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene attribuita l’attenzione che meriterebbero. Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello, gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica. Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti napoletane… Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali. Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente, anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio. Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra. Che opinione hai della sceneggiata? Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta. Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo. Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più importante della tradizione femminile. Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori – ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni dieci metri. In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti? Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti, che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!», facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno. È stato un lavoro molto travagliato… L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa “fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)  
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Fare il male con metodo. Note sul ruolo dei camorristi nella serie Portobello di Marco Bellocchio
(archivio disegni monitor) Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata, in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali, di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”. Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto, con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”. La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio. Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura, anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia. Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato, Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico; e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella, l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi dello status di collaboratori  per tutti (ma che erano godibili anche senza le accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e iconoclastia. Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde: consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni. Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”? Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica, e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo, riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo, e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa, mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo, ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia, va vista come  effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione, un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli si contrappone che deve essere  sollecitato a essere migliore. (maurizio braucci)
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La parola della settimana. Cozza
img Ma quanto po’ custa’ ‘sta vita ca m’e dato Quanto po’ custa’? ‘A ferramenta sotto ‘a casa mia m’a venne p’a metà, pecché me vuo’ lassa’? C’hann’ purtato ‘e cozzeche mo’ s’anna pulezza’ ! ‘A ferramenta sotto ‘a casa mia m’e da’ pulite già, è ‘a meglio ca ce sta! (ernesto a foria, ‘a ferramenta) La cozza è cosa brutta ma gustosa. Metafora o meno. C’è una famosa telenovela (parliamo di 1999, si chiamavano ancora così) andata in onda in cento paesi, che racconta la storia di una ragazza colombiana, Beatrice Pinzon Solano, studentessa modello ma insicura e bruttina, e per questo bullizzata da praticamente tutte le donne che incontra sulla sua strada. Novella Cenerentola, Betty (soprannominata “la cozza”) riuscirà alla fine della serie a migliorare il suo aspetto, ma soprattutto a far innamorare il suo capo, Armando, imperterrito dongiovanni, grazie alle sue capacità professionali, la sua sensibilità e le sue qualità umane. (credits in nota1) La psicosi cozze è esplosa in settimana. Un nuovo cluster epidemico (senza lockdown, tranquilli), ma stavolta solo a Napoli. Epidemia di Epatite A. L’untrice è la cozza, con tutti i suoi parenti stretti frutti di mare: vongole, taratufi, ostriche e così via. È un déjà-vu, non del 2020, ma del 1973. Colera a Napoli e cozza killer. Solo che siamo nel 2026 e Napoli non è più capitale del sottosviluppo, ma hub di un overtourism che genera ricchezza: il focolaio resta per un po’ sotto traccia. Eppure, rispetto al colera del ‘73 i contagi sono molti di più. Wikiradio – Il colera a Napoli La sera del 28 agosto 1973 il Ministero della sanità emette un comunicato stampa secondo cui si stanno manifestando casi di gastroenterite acuta, preludio a un’ epidemia di colera che durerà quasi due mesi. Ascolta qui! Direte: d’accordo, ci sta. L’epatite non è il colera, malattia della povertà, flagello delle città occidentali del diciannovesimo secolo. L’epatite A, al contrario, sembra quasi una patologia legata all’irresistibile voglia di consumo. Nelle cene di Natale e Capodanno non possono mancare le crudità, per di più afrodisiache, delle conchiglie considerate frutti. Anche se per champagne ci si accontenta dell’acqua di mare. Sul colera del 1973 poca storia è stata scritta. Una traccia significativa resta la fotografia di Giovanni Leone, presidente della Repubblica, in visita nei reparti dedicati ai colerosi dell’ospedale Cotugno. Il gesto delle corna, nascondendo la mano dietro la schiena, la dice lunga sulla credibilità delle nostre amate classi dirigenti. Il colera a Napoli Panorama Cinematografico / pc407 Archivio Luce, 1973 Guarda qui! Mentre Leone corneggiava, ai giornalisti il compito di raccontare la città con il solito disprezzo razzista e deplorante. Tra i vari capolavori si distingueva L’Espresso, con una “inchiesta” dai toni pulp, titolando in copertina “Napoli Bandiera Gialla”. Non stupisce che la firmi un giovane Paolo Mieli. Uè-oh, lievate ‘a sotto, si nun te staje accorto quacche d’uno te ciacca. ‘A gente ca te guarda ‘n se ne fotte ‘e niente, Maronna e comme è brutto a sta’ c’o male ‘e diente! E allora uè-oh, lievate a ‘nanz’, stanotte aggio durmuto senza male ‘e panza, Qualcosa t’e magnato ca t’ha fatto male, tengo ‘a televisione trentasei canali! Si parlano tutti ‘nzieme so’ tanta capere ma quanno ascimmo fore sarrà primavera. (tullio de piscopo, stop bajon) Eppure il colera, disastro antropico e non catastrofe naturale, ebbe una sua importanza persino per le lotte degli strati sociali più popolari della città e la loro emancipazione sociale. L’epidemia fece emergere un insieme complesso di elementi sommersi, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno. La Napoli del 1973 era una metropoli di profonde disuguaglianze: ceto medio impiegatizio, classe operaia “ufficiale” – radicata nei poli industriali della siderurgia e della metalmeccanica, nella cantieristica navale e la lavorazione agroalimentare – proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Una configurazione storica che trovava il suo reddito nella zona grigia del lavoro nero e informale. Il settore calzaturiero e della produzione di guanti, per esempio, decentramento produttivo e lavoro domiciliare. Al centro della città decine di abitazioni erano micro-officine di una fabbrica diffusa dove si lavorava senza garanzie e controllo. Zone urbane di sovraffollamento e promiscuità, nocività ambientale abitativa e dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide, reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta, invisibile anche agli occhi del Partito e delle organizzazioni sindacali che contavano il loro bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale alle immagini di plebe e sottoproletariato. 28 agosto 1973: l’epidemia di colera a Napoli Cronaca italiana – Teche Rai Guarda qui! Si ma la cozza? Mitilo mediterraneo (mytilus galloprovincialis), mollusco bivalve dall’anima proletaria, protagonista della gastronomia povera è rivelatore della qualità delle acque marine (la colonna acquea). Filtra tutto quello che arriva a mare, non è infetta di per sé ma lo diventa quando dove cresce vengono sversati scarichi fognari non depurati, rifiuti vari, residui fecali altrimenti detti merda. Legalize come hip hop, Ienamà on da microphone, onde evitare cà po’ t’ sfonn’ Merda Prod ogni dì su YouTube, sogni il tuor degli U2, ma non serve a niente perché tu sei del Sud! (merda p.r.o.d., ma com’è?) Tornando a noi: di fronte all’impennata di casi, il sindaco, paladino della coppa America di vela che inguaierà il mare partenopeo come mai prima, ha diramato un’ordinanza di divieto di consumo di frutti di mare crudi. Risultato? Crisi del settore ittico, calo drastico delle vendite di pesce, paranoia igienico-sanitaria. Pescivendoli adirati, talvolta con stile: Buonasera amici e clienti. Ricordavo per Giovedì santo chi vuole fare la zuppa di cozze si può fare tranquillamente senza nessun problema sapete che la settimana scorsa per la male informazione abbiamo buttato un sacco di frutti di mare e soldi se siete interessati alla vostra disposizione solo su prenotazione perché è un periodo un po’ particolare e spero che va tutto bene GRAZIE E VI VOGLIAMO BENE. (un pescivendolo napoletano ai suoi clienti, via whatsapp) https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/03/opdef.mp4 (credits in nota 2) Una delle migliori zuppe di cozze della mia vita l’ho mangiata a casa a Bagnoli, ai fornelli g., tempi di pandemia, anno più anno meno. Cozze bacolesi o da Nisida, bottiglina di Campari d’ordinanza (per i non napoletani questa la spiegheremo un’altra volta), vino bianco e tavola imbandita a festa. La domanda è, però, una: epatite a parte, cosa succederà alle cozze flegree dopo i dragaggi del fondale di Bagnoli, che diffonderanno i sedimenti dell’acciaieria in lungo e largo? La bandiera gialla è pronta a tornare. a cura di -ma e riccardo rosa
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MADE IN ITALY: LE PROVE DELLA COLLABORAZIONE AL GENOCIDIO
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione palestinese. In particolare il rapporto individua * il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini; * l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7 ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di controlli sui transiti provenienti da paesi terzi); * la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo, contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG (tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane, sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al Registro delle imprese ai sensi della legge 185; * il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza; * il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti. Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori indipendenti. Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle catene delle forniture militari a Israele.
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COMUNICATO STAMPA SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990 ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi. Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle autorizzazioni. Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più. Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza. Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000 munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri & Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.  Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio televisivo. Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50 tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile, 700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti. Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels & Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod. Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa. Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato attraverso i porti e gli aeroporti italiani. Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi, rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in sanguinosi e disumani conflitti armati. Per contatti e informazioni: * Gianni Alioti, 348 9026909 * Carlo Tombola, 349 6751366
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La lunga strada dei “porti di pace”
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante. Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand» tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III» che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod. Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra. Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane, innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità. Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il commercio delle armi, in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
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Da Forlì: “Lavoriamo per la guerra!” Un volantino da un’iniziativa contro il progetto ERiS
Riceviamo e diffondiamo: Domenica 25 gennaio una decina di persone vestite con delle tute con i loghi di Leonardo Spa e Thales Alenia Space hanno distribuito, durante il carnevale dell’Aeroporto al quartiere Ronco di Forlì, un volantino contro il Progetto ERiS, Emilia Romagna in Space. Il Progetto ERiS è un’iniziativa che mira a raggruppare aziende che operano nel settore militare per realizzare un nuovo polo aerospaziale. Un progetto che va contrastato! Sul sito abbiamo riportato il testo assieme ad alcune foto. Il testo del volantino lo trovate qui: https://noeris.noblogs.org/2026/01/26/lavoriamo-per-la-guerra/ [in questa pagina ci sono anche diverse immagini dell’iniziativa, ndr] Il sito http://noeris.noblogs.org si propone di fare controinformazione sul progetto “Emilia-Romagna in Space” a Forlì. Chi alimenta la guerra non va lasciato in pace!   Qui il testo del volantino: SALVE! Siamo tecnici specializzati, ingegneri, cervelloni delle ditte che fanno parte del Progetto ERiS, Emilia Romagna in Space, iniziativa che mira a raggruppare aziende che operano nel settore militare, prime fra tutte l’eccellenza italiana Leonardo Spa e la francese Thales. Tutta gente che si adopera notte e giorno, con costanza e perseveranza, per trasformare questo meraviglioso pianeta in una landa desolata fatta di macerie e devastazione. “EriS” vuole impiantare nel vostro quartiere Ronco, a Forlì, nientepopodimeno che un polo di progettazione e fabbricazione di antenne e componentistica per nano-satelliti, fantastico no?! Cosa faranno mai questi nano-satelliti, ci chiedete?! Avete presente tutte le immagini di bombardamenti e distruzione che passano ogni giorno in tv e sui vostri luminosissimi cellulari? Ecco, tutta quella roba là – rovine, mutilazioni, morti, scuole ed ospedali sventrati – senza le infrastrutture satellitari che progettiamo non sarebbero possibili. Non è fantastico?! Diciamo alla gente che non è vero, che sono solo ad “uso civile”, ma TUTTE le sette industrie per cui lavoriamo vendono prodotti al comparto bellico, ossia sono TUTTE responsabili delle guerre odierne; perciò, in tutta franchezza, possiamo pure dire che anche noi tecnici e scienziatoni lavoriamo per la guerra! E dove lo prenderemo il denaro per fare il polo dell’ERiS al Ronco? Ma dai soldi pubblici, ovviamente! La regione Emilia-Romagna è già in pole position e ci ha promesso il suo aiuto, poi ci sono i soldoni del PNRR che il governo senz’altro non ci farà mancare. Avete presente, no? Sono quelli che dicevano sarebbero serviti per la sanità pubblica! Ecco, avete notato quanto è migliorata, no?! E invece noi ce li investiamo in infrastrutture di guerra, come il Ponte sullo Stretto o in componenti per armi, come le antenne satellitari che abbiamo intenzione di produrre. Del resto, dalla nostra parte abbiamo la scintillante Leonardo, che solo nei primi 9 mesi del 2025 ha fatturato 13,4 MILIARDI DI EURO! Non è mica vero che c’è la crisi!! La guerra è sempre un buon affare per chi non ha scrupoli. È bello festeggiare il carnevale con i propri affetti, anche noi che sembriamo così freddi e cinici lo riconosciamo: QUA IL CARNEVALE, ALTROVE LA CARNEFICINA. Grazie anche al prezioso contributo del Comune, che ci ha concesso di trasformare un’area verde pubblica dietro via Carnaccini in un’ennesima colata di cemento, volevamo condividere con voi l’immensa gioia di poter fare di Forlì un polo internazionale di ricerca e fabbricazione di morte: non sono droni, bombe e missili, questo no per carità! Sono i satelliti che servono a guidare i droni, le bombe e i missili, nessuna paura! E se le guerre finissero domani, nessun problema! Possiamo usare tutta questa bella tecnologia per trasformare le città in carceri a cielo aperto, totalmente video-tele sorvegliate, sul modello di Israele per capirci; digitalizzare le vite di tutti, far dimenticare che siamo umani e assimilarci sempre di più alle macchine… anzi, lo stiamo già facendo. IL PROGETTO ERiS E LA FONDAZIONE MERCURY (Comune di Forlì + Fondazione Cassa dei Risparmi) SONO ORGOGLIOSI DI ANNUNCIARVI CHE IL VOSTRO QUARTIERE, LA VOSTRA CITTÀ, SARANNO CORRESPONSABILI DELLE GUERRE IN TUTTO IL MONDO… SE NON CI FERMANO PRIMA. TECNICI SPECIALISTI ERiS INGEGNERI ERiS CERVELLONI ERiS noeris.noblogs.org
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