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Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito
(disegno di escif) Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva. Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas. Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime. Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni. Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo. Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia. La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe? Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento. Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi. L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neandertal a oggi? Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo? Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?). Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona? Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio. E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene. Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo. Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati. Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore.  Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo. Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati. Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati. Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti. Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo. Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico. Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia. Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo? Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure. Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”. Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore. Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra. Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere. L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore. Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein”  dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco. Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale. Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso. Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie. Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso. La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate. (giovanni iozzoli)
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Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israele
di Ibrahim Ossman Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30 luglio 2026. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito, attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a duplice uso. Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali, insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle operazioni militari israeliane. In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon. «MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione. In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il 24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana. L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar, nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede infatti l’ottenimento di licenze speciali. La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare delle attrezzature trasportate. Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab) Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990, che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul territorio italiano. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo, continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce». Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17 febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty) In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele». Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
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Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
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Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.
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Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
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Ancora sulle basi USA in Italia
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni. La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34 maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1 2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi, un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle truppe USA. La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35. La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo, guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni di continuità. I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei deputati. Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella. Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026. Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”), concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran. Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura cinetica (cioè combattive o offensive). Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24 giugno 2026. L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990. L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le inevitabili conseguenze di questo atteggiamento. [vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema; https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/ ]
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NEANCHE UN CHIODO, NEANCHE UNA VALVOLA
La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese. Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale, che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della circolazione commerciale e finanziaria internazionale. Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele, scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici) che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale. Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya. CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel 2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020 con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale. Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson Process Managment. Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA, pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar militari). Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito» (IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese. «Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd, Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e greci, operando come feeder da Damietta. Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la «Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova. Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito da operatori di fascia alta. Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi? Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania ed Egitto durante le crisi militari. I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante. Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti monopoli. Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston, Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della domanda elettrica interna. Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i 530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle, Microsoft, Google, Amazon – le big 4 ­– è notoriamente legata ai programmi di integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
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ARMARE O RICONVERTIRE
Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la mettono in pratica. Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa Finanziamento-italiano-per-la-difesa Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
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Il nuovo Eldorado delle armi
LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1 nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di 20 cancellazioni. Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni 2016-2025. Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni. Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza (CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo, mostre e fiere, campionature ecc. Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31 gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28 TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare, collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni, materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia. Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti. -------------------------------------------------------------------------------- SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali. Alcune società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata vocazione militare: * Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo, candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo Berlusconi IV Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga.. * Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato (marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento dove dovrà operare LRMV Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM). * SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica, sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno, Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza, Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di “prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed europeo. Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District di Milano, inaugurato nel 2021 -------------------------------------------------------------------------------- GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo alcune in ordine decrescente di fatturato (2024): * Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. controllato di fatto da Exor (famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor ha ceduto IVECO Defence Vehicles (IDV, comprensivo del marchio Astra) a Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi John Elkann ha dichiarato esplicitamente che «il futuro dell’auto non è l’industria bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla recente iscrizione al RNI John Elkann, presidente di Exor, nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 . * Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e tra i leader in Europa, quotata in borsa fino al 2016 e dal 2020, con l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrata sotto il controllo dei fondi di investimento. Nel giugno 2023 si è fusa con il fondo Centurion divenuto unico socio, con la successiva emissione di un prestito obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi dovuto al generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati. Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione, ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi a 186 lavoratori; * Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex, prima della definitva cessazione all’inizio del 2025 ottiene l’iscrizione al RNI. Entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo una vertenza sindacale durata due anni, la casamadre americana ha venduto lo stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza nel settore difesa, alla testa di Mountain X, fondo di venture capital di diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022. Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di Trieste. Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il governo sarebbe intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics, azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv, partecipazione prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha “indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di aprile e la riapertura di un tavolo con le istituzioni. Nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400 dipendenti, lavorano oggi 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a giugno 2026 11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato pagamento degli stipendi di aprile. * Carraro Drive Tech Italia Spa è società del gruppo padovano Carraro (trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione, ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del 16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos Grenadiers, quandi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con un percorso di valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale * Tecnikabel Spa, specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA L’evento * El,Com Srl opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della produzione in Romania (2004) e Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%, mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in Tunisia Già questi sei diversi profili aziendali pongono la questione di quali siano le motivazioni di fondo di un ingresso nel mercato internazionale della difesa. Per le altre aziende, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti, e quindi un rivolgersi al settore della difesa come a un’ancora di salvezza, nella speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul finanziamento del riarmo – di uscire da una crisi che colpisce in particolare il settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export manifatturiero italiano negli ultimi decenni. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al Parlamento il 9 aprile 2026.
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Razza, linguaggio e politica in Italia. Dai “maranza” alle “bestie islamiche
img Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”. A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli. Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano, entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone, per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili, la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica. D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla vita culturale, sociale e politica del paese. Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen), insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen, Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e il loro. Mohammed eravamo noi. Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina. Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al terrorismo”. In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale, rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang, Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene. Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze. Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno, banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni, dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da quest’operazione. Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”. Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi, una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche” non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo di socializzazione politica. Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
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