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Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino
accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per
l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu
scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della
costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano
come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che
Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”.
A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo
coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando
che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai
dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere
femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano
restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli.
Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle
istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya
Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano,
entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio
di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a
una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone,
per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili,
la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come
l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si
innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La
fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è
la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica.
D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente
sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della
repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo
stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata
contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla
vita culturale, sociale e politica del paese.
Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di
quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come
paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto
davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen),
insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri
paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen,
Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento
anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare
una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El
Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento
sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e
il loro. Mohammed eravamo noi.
Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho
riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto
all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa
un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome
persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo
fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei
momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina.
Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per
presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif
Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per
un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese
Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di
Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i
suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un
dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei
prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a
cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni
per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al
terrorismo”.
In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso
insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una
categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla
classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale,
rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come
spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture
che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava
l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra
rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti
giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang,
Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica
giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene.
Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la
stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi
discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il
disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze.
Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno,
banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando
di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni,
dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da
quest’operazione.
Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello
della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”.
Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi,
una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di
Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche”
non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica
riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del
colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più
avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di
comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo
di socializzazione politica.
Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti
sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre
e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere
riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della
e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e
razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà
materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che
governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del
linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
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Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del
quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e
studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la
pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana,
opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il
precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al
Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel
testo.
* * *
Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre
cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha
presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova
Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne
abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della
musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo.
Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di
Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche?
De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era
computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le
scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo
c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo
alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro
in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo
importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un
tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un
ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci
sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così
via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché
alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un
tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché
poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono
rivelate tali.
È stata una scelta delicata…
Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella
cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un
rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani,
Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone
di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è
stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se
generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era
una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi
non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo
protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte.
Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop.
Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi
da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è
un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa
straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano
abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli.
Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole?
Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più
francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un
doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come
quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma
d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà
occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da
quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che
potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un
materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli
anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un
grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per
Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri.
Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione
della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli.
L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto
riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più
che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i
campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si
sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di
canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza
senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di
sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che
voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla
Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più
importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che
cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo
le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi
la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un
tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52,
quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano.
Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche
con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il
Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore
da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi,
puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche
autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle
canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un
settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo
Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la
televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia,
otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata,
per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto
che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei
giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria…
È possibile individuare il più grande tra gli interpreti?
Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al
giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso,
cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui
interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un
posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del
sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della
voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e
rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati,
la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile.
Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale,
Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche
Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche
Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i
luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che
quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani,
terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono
stati Bruni e Roberto Murolo.
Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione…
È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove
avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto
che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il
canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel
tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con
Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità
di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna,
che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare.
“Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel
’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni
pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli
allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti.
Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse
gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse.
Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano.
nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume)
Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene
attribuita l’attenzione che meriterebbero.
Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone
napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi
costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed
essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo
successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una
rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in
cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il
sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello,
gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna
brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad
avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di
canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel
fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno
importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la
teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica.
Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si
stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia
Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti
napoletane…
Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali.
Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi
le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di
Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente,
anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante
o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra
Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì
ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela
Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio.
Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra.
Che opinione hai della sceneggiata?
Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per
salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta.
Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di
successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo
sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a
leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va
contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la
gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della
sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche
durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri
quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di
Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna
Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo.
Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più
importante della tradizione femminile.
Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una
buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi
valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il
programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di
volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori –
ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni
dieci metri.
In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel
costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti?
Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante
costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le
persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace
ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista
non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti,
che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa
dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del
personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi
lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo
rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non
si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!»,
facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione
di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio
massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con
gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti
ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di
Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno.
È stato un lavoro molto travagliato…
L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui
richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia
molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di
quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da
un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa
“fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche
lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il
partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a
quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo
messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni
pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano
addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il
giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa
cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)
(archivio disegni monitor)
Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco
Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e
appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di
reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La
bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni
riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia
cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo
determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad
accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum
sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che
furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non
è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il
compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la
coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto
invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su
una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata,
in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo
sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra
rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben
presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può
risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso
Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto
in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7
agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione
dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione
camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta
l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali,
di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella
primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali
empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe
quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e
vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e
preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe
indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni
volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.
Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto,
con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della
vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è
diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a
Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di
carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione
crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave
di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera
costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E
resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano
prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile
all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”.
La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo
di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio.
Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma
la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura,
anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo
alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei
collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con
parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la
Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia.
Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella
serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali
accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in
malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato,
Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella
serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia
accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono
concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui
godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante
la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente
diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico;
e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella,
l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due
criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata
una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo
dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione
su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo
Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu
utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la
camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una
spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano
apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i
collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al
gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un
criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono
dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi
dello status di collaboratori per tutti (ma che erano godibili anche senza le
accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e
iconoclastia.
Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente
probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella
vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con
Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello
sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva
dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello
spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su
quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un
altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale
quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e
nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi
piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a
considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce,
non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel
seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È
l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello
di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il
significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti
artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni
sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde:
consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a
pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a
un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in
verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza
del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene
coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo
schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del
male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione
criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato
di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un
individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le
si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma
lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia
non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un
obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere
innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a
follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella
categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male
starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il
bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi
come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che
forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo
della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario
della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni.
Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”?
Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e
l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa
strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica,
e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre
la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè
l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica
possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo,
riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente
istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto
dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo
concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo,
e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella
repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni
Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini
di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che
sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu
messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di
pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue
revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come
dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro
clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di
Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di
quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di
Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni
egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a
Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa,
mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli
altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo
circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di
fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio
personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni
criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno
facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo,
ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il
controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la
conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a
un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di
un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida
intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un
sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un
tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss
e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia,
va vista come effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non
fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui
sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione,
un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto
in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione
politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo
significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli
si contrappone che deve essere sollecitato a essere migliore. (maurizio
braucci)
img
Ma quanto po’ custa’
‘sta vita ca m’e dato
Quanto po’ custa’?
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’a venne p’a metà,
pecché me vuo’ lassa’?
C’hann’ purtato ‘e cozzeche mo’ s’anna pulezza’ !
‘A ferramenta sotto ‘a casa mia
m’e da’ pulite già,
è ‘a meglio ca ce sta!
(ernesto a foria, ‘a ferramenta)
La cozza è cosa brutta ma gustosa. Metafora o meno. C’è una famosa telenovela
(parliamo di 1999, si chiamavano ancora così) andata in onda in cento paesi, che
racconta la storia di una ragazza colombiana, Beatrice Pinzon Solano,
studentessa modello ma insicura e bruttina, e per questo bullizzata da
praticamente tutte le donne che incontra sulla sua strada. Novella Cenerentola,
Betty (soprannominata “la cozza”) riuscirà alla fine della serie a migliorare il
suo aspetto, ma soprattutto a far innamorare il suo capo, Armando, imperterrito
dongiovanni, grazie alle sue capacità professionali, la sua sensibilità e le sue
qualità umane.
(credits in nota1)
La psicosi cozze è esplosa in settimana. Un nuovo cluster epidemico (senza
lockdown, tranquilli), ma stavolta solo a Napoli. Epidemia di Epatite A.
L’untrice è la cozza, con tutti i suoi parenti stretti frutti di mare: vongole,
taratufi, ostriche e così via. È un déjà-vu, non del 2020, ma del 1973. Colera a
Napoli e cozza killer. Solo che siamo nel 2026 e Napoli non è più capitale del
sottosviluppo, ma hub di un overtourism che genera ricchezza: il focolaio resta
per un po’ sotto traccia. Eppure, rispetto al colera del ‘73 i contagi sono
molti di più.
Wikiradio – Il colera a Napoli
La sera del 28 agosto 1973 il Ministero della sanità emette un comunicato stampa
secondo cui si stanno manifestando casi di gastroenterite acuta, preludio a un’
epidemia di colera che durerà quasi due mesi.
Ascolta qui!
Direte: d’accordo, ci sta. L’epatite non è il colera, malattia della povertà,
flagello delle città occidentali del diciannovesimo secolo. L’epatite A, al
contrario, sembra quasi una patologia legata all’irresistibile voglia di
consumo. Nelle cene di Natale e Capodanno non possono mancare le crudità, per di
più afrodisiache, delle conchiglie considerate frutti. Anche se per champagne ci
si accontenta dell’acqua di mare.
Sul colera del 1973 poca storia è stata scritta. Una traccia significativa resta
la fotografia di Giovanni Leone, presidente della Repubblica, in visita nei
reparti dedicati ai colerosi dell’ospedale Cotugno. Il gesto delle corna,
nascondendo la mano dietro la schiena, la dice lunga sulla credibilità delle
nostre amate classi dirigenti.
Il colera a Napoli
Panorama Cinematografico / pc407
Archivio Luce, 1973
Guarda qui!
Mentre Leone corneggiava, ai giornalisti il compito di raccontare la città con
il solito disprezzo razzista e deplorante. Tra i vari capolavori si distingueva
L’Espresso, con una “inchiesta” dai toni pulp, titolando in copertina “Napoli
Bandiera Gialla”. Non stupisce che la firmi un giovane Paolo Mieli.
Uè-oh, lievate ‘a sotto,
si nun te staje accorto quacche d’uno te ciacca.
‘A gente ca te guarda ‘n se ne fotte ‘e niente,
Maronna e comme è brutto a sta’ c’o male ‘e diente!
E allora uè-oh, lievate a ‘nanz’,
stanotte aggio durmuto senza male ‘e panza,
Qualcosa t’e magnato ca t’ha fatto male,
tengo ‘a televisione trentasei canali!
Si parlano tutti ‘nzieme so’ tanta capere
ma quanno ascimmo fore sarrà primavera.
(tullio de piscopo, stop bajon)
Eppure il colera, disastro antropico e non catastrofe naturale, ebbe una sua
importanza persino per le lotte degli strati sociali più popolari della città e
la loro emancipazione sociale. L’epidemia fece emergere un insieme complesso di
elementi sommersi, caratterizzanti della condizione economica, sociale e
igienico-sanitaria del Mezzogiorno. La Napoli del 1973 era una metropoli di
profonde disuguaglianze: ceto medio impiegatizio, classe operaia “ufficiale” –
radicata nei poli industriali della siderurgia e della metalmeccanica, nella
cantieristica navale e la lavorazione agroalimentare – proletariato marginale e
precario impiegato nei settori più disparati. Una configurazione storica che
trovava il suo reddito nella zona grigia del lavoro nero e informale. Il settore
calzaturiero e della produzione di guanti, per esempio, decentramento produttivo
e lavoro domiciliare.
Al centro della città decine di abitazioni erano micro-officine di una fabbrica
diffusa dove si lavorava senza garanzie e controllo. Zone urbane di
sovraffollamento e promiscuità, nocività ambientale abitativa e dell’attività
produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide, reparti di una fabbrica
diffusa ma nascosta, invisibile anche agli occhi del Partito e delle
organizzazioni sindacali che contavano il loro bacino elettorale, soprattutto,
nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale
alle immagini di plebe e sottoproletariato.
28 agosto 1973: l’epidemia di colera a Napoli
Cronaca italiana – Teche Rai
Guarda qui!
Si ma la cozza? Mitilo mediterraneo (mytilus galloprovincialis), mollusco
bivalve dall’anima proletaria, protagonista della gastronomia povera è
rivelatore della qualità delle acque marine (la colonna acquea). Filtra tutto
quello che arriva a mare, non è infetta di per sé ma lo diventa quando dove
cresce vengono sversati scarichi fognari non depurati, rifiuti vari, residui
fecali altrimenti detti merda.
Legalize come hip hop,
Ienamà on da microphone,
onde evitare cà po’ t’ sfonn’ Merda Prod
ogni dì su YouTube, sogni il tuor degli U2,
ma non serve a niente perché tu sei del Sud!
(merda p.r.o.d., ma com’è?)
Tornando a noi: di fronte all’impennata di casi, il sindaco, paladino della
coppa America di vela che inguaierà il mare partenopeo come mai prima, ha
diramato un’ordinanza di divieto di consumo di frutti di mare crudi. Risultato?
Crisi del settore ittico, calo drastico delle vendite di pesce, paranoia
igienico-sanitaria. Pescivendoli adirati, talvolta con stile:
Buonasera amici e clienti. Ricordavo per Giovedì santo chi vuole fare la zuppa
di cozze si può fare tranquillamente senza nessun problema sapete che la
settimana scorsa per la male informazione abbiamo buttato un sacco di frutti di
mare e soldi se siete interessati alla vostra disposizione solo su prenotazione
perché è un periodo un po’ particolare e spero che va tutto bene GRAZIE E VI
VOGLIAMO BENE. (un pescivendolo napoletano ai suoi clienti, via whatsapp)
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/03/opdef.mp4
(credits in nota 2)
Una delle migliori zuppe di cozze della mia vita l’ho mangiata a casa a Bagnoli,
ai fornelli g., tempi di pandemia, anno più anno meno. Cozze bacolesi o da
Nisida, bottiglina di Campari d’ordinanza (per i non napoletani questa la
spiegheremo un’altra volta), vino bianco e tavola imbandita a festa. La domanda
è, però, una: epatite a parte, cosa succederà alle cozze flegree dopo i dragaggi
del fondale di Bagnoli, che diffonderanno i sedimenti dell’acciaieria in lungo e
largo? La bandiera gialla è pronta a tornare.
a cura di -ma e riccardo rosa
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto
che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del
diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione
palestinese.
In particolare il rapporto individua
* il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio
delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda
espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo
Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini;
* l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione
delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento
che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati
sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7
ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di
controlli sui transiti provenienti da paesi terzi);
* la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano
e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo,
contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG
(tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione
della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane,
sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria
militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa
possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al
Registro delle imprese ai sensi della legge 185;
* il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai
porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza;
* il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione
dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna
portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la
quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti.
Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo
utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di
accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad
aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che
sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori
indipendenti.
Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei
portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il
loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti
comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle
catene delle forniture militari a Israele.
COMUNICATO STAMPA
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di
approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui
controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è
regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990
ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori,
vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata
alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per
spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi.
Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di
conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di
spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle
autorizzazioni.
Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da
quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui
esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti
italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i
porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe
contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo
assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene
logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra
di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della
Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in
violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito
per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più.
Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della
Guardia di Finanza.
Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000
munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri
& Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un
traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico
era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le
autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo
i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di
munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio
televisivo.
Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50
tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di
circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile,
700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di
Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti.
Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati
sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del
sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla
campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna
Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte
di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels
& Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una
fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso
dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al
Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato
l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a
Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di
essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod.
Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di
coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra
generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel
sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa.
Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua
violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che
comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi
e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato
attraverso i porti e gli aeroporti italiani.
Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti
perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano
sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni
sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così
delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi,
rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai
rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in
sanguinosi e disumani conflitti armati.
Per contatti e informazioni:
* Gianni Alioti, 348 9026909
* Carlo Tombola, 349 6751366
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante.
Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici
italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e
ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario
né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di
viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle
III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia
e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato
da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena
logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e
dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera
infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand»
tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i
suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla
tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta
dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III»
che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod.
Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione
dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra.
Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una
proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione
di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità
etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo
perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta
la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi
giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa
proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua
vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo
di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né
l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno
organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione
che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane,
innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno
dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità.
Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle
autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il
commercio delle armi,
in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San
Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
Riceviamo e diffondiamo:
Domenica 25 gennaio una decina di persone vestite con delle tute con i loghi di
Leonardo Spa e Thales Alenia Space hanno distribuito, durante il carnevale
dell’Aeroporto al quartiere Ronco di Forlì, un volantino contro il Progetto
ERiS, Emilia Romagna in Space. Il Progetto ERiS è un’iniziativa che mira a
raggruppare aziende che operano nel settore militare per realizzare un nuovo
polo aerospaziale. Un progetto che va contrastato!
Sul sito abbiamo riportato il testo assieme ad alcune foto.
Il testo del volantino lo trovate qui:
https://noeris.noblogs.org/2026/01/26/lavoriamo-per-la-guerra/
[in questa pagina ci sono anche diverse immagini dell’iniziativa, ndr]
Il sito http://noeris.noblogs.org si propone di fare controinformazione sul
progetto “Emilia-Romagna in Space” a Forlì.
Chi alimenta la guerra non va lasciato in pace!
Qui il testo del volantino:
SALVE!
Siamo tecnici specializzati, ingegneri, cervelloni delle ditte che fanno parte
del Progetto ERiS, Emilia Romagna in Space, iniziativa che mira a raggruppare
aziende che operano nel settore militare, prime fra tutte l’eccellenza italiana
Leonardo Spa e la francese Thales.
Tutta gente che si adopera notte e giorno, con costanza e perseveranza, per
trasformare questo meraviglioso pianeta in una landa desolata fatta di macerie e
devastazione.
“EriS” vuole impiantare nel vostro quartiere Ronco, a Forlì, nientepopodimeno
che un polo di progettazione e fabbricazione di antenne e componentistica per
nano-satelliti, fantastico no?!
Cosa faranno mai questi nano-satelliti, ci chiedete?! Avete presente tutte le
immagini di bombardamenti e distruzione che passano ogni giorno in tv e sui
vostri luminosissimi cellulari?
Ecco, tutta quella roba là – rovine, mutilazioni, morti, scuole ed ospedali
sventrati – senza le infrastrutture satellitari che progettiamo non sarebbero
possibili. Non è fantastico?!
Diciamo alla gente che non è vero, che sono solo ad “uso civile”, ma TUTTE le
sette industrie per cui lavoriamo vendono prodotti al comparto bellico, ossia
sono TUTTE responsabili delle guerre odierne; perciò, in tutta franchezza,
possiamo pure dire che anche noi tecnici e scienziatoni lavoriamo per la guerra!
E dove lo prenderemo il denaro per fare il polo dell’ERiS al Ronco?
Ma dai soldi pubblici, ovviamente! La regione Emilia-Romagna è già in pole
position e ci ha promesso il suo aiuto, poi ci sono i soldoni del PNRR che il
governo senz’altro non ci farà mancare.
Avete presente, no? Sono quelli che dicevano sarebbero serviti per la sanità
pubblica! Ecco, avete notato quanto è migliorata, no?! E invece noi ce li
investiamo in infrastrutture di guerra, come il Ponte sullo Stretto o in
componenti per armi, come le antenne satellitari che abbiamo intenzione di
produrre. Del resto, dalla nostra parte abbiamo la scintillante Leonardo, che
solo nei primi 9 mesi del 2025 ha fatturato 13,4 MILIARDI DI EURO!
Non è mica vero che c’è la crisi!! La guerra è sempre un buon affare per chi non
ha scrupoli.
È bello festeggiare il carnevale con i propri affetti, anche noi che sembriamo
così freddi e cinici lo riconosciamo: QUA IL CARNEVALE, ALTROVE LA CARNEFICINA.
Grazie anche al prezioso contributo del Comune, che ci ha concesso di
trasformare un’area verde pubblica dietro via Carnaccini in un’ennesima colata
di cemento, volevamo condividere con voi l’immensa gioia di poter fare di Forlì
un polo internazionale di ricerca e fabbricazione di morte: non sono droni,
bombe e missili, questo no per carità! Sono i satelliti che servono a guidare i
droni, le bombe e i missili, nessuna paura!
E se le guerre finissero domani, nessun problema! Possiamo usare tutta questa
bella tecnologia per trasformare le città in carceri a cielo aperto, totalmente
video-tele sorvegliate, sul modello di Israele per capirci; digitalizzare le
vite di tutti, far dimenticare che siamo umani e assimilarci sempre di più alle
macchine… anzi, lo stiamo già facendo.
IL PROGETTO ERiS E LA FONDAZIONE MERCURY (Comune di Forlì + Fondazione Cassa dei
Risparmi) SONO ORGOGLIOSI DI ANNUNCIARVI CHE IL VOSTRO QUARTIERE, LA VOSTRA
CITTÀ, SARANNO CORRESPONSABILI DELLE GUERRE IN TUTTO IL MONDO… SE NON CI FERMANO
PRIMA.
TECNICI SPECIALISTI ERiS
INGEGNERI ERiS
CERVELLONI ERiS
noeris.noblogs.org
20260114_Esplosivi-2a-parte
20260114_Esplosivi-1a-parte