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Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.
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Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
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Ancora sulle basi USA in Italia
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni. La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34 maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1 2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi, un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle truppe USA. La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35. La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo, guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni di continuità. I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei deputati. Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella. Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026. Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”), concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran. Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura cinetica (cioè combattive o offensive). Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24 giugno 2026. L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990. L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le inevitabili conseguenze di questo atteggiamento. [vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema; https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/ ]
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NEANCHE UN CHIODO, NEANCHE UNA VALVOLA
La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese. Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale, che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della circolazione commerciale e finanziaria internazionale. Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele, scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici) che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale. Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya. CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel 2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020 con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale. Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson Process Managment. Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA, pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar militari). Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito» (IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese. «Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd, Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e greci, operando come feeder da Damietta. Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la «Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova. Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito da operatori di fascia alta. Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi? Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania ed Egitto durante le crisi militari. I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante. Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti monopoli. Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston, Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della domanda elettrica interna. Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i 530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle, Microsoft, Google, Amazon – le big 4 ­– è notoriamente legata ai programmi di integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
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ARMARE O RICONVERTIRE
Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la mettono in pratica. Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa Finanziamento-italiano-per-la-difesa Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
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Il nuovo Eldorado delle armi
LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1 nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di 20 cancellazioni. Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni 2016-2025. Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni. Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza (CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo, mostre e fiere, campionature ecc. Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31 gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28 TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare, collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni, materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia. Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti. -------------------------------------------------------------------------------- SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali. Alcune società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata vocazione militare: * Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo, candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo Berlusconi IV Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga.. * Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato (marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento dove dovrà operare LRMV Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM). * SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica, sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno, Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza, Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di “prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed europeo. Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District di Milano, inaugurato nel 2021 -------------------------------------------------------------------------------- GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo alcune in ordine decrescente di fatturato (2024): * Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. controllato di fatto da Exor (famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor ha ceduto IVECO Defence Vehicles (IDV, comprensivo del marchio Astra) a Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi John Elkann ha dichiarato esplicitamente che «il futuro dell’auto non è l’industria bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla recente iscrizione al RNI John Elkann, presidente di Exor, nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 . * Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e tra i leader in Europa, quotata in borsa fino al 2016 e dal 2020, con l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrata sotto il controllo dei fondi di investimento. Nel giugno 2023 si è fusa con il fondo Centurion divenuto unico socio, con la successiva emissione di un prestito obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi dovuto al generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati. Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione, ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi a 186 lavoratori; * Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex, prima della definitva cessazione all’inizio del 2025 ottiene l’iscrizione al RNI. Entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo una vertenza sindacale durata due anni, la casamadre americana ha venduto lo stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza nel settore difesa, alla testa di Mountain X, fondo di venture capital di diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022. Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di Trieste. Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il governo sarebbe intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics, azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv, partecipazione prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha “indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di aprile e la riapertura di un tavolo con le istituzioni. Nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400 dipendenti, lavorano oggi 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a giugno 2026 11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato pagamento degli stipendi di aprile. * Carraro Drive Tech Italia Spa è società del gruppo padovano Carraro (trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione, ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del 16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos Grenadiers, quandi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con un percorso di valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale * Tecnikabel Spa, specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA L’evento * El,Com Srl opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della produzione in Romania (2004) e Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%, mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in Tunisia Già questi sei diversi profili aziendali pongono la questione di quali siano le motivazioni di fondo di un ingresso nel mercato internazionale della difesa. Per le altre aziende, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti, e quindi un rivolgersi al settore della difesa come a un’ancora di salvezza, nella speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul finanziamento del riarmo – di uscire da una crisi che colpisce in particolare il settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export manifatturiero italiano negli ultimi decenni. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al Parlamento il 9 aprile 2026.
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Razza, linguaggio e politica in Italia. Dai “maranza” alle “bestie islamiche
img Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”. A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli. Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano, entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone, per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili, la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica. D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla vita culturale, sociale e politica del paese. Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen), insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen, Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e il loro. Mohammed eravamo noi. Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina. Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al terrorismo”. In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale, rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang, Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene. Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze. Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno, banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni, dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da quest’operazione. Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”. Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi, una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche” non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo di socializzazione politica. Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
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Un ricordo di Pietro Gargano
img Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana, opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel testo. *     *     * Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo. Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche? De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono rivelate tali. È stata una scelta delicata… Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani, Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte. Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop. Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli. Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole? Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri. Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli. L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52, quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano. Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi, puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia, otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata, per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria… È possibile individuare il più grande tra gli interpreti? Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso, cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati, la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile. Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale, Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani, terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono stati Bruni e Roberto Murolo. Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione… È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna, che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare. “Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel ’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti. Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse. Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano. nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume) Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene attribuita l’attenzione che meriterebbero. Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello, gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica. Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti napoletane… Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali. Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente, anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio. Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra. Che opinione hai della sceneggiata? Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta. Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo. Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più importante della tradizione femminile. Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori – ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni dieci metri. In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti? Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti, che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!», facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno. È stato un lavoro molto travagliato… L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa “fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)  
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Fare il male con metodo. Note sul ruolo dei camorristi nella serie Portobello di Marco Bellocchio
(archivio disegni monitor) Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata, in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali, di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”. Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto, con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”. La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio. Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura, anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia. Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato, Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico; e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella, l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi dello status di collaboratori  per tutti (ma che erano godibili anche senza le accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e iconoclastia. Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde: consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni. Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”? Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica, e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo, riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo, e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa, mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo, ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia, va vista come  effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione, un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli si contrappone che deve essere  sollecitato a essere migliore. (maurizio braucci)
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La parola della settimana. Cozza
img Ma quanto po’ custa’ ‘sta vita ca m’e dato Quanto po’ custa’? ‘A ferramenta sotto ‘a casa mia m’a venne p’a metà, pecché me vuo’ lassa’? C’hann’ purtato ‘e cozzeche mo’ s’anna pulezza’ ! ‘A ferramenta sotto ‘a casa mia m’e da’ pulite già, è ‘a meglio ca ce sta! (ernesto a foria, ‘a ferramenta) La cozza è cosa brutta ma gustosa. Metafora o meno. C’è una famosa telenovela (parliamo di 1999, si chiamavano ancora così) andata in onda in cento paesi, che racconta la storia di una ragazza colombiana, Beatrice Pinzon Solano, studentessa modello ma insicura e bruttina, e per questo bullizzata da praticamente tutte le donne che incontra sulla sua strada. Novella Cenerentola, Betty (soprannominata “la cozza”) riuscirà alla fine della serie a migliorare il suo aspetto, ma soprattutto a far innamorare il suo capo, Armando, imperterrito dongiovanni, grazie alle sue capacità professionali, la sua sensibilità e le sue qualità umane. (credits in nota1) La psicosi cozze è esplosa in settimana. Un nuovo cluster epidemico (senza lockdown, tranquilli), ma stavolta solo a Napoli. Epidemia di Epatite A. L’untrice è la cozza, con tutti i suoi parenti stretti frutti di mare: vongole, taratufi, ostriche e così via. È un déjà-vu, non del 2020, ma del 1973. Colera a Napoli e cozza killer. Solo che siamo nel 2026 e Napoli non è più capitale del sottosviluppo, ma hub di un overtourism che genera ricchezza: il focolaio resta per un po’ sotto traccia. Eppure, rispetto al colera del ‘73 i contagi sono molti di più. Wikiradio – Il colera a Napoli La sera del 28 agosto 1973 il Ministero della sanità emette un comunicato stampa secondo cui si stanno manifestando casi di gastroenterite acuta, preludio a un’ epidemia di colera che durerà quasi due mesi. Ascolta qui! Direte: d’accordo, ci sta. L’epatite non è il colera, malattia della povertà, flagello delle città occidentali del diciannovesimo secolo. L’epatite A, al contrario, sembra quasi una patologia legata all’irresistibile voglia di consumo. Nelle cene di Natale e Capodanno non possono mancare le crudità, per di più afrodisiache, delle conchiglie considerate frutti. Anche se per champagne ci si accontenta dell’acqua di mare. Sul colera del 1973 poca storia è stata scritta. Una traccia significativa resta la fotografia di Giovanni Leone, presidente della Repubblica, in visita nei reparti dedicati ai colerosi dell’ospedale Cotugno. Il gesto delle corna, nascondendo la mano dietro la schiena, la dice lunga sulla credibilità delle nostre amate classi dirigenti. Il colera a Napoli Panorama Cinematografico / pc407 Archivio Luce, 1973 Guarda qui! Mentre Leone corneggiava, ai giornalisti il compito di raccontare la città con il solito disprezzo razzista e deplorante. Tra i vari capolavori si distingueva L’Espresso, con una “inchiesta” dai toni pulp, titolando in copertina “Napoli Bandiera Gialla”. Non stupisce che la firmi un giovane Paolo Mieli. Uè-oh, lievate ‘a sotto, si nun te staje accorto quacche d’uno te ciacca. ‘A gente ca te guarda ‘n se ne fotte ‘e niente, Maronna e comme è brutto a sta’ c’o male ‘e diente! E allora uè-oh, lievate a ‘nanz’, stanotte aggio durmuto senza male ‘e panza, Qualcosa t’e magnato ca t’ha fatto male, tengo ‘a televisione trentasei canali! Si parlano tutti ‘nzieme so’ tanta capere ma quanno ascimmo fore sarrà primavera. (tullio de piscopo, stop bajon) Eppure il colera, disastro antropico e non catastrofe naturale, ebbe una sua importanza persino per le lotte degli strati sociali più popolari della città e la loro emancipazione sociale. L’epidemia fece emergere un insieme complesso di elementi sommersi, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno. La Napoli del 1973 era una metropoli di profonde disuguaglianze: ceto medio impiegatizio, classe operaia “ufficiale” – radicata nei poli industriali della siderurgia e della metalmeccanica, nella cantieristica navale e la lavorazione agroalimentare – proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Una configurazione storica che trovava il suo reddito nella zona grigia del lavoro nero e informale. Il settore calzaturiero e della produzione di guanti, per esempio, decentramento produttivo e lavoro domiciliare. Al centro della città decine di abitazioni erano micro-officine di una fabbrica diffusa dove si lavorava senza garanzie e controllo. Zone urbane di sovraffollamento e promiscuità, nocività ambientale abitativa e dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide, reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta, invisibile anche agli occhi del Partito e delle organizzazioni sindacali che contavano il loro bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale alle immagini di plebe e sottoproletariato. 28 agosto 1973: l’epidemia di colera a Napoli Cronaca italiana – Teche Rai Guarda qui! Si ma la cozza? Mitilo mediterraneo (mytilus galloprovincialis), mollusco bivalve dall’anima proletaria, protagonista della gastronomia povera è rivelatore della qualità delle acque marine (la colonna acquea). Filtra tutto quello che arriva a mare, non è infetta di per sé ma lo diventa quando dove cresce vengono sversati scarichi fognari non depurati, rifiuti vari, residui fecali altrimenti detti merda. Legalize come hip hop, Ienamà on da microphone, onde evitare cà po’ t’ sfonn’ Merda Prod ogni dì su YouTube, sogni il tuor degli U2, ma non serve a niente perché tu sei del Sud! (merda p.r.o.d., ma com’è?) Tornando a noi: di fronte all’impennata di casi, il sindaco, paladino della coppa America di vela che inguaierà il mare partenopeo come mai prima, ha diramato un’ordinanza di divieto di consumo di frutti di mare crudi. Risultato? Crisi del settore ittico, calo drastico delle vendite di pesce, paranoia igienico-sanitaria. Pescivendoli adirati, talvolta con stile: Buonasera amici e clienti. Ricordavo per Giovedì santo chi vuole fare la zuppa di cozze si può fare tranquillamente senza nessun problema sapete che la settimana scorsa per la male informazione abbiamo buttato un sacco di frutti di mare e soldi se siete interessati alla vostra disposizione solo su prenotazione perché è un periodo un po’ particolare e spero che va tutto bene GRAZIE E VI VOGLIAMO BENE. (un pescivendolo napoletano ai suoi clienti, via whatsapp) https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/03/opdef.mp4 (credits in nota 2) Una delle migliori zuppe di cozze della mia vita l’ho mangiata a casa a Bagnoli, ai fornelli g., tempi di pandemia, anno più anno meno. Cozze bacolesi o da Nisida, bottiglina di Campari d’ordinanza (per i non napoletani questa la spiegheremo un’altra volta), vino bianco e tavola imbandita a festa. La domanda è, però, una: epatite a parte, cosa succederà alle cozze flegree dopo i dragaggi del fondale di Bagnoli, che diffonderanno i sedimenti dell’acciaieria in lungo e largo? La bandiera gialla è pronta a tornare. a cura di -ma e riccardo rosa
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