Fotogalleria di Giuseppe Carrella e Gaia Del Piano
Un gruppo di abitanti e attivisti della Rete No America’s Cup è entrato ieri
mattina nei cantieri sulla colmata di Bagnoli, denunciando l’opacità e la
pericolosità degli interventi in atto, un disastro ambientale pianificato e
attuato attraverso lo scorticamento senza precauzioni della colmata e il
prossimo pericolosissimo dragaggio: la sollevazione di sabbia iper-inquinata che
verrà depositata in vasche giganti esposta agli agenti atmosferici.
Lavoratori senza mascherine e altre misure di sicurezza, trasporto di materiale
senza copertura dei camion, una serie di altri inquietanti elementi sono stati
riscontrati dagli abitanti che si sono soffermati con la stampa sul pontile nord
a mostrare il materiale foto e video raccolto: «Fino a questo momento – hanno
spiegato – i presunti sopralluoghi sono stati effettuati soltanto da esponenti
istituzionali, traducendosi in passerelle e patetiche marchette politiche. Da
oggi incominciano i sopralluoghi popolari al cantiere, a cui tutta la
popolazione è invitata a partecipare, in vista del prossimo consiglio popolare
che si terrà a breve nel quartiere».
La pacifica invasione è stata anche l’occasione per richiamare l’attenzione
sulle complicità che il principale sponsor della manifestazione, la MSC, ha con
lo stato genocida di Israele (proprio in queste ore attivisti in tutta Europa
stanno denunciando la compagnia di cargo per il trasporto di materiale bellico
proveniente dall’India e che ha come destinazione il porto di Haifa, dove c’è
una delle più grandi fabbriche di produzione di armi di Israele. La nave cargo
MSC SIENA transiterà nei prossimi giorni nel porto di Gioia Tauro).
Per circa un’ora i manifestanti sono rinasti nel cantiere spingendosi fino
all’ingresso principale per i camion, mentre le forze dell’ordine impedivano
l’accesso a chi provava a raggiungerli. Intorno alle 11 il gruppo si è
ricompattato ed è totnato prima sul pontile e poi nel quartiere per comunicare
al resto degli abitanti ció che era emerso durante la giornata. (rete no
america’s cup)
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Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora
incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo
regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna:
capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute
serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente
inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai
finestroni, una veranda in lamiera.
Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra
Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto
un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex
Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici
tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati
della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome
scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il
cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura –
probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in
una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora.
Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano
maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco.
Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il
sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere.
Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza
dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe
esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi
siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole
rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e
sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti,
sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo
permanente è uno dei passi in avanti.
Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile
per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente,
da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi
promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come
tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e
dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio
di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia
al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al
contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il
tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del
concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni.
Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di
desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi
ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli
ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo
l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i
martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo.
Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune
persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e
Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le
maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è
un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono
incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere
poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli
della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre
parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”.
Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito
un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti
di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti
del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il
territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione
Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e
statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite
cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione
geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali
reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono
l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da
nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che
appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete
idrica già compromessa.
Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da
Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della
strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata
sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che
svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il
furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il
passaggio del mezzo. Entriamo.
Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è
quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci
vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in
parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di
quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni.
Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la
commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente:
ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della
pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica
che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi.
Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha
spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la
bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già
dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli,
aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro
campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano
carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale del novanta per cento».
Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte
mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie
erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa
che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente
è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il
bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Migliaia di persone (tre probabilmente, ma forse anche quattromila, in gran
parte abitanti del quartiere) hanno manifestato ieri a Bagnoli imponendo una
giornata di stop ai lavori della vergogna. I dimostranti hanno contestato le
operazioni a dir poco opache che si stanno svolgendo sulla colmata dell’ex polo
industriale, per permettere la costruzione di un porto che le lobby
politico-imprenditoriali della città stanno riuscendo, dopo trent’anni di
tentativi andati a vuoto, a imporre alla popolazione con il pretesto della Coppa
America di vela.
Il corteo ha attraversato l’abitato di Bagnoli e poi tutto il perimetro nord
dell’ex area industriale, denunciando con chiarezza da un lato le storture del
progetto in corso, che cestina tutti i piani urbanistici esistenti sulla zona
ovest, e dall’altro le modalità allarmanti da un punto di vista ambientale con
cui si stanno effettuando i lavori. Proprio per questo motivo una delegazione di
persone è entrata all’interno del cantiere e ha raccolto un campione di terreno
che i lavori hanno “scorticato” dalla colmata, terreno che verrà analizzato nei
prossimi giorni.
Specifichiamo che l’ultima foto che vedete in questa galleria non è un refuso
redazionale o un bug del nostro sito: dal momento che ritenevamo umiliante
controbattere alle polemiche con cui la struttura commissariale, la stampa e la
politica locale hanno cercato di screditare il corteo facendo leva su una
scritta in bomboletta spray apparsa su uno dei muri che proteggono il cantiere,
abbiamo preferito mettere a diretto confronto le immagini di un corteo di
migliaia di persone, che non ha neppure in un secondo ceduto alle provocazioni
delle forze dell’ordine, con la goffaggine del potere e dei suoi servi sciocchi,
che in mancanza di altri appigli non hanno avuto altra possibilità che una
scritta sul muro per controbattere alla determinazione degli e delle abitanti
del territorio. A questo link potete visualizzare inoltre un post Facebook con
cui gli attivisti di uno dei gruppi parte della Rete No America’s Cup ha scelto
di prendere a sua volta a ridere questo imbarazzante tentativo.
Fotogalleria a cura di Giuseppe Carrella
Fotogalleria di Gaia Del Piano
Circa cinquecento persone hanno sfilato ieri a Bagnoli in occasione della “Presa
della battigia”, la manifestazione convocata ogni anno dai comitati per il mare
libero per rivendicare l’accesso alle spiagge per tutti, e per denunciare la
selvaggia privatizzazione di beni pubblici e collettivi come la spiaggia e il
mare.
La manifestazione si è svolta lungo la costa ovest della città, con un corteo
che ha percorso i quasi due chilometri che separano piazza a mare dalla spiaggia
di Coroglio, mentre attivisti e abitanti del quartiere intervenivano al
megafono, distribuivano materiale, appendevano giganti striscioni colorati.
Diverse le tappe della pacifica invasione. Prima il Lido Fortuna, concessionario
molto frequentato dai bagnolesi, ma che da qualche anno cerca con sempre maggior
determinazione di impedire l’attraversamento della spiaggia a chi non vuole
affittare un ombrellone o un lettino per recarsi in autonomia sulla parte di
spiaggia libera. Poi il Lido comunale, una distesa di sabbia ed erba che il
comune di Napoli ha dotato di ombrelloni e passerelle “per l’elioterapia”,
perché da trent’anni non è capace di bonificare il mare, che rimane interdetto
alla balneazione. Ancora, l’Arenile, altro stabilimento che da trent’anni
affaccia su un mare interdetto, che impedisce il libero accesso verso il mare e
che si trasforma al tramonto in una discoteca sulla spiaggia, facendo profitti
da capogiro. Infine l’ex circolo operaio Ilva, oggi totalmente privatizzato, in
quota politica al Partito democratico, e che nulla ha più a che vedere con il
tessuto sociale del territorio, tanto è vero che è recintato da cancelli, sbarre
automatiche e barriere di vario genere.
Ogni volta che si trovavano davanti uno di questi ostacoli illegittimi, che gli
impedivano di avvicinarsi al mare, i manifestanti li hanno aggirati, scavalcati
o abbattuti, come quando nei pressi del Pontile nord hanno invaso la colmata a
mare, che grazie alla firma di un accordo tra il sindaco-commissario Manfredi e
la premier Meloni verrà lasciata lì dov’è, impedendo il ripristino della linea
di costa antecedente all’industrializzazione. Il corteo ha attraversato
interamente la colmata, che una volta “sigillata” sarà utilizzata per grandi
eventi e altre iniziative private, a cominciare dalla Coppa America,
competizione contestata dai manifestanti, anche perché grimaldello per cambiare
i piani urbanistici esistenti e persino il piano di bonifica e rigenerazione
urbana in attuazione. Proprio in opposizione alla nuova speculazione in atto,
all’estromissione degli abitanti dalle scelte che riguardano il territorio –
nonché dalla sua stessa fruizione – e facendo un verso alla più nota Luna Rossa,
i manifestanti hanno varato e messo in mare un’imbarcazione dal simbolico nome
“ZonaRossa”. (rosa battaglia)
Fotogalleria di Gaia Del Piano
Dopo vent’anni di patetici fallimenti un sindaco di Napoli riesce finalmente a
portare a Bagnoli la Coppa America di vela, inaugurando una stagione di
speculazioni che, in via di esaurimento lo spazio su terra, si apprestano ad
assalire il mare e la costa. Gaetano Manfredi agisce ancora una volta più come
un commissario straordinario dai pieni poteri che come un sindaco, nel senso che
della candidatura napoletana nessuno ha saputo niente fino al momento
dell’ufficialità, così che gli abitanti del quartiere dovranno infilare la
supposta senza poter proferire parola.
Per questo motivo stamattina cinquanta persone si sono presentate fuori al
Castel dell’Ovo, dove si svolgeva la conferenza stampa di presentazione della
kermesse, sottolineando che questo presunto successo viene proclamato con grande
soddisfazione nel momento meno opportuno: durante la crisi bradisismica più
violenta degli ultimi quarant’anni, che ha colpito come forse non mai il
quartiere in termini di danni all’abitato e traumi alla popolazione.
Più che alle regate, e all’ennesimo mega-evento che non serve a niente e a
nessuno, il Comune farebbe meglio a pensare agli appartenenti alla sua comunità.
Agli sfollati, per esempio, che ha tenuto per due mesi in alberghi dall’altra
parte della città, e che dopodomani caccerà senza avergli proposto una soluzione
alternativa; ai due terzi tra questi che hanno richiesto il sostegno all’affitto
e non l’hanno ancora ricevuto, la maggior parte per colpa di risolvibili
questioni burocratiche; ai cinque nuclei familiari dove abbondano i soggetti
fragili, che sono stati dislocati in una struttura comunale e che da ieri sono
tecnicamente “abusivi”, avendo ricevuto un sollecito di allontanamento
volontario; a tutta la popolazione che sta rischiando di dover lasciare il
quartiere, perché il governo – senza che da Palazzo San Giacomo si batta ciglio
– ha stanziato risorse che non bastano nemmeno a intervenire sulla messa in
sicurezza delle case, figuriamoci sul miglioramento sismico di tutti gli
edifici, una condizione necessaria, come avviene in tante parti del mondo, per
poter convivere con le scosse e perché Bagnoli non si svuoti.
La priorità dell’amministrazione sono invece i milioni della Coppa America,
milioni che finiranno nelle tasche dei soliti noti grossi imprenditori, senza
lasciare nulla sul territorio. Anzi, questa coppa qualcosa lascia: la colmata.
Solo oggi si spiega, dopo che è stata comunicata l’intenzione di alloggiare il
villaggio per gli atleti sulla gigantesca colmata a mare, la fretta con cui il
sindaco Manfredi e la premier Meloni hanno agito per cambiare numerose leggi e
formalizzare la permanenza della struttura. Quando si diffuse la notizia,
previdentemente scrivemmo: va bene, volete lasciare la colmata perché è troppo
complicato e costosa toglierla? Non è vero, ma facciamo finta che lo sia. Il
sindaco allora ci dia garanzie che quella colmata verrà utilizzata
esclusivamente per una discesa a mare libera, pubblica e gratuita, e non per
altro. Quelle garanzie non sono arrivate, e anzi dopo qualche mese è arrivata la
notizia che la Coppa America sarà il primo esperimento per renderla una piazza
per grandi eventi privati.
La critica alla Coppa America a Bagnoli va ben oltre la critica ai grandi
eventi, al loro battage pubblicitario e alla presunta utilità economica. A
queste baggianate non crede più nessuno, tanto è vero che parlando con i
bagnolesi (i cittadini “normali”, non gli attivisti o i militanti) di
bradisismo, di emergenza casa, di svuotamento del quartiere, sono loro i primi a
chiosare con un indignato: “…invece ‘e sorde p‘a Coppa America ‘e trovano!”. La
gravità di questa iniziativa sta soprattutto nell’avviare una stagione di
speculazioni a Bagnoli, che vanificheranno uno dei più grandi risultati ottenuti
in trent’anni di lotta: la spiaggia per tutti a risarcimento di cento anni di
inquinamento, malattie e morti. Mai come questa volta, i responsabili di questa
porcata hanno un nome preciso. (riccardo rosa)
Fotogalleria di Victor Serri
Questa mattina il parlamento catalano ha finalmente approvato la
regolamentazione degli affitti brevi turistici, dopo anni di pressioni da parte
dei movimenti per la casa, e dopo le grandi manifestazioni in tutto lo stato
spagnolo di sabato scorso.
Oltre centomila persone, secondo gli organizzatori (poco più di ventimila per la
polizia municipale), hanno sfilato a Barcellona per esigere la riduzione degli
affitti, mentre un’altra manifestazione avveniva nello stesso momento a Madrid e
in altre quaranta città dello stato spagnolo. La grande mobilitazione per la
casa, in crescita da alcuni anni grazie al lavoro di base di un gran numero di
strutture organizzate, per lo più assemblee territoriali, ha minacciato di far
partire un grande sciopero degli affitti in tutto lo stato, se non verranno
soddisfatte le richieste fondamentali degli inquilini: la riduzione degli
affitti, il ritorno ai contratti indefiniti aboliti dal Partito Socialista negli
anni Novanta, la fine delle compravendite speculative, il recupero delle case
vuote e di quelle adibite a case vacanza, e l’aumento del numero di case
popolari.
La Catalogna è il territorio di tutto lo stato che sta subendo in modo più
violento le conseguenze dell’impennata dei valori immobiliari: nei primi due
trimestri del 2024 sono stati eseguiti più di quattromila sfratti, di cui mille
e ottocento solo a Barcellona; gli affitti sono aumentati del quarantacinque
per cento in dieci anni, al punto che oggi l’affitto medio per una famiglia a
Barcellona è di 1.300 euro al mese.
Due grandi episodi di resistenza hanno segnato la fine del 2024 nella capitale
catalana: lo sgombero della Antiga Massana, un’ex accademia d’arte occupata dal
Movimento Socialista a due passi dalla Rambla, e il tentativo di sfratto degli
inquilini della Casa Orsola, un palazzetto modernista del quartiere Eixample,
acquistata da un fondo immobiliare. Nel primo caso, migliaia di attivisti e
attiviste avevano riempito le strade del centro in protesta contro l’espulsione;
nel secondo, un picchetto di almeno un migliaio di persone per impedire
l’accesso alla polizia è durato tutta la notte, mentre alcuni artisti suonavano
o parlavano dai balconi degli appartamenti minacciati di sfratto.
Il movimento catalano comprende varie anime, ognuna con il suo modello
organizzativo. La più antica è la PAH, la struttura creata dopo le mobilitazioni
del 2010 per difendere gli abitanti che perdevano le case per la crisi dei
mutui. La PAH era riuscita a occupare molto spazio nell’opinione pubblica di
tutto lo stato, al punto che dalle sue fila era emerso il movimento
municipalista di Barcelona en Comú, guidato dall’ex sindaca Ada Colau. La PAH ha
segnato il modello per tutti gli altri movimenti, ma ultimamente ha perso forza,
anche se si mantengono varie assemblee territoriali.
Una seconda struttura, che oggi ha più protagonismo nella sfera pubblica, è
quella dei Sindicats d’habitatge, i sindacati inquilini, emersi invece dalle
lotte dei quartieri dopo il 2017. Si tratta per lo più di assemblee di
inquilini, organizzate in forma orizzontale, con basi nelle diverse cittadine
catalane e nei quartieri di Barcellona. Una struttura più grande
chiamata Sindicat de llogateres de Catalunya mantiene la stessa struttura
organizzativa e si coordina con i sindacati più piccoli, ma il suo ambito è
tutto il territorio catalano. La confluenza di queste assemblee ha dato luogo
alla Confederació Sindical de l’Habitatge, a cui partecipano anche diverse
assemblee della PAH (ma non quella di Barcellona).
Un terzo modello si è diffuso negli ultimi anni: il Moviment Socialista, emerso
nel País Vasco e poi in Catalogna. In rottura con i movimenti indipendentisti e
contro l’istituzionalizzazione del municipalismo di Podemos e Barcelona en Comù,
considerato un fallimento, è cresciuta un’organizzazione comunista
centralizzata, organizzata gerarchicamente, con sezioni locali e una struttura
di coordinatori e rappresentanti. Il MS ha saputo fare un uso molto efficace
delle reti sociali, mobilitando migliaia di giovani e giovanissimi: alcuni
sindacati della casa catalani si sono dichiaratamente posizionati all’interno di
questa organizzazione, e sono rappresentati da un Sindicat d’Habitatge
Socialista. Questa struttura però potrebbe però aver raggiunto il suo limite di
espansione, ed è la più reticente a coordinarsi con i gruppi di diverso
orientamento politico.
Eppure, la volontà di convergenza e organizzazione comune è generalizzata. Il
congresso di febbraio e la manifestazione di sabato sono riusciti proprio perché
hanno tenuto insieme le diverse anime – PAH, Confederació, Sindicat socialista –
senza che nessuna perdesse le proprie strutture, facendone un movimento
unitario. Il nuovo ciclo di lotte di cui le ultime manifestazioni sono
espressione sarà il banco di prova per vedere se una forma organizzativa di
questo tipo riuscirà a tenere insieme le migliaia di inquilini in lotta nello
stato spagnolo organizzando uno sciopero degli affitti – con tutto ciò che
comporta in termini di repressione e di sfratti – e a consolidare finalmente un
ribaltamento radicale dei rapporti di potere intorno alla questione della casa.
Il patto tra le forze di governo per regolare gli affitti brevi è sicuramente un
primo passo, ottenuto dai movimenti non grazie a complesse alleanze
istituzionali, ma grazie alla pressione popolare che si è espressa nei
picchetti, nelle proteste e nell’ultima grande manifestazione. (stefano
portelli)
Fotografie di Giuseppe Carrella
Un corteo unitario di circa mille persone ha sfilato ieri pomeriggio a Napoli
per rivendicare il diritto alla casa, alla sicurezza abitativa e alla gestione
pubblica dei beni comuni. Contro sfratti e caro affitti, insieme ai promotori
della mobilitazione della rete Resta Abitante hanno manifestato i comitati di
lotta per la casa di Melito e San Giovanni a Teduccio, le famiglie del Frullone
e dell’ex Motel Agip.
Il corteo è partito da piazza Dante, ha attraversato Montesanto e ha raggiunto
Palazzo San Giacomo. Le settemila firme raccolte in questi mesi per la petizione
cittadina “Stop B&B” sono state consegnate al Comune, proprio mentre uno
striscione calato da un’impalcatura, in riferimento al recente suicidio di un
trentunenne, avvenuto a seguito della notifica di sfratto a Caivano, ha
sottolineato che “chi toglie casa toglie vita”.
Fotografie di Mario Spada
Nel pomeriggio di ieri un gruppo di lavoratori dell’azienda Gls, organizzati nel
sindacato Sol Cobas, si è radunato davanti la sede dell’Unione Industriali di
Napoli, a piazza dei Martiri, e ha esposto un lunghissimo striscione con
scritto: “Ordini con un clic, le mie ossa fanno crac. Corro sempre, ‘o pacco
pesa, pochi soldi a fine mese. Mo’ basta!”.
I lavoratori denunciano continui licenziamenti e sospensioni di massa legate
allo stato di agitazione che da mesi portano avanti per ottenere il rispetto dei
contratti, in particolare su scatti di anzianità, malattie e infortuni, una
retribuzione più equa, condizioni di lavoro generali umane.
In Italia la Gls è presente con oltre centocinquanta sedi e tredici centri di
smistamento, per un fatturato che supera i centocinquanta milioni di euro annui.