Dopo le riflessioni degli scorsi mesi sulla spettacolarizzazione del dolore e
sulle dinamiche da capro espiatorio nel web, ci spostiamo sul cinema per
indagare la recrudescenza della violenza messa in scena e il suo intreccio con
la vita fuori dagli schermi.
La rappresentazione della violenza acuta e delle atrocità, in immagini
cinematografiche sempre più esplicite, esce dall’horror e si innesta in tutti
gli altri generi, togliendo lucidità di sguardo e prendendosi il primo piano
emozionale, facendo deflagrare tutti gli altri, compreso il senso generale di
una pellicola.
Non è certo un’invenzione filmica recente ed è antica quanto la cultura europea.
Eppure nella tragedia classica il racconto delle vicende più nefaste e
truculente era intrisa di una “serietà del tragico” che oggi è totalmente
assente: lungi da essere spettacolo sensazionalistico, fungeva da
rappresentazione di un conflitto autentico e insolubile insito nella natura
umana. La violenza (anche nell’omicidio, nella vendetta, nel sacrificio) non era
mai gratuita e mostrava una collisione di valori dove la catarsi consisteva
soprattutto in una chiarificazione interiore di tutti i personaggi e soprattutto
degli spettatori. Infatti lo spettatore provava paura e pietà per tutti i
personaggi in ballo, perché tutti sono avvolti dal medesimo destino tragico,
nessuno è in salvo, neppure chi guardava dalla platea.
Con Alessandro Lolli, studioso dei nuovi media, proviamo a porci qualche domanda
sulla violenza messa in scena oggi e sul suo significato all’interno
dell’assuefazione generale all’immaginario del patimento e della ferocia.
Leggi gli articoli di Alessandro:
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