La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy
per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della
complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese.
Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera
militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese
che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale,
che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi
responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi
dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro
l’umanità.
Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità
di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e
munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un
paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per
popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non
può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una
estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie
prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della
circolazione commerciale e finanziaria internazionale.
Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di
Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele,
scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente
militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera
in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson
Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un
tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici)
che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale.
Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché
il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya.
CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede
diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel
2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del
mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020
con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi
del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è
passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che
l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto
miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale.
Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson
Process Managment.
Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È
stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica
Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della
multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali
con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel
mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede
principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e
contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del
gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una
public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti
costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori
istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA,
pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar
militari).
Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito»
(IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società
armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont
Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a
nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese.
«Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al
servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT
Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd,
Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e
Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e
greci, operando come feeder da Damietta.
Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il
DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la
«Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta
Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e
israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE
Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a
Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di
valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in
Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova.
Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di
estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole
a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di
Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito
da operatori di fascia alta.
Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra
descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze
armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi?
Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore
di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni
Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie
prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne
esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi
giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del
Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e
Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori
a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il
paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto
dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe
aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario
energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano
sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania
ed Egitto durante le crisi militari.
I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante.
Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di
Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della
vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti
monopoli.
Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva
di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston,
Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla
produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora
intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della
domanda elettrica interna.
Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione
nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con
una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i
530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle,
Microsoft, Google, Amazon – le big 4 – è notoriamente legata ai programmi di
integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
Source - The Weapon Watch | 6a puntata: Intermediari e clienti per i droni killer israeliani
Osservatorio sulle Armi nei Porti Europei e Mediterranei
Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo
europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la
mettono in pratica.
Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo
Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele
Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza
Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa
Finanziamento-italiano-per-la-difesa
Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE
Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1
nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare
armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro
nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano
mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di
20 cancellazioni.
Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni
2016-2025.
Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi
dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni.
Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa
attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza
(CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e
l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o
addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e
verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e
servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo,
mostre e fiere, campionature ecc.
Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale
degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è
onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31
gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28
TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare,
collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni,
materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti
di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia.
Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente
intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti.
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SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI
Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le
dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali.
Alcune società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al
Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata
vocazione militare:
* Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio
Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi
della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione
straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni
all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi
alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran
Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo
dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo
consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager
turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo,
candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e
soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal
novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di
Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo
Berlusconi IV
Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla
fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni
killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati
nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga..
* Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica
tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è
immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato
(marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione
Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa
per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si
sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito
italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a
rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune
della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento
dove dovrà operare LRMV
Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV
all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di
Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM).
* SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di
ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione
delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del
colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica,
sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a
Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno,
Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza,
Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società
controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era
sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di
“prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi
coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed
europeo.
Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District
di Milano, inaugurato nel 2021
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GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO
Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi
abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere
autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo
alcune in ordine decrescente di fatturato (2024):
* Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. controllato di
fatto da Exor (famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli
stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor
ha ceduto IVECO Defence Vehicles (IDV, comprensivo del marchio Astra) a
Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di
Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi John Elkann ha
dichiarato esplicitamente che «il futuro dell’auto non è l’industria
bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla recente iscrizione
al RNI
John Elkann, presidente di Exor,
nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 .
* Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e
tra i leader in Europa, quotata in borsa fino al 2016 e dal 2020, con
l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrata sotto il controllo
dei fondi di investimento. Nel giugno 2023 si è fusa con il fondo Centurion
divenuto unico socio, con la successiva emissione di un prestito
obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione
d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi dovuto al
generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e
conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati.
Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti
di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione,
ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi
a 186 lavoratori;
* Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex,
prima della definitva cessazione all’inizio del 2025 ottiene l’iscrizione al
RNI. Entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo
una vertenza sindacale durata due anni, la casamadre americana ha venduto lo
stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la
nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano
industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star
Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic
Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza
nel settore difesa, alla testa di Mountain X, fondo di venture capital di
diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore
aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società
finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex
viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del
Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022.
Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di
Trieste.
Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il
governo sarebbe intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la
partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics,
azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv,
partecipazione prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha
“indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di
aprile e la riapertura di un tavolo con le istituzioni.
Nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400
dipendenti, lavorano oggi 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un
centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a
giugno 2026
11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato
pagamento degli stipendi di aprile.
* Carraro Drive Tech Italia Spa è società del gruppo padovano Carraro
(trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione,
ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi
dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del
16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è
ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver
realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la
collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro
fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos
Grenadiers, quandi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una
prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con un percorso di
valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato
sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale
* Tecnikabel Spa, specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e
automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da
guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle
forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di
mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al
fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo
Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente
acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente
impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA
L’evento
* El,Com Srl opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi
di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di
Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei
cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi
elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC
Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della
famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della
produzione in Romania (2004) e Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro
anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%,
mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in
Tunisia
Già questi sei diversi profili aziendali pongono la questione di quali siano le
motivazioni di fondo di un ingresso nel mercato internazionale della difesa. Per
le altre aziende, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la
regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti, e
quindi un rivolgersi al settore della difesa come a un’ancora di salvezza, nella
speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul
finanziamento del riarmo – di uscire da una crisi che colpisce in particolare il
settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export
manifatturiero italiano negli ultimi decenni.
1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi
dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al
Parlamento il 9 aprile 2026.
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto
che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del
diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione
palestinese.
In particolare il rapporto individua
* il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio
delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda
espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo
Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini;
* l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione
delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento
che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati
sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7
ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di
controlli sui transiti provenienti da paesi terzi);
* la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano
e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo,
contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG
(tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione
della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane,
sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria
militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa
possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al
Registro delle imprese ai sensi della legge 185;
* il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai
porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza;
* il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione
dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna
portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la
quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti.
Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo
utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di
accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad
aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che
sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori
indipendenti.
Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei
portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il
loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti
comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle
catene delle forniture militari a Israele.
Pubblichiamo qui una ricerca sulla filiera degli esplosivi, in precedenza
pubblicata in due parti e qui in versione completa.
È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce,
ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti,
di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si
dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a
colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei
componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa
l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si
cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto
gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che fa la nave (o
anche più di una nave, in caso di transhipment) fino al porto più prossimo alla
destinazione finale.
20260114_Esplosivi-1a-parte
20260114_Esplosivi-2a-parte
COMUNICATO STAMPA
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di
approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui
controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è
regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990
ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori,
vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata
alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per
spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi.
Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di
conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di
spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle
autorizzazioni.
Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da
quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui
esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti
italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i
porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe
contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo
assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene
logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra
di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della
Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in
violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito
per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più.
Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della
Guardia di Finanza.
Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000
munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri
& Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un
traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico
era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le
autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo
i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di
munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio
televisivo.
Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50
tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di
circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile,
700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di
Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti.
Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati
sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del
sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla
campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna
Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte
di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels
& Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una
fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso
dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al
Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato
l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a
Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di
essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod.
Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di
coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra
generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel
sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa.
Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua
violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che
comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi
e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato
attraverso i porti e gli aeroporti italiani.
Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti
perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano
sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni
sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così
delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi,
rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai
rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in
sanguinosi e disumani conflitti armati.
Per contatti e informazioni:
* Gianni Alioti, 348 9026909
* Carlo Tombola, 349 6751366
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante.
Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici
italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e
ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario
né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di
viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle
III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia
e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato
da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena
logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e
dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera
infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand»
tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i
suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla
tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta
dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III»
che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod.
Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione
dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra.
Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una
proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione
di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità
etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo
perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta
la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi
giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa
proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua
vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo
di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né
l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno
organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione
che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane,
innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno
dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità.
Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle
autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il
commercio delle armi,
in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San
Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
Pubblichiamo qui il testo completo dell’articolo di Carlo Tombola, Per una
ricognizione sulle basi straniere in Italia, già parzialmente pubblicato dalla
rivista «Gli Asini», nov.-dic. 2024, n° 117, pp. 3-8.
Testo-NATO_USA
20260114_Esplosivi-2a-parte
20260114_Esplosivi-1a-parte
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi.
È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce,
ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti,
di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si
dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a
colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei
componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa
l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si
cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto
gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o
anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato
solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla
destinazione finale.
Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni
e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal
movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle
misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità.
È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi
approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è
integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera
in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e
principalmente da quella in Ucraina.
Abbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione
di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento
che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha
contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con
stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco.
Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche
uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che
nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze
d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per
produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state
vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il
Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno
trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come
Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a
fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a
impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo.
In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono
elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da
Invernizzi Presse.
Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese
nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato
industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che
oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra
i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito
israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto
internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese,
violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio.
Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi
e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si
è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della
famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio
paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione
(Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di
produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018
l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di
euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione
militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024).
Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da
parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni,
proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con
Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori
dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta
militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e
nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al
giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta
cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su
questo tema un referendum popolare.