Pubblichiamo qui il testo completo dell’articolo di Carlo Tombola, Per una
ricognizione sulle basi straniere in Italia, già parzialmente pubblicato dalla
rivista «Gli Asini», nov.-dic. 2024, n° 117, pp. 3-8.
Testo-NATO_USA
Source - The Weapon Watch | 6a puntata: Intermediari e clienti per i droni killer israeliani
Osservatorio sulle Armi nei Porti Europei e Mediterranei
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Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi.
È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce,
ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti,
di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si
dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a
colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei
componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa
l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si
cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto
gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o
anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato
solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla
destinazione finale.
Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni
e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal
movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle
misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità.
È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi
approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è
integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera
in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e
principalmente da quella in Ucraina.
Abbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione
di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento
che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha
contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con
stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco.
Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche
uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che
nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze
d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per
produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state
vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il
Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno
trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come
Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a
fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a
impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo.
In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono
elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da
Invernizzi Presse.
Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese
nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato
industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che
oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra
i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito
israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto
internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese,
violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio.
Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi
e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si
è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della
famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio
paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione
(Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di
produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018
l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di
euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione
militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024).
Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da
parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni,
proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con
Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori
dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta
militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e
nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al
giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta
cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su
questo tema un referendum popolare.
STESSE NAVI DELLA MORTE, STESSO SILENZIO CONNIVENTE DELLE ISTITUZIONI
Mentre il 30 dicembre l’Arabia Saudita ha ripreso i bombardamenti aerei in Yemen
nel porto di Mukkala, continuano di mese in mese i transiti delle “navi della
morte”, le famigerate Bahri della compagnia saudita rappresentata in Italia
dall’agenzia marittima Delta del gruppo Gastaldi.
A fine anno è stata la volta della BAHRI ABHA proveniente dagli USA e diretta
come primo porto a Alessandria d’Egitto e poi giù verso gli altri porti delle
aree di guerra civile in Medio Oriente.
In coperta, i soliti container carichi di esplosivi in questo caso imbarcati nel
porto di Wilmington in North Carolina, scalo che serve l’export USA degli
armamanenti, che non conosce la “guerra dei dazi” perché rifornisce tutti i
giorni nel mondo la guerra vera, quella sulla pelle delle popolazioni civili,
con cui realizza profitti senza limiti.
Intanto le istituzioni locali continuano a tacere, a cominciare dal Comune di
Genova che di fronte ai microfoni, nelle settimane di manifestazioni della
cittadinanza contro lo sterminio a Gaza, aveva dichiarato interesse almeno per
l’apertura di un Osservatorio sui transiti e i commerci di armi nel porto.
In compenso ferve l’attività dell’Agenzia delle Dogane che si fa bella
sequestrando borse false griffate e noodles cinesi sofisticati, ma non risponde
alle istanze di trasparenza e di accesso alle informazioni sui transiti di
guerra opponendo un inesistente per legge “segreto”.Toccherà come al solito ai
lavoratori del porto e alle associazioni civili contro le guerre e il riarmo
dimostrare che nella città si conserva una coscienza pacifista degna della sua
storia sociale e culturale, a dispetto dei cambi di giunta e di “colore” che
niente di diverso hanno mostrato nei fatti.
BOICOTTARE BATTAGGION SPA
L’esempio dei portuali di Genova, dopo una pratica di azione diretta iniziata
nel 2019 contro l’esportazione e il transito di materiali d’armamento verso
l’Arabia Saudita coinvolta nella guerra in Yemen e continuata negli anni con
coerenza fino ai blocchi verso Israele, con il tempo è diventato contagioso.
Non solo tra altri lavoratori dei porti mediterranei ed europei (fino a quelli
australiani e nord-americani), ma nei diversi nodi della filiera logistica
militare, nel mondo della ricerca e università fino all’industria che produce
sistemi d’arma, dove sempre più giovani si rifiutano di lavorare.
È sempre più frequente incontrare, negli eventi in cui siamo invitati come The
Weapon Watch, singole persone, gruppi organizzati, associazioni che non si
accontentano solo di manifestare, ma si pongono il problema, a partire dai
territori in cui vivono, di mettere il classico granello di sabbia negli
ingranaggi logistici, produttivi e finanziari che, dall’economia delle guerre e
dei genocidi, traggono notevoli profitti.
È quanto avvenuto in questi mesi a Bergamo dove, nonostante sia un territorio
con una ridotta presenza di aziende coinvolte nella filiera militare, diversi
cittadini e associazioni che avevano accompagnato con solidarietà e speranza la
missione della Global Sumud Flotilla, hanno avviato un lavoro di ricerca e
intervento per interrompere qualsiasi complicità presente nell’economia
bergamasca con l’economia del genocidio, perpetrato dallo Stato di Israele nei
confronti dei palestinesi.
Nonostante il balbettio e le mezze verità del ministro degli Esteri e la falsità
arrogante di quello della Difesa, le istituzioni italiane sono responsabili di
violazione palese della Legge 185/90 per;
1. non aver interrotto tutte le esportazioni di materiali d’armamento verso
Israele, derivanti da autorizzazioni precedenti all’ottobre del 2023;
2. non aver bloccato i transiti dai nostri porti di navi cariche di armi,
munizioni, esplosivi ecc. provenienti da paesi terzi e diretti nei porti
israeliani di Haifa e Ashdod;
3. non aver impedito il traffico illecito e non autorizzato di materie prime,
semilavorati, componenti, composti chimici, tecnologie dual use ecc.
destinate alle principali industrie militari israeliane, tranne che in un
caso nel porto di Ravenna (come Weapon Watch ha già riferito in dettaglio).
Ma alle responsabilità pubbliche, come ha dimostrato la giurista italiana
Francesca Albanese nel suo rapporto all’Onu, si associano responsabilità private
delle imprese che traggono profitto dal contribuire o sostenere l’economia del
genocidio e le guerre israeliane.
A questo fine, ad esempio, la vendita di materiale d’armamento del Gruppo
Leonardo a Israele è finita in tribunale. Il 29 settembre 2025 le associazioni
AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un
Ponte Per… e la dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, hanno depositato
un atto di citazione notificato a Leonardo e allo Stato italiano presso il
Tribunale civile di Roma, per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti
stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele,
relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate
dello Stato d’Israele.
A loro volta gli attivisti bergamaschi, partendo dal loro territorio, hanno per
prima cosa identificato, analizzando i dati contenuti nelle relazioni annuali
presentate dal Governo a Camera e Senato, le sette aziende del territorio che
hanno esportato materiali di armamento dal 2022 al 2024. La principale di queste
è la Battaggion Spa, un’azienda metalmeccanica con stabilimento nel cuore della
città, che produce tecnologie civili e militari, le ultime destinate alla
produzione di esplosivi. A differenza delle altre aziende bergamasche che hanno
esportato verso altri paesi europei (compreso il Regno Unito) e negli Stati
Uniti, la Battaggion ha esportato verso Israele e paesi coinvolti in conflitti
armati (come l’India) e/o con documentate violazioni dei diritti umani (come
l’Uzbekistan).
Questa tabella e il grafico seguente sono stati presentati alla conferenza
stampa nel quale è stato lanciato l’appello “NO all’Economia di Guerra in
Bergamasca, NO all’Economia del Genocidio in Palestina”.
Il valore delle esportazioni di Battaggion rappresenta oltre l’80%
dell’esportazione complessiva bergamasca di materiali d’armamento. Tra il 2022 e
il 2024, l’azienda ha fatturato oltre 5 milioni di euro da commesse israeliane.
Le esportazioni verso Israele sono quindi avvenute anche durante il genocidio in
corso. Oltre ad esportare tecnologie per la produzione di esplosivi, l’azienda
invia in Israele personale specializzato per la loro installazione e
configurazione. La Battaggion vanta nuove commesse per ulteriori 5 milioni di
euro destinate a paesi teatro di conflitto, che attendono solo l’autorizzazione
del governo italiano.
A questo punto, oltre a dissociarsi apertamente – in quanto cittadini
bergamaschi – da qualsiasi coinvolgimento nell’economia del genocidio perpetrato
da Israele contro i palestinesi, sono state avanzate precise richieste alla
proprietà della Battaggion Spa, alle istituzioni locali e all’insieme della
società civile bergamasca.
* A Battaggion Spa: Riconsiderare immediatamente ogni esportazione di materiali
d’armamento verso Israele, con particolare riferimento alle commesse in
attesa di autorizzazione. Riposizionare l’offerta commerciale a favore
esclusivo degli usi civili delle sue tecnologie, evitando ogni possibile
utilizzo in violazione del diritto internazionale. Destinare risorse concrete
alla riparazione materiale dei danni subiti dal popolo palestinese,
attraverso contributi verificabili per la ricostruzione di ospedali,
infrastrutture sanitarie e idriche distrutte a Gaza. Garantire che il
riposizionamento commerciale dell’azienda non comporti alcuna conseguenza sui
livelli occupazionali. La riconversione produttiva deve essere accompagnata
da piani di salvaguardia dei posti di lavoro e riqualificazione
professionale.
* Alle istituzioni locali: Prendere posizione ufficiale contro il commercio di
materiali d’armamento da parte di aziende bergamasche a favore dello Stato di
Israele, con particolare riferimento al caso documentato di Battaggion Spa.
Sollecitare con urgenza il governo nazionale alla piena applicazione della
legge 185/1990. Vigilare affinché il territorio bergamasco non tragga
profitto da commerci con paesi sospetti di violazioni del diritto
internazionale umanitario. Opporsi con forza allo sviluppo dell’industria
militare locale alimentato dagli investimenti del piano di riarmo europeo.
* Alla società civile bergamasca: associazioni, enti giuridici, forze
politiche, sindacati e singoli cittadini detengono il potere dell’azione
collettiva. Esercitiamolo con determinazione, ciascuno in indipendenza e
secondo le proprie specificità, per contrastare le pratiche locali che
alimentano l’economia bellica di Israele.
(Gianni Alioti)
L’osservatorio the Weapon Watch ha raccolto, in questi ultimi giorni, una serie
di notizie e informazioni che testimoniano l’ingresso di forza nella vita
quotidiana degli italiani della guerra, dei suoi strumenti e delle sue priorità.
Nel 1° episodio abbiamo parlato degli intensi movimenti di cannoni FH-70
attraverso la Liguria. Nel 2° episodio abbiamo guardato al potenziamento del
nodo ferroviario di Pisa-Tombolo al servizio della logistica militare
3° EPISODIO
Il movimento dei mezzi militari sulle strade del paese si intensifica, così come
tra i comuni cittadini diviene sempre più acuta l’attenzione verso
l’interferenza delle forze armate nella vita quotidiana.
Sulla via Flaminia, a Roma, sabato 21 nevembre 2025.
Dal punto di vista dell'”immaginario collettivo” – evidente obiettivo della
propaganda governativa – l’attivismo militare è al lavoro sin dal varo della
cosiddetta Operazione Strade Sicure, varata nel 2008 (appena quattro anni dopo
la “sospensione” della leva obbligatoria) e prorogata innumerevoli volte
(l’ultima con l’art. 90 della Legge di bilancio 2025, che la estende fino al 31
dicembre 2027), coinvolgendo 6000-7000 militari in compiti di polizia, cioè in
concreto di presenza armata nei luoghi “sensibili”, quali le stazioni
ferroviarie, le abitazioni di giudici e politici, sedi consolari e sinagoghe,
La presenza dei militari è sempre più estesa anche nel mondo della scuola. Dal
2014 è attivo il protocollo d’intesa tra i ministeri dell’Istruzione e della
Difesa, che di fatto ha consentito l’ingresso di attività “militari” o
“militarizzanti” nelle scuole, sia con progetti scuola-lavoro e attività
sportive di tiro a segno, sia con visite guidate nellinstallazioni e negli
stabilimenti militari, fino a sedute del collegio dei docenti tenutesi
all’interno di basi militari (ad Augusta, ottobre 2024), attività da anni
demunciate dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università. Dal canto loro, le università – riformate in senso privatistico
dalle “riforme” Berlinguer e Gelmini, e ora in procinto di subire la nuova
governance pensata dal duo Bernini-Galli della Loggia – sono da tempo terreni
d’elezione della ricerca militare di grandi gruppi come Leonardo e della
strisciante predilezione per la collaborazione dual use con Israele.
L’articolo è stato pubblicato da «il Giorno» il 3 aprile 2024.
Nella prima metà del Novecento non si è posto in Europa il problema di rendere
“normale” la guerra, c’era chi vedeva la guerra come “pulizia del mondo”, e chi
si illudeva di andare gioiosamente a combattere l’ultima guerra dell’umanità,
con le conseguenze che due Guerre mondiali e successivi immani spostamenti di
popolazioni ancora oggi ci mostrano.
Nella seconda metà del Novecento si è accanitamente cercato di rendere normale
la pace, con uno sforzo diplomatico senza precedenti e la creazione di entità
sovranazionali (ONU, Unione Europea) e organismi di cooperazione internazionale
efficienti. Ma il primo quarto del XXI secolo ha segnato un’inversione di rotta
drammatica, e negli ultimi due anni – successivi al trauma globale della
pandemia – si sono demolite una ad una tutte le infrastrutture della pace, a
cominciare da quelle psicologiche e culturali. Al punto che non scandalizzano
più le parole di un generale francese («La guerra ad alta intensità è un ritorno
alla normalità»), a cui oggi fanno seguito quelle del presidente Macron, uno dei
principali apripista verso il baratro collettivo, che intende ripristinare la
leva militare, per ora su base volontaria.
L’osservatorio the Weapon Watch ha raccolto, in questi ultimi giorni, una serie
di notizie e informazioni che testimoniano l’ingresso di forza nella vita
quotidiana degli italiani della guerra, dei suoi strumenti e delle sue priorità.
Nel 1° episodio abbiamo parlato degli intensi movimenti di cannoni FH-70
attraverso la Liguria.
2° EPISODIO
Un’interpellanza del giugno scorso, presentata dal consigliere Ciccio Auletta
(gruppo Diritti in Comune) al Consiglio comunale di Pisa, ha avuto risposta solo
nei giorni scorsi.
Vi si chiedeva ragione delle interruzioni della circolazione ferroviaria tra
Pisa e Livorno registratesi ogni mattina tra le 9.50 e le 12.50 dal 10 al 20
giugno 2025, ufficialmente motivate per “lavori di rinnovo degli scambi a
Tombolo”.
La risposta ufficiale di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) all’assessore del
Comune di Pisa riferisce che «presso la stazione di Tombolo è stato eseguito un
intervento di potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria, consistente nella
realizzazione di un nuovo fascio di binari lato ovest» e in particolare
«nell’ampliamento del corpo stradale e nella conseguente realizzazione di due
nuovi binari con relativi impianti di trazione elettrica, uno di circolazione a
modulo 750 nell’ambito del l’adeguamento del corridoio Tirrenico per le merci, e
l’altro di allacciamento al nuovo raccordo della base US Army di Camp Darby».
A questo proposito, RFI ha comunicato che nel periodo 1.1.2023-30.8.2025
attraverso il raccordo di Tombolo sono passati 44 treni (circa uno ogni tre
settimane, in media) diretti a Camp Darby. Anche i Ferrovieri Contro la Guerra,
in un loro comunicato, hanno rimarcato che la tardiva risposta di RFI e in
generale la mancata informazione sui lavori a Tombolo risponde al tentativo di
minimizzare la militarizzazione della rete e del lavoro ferroviario in atto.
Come documentato anche dall’Atlante dell’industria militare di Weapon Watch, in
realtà quello di Tombolo è un nodo intermodale di grande rilevanza militare.
Il raccordo ferroviario, del cui potenziamento abbiamo detto, è infatti
integrato con il porto fluviale sul Canale dei Navicelli, costruito nel 1980,
poi caduto in disuso e recentemente sottoposto a lavori di potenziamento sotto
la guida dell’839th Transportation battalion dell’US Army Military Surface
Deployment and Distribution Command (SDDC), per un valore di 42 milioni di $
complessivi. I lavori, cominciati nel 2018, e durati oltre tre anni, hanno
interessato soprattutto il ripristino della banchina (prima in ghiaia, ora
soletta di calcestruzzo) prolungata a 152 m, una gru da 150 tonnellate, un ponte
mobile ferroviario costruito poco a valle del ponte mobile stradale sulla Via
Livornese, e una nuova linea ferroviaria verso Livorno con rafforzamento della
testa dei binari. Alla fine dell’intervento lo scalo ferroviario di Tombolo – da
anni abbandonato per il traffico passeggeri – potrà ospitare 150 vagoni. Lo
stesso Canale dei Navicelli è stato potenziato con lavori di dragaggio e
ripalancolatura per aumentarne la portata, commissionati da NSPA (NATO Support
and Procurement Agency) alla Port Authority Pisa Srl (100% Comune di Pisa). Il
collaudo navale è stato effettuato a fine ottobre 2024, con il passaggio della
nave Dolphin-E, una portacontainer da 79 m, bandiera di Palau.
Settembre 2024, inaugurazione del ponte ferroviario girevole sul canale
Navicelli, alla presenza di autorità militari americane e italiane, tra cui il
presidente della Toscana, Eugenio Giani, il prefetto Maria Luisa D’Alessandro,
il Console generale degli Stati Uniti a Firenze, Ragini Gupta.
La frequenza dei passaggi ferroviari per Camp Darby si accorda bene con gli
arrivi a Livorno delle “navi della morte” provenienti dagli Stati Uniti, navi
sempre cariche di armi da smistare sui teatri di guerra, dall’Africa al Medio
Oriente, all’Ucraina. Weapon Watch ne ha già segnalato alcune, tra cui la bulk
carrier «SLNC Severn» lo scorso maggio (dopo le proteste di settembre, la
«Severn» opera ora sulla tratta Canada-Koper-Varna al servizio della logistica
militare ucraina), e la portacontainer «Ocean Jazz» (oggi ribattezzata
«Oceanic»).
L’osservatorio the Weapon Watch ha raccolto, in questi ultimi giorni, una serie
di notizie e informazioni che testimoniano l’ingresso di forza nella vita
quotidiana degli italiani della guerra, dei suoi strumenti e delle sue priorità.
1° EPISODIO
A Genova Pontedecimo, durante la giornata del 19 novembre 2025, quattro
autoarticolati che trasportavano ciascuno un cannone FH-70 155/39 sono rimasti
imbottigliati nel traffico della Val Polcevera, reso caotico dal presidio a
oltranza dei lavoratori dell’ex Ilva. I camion provenivano dal porto di Genova,
scortati dai carabinieri.
Uno degli autoarticolati bloccati in via Natale Gallino a Pontedecimo, la sera
del 19 novembre 2025.
Ben visibile l’insegna “Noltrans” su un secondo autoarticolato a Pontedecimo, in
coincidenza con il presidio dei lavoratori dell’ex Ilva.
Altri autoarticolati sono stati visti nella stessa giornata e in quella
successiva lungo l’autostrada A10 Genova-Ventimiglia, sempre trasportando
cannoni FH-70, forse diretti ai porti di Savona o di Vado Ligure.
L’autoarticolato fotografato sull’autostrada A10 fa parte della flotta della
ditta Franzoni Sergio Autotrasporti di Bedizzole (BS).
Sul pianale, ben visibile, un cannone FH-70.
È probabile che il movimento di questi pezzi d’artiglieria avvistati lungo le
strade liguri sia legato al programma di aggiornamento di mezzavita per conto
dell’Esercito dei cannoni FH-70 155/39. L’upgrade riguarda 90 pezzi sui 164
acquistati dall’Esercito, con un contratto che ha come capocommessa Leonardo e
principale esecutrice la ARIS Applicazioni Rielaborazioni Impianti Speciali Srl
con sede a Lombardore, provincia di Torino. Di qui l’afflusso dei pezzi via mare
verso lo stabilimento di ARIS, azienda che già da qualche anno ha sviluppato per
l’FH-70 – che può effettuare brevi spostamenti in autonomia – una nuova APU
(Auxiliary Power Unit) diesel, in sostituzione del vecchio motore a benzina VW
‘Maggiolino’.
Il cannone/obice FH-70 155/39 è un’arma pesante (tra 8 e 10 tonnellate)
semovente o a traino meccanico, progettata negli anni Settanta in collaborazione
anglo-italo-tedesca e prodotto dalla ex Vickers (poi BAE Systems), da
Rheinmetall e da OTO-Melara (poi Leonardo), oltre che in licenza dalla Japan
Steel Works. Può sparare proiettili calibro 155 di tutti i tipi, fumogeni,
illuminanti, incendiari, di tipo HERA (high-explosive rocket-assisted) e Vulcano
(con gittata fino a 55 km). È in servizio in una dozzina di eserciti, e ha una
consolidata esperienza sui campi di battaglia, dalla guerra civile in Libano
all’attuale in Ucraina, dove dall’Italia sono stati inviati almeno dieci pezzi
con i primi pacchetti di aiuti, nella primavera 2022. L’aggiornamento in corso
riguarda anche la sostituzione dei congegni di puntamento ottici, contenenti
trizio, con il sistema digitale LINAPS (Laser Inertial Navigation Artillery
Pointing System) di Leonardo UK.
ARIS Applicazioni Rielaborazioni Impianti Speciali Srl è azienda fondata nel
1946, da sempre impegnata nella manutenzione, riparazione e aggiornamento dei
mezzi militari, prima a S. Maurizio Canavese, poi dal 1969 a Lombardore, dove
dispone di stabilimento con 30.000 m² di aree coperte, tra zone produttive,
magazzini, uffici e aree di prova, oltre a un circuito esterno per la
sperimentazione ricavato dall’ex storico poligono militare di Ciriè, oggi
Riserva Naturale della Vauda. Sebbene abbia registrato bilanci in decremento
negli ultimi anni (24 M € nel 2022, 19 nel 2023, 14 nel 2024), ha mantenuto
stabile la forza lavoro (60-65 dipendenti). ARIS è controllata dalla famiglia
Bellezza Quater attraverso alcune società semplici, mentre Silvia e Paolo
Bellezza Quater sono direttamente coinvolti nello spin-off Nimbus Srl, società
entrata nel settore dei droni già nel 2006 soprattutto con applicazioni
industriali e risultati rimasti sinora modesti.
Una colonna di autoarticolati trasporta obici e carri armati per conto
dell’Esercito italiano. Dalla Fotogallery online della ditta Franzoni Sergio
Autotrasporti.
Un obice PzH 2000 su un autoarticolato della ditta Franzoni Sergio Autrasporti.
Dalla Fotogallery online della stessa Franzoni Sergio Autotrasporti Srl.
Almeno due aziende di autotrasporto si sono notate sinora nella movimentazione
in corso dei cannoni FH-70 per conto dell’Esercito italiano. Noltrans Srl è una
piccola azienda con sede a Battipaglia (SA) con una quindicina di dipendenti
fissi, il cui fatturato si è gonfiato a partire dal 2022 quando è riuscita a
inserirsi come “azienda ausiliaria” del colosso logistico danese DSV che
fornisce in esclusiva le spedizioni merci via gomma per il Ministero della
difesa. Più strutturata è la Franzoni Sergio Autotrasporti Srl di Bedizzole
(BS), 32 dipendenti fissi e un fatturato superiore agli 11 milioni di euro
(2024), con una flotta mono-brand Mercedes integralmente idonea al trasporto ADR
(cioè di merci pericolose via strada). La famiglia Franzoni opera nel settore
dal 1946 e si è specializzata nei trasporti militari dagli anni Settanta. La
società si è fatta notare recentemente (gennaio 2025) per essersi aggiudicata un
appalto del Ministero della difesa per un importo complessivo di 2 milioni di €
per 24 mesi (oltre a 500.000 € per ulteriori 6 mesi di proroga) per servizi di
trasporto/spedizione in ambito nazionale e internazionale di esplosivi e
munizioni classe 1 e materiali soggetti a normativa ADR.
Alla luce delle manifestazioni di protesta contro l’invio di armi a Israele si
ritiene matura la proposta di creare nelle città sede di porti commerciali degli
osservatori indipendenti sulla movimentazione degli armamenti nei porti, perché
essa suscita preoccupazione politica, turbamento morale e insicurezza materiale
nei lavoratori e nei cittadini.
La movimentazione degli armamenti, disciplinata dalla legge 185/1990, è soggetta
all’autorizzazione e al controllo dello Stato, ma le istituzioni che esercitano
questi poteri latitano in trasparenza opponendo cortine burocratiche alle
istanze di accesso ai dati che dovrebbero essere pubblici.
Pertanto, che si sia di fronte a una qualche palese violazione della legge così
come a una qualche insufficiente informazione sulla natura delle merci in
transito nel porto, i lavoratori e i cittadini chiedono di non essere costretti
a iniziative di astensione sindacale dal lavoro o di manifestazione pubblica per
opporsi all’illegalità di certe movimentazioni e per dovere sostenere da sé i
diritti di informazione, tutela, sicurezza, obiezione di coscienza.
Nel caso particolare del trasporto di esplosivi e munizioni, i lavoratori del
porto e i cittadini che abitano in prossimità degli scali chiedono trasparenza
che la movimentazione avvenga in assoluta e verificata conformità agli speciali
regolamenti in materia.Oltre alle barriere burocratiche che ostacolano la
trasparenza e oltre alla complessità intrinseca del sistema commerciale, sono
state verificate pratiche elusive o ingannevoli da parte di vettori,
spedizionieri e imprese portuali, circa la natura militare delle merci
movimentate nei porti.
Di fronte a questi comportamenti, i lavoratori chiedono di potere conoscere
tempestivamente e ufficialmente l’eventuale natura militare della merce, la sua
origine e destinazione geografica, per avere certezza che non si infranga la
legge e che se ne interpreti autenticamente il valore costituzionale («I
portuali non lavorano per la guerra»).
A queste esigenze di puntuale informazione sindacale e pubblica, si accompagna
l’istanza di conoscere, attraverso dati statistici, l’incidenza della
movimentazione di queste merci nell’economia e nell’occupazione del porto e
della città.
Non è una domanda fine a sé, perché la stessa legge 185/1990 prescrive che il
Governo predisponga misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione
produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della
difesa (art.1 comma 3). Tale previsione, disattesa sinora da tutti i governi
avvicendatisi, nel caso specifico dei porti è priva di qualsiasi fonte
statistica utile a affrontare la questione.
Le conseguenze di questa lacuna si riverberano nell’assenza nei bilanci sociali
dei porti nazionali di una rendicontazione dedicata alla sostenibilità etica,
intesa come policy e atti regolatori con l’obiettivo di promuovere e attuare
l’attività portuale a esclusivo servizio di commerci di pace e di sviluppo del
benessere e della libertà dei popoli.
La necessità del confronto tra autorità, lavoratori e cittadini pone la
questione di disporre di un Osservatorio permanente, ossia di un “luogo” e di un
“tempo” in cui tale confronto possa avvenire con la necessaria franchezza e
trasparenza sulla base di dati e informazioni certe e qualificate.
Viste anche le recenti prese di posizione e deliberazioni di Sindaci e Consigli
comunali sui traffici d’armi nei rispettivi porti, la sede ospitante
dell’Osservatorio dovrebbe essere a nostro avviso nei Comuni sede di porti, per
la loro autorità elettiva sulla città da cui il porto dipende e a cui il porto
restituisce lavoro, ricchezza, identità e reputazione con i relativi costi
sociali e ambientali.
Il confronto può avvenire solo nella trasparenza dei processi decisionali e
delle informazioni che ne sono il presupposto. Informazioni che non sono in
alcun modo segrete, e semmai sottoposte all’obbligo della riservatezza
statistica. Di alcune informazioni, invece, è la stessa Legge 185 che impone la
pubblicità: il soggetto autorizzato, la natura e il valore degli armamenti, il
destinatario finale, i valori doganali dichiarati, l’appartenenza o meno a un
progetto di produzione internazionale, ecc.
L’osservatorio dovrà dotarsi della capacità di un triplice ordine di
obiettivi:1. un report periodico che dia conto dei traffici di armamenti
(origine/destinazione/merce) e della loro incidenza quantitativa e qualitativa
sul bilancio complessivo del porto;2. un servizio informativo, “a sportello”,
tempestivo e verificato con tutti gli attori coinvolti, su domanda dei
lavoratori e delle loro organizzazioni di rappresentanza, oltre che dei
cittadini, su arrivi e partenze di navi con carichi di armamenti eventualmente
sospetti;3. promuovere la qualificazione del porto sotto il profilo della
“sostenibilità etica”, improntata a capitali e organizzazioni di impresa non
compromessi in attività militari aggressive e in violazione dei diritti umani, e
a produzioni e commerci di pace.
Le fonti locali operanti dell’Osservatorio dovranno essere gli attori
istituzionali, sociali e civili che agiscono attivamente o passivamente nella
circostanza del traffico di materiali di armamento nel porto: Prefettura,
Capitaneria di porto-Guardia costiera, Autorità di Sistema Portuale, Agenzia
delle Dogane, Vettori e spedizionieri, Agenti marittimi, Imprese portuali,
Organizzazioni sindacali dei lavoratori, Municipi di circoscrizioni urbane
prospicienti il porto, Comitati civici e Associazioni pertinenti.
Una terza intervista di Effimera sulla situazione genovese e sugli scioperi dei
portuali a sostegno alla Sumud Flotilla. Parla Riccardo Degl’Innocenti,
genovese, esperto di porti, attivista di The Weapon Watch, Osservatorio sulle
armi nei porti europei (www.weaponwatch.net), da sempre al fianco del CALP di
Genova.
L’intervista è a cura di Lidia Demontis e Roberto Faure.
1. La vostra mobilitazione è stata un successo, anche mediatico. Come pensate di
allargare la protesta? Esiste un collegamento con gli altri porti italiani?
Le cronache mediatiche, il tam tam sui social, la presenza nei cortei, le
testimonianze all’Assemblea pubblica di Genova del 26 e 27 settembre scorsi,
hanno mostrato che esiste nei principali porti italiani una rete di collettivi
autonomi e di rappresentanze, sia del sindacalismo di base che di quello
“istituzionale”, attiva con lo scopo precipuo di impedire il transito
internazionale illegale ai sensi della legge 185/1990 di carichi di armi. Le
parole d’ordine, più che ideologiche contro il carattere imperialistico delle
guerre, diretto o indiretto, e l’organicità del sistema economico capitalistico
con gli apparati militare-industriali, ricalcano la disobbedienza civile,
l’obiezione di coscienza, la conservazione di sentimenti umani, l’irriducibilità
a essere produttori di strumenti di morte e complici di crimini contro
l’umanità. Sono improntate a modelli di tradizione non violenta e di resistenza
passiva, ma rilanciano forme di “azione diretta” collettiva proprie
dell’operaismo, senza forme esplicite di violenza, semmai figurate in modi che
trasmettano la determinazione dei manifestanti a sostenere fino alla fine,
“senza paura”, gli obiettivi della lotta intesa e vissuta come causa giusta e
sacrosanta. Una convinzione sincera, che si trasmette empaticamente e appare
tradursi favorevolmente in consenso e allargamento della partecipazione.
2. Per sanzionare Israele è possibile ipotizzare un più ampio blocco o almeno
parziale boicottaggio delle merci provenienti da o dirette verso Israele? Magari
coinvolgendo il trasporto aereo?
Si è lungi dal boicottare l’economia e la forza bellica di Israele solo con
l’azione dal basso dei portuali, ma c’è la consapevolezza che i porti sono gli
snodi principali dei suoi commerci. Ciò permette anche a singole iniziative
locali di incidere sulle catene di rifornimento di Israele, in maniera
significativa, perché i portuali – diversamente dal militante pacifista che
manifesta simbolicamente fuori dei cancelli della fabbrica o del porto –
intervengono concretamente a bloccare o quantomeno a rallentare i flussi di
merce, nuocendo altresì alla efficienza di maglie più estese della rete
logistica coinvolta (provocando ritardi alle navi e alle altre merci trasportate
o l’indisponibilità delle banchine ecc). Anche se il porto coincide con un solo
tratto delle Supply Chain globali, esso resta il nodo più critico per i volumi
che vi transitano (incomparabili per maggiore grandezza rispetto agli
aeroporti), per la “rottura di carico” ossia il passaggio fisico dei container
dal vettore terrestre a quello marino, con il relativo e cruciale avvicendamento
tra le relative figure professionali e “politiche” che operano nelle rispettive
movimentazioni. Il mondo della logistica in generale è particolarmente sensibile
alle variazioni di programmazione dei flussi e quindi incline a evitare ogni
imprevisto, e ciò talora finisce, se non per agevolare la contestazione dei
portuali, almeno per contenerne i danni organizzativi e economici. Ovviamente,
l’iniziativa dei portuali può essere spontanea e improvvisata solo all’inizio,
poi necessita di una sufficiente forza collettiva e consenso sociale, e
soprattutto di una “copertura” sindacale per potersi muovere, anche se solo
sulla linea di confine degli strumenti di lotta consentiti dalle leggi e dai
contratti di lavoro. Non dimentichiamo i decreti Salvini e la natura giuridica
di porti, aeroporti e stazioni oggetto, di speciali norme a protezione della
loro sicurezza, economica e sociale in realtà, più che strategica “di Stato”.
Lo sciopero generale del 22 settembre 2025, a Genova.
3. Si coglie nell’aria una convinta richiesta popolare di lotta unitaria per far
cessare il fuoco (e la strage) a Gaza, superando le differenze e puntando a
rompere il fronte di chi vuole la guerra. Che cosa pensate si possa fare?
La richiesta autentica e estesamente popolare ha rimescolato le carte anche tra
i partiti e i sindacati. Il fatto che a Genova l’azione sia partita da un
collettivo operaio autonomo (CALP) e successivamente dal collegato sindacato di
base (USB) ha un po’ spiazzato le OO.SS. “istituzionali”, a cominciare dalla
CGIL. Più nei tempi, perché nel merito i contenuti delle rispettive iniziative e
parole d’ordine in questa circostanza e forse per la prima volta convergono e
paiono sostanzialmente coincidere. La primazia va al CALP se non altro perché
il movimento contro le armi nei porti ha avuto la riedizione contemporanea (dopo
le esperienze degli anni 70 riferite soprattutto a Vietnam e Cile) grazie alle
azioni del CALP dal 2019 contro le navi “della morte”, le saudite Bahri dirette
verso i teatri di guerra del Medio-Oriente e in specie dello Yemen. Già allora
ci fu una partecipazione “popolare” larga, di componenti molto diverse
dell’attivismo politico e civile, dalla estrema sinistra al mondo cattolico.
Anche allora la CGIL arrivò un po’ dopo, ma fu comunque decisiva per il successo
grazie alla sua forza di rappresentanza. Così come lo fu la “benedizione” di
Papa Francesco che riconobbe pubblicamente nei lavoratori portuali il tratto
della parresìa, nel praticare la lotta in prima persona e nella fermezza dei
valori con cui la sostenevano mettendo a rischio la propria libertà, e ne fece
il confronto con l’ “ipocrisia armamentista” delle istituzioni politiche e del
mondo economico, pacifisti solo a parole.
Il precipitare della crisi di Gaza con il genocidio in corso ha riacceso la
brace che covava e di tanto in tanto aveva fiammeggiato in questi anni con le
iniziative del CALP. Questi, nel frattempo, è confluito sindacalmente in USB
abbandonando la CGIL, a causa tra l’altro della tiepida posizione di
quest’ultima sui decreti Salvini. La decisione con l’associazione genovese Music
for Peace di contribuire e partecipare con un proprio leader, Jose Nivoi, alla
spedizione della Flotilla, è sì apparsa meramente umanitaria, ma anche di
altissimo valore politico per il coraggio e la chiarezza del messaggio
trasmesso. Essa ha acceso un incendio indistinguibile di emozioni e di coscienze
che è andato oltre le etichette, per lo più ignote alla maggioranza dei 40mila
manifestanti del grande corteo che ha salutato la partenza della Flotilla.
Salvo l’etichetta del CALP, i cui membri, grazie ai loro comportamenti di lotta
a viso aperto in porto, hanno reincarnato il mito che si era un po’ spento dei
camalli duri, franchi e liberi. Grazie anche al loro costante presidio e azione
antifascista militante, nella città medaglia d’oro della resistenza come i loro
nonni e del 30 giugno 1960 come i loro padri. E grazie, in queste ultime
settimane, alla antiretorica asciutta e decisa di uno dei loro leader, Riccardo
Rudino, colui che ha invitato i portuali di tutta Europa a “bloccare tutto” se
la Flotilla sarà colpita. Con la avvedutezza, però, di una puntuale
declinazione: distinguere come e dove colpire gli interessi militari e economici
israeliani, oggi parimenti criminali, perché invece i commerci pacifici sono la
vita dei porti e il pane dei suoi lavoratori.
4. In particolare con quali soggetti politici e con quali comunità possiamo
sperare di costruire una rete capace di far sentire a Israele la nostra
indignazione?
I portuali per continuare a reggere il peso e i rischi del loro impegno hanno
bisogno non solo della vitale partecipazione popolare, ma anche dell’alleanza
con i lavoratori delle altre categorie che operano nella filiera del trasporto
marittimo e più in generale nell’ambito del cosiddetto “cluster portuale”.
Abbiamo documentato spesso come Associazione The WEAPON Watch la molteplicità di
interessi economici e di lavoratori che concorrono al viaggio internazionale
delle merci militari e al loro transito nei porti. Per fare un esempio, il porto
di Genova movimenta annualmente circa 30-35mila teu (unità di misura dei
container) nei confronti dei porti israeliani di Ashdod e Haifa. A trasportarli
sono principalmente le navi della compagnia di navigazione Borchard Lines,
rappresentata dall’agenzia Cosulich, ZIM e MSC. Esse fanno un centinaio di scali
all’anno a Genova, operate dal terminal Spinelli-Hapag Lloyd e dal terminal MSC.
I lavoratori dei tre terminal, insieme ai soci della CULMV, movimentano
nell’anno circa 600mila teu in totale, per cui il traffico con Israele
corrisponde al 5% del loro operato e all’1,5 dell’operato in teu dell’intero
porto. Insomma, una frazione marginale ma comunque significativa della domanda
di occupazione dello scalo genovese. Perché poi ci sono a contribuire alle
operazioni della nave e delle merci gli ormeggiatori, i rimorchiatori, gli
spedizionieri e gli impiegati pubblici dell’autorità portuale, delle dogane, e
tante altre categorie minori, pubbliche e private, con i rispettivi lavoratori.
È evidente che occorre che anche da parte di costoro debba nascere una
solidarietà sindacale e un attivismo sociale per affiancare i portuali e dare
maggiore estensione e equilibrio di forze all’impegno sindacale, e possibilità
di durata e di successo al movimento. L’obiettivo di un porto sostenibile da un
punto di vista etico potrebbe essere l’obiettivo comune su cui costruire
l’alleanza definendo i criteri di accessibilità e di trasparenza del transito
delle merci militari nel porto, liberando perciò i lavoratori dalla necessità di
dovere essere loro stessi a salvaguardare la loro coscienza, oltre alla loro
salute e incolumità nel caso di materiali bellici esplosivi come spesso accade.
5. E di Flotilla che dici?
Che sono preoccupatissimo, che tuttavia a mio modesto avviso occorre andare fino
in fondo. L’arcivescovo di Genova Tasca ha dichiarato pochi giorni fa,
distinguendosi dal Presidente Mattarella e dal suo stesso cardinale Zuppi
favorevoli alla mediazione: «Andiamo avanti. Perché è importante dare un segno.
In un momento così grave, in cui vediamo che stanno compiendo il male del mondo
su gente inerme, su donne e bambini, la simbologia è importante. E noi dobbiamo
dare dei segnali. La missione della Flotilla ha proprio il merito di aver reso
evidente la follia di quello che sta accadendo a Gaza». In questa missione c’è
tanto di Genova e dei suoi portuali di questi anni. Vento in poppa, compagni.