In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì alle 15 su
RadioBlackout, proviamo a parlare di sanità e del suo ruolo all’interno dei CPR,
di come la sfera della cura, o meglio la non cura, diventi un vero e proprio
strumento di dominio che porta all’annichilimento delle persone.
Partiamo dall’assunto che la sanità, all’interno di questi luoghi, risulta uno
dei tasselli su cui si poggia la violenza del CPR: non solo per la mancanza
strutturale di cure sanitarie o per la non tutela del diritto alla salute che
questi luoghi generano, quanto per essere un elemento di controllo sui corpi di
chi viene recluso. Una violenza quella dei CPR che si fonda su più parti: dalla
privazione della libertà per il solo fatto di non avere un documento europeo,
vessazioni, abusi e provocazione da parte degli sbirri, alla somministrazione di
cibo scadente e psicofarmaci.
Ne discutiamo con alcun compagn di Torino,con le quali ci soffermiamo sui limiti
e criticità che pezzi di società civile, categoria dei medici e avvocati stanno
portando avanti rispetto alla campagna di sensibilizzazione per il rilascio dei
certificati di non idoneità per i CPR. Seppur abbia avuto il merito di porre la
questione su quali basi poggi l’idoneità medica per la detenzione
amministrativa, sembra si sia arenata nella pratica in un dibattito
tecnico-scientifico, invisibilizzando la questione centrale: questi luoghi non
devono esistere e nessuno deve finire li dentro, a prescindere dal parere
medico.
Nella prima parte, partendo dal Decreto Lamorgese (2022) che stabilisce che
l’ASL deve effettuare la visita medica prima dell’ingresso nel CPR, confermando
il suo ruolo di complicità nella macchina della detenzione, giungiamo ai fatti
di Ravenna, dove 8 medici del reparto di malattia infettiva sono stati indagati
per falso ideologico in concorso per aver firmato dei certificati di non
idoneità alla detenzione in CPR.
Nella seconda parte, invece, discutiamo su come il dibattito idoneità/ non
idoneità non può essere schiacciato in un’ottica meramente sanitaria, in quanto
chi ricopre ruoli sanitari detiene un potere biopolitico che determina la
libertà delle persone recluse e non.
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di Salvatore Turi Palidda Oltre la retorica dell’ordine: al Ducale nessuna vera
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lanciata nel campo della sicurezza organizzando …
La puntata di Harraga del 20 marzo l’abbiamo dedicata alle recenti rivolte
dentro il CPR di Corso Brunelleschi e alle risposte da fuori in solidarietà ai
reclusi.
Nelle ultime settimane, alle continue provocazioni delle forze dell’ordine, ai
pestaggi, alla mancanza totale di cure e alle condizioni sempre più degradanti
all’interno del centro, i detenuti hanno risposto con forti proteste usando i
mezzi a loro disposizione: i loro corpi e i pochi arredi delle stanze.
Nella notte di venerdì 14 marzo, l’incendio di coperte e materassi ha portato
alla chiusura di una stanza nell’area gialla. E’ la terza stanza nel giro di un
mese che viene resa inagibile dalle rivolte dei detenuti. Tre persone sono state
poi trasferite in carcere e in seguito rilasciate con una denuncia in mano. Gli
atti di autolesionismo sono quotidiani, compiuti come gesto estremo per ricevere
attenzione ed essere portati in ospedale nonché nell’aspirare alla libertà e a
una non idoneità al trattenimento. E quotidianamente medici e infermieri del
centro negano le cure, l’accesso alle terapie prescritte e alle visite
specialistiche. Allo stesso modo, chi viene portato all’ospedale Martini, è poi
quasi automaticamente riammesso nel centro senza una presa in carico reale,
anche quando si tratta di persone con arti fratturati o patologie gravi. Il cibo
immangiabile e putrido ha causato vari malori e ha portato a due scioperi della
fame in una settimana.
Tutto questo ci viene raccontato dalle voci vive di chi nel centro resiste con
coraggio. Attraverso le loro testimonianze, è possibile ricostruire gli intrecci
e i rimpalli di responsabilità nella tortura quotidiana operata nei loro
confronti: quella di Sanitalia, azienda che gestisce il CPR; quella dell’ASL che
è formalmente e materialmente responsabile della gestione sanitaria e della
convalida dei trattenimenti, così come quella di Questura e Prefettura che
rispondono alle istanze dei reclusi inviando la celere e deportando in carcere o
nel CPR in Albania chi non abbassa la testa.
Inoltre riportiamo quanto appreso dai media locali – e non solo – che varie
azioni sono state, in questo ultimo periodo, compiute per attenzionare il ruolo
della ASL come agente principe di tortura, collaboratrice della gestione del
lager e responsabile della detenzione. Per non farsi paralizzare dall’orrore e
dall’impotenza, rilanciamo l’importanza di una solidarietà ai reclusi del CPR
che non si fermi alla – seppur importantissima – presenza sotto le mura, ma che
raggiunga i responsabili e rompa il velo di silenzio che imperversa attorno ai
piccoli e gradi tasselli della macchina del razzismo di stato.
Negli ultimi giorni, una nuova bufera mediatica si è scatenata attorno allo
Spazio Popolare Neruda, relativa alla vicenda dei casi di tubercolosi
verificatisi lo scorso ottobre all’interno dello spazio. Già nei primi giorni di
ottobre, mentre sui giornali e nei comunicati ufficiali prendeva forma una vera
e propria gogna mediatica, l3 abitanti del Neruda e le persone che attraversano
quotidianamente quello spazio avevano avviato una gestione attenta e
responsabile della situazione sanitaria, orientata alla tutela non solo di chi
vive nello spazio, ma dell’intero quartiere. Come denunciato più volte dall3
stess3 abitanti, questo lavoro è stato portato avanti con grande sforzo ma senza
alcun supporto da parte delle stesse istituzioni che le stavano mettendo alla
gogna, scontrandosi con l’inefficacia dei sistemi di prevenzione dell’ASL.
Venerdì 20 febbraio la vicenda è tornata su diverse testate giornalistiche e
rilanciata da figure come Marrone e Roberto Testi (direttore della Medicina
Legale dell’ASL 3), che hanno parlato di un presunto nuovo caso di tubercolosi,
tornando a invocare lo sgombero dello stabile. Una notizia falsa e fuorviante:
non esiste alcun nuovo caso di contagio ma ci si trova, ancora una volta, di
fronte a una strumentalizzazione politica portata avanti dalla destra. Ancora
più grave è il ruolo dell’ASL che, invece di svolgere il proprio compito e
garantire la tutela della salute pubblica attraverso prevenzione e interventi
sanitari adeguati, sceglie di prestare il fianco alla narrazione securitaria e
razzista della destra, contribuendo ad alimentare paura, isolamento e
repressione, anziché cura e prevenzione.
Ne abbiamo parlato con una compagna dello Spazio Popolare Neruda, in diretta dal
presidio e conferenza stampa convocata proprio davanti all’Ufficio di Igiene
dell’ASL della città di Torino.
La tempistica di questo ennesimo attacco non è casuale ma va letta all’interno
del clima politico attuale, caratterizzato da continui attacchi agli spazi
sociali, dalla repressione e dalla criminalizzazione del dissenso e delle
esperienze dal basso, oltre che da una deriva autoritaria, da processi di
fascistizzazione e da un razzismo di Stato sempre più esplicito e violento. Di
fronte ai problemi di salute, la risposta non può essere la discriminazione o lo
sgombero, ma solo una salute pubblica realmente per tutt3.
Di seguito, riportiamo gli interventi della conferenza stampa di questa mattina,
tenutasi davanti all’Ufficio di Igiene dell’ASL, in via della Consolata. A
partire dal racconto dell3 abitanti dello Spazio Popolare Neruda, che hanno
ricostruito la vicenda specifica e denunciato la speculazione mediatica e
politica che, ancora una volta, colpisce lo spazio.
In seguito, gli interventi della dottoressa Chiara Rivetti e di Eleonora
Artesio, del Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure.
E infine, l’intervento dell’assemblea delle attività dello Spazio Neruda, con il
doposcuola popolare, lo sportello legale, la palestra popolare e la scuola di
italiano.