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NO allo sfratto di casa Galeone!
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato di Casa Galeone, realtà delle Marche sotto sfratto IL GALEONE IN TEMPESTA Nel 2022, venuti a conoscenza delle intenzioni di sfratto della proprietà nonostante non fossimo mai stati morosi e sussistessero noti accordi con il legittimo proprietario Arnaldo Natali, spalle al muro abbiamo deciso di opporci agli sfratti in sede processuale, forti delle nostre ragioni e delle evidenze che credevamo incontestabili. Ci siamo imbarcati in un’impresa costosa, lunga e complicata su un terreno ostile che non è mai stato il nostro. In tribunale ci siamo sempre andati o perché trascinati dalle guardie o per sostenere compagni/e inguaiati/e con la legge. Mai volontariamente a cercare “giustizia”. E così doveva rimanere. Una volta saliti su questo carrozzone siamo stati travolti da schemi che ci hanno obbligato a contrarre la nostra attitudine al conflitto, sovradeterminando le nostre pratiche e sottraendo energia alle lotte e ai progetti per dedicarci alla raccolta fondi perché, a differenza della proprietà che ha a disposizione fondi illimitati piovuti dal cielo, noi possiamo contare solo sulle nostre forze e sulla solidarietà dei nostri compagni e delle nostre compagne. Il 12/02/2025 nel giudizio n.r.g. 225/2024 la Sezione specializzata agraria del tribunale di Macerata ha emesso la sentenza in merito al procedimento sulla supposta finita locazione dell’immobile abitativo decretando l’obbligo del rilascio non oltre il 31 Maggio 2025. Con la stessa ci condannano, inoltre, al pagamento delle spese legali sostenute dalla proprietà e al pagamento degli affitti non versati dal 2023 ad oggi. Tutte le nostre richieste in merito alla natura del contratto, di fatto agrario e non di civile abitazione, e soprattutto a quelle relative a un importante controcredito che vanteremmo in seguito ai numerosi e dettagliati lavori di ristrutturazione sono state rigettate malamente. Il 22/11/2024 nel giudizio 1119/2022-535/2023 r. g. vertenti, la corte d’appello d’ Ancona respinge il nostro ricorso condannandoci al rilascio della terra liberandola tempestivamente di ogni soprassuolo e ovviamente siamo stati anche condannati a rifondere spese legali e canoni. Abbiamo infine ricorso in cassazione sperando che, non essendo ancora andato in giudicato, avrebbe “puntellato” l’impianto delle nostre istanze in merito alla questione abitativa. Un disastro. Abbiamo infine offerto in extremis, per l’acquisto della casa, una cifra spropositata. Molto più alta del reale valore dell’immobile. Una cifra a cui, solo una manciata di mesi prima, la proprietà ci aveva chiesto di arrivare per la sua cessione e alla quale abbiamo ricevuto come risposta un laconico: “non esistono i presupposti per improntare una qualsivoglia trattativa”. Che tradotto probabilmente significa: “piuttosto la bruciamo”. Che vi fosse un problema ideologico di fondo lo aveva candidamente confessato il loro avvocato, tale Michelangelo Seri di Civitanova Marche, dobbiamo dire a tratti più realista del re, che probabilmente dietro mandato della Luna srl ha cercato, nelle varie udienze, di inserire la questione politica e morale nel dibattimento. In particolare, durante le mobilitazioni in solidarietà dell’anarchico Alfredo Cospito ha millantato la nostra “pericolosità sociale” perché protagonisti di un’esperienza agricola comunitaria di stampo libertario, arrivando poi a ridicolizzarsi nel tentativo di stigmatizzare come esotico e ambiguo il nostro modello di vita in comune, e definendo inoltre “fantasie agresti” le nostre pratiche contadine. Probabilmente il problema nasce quando, la non ancora erede Miriam Natali, durante una visita a Casa Galeone accompagnata dal fido Lino Sopranzi, commercialista con delega di amministratore di sostegno del vecchio Arnaldo oramai infermo, si imbatté nel nostro frigorifero a doppia anta. Sicuramente l’elettrodomestico che più di tutti gli altri manifesta il suo Antifascismo. Secondo il loro terzista pare che alla vista di tutti quegli adesivi colorati e inequivocabili, ne sia uscita particolarmente turbata... Il famoso problema ideologico di fondo. Non vogliamo negare né la profonda tristezza, né la grande rabbia per questo sopruso, né l’oggettiva difficoltà a coprire le spese legali. Sappiamo che difficilmente gli spazi di casa nostra saranno nuovamente abitati perché sull’immobile pendono una serie di vincoli oltre che una frana attiva che dovrebbero dissuadere anche il più sprovveduto acquirente, e quindi questi spazi così pieni vita, progetti, disagio, ricordi sono destinati all’abbandono, al silenzio. Sappiamo che a breve la nostra terra che abbiamo trasformato da un campo arido e avvelenato in luogo fertile e ricco di biodiversità verrà riconsegnata all’agroindustria che in una sola stagione procederà allo sterminio dei micro-ecosistemi che vi erano rinati. In questi giorni stiamo cercando disperatamente un altro posto dove continuare il progetto di casa galeone ma non è semplice. Per niente. Non è semplice immaginare un altro luogo dove ricominciare, organizzare un trasloco in odore di esodo, asportare tutti gli impianti e le migliorie approntate in questi anni, immaginare che una nuova bimba possa nascere proprio nei giorni dello sfratto e pensare di abbandonare un luogo a cui abbiamo dato così tanto e che così tanto ci ha dato. Non è semplice. Noi comunque non molliamo e i conti non si chiuderanno di certo così. Non riusciamo ad immaginare un altro modo di vivere e di lottare. Vorremmo concludere citando testualmente il presidente della commissione speciale agraria del tribunale di Macerata quando per richiamare a gran voce gli avvocati e i suoi colleghi alla lettura dell’ultima sentenza dice: ADESSO TOCCA AGLI ANARCHICI       > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000 > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Se organizzarsi collettivamente viene paragonato a metodi mafiosi……
Il Governo e Telt chiedono un totale di oltre 7 milioni di euro al Movimento No Tav, ai compagni e alle compagne del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Al processo che vede coinvolte 28 persone di cui 16 con l’accusa di associazione a delinquere ha visto andare in scena la richiesta dei risarcimenti dei “danni” per le manifestazioni prese in oggetto dall’inchiesta, perlopiù svolte in Val di Susa. da Associazione a Resistere Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno e Ministero della Difesa, costituitisi in parte civile, richiedono sia il danno patrimoniale per le persone infortunate oltre che per i mezzi e il vestiario danneggiati, ma anche per il costo delle attività investigative della Questura, gli straordinari, l’indennità di ordine pubblico, sia il danno non patrimoniale. Per dare qualche cifra da capogiro, soltanto nel 2021 lo straordinario calcolato per i celerini ammontava a 1.024.785 di euro, a queste spese occorre aggiungere le spese del vitto, dell’alloggio e vettovagliamento. Bisogna poi contare il danno non patrimoniale, ossia il danno all’immagine, lesione del prestigio e credibilità dell’istituzione. Ciò si concretizza per un totale di oltre 7 milioni di euro (di cui 2.500.000 euro in via provvisionale esecutiva in attesa che il processo si concluda in via definitiva, ciò implica la possibilità che, già in primo grado di giudizio, una parte della quantificazione dei danni dovrà essere liquidata immediatamente, pena la sospensione della condizionale): 3,6 milioni per il Ministero dell’Interno, 3 mila euro per il Ministero della Difesa, a questo si aggiunge il danno non patrimoniale per la cifra di 3 milioni al Ministero dell’Interno e ulteriori 100 mila euro per il Ministero della Difesa e 100 mila per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Oltre alle cifre richieste dall’avvocatura di Stato, vengono sommati 1 milione di euro immediatamente esecutivi ai quali si aggiungeranno danni patrimoniali (e non) da liquidare e quantificare in sede civile da parte di Telt. Questa richiesta mette sotto accusa e infonde l’idea che chi protesta debba sobbarcarsi l’onere di pagare poliziotti in trasferta, gli extra, gli straordinari e tutto ciò che comporta la presenza di migliaia di poliziotti tenuti in pianta stabile a occupare un intero territorio come la Val Susa. Durante l’udienza si è tenuta anche la prima parte dell’arringa difensiva dell’avvocato Novaro in merito al capo 1 incentrata sull’inconsistenza delle accuse dell’associazione a delinquere. Viene smontata quindi pezzo pezzo la memoria della Procura evidenziando tutte le forzature, i pregiudizi e l’inconsistenza di un teorema accusatorio che vuole negare la politicità dell’agire degli imputati, relegando la storia dei movimenti a espressioni deliquenziali, complotti criminali e nient’altro. Alla faccia della costituzione. É stata destrutturata la tesi cardine dell’accusa che, come aveva inaugurato la pm Pedrotta nel suo discorso per formulare le richieste, non sarebbe tutta l’Askatasuna a essere considerata criminale ma soltanto un gruppo al suo interno: allora non si spiega come possa reggere tutto l’impianto accusatorio se questa affermazione fosse vera. É stato sottolineato come nelle pagine dell’inchiesta ci siano copia e incolla delle annotazioni della digos che non sono state minimamente contestualizzate e inoltre, non ci è dato sapere il criterio con il quale siano state formulate le richieste dell’accusa. Un tema importante che è stato messo al centro poi, è come la solidarietà non possa essere comparata a comportamenti e dinamiche afferenti a dimensioni mafiose, in quanto basta alzare lo sguardo e vedere che in tutta Italia, ma siamo certi di poter dire in tutto il mondo, tutti i movimenti sociali si supportano a vicenda, si organizzano per portare avanti le lotte e per supportare le compagne e i compagni perseguiti dalla legge, il che prevede l’esborso di denaro. E non è la prima volta infatti, che il Governo e Telt vogliono giocare la carta dei soldi per mettere i bastoni fra le ruote al Movimento No Tav, ricordiamo la somma esorbitante chiesta all’epoca del processone No Tav che riguardò le giornate di lotta del 27 giugno e del 3 luglio 2011 che ammontava a 650 mila euro, ma anche altre occasioni in cui il dissenso e la lotta all’interno delle aule dei Tribunali sono state relegate a un dettaglio facoltativo in democrazia sotto il ricatto del denaro. Vogliamo ricordare la condanna ad Alberto Perino, Loredana Bellone e Giorgio Vair, condannati al risarcimento dei danni per un presidio che avrebbe causato danni a Ltf a Susa in zona autoporto nel lontano 2010, condannati a pagare 214mila euro perché non si riuscirono a insediare macchinari e uomini per fare i sondaggi geognostici. Risarcimenti come quelli richiesti oggi vogliono affermare la ragion di Stato costi quel che costi, pensando che sia accettato socialmente che a persone normali che studiano e lavorano o sono in pensione venga richiesta una tale somma di denaro per aver partecipato a movimenti sociali che hanno fatto la storia del nostro Paese. É evidente che non sia razionale né possibile pensare che si potranno pagare tali somme, ma che l’obiettivo è quello di intimorire e spaventare tutto un movimento e fare da monito per chi pensa di organizzarsi e lottare. Per quanto ci riguarda noi non siamo abituati a misurare il mondo in carta moneta ma evidentemente per le istituzioni dello Stato la propria credibilità è questione di contabilità. Continuare a imporre con assoluta noncuranza delle voci che vi si oppongono un’opera come il tav, spacciandola come un’infrastruttura di interesse strategico nazionale è un esempio lampante della prepotenza dello Stato, che non incarna proprio alcuna ragione: ma anzi, propaganda l’uso della forza come unico mezzo con cui imporre le proprie decisioni e garantirsi quel poco di legittimità che gli rimane. La Valle di Susa avrebbe volentieri fatto a meno di vedere il proprio territorio deturpato e militarizzato, occupato da tutte le forze dell’ordine e dall’esercito, sapendo anche di dovergli pagare gli straordinari. “Lottare costa caro” è il titolo di uno dei tanti articoli usciti a seguito del lancio della notizia dei milioni richiesti durante questo processo: costa caro certo, ma ciò che sembra sempre più cara è la possibilità di esprimere contrarietà a fronte di scelte scellerate dei Governi, gli stessi che oggi ci stanno trascinando in guerra. Se organizzarsi collettivamente viene paragonato a metodi mafiosi, rappresentare ed esprimere l’opposizione sociale porta a pagare caro nell’era in cui il soldo è l’unico strumento con cui dare valore alla giustizia, siamo sicuri che qua i conti non stanno tornando. Eppure ci si aspetterebbe di sentire che il dissenso è il sale della democrazia, anche nelle aule di Tribunale….. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Torino: maxi processo contro Askatasuna. I Pm chiedono 88 anni di carcere per 28 attivisti/e
Chiesti in totale 88 anni di carcere per 28 compagne e compagni del centro sociale Askatasuna. Le accuse mosse dalla pm Pedrotta sostengono che all’interno del centro sociale operi un’associazione a delinquere. Inizialmente, l’accusa era stata definita come “sovversiva”, ma è stata successivamente modificata in “associazione a delinquere”. Ventotto anni di resistenza per ottantotto anni di carcere. I primi sono l’età di Askatasuna, spesso abbreviata in Aska, centro sociale di Torino con sede dal 1996 in corso Regina Margherita 47. Tra i più attivi e combattivi d’Italia: instancabile motore di mobilitazione e conflitto sociale, in Valsusa come in città. I secondi rappresentano la pesante richiesta della procura nei confronti di 28 militanti del centro sociale di cui 16 accusati di associazione per delinquere. Reato mutato in «associazione a resistere» da un pezzo di città e movimento che si è stretto attorno ad Aska. Era l’ottobre di due anni fa quando, in barba a una diffida del questore, in molti si ritrovarono al numero 47 per un concerto in strada, nel quartiere Vanchiglia, per rigettare insieme le accuse, dire no alle richieste di sgombero e alla volontà di zittire una voce scomoda. C’erano i Bluebeaters, gli Africa Unite, la Bandakadabra, i Lou Dalfin e Willie Peyote. Fu appeso uno striscione con scritto «Que Viva Askatasuna». SI SONO ALTERNATE da allora le udienze al processo di Torino, che in prima ipotesi era stato imbastito dai pm (in chiusura di indagine) con il capo d’accusa di «associazione sovversiva», bocciato dal gip e riformulato dal tribunale del Riesame in «associazione a delinquere». Decisione, poi, confermata dal gup. Martedì c’è stata la requisitoria dell’accusa, sostenuta dai pm Manuela Pedrotta ed Emilio Gatti: è durata quasi otto ore. I magistrati hanno voluto precisare che non si tratta di un processo al centro sociale Askatasuna, ma a un gruppo di persone che si sono dotate di una struttura organizzativa simile a quella di un partito per «affermare la loro esistenza politica con metodi violenti». La tesi è quella dell’esistenza di un gruppo di «professionisti della violenza» che, tra le varie cose, si è impegnato nella «lotta al Tav» in Valsusa perché «è quella che dà maggiore visibilità a livello nazionale». Sono state ricostruite diverse azioni contro i cantieri portate avanti fra il 2019 e il 2021. E, poi, questa presunta «organizzazione» imporrebbe le proprie regole all’università: «Se decidono che le lezioni vanno sospese, si devono sospendere». I pm hanno parlato di «programma criminoso»; le richieste di condanna vanno per i 28 imputati da sette anni di carcere a uno. GLI ATTIVISTI rigettano le accuse, anche i toni «sprezzanti» nei confronti di «compagni e compagne del centro sociale Askatasuna, del movimento No Tav e dello Spazio popolare Neruda», e lamentano «l’intento dell’accusa di stravolgere il significato profondo di ciò che in un contesto democratico sarebbe riconosciuto come la legittimità del dissenso e del conflitto sociale», nonché «un’imbarazzante ignoranza di cosa si tratta quando si parla di agire politico dei movimenti sociali». Lo scrivono sulle pagine di associazionearesistere.org, sostenendo che l’impostazione dell’accusa si basa su intercettazioni completamente decontestualizzate. «Si dà il caso però – si legge ancora sul sito – che mentre nelle aule del tribunale di Torino si consuma la favola distopica secondo cui il conflitto sociale sarebbe il primo male della società. La mafia, che in Valsusa è davvero presente, sta procedendo indisturbata nella costruzione del Tav, in barba alle innumerevoli inchieste, come dimostra l’interdittiva a Cogefa» su cui ci sarebbe l’ombra della ’ndrangheta. RECENTEMENTE, in realtà, il Consiglio di Stato ha accolto una sospensiva dell’interdittiva rinviando la discussione nel merito alla camera di consiglio del prossimo 9 gennaio. Per gli attivisti «il portato delle argomentazioni dell’accusa è il sintomo plastico di come oggi è intesa la questione democratica». E spiegano: «Pensare che esista una componente sociale pronta a mettersi in gioco per cambiare l’esistente e che abbia l’ambizione di essere di massa diventa prova di organizzazione criminale. Pensare che una lotta trentennale contro il Tav sia un esempio per altre lotte diventa prova di reato associativo. Pensare che ci siano persone che hanno delle competenze a disposizione della lotta implica una prova di eterodirezione. Pensare che ci sia una collettività diventa prova di reato associativo». Al termine dell’udienza dai banchi è stata intonata Bella Ciao. A gennaio le ultime udienze, a cui seguirà la sentenza di primo grado. La prima risposta di compagne e compagni è stata la campagna “Associazione a Resistere”, per supportare e sostenere la lotta collettiva con il sito www.associazionearesistere.org. Le corrispondenze di Martina, compagna del centro sociale Askatasuna a Radio Onda d’Urto Ascolta o scarica –  Ascolta o scarica. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Massa: sgomberata Casa Rossa
Sgombero poliziesco all’alba di lunedì 9 dicembre contro la Casa Rossa Occupata di Montignoso, a Massa (Massa Carrara). Blindati, polizia, funzionari della Digos e operai dell’Anas in massa fuori da uno spazio che per 12 anni ha rappresentato il fulcro di un’ampia comunità solidale, aperta a tante realtà di tutta la zona delle Apuane e del nord della Toscana. Solo sabato scorso, centinaia di persone hanno manifestato a Massa contro il “ddl sicurezza”, ribadendo il diritto al dissenso. Ora, dopo lo sgombero, si apre un nuovo capitolo per la resistenza apuana. Dal presidio solidale fuori dalla Casa Rossa Occupata la corrispondenza di Radio Onda d’Urto con un compagno. Ascolta o scarica Di seguito, il comunicato della Casa Rossa: “Casa rossa è ovunque, non si sgombera un’idea. Oggi è stato eseguito lo sgombero della casa rossa occupata, ma la comunità resistente che si è costruita in questi anni non si può sgomberare, è fatta di persone, delle loro idee individuali e collettive e delle lotte che si sono portate avanti per oltre un decennio. Le centina di persone che si sono nuovamente ritrovate a Massa solo qualche giorno fa hanno urlato chiaramente a questo governo che non sono disposte a vedersi sottrarre ulteriori diritti da leggi di stampo fascista che minano ogni libertà di manifestare dissenso e preoccupazione rispetto alla fase che sta attraversando il paese. Oggi salutiamo, momentaneamente, uno spazio fisico, un luogo di socialità, un centro di discussione e di lotta, un posto in cui siamo cresciut3, dove siamo stat3 accolt3, dove abbiamo riso, ci siamo divertit3 e arrabiat3, ma quello che lì dentro, in quelle quattro mura, è stato costruito, non morirà mai. Le idee, il valore dell’azione collettiva che hanno permesso la nascita e la vita di un luogo come la Casa Rossa si riprodurranno, cresceranno e vivranno ovunque. In questi ultimi intensi mesi la comunità che ci compone e sostiene ha dimostrato di saper trasformare l’energia dei colpi subiti ribaltandola in uno slancio in avanti. È stato fatto con il percorso per la conquista e il riconoscimento dei beni comuni e nelle decine di assemblee che si sono succedute in queste settimane. Sarebbe inutile lamentare la brutalità di queste destre, o dirci sorprese per aver avuto la dimostrazione che la legalità che paventano è fatta solo di manganelli e sgomberi. Piuttosto siamo fermamente convinti che il territorio saprà riconoscere ciò che questo sgombero simboleggia in termini più ampi e agire di conseguenza. Oggi si apre un nuovo capitolo: dalla Casa Rossa alla resistenza apuana. Chi pensava di fermarci capirà presto di aver commesso un grosso errore. Non resteremo molto senza casa. Ci vediamo oggi alle ore 18 all’ex cinema Astor per un’assemblea pubblica. Sui cadaveri dei leoni banchettano le iene credendo di aver vinto, ma le iene restano iene e i leoni restano leoni.”   > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Giulianova: Polizia e ruspe per sgomberare il campetto occupato
Sgomberato all’alba di venerdì 6 settembre il Campetto Occupato, spazio abitativo e sociale di Giulianova Lido, in Abruzzo. Qui è arrivata la polizia con tanto di ruspe per abbattere fisicamente le strutture che ospitavano persone senza casa., nella zona dell’ex depuratore del parco Annunziata. La corrispondenza di Radio Onda d’Urto con un compagno. Ascolta o […] L'articolo Giulianova: Polizia e ruspe per sgomberare il campetto occupato sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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Genova: Sgombero del Lsoa Buridda
Sgombero poliziesco a Genova contro il Laboratorio sociale occupato autogestito Buridda. All’alba di martedì 30 luglio blindati e agenti delle varie forze di polizia si sono presentati in massa in corso Monte Grappa, 39 con la strada chiusa in entrambe le direzioni. Buridda aveva trovato casa nell’ex Magistero 10 anni fa, nel 2014, dopo un […] L'articolo Genova: Sgombero del Lsoa Buridda sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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Torino: Sgombero dell’ex lavatoio occupato di borgo Vittoria
All’alba di questa mattina – 9 luglio 2024 – é stato sgomberato e sottoposto a sequestro preventivo l’Ex Lavatoio Occupato di Corso Benedetto Brin 21 a Torino. Durante lo sgombero sono stati sequestrati materiali vari a fini investigativi. Lo spazio occupato dell’ ex lavatoio municipale di corso Brin a Torino è stato sgomberato alle 6 […] L'articolo Torino: Sgombero dell’ex lavatoio occupato di borgo Vittoria sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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“Idea” della Cassazione: Askatasuna uguale lotta armata
La Cassazione interpreta, diciamo così, il pensiero dei militanti del centro sociale torinese Askatasuna e confermando le misure cautelari decise prima dal gip poi dal Riesame in un processo per associazione per delinquere e scontri con le forze dell’ordine dice che alcuni imputati “coltivano propositi di lotta armata”. di Frank Cimini Nemmeno i pm erano […] L'articolo “Idea” della Cassazione: Askatasuna uguale lotta armata sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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Torino: Ispezione al centro sociale Askatasuna. Meloni e Salvini ordinano, la Questura esegue
Operazione di polizia al centro sociale occupato Askatasuna di Torino. Alle 7 del mattino di lunedì 11 dicembre, digos, celere, carabinieri hanno raggiunto lo stabile di corso Regina Margherita e circondato l’isolato con i blindati, accompagnati anche da Asl e Vigili del fuoco. L’operazione, terminata a metà mattinata, ha portato al prelievo di alcune bombole […] L'articolo Torino: Ispezione al centro sociale Askatasuna. Meloni e Salvini ordinano, la Questura esegue sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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Torino: sei misure cautelari contro attivisti dell’Askatasuna
“Ci vogliono sgomberare”. Il provvedimento dopo che la Cassazione ha riconosciuto il reato associativo di Mauro Ravarino da il manifesto Un anno fa, alla vigilia dell’inizio processo per associazione a delinquere, una grande festa di strada si strinse attorno al centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita 47. Una voce scomoda e una presenza attiva […] L'articolo Torino: sei misure cautelari contro attivisti dell’Askatasuna sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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