Lunedì 31 marzo sarà emessa la sentenza di primo grado nel processo contro 26
compagni e compagne del centro sociale Askatasuna, dello spazio popolare Neruda
e del movimento NO TAV, con condanne richieste per un totale di 88 anni. 16 tra
loro sono accusati di “associazione e delinquere”, dopo una lunga e costosa
inchiesta della […]
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Il libro “Carcere ai ribell3: il carcere come strumento di repressione del
dissenso” è appena uscito per l’Associazione Editoriale Multimage ed è stato
curato Nicoletta Salvi Ouazzene, attivista del comitato Mamme in piazza per la
libertà del dissenso di Torino. Il libro racconta diverse storie che hanno visto
come protagoniste in particolare donne, militanti e […]
Gianni è stato tante cose diverse. Era del 1938. Sua madre partorì in casa a
Mombercelli. Lui era prematuro e gracile: la durezza degli anni della guerra
facevano presagire che non avrebbe passato l’infanzia. Invece “Spinacino” ce ha
fatta. In barba al freddo, alle bombe, alla fame e ai tanti malanni di quei
primi anni, arriverà al 5 febbraio 2025, quando se ne è andato nel sonno.
Lasciato il paese, da cui riporterà il ricordo indelebile degli alberi, delle
foglie, dell’aria di collina, con i genitori e il fratellino si trasferisce a
Torino. Il panorama della città nel primo dopoguerra è segnato dalle macerie
delle case bombardate e dagli alberi dei viali tagliati per fare legna. I soldi
sono pochi e la vita, in due stanze con il ballatoio ed il cesso fuori, è grama.
La scuola sarà per lui un mondo speciale, che amerà sin dai primi anni.
Al punto che sceglierà di fare il maestro. La laurea, che, all’epoca non serviva
per insegnare alle “elementari” come si chiamavano allora, la prenderà anni
dopo, con una tesi di pedagogia libertaria.
A cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il giovane maestro viene
allontanato dall’insegnamento per cinque lunghi anni, in cui verrà confinato in
un ufficio. Le sue idee erano troppo sovversive.
A quell’epoca la scuola elementare era simile ad una piccola caserma. I bambini
separati dalle bambine, le divise, lo stare sull’attenti, il recitare la
preghiera, l’alzarsi in piedi quando entrava l’autorità, lo stare per ore
immobili, “composti” nei banchi.
Gianni si nutre delle idee e delle esperienze di Celestin Freinet, del nativo
canadese Wilfred Peltier, della scuola pedagogica statunitense.
Gianni, quando arriva in classe si fa dare del tu ai bambini, non li rinchiude
nell’aula, li porta fuori a toccare con mano le cose: il fiume, gli alberi, ma
anche la realtà sociale, quella dei profughi istriani delle Vallette, quella dei
napoletani emigrati in gran numero a Cirié, all’imbocco delle valli di Lanzo,
dove insegnerà a lungo dopo la pausa forzata imposta dal Ministero.
A Cirié, complice una mamma che sapeva riparare le bici, i bambini partono ad
esplorare il territorio per capire la cosa più importante: le domande da fare,
la curiosità che nasce dall’esperienza, il proprio percorso nella vita. Con le
bici Gianni e i suoi bambini arrivano ad invadere la pista dell’aeroporto di
Caselle, per vedere come erano fatti gli aerei, con i quali i più fortunati
partivano per paesi favolosi, che ai ragazzini della Ciriè operaia erano
preclusi. Tante imprese, tanti viaggi, soprattutto viaggi nella realtà sociale,
dove si parla di lavoro e di licenziamenti punitivi. Una volta, con i bambini
occupa l’ufficio del sindaco perché a scuola fa freddo.
Storie di frontiera in una scuola che oggi non è più fatta di autorità e
disciplina anche grazie ai partigiani dei bambini come Gianni Milano.
Lui lo diceva a chiare lettere: “bisogna dar voce ai bambini: sono loro che
decidono come apprendere meglio, e cosa fare”.
Gli ultimi anni a scuola, dove lavorerà per 40 anni, li trascorre a Lanzo dove
insegna alle future maestre.
Quando i suoi capelli sono diventati tutti bianchi, ha continuato a portarli
lunghi e scarrufati, come ai tempi in cui si guadagnò il soprannome
dispregiativo, ma portato con orgoglio, di “maestro capellone”.
Lui non ne parlava più di tanto, ma se date un’occhiata ai libri, alle riviste,
alla storia di quegli anni speciali scoprirete che è stato tra i protagonisti
della cultura beat nel nostro paese.
Era un fricchettone colto, scriveva poesie sulla sua lettera 32. Poesie che
trovate sparse qua e là, di recente molte sono state raccolte in un volume per
le edizioni Fenix.
D’estate, quando le scuole erano chiuse, autostop e via per il mondo. Ma poi
tornava sempre a Torino, che non era più la città bigia e dura dei suoi primi
anni, ma sempre la città in cui si sentiva a casa, all’ombra delle montagne.
Era amico di Fernanda Pivano e di Allen Ginsberg, è stato uno dei protagonisti
della beat generation: pubblica Off Limits (1966), Guru (1967), Prana (1968),
King Kong (1973), Uomo Nudo (Tampax, 1975). È tra i fondatori della
Pitecantropus Editrice, un tentativo di unire le anime della cultura Beat.
Spirito profondamente libertario, specie negli ultimi anni si lega al movimento
anarchico, attraversandone le lotte.
Abitava in fondo a corso Vercelli, a due passi dal Balon, dove lo incontravamo
spesso in occasione di presidi e banchetti. Arrivava e parlava con tutti,
indossando un fazzoletto rosso e nero, spacciando idee e libri. Vivace come un
folletto, mai stanco, nonostante gli anni che passavano ed i nuovi malanni.
Lo ricordiamo in tanti 25 aprile, tanti primi maggi, portare con orgoglio la
bandiera rossa e nera. Anche in valle ha intersecato varie volte le strade dei
cortei e delle lotte, perché in quella lotta popolare, specie in certi anni,
seppe riconoscere il tempo che muta, quando la gente comune, quella che non ci è
avvezza, alza la testa.
Lo conoscevano tutt. Con la sua parlantina sciolta e il suo stile da vecchio
maestro, lo trovavate nei posti dove la gente sceglie di essere protagonista, di
alzarsi in piedi, di costruire da se il proprio cammino.
Eravamo in tanti a salutarlo nel piazzale del Cimitero Maggiore di Torino,
nonostante il freddo e la pioggerellina insistita. Il Cor’Occhio circondato da
bandiere anarchiche, sullo sfondo uno striscione No Tav ha intonato i canti
anarchici e quelli di chi diserta la guerra. Gianni che l’aveva conosciuta fu un
antimilitarista convinto, senza sfumature.
Lo abbiamo ricordato con la musica, le parole, le sue poesie.
In questi tempi grami, con le scuole che rischiano di diventare nuovamente
caserme, il ricordo del maestro capellone, che sfrecciava alla testa della sua
ciurma di bambini liberati dai banchi per la campagna piemontese, resterà
un’ancora che renderà più forte la determinazione a continuare a pedalare per
cambiare il mondo intollerabile in cui siamo forzati a vivere.
Nel lungo percorso attraverso le grandi statue del monumentale siamo arrivati in
una zona povera. Gianni, nato sulla terra, ha scelto di tornarvi. Sulla bara una
bandiera nera e tanti garofani rossi.
Elfo di città, con un cuore contadino, continueremo a vederlo volteggiare a
Torino e in Valle, o al Balon, dove si mescolava con gli anarchici e i
senzapatria.
Ciao Gianni!
I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese
Durante la giornata di ieri a San Didero sono iniziati i lavori per la
costruzione della rotonda antistante al cantiere, sin da subito i No Tav hanno
presidiato il piazzale del presidio, luogo in cui l’allargamento della rotonda
potrebbe proseguire. Sono già stati posizionati nuovi jersey lungo la statale
25, creando non poche difficoltà per […]
In A.C.A.B., la serie prodotta dalla multinazionale americana Netflix la lotta
No Tav viene mostrata in modo macchiettistico e violento, in linea oltretutto
con la retorica giornalistica che abbiamo visto in questi anni. La
rappresentazione equilibra forzatamente le violenze, suggerendo una simmetria
tra le parti, con un ferito per parte, come se il peso reale della repressione
fosse bilanciato. il divario è ben più marcato e lo dimostrano le inchieste
giudiziarie che ci hanno colpito in questi anni, gli anni di carcere elargiti
come se fossero noccioline, i nostri feriti e il territorio militarizzato come
se fossimo in guerra.
di Movimento No Tav da notav.info
In Val Susa abbiamo avuto modo di vedere A.C.A.B., la serie prodotta dalla
multinazionale americana Netflix e uscita mercoledi 15 gennaio. Eravamo curiosi
di osservare come una fiction di tale portata avrebbe trattato la nostra terra e
la nostra lotta. Quello che abbiamo visto non ci ha colpiti: la Val Susa, in
questo caso, è solo un pretesto narrativo per introdurre la storia dei reparti
celere protagonisti.
È significativo, tuttavia, che la lotta No Tav venga mostrata in modo
macchiettistico e violento, in linea oltretutto con la retorica giornalistica
che abbiamo visto in questi anni. La rappresentazione equilibra forzatamente le
violenze, suggerendo una simmetria tra le parti, con un ferito per parte, come
se il peso reale della repressione fosse bilanciato. In realtà, il divario è ben
più marcato e lo dimostrano le inchieste giudiziarie che ci hanno colpito in
questi anni, gli anni di carcere elargiti come se fossero noccioline, i nostri
feriti e il territorio militarizzato come se fossimo in guerra.
Quello che la serie mette in scena non è uno scontro realistico, ma una sorta di
battaglia epica, che ricorda le lotte tra antichi romani e popolazioni
barbariche, in cui solo l’inganno consente ai “barbari” di colpire un valoroso
centurione.
La narrazione non appare squilibrata solo nella rappresentazione della violenza,
ma anche nell’attribuzione delle sue origini. Si tenta di far credere al vasto
pubblico globale di Netflix che le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine
in Val Susa – e altrove – siano una reazione inevitabile, giustificata dalla
tensione generata dai manifestanti. Questi vengono rappresentati attraverso la
solita retorica manichea, che li divide in “pensionati buoni” e “zecche
pericolose”, oppure riducendo ogni abuso a episodi isolati causati dal singolo
elemento irruento: la stanca e falsa narrazione della “mela marcia” che nega, di
fatto, la verità incontrovertibile per cui è il sistema ad essere violento,
imponendo con la forza ciò che viene rifiutato da più di 30 anni in questa
valle. E quindi nessun riferimento, ovviamente, alle ragioni della protesta,
alle origini di una contrarietà ragionata e diffusa nella nostra valle, alla
devastazione che quotidianamente osserviamo, ai nostri boschi distrutti, alle
colate di cemento, all’inquinamento, ai rischi per la nostra salute.
Poiché noi la realtà la viviamo quotidianamente sulla nostra pelle, sappiamo che
quello che accade in Valsusa non è un film e infatti conosciamo il prezzo per
difendere il nostro territorio dalla devastazione. Siamo di fronte ad un crimine
ambientale che all’oggi non vede punire i colpevoli, anche se sappiamo bene chi
sono. Cosa che invece sta accadendo è che alcuni di noi sono accusati del reato
di associazione a delinquere e dai vari ministeri e da Telt ci viene richiesto
un rimborso pluri-milionario per difendere quei cantieri che la nostra valle non
ha mai richiesto. La realtà è qui, tra le persone che vivono queste montagne. In
questo documentario di cui vi alleghiamo il link, Archiviato (regia di Carlo
Amblino, con voce narrante di Elio Germano) sono elencati una piccola parte
degli abusi che abbiamo subito in questi anni. La nostra Resistenza ci porterà
alla vittoria e questo è quanto basta.
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Nel processo contro numerosi esponenti dell’area dell’Autonomia, accusati di
associazione a delinquere, dopo le richieste di 88 anni di carcere da parte del
PM, lunedì mattina sono arrivate quelle delle parti civili, i ministeri
dell’Interno e della Difesa e Telt, la società che ha l’appalto per la Torino
Lione. Cifre esorbitanti, specie se si tiene […]
Il Governo e Telt chiedono un totale di oltre 7 milioni di euro al Movimento No
Tav, ai compagni e alle compagne del centro sociale Askatasuna e dello Spazio
Popolare Neruda. Al processo che vede coinvolte 28 persone di cui 16 con
l’accusa di associazione a delinquere ha visto andare in scena la richiesta dei
risarcimenti dei “danni” per le manifestazioni prese in oggetto dall’inchiesta,
perlopiù svolte in Val di Susa.
da Associazione a Resistere
Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno e Ministero della
Difesa, costituitisi in parte civile, richiedono sia il danno patrimoniale per
le persone infortunate oltre che per i mezzi e il vestiario danneggiati, ma
anche per il costo delle attività investigative della Questura, gli
straordinari, l’indennità di ordine pubblico, sia il danno non patrimoniale. Per
dare qualche cifra da capogiro, soltanto nel 2021 lo straordinario calcolato per
i celerini ammontava a 1.024.785 di euro, a queste spese occorre aggiungere le
spese del vitto, dell’alloggio e vettovagliamento. Bisogna poi contare il danno
non patrimoniale, ossia il danno all’immagine, lesione del prestigio e
credibilità dell’istituzione. Ciò si concretizza per un totale di oltre 7
milioni di euro (di cui 2.500.000 euro in via provvisionale esecutiva in attesa
che il processo si concluda in via definitiva, ciò implica la possibilità che,
già in primo grado di giudizio, una parte della quantificazione dei danni dovrà
essere liquidata immediatamente, pena la sospensione della condizionale): 3,6
milioni per il Ministero dell’Interno, 3 mila euro per il Ministero della
Difesa, a questo si aggiunge il danno non patrimoniale per la cifra di 3 milioni
al Ministero dell’Interno e ulteriori 100 mila euro per il Ministero della
Difesa e 100 mila per la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Oltre alle cifre
richieste dall’avvocatura di Stato, vengono sommati 1 milione di euro
immediatamente esecutivi ai quali si aggiungeranno danni patrimoniali (e non) da
liquidare e quantificare in sede civile da parte di Telt. Questa richiesta mette
sotto accusa e infonde l’idea che chi protesta debba sobbarcarsi l’onere di
pagare poliziotti in trasferta, gli extra, gli straordinari e tutto ciò che
comporta la presenza di migliaia di poliziotti tenuti in pianta stabile a
occupare un intero territorio come la Val Susa.
Durante l’udienza si è tenuta anche la prima parte dell’arringa difensiva
dell’avvocato Novaro in merito al capo 1 incentrata sull’inconsistenza delle
accuse dell’associazione a delinquere. Viene smontata quindi pezzo pezzo la
memoria della Procura evidenziando tutte le forzature, i pregiudizi e
l’inconsistenza di un teorema accusatorio che vuole negare la politicità
dell’agire degli imputati, relegando la storia dei movimenti a espressioni
deliquenziali, complotti criminali e nient’altro. Alla faccia della
costituzione. É stata destrutturata la tesi cardine dell’accusa che, come aveva
inaugurato la pm Pedrotta nel suo discorso per formulare le richieste, non
sarebbe tutta l’Askatasuna a essere considerata criminale ma soltanto un gruppo
al suo interno: allora non si spiega come possa reggere tutto l’impianto
accusatorio se questa affermazione fosse vera. É stato sottolineato come nelle
pagine dell’inchiesta ci siano copia e incolla delle annotazioni della digos che
non sono state minimamente contestualizzate e inoltre, non ci è dato sapere il
criterio con il quale siano state formulate le richieste dell’accusa. Un tema
importante che è stato messo al centro poi, è come la solidarietà non possa
essere comparata a comportamenti e dinamiche afferenti a dimensioni mafiose, in
quanto basta alzare lo sguardo e vedere che in tutta Italia, ma siamo certi di
poter dire in tutto il mondo, tutti i movimenti sociali si supportano a vicenda,
si organizzano per portare avanti le lotte e per supportare le compagne e i
compagni perseguiti dalla legge, il che prevede l’esborso di denaro.
E non è la prima volta infatti, che il Governo e Telt vogliono giocare la carta
dei soldi per mettere i bastoni fra le ruote al Movimento No Tav, ricordiamo la
somma esorbitante chiesta all’epoca del processone No Tav che riguardò le
giornate di lotta del 27 giugno e del 3 luglio 2011 che ammontava a 650 mila
euro, ma anche altre occasioni in cui il dissenso e la lotta all’interno delle
aule dei Tribunali sono state relegate a un dettaglio facoltativo in democrazia
sotto il ricatto del denaro. Vogliamo ricordare la condanna ad Alberto Perino,
Loredana Bellone e Giorgio Vair, condannati al risarcimento dei danni per un
presidio che avrebbe causato danni a Ltf a Susa in zona autoporto nel lontano
2010, condannati a pagare 214mila euro perché non si riuscirono a insediare
macchinari e uomini per fare i sondaggi geognostici.
Risarcimenti come quelli richiesti oggi vogliono affermare la ragion di Stato
costi quel che costi, pensando che sia accettato socialmente che a persone
normali che studiano e lavorano o sono in pensione venga richiesta una tale
somma di denaro per aver partecipato a movimenti sociali che hanno fatto la
storia del nostro Paese. É evidente che non sia razionale né possibile pensare
che si potranno pagare tali somme, ma che l’obiettivo è quello di intimorire e
spaventare tutto un movimento e fare da monito per chi pensa di organizzarsi e
lottare. Per quanto ci riguarda noi non siamo abituati a misurare il mondo in
carta moneta ma evidentemente per le istituzioni dello Stato la propria
credibilità è questione di contabilità. Continuare a imporre con assoluta
noncuranza delle voci che vi si oppongono un’opera come il tav, spacciandola
come un’infrastruttura di interesse strategico nazionale è un esempio lampante
della prepotenza dello Stato, che non incarna proprio alcuna ragione: ma anzi,
propaganda l’uso della forza come unico mezzo con cui imporre le proprie
decisioni e garantirsi quel poco di legittimità che gli rimane. La Valle di Susa
avrebbe volentieri fatto a meno di vedere il proprio territorio deturpato e
militarizzato, occupato da tutte le forze dell’ordine e dall’esercito, sapendo
anche di dovergli pagare gli straordinari. “Lottare costa caro” è il titolo di
uno dei tanti articoli usciti a seguito del lancio della notizia dei milioni
richiesti durante questo processo: costa caro certo, ma ciò che sembra sempre
più cara è la possibilità di esprimere contrarietà a fronte di scelte scellerate
dei Governi, gli stessi che oggi ci stanno trascinando in guerra. Se
organizzarsi collettivamente viene paragonato a metodi mafiosi, rappresentare ed
esprimere l’opposizione sociale porta a pagare caro nell’era in cui il soldo è
l’unico strumento con cui dare valore alla giustizia, siamo sicuri che qua i
conti non stanno tornando. Eppure ci si aspetterebbe di sentire che il dissenso
è il sale della democrazia, anche nelle aule di Tribunale…..
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Martedì si è conclusa la prima parte del maxiprocesso imbastito contro il CSOA
Askatasuna, lo Spazio popolare Neruda ed il Movimento No TAV, con la
requisitoria della PM Pedrotta e la richiesta di 88 anni di carcere complessivi
per un totale di 26 compagni e compagne. Il processo li vede accusati di
associazione a delinquere: […]
Come ogni anno ormai dal 2005, anno della storica riconquista di Venaus,
domenica 8 dicembre si terrà in Valle una marcia popolare per ribadire
l’opposizione alla grande opera inutile che è il TAV. In particolare, quest’anno
il movimento NO TAV ha deciso di tenere la manifestazione a Susa, dove secondo i
progetti del TAV dovrà […]
Sabato scorso una marcia popolare No Tav ha attraversato le strade di Susa per
ribadire l’opposizione ad un’opera inutile, dannosa, costosissima. Dopo lo
sgombero violento del presidio No Tav “Sole e Baleno” della notte tra il 6 e il
7 ottobre, l’area è stata cintata e militarizzata, la statale 25 in quel tratto
è stata […]