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Fentanyl (parte 1)
La crisi del fentanyl negli Stati Uniti ha proporzioni epidemiche. Per comprendere la scala del fenomeno, il numero dellx statunitensi uccisi dagli oppioidi sintetici in un solo anno supera ampiamente il totale dei soldati statunitensi morti durante l’intera guerra del Vietnam (circa 58.000 vittime in oltre un decennio). Negli Stati Uniti si muore significativamente di più per overdose da fentanyl rispetto agli incidenti stradali. Nel 2022, al culmine della mortalità causata da questa droga, il capo della Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense, Anne Milgram, ha affermato che “il fentanyl è la droga più letale che la nostra nazione abbia mai affrontato”. Lo scorso 3 luglio, all’ospedale Israelitico di Roma sono sparite 80 fiale del potente farmaco antidolorifico che è anche una delle droghe sintetiche più pericolose, il fentanyl appunto. Si è stimato che questa quantità di fentanyl è idonea a confezionare fino a circa 20.000 dosi destinate al consumo illecito.
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Independence day
El Ninho non ha risparmiato neanche il 250esimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, come d’altronde non ha risparmiato l’Europa. A Washington la tradizionale parata del Giorno dell’Indipendenza è stata cancellata dopo che il National Weather Service ha diramato un’allerta per caldo estremo, con temperature percepite comprese tra 43 e 46 gradi. Decine di migliaia di persone che avevano sfidato il caldo più intenso mai registrato nella capitale per il 4 luglio sono state costrette a lasciare il National Mall diverse ore prima del discorso a causa dell’arrivo di temporali, altre “È urgente intervenire per salvaguardare le condizioni in cui i mercati, e la civiltà stessa, possono funzionare”, ha detto un alto dirigente di Allianz, il colosso delle assicurazioni. Da queste dichiarazioni, abbiamo provato a esplorare alcuni scenari economico-finanziari innescati dalla crisi climatica, con l’aiuto di alcuni articoli di giornale e l’intervento del Prof. Andrea Fumagalli.
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Memorandum d’intesa USA-Iran ma nessuna pace per il Libano
Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa. La firma ufficiale è prevista in Svizzera il 19 giugno. Questo accordo va letto principalmente come una cornice negoziale generale: le questioni più controverse, a partire dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni e dagli equilibri regionali, non sono ancora state definite e dovranno essere oggetto di negoziati successivi. Una delle questioni più delicate riguarda le ricadute sul Libano. Israele, infatti, non ha mai sostenuto questa tregua, mentre l’Iran ha sempre ribadito che la fine dei bombardamenti israeliani sul Libano rappresenta una parte integrante dell’accordo. Lo si è visto chiaramente con il pesante bombardamento del quartiere di Dahiyeh, nella periferia sud di Beirut, avvenuto poche ore prima della conclusione del negoziato tra Stati Uniti e Iran. Il 9 giugno l’offensiva israeliana in Libano ha raggiunto i cento giorni, decine di villaggi del sud del Paese sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Le forze israeliane hanno occupato circa 2.000 chilometri quadrati di territorio libanese, nella più ampia avanzata dai tempi dell’occupazione del Libano iniziata nel 1982. L’obiettivo di Israele è chiaro: proseguire i bombardamenti fino a rendere permanentemente inabitabili ampie aree del Libano meridionale, mantenendo così un’occupazione militare stabile in quelle zone. È la cosiddetta “zona cuscinetto”, che inizialmente avrebbe dovuto estendersi fino al fiume Litani ma che, di fatto, continua a spostarsi sempre più a nord. Una dinamica analoga a quella osservata nella Striscia di Gaza, dove il governo Netanyahu ha annunciato l’intenzione di mantenere il controllo di porzioni sempre più vaste del territorio, fino al 70 per cento della Striscia. Pur con modalità militari differenti, processi simili di colonizzazione sono evidenti anche in Cisgiordania, dove proseguono i piani di espansione degli insediamenti e di consolidamento del controllo israeliano sul territorio. Tra i casi più significativi c’è quello della comunità di Khan al-Ahmar, che da prima del 2018 resiste al piano E1, il progetto di espansione israeliana che punta ad aumentare il controllo delle aree attorno a Gerusalemme e che contribuirebbe a dividere ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri.
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Imperialismo digitale: dibattito con l’autore al Blackout Fest / Sabato 13 giugno ore 17.30
Il libro di Dario Guarascio verrà presentato al Blackout fest 2026, ne parliamo con Dario di Conzo esperto di Cina e politiche economiche che modererà l’incontro di sabato 13 giugno. Il libro affronta il tema della transizione digitale e tecnologica come paradigma di questa fase storica, partendo da alcuni eventi che segnano lo spirito del tempo in ambito tecnologico e geopolitico. Il rapporto tra economia, tecnologia e guerra è ciò che viene analizzato nel libro, approfondendo quali sono le conseguenze della militarizzazione del paradigma tecnologico dominante. Qui tutto il programma del Fest 26! Qui una lunga intervista all’autore a cura de I saperi maledetti
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Cuba e gli effetti del bloqueo. Cosa succede a L’Avana?
La situazione a Cuba è estremamente critica: l’elettricità viene razionata per gran parte della giornata e il petrolio è quasi esaurito. Le persone scendono in strada con manifestazioni e cacerolazos. La strategia USA è evidente, orientata a un progressivo strangolamento economico del Paese, attraverso un blocco permanente ed extraterritoriale che incide direttamente sulle condizioni di vita della popolazione: energia, carburante, trasporti, medicinali e alimenti. Sembrerebbero in corso delle negoziazioni con gli Stati Uniti sulla possibilità di far arrivare aiuti umanitari attraverso soggetti terzi, come la Chiesa cattolica. Gli USA provano inutilmente a presentarsi al popolo cubano come estranei alla crisi, facendo arrivare aiuti e provando ad addossarne la responsabilità al governo. In questo, gioca un ruolo decisivo la propaganda occidentale: da mesi i grandi network descrivono Cuba esclusivamente come un “regime al collasso”, oscurando deliberatamente l’impatto devastante del bloqueo e ignorando le responsabilità dirette della guerra economica statunitense. Ne abbiamo parlato con un compagno che si trova attualmente a L’Avana.
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Trump a Pechino da Xi Jinping
Mercoledì Trump è volato in Cina per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping, accompagnato da diversi amministratori delegati: una delegazione di imprenditori di spicco provenienti da diversi settori, tra cui agricoltura, aviazione, veicoli elettrici e chip per l’intelligenza artificiale. Dopo due giorni, il presidente statunitense Donald Trump ha lasciato Pechino affermando di aver concluso “accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i paesi”, ma sono emersi pochi dettagli su ciò che le due superpotenze hanno concordato dal punto di vista commerciale. Interpellato in merito alle precedenti dichiarazioni di Trump a Fox News, in cui affermava che erano stati conclusi degli accordi, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, si è limitato a dire che “l’essenza delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti risiede nel mutuo beneficio e nella cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”. Ha aggiunto che entrambe le parti dovrebbero adoperarsi per attuare l'”importante consenso” raggiunto dai due leader e apportare maggiore stabilità ai rapporti commerciali bilaterali e all’economia globale. Secondo quanto riportato da Pechino, Xi ha affermato che le due parti hanno concordato un “nuovo posizionamento” per le relazioni basato sulla “stabilità strategica costruttiva”, ma il leader cinese ha lanciato il consueto avvertimento che Taiwan rimane la questione più delicata. “La questione di Taiwan è la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto”, ha avvertito Xi durante i colloqui, secondo quanto riportato dai media statali cinesi Taipei osserverà la situazione con attenzione, ma è difficile dire al momento se e come ciò influirà sulla collaborazione degli Stati Uniti con le aziende di semiconduttori di Taiwan, o sulla consolidata relazione con l’isola. La guerra contro l’Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz era un altro punto chiave dell’agenda, e Trump si è avvicinato ai colloqui sperando nella cooperazione cinese sul conflitto con l’Iran e sul mercato petrolifero. Il ministero degli Esteri cinese, però, non si è sbilanciato e rilasciato venerdì una dichiarazione in cui chiedeva “un cessate il fuoco globale e duraturo”. Secondo quanto riportato dai media cinesi, sebbene si sia discusso del Medio Oriente, i dettagli forniti sono stati limitati. Abbiamo chiesto a Sabrina Moles, di China-files, di commentare i nodi centrali dell’incontro tra i due leader mondiali.
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Ancora in stallo i negoziati tra USA e Iran. L’economia iraniana sembra reggere alle pressioni della guerra
La situazione tra Iran e Stati Uniti resta in stallo, mentre la tensione nello Stretto di Hormuz rimane elevata. Gli Stati Uniti starebbero valutando la proposta in 14 punti presentata dall’Iran, che prevede la riapertura dello stretto, cruciale per il traffico energetico globale. In cambio, Teheran chiede di rimandare la questione più delicata, cioè i negoziati sul proprio programma nucleare, che Washington vorrebbe smantellare completamente. Sul piano politico e militare, Trump non esclude del tutto una ripresa delle ostilità, confrontandosi tuttavia con un’opinione pubblica largamente contraria a una nuova escalation, i costi militari già estremamente elevati e una riapertura del conflitto che potrebbe far aumentare i prezzi dell’energia, con conseguenze interne dannose anche in vista delle elezioni di metà mandato. Dal punto di vista economico, le sanzioni e il blocco stanno effettivamente causando forti difficoltà all’Iran, con un’inflazione molto elevata quasi al 70%, con un rincaro dei prezzi soprattutto sui beni essenziali. Tuttavia, il sistema economico iraniano sembra reggere meglio del previsto, grazie anche a una struttura adattata alla resistenza in condizioni di crisi prolungata. Ne abbiamo parlato con Tara Riva, analista itao-iraniana esperta di relazioni internazionali.
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USA: UN ALTRO TASSELLO VERSO LE DEPORTAZIONI DI MASSA CON I LICENZIAMENTI AI GIUDICI DELL’IMMIGRAZIONE
Abbiamo chiesto a Giovanna Branca, giornalista freelance e coautrice del podcast sindrome americana, un commento a partire dal suo articolo uscito il 26 Aprile per il manifesto sui licenziamenti di massa nel settore della giustizia avvenuti durante l’amministrazione Trump. In particolare, sono stati colpiti i e le giudici non allineati alla strategia di deportazione di massa del governo, più di cento solo nell’ultimo mandato. A questo si accompagna la sostituzione con figure obbedienti.  Non si tratta di un caso, ma di una vera e propria strategia di governo delineata anche a partire dal programma conservatore Project 2025 della Heritage Foundation. Abbiamo chiesto alla giornalista Giovanna Branca se tutto ciò faccia parte del dibattito interno negli USA e se in qualche modo la popolarità di Trump sta iniziando a scricchiolare anche nella sua base elettorale, nonostante l’appello all’unità nazionale a seguito dell’attentato al Presidente USA del 26 Aprile. 
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Heading to another disaster
Epic Fury / Epic Fail / Hormuz / la guerra vista dal Golfo / Coffee gate / l’importanza dell’elio / una nave metaniera alla deriva nel Mediterraneo Comunicazione di servizio: L’elenco telefonico degli uragani va in pausa per 3 martedì. Citati nella puntata: Video sull’op Epic Fury – sito della Casa Bianca Non solo petrolio – articolo de Il Politico
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Cosa succede a Cuba e in Ecuador mentre il mondo guarda al Medio Oriente@1
Il presidente Daniel Noboa ha annunciato un coprifuoco notturno in quattro province costiere dell’Ecuador – Guayas, Los Ríos, Santo Domingo de los Tsáchilas e El Oro – come parte, dice, di una nuova offensiva contro narcotraffico e criminalità organizzata. La misura arriva mentre il paese è già in stato di emergenza in diverse regioni. Più recentemente, Noboa ha interrotto le relazioni diplomatiche con Cuba ed espulso bruscamente i suoi diplomatici, affermando senza prove che L’Avana interferiva negli affari interni dell’Ecuador. Ne parliamo con Andrea Cegna, giornalista e attivista esperto di America latina, che ci indica come scenario a cui prestare attenzione la Colombia, guidata dal presidente Gustavo Petro. Contemporaneamente, Cuba sta subendo un blocco petrolifero da parte degli Stati Uniti e altre intense pressioni da parte del presidente USA Donald Trump, il quale ha dichiarato apertamente di volere un cambio di regime all’Avana. Cinque persone sono state arrestate sabato a Cuba per atti di “vandalismo” dopo che un piccolo gruppo di manifestanti ha fatto irruzione in una sede provinciale del Partito Comunista Cubano e ha dato fuoco a computer e mobili. La protesta, che ha coinvolto anche una farmacia e un altro negozio, è avvenuto nella città di Morón, a poco più di 500 km a est dell’Avana. Di recente, a Cuba sono iniziati i cacerolazos notturni, per sfogare la frustrazione e mostrare il malcontento per la carenza di cibo e medicine. Lx residenti dell’isola sono inoltre soggettx a frequenti interruzioni di corrente a rotazione, che possono durare fino a 15 ore al giorno. Secondo i media indipendenti e i post sui social media, L’Avana è al centro delle proteste notturne, ma si stanno diffondendo anche in altre parti del Paese. Venerdì, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha confermato per la prima volta di essere in contatto con il governo statunitense per dei colloqui. Díaz-Canel ha inoltre dichiarato che negli ultimi tre mesi non sono arrivate spedizioni di petrolio a Cuba, attribuendone la colpa al blocco petrolifero statunitense. Ha aggiunto che l’isola si alimenta con un mix di gas naturale, energia solare e centrali termoelettriche. Trump ha affermato che Cuba sarà il prossimo obiettivo della sua agenda dopo la guerra con l’Iran e il rovesciamento, da parte degli Stati Uniti, del principale alleato di Cuba, Nicolás Maduro del Venezuela, avvenuto a gennaio. Ascolta l’aggiornamento della situazione da L’Avana, Cuba.
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