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Board of Peace, la nuova forma di colonialismo e pulizia etnica a Gaza
Lo scorso venerdì nell’ambito del World Economic Forum a Davos si è tenuta la cerimonia della firma della Board of Peace,  già annunciata da Donald Trump nell’ambito della Fase Due dell’accordo di “tregua” tra Israele e le fazioni della resistenza palestinese. Il BoP si presenta come una “organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile” ma dalla cui composizione, in continua evoluzione, si può ben comprendere il reale scopo: creare un’organizzazione sovranazionale con un unico capo e pieni poteri coloniali sui territori altrui e che miri a sostituire le Nazioni Unite. Un progetto che va molto al di là di Gaza in termini di interesse internazionale e che in nessun modo coinvolge i palestinesi, né nella futura amministrazione di Gaza né nella sua ricostruzione, come evidente dal Masterplan di “New Gaza” e “New Rafah”, presentati da Jared Kushner proprio a Davos.  Ne parliamo con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri. 
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Reagire alla violenza razzista: Minneapolis contro l’ICE@1
La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle deportazioni ai danni di persone immigrate o semplicemente razzializzate. L’omicidio di Reene Good, avvenuto il 7 Gennaio a poche centinaia di metri di distanza da dove fu ucciso George Floyd, è stato seguito il 14 Gennaio da una sparatoria ai danni di un’altra persona. Nonostante l’escalation della brutalità federale, talvolta coadiuvata dalla polizia locale, forme di organizzazione dal basso non esitano a reagire e a restituire al mittente un piccola parte di questa violenza razzista, dimostrando la capacità di adattare pratiche e strumenti di lotta ad un attacco in costante mutamento. Dopo la diretta da Chicago del 19 Dicembre torniamo a parlare con una compagna che si trova a Minneapolis per ricostruire quanto sta accadendo e inizialmente ragionare sul ruolo simbolico della città di Minneapolis nella strategia dell’Immigration and Customs Enforcement. Qui la prima parte: Proviamo, inoltre, a capire come si esprime ed evolve la reazione dei gruppi di risposta rapida contro le milizie dell’ICE, attraverso forme di acculturazione e autoformazione collettive (qui qualche spunto) e capacità di adattamento alle tattiche del nemico. Vale la pena mettere in risalto, poi, se il riflesso delle rivolte per l’omicidio di George Floyd riesca a sedimentare una generalizzata diffidenza rispetto alle relazioni con le aree progressiste istituzionali a vantaggio del rafforzamento di relazioni di comunità. Di sicuro, per effetto delle pressioni delle proteste si registrano negli ultimi anni defezioni tanto dai corpi di polizia, quanto, più di recente, dai reparti delle milizie federali: fare lo sbirro paga, ma evidentemente non abbastanza! Infine, dalla diffusione e pluralità delle azioni messe in campo arriviamo a ragionare sul ruolo dei gruppi di estrema destra e l’internità dei loro militanti negli apparati governativi impegnati nella caccia al migrante. Sebbene al potere, però, di recente l’estrema destra ha ricevuto l’accoglienza meritata nella città di Minneapolis, dove l’influencer suprematista e islamofobo Jake Lang è stato assalito dalla folla, senza avere il benché minimo spazio di agibilità o seguito. Ascolta qui la parte finale della puntata: NOTA di aggiornamento: mentre pubblichiamo questo articolo, il 24 gennaio, all’alba di una giornata di mobilitazione e di sciopero cittadino, gli agenti della Border Patrol (polizia di frontiera) hanno ucciso, forse meglio dire giustiziato, un’altra persona, il suo nome era Alex Pretti. “only good agent is a dead one”
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Cyberwarfare – la guerra “ombra” in Iran
Dall’8 gennaio 2026, dodicesimo giorno delle proteste in Iran, le autorità iraniane hanno imposto una chiusura quasi totale di Internet, uno scenario sempre più frequente nel mondo. Domenica un attacco hacker ha interrotto le trasmissioni della televisione di stato iraniana per mandare in onda un filmato in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià di Persia che ora vive in esilio negli Stati Uniti, in cui Pahlavi invita i militari a ribellarsi al regime iraniano. Insieme a Ginox, parliamo di Iran, delle proteste delle ultime settimane, del blocco di internet nel Paese, di cyberwarfare, e della prestigiosa Unità 8200, corpo di élite dell’esercito israeliano a cui sono demandate le azioni di controllo dello spazio cibernetico ed elettromagnetico a guardia dei confini invisibili dello stato ebraico. Citati nella puntata: Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran: dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025 – articolo di Ict Security Magazine Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Un report di Roja sulla recente insurrezione di massa Uprising is “genuine self-organisation by ordinary people” – Interview with members of Anarchist Front
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L’AI e il consumo di suolo, acqua, energia. E se la bolla scoppia?@1
L’AI non è sostenibile da un punto di vista energetico, e quindi neanche da un punto di vista economico. Perché l’energia costa e se si deve comprare l’enorme quantità di energia che serve a tenere in funzione un data center, i ricavi delle vendite di prodotti AI non ripagano l’enorme cifra di investimento che negli ultimi anni ha gonfiato la bolla dell’AI. Questo uno dei problemi (o dei rischi, come amano definirli loro) che si trovano a fronteggiare le Magnificent 7, ovvero i sette colossi tecnologici statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Meta (Facebook), Nvidia e Tesla. Nella prima parte della puntata, insieme a Ginox, andiamo a leggere i dati che emergono da una serie di studi e testimonianze sul consumo di suolo, acqua e energia dei data centers e sui rischi alla salute delle persone che vivono nei territori in cui queste strutture sorgono. Nella seconda parte della puntata, andiamo a commentare le dichiarazioni del CEO di IBM, Arvind Krishna, che ha affermato che “non c’è modo” che gli ingenti investimenti delle aziende tecnologiche nei data center possano venire ripagati, visto che i data center richiedono enormi quantità di energia e investimenti. Con la crescita della domanda di intelligenza artificiale, secondo Goldman Sachs, il fabbisogno energetico del mercato dei data center potrebbe raggiungere gli 84 gigawatt entro il 2027. Eppure, costruire un data center che utilizzi solo un gigawatt costa una fortuna: circa 80 miliardi di dollari attuali, secondo Krishna. Se una singola azienda si impegnasse a costruire dai 20 ai 30 gigawatt, ciò ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari di spese in conto capitale, ha affermato Krishna. Si tratta di un investimento pressoché equivalente all’attuale capitalizzazione di mercato di Tesla. Secondo le sue stime, tutti gli hyperscaler messi insieme potrebbero potenzialmente aggiungere circa 100 gigawatt, ma ciò richiederebbe comunque 8 trilioni di dollari di investimenti e il profitto necessario per bilanciare tale investimento sarebbe immenso. “A mio avviso non c’è modo di ottenere un ritorno, perché 8 trilioni di dollari di spese in conto capitale significano che servono circa 800 miliardi di dollari di profitto solo per pagare gli interessi”, ha affermato. Inoltre, grazie al rapido progresso della tecnologia, i chip che alimentano il tuo data center potrebbero diventare rapidamente obsoleti. “Bisogna utilizzarlo tutto entro cinque anni, perché a quel punto bisogna buttarlo via e riempirlo di nuovo”, ha affermato. Krishna ha aggiunto che parte della motivazione dietro questa ondata di investimenti è la corsa delle grandi aziende tecnologiche per essere le prime a decifrare l’AGI, ovvero un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o superare l’intelligenza umana. Ma la sua conquista sembra, secondo Krishna, ancora lontana. Di fronte all’insostenibilità finanziaria, ambientale e di sfruttamento lavorativo dell’AI, il governo Trump sta cercando in tutti i modi di rendere l’AI strategica da un punto di vista militare, per renderla “too critical too fail”. Il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato giovedì scorso di aver firmato accordi con 24 organizzazioni, tra cui giganti tecnologici per far avanzare la missione Genesis. La missione è un programma nazionale volto a utilizzare l’intelligenza artificiale per accelerare la ricerca scientifica e rafforzare le capacità energetiche e di sicurezza degli Stati Uniti. Il dipartimento ha detto che il programma è progettato per aumentare la produttività scientifica e ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera. I partecipanti includono i principali fornitori di cloud e chip come AWS, Oracle, Intel, AMD, insieme agli specialisti dell’IA OpenAI, Anthropic e xAI. Citati nella puntata: Studio sul consumo energetico dei data centers _ Yale Studio ul consumo di acqua e suolo legata al boom dell’AI _ Lincoln Institute Articolo sulla vita di fianco a un data center negli Stati Uniti _ BBC Puntata de Le dita nella presa “Non è siccità, è saccheggio!” _ Radio Onda Rossa Articolo sul processo di accaparramento delle risorse nelle Valli alpine _ Nunatak Libro Il rimosso della miniera. La nuova febbre dell’oro nell’Europa in guerra _ Collettivo Escombrera Diverse puntate di Happy Hour dedicate ai data centers (1, 2, 3) e con compagna del Collettivo Escombrera (4) _ Radio Blackout Genesis Mission – Dipartimento del Governo Stati Uniti
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Tipping points, Stati Uniti e distopia@1
Dal negazionismo climatico al razzismo sistemico, passando per la Strategia USA per la Sicurezza. Nella prima parte della puntata abbiamo ascoltato alcune dichiarazioni di Trump e parlato di tipping points. Nella seconda mezzora abbiamo parlato della nuova strategia di sicurezza nazionale statunitense, prendendone in esame alcune parti, con alcuni excursus sugli Epstein files e sull’atteggiamento di Trump con la stampa e le ultime novità del governo USA a riguardo. Nell’ultima parte, insieme a Sabrina Moles, di China-Files, collettivo di giornalistx, sinologx ed espertx di comunicazione specializzati in affari asiatici, andiamo a vedere le contromosse dell’universo Cina alle mosse statunitensi. Citati nella puntata: National Security Strategy of the USA Approfondimento all’info sulla Strategia di sicurezza USA Rassegna Cina di Michelangelo Cocco Sul visto H-1B negli USA
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Strategia di Sicurezza USA
La Casa Bianca ha pubblicato, qualche settimana fa, la sua strategia per la sicurezza nazionale, un documento elaborato da ogni amministrazione presidenziale statunitense per definire le priorità della politica estera. Il documento statunitense delinea la visione del mondo “America First” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha un tono insolitamente critico nei confronti dell’Europa. Abbiamo chiesto a Francesco Dall’Aglio, medievista, ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia un commento al piano strategico di Trump. Nell’approfondimento, ci facciamo anche raccontare le dimissioni del governo in Bulgaria e lo stato dei negoziati di pace tra Russia e Ucraina.
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Prospettive siriane. Uno sguardo sulla Siria contemporanea a partire dalla storica visita di Al Sharaa negli Usa
In questo approfondimento facciamo un punto su questioni aperte, problemi e prospettive della Siria contemporanea, a partire dalla visita del nuovo presidente Aḥmad al-Sharaʿ alla Casa Bianca il 9 novembre scorso, il primo incontro tra un presidente siriano e uno americano dall’indipendenza del paese dalla Francia, nel 1946. Abbiamo parlato con Hani El Debuch, Dottorando in Storie, Culture e Politiche del Globale (UniBo), direttore della Special Task Force on Syrian Heritage presso il Heritage International Institute e collaboratore di UNHCR in diversi scenari di crisi, di questa visita, della situazione politica generale del paese e del rapporto tra Siria ed Israele, che occupa le Alture del Golan dal 1967 e ha effettuato una serie di attacchi e di manovre strategiche a partire dalla caduta dell’ex presidente siriano Bashar Al-Assad
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NYC: la vittoria di Mamdani
La vittoria del candidato sindaco democratico Mamdani è stata in prima pagina su tutti i giornali nostrani sia ieri che oggi. Potrebbe essere definito un prodotto della fase che attraversiamo e che tocca le giuste corde per piacere a “sinistra” grazie alla frizzante gestione social e al suo profilo, giovane, razzializzato, musulmano e socialista, così definito dalla narrazione mainstream. E’ interessante analizzare quali fattori hanno determinato la sua vittoria nella città di New York, come si può spiegare questa anomalia, se di questo si tratta, rispetto alle figure dell’establishment democratico americano. Ma, soprattutto, quali sono i temi al centro del suo mandato e quali sfide dovrà affrontare per non cadere in contraddizione. Ne parliamo con Felice Mometti, ricercatore indipendente esperto di USA
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USA: “TERRORISMO” ANTIFA e “FOLLOW THE MONEY” – LE ZONE “GRIGIO SCURO” DEL MERCATO DELLA SORVEGLIANZA@2
Estratti dalla puntata del 20 ottobre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia USA: ANTIFA E “FOLLOW THE MONEY” Andiamo negli Stati Uniti per continuare a descrivere la traiettoria autoritaria intrapresa dal secondo governo Trump. Iniziamo osservando alcuni elementi economici e politici che stanno plasmando la cornice di questa rivoluzione reazionaria, dalla minaccia rappresentata […]
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ALEPPO DOPO GLI SCONTRI: TREGUA E PROSPETTIVE IN SIRIA@1
Negli ultimi giorni Aleppo è stata teatro di intensi scontri tra le forze dell’autoproclamato governo nazionale siriano e delle frange di quelle che furono le Syrian Democratic Forces (SDF), sciolte a seguito degli accordi del 1° aprile, rimaste nell’area nella forma di unità di sicurezza curde (Asayish). Gli scontri hanno avuto luogo principalmente nei quartieri […]
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