La situazione a Cuba è estremamente critica: l’elettricità viene razionata per
gran parte della giornata e il petrolio è quasi esaurito. Le persone scendono in
strada con manifestazioni e cacerolazos. La strategia USA è evidente, orientata
a un progressivo strangolamento economico del Paese, attraverso un blocco
permanente ed extraterritoriale che incide direttamente sulle condizioni di vita
della popolazione: energia, carburante, trasporti, medicinali e alimenti.
Sembrerebbero in corso delle negoziazioni con gli Stati Uniti sulla possibilità
di far arrivare aiuti umanitari attraverso soggetti terzi, come la Chiesa
cattolica. Gli USA provano inutilmente a presentarsi al popolo cubano come
estranei alla crisi, facendo arrivare aiuti e provando ad addossarne la
responsabilità al governo. In questo, gioca un ruolo decisivo la propaganda
occidentale: da mesi i grandi network descrivono Cuba esclusivamente come un
“regime al collasso”, oscurando deliberatamente l’impatto devastante del bloqueo
e ignorando le responsabilità dirette della guerra economica statunitense.
Ne abbiamo parlato con un compagno che si trova attualmente a L’Avana.
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Mercoledì Trump è volato in Cina per un vertice di alto profilo con il leader
cinese Xi Jinping, accompagnato da diversi amministratori delegati: una
delegazione di imprenditori di spicco provenienti da diversi settori, tra cui
agricoltura, aviazione, veicoli elettrici e chip per l’intelligenza artificiale.
Dopo due giorni, il presidente statunitense Donald Trump ha lasciato Pechino
affermando di aver concluso “accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi
i paesi”, ma sono emersi pochi dettagli su ciò che le due superpotenze hanno
concordato dal punto di vista commerciale.
Interpellato in merito alle precedenti dichiarazioni di Trump a Fox News, in cui
affermava che erano stati conclusi degli accordi, il portavoce del Ministero
degli Esteri cinese, Guo Jiakun, si è limitato a dire che “l’essenza delle
relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti risiede nel mutuo
beneficio e nella cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”. Ha aggiunto
che entrambe le parti dovrebbero adoperarsi per attuare l'”importante consenso”
raggiunto dai due leader e apportare maggiore stabilità ai rapporti commerciali
bilaterali e all’economia globale.
Secondo quanto riportato da Pechino, Xi ha affermato che le due parti hanno
concordato un “nuovo posizionamento” per le relazioni basato sulla “stabilità
strategica costruttiva”, ma il leader cinese ha lanciato il consueto
avvertimento che Taiwan rimane la questione più delicata.
“La questione di Taiwan è la questione più importante nelle relazioni tra Cina e
Stati Uniti. Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura
entrare in conflitto”, ha avvertito Xi durante i colloqui, secondo quanto
riportato dai media statali cinesi
Taipei osserverà la situazione con attenzione, ma è difficile dire al momento se
e come ciò influirà sulla collaborazione degli Stati Uniti con le aziende di
semiconduttori di Taiwan, o sulla consolidata relazione con l’isola.
La guerra contro l’Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz era un
altro punto chiave dell’agenda, e Trump si è avvicinato ai colloqui sperando
nella cooperazione cinese sul conflitto con l’Iran e sul mercato petrolifero. Il
ministero degli Esteri cinese, però, non si è sbilanciato e rilasciato venerdì
una dichiarazione in cui chiedeva “un cessate il fuoco globale e duraturo”.
Secondo quanto riportato dai media cinesi, sebbene si sia discusso del Medio
Oriente, i dettagli forniti sono stati limitati.
Abbiamo chiesto a Sabrina Moles, di China-files, di commentare i nodi centrali
dell’incontro tra i due leader mondiali.
La situazione tra Iran e Stati Uniti resta in stallo, mentre la tensione nello
Stretto di Hormuz rimane elevata. Gli Stati Uniti starebbero valutando la
proposta in 14 punti presentata dall’Iran, che prevede la riapertura dello
stretto, cruciale per il traffico energetico globale. In cambio, Teheran chiede
di rimandare la questione più delicata, cioè i negoziati sul proprio programma
nucleare, che Washington vorrebbe smantellare completamente.
Sul piano politico e militare, Trump non esclude del tutto una ripresa delle
ostilità, confrontandosi tuttavia con un’opinione pubblica largamente contraria
a una nuova escalation, i costi militari già estremamente elevati e una
riapertura del conflitto che potrebbe far aumentare i prezzi dell’energia, con
conseguenze interne dannose anche in vista delle elezioni di metà mandato.
Dal punto di vista economico, le sanzioni e il blocco stanno effettivamente
causando forti difficoltà all’Iran, con un’inflazione molto elevata quasi al
70%, con un rincaro dei prezzi soprattutto sui beni essenziali. Tuttavia, il
sistema economico iraniano sembra reggere meglio del previsto, grazie anche a
una struttura adattata alla resistenza in condizioni di crisi prolungata.
Ne abbiamo parlato con Tara Riva, analista itao-iraniana esperta di relazioni
internazionali.
Abbiamo chiesto a Giovanna Branca, giornalista freelance e coautrice del podcast
sindrome americana, un commento a partire dal suo articolo uscito il 26 Aprile
per il manifesto sui licenziamenti di massa nel settore della giustizia avvenuti
durante l’amministrazione Trump. In particolare, sono stati colpiti i e le
giudici non allineati alla strategia di deportazione di massa del governo, più
di cento solo nell’ultimo mandato. A questo si accompagna la sostituzione con
figure obbedienti.
Non si tratta di un caso, ma di una vera e propria strategia di governo
delineata anche a partire dal programma conservatore Project 2025 della Heritage
Foundation. Abbiamo chiesto alla giornalista Giovanna Branca se tutto ciò faccia
parte del dibattito interno negli USA e se in qualche modo la popolarità di
Trump sta iniziando a scricchiolare anche nella sua base elettorale, nonostante
l’appello all’unità nazionale a seguito dell’attentato al Presidente USA del 26
Aprile.
Epic Fury / Epic Fail / Hormuz / la guerra vista dal Golfo / Coffee gate /
l’importanza dell’elio / una nave metaniera alla deriva nel Mediterraneo
Comunicazione di servizio: L’elenco telefonico degli uragani va in pausa per 3
martedì.
Citati nella puntata:
Video sull’op Epic Fury – sito della Casa Bianca
Non solo petrolio – articolo de Il Politico
Il presidente Daniel Noboa ha annunciato un coprifuoco notturno in quattro
province costiere dell’Ecuador – Guayas, Los Ríos, Santo Domingo de los
Tsáchilas e El Oro – come parte, dice, di una nuova offensiva contro
narcotraffico e criminalità organizzata. La misura arriva mentre il paese è già
in stato di emergenza in diverse regioni.
Più recentemente, Noboa ha interrotto le relazioni diplomatiche con Cuba ed
espulso bruscamente i suoi diplomatici, affermando senza prove che L’Avana
interferiva negli affari interni dell’Ecuador.
Ne parliamo con Andrea Cegna, giornalista e attivista esperto di America latina,
che ci indica come scenario a cui prestare attenzione la Colombia, guidata dal
presidente Gustavo Petro.
Contemporaneamente, Cuba sta subendo un blocco petrolifero da parte degli Stati
Uniti e altre intense pressioni da parte del presidente USA Donald Trump, il
quale ha dichiarato apertamente di volere un cambio di regime all’Avana.
Cinque persone sono state arrestate sabato a Cuba per atti di “vandalismo” dopo
che un piccolo gruppo di manifestanti ha fatto irruzione in una sede provinciale
del Partito Comunista Cubano e ha dato fuoco a computer e mobili. La protesta,
che ha coinvolto anche una farmacia e un altro negozio, è avvenuto nella città
di Morón, a poco più di 500 km a est dell’Avana.
Di recente, a Cuba sono iniziati i cacerolazos notturni, per sfogare la
frustrazione e mostrare il malcontento per la carenza di
cibo e medicine. Lx residenti dell’isola sono inoltre soggettx a frequenti
interruzioni di corrente a rotazione, che possono durare fino a 15 ore al
giorno. Secondo i media indipendenti e i post sui social media, L’Avana è al
centro delle proteste notturne, ma si stanno diffondendo anche in altre parti
del Paese.
Venerdì, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha confermato per la prima volta
di essere in contatto con il governo statunitense per dei colloqui. Díaz-Canel
ha inoltre dichiarato che negli ultimi tre mesi non sono arrivate spedizioni di
petrolio a Cuba, attribuendone la colpa al blocco petrolifero statunitense. Ha
aggiunto che l’isola si alimenta con un mix di gas naturale, energia solare e
centrali termoelettriche.
Trump ha affermato che Cuba sarà il prossimo obiettivo della sua agenda dopo la
guerra con l’Iran e il rovesciamento, da parte degli Stati Uniti, del principale
alleato di Cuba, Nicolás Maduro del Venezuela, avvenuto a gennaio.
Ascolta l’aggiornamento della situazione da L’Avana, Cuba.
Un po’ di rassegna stampa da questo triste mondo malato, poi, dolcemente
accompagnatx dalla sudaticcia mano della latin core, entriamo in argomento: come
la “manosfera” e l’alt right misogina si diffondono nel mondo del gaming online.
Nel 2014 ci fu il Gamer Gate. Iniziò come una campagna di molestie contro una
sviluppatrice di videogiochi, Zoe Quinn, accusata dal suo ex fidanzato di aver
avuto rapporti intimi con giornalisti in cambio di recensioni positive sui suoi
giochi. Quinn aveva realizzato un gioco chiamato “Depression Quest”. Il gioco
era gratuito e ha avuto un buon riscontro, ma è diventato un bersaglio per gli
utenti di 4chan e migliaia di persone della comunità online del gaming.
Il fatto che la sviluppatrice fosse una donna (in seguito Quinn si definì non
binaria), che la protagonista del videogioco fosse una donna e che l’argomento
fosse la depressione risultò una combinazione particolarmente irritante per i
maschi geek e gli incel. Le molestie ai danni di Zoe Quinn furono una campagna
semi-coordinata che risultò in livelli di odio mai visti prima, soprattutto
nella più ristretta comunità videoludica dell’epoca. Già aveva visto pubblicato
dall’ex fidanzato materiale intimo che le apparteneva risalente a quando lx due
stavano insieme, ma in più veniva costantemente doxata e minacciata di violenza,
anche da perfetti sconociuti e veniva stalkerata da un gruppo online che cercava
di convincerla a suicidarsi. Anche altre figure femminili associate al mondo del
gaming furono prese di mira. Un’altra sviluppatrice di videogiochi, Brianna Wu,
fu doxata dopo aver fatto una battuta sul Gamergate. L’attrice Felicia Day fu
doxata e minacciata dopo aver scritto del suo senso di estraneità dalla comunità
videoludica a causa del Gamergate.
Con Matteo Lupetti, fumettista indipendente, membro del collettivo Warpo, che si
occupa di critica di arte e scrive di arte digitale e videogiochi su Il
Manifesto e alcune testate estere e ha da poco pubblicato il suo primo libro è
“UDO. Guida ai videogiochi nell’Antropocene”, parliamo di Gamer Gate e
dell’intersezione tra la comunità online del gaming, l’estrema destra e la
manosfera.
Citati nella puntata:
Articolo di Franco Bifo Berardi sull’AI – Il Disertore
Articolo sull’alt right e Nick Fuentes – Il Manifesto
Woke e anti-woke: un’analisi su gaming e intrattenimento – Spacenerd
Negli ultimi giorni una nuova tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è
tenuta a Ginevra, con l’obiettivo di evitare un’escalation militare legata al
programma nucleare di Teheran. I negoziati, mediati da Oman, si sono conclusi
senza un accordo, ma con accordi per continuare tecnicamente i lavori
a Vienna la prossima settimana. Washington ha chiesto garanzie più stringenti
sull’arresto dell’arricchimento dell’uranio e ispezioni più robuste, mentre
l’Iran insiste nel mantenere il proprio programma nucleare pacifico e nel
rifiutare limiti al suo sviluppo militare.
Sul terreno, la diplomazia convive con una massiccia presenza militare
statunitense nella regione, con gruppi di portaerei e caccia schierati nel Medio
Oriente e una retorica che non esclude un’azione militare nel caso in cui gli
accordi diplomatici falliscano.
Israele gioca un ruolo importante nel quadro: da un lato è fermamente contrario
a qualunque accordo che non includa restrizioni alle capacità missilistiche
dell’Iran o al suo sostegno ai gruppi armati nella regione, e spinge USA verso
una linea più dura. Il governo di estrema destra israeliano cerca di forzare
un’attacco all’Iran per garantire non solo la propria sopravvivenza interna, ma
anche per tentare di chiudere la partita con l'”arcinemico” iraniano. Nessun
accordo definitivo è all’orizzonte, e la tensione resta alta con il rischio di
un’escalation che potrebbe coinvolgere anche Israele.
Un approfondimento registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva,
caporedattrice di Pagine Esteri
Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei
negoziati tenutesi giovedì.
Insieme ad un compagno del Nodo Solidale, analizziamo quanto successo in Messico
in questi ultimi giorni a seguito dell’uccisione del capo del cartello di
Jalisco Nuova Generazione. L’ondata di violenza conseguita in tutto il paese ha
portato il governo a schierare più di 10 000 soldati e dichiarare lo stato di
massima allerta. Ma l’innalzamento del livello del conflitto non è altro che la
punta dell’iceberg: la realtà è complessa ed è quella che vede una guerra
interna continuativa, amplificata dalle pressioni degli Stati Uniti sul paese –
e la regione tutta.
Una settimana fa Trump e Netanyahu si incontravano alla Casa Bianca e il primo
ministro israeliano tentava di spingere Trump a imporre forti limitazioni a
Teheran rispetto all’arsenale missilistico, non soltanto al suo programma
nucleare. Pochi giorni dopo l’Iran dava segnali di apertura nei confronti
dell’AEIA affinché possa ispezionare i loro siti nucleari per dimostrare che
l’Iran non dispone di armi nucleari.
Oggi l’attacco da parte degli USA all’Iran e il possibile coinvolgimento di
Israele appare sempre più vicino, secondo testate giornalistiche americane
l’obiettivo di Trump è quello di aprire un conflitto su larga scala, attraverso
una campagna massiccia e di lunga durata, come lascerebbero intendere i
movimenti sul territorio e nelle basi militari.
In questo scenario si apre il meeting autoconvocato da Trump soprannominato
“Board of Peace”, lasciando aperta una porta sempre più ampia a possibili nuovi
interventi pesanti da parte di Israele su territorio palestinese, mentre i
grandi capitali si spartiscono i profitti della “ricostruzione” di Gaza.
Ne parliamo con Michele Giorgio Corrispondente dal MO de Il Manifesto, direttore
di Pagine Esteri.