Lo Stato sotto accusa: la Corte riconosce la tortura e condanna nove agenti, tra
cui una ispettrice, per le violenze nel carcere di Sollicciano C’è stata tortura
nel carcere di …
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di Eleonora Martini* Pestaggi e torture dei detenuti a Santa Maria Capua Vetere,
i difensori contro la sostituzione del presidente chiedono il rinvio in
Consulta. I legali: «Violato l’articolo 25 …
Estratti dalla puntata del 3 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
SCIOPERO DELLA FAME DI PALESTINE ACTION Il 2 novembre 2025 (anniversario della
dichiarazione di Balfour come atto fondativo dell’entità statale sionista) due
prigioniere di Palestine Action, Qesser Zurah and Amu Gibb, detenute nel carcere
di Bronzefield, hanno iniziato uno sciopero della […]
La giornata mondiale contro la tortura. Tra trafficanti e poliziotti ecco chi
tortura i migranti. Secondo il report della Rete italiana per il supporto a
persone sopravvissute a tortura, le vittime sono soprattutto richiedenti asilo
(il 69%). La maggior parte delle violenze nei paesi di transito a opera di
criminali e pubblici ufficiali, che in […]
E’ arrivata la sentenza che riguarda il processo, avvenuto con rito abbreviato,
nei confronti di dieci agenti della polizia penitenziaria che agirono violenza
nei confronti di un detenuto nel carcere di Reggio Emilia nell’aprile 2023. La
notizia, uscita ieri, parla di condanne dai 4 ai 2 anni di carcere ma, l’aspetto
più significativo, riguarda la […]
Le relazioni pericolose tra il “belpaese” e gli abusi e torture. Enrico Triaca,
il tipografo della colonna romana delle Br denunciò di essere stato seviziato.
Stessa sorte toccò ai sequestratori di Dozier. E poi c’è il carcere duro
di Frank Cimini da l’Unità
L’Italia come del resto altre democrazie ha un rapporto non molto chiaro
(eufemismo) con la tortura. Infatti non esiste una legge che sanzioni la tortura
come reato tipico del pubblico ufficiale soprattutto per l’opposizione storica
dei sindacati di polizia che vorrebbero abrogare o comunque ridimensionare quel
minimo di normativa attualmente in vigore. Su questo urge una riflessione da
contestualizzare proprio nel momento in cui il torturatore libico ricercato dal
Tribunale penale internazionale è stato liberato e riaccompagnato a casa.
L’utilizzo della tortura caratterizzò gli anni in cui c’era da reprimere la
sovversione interna. Al di là delle “belle parole” nel 1982 del presidente della
Repubblica Sandro Pertini: “In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule
di giustizia e non negli stadi”.
Questa sera nel centro sociale Bruno a Trento viene proiettato il documentario
dal titolo Il tipografo sulla vicenda di Enrico Triaca, militante della colonna
romana delle Brigate Rosse arrestato a maggio del 1978. Venne torturato. Un
agente dei Nocs Danilo Amore testimonia l’esistenza di quelle sevizie. All’epoca
il tipografo denunciò di essere stato torturato e fu condannato per calunnia. A
distanza a di circa 40 anni la condanna fu annullata dal Tribunale di Perugia.
Era tutto vero. Ovviamente i reati commessi ai suoi danni nel frattempo
prescritti. La stessa sorte era toccata ai sequestratori del generale Dozier ma
a coprire il misfatto furono le parole dell’allora ministro dell’Interno
Virginio Rognoni che se la cavò brillantemente dicendo: “Siamo in guerra”.
Le carceri speciali furono luoghi in cui si annullava l’identità politica dei
reclusi applicando l’articolo 90, l’antenato del 41bis del regolamento
penitenziario che attualmente riguarda oltre 700 detenuti. In stragrande
maggioranza sono mafiosi e il loro numero risulta superiore a quanti vi erano
sottoposti ai tempi delle stragi. Nell’elenco ci sono anche Nadia Desdemona
Lioce, Marco Mezzasalma e Roberto Morandi che fecero parte delle nuove Br,
organizzazione che non esiste da oltre 20 anni. Nonostante ciò le istanze per la
revoca del 41 bis vengono regolarmente rigettate a causa del rischio di
collegamenti con un esterno che non c’è. E poi c’è Alfredo Cospito protagonista
di un lunghissimo sciopero della fame (considerato di fatto a scopo di
terrorismo) per protestare contro il carcere duro a tutela degli altri 700 più
che di se stesso.
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Attacco alla Corte penale internazionale. Omissioni, inesattezze e buchi
temporali in serie. Il modo nel quale Nordio ha difeso Almasri e polemizzato con
la Corte dell’Aia non si regge in piedi. Le leggi sono chiare, lui doveva
conoscerle e fare eseguire l’arresto
di Gianfranco Schiavone da l’Unità
La difesa dell’operato del Governo sul caso Almasri da parte del ministro Nordio
si basa sulle seguenti argomentazioni; innanzitutto il mandato di cattura emesso
da parte della CPI e l’intero incartamento è arrivato in lingua inglese senza
essere tradotto, con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile
l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte
d’appello.
A quali criticità si riferisca Nordio lo spiega lo stesso ministro quando mette
in evidenza come la richiesta della CPI consta di “una sessantina di paragrafi
in cui vi è tutta la sequenza di crimini orribili addebitati al catturando, vi è
un incomprensibile salto logico. Le conclusioni del mandato di arresto
risultavano differenti rispetto alla parte motivazionale e rispetto alle
conclusioni”. Nordio dunque ha ritenuto opportuno e legittimo entrare nelle
motivazioni addotte dalla CPI rivendicando come “ Il ruolo del ministro non è
solo di transito e di passacarte, è un ruolo politico: ho il potere e dovere di
interloquire con altri organi dello Stato sulla richiesta della Cpi, sui
dettagli e sulla coerenza delle conclusioni cui arriva la Corte. Coerenza che
per noi manca assolutamente”.
Nella sua alquanto sorprendente conclusione il Ministro Nordio ribadisce la sua
posizione sul fatto di avere seguito le regole affermando che “noi non possiamo
scavalcare le procedure, altrimenti legittimeremmo tutto” e chiude accusando
nientemeno la Corte Penale stessa di non aver seguito le regole del diritto.
Cosa dicono dunque le regole che sarebbero state rispettate con così estremo
rigore da Nordio e violate dalla Corte? Lo statuto di Roma della Corte Penale
Internazionale entrato in vigore il 1.02. 2022 con legge 12 luglio 1999, n. 232
(ratifica ed esecuzione dello statuto istitutivo della Corte penale
internazionale) prevede innanzitutto che “Lo Stato Parte che ha ricevuto una
richiesta di fermo, o di arresto e di consegna prende immediatamente
provvedimenti per fare arrestare la persona di cui trattasi, secondo la sua
legislazione e le disposizioni del capitolo IX del presente Statuto”. (Art. 59
par. 1).
Sulla base di quanto disposto dallo stesso articolo 59 (par.2) spetta
all’autorità giudiziaria dello Stato in cui è stato effettuato l’arreso
accertare, secondo la sua legislazione che il mandato concerne elettivamente
tale persona, che sia stata arrestata secondo una procedura regolare e che i
suoi diritti sono stati rispettati. Però lo stesso articolo (par.4) precisa che
“l’autorità competente dello Stato di detenzione non è abilitata a verificare se
il mandato d’arresto é stato regolarmente rilasciato secondo i capoversi a) e b)
del paragrafo 1 dell’articolo 58”. Le autorità dello Stato in cui viene
effettuato l’arresto devono vigilare sul rispetto dei diritti della persona
ricercata dalla Corte ma non possono sindacare le valutazioni effettuate dalla
Corte sulla sussistenza dei presupposti per emettere il mandato di arresto;
spetta infatti solo alla CPI stabilire “se vi sono fondati motivi di ritenere
che tale persona ha commesso un reato di competenza della Corte (e se)
“l’arresto di tale persona sembra necessario per garantire la comparizione della
persona al processo” oppure se è parimenti necessario “per impedire che la
persona continui in quel crimine o in un crimine commesso che ricade sotto la
giurisdizione della Corte o che avviene nelle stesse circostanze”.
Scuserà il lettore la scelta di entrare in questioni procedurali così di
dettaglio ma farlo è necessario per mettere in evidenza come lo Statuto della
CPI esclude tassativamente che le autorità dello Stato che effettua l’arresto
possano sindacare le ragioni addotte dalla CPI per spiccare il mandato di
arresto, o addirittura entrare nel merito della presunta incoerenza delle
motivazioni della CPI come invece rivendica di poter fare il ministro Nordio,
senza alcun fondamento. Il contenuto della richiesta di arresto e di consegna è
altresì disciplinato dall’articolo 91 dello stesso Statuto della CPI che prevede
che la richiesta debba contenere o essere accompagnata da un fascicolo che
contenga “ i documenti dichiarazioni ed informazioni che possono essere pretesi
nello Stato richiesto per procedere alla consegna” purché però non siano
eccessivamente onerose.
È altresì disciplinata anche l’ipotesi (art.92 par.1) in cui ricorra una
situazione di emergenza; in tal caso “la Corte può chiedere il fermo della
persona ricercata in attesa che siano presentate la richiesta di consegna ed i
documenti giustificativi di cui all’articolo 91”. Solo se tali documenti
giustificativi non giungono successivamente nei tempi stabiliti la “persona in
stato di fermo può essere rimessa in libertà” (par.3) e comunque ciò “non
pregiudica il suo successivo arresto e la sua consegna, se la richiesta di
consegna accompagnata dai documenti giustificativi viene presentata in seguito”.
Il Ministro Nordio non ha sostenuto nella sua audizione in Parlamento che il
fascicolo inviato dalla CPI fosse fortemente incompleto; anzi il ministro sembra
essersi lamentato (!) proprio dalla corposità della documentazione pervenuta.
Ho ritenuto tuttavia utile ricordare anche l’ipotesi della carenza documentale
al fine di sottolineare come i principi giuridici che disciplinano la procedura
di arresto della persona ricercata dalla Corte siano chiari: il Ministro della
Giustizia non aveva la facoltà di entrare nel merito delle valutazioni della
Corte Penale Internazionale in relazione alle ragioni del mandato di cattura e
alla valutazione sulla pericolosità del soggetto, nè poteva sindacare su
presunte incoerenze nella ricostruzione dei fatti. Ma anche volendo spingersi
fino a ritenere che le asserite incongruenze nella documentazione ricevuta
fossero così forti e dirimenti da dover essere chiarite, in ogni caso, il
Ministro avrebbe dovuto chiedere alla Corte con immediatezza chiarimenti ed
integrazioni documentali e solo nella remota ipotesi nella quale la Corte fosse
rimasta tenacemente inerte l’ultima estrema ipotesi, ovvero liberazione del
ricercato Almarsi, avrebbe potuto avvenire.
Non sembra tuttavia dalla ricostruzione dei fatti e dall’analisi di quanto
previsto dalla procedura che regola i mandati di arresto emessi dalla CPI, che
le tesi sostenute dal focoso ministro della Giustizia siano dunque in alcun modo
sostenibili. La liberazione di Almasri ha vanificato il mandato di arresto
emesso dalla Corte penale Internazionale e il suo successivo solerte
accompagnamento in Libia ha annullato il primo e prioritario obiettivo che la
Corte Penale Internazionale intendeva perseguire, ovvero impedire che la persona
possa continuare, come invece farà, a perpetrare i crimini per i quali era
ricercato. La pratica della tortura è salva.
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La richiesta della procura nel processo per direttissima ai 10 poliziotti
accusati delle violenze su un detenuto. La pm: «Agli agenti 46 anni di pena
complessivi»
di Eleonora Martini da il manifesto
Condanne fino a cinque anni e otto mesi di reclusione, per alcuni dei dieci
agenti di polizia penitenziaria del carcere di Reggio Emilia accusati a vario
titolo di tortura, lesioni e falso. È quanto richiesto dalla pm Maria Rita
Pantani, al termine di quattro ore di requisitoria, nel processo ai poliziotti
accusati del pestaggio di un detenuto tunisino avvenuto il 3 aprile 2023 nei
corridoi del penitenziario e nella sua cella. Le prove a loro carico sono
contenute nei video registrati dalle telecamere interne al carcere che
l’avvocato Luca Sebastiani è riuscito a salvare.
Il video choc è stato mostrato durante la requisitoria nell’udienza di ieri
nell’aula del Tribunale di Reggio Emilia dove si celebra il processo in rito
abbreviato – richiesto dagli imputati – davanti al Gup Silvia Guareschi. I frame
immortalano l’uomo incappucciato con una federa bianca stretta al collo e
trascinato da un gruppo di agenti che lo colpiscono ripetutamente. Denudato,
sgambettato, picchiato con calci e pugni e, una volta a terra ammanettato,
calpestato. Un’altra inquadratura riprende il detenuto tornato in cella, di
nuovo picchiato e lasciato nudo dalla cintola in giù per oltre un’ora, malgrado
fosse ferito e sanguinante. «Un’azione brutale, punitiva preordinata, di
violenza assolutamente gratuita», l’ha definita la pm Pantani che ha anche
spiegato come i poliziotti accusati abbiano cercato di costruirsi una linea
difensiva inventando il ritrovamento di lamette tra gli effetti personali del
detenuto.
In particolare per uno dei dieci poliziotti, accusato di tortura, lesioni e
falso, la pubblica accusa ha chiesto cinque anni e otto mesi di reclusione. Per
altri sette agenti accusati di tortura e lesioni la pena richiesta è di cinque
anni mentre la pm ha chiesto due anni e otto mesi per altri due poliziotti
penitenziari che rispondono solo di falso ideologico. Stralciata la posizione di
altri 4 agenti, non imputati in questo processo che vede anche l’associazione
Antigone tra le parti civili.
Il detenuto, tunisino di 40 anni, ha ormai pochi mesi di carcere da scontare
ancora dei tre anni di reclusione a cui è stato condannato per reati legati allo
spaccio. L’uomo, lasciato per oltre un’ora in cella, ha riferito di essersi
ferito con dei frammenti di un lavandino fino a inondare il corridoio di sangue,
per richiamare l’attenzione del medico che lo ha soccorso. Il giorno dopo ha
chiamato il suo avvocato riferendogli l’accaduto e la rapidità di intervento ha
permesso di salvare le immagini.
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C’è un filo nero che lega gli ultimi episodi con tanti altri casi di violenze
nei confronti dei detenuti per opera di agenti della Polizia penitenziaria. Lo
scorso aprile 13 arresti per maltrattamenti nei confronti dei minori reclusi al
“Beccaria” di Milano, ma la lista delle “mattanze” è molto più lunga.
di Lorenzo Stasi da il Domani
I segni del pestaggio? “Tanto questo è nero e non si vede niente”. “Al detenuto
gli si devono dare legnate”. E poi: “Facciamoli coricare. Poi quando sono sul
letto prendiamoli a secchiate”. Non di acqua, ma di “pisciazza mischiata con
acqua”. E ancora: “Ammazzalo di bastonate, ‘sto pezzo di merda”.
Così parlavano gli agenti penitenziari della casa circondariale di Trapani nel
nuovo capitolo degli ormai tanti casi di violenze e torture nei penitenziari
italiani. Sono 46 in totale gli indagati, quasi un quarto di quelli in servizio
nella struttura. 11 di loro sono finiti ai domiciliari, sono stati sospesi in
14, mentre per gli altri 21 il gip non ha emesso misure cautelari.
I pestaggi ricostruiti in tre anni di indagini erano sistematici e pianificati:
veniva organizzata, come si legge negli atti dell’inchiesta, “la formazione di
una squadretta punitiva di poliziotti penitenziari favorevoli all’utilizzo di
metodi risolutivi e violenti per la repressione di forme di dissenso da parte
dei detenuti”. Fuori dagli occhi ingombranti delle telecamere, in sezioni ad hoc
del carcere: il Reparto blu, chiamato anche la “palazzina delle torture”. Un
modus operandi che, secondo il procuratore Gabriele Paci, “non era episodico,
bensì una sorta di metodo per garantire ordine”. Il tutto con “un intento
persecutorio”.
C’è un filo rosso che lega i fatti di Trapani con molti altri venuti a galla
negli ultimi mesi e negli ultimi anni. Le carceri italiane, spesso veri e propri
buchi neri del sistema-giustizia – con un indice di sovraffollamento del 130 per
cento, con circa 10 mila detenuti in più, e con 81 suicidi solo nel 2024,
l’ultimo il 21 novembre a Poggioreale – diventano in alcune occasioni veri e
proprio luoghi di tortura. Dove la “rieducazione del condannato” rimane spesso
molto fuori dalle celle.
È stata definita un’”orribile mattanza” dallo stesso gip. Pugni, calci,
schiaffi, persone nude picchiate con i manganelli, testate con caschi. Quella
avvenuta il 6 aprile del 2020 in pieno lockdown, al carcere “Francesco Uccella”
di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) è stata una violenza in stile sudamericano
raccontata in esclusiva da Domani.
“Li abbattiamo come vitelli”, “domate il bestiame”, “chiave e piccone”. Così
parlavano gli agenti penitenziari che quel giorno – erano 283 – hanno
partecipato a quel pestaggio di massa. “Premeditato”, precisano le carte
dell’inchiesta. Il giorno prima, come in altre carceri italiane in quei giorni
concitati, c’erano state alcune proteste per chiedere dispositivi di protezione
per una pandemia, il Covid, che iniziava a correre velocemente e di cui si
sapeva ancora molto poco.
Una caccia al detenuto – quella del giorno dopo – durata 4 ore in cui una
trentina di carcerati vengono portati nella sala socialità, fatti inginocchiare
e picchiati. Ma anche fatti sfilare in un corridoio e presi a schiaffi. In un
frammento di un video c’è un detenuto in sedia a rotelle che viene colpito dal
manganello di un agente. Alla fine della mattanza sono state chiuse in
isolamento 14 persone. Tra queste c’era Hakimi Lamine, che è morto ingerendo un
mix letale di stupefacenti, è morto. Secondo la procura, la vittima non doveva
andare in isolamento, e in quei giorni non ha ricevuto i farmaci per curare la
malattia di cui soffriva.
Gli indagati in totale erano 111 (poi diventati 105), le misure cautelari 57. Ad
alcuni imputati è stato contestato il reato di “tortura”, introdotto nel nostro
ordinamento nel 2017 dopo una serie di condanne della Corte europea dei diritti
dell’uomo dopo “macelleria messicana” della scuola Diaz e della caserma di
Bolzaneto, durante il G8 di Genova del 2001. La prima condanna in Italia per
questo delitto c’è stata il 15 dicembre del 2021, inflitta per la prima volta un
tribunale italiano, quello di Ferrara, nei confronti di un agente.
Il processo per i fatti di Santa Maria Capua Vetere, iniziato il 7 novembre
2022, è ancora in corso, ma intanto lo scorso luglio è stata revocata la
sospensione ad altri sei membri della polizia penitenziaria – ora tornati in
servizio – dopo che ad agosto 2023 erano stati reintegrati 22 agenti.
Il Beccaria di Milano – Scene simili al carcere minorile “Cesare Beccaria” di
Milano, dove lo scorso 23 aprile sono stati arrestati 13 agenti della
penitenziaria su 25 indagati in totale (la metà di quelli in servizio), indagati
per lesioni, maltrattamenti e tortura. Anche qui è venuto a galla un “sistema
consolidato di violenze reiterate, vessazioni, punizioni corporali,
umiliazioni”, per usare le parole del gip, “un sistema per educare i minori
detenuti”. Da carcere modello a esempio di abbandono, il Beccaria è finito negli
ultimi mesi al centro delle cronache per le numerose evasioni e per i tanti
tentativi di rivolta al proprio interno. Qui per oltre 20 anni non c’è stato un
direttore stabile. Lo scorso dicembre Claudio Ferrari aveva interrotto la
girandola di nomi, ma a breve l’istituto diventerà sorvegliato speciale, insieme
al Nisida di Napoli “sede di incarico superiore”, e per guidarlo serviranno
almeno dieci anni di anzianità. Quindi ci sarà un ulteriore cambio al vertice.
“Sono arrivati sette agenti, mi hanno messo le manette e hanno cominciato a
colpirmi”. “Vedevo tutto nero. L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sputavano
addosso”. Le testimonianze delle vittime hanno fatto ricostruire agli inquirenti
quello che il gip definisce senza mezzi termini un “sistema per educare i minori
detenuti”. In un caso, “la più grave” tra le violenze, una spedizione punitiva
contro un ragazzo che aveva reagito alle molestie sessuali di una delle guardie
penitenziarie.
Il riferimento ai fatti di Ivrea – Tra i passaggi al centro dell’inchiesta sui
pestaggi di Trapani c’è un agente che fa uno specifico riferimento a un altro
carcere finito negli scorsi anni al centro delle cronache, quello di Ivrea: “Gli
si devono dare legnate. I colleghi non si toccano. A Ivrea noi facevano così,
appena toccavano un collega… a sminchiarli proprio”. Per le violenze
nell’istituto piemontese il processo è ancora in corso. Quattro imputati, nel
frattempo, sono usciti dal procedimento penale, e il reato di tortura è stato
derubricato a lesioni, ma non c’è ancora una verità giudiziaria di quanto
successo tra il 2015 e il 2016.
Le violenze nel carcere “Lo Russo e Cutugno” di Torino – Anche il carcere “Lo
Russo e Cutugno” di Torino è finito al centro di episodi di pestaggi contro una
quindicina detenuti avvenuti tra il 2017 e il 2019. Il 14 novembre scorso la
Corte d’appello del capoluogo piemontese ha assolto tre imputati (l’ex
direttore, l’ex comandante della penitenziaria e un agente), ma il processo per
gli altri 22 indagati va avanti.
Foggia, Bari, San Gimignano – Qualche mese fa, il 18 marzo del 2024, dieci
agenti della polizia penitenziaria sono stati arrestati ai domiciliari con
l’accusa di aver partecipato a un violento pestaggio contro due detenuti. Tra i
vari reati contestati anche quello di tortura. Due giorni dopo, il 20 marzo, a
Bari cinque agenti Bari sono stati condannati per aver picchiato e umiliato un
detenuto psichiatrico dopo che aveva dato fuoco a un materasso. Il 17 febbraio
del 2021, invece, dieci membri della penitenziaria del carcere di San Gimignano
sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate in concorso.
Le rivolte durante il Covid a Modena – Tra procedimenti conclusi e molti altri
ancora in corso (l’associazione Antigone è attualmente parte civile in 5 diversi
processi) un grande punto interrogativo avvolge quanto avvenuto durante il
Covid, dove le proteste dei detenuti – a partire da quelle a Santa Maria Capua
Vetere – hanno infiammato le carceri della penisola.
In quei giorni concitati del marzo del 2020, quando tutta Italia era appena
entrata in lockdown, una grande rivolta nel carcere “Sant’Anna” di Modena si è
conclusa con nove detenuti morti. Ufficialmente per aver ingerito metadone e
altri farmaci rubati dall’infermeria.
Lo scorso settembre il gip, Carolina Clò, non ha accolto la richiesta della
procura di archiviare il fascicolo per tortura a carico di 120 agenti della
penitenziaria. Le indagini dureranno altri sei mesi e serviranno per chiarire il
mancato funzionamento, in quei momenti, di alcuni sistemi di videosorveglianza.
Ma anche per studiare meglio i motivi di un incontro tra gli agenti prima della
loro convocazione in questura e acquisire ulteriori cartelle cliniche per
approfondire le lesioni subite dai detenuti.
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Altro che mele marce. Se non ci si indigna di fronte a un poliziotto che
riempie di urina una cella di un detenuto o lo pesta senza ragione, vuol dire
che siamo di fronte a un processo diseducativo di massa che ha investito le
nostre coscienze
di Patrizio Gonnella da il manifesto
Violenze fisiche, forme di scherno e umiliazione nei confronti di persone con
disturbi psichici, secchiate di acqua e urina lanciate nelle celle anche in
piena notte, frasi offensive condite da razzismo. L’inchiesta trapanese ci
conferma quanto sia importante, se non decisivo, avere una magistratura
indipendente che indaghi sul potere, in tutte le forme nelle quali esso si
esprime.
L’inchiesta è durata circa due anni (2021-2023), segno che non ha riguardato un
singolo episodio ma una modalità criminale, violenta, truce, e purtroppo non
estemporanea, di gestione della pena carceraria nei confronti dei più
vulnerabili. La documentazione delle torture sarebbe terminata solo perché a un
certo punto, nell’agosto del 2023, è stato chiuso il reparto di isolamento, dove
si consumavano le violenze e dove era stata posta l’attenzione, anche con le
riprese video (come sempre decisive), da parte degli investigatori. Ed è proprio
la non episodicità che dovrebbe allarmare tutti noi.
La tortura è qualcosa che riguarda l’intera comunità nonché lo stato della
democrazia di un paese. Se non ci si indigna di fronte a un poliziotto che
riempie di urina una cella di un detenuto o lo pesta senza ragione, vuol dire
che siamo di fronte a un processo diseducativo di massa che ha investito le
nostre coscienze. Vuol dire che è in corso la bancarotta delle agenzie della
formazione pedagogica e dei corpi intermedi.
Alcune considerazioni a margine dell’inchiesta trapanese. Le violenze sono
principalmente avvenute nel reparto di isolamento. Molti suicidi avvengono in
isolamento. A volte l’isolamento è imposto come sanzione disciplinare, altre
volte invece è una condizione de facto nella quale è posto il detenuto, senza
alcuna giustificazione legale. Antigone ha in piedi una campagna a livello
globale per abolire questa pratica carceraria, insana, pericolosa, disumana.
L’amministrazione penitenziaria dia un segnale in questa direzione.
In secondo luogo va evidenziato che l’inchiesta avrebbe avuto il contributo
decisivo del Nucleo investigativo della stessa Polizia penitenziaria. Questa è
una buona notizia che va in controtendenza a quello spirito di corpo, che è
sempre l’anticamera dell’impunità di massa. È evidente che chi, tra gli agenti e
gli ufficiali di polizia penitenziaria, ha lavorato all’indagine non ha quella
cultura dell’asfissia del sottosegretario Del Mastro.
Una notizia invece non abbiamo potuto leggerla. Non abbiamo sentito
preannunciare, né dal ministro della Giustizia Nordio, né dalla presidente del
Consiglio Meloni, la futura costituzione di parte civile. Antigone è in tanti
processi in giro per l’Italia e sarebbe decisivo, anche per il messaggio
culturale sotteso, avere società civile e governo dalla stessa parte della
legalità nella lotta contro i criminali che torturano.
Infine, i torturatori se la prendono molto spesso contro i più vulnerabili, i
meno protetti, le persone con disturbi psichici, contro chi non si sa fare la
galera, ossia quelli per i quali il governo si è inventato il delitto di rivolta
penitenziaria. È questa la manifestazione di una pratica machista contro la
quale ci vorrebbe una rivoluzione culturale e formativa nel corpo di polizia
penitenziaria.
La presidente del Consiglio, per evitare di dover prendere le distanze dalle
parole inaccettabili di Del Mastro, ha immaginato che il sottosegretario volesse
«soffocare la mafia». Ma la verità è che la mafia respira ogniqualvolta lo Stato
la emula nelle pratiche illegali e violente.
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