qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
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> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE
> RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO
> ATTUALE.
Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione
ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra
chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti
socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento.
DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ
LIVELLI DI COMPLESSITÀ.
Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e
immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi,
come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche
del capitale può ancora sprigionare?
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un
luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non
chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del
movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità
condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la
sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e
sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio
liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse,
relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione
collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in
campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per
elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono
sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più
atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in
cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità
resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine
strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione
identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa
sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come
palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla
società dominante senza però incidere realmente su di essa.
In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza
trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto:
uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini.
Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere,
nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno
spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà
l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato,
significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici
e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle
in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e
rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li
colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la
politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso
la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA
CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e
messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire,
prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si
conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano
possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una
prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a
spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e
governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si
costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione
permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”,
ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che,
attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto,
trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad
affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni
rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione
sarà già avvenuta:
come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di
quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida,
diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti
novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA
A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui
provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!
C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
Se è vero che ogni 8 marzo è importante, quest’anno la lotta è soprattutto
antigovernativa. Un governo che produce norme incessanti volte a criminalizzare
il dissenso, aumentare le pene, sovraffollare carceri già esplosive, colpire
categorie umane già fortemente marginalizzate e, ovviamente, norme che abbiano
oggetto i nostri corpi.Dopo il reato di femminicidio di cui non avevamo alcun
bisogno, e che poco velatamente ci ricorda chi è donna, e chi non lo è (le
nostre sorelle trans), nelle ultime settimane ad essere sotto attacco è un
concetto che tanto duramente i femminismi, nei decenni, hanno lottato per
visibilizzarlo, per portarlo al centro del dibattito sulla violenza di genere:
il consenso.
Il ddl Buongiorno, se approvato, ci riporterà indietro, a tempi ancora più
oscuri di quelli attuali. La donne su cui è stata agita la violenza dovrà in
sede processuale dimostrare di aver detto NO; si esacerberà il meccanismo in cui
la vittima diventa imputata, costretta a rivivere la violenza incessantemente.
Il consenso verrà sostituito dalla “volontà contraria all’atto sessuale”, ossia
dalla prova di aver espresso un “dissenso”. Va da sé che alcuni corpi saranno
colpiti da questa norma più di altri: le persone trans, l* sex worker, le
persone con disabilità, tutte le soggettività che subiranno le violenze tra le
proprie mura domestiche dove dire no è più difficile da provare se l’abuser è
tuo (ex) marito o il tuo compagno. E sappiamo bene quanto le violenze avvengano
soprattutto dentro il focolare domestico.
Questo meccanismo avrà conseguenze a valanga. E richiederà la complicità di
altri attori, tra cui i tribunali e i consultori. La macchina sanitaria sarà
investita da un processo probatorio che metterà estremamente in difficoltà chi
ancora denuncerà. E il comparto sanitario dovrà decidere da che parte stare.
Oggi scioperiamo con tutta la nostra rabbia e solidarietà reciproca e chiediamo
a tutt* l* operator* sanitari* di unirsi alla lotta contro questo governo
liberticida.
8 marzo ovunque, 8 marzo ogni giorno!
Sabato 31 saremo tuttə al corteo nazionale, solidali con Askatasuna e con tutti
gli spazi sociali occupati che come noi lottano ogni giorno.
Scenderemo in piazza contro le politiche repressive e fasciste di questo
governo, contro lo sgombero degli spazi che da sempre rappresentano luoghi di
rottura dei meccanismi che reggono il capitalismo contemporaneo, contro chi ci
vorrebbe mutə e addomesticabili.
Askatasuna non è solo un luogo fisico, lo sappiamo; è un’idea, un simbolo, un
movimento che non si ferma sigillando le porte di un edificio.
Askatasuna è parte viva e pulsante della città e del quartiere Vanchiglia, come
lo sono tutti gli spazi occupati che nei quartieri si radicano e costruiscono
alternative dal basso.
Per questo assume ancora più importanza essere lì e rivendicare insieme che i
centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad
esistere come mezzo a disposizione di tutt per continuare ad organizzarsi e a
costruire comunità resistenti.
Ci vediamo sabato 31 a Porta Susa alle 14:30.
ASKA NON SI TOCCA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI
Come CSOA Gabrio esprimiamo la nostra solidarietà allx compagnx di Askatasuna.
Questa mattina ci siamo svegliatx con l’ennesimo attacco ad una realtà sociale,
ad uno spazio politico.
Uno sgombero mascherato da perquisizione. Perché i politicanti di questa città
non hanno il coraggio nemmeno di rivendicarsi le proprie azioni, la propria
sottomissione alla destra fascista al governo.
Da una parte vediamo l’intenzione palese del comune di Torino: distruggere gli
spazi sociali, spazi che non rientrano nelle logiche capitaliste. Spazi da cui
nascono lotte e che creano relazioni vere.
Lx compagnx e lx abitanti di Vanchiglia sanno cosa rappresenta questo posto per
il quartiere.
Il governo Meloni ha paura, vedendo quanto dal basso si possa costruire, come
quando le folle oceaniche sono scese in piazza per la Palestina, pensa di
distruggere la nostra determinazione murando le finestre di uno spazio attivo da
30 anni.
E allora l’unica strada che possiamo percorrere è continuare a lottare ovunque.
E allora da sta sera riprendiamoci le piazze, riprendiamoci le strade.
Ci vediamo sabato in corteo
Askatasuna Vive
Tuttə abbiamo visto l’accattivante propaganda del nuovo Piano Regolatore che la
giunta a guida PD sta elaborando in una disperata corsa contro il tempo per
arrivare alla sua approvazione prima di fine mandato.
Torino cambia, il piano va veloce! Ma come sta cambiando la nostra città? E
soprattutto, quella velocità, a chi fa comodo e chi lascia indietro?
L’assessore Mazzoleni (plurindagato tra le altre per corruzione, abuso edilizio
e lottizzazione abusiva) ha deciso di creare la cosìddetta città dei 15 minuti,
ma ad oggi quindici sono i minuti concessi alla cittadinanza per esprimere il
proprio parere, mentre il vero spazio in questo processo è stato dato, guarda
caso proprio agli immobiliaristi e ai costruttori, sotto la guida attenta della
fondazione Bloomberg.
A guardar bene questo nuovo piano non sembra poi così elaborato: per fare cassa,
Lo Russo e i suoi svendono ampie porzioni della nostra città. Parchi ed edifici
pubblici diventano una merce come un’altra, che fa molta gola ai soliti grandi
fondi privati di investimento. E dall’altra non ci si occupa davvero di chi vive
in città e quindi della casa, dei servizi, della sanità,dei parchi e giardini,
ma si cerca sempre più di favorire l’uso temporaneo della città, con qualche
concessione e grande evento, per provare a spremerla il più possibile.
E quindi il piano va veloce: gli affitti si alzano, i quartieri si svuotano
dagli abitanti e dai servizi che li rendono vivibili. Al loro posto studentə di
cui approfittarsi e turisti mordi-e-fuggi da spolpare per il weekend.
Velocità e deregolamentazione favoriscono piattaforme come Airbnb e Booking che
nella nostra città producono la desertificazione dei quartieri e l’aumento degli
affitti, mentre in Palestina si rendono complici dell’occupazione Israeliana,
permettendo ai coloni sionisti di mettere in affitto case nei territori
sottratti allə palestinesi¹.
Se da un lato tutto questo si sta già concretizzando, dall’ altro non è troppo
tardi per invertire la direzione!
Noi abbiamo un altro piano per Torino! Solo insieme possiamo costruire una città
a misura di abitante, solidale e salubre, che non lasci indietro nessunə.
Per questo rilanciamo a gran voce l’invito di Un Altro Piano per Torino a
partecipare all’assemblea cittadina di questo GIOVEDI 11 DICEMBRE al Gabrio in
Via Millio 42 dalle ore 18.00.
Rispolveriamo un vecchio, ma sempre valido slogan per dare qualche aggiornamento
sulla questione amianto al Gabrio, anche perché spesso tanto viene detto e
riportato da giornali e/o pseudo politici senza alcuna cognizione di causa.
Nella scuola occupata di via Millio c’è da sempre l’amianto, come nella maggior
parte dell’edilizia degli anni ’70 di Torino e non solo.
Una volta emersa la questione nel 1997 e fino al suo funzionamento, il Comune si
è occupato di alcuni lavori di messa in sicurezza e di un piano di gestione e
controllo. Quando la scuola nel 2013 è stata occupata, con estrema attenzione è
stata ripresa la documentazione pubblica esistente, messa in sicurezza la
struttura e prodotto un documento pubblico di (auto)gestione dello stabile¹.
In fondo, il nostro collettivo ha sempre dovuto fare i conti con la presenza
dell’amianto²: anche nella precedente occupazione di via Revello ci siamo presi
cura e messo in sicurezza un edificio che lo conteneva e abbiamo dovuto
sopportare gli attacchi di una certa politica pronta a gridare allo scandalo
mentre copre chi ha lucrato per anni sull’amianto ben conoscendone i danni per
la salute.
A dicembre 2024 abbiamo deciso di fare un controllo approfondito sullo stato
dell’amianto nella struttura: non c’era un’urgenza particolare, ma
dall’occupazione abbiamo seguito il documento e le indicazioni di espert*, anche
perché l’ultima era stata effettuata nel 2012.
Con ingegneri specializzati abbiamo revisionato il piano di Manutenzione e
Controllo, effettuato sopralluoghi in tutte le aree in cui è presente l’amianto
e fatto diversi campionamenti professionali dell’aria per verificare se ci fosse
dispersione di fibre di amianto.
I risultati³ hanno evidenziato che:
* non c’è nessuna dispersione di fibre di amianto;
* i manufatti che contengono amianto sono in sicurezza;
* come evidenziato dai tecnici, la manutenzione e il controllo dell’amianto
portato avanti dal collettivo è stato efficace per garantire la salute di chi
frequenta e di chi abita le aree circostanti.
Insomma
L’AMIANTO AL GABRIO C’È, MA È SOTTO CONTROLLO E IN SICUREZZA.
Questo si aggiunge ai fatti che dimostrano come la capacità di autogestire un
luogo sottratto all’abbandono sia concreta.
Cercare di creare un luogo in primis sicuro per chi lo frequenta o ci vive
vicino è sempre una nostra priorità, per questo abbiamo autofinanziato delle
costosissime analisi specialistiche e abbiamo speso e spendiamo altrettante ore
nella manutenzione fisica del Gabrio.
In un contesto in cui in nome del profitto e della speculazione anche le città
sono sempre più riempite di vecchie e nuove nocività, tra PFAS trovati nelle
acque, polveri sottili e depositi di smarino che si decidono di costruire vicino
a grandi centri abitati come a Susa, per noi le priorità continuano ad essere
altre: la messa in sicurezza dei territori e il prendersi cura delle comunità
che li vive.
Continueremo a fare la nostra parte anche dal 42 di Via Millio.
CSOA GABRIO
Note
¹ Piano di Manutenzione e Controllo – CSOA Gabrio
² Campagna I Love Gabrio
³ RELAZIONE_MISURE_AMIANTO_GABRIO_2024_25
Dopo una grande settimana di mobilitazioni in tutt’Italia, il governo, che sul
piano pubblico continua a mantenere una posizione ambigua (e implicitamente
complice) sul genocidio portato avanti da Israele, è invece risoluto ed
efficiente nel portare avanti il suo progetto di repressione del dissenso
interno.
La storia di Anan, Alì e Mansour dimostra chiaramente sia la fame di repressione
che l’asservimento allo Stato genocida. A Milano, dove 200000 persone hanno
cercato di occupare la stazione centrale in segno di solidarietà col popolo
palestinese, la repressione ha colpito con una brutalità tanto eccessiva quanto
gratuita. Due compagnx minorenni organizzatx nell’ambito del CSA Lambretta sono
statx arrestatx con motivazioni pretestuose e, dopo aver passato 3 notti in
attesa di udienza al carcere Beccaria (tristemente noto per gli abusi della
gestione), si sono trovatx ad affrontare aggravanti pesanti, domiciliari e, cosa
di una gravità inaudita, persino il divieto di frequentare la scuola. A questo
si aggiungono altri arresti e altre misure repressive come l’obbligo di firma
per altrx compagnx maggiorenni.L’apparato repressivo mostra come la vera
violenza non siano due vetrine rotte, le cui spese verrano prontamente coperte
dalle assicurazioni dei marchi miliardari che hanno negli anni colonizzato la
stazione centrale, ma la furia con cui lo Stato si scaglia contro qualunque
espressione di dissenso che esca dai confini del “decoro”. Viene criminalizzato
qualunque momento di piazza nel quale la rabbia, l’angoscia e il legittimo
desiderio di lottare per un mondo migliore non si lascino imbrigliare
all’interno di una cornice pacificata, innocua per chi sta al potere e
accettabile per il pubblico moderato che guarda da casa, i cui sogni tranquilli
non vanno perturbati.Queste misure repressive cercano di farci sentire solx e
impotentx, sotto la perenne minaccia di uno Stato in grado di rovinare le nostre
vite e la nostra salute fisica e mentale se non ci lasciamo disciplinare.
Come CSOA Gabrio esprimiamo la nostra piena solidarietà e complicità a
Lambretta, a tutti i collettivi di Milano che sono scesi in piazza il 22
settembre e a tuttx lx compagnx arrestatx. Lx ringraziamo per aver avuto il
coraggio di sfidare il dispositivo di polizia che voleva impedire loro di
esercitare il diritto di scioperare e di portare la legittima e doverosa
solidarietà al popolo palestinese.In quelle stazioni c’eravamo tuttx e non
avremo paura di tornarci nelle prossime settimane.
Libertà per tuttx!
20250806_COSCO-Pisces-ASER
Da più di un anno Maja è rinchius* nelle carceri ungheresi, estradat* e poi
torturat* nel paese liberticida di cui Orban è dittatore, per il solo “crimine”
di essere antifascista — crimine del quale siamo tutte, tutt* e tutti colpevol*!
Negli ultimi mesi, Maja, ha subito abusi non troppo dissimili da quelli inflitti
a Ilaria Salis: catene ai piedi e alle mani, collare e guinzaglio, un processo
giuridico opaco e infiltrato da un chiaro messaggio politico fascista e
autoritario contro chi lotta per la libertà.
Come ultimo atto di autodeterminazione, Maja ha iniziato uno sciopero della
fame, dapprima in cella d’isolamento e ora nell’ospedale carcerario ungherese al
confine con la Romania.
Un mese di lotta, attraverso il proprio corpo, che ha portato le sue attuali
condizioni di salute ad essere a dir poco allarmanti: drastica perdita di peso,
deterioramento degli organi vitali, danni al cuore.
Riconosciamo e rimarchiamo la necessità del sostegno internazionale a tutt* l*
compas e, in questo momento tragico, a Maja.
Nel nostro piccolo, vogliamo mandare un messaggio di solidarietà e rilanciamo le
richieste avanzate dal padre di Maja, Wolfram Jarosch, come possibile via
d’uscita dal supplizio che l* compas sta subendo:
1. «In nessun caso si deve impiantare un pacemaker contro la volontà di Maja.
Non sarebbe utile dal punto di vista medico, poiché la bassa frequenza
cardiaca è una conseguenza diretta dello sciopero della fame.»
2. «Maja non deve essere legat* al letto. Una misura del genere sarebbe crudele
e priva di giustificazione medica.»
3. «Il Ministero degli Esteri tedesco deve urgentemente porre fine
all’isolamento carcerario e ottenere il rientro di Maja in Germania.»
4. «Non devono avvenire altre estradizioni verso l’Ungheria!»
[Estratto da: Comunicato stampa congiunto di Wolfram Jarosch e del Comitato di
solidarietà per lo sciopero della fame di Maja]
Pretendiamo la liberazione immediata di Maja!
Urge un fronte comune di lotta contro questa ondata fascista che, come un olezzo
di roba rancida e putrefatta, si è riversata sul nostro mondo e nelle nostre
città.
Non possiamo aspettarci niente da uno stato fascista – ungherese o italiano che
sia – e sicuramente non ci aspettiamo una narrazione istituzionale che definisca
i nazisti come un problema di libertà.
Cosa possiamo aspettarci, allora, da un tribunale in cui l’unico giudice fa
anche parte dell’accusa, se non un teatrino della peggior specie?
Possiamo però essere e restare solidal*, possiamo fare tutto ciò che pensiamo
sia giusto per aumentare la solidarietà in maniera esponenziale, immaginando
anche nuove forme di lotta.
A Torino gridiamo da oltre trent’anni che “si parte e si torna insieme”: non è
solo un coro, è una sfida vitale!
Maja non è sol*
#FreeAllAntifas
#FreeMaja