Il movimento contro il carovita e la crisi sociale in Francia non accenna ad
arrestarsi.
Nonostante un importante impegno da parte delle forze dell’ordine per tentare di
disarticolare la forza di questa fase di mobilitazione contro il governo,
l’appuntamento è per sabato 31 ottobre per il terzo atto. Queste settimane hanno
posto alcune questioni importanti da analizzare, dalla possibile ricomposizione
di diversi settori sociali alla radicalità delle rivendicazioni. E’ interessante
anche vedere come il governo Macron non accenni ad arretrare. Quali bisogni del
movimento e quali prospettive?
Ne abbiamo parlato con Mathieu Rigouste, compagno e ricercatore in scienze
sociali in Francia
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Sabato 24 ottobre la Francia è tornata in piazza per il secondo atto della
mobilitazione contro il carovita, una settimana dopo la giornata del 17. Il
Ministero dell’Interno parla di 410.000 manifestanti, 110.000 dei quali a
Parigi, mentre per la CGT ed il movimento erano 800.000. In entrambi i casi, i
numeri sono gli stessi dell’Atto I e confermano la forza di un movimento sociale
nato nelle scuole a settembre e poi allargato a gilets jaunes, lavoratori e
giovani dei quartieri popolari. La risposta dello Stato è stata un dispositivo
di polizia senza precedenti: migliaia di fermi ed arresti, cariche e scontri un
po’ dappertutto in Francia, mentre si registrano feriti gravi a Tolosa e
Clermont-Ferrand. Con la speranza di spaventare i giovani e dissuaderli dallo
scendere in piazza, la polizia ed i tribunali si sono accaniti in particolar
modo contro chi viene dai quartieri popolari, moltiplicando i processi per
direttissima, applicando pene detentive completamente sproporzionate e dando
spesso per scontata la versione della polizia, senza nemmeno permettere agli
imputati una difesa legale all’altezza del processo.
Se i giovani sono il bersaglio fisico della polizia e giudiziario dei tribunali,
dal punto di vista della politica parlamentare, il governo Lecornu ha invece
scelto La France Insoumise come bersaglio politico. La accusa di
“destabilizzare” il paese e di voler “inquinare” le presidenziali, e intima a
tutti di “scegliere il proprio campo”. Mélenchon era nel corteo parigino e
attacca la gestione dell’ordine pubblico, mentre i sindaci della France
Insoumise mettono il partito a disposizione delle rivendicazioni di piazza. Nel
frattempo, il movimento continua ad auto-organizzarsi e lancia un Atto III per
questo sabato, mentre la CGT ed i sindacati confederali entrano in lizza
ufficialmente e chiamano ad uno sciopero “generale e generalizzato” per il 5
novembre.
Ne abbiamo parlato con FX, un compagno francese, ed Irene, una compagna che vive
a Parigi.
Sabato 17 ottobre 2026, centinaia di manifestazioni si sono svolte in tutta la
Francia. Gilet Gialli, studentx delle scuole superiori, studentx universitarix,
sindacati, lavoratorx di vari settori e collettivi si erano datx appuntamento,
sull’onda di un movimento studentesco che da settimane mette in crisi il
governo, il quale si appresta ad approvare una finanziaria che prevede più di 40
miliardi di tagli alla spesa pubblica. Secondo i sindacati, più di 800.000
persone hanno manifestato in tutta la Francia, quasi il doppio di quanto
rivendicato durante l’ultima manifestazione studentesca di martedì.
Scene simili a quelle di Parigi si sono viste ovunque nel paese, tra scontri,
saccheggi, barricate e incendi. A Bordeaux, dei manifestanti hanno saccheggiato
la residenza privata della prefetta. A Marsiglia, dopo degli scontri molto duri
tra il corteo e la polizia, alcuni manifestanti si sono introdotti nell’edificio
del comune. A Lione, è stato dato alle fiamme un ufficio del turismo, in quello
che Le Monde ha definito un «clima insurrezionale». Nunez ha accusato «i
movimenti di ultrasinistra» di aver voluto «attaccare gli edifici pubblici» e ha
detto che, ieri sera, gli arresti erano più di 400.
Ci siamo fatte raccontare da Filippo Ortona, giornalista che vive a Parigi, la
giornata nella capitale e abbiamo ricevuto un contributo audio da Lione.
Questa settimana in Francia alla protesta studentesca si sono unite diverse
università con la partecipazione di istituti che nella storia non hanno mai
scioperato.
Le caratteristiche di questo movimento sembrano piuttosto inedite, così come lo
attesta una possibile convergenza di cui si avrà un primo riscontro sabato 17
ottobre, tra componente studentesca, lavoratori e dimensione legata al movimento
dei Gilet Jaunes.
Ne parliamo con Luna, docente e ricercatrice a Paris VIII
Da due settimane, in Francia, sono in corso proteste e blocchi nelle scuole
superiori da parte di student3, insegnanti e personale educativo, con la
richiesta di maggiori risorse nell’istruzione e migliori condizioni di studio.
Per questo motivo, il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, ha deciso per la
giornata di oggi la chiusura preventiva di molti istituti, aggiungendo che 24
scuole sono state “incendiate o saccheggiate” dall’inizio della mobilitazione.
L3 student3 francesi avevano precedentemente lanciato la “Semaine noire” per i
giorni dal 5 al 9 ottobre.
Almeno 5.000 persone, principalmente adolescenti, sono state arrestate, mentre
decine di persone, tra cui student3 e insegnanti, sono rimaste ferite.
Per domani, 6 ottobre, sono previste manifestazioni in solidarietà alle proteste
studentesche, con scioperi e cortei, promosse da diversi sindacati (anche quelli
normalmente meno belligeranti), oltre che dai Gilet Gialli.
Ne abbiamo parlato con Filippo Ortona, giornalista.
Lo scorso 29 settembre sono arrivate sia la sentenza d’appello ungheresi per
Maja e Gabriele che la decisione della corte francese riguardo all’estradizione
di Gino. I processi riguardano le azioni antifasciste di Budapest del 2023,
organizzate contro la Giornata dell’Onore. Dall’inizio questa vicenda
giudiziaria è la vendetta di uno Stato che sostiene politicamente i neonazisti e
perseguita chi si è opposto alla loro sfilata. Maja, consegnata all’Ungheria
dalla Germania con un’estradizione lampo, è stata condannata in via definitiva a
7 anni. Gabriele, in contumacia, a 6. Nel caso di Gino, la Francia ha dato
parere positivo alla sua estradizione alla Germania (dove è ricercato per i
fatti di Budapest) accettando l’eventualità di una sua successiva estradizione
in Ungheria. In Germania, dove da anni una campagna repressiva punta a
disarticolare le componenti più determinate del movimento, i compagni e le
compagne arrestati/e attendono ora i loro processi.
Le sentenze dimostrano invece quanto sia estesa, in Europa, la decisione di
restringere spazi di manovra e di legittimità all’antifascismo militante. Il
mandato d’arresto europeo e la cooperazione tra le polizie del continente si
confermano una macchina efficiente per inseguire chi si oppone ai fascisti oltre
ogni confine, mentre la galassia neonazista continua a sfilare indisturbata.
Ne abbiamo parlato con Lukas B., avvocato di unx compagnx attualmente a processo
in Germania per i fatti di Budapest. L’intervista è bi-lingue (tedesco con
traduzione a seguire).
Da meno di una settimana in Francia tutti i licei di periferia di Parigi e di
altre grandi città sono bloccati dai picchetti degli studenti che, insieme a
professori e assistenti all’educazione, hanno messo al centro la questione della
formazione. Tutto è partito da Créteil dove i professori hanno organizzato uno
sciopero e gli studenti si sono uniti alle rivendicazioni.
Ciò che viene espresso è una mancanza di mezzi e di risorse per i licei di
periferia, l’insufficienza di personale oltre agli edifici degradati, ma viene
anche portata una feroce critica sulla qualità della formazione e sulle
possibilità lavorative inesistenti a seguito del diploma. Queste proteste hanno
visto immediatamente una diffusione significativa, anche le università si sono
unite ai blocchi, inoltre i sindacati confederali e, ancorché il governo, sono
stati obbligati a prendere in considerazione le rivendicazioni.
La risposta muscolare delle forze di polizia non si è fatta attendere con
arresti, fermi e feriti gravi, oltre a cariche all’ingresso delle scuole da
parte dei CRS. E’ interessante notare anche la presenza di diversi consiglieri
di La France Insoumise sui blocchi, a partire dal sindaco Bally Bagayoko di
Saint Denis.
Ne abbiamo parlato con un professore di un liceo di periferia di Parigi.
Credits foto di hugo_aymar e Tulyppe
Screenshot
Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi
permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle
armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che
stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista
delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta
dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi,
ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge
sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel
2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma
del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia
francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed
arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi
per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli
francesi.
La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer”
potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il
prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce
in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le
elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una
sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise.
Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
Mercoledì 19 la Corte d’appello di Parigi si è pronunciata a favore
dell’estradizione in Germania entro 10 giorni di Gino, compagno antifascista
inquisito dall’Ungheria in merito ai fatti del Giorno dell’onore, il raduno
internazionale che ogni anno richiama nella capitale ungherese neonazistx
provenienti da diversi paesi europei.
Gino, dopo un primo arresto in Finlandia, era stato fermato Parigi per via del
mandato d’arresto europeo spiccato dall’Ungheria di Orbàn, e aveva trascorso
quattro mesi nel carcere di Fresnes. In Francia la sua condizione, grazie alla
mobilitazione dellx antifascistx e dei comitati, ha sollevato un dibattito
pubblico, e molte le persone, gruppi, collettivi che hanno manifestato
contrarietà alla sua estradizione in Ungheria, dove rischia fino a 24 anni di
carcere.
Successivamente, la Corte d’appello di Parigi aveva respinto la richiesta di
estradizione avanzata da Budapest per il rischio di trattamenti inumani o
degradanti, per le condizioni della detenzione e per la mancanza di garanzie
relative all’indipendenza e all’imparzialità della giustizia ungherese
Appena diciannove giorni dopo quella decisione, a Gino è stato notificato un
nuovo mandato d’arresto europeo, per gli stessi fatti. A cambiare era il paese
richiedente: non più l’Ungheria di Viktor Orbán, ma la Germania.
A questo punto, la Corte francese, chissà tra quali pressioni, ha ribaltato la
sua precedente decisioneha accettato la richiesta della repubblica tedesca,
nonostante non ci siano garanzie che, una volta estradato in Germania, Gino non
venga successivamente estradato in Ungheria, come è successo con Maja,
attualmente sottoposta a condizioni detentive degradanti e sottoposta
quotidianamente alla violenza delle guardie.
Ascolta il racconto e le riflessioni di Gino dopo la decisione della Corte
d’appello francese di accettare la sua estradizione:
Il ricorso in Cassazione della difesa sospende l’estradizione: è il momento di
moltiplicare la solidarietà. Gino non deve essere estradato, è più che mai
necessario mobilitarsi e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile
(comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, presidi davanti alle ambasciate
francesi e tedesche, cortei) per evitare a Gino un’imminente estradizione.
Il 5 settembre 2026, alle ore 11:00 nell’ambito di Renoize – Festival Antifa al
LOA Acrobax, ci sarà l’assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – ITALY: resistere
ai fascismi, organizzare la solidarietà, costruire nuovi immaginari.
Per adesioni e info su logistica ecc scrivi alla mail:
freeallantifasitaly@inventati.org o alla pagina IG:
https://www.instagram.com/freeallantifasitaly, e continua ad aggiornarti su
https://freeallantifas.noblogs.org/
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo
aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo
il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata
è ogni lunedì, davanti ai tribunali.
Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires ,
abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente
politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un
“disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i
diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima
espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole
contrastare efficacemente.
A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e
problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni
sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso.
Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di
una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale
femminista fissato per il 7 settembre.
Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di
dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra
movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la
prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti:
si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze
sessuali, quasi uno ogni tre minuti.
Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in
questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale,
che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo
intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in capitolo. Quest’ultimo,
rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad
esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione
colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie.
L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con
l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i
tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di
strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste,
transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento
transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche
di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze.
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