Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita
delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in
viaggio.
Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la
decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di
controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database
Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine.
Non casualmente possiamo notare come le aziende che investono sulla crescita di
tali tecnologie e che guadagnano dalla loro vendita, hanno base in Israele.
Tecnologie – come quasi sempre accade – ideate e sperimentate sui palestinesi,
prima e durante in genocidio. Perfezionate ad hoc per poi essere usate nei
contesti della guerra ai migranti: il nemico interno dell’occidente.
Come più volte ripetuto ai microfoni di Harraga (trasmissione in onda ogni
venerdì tra le 15 e le 16 su Radio BlackOut) vi è un filo rosso che collega le
tecnologie di morte e sorveglianza prodotte in Israele, per i propri genocidari
obbiettivi coloniali, con la morte e sofferenze causate da frontiere e razzismo
di stato a queste latitudini.
Ascolta:
Tag - frontiere
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Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì
alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte
2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma
vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e
poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri
territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la
causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la
liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria.
Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima
perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il
nemico interno.
Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma
influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e
praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura
dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la
solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno
strumento di ricatto, in Palestina e non solo” .
Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini
storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e
antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80,
all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva
trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo.
Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su
spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione,
pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie
di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle
strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo
militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il
vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal
potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri
e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la
“popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà
umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne
deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del
colonialismo.
Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una
professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e
progetti.
Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione
politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che
questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
di Mauro Armanino Dalla pelle alle parole, dai volti alle porte, ogni confine
nasce prima nelle coscienze che sulle mappe: solo ricostruendo legami,
responsabilità e umanità condivisa sarà possibile disarmare …