Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane
nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto
dalle autorità del posto.
Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato
catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione
sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era
in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al
trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la
detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto.
Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni
detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di
celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili
sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo
prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per
direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo
che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto
ripetutamente cure mai ricevute.
A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano
e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura.
Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto
accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i
microfoni di Radio Blackout.
Francesca, attivista e avvocata:
Yasmine, attivista:
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Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita
delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in
viaggio.
Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la
decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di
controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database
Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine.
Non casualmente possiamo notare come le aziende che investono sulla crescita di
tali tecnologie e che guadagnano dalla loro vendita, hanno base in Israele.
Tecnologie – come quasi sempre accade – ideate e sperimentate sui palestinesi,
prima e durante in genocidio. Perfezionate ad hoc per poi essere usate nei
contesti della guerra ai migranti: il nemico interno dell’occidente.
Come più volte ripetuto ai microfoni di Harraga (trasmissione in onda ogni
venerdì tra le 15 e le 16 su Radio BlackOut) vi è un filo rosso che collega le
tecnologie di morte e sorveglianza prodotte in Israele, per i propri genocidari
obbiettivi coloniali, con la morte e sofferenze causate da frontiere e razzismo
di stato a queste latitudini.
Ascolta:
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