Ad Harraga – trasmissione in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 su Radio
Black Out – proviamo a ricostruire, con due compagne di Milano, gli ultimi
omicidi per…
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ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
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https://radioblackout.org/podcast/anarres-del-23-gennaio-rojava-stati-uniti-ice-senza-freni-olimpiadi-sangue-sfruttamento-e-buoni-affari/
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Rojava. Attacco al confederalismo democratico
Nelle stesse settimane dell’insurrezione iraniana il governo islamista di
Damasco ha sferrato un durissimo attacco al Rojava. L‘esercito siriano ha
attaccato le aree della Siria del nord che erano sotto il controllo delle forze
del Confederalismo Democratico, le stesse forze che avevano liberato il nord est
della Siria dai massacratori dell’ISIS.
La spartizione tra potenze globali e regionali dell’influenza sulla Siria è
costruita sulla pelle di quanti negli ultimi quindici anni hanno saputo
costruire, tra mille difficoltà ed aporie, un’alternativa laica, pluralista,
fondata sulla parità di genere e la concreta messa in crisi degli oppressivi
sistemi patriarcali.
Il governo siriano e i suoi finanziatori ad Ankara e Riad puntano alla
cancellazione di un’esperienza che, pur con innegabili limiti, ha rappresentato
un’alternativa a un’ordine sociale strutturato sull’oppressione delle donne, la
reazione religiosa, le divisioni settarie e il bieco sfruttamento.
Ne abbiamo parlato con Federico
Stati Uniti. L’ICE scatenata
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Le milizie pattugliano i dintorni delle scuole ed arrestano persino i bambini. I
somali, tutti profughi di guerra vengono rastrellati per le strade, dove è
caccia strada per strada e dove si sono create reti di vicinato per avvertire
del pericolo. Alcuni video mostrano la brutalità della polizia di frontiera che
picchia e spruzza in faccia a persone ammanettate. ICE “dichiara” il diritto di
entrare nelle case senza mandato. É una guerra. Civile
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Olimpiadi. Sangue, sfruttamento e buoni affari
Nella Milano capitale del lavoro povero le Olimpiadi sono state volontariato non
retribuito o lavoro precario nell’indotto turistico, ma anche un appoggio
ideologico all’insostenibile modello di città esclusiva ed escludente.
Ne abbiamo parlato con ABO Di Monte
Appuntamenti:
Siria e Iran: una libertà senza confini
Sabato 24 gennaio
ore 10,30
punto info al Balon
Nè shah né mullah. A fianco di chi lotta contro i dittatori di ieri, oggi e
domani in Iran e in Siria
ore 15
piazza Vittorio Veneto
partecipiamo al corteo per il Rojava
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Venerdì 6 marzo
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
Venerdì 13 marzo
Storie di punk e anarchia
I Crass: una sfilza di schiaffi in faccia e di pedate sul culo
Ne parliamo con Marco Pandin di Stella Nera
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
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Federazione Anarchica Torinese
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Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
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La puntata di Harraga del 13.2.26 è iniziata con una carrellata di brutte
notizie. Partendo dall’ennesima morte di CPR, questa volta nel lager di Bari
Palese, di Simo Said (al…
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi
lungo…
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Venezuela. La partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina
L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere
all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta
operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e
abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e
consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia
di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa
élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello
che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti
avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti
con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare
al presidente deposto.
Alle nostre latitudini i campisti scendono in piazza a fianco del regime
venezuelano, incapaci di un’analisi che sappia mettere al centro le partite
reali che si stanno giocando sulla pelle della povera gente che vive in
Venezuela, stretta tra un regime corrotto, clientelare, militarista e repressivo
e il rischio di una sterzata a destra in senso ferocemente liberista.
Abbiamo provato a capirne di più con Stefano Capello
CPR: prigioni e manicomi
I CPR, le prigioni per migranti, stanno assumendo sempre più la funzione di
manicomi criminali che a prigioni.
Nelle prime settimane del 2026 diversi video usciti dai CPR mostrano la realtà
che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in
evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti,
urla disperate nei corridoi.
Alle denunce degli abusi e violenze fatte da assemblee di lotta ed associazioni
di medici l’unica risposta è il divieto di usare cellulari con la telecamera,
affinché sulle violenze cali il silenzio.
Ne abbiamo parlato con Raffaele Viezzi
Iran. Il silenzio dei “movimenti”
La repressione governativa si è scatenata con inaudita ferocia.
Chiusa internet, dalla scorsa settimana arriva solo qualche rara telefonata.
I morti sono probabilmente oltre i 12.000, in carcere tra torture e probabili
esecuzioni ci sono quasi 11.000 persone. Un’immane carneficina.
I media main stream danno spazio solo ai filomonarchici e a Trump, ignorando una
rivolta spontanea che solo alcuni canali internet raccontano.
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
continua ad echeggiare nelle strade del paese.
La lotta contro il regime teocratico attraversa tutto il paese.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria. Ma alle nostre latitudini
solo in pochi sostengono chi si batte contro mullah e shah: prevale un’orrida
logica campista. La stessa che porta a sostenere le dittature islamiste, solo
perché avversate dal dispotismo del governo statunitense.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Venerdì 6 febbraio
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
Venerdì 13 febbraio
Storie di punk e anarchia
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La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and
Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le
incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle…
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e
Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di
persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze…
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Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazione di quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci pone tra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 16 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
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Rivoluzione e autogestione
Il dibattito sulla trasformazione sociale oggi pare perdere forza di fronte a
dinamiche del conflitto sociale che si dipanano sull’immediatezza, su alleanze
improbabili, sul risorgere ddel campismo novecentesco con l’inedita alleanza tra
gli eredi della terza internazionale e l’islam globale. che tacita la critica in
nome di un’intersezionalità delle lotte che non ha altro denominatore comune ma
una semplice sommatoria delle sfighe. Nessuna coerenza tra mezzi e fini, nessuna
proiezione sul futuro.
Eppure oggi più che mai se vogliamo che ci sia un futuro occorre fare i conti
con la devastazione capitalista e con la guerra globale che inghiotte vite ogni
giorno.
Una buona ragione per ragionare sulla concretissima utopia i chi impasta
autogestione e lotta, in una continua e necessaria sottrazione dall’istituito.
Ne abbiamo parlato con Francesco Codello, pedagogista, anarchico
Torino. Nuovo piano regolatore tra cemento e retorica
La nostra città si accinge ad una serie di ristrutturazioni urbane all’insegna
del commercio, dell’esclusione dei poveri, della privatizzazione dei servizi.
Ne abbiamo parlato con Giovanni Semi, sociologo, insegna all’Università di
Torino
Il governo punta sulla riconversione bellica
Dal cappello della finanziaria 2026 spunta un emendamento per favorire la
produzione e il commercio «di armi e materiale bellico» sul territorio
nazionale. Il motivo è «tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello
Stato e rafforzare le capacità industriali della difesa».
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello
Appuntamenti:
Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazione di quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci pone tra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
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La fine del Patto Atlantico
La frattura tra gli Stati Uniti e l’Europa è ormai un fatto. La guerra in
Ucraina ne è la cartina i tornasole.
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello
Stati Uniti. Il Trump furioso
Trump moltiplica le misure repressive nei confronti di immigrati, stranieri,
poveri. Non gli è riuscito il colpo di annullare uno dei cardini su cui sono
stati costruiti gli States: lo ius soli per ora non verrà toccato.
Il suo consenso cala anche in aree del paese tradizionalmente repubblicane: a
Miami non è bastato un candidato ispanico per impedire l’elezione a sindaco di
una esponente democratica.
Le crepe aperte dalle violente incursioni dell’ICE, la normalizzazione delle
università, il dominio dei media, una non troppo celata attitudine a spezzare le
regole del gioco aprono crepe profonde. Il rischio è che a termine mandato Trump
osi fare il golpe che a Capitol Hill venne solo messo in cartellone. La prossima
replica potrebbe avere effetti deflagranti.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
La strage di Piazza Fontana. Il tramonto dell’illusione democratica
Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppiò nella Banca dell’Agricoltura di piazza
Fontana a Milano, uccidendo 16 persone.
La polizia puntò subito gli anarchici, che vennero rastrellati e portati in
questura. Uno di loro,Giuseppe Pinelli, non ne uscirà vivo, perché scaraventato
dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.
Le versioni ufficiali parlarono di suicidio: anni dopo un magistrato di
sinistra, D’Ambrosio, emesse una sentenza salomonica: “malore attivo”. Né
omicidio, né suicidio.
Pietro Valpreda venne accusato di essere l’autore della strage. Trascorrerà, con
altri compagn* tre anni in carcere in attesa di giudizio, finché non venne
modificata la legge che fissava i limiti della carcerazione preventiva. Quella
legge, emanata su pressione dei movimenti sociali venne a lungo chiamata “legge
Valpreda”.
Dopo 54anni dalla strage, sebbene ormai si sappia tutto, sia sui fascisti che la
eseguirono, gli ordinovisti veneti, sia sui mandanti politici, tutti interni al
sistema di potere democristiano di stretta osservanza statunitense, non ci sono
state verità giudiziarie.
Nel 1969 a capo della Questura milanese era Guida, già direttore del confino di
Ventotene, un funzionario fascista, passato indenne all’Italia repubblicana.
Dietro le quinte, ma presenti negli uffici di via Fatebenefratelli c’erano i
capi dei servizi segreti Russomando e D’Amato.
Il Sessantanove fu l’anno dell’autunno caldo e della contestazione studentesca,
movimenti radicali e radicati si battevano contro il sistema economico e
sociale.
La strage, che immediatamente, gli anarchici definirono “strage di Stato”
rappresentò il tentativo di criminalizzare le lotte, e scatenare la repressione.
In breve i movimenti sociali reagirono alle fandonie della polizia, smontando
dal basso la montatura poliziesca che era stata costruita sugli anarchici.
Cosa resta nella memoria dei movimenti di quella strage, che per molti compagni
e compagne dell’epoca rappresentò una rottura definitiva di ogni illusione
democratica?
Ne abbiamo parlato con Cosimo Scarinzi, all’epoca giovane compagno e testimone
di quella stagione cruciale
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