La guerra di Trump all’Iran ha tutta l’aria di essere un fallimento per gli
Stati Uniti: l’ultimo passo indietro rispetto al Project Freedom per sbloccare
Hormuz ha dimostrato l’ennesima debolezza. L’intesa sul piano in 14 punti di cui
Trump si vanta ai quattro venti è già stata smentita dall’Iran che guarda alla
Cina come potenziale mediatore.
Nonostante il consenso interno cali e gli uomini del Presidente siano costretti
a viaggi riparatori, come quello di Rubio da papa Leone XIV, i grandi colossi
americani dalle big tech alle aziende delle armi continuano a guadagnare da
questa guerra. Occorre guardare anche alla posizione delle petrolmonarchie che,
lungi dall’essere un blocco unico, stanno dimostrando insofferenza nei confronti
di un Paese che dovrebbe garantire loro sicurezza ma stenta anche in questo.
Un commento alle notizie degli ultimi giorni con Antonello Sacchetti, blogger e
esperto di Iran
Tag - guerra iran
La guerra contro l’Iran sta ridefinendo gli equilibri geopolitici mirando da
parte israelo americana alla ristrutturazione radicale del sistema della
connettività eurasiatica, poiché ne percepiscono lo sviluppo come un potenziale
pericolo per la struttura di potere globale che possiamo definire talassocratico
su cui si è retta la lunga stagione dell’egemonia americana. Gli israeliani, in
particolare, hanno bombardato chirurgicamente, pochi giorni fa, una precisa
sezione dei 14.000 km di rete ferroviaria iraniana: giusto quegli otto segmenti
e dieci tratte del corridoio ferroviario strategico Iran-Cina, inaugurato
ufficialmente il 3 giugno scorso (appena dieci giorni prima dello scatenamento
della fase 1 della guerra) e frutto di un significativo investimento cinese, nel
quadro della “Belt and Road Initiative”. L’obiettivo strategico di questo
corridoio ferroviario è quello di consentire all’Iran di esportare petrolio
direttamente in Cina via terra, aggirando lo Stretto di Hormuz e di importare
merci, riducendo drasticamente i tempi di trasporto (15 giorni contro i 40
previsti dalla rotta via mare), diminuendo la vulnerabilità al sistema
sanzionatorio e al controllo navale navale occidentale dell’Oceano indiano e lo
Stretto di Malacca attraverso cui transita il 90% del petrolio che la Cina
importa dall’Iran,vera e propria giugulare per il sistema di scambio commerciale
cinese. Questi corridoi non sono solo est-ovest ma s’intersecano anche con
quelli nord-sud in cui la Russia ha un ruolo significativo , e i corridoi
intermodali che trovano nel porto secco di Aprin ,a sud ovest di Teheran , un
terminale strategico hanno in Iran uno snodo decisivo. L’incubo dei neocon
statunitensi è stato da sempre il rischio dell’unificazione del continente
eurasiatico che mettesse in discussione la talassocrazia atlantica ,Brezinski
nel 1997 nel libro “La grande scacchiera” metteva in guardia su questo scenario.
Il distacco della Russia dall’Europa ,in particolare dalla Germania riunificata
è avvenuto con la guerra in Ucraina e il sabotaggio del North Stream , ora con
la guerra contro l’Iran l’obiettivo sembra essere quello di colpire i corridoi
di connettività eurasiatica .La guerra dei corridoi di connettività rimarrà il
principale fattore d’instabilità dall’Asia occidentale all’Asia centrale e non è
un caso che gli Stati Uniti ed Israele abbiano bombardato diversi nodi
dell’INSTC (il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre
membri del BRICS Russia, Iran e India.) : il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il
porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia
Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina . Il fatto che Israele stia
bombardando questi obiettivi ci dice da un lato che sta sicuramente perseguendo
con determinazione i suoi interessi geopolitici locali, ma se bombarda gli asset
cinesi in Iran, lo fa per conto di chi conduce un gioco molto più grande per il
nazionalismo sionista.
Ne parliamo con Salvatore Minolfi studioso di storia contemporanea ed autore di
varie pubblicazioni .
Insieme a Fabio Cremaschini, geografo e ricercatore dell’Università degli Studi
di Genova, abbiamo ricostruito la complessa mappa di attori e interessi che
ruotano attorno allo stretto di Hormuz, snodo logistico cruciale per il
commercio energetico globale.
Come noto, lo stretto di Hormuz è oggi al centro della guerra tra Stati Uniti,
Israele e Iran. In questo approfondimento allarghiamo lo sguardo all’intera
regione: un’area trasformata negli ultimi cinquant’anni da un’imponente
infrastrutturazione portuale, che ne ha ridefinito profondamente il volto,
accompagnando l’ascesa dei paesi del Golfo sulla scena internazionale e il
crescente coinvolgimento americano.
Oggi, oltre al rischio di blocco dello stretto, sono porti e terminal
petroliferi a finire nel mirino del conflitto.
Ascolta la diretta
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive
Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha
sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi
tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti
di Epstein. La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto
sta accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele,
in particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate
composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump.
Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA
però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in
guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a
USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo
di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel
sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco
come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture
tecnologiche le guerre di Trump.
Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto
Usa-Israele. Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una
reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e
espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che
nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua
capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di
Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump
parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento
del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al
progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a
Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana.
L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di
origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere
uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia
intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo
definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che
rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in
Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo
quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche
contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista
non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli.
Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel
colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di
come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione
verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica
aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto
altro.
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro
l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è
ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa. Nonostante
non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia Occidentale, le
ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono sovrapponibili con la
guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo l’inizio degli
attacchi pakistani a Kabul.
Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le
proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le
immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato
americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle
relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la
manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda
comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi
contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non
indifferente per la linea Trump.
Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate
tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.