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CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO ACCELLERA SUL NUCLEARE?
Torna ai microfoni di Radio Blackout il fisico Angelo Tartaglia, per commentare l’avanzamento in sede parlamentare dell’iter del disegno di legge delega sul nucleare, approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso 2 ottobre. Nel disegno di legge, che consegnerebbe al governo una delega in bianco per i decreti attuativi sul ritorno del nucleare nel mix energetico italiano, il termine “nucleare” viene sempre affiancato all’aggettivo “sostenibile”. Una definizione contestata, che contrasta con l’esito dei referendum del 1987 e del 2011. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo al convegno de Il Sole 24 Ore “Transizione energetica e industria del nucleare”, ha indicato le possibili tappe: chiudere il processo legislativo entro l’estate e arrivare a fine anno con i decreti attuativi. Nel contesto della crisi energetica legata al conflitto tra Russia e Ucraina e alle tensioni nello stretto di Hormuz, il nucleare viene presentato come una soluzione, mentre resta aperta la questione di un piano energetico complessivo e della transizione fuori dai combustibili fossili. Segnaliamo anche il report dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace, che analizza come i media italiani hanno raccontato la crisi iraniana e i suoi effetti energetici ed economici. Il report indaga se le rinnovabili vengano presentate come leva per sicurezza e indipendenza energetica o se il dibattito resti centrato su fonti fossili e rilancio del nucleare.
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Ancora in stallo i negoziati tra USA e Iran. L’economia iraniana sembra reggere alle pressioni della guerra
La situazione tra Iran e Stati Uniti resta in stallo, mentre la tensione nello Stretto di Hormuz rimane elevata. Gli Stati Uniti starebbero valutando la proposta in 14 punti presentata dall’Iran, che prevede la riapertura dello stretto, cruciale per il traffico energetico globale. In cambio, Teheran chiede di rimandare la questione più delicata, cioè i negoziati sul proprio programma nucleare, che Washington vorrebbe smantellare completamente. Sul piano politico e militare, Trump non esclude del tutto una ripresa delle ostilità, confrontandosi tuttavia con un’opinione pubblica largamente contraria a una nuova escalation, i costi militari già estremamente elevati e una riapertura del conflitto che potrebbe far aumentare i prezzi dell’energia, con conseguenze interne dannose anche in vista delle elezioni di metà mandato. Dal punto di vista economico, le sanzioni e il blocco stanno effettivamente causando forti difficoltà all’Iran, con un’inflazione molto elevata quasi al 70%, con un rincaro dei prezzi soprattutto sui beni essenziali. Tuttavia, il sistema economico iraniano sembra reggere meglio del previsto, grazie anche a una struttura adattata alla resistenza in condizioni di crisi prolungata. Ne abbiamo parlato con Tara Riva, analista itao-iraniana esperta di relazioni internazionali.
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Stretto di Hormuz ,il pirata di Washington minaccia il blocco
Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad ,l’autocrate della Casa bianca minaccia il blocco dello stretto di Hormuz ,accrescendo la tensione e facendo salire il prezzo del petrolio .Allo stato attuale l’Iran ha effettivamente preso il controllo dello stretto e non l’ha necessariamente chiuso. L’accesso è regolamentato ed è necessaria una forma di pagamento, non in dollari, ma in yuan, visto che l’Iran preferisce essere pagato nella valuta cinese. Lo stretto è rimasto aperto anche prima dell’attacco congiunto Israele-USA e l’Iran consente il transito alle navi che non sono legate agli aggressori ,ma il costo delle coperture assicurative frena il transito delle navi e il flusso di petrolio diminuisce in modo inversamente proporzionale all’aumento del prezzo che invece aumenta. Il fallimento dei colloqui di Islamabad ,secondo fonti iraniani, è dovuto al massimalismo delle posizioni americane che hanno impedito il raggiungimento di un accordo che invece sembrava alla portata dei negoziatori. Ma le pressioni provenienti da Washington per alzare la posta hanno allontanato le possibilità di un accordo facendo fallire al momento i negoziati. La nuova leadership iraniana ,emersa dalla guerra è molto legata ai pasdaran ,l’ala militare del regime si rafforza e si registra anche un cambio generazionale ,emerge come uomo forte Ghalibaf ,presidente del parlamento iraniano e legato ai guardiani della rivoluzione ,personaggio su cui gravano accuse di corruzione e nepotismo. Con Farian Sabahi studiosa e giornalista di origini iraniane parliamo di questi temi e anche della vicenda del tentativo di recupero del pilota del caccia F15 abbattuto in territorio iraniano che sembra invece aver avuto un altro scopo legato al tentativo fallito di sottrarre l’uranio arricchito iraniano.
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Quale tregua tra Stati Uniti e Iran?
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti. Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione, andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
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Lo stretto di Hormuz tra commercio globale, infrastrutture e conflitti: un quadro tra geografia e storia dello sviluppo
Insieme a Fabio Cremaschini, geografo e ricercatore dell’Università degli Studi di Genova, abbiamo ricostruito la complessa mappa di attori e interessi che ruotano attorno allo stretto di Hormuz, snodo logistico cruciale per il commercio energetico globale. Come noto, lo stretto di Hormuz è oggi al centro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo approfondimento allarghiamo lo sguardo all’intera regione: un’area trasformata negli ultimi cinquant’anni da un’imponente infrastrutturazione portuale, che ne ha ridefinito profondamente il volto, accompagnando l’ascesa dei paesi del Golfo sulla scena internazionale e il crescente coinvolgimento americano. Oggi, oltre al rischio di blocco dello stretto, sono porti e terminal petroliferi a finire nel mirino del conflitto. Ascolta la diretta
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Escalation in Medio Oriente: si allarga il conflitto tra Iran, Libano e paesi del Golfo@2
All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si amplia il raggio degli obiettivi colpiti. Le immagini che arrivano sono poche, e questo contribuisce ad abbassare l’attenzione mediatica e la percezione della gravità della situazione. Non vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come spesso viene riportato attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città di Teheran è sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che cresce di giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in ginocchio l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere. Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa 850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra. Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale, richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli obiettivi israeliani. Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il Manifesto. Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni, abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni dei paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio nel conflitto. Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station, associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si può seguire: https://www.instagram.com/nationstation__?igsh=MXExeHFhdjVraWdneg==
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UE e Pichetto Fratin: nucleare per rispondere alla crisi energetica
La guerra israelo-americana nei confronti dell’Iran non ha fatto i conti con la messa in campo dell’arma più potente iraniana, ossia la chiusura dello Stretto di Hormuz e la deflagrazione della crisi energetica a livello mondiale. Per rispondere alla crisi annunciata Ursula Von Der Leyen al vertice sull’energia nucleare a Parigi ha dichiarato che l’UE ha sbagliato a rallentare sul nucleare, immaginando di dare il via a investimenti per i piccoli nuovi reattori (SMR) per procedere sulla via dell’indipendenza energetica. Di questi reattori al momento esistono soltanto un paio di esempi in tutto il mondo visti i costi, i limiti delle tempistiche nella costruzione, i problemi legati alla sicurezza, la produzione di scorie e l’assenza di una soluzione per esse. Mentre Meloni mette in piedi un decreto bollette senza garanzie, il Ministro della Sicurezza Energetica Pichetto Fratin coglie la palla al balzo dell’UE per sperare in finanziamenti europei – si parla di 200 milioni messi a disposizione dall’UE per sostenere l’innovazione dei SMR da qui al 2028 – per dare seguito al nuovo ddl sul nucleare che di fatto, in barba a ben due referendum in cui la popolazione italiana ha votato contro questa fonte energetica, liberalizza la possibilità di costruire nuove centrali e accentra i poteri decisionali nelle mani del governo. L’Agenzia Internazionale per l’Energia oggi ha rilasciato 400 milioni di barili di greggio per calmare i mercati finanziari a fronte della chiusura dei traffici, il che risulta una semplice misura palliativa che non potrà impedire l’aumento reale dei prezzi sia sul petrolio che sui suoi derivati, mostrando ancora una volta la priorità, ossia garantire la possibilità di speculazione finanziaria in tema energetico. Ne parliamo con Daniele Gamba, attivo sul territorio biellese in merito ai progetti di speculazione energetica e membro del Circolo Tavo Burat.
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