Dopo la fine del ciclo del Mas, il governo conservatore di Rodrigo Paz risponde
alla crisi sociale con tagli, stato d’emergenza e repressione. Ma dietro i
blocchi c’è un paese …
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In Bolivia proteste e scontri contro il governo di Rodrigo Paz, accusato di aver
tradito le promesse sociali fatte in campagna elettorale, hanno raggiunto un
punto di rottura. La Paz è completamente isolata ed il centro-nord del paese è
paralizzato da oltre 40 picchetti e blocchi stradali organizzati dai vari
settori sociali in mobilitazione.
La crisi nasce dall’aumento del costo della vita, dalla scarsità di carburante e
dollari e da nuove misure economiche che hanno colpito salari, trasporti e
prezzi dei beni essenziali. Dopo le agitazioni di operai e autotrasportatori, a
cui si sono sommate quelle dei maestri rurali contro una riforma peggiorativa
dell’istruzione, sono scesi in piazza anche i popoli indigeni per respingere una
legge sulla proprietà terriera che favorirebbe processi di concentrazione
territoriale e indebolirebbe le proprietà comunitarie.
Un aggiornamento di Manfredo Pavoni Gai, un compagno che lavora in Bolivia con
la Fondazione Paolo Freire.
A La Paz sono confluiti migliaia di manifestanti, che oggi chiedono apertamente
le dimissioni del presidente, che ha risposto con una dura repressione: arresti,
feriti e interventi di polizia ed esercito contro blocchi e manifestazioni. Dopo
anni di frammentazione, nelle piazze boliviane è tornata – per adesso – una
nuova convergenza tra settori popolari e organizzazioni sociali.
Con una compagna boliviana abbiamo fatto il punto sulla genesi e le prospettive
dell’attuale estallido social in Bolivia.
Un secondo aggiornamento di Manfredo Pavoni Gai sulle manifestazioni che si sono
tenute domenica nella capitale La Paz:
In Cile, cinque prigionieri politici del popolo Mapuche, detenuti nel carcere di
Temuco per dei sabotaggi incendiari contro le industrie agro-forestali, sono in
sciopero della fame secca da giorni per protestare contro le condizioni
detentive ed il continuo attacco dello Stato cileno nei confronti delle
organizzazioni Mapuche che lottano in difesa del proprio territorio.
Le famiglie dei prigionieri denunciano intimidazioni e controlli ripetuti da
parte dei Carabineros durante le visite e l’assenza di qualsiasi informazione
chiara e accesso reale ai dati sanitari ed allo stato di salute dei prigionieri.
Le famiglie parlano apertamente di violenza istituzionale, chiedono il
trasferimento immediato in una struttura ospedaliera adeguata e ribadiscono che
considerano lo Stato cileno responsabile della vita dei loro familiari.
Due contributi arrivati alla redazione informativa di Radio Blackout, da parte
di due compagne Mapuche, con la richiesta di rompere l’isolamento della vicenda
e rilanciare solidarietà e attenzione internazionale.
Per inviare videomessaggi di sostegno: “solidarietà ed appoggio ai prigionieri
politici Mapuche in sciopero della fame”: MARIOSILVAGARCIA1959 (chiocciola)
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Il 14 gennaio 2024 Bernardo Arévalo si è ufficialmente insediato nella casa
presidenziale a Città del Guatemala, dopo aver vinto con il 59,5% dei consensi
al ballottaggio del 20 agosto 2023 contro Sandra Torres. Si tratta di un
risultato di grande importante per il Paese, stretto alleato degli Stati Uniti,
che vede così arrestare la […]