Estratti dalla puntata del 12 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
Umer Khalid ha ripreso lo sciopero della fame dopo una breve interruzione. Le
condizioni di salute di Heba Muraisi e Kamran Ahmed sono critiche, il rischio di
morte è sempre più concreto, eppure il governo britannico e il ministro della
giustizia Lammy continuano a negare qualunque canale di trattativa e omettono di
esprimere – anche solo – attenzione per queste persone che si stanno lasciando
morire nelle loro galere. Del resto, quando hai contribuito a un Genocidio,
quando hai consentito e supportato la macellazione di decine di migliaia di
vite, quando hai sostenuto materialmente e moralmente la trasformazione di un
territorio in una distesa di brandelli di corpi e macerie, cosa vuoi che siano
delle giovani vite in più da sacrificare sull’altare del sionismo?
Ma la campagna di Prisoners for Palestine e il supporto alle persone detenute
per le azioni di Palestine Action risuonano sotto le carceri, nelle strade e
contro le banche che continuano a investire in Elbit Systems, nonostante la
compressione della libertà di espressione che continua a mietere arresti e
licenziamenti.
Proseguiamo nell’analisi di questo scenario che si declina tra il supporto
militare incondizionato verso Israele (fronte esterno) e la repressione delle
reazioni che si sviluppano all’interno della società britannica (fronte
interno).
COME ISRAELE PLASMA LA REPRESSIONE ITALIANA
Passiamo quindi al contesto italiano, partendo dalla recente notizia di “un
corso di formazione su Gaza” per la Polizia di Stato e tornando a ripercorrere
una breve cronologia della cooperazione strutturale (non episodica) tra
l’apparato repressivo nostrano e quello israeliano.
Quindi ritorniamo nel Regno Unito con una testimonianza di Gianluca Martino
sull’operatività dei dispositivi di censura nei confronti delle critiche allo
Stato di Israele e cosa ci aspetta qualora passassero in Italia i disegni di
legge che equiparano antisionimo ad antisemitismo:
INFOWAR E CAMPISMO
Cerchiamo di osservare superficialmente alcuni fenomeni riconoscibili
all’interno dell’interazione tra opinioni individuali (o gruppali) ed eventi
geopolitici: il “campismo”, la infowar e come questi interagiscano tra loro.
Come vengono affrontate le rivolte in Iran da una prospettiva anti-sionista?
Come vengono plasmate e raccontate dai vari attori coinvolti nella guerra di
informazione? Come si costruiscono icone virali o si propongono nuovi candidati
al potere?
Spoiler: non daremo risposte esaustive, ma cercheremo di osservare lo scenario
zompettando tra “la ragazza che si accende la sigaretta con la foro di
Khamenei”, gli internet-blackout prodotti dal regime iraniano (e quelli durante
i rastrellamenti ICE), gli sciami di chatbot sionisti, gli incendi in Argentina
e i turisti israeliani, le affermazioni del boss dell’azienda di killer-robots
Anduril sul potere della propaganda…
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Estratti dalla puntata del 22 dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che
Brucia
SGOMBERO ASKATASUNA E ECONOMIA DELLA REPRESSIONE
Partiamo con un articolo (suggerito da una persona all’ascolto) che ci consente
di riflettere sul profilo di economia della repressione sovrapposto allo
sgombero di Askatasuna:
PRISONERS FOR PALESTINE
Mentre va in onda la puntata, sei Prisoners for Palestine (Qesser Zuhrah, Amu
Gib, Heba Muraisi, T Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello) stanno proseguendo
lo sciopero della fame in condizioni critiche: nell’ultima settimana, oltre 800
sanitari hanno segnalato il “concreto rischio di morte per questi giovani
cittadini britannici in carcere senza una condanna”. Cinque di loro hanno dovuto
ricorrere a ricoveri ospedalieri, come nel caso di Qesser, per la quale sono
state indispensabili mobilitazioni davanti al carcere affinché le fosse
consentito il trasferimento in ambulanza.
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AGGIORNAMENTO: Nella serata del 23 dicembre 2025 apprendiamo che Amu e Qesser
hanno interrotto lo sciopero della fame. Nel frattempo a Londra al termine di
un’azione contro la compagnia assicurativa Aspen in solidarietà con prigionierx
di Palestine Action, l’attivista Greta Thunberg veniva fermata e incriminata per
“supporto a un gruppo proscritto sotto la legge anti-terrorismo”.
/ / /
Parallelamente proseguono arresti e intimidazioni verso chi si esprime a favore
di Palestine Action o semplicemente contro le politiche di oppressione e
sterminio portate avanti da Israele e dal suo esercito terrorista.
Sul fronte repressivo occidentale, osserviamo come sia all’opera una
compressione della libertà di contestazione delle politiche sioniste molto più
intensa rispetto al contrasto delle cosiddette posizioni “russofile”: nonostante
ci ricordino a reti unificate come l’Europa sia sotto attacco, nonostante si
prosegua in un arruolamento di massa della società e si stiano strutturando
agenzie per il controllo militare dell’infosfera e del consenso (leggesi
“contrasto alla guerra ibrida”), da Londra a Berlino, da L’Aquila a Torino,
vediamo come la repressione operi sopratutto per tutelare gli interessi di una
potenza straniera come Israele.
AI E CONVERSAZIONI DETENUTI
L’azienda statunitense Securus Technologies ha sviluppato un sistema per il
monitoraggio delle comunicazioni delle persone detenute verso l’esterno: un
prodotto addestrato con le loro conversazioni telefoniche (senza consenso) e
pronto a essere venduto a diversi dipartimenti carcerari con lo scopo di
prevenire la pianificazione di attività criminali.
Cerchiamo di osservare come la crescita del fenomeno della detenzione di massa
produca imprescindibilmente un bacino di mercato per prodotti dedicati al
settore, ma al contempo come l’analisi automatizzata delle conversazioni delle
persone detenute sia stata inaugurata durante la pandemia di Covid-19:
ICE E FBI: NOTE DI COSTUME
Piccola parentesi sulle politiche di reclutamento per la costituzione delle
milizie fidelizzate dell’ICE e su Kash Patel, freneticamente impegnato a trovare
una giacca adatta dopo l’omicidio di Charles Kirk:
IL CASO SHAHIN E LE DEPORTAZIONI COME “IGIENE SOCIALE”
In Italia non abbiamo l’ICE, ma la nostra giustizia amministrativa rimuove
individui dal tessuto sociale, anche per questioni politiche: il caso dell’imam
Mohamed Shahin rientra in quel 10% di provvedimenti di espulsione per “motivi di
sicurezza”.
Ne parliamo con Erasmo Sossich, autore di un importante articolo pubblicato su
Monitor, all’interno di quel si analizza il ricorso a questa forma specifica di
repressione in Italia e non solo:
LINK all’articolo su Monitor