Dal 30 settembre è entrato in vigore il decreto legislativo 160/2026, pubblicato
in Gazzetta Ufficiale il 15 settembre, che adegua l’ordinamento italiano all’AI
Act europeo e disciplina l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività
di polizia.
Tra le innovazioni più delicate c’è la possibilità di utilizzare sistemi di
identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici o aperti
al pubblico. Non si tratta soltanto del riconoscimento facciale a posteriori,
cioè del confronto tra il volto ripreso da una telecamera e immagini conservate
in una banca dati dopo che un fatto è avvenuto. In determinate circostanze
diventa possibile identificare e localizzare una persona mentre si muove nello
spazio pubblico. Occorre precisare che il decreto non autorizza una sorveglianza
biometrica indiscriminata della popolazione, ne stabilisce finalità, condizioni,
procedure autorizzative, banche dati e valutazioni preventive e vieta
esplicitamente lo scraping indiscriminato di immagini per costruire archivi
biometrici. Ma, dentro questi limiti, viene superata una soglia altrettanto
evidente: il riconoscimento biometrico attraverso intelligenza artificiale entra
formalmente nell’arsenale ordinario degli strumenti utilizzabili dalle forze di
polizia italiane, in tempo reale e a posteriori.
Ne parliamo con Riccardo, di Privacy Network.
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L’atteso incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader cinese
Xi Jinping ha avuto luogo la scorsa settimana. Xi è arrivato a Washington DC
mercoledì sera per i colloqui di giovedì, l’incontro ha rappresentato la prima
visita di Stato di un leader cinese negli Stati Uniti negli ultimi 11 anni, ma è
anche la terza volta in meno di un anno che i due si sono incontrati faccia a
faccia.
A fare da sfondo a tutto c’è la guerra commerciale , sospesa ma ancora latente,
tra le due nazioni. Quasi subito dopo l’inizio del suo secondo mandato alla Casa
Bianca, nel gennaio 2025, Trump ha imposto dazi doganali sui prodotti cinesi,
accusando la Cina di facilitare il flusso di fentanyl, una droga letale, verso
gli Stati Uniti. Pechino ha risposto con dazi a sua volta, per poi limitare le
esportazioni di preziosi metalli delle terre rare, cruciali per lo sviluppo e la
produzione di ogni tipo di tecnologia avanzata, dagli smartphone agli aerei da
combattimento. A un certo punto, i dazi hanno raggiunto il 150%, prima di essere
sospesi per consentire lo svolgimento di negoziati.
Poco dopo che il leader cinese e sua moglie Peng Liyuan sono atterrati
all’aeroporto di Andrews – dove ad accoglierli con tutti gli onori c’erano
Donald Trump e la consorte Melania Trump – funzionari delle due parti hanno
annunciato un’estensione di due mesi della “tregua di Busan”. Stilata in Corea
del Sud a ottobre 2025 dopo una breve ma aspra guerra tariffaria, la sosta
nell’escalation commerciale tra Pechino e Washington sarebbe dovuta scadere il
10 novembre. La decisione di prorogarla fino al 10 gennaio, ha spiegato il
Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, “concederà più tempo alle parti
per lavorare a un accordo commerciale potenzialmente più ampio sul fronte
economico”.
L’annuncio è stato fatto dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent dopo i
colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng. La proroga dovrebbe consentire di
negoziare un accordo commerciale più ampio, evitando per ora una nuova
escalation tariffaria.
Prima dei colloqui a porte chiuse, iniziati verso mezzogiorno, ci sono state
dichiarazioni dalle due parti: Trump ha puntato sul personale, sulla «grande
amicizia» tra i due leader, mentre Xi, in linea col personaggio, è stato più
sobrio e meno personalista, più attento a un messaggio di cooperazione e
stabilità strategica, sottolineando una linea generale della politica estera
cinese che si pone come potenza mondiale stabilizzatrice, propensa al dialogo e
alla coesistenza pacifica e non allo scontro.
Con Sabrina Moles, di China-Files, piattaforma di giornalistə, sinologə ed
espertə di comunicazione specializzatə in affari asiatici, andiamo a vedere come
sono stati affrontati i vari dossier sul tavolo dei due massimi leader mondiali,
mentre le due potenze rimangono in una situazione di competizione sempre più
accesa su temi come l’intelligenza artificiale, i metalli delle terre rare, la
questione di Taiwan e la guerra contro l’Iran.
L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei
data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più
attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra,
Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul
territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di
Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68%
della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT.
L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si
manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della
rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale.
Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale
come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture
statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia
tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i
sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il
potere negoziale dello Stato si azzera.
Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom
dei data center in Italia.
Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per
la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio
Blackout.
Scrive Walter Benjamin, mentre scappa dai nazisti: «Il concetto di progresso va
fondato nell’idea della catastrofe. Che ‘tutto continui così’ è la catastrofe.
Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è
dato. […] l’inferno non è qualcosa che ci attenda, bensì questa vita qui».
Citati nella puntata
We Must Pace the Frontier – Dario Amodei
C’è da fidarsi dell’appello sulla sicurezza delle AI? – Il Post
Data Workers‘ Inquiry – sito web
A Macerie su Macerie continuiamo la riflessione filosofica sulla Tecnica, sia
evidenziando i punti deboli delle critiche all’AI, sia riassumendo gli
agghiaccianti capisaldi della teoria transumanista della Singolarità, ovvero
l’entità che secondo i tecnofili più accaniti dovrebbe sostituire l’umano
superando definitivamente i suoi limiti biologici.
Ascolta l’episodio precedente: I tormenti di Prometeo pt.1
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e
Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video,
audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama,
subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono
di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti
sessuali. Persone ignare di essere riprese.
Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono
venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande,
scattare foto e video, tradurre in tempo reale.
Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile
conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa
di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione
dati e all’AI.
Mathare, slum di Nairobi, Kenya
Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto
dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme
di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso
CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS
Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare
assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara
prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida
espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si
concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane
nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento
dell’IA.
Citati nella puntata:
I Ray-Ban di meta ti spiano: momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya –
Svenska Dagbladet
‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404
Media
The Data Labelers Association
Asia, MG (2025). Il costo silenzioso del lavoro emotivo. In: M. Miceli, A.
Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data
Workers’ Inquiry.
‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive
content to train AI – The Guardian
Il discorso contro le nuove tecnologie come l’AI passa spesso attraverso
l’analisi del rapporto tra la presunta intelligenza macchinica e quella umana,
sottolineandone giustamente l’incommensurabilità. Tuttavia, il problema posto in
questi termini rivela qualcosa di più profondo della cultura contemporanea e di
come sembra interrogarsi molto sui limiti e i pericoli delle ultime frontiere
della tecnica, ma sempre meno sull’altro dei due termini del paragone, cioè su
cosa sia l’umano.
Se l’essere umano viene concepito come un insieme di parti, o come un semplice
corpo attraversato da informazioni e poco più, allora forse il paradigma
algoritmico ha già vinto su tutta la linea.
A Macerie su Macerie, lungi dal pretendere di offrire una risposta, proviamo
almeno a delineare i contorni di una domanda antica di millenni.
A Macerie su Macerie, una conversazione con Ingrid Anastasia Pedrazzini, autrice
di Tessitori di rivolte, un viaggio nel movimento storico dei luddisti, oltre il
mito semplificato di “distruttori di macchine”, e vedere quali spunti offre per
l’attualità.
Si e’ parlato molto di Claude Mythos, il nuovo modello di Anthropic e della sua
supposta “pericolosita’”, tanto da non poter essere lasciato in mano alla gente
comune, ma riservato a un ristretto gruppo di raffinati, notabili compagnie
riunite nel neo-nato progetto Glasswing (Amazon Web Services, Anthropic, Apple,
Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google…). Scopo dichiarato: rendere il mondo un
posto piu’ sicuro. In perfetta concordia con l’agghiacciante manifesto politico
pubblicato recentemente da Palantir, partner di Anthropic.
Ci aspetta davvero una sconvolgente rivoluzione nel mondo della sicurezza
informatica, si tratta di una grande operazione di marketing o cosa?
O forse, come un recente attacco in Messico ha dimostrato, saranno altri gli usi
dell’IA che avranno un maggiore impatto nell’ambito degli attacchi informatici?
Nel frattempo, alle nostre latitudini il Tempo scopre la pericolosissima e
segretissima rete della “galassia anarchica e antagonisita”, tra cui spunta
anche il nostro Cisti con i suoi letali pad.
Parliamo infine della gig economy, in relazione alla recente morte di Adnan,
avvenuta dopo una consegna notturna effettuata sulle colline torinesi.
Un po’ di rassegna stampa da questo triste mondo malato, poi, dolcemente
accompagnatx dalla sudaticcia mano della latin core, entriamo in argomento: come
la “manosfera” e l’alt right misogina si diffondono nel mondo del gaming online.
Nel 2014 ci fu il Gamer Gate. Iniziò come una campagna di molestie contro una
sviluppatrice di videogiochi, Zoe Quinn, accusata dal suo ex fidanzato di aver
avuto rapporti intimi con giornalisti in cambio di recensioni positive sui suoi
giochi. Quinn aveva realizzato un gioco chiamato “Depression Quest”. Il gioco
era gratuito e ha avuto un buon riscontro, ma è diventato un bersaglio per gli
utenti di 4chan e migliaia di persone della comunità online del gaming.
Il fatto che la sviluppatrice fosse una donna (in seguito Quinn si definì non
binaria), che la protagonista del videogioco fosse una donna e che l’argomento
fosse la depressione risultò una combinazione particolarmente irritante per i
maschi geek e gli incel. Le molestie ai danni di Zoe Quinn furono una campagna
semi-coordinata che risultò in livelli di odio mai visti prima, soprattutto
nella più ristretta comunità videoludica dell’epoca. Già aveva visto pubblicato
dall’ex fidanzato materiale intimo che le apparteneva risalente a quando lx due
stavano insieme, ma in più veniva costantemente doxata e minacciata di violenza,
anche da perfetti sconociuti e veniva stalkerata da un gruppo online che cercava
di convincerla a suicidarsi. Anche altre figure femminili associate al mondo del
gaming furono prese di mira. Un’altra sviluppatrice di videogiochi, Brianna Wu,
fu doxata dopo aver fatto una battuta sul Gamergate. L’attrice Felicia Day fu
doxata e minacciata dopo aver scritto del suo senso di estraneità dalla comunità
videoludica a causa del Gamergate.
Con Matteo Lupetti, fumettista indipendente, membro del collettivo Warpo, che si
occupa di critica di arte e scrive di arte digitale e videogiochi su Il
Manifesto e alcune testate estere e ha da poco pubblicato il suo primo libro è
“UDO. Guida ai videogiochi nell’Antropocene”, parliamo di Gamer Gate e
dell’intersezione tra la comunità online del gaming, l’estrema destra e la
manosfera.
Citati nella puntata:
Articolo di Franco Bifo Berardi sull’AI – Il Disertore
Articolo sull’alt right e Nick Fuentes – Il Manifesto
Woke e anti-woke: un’analisi su gaming e intrattenimento – Spacenerd