Dal 30 settembre è entrato in vigore il decreto legislativo 160/2026, pubblicato
in Gazzetta Ufficiale il 15 settembre, che adegua l’ordinamento italiano all’AI
Act europeo e disciplina l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività
di polizia.
Tra le innovazioni più delicate c’è la possibilità di utilizzare sistemi di
identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici o aperti
al pubblico. Non si tratta soltanto del riconoscimento facciale a posteriori,
cioè del confronto tra il volto ripreso da una telecamera e immagini conservate
in una banca dati dopo che un fatto è avvenuto. In determinate circostanze
diventa possibile identificare e localizzare una persona mentre si muove nello
spazio pubblico. Occorre precisare che il decreto non autorizza una sorveglianza
biometrica indiscriminata della popolazione, ne stabilisce finalità, condizioni,
procedure autorizzative, banche dati e valutazioni preventive e vieta
esplicitamente lo scraping indiscriminato di immagini per costruire archivi
biometrici. Ma, dentro questi limiti, viene superata una soglia altrettanto
evidente: il riconoscimento biometrico attraverso intelligenza artificiale entra
formalmente nell’arsenale ordinario degli strumenti utilizzabili dalle forze di
polizia italiane, in tempo reale e a posteriori.
Ne parliamo con Riccardo, di Privacy Network.
Tag - privacy
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L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei
data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più
attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra,
Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul
territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di
Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68%
della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT.
L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si
manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della
rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale.
Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale
come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture
statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia
tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i
sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il
potere negoziale dello Stato si azzera.
Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom
dei data center in Italia.
Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per
la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio
Blackout.
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