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Aggiornamenti sul processo di Moussa Balde
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde, cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato italiano espressa tramite i CPR. Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento e abbandonato lì . Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita. Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte. Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti civili. Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti. Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo, perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici. Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata, in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se il sistema uccide, nessuno è responsabile. D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime violazioni dei diritti non perseguibili penalmente. Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni, insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione. Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”, adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 . Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 . Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato costretto a lasciare il proprio paese . L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali, fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni. Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3 docenti universitari. Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari. Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei detenuti e alle loro rivolte. La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo. Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere. MOUSSA VIVE I CPR VANNO CHIUSI
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Tribunali e giudici di pace servi di Israele
Questa sera, con la proiezione “colpevoli di Palestina”, avremmo voluto parlare della situazione di Anan, Alì e Mansour. Avremmo voluto parlare di come lo stato italiano si pieghi ancora una volta alle richieste sioniste di vendetta verso chi ha deciso di lottare per la propria libertà. Ci troviamo, invece, costrettə ad un’altra urgenza, ad un altro attacco repressivo verso chi si espone e lotta per la Palestina nella nostra città.  Il 25 novembre Mohamed Shahin, compagno da sempre impegnato nella lotta di liberazione della Palestina, è stato arrestato e portato al CPR. Il suo successivo trasferimento in tempi brevissimi nel CPR di Caltanissetta è un attacco disciplinatorio che rieccheggia dinamiche che vanno avanti da 25 anni e che purtroppo a Torino conosciamo bene. L’uso della detenzione amministrativa si rivela ancora e sempre di più, uno strumento politico di governo delle popolazioni razzializzate, una tecnologia di controllo che interviene non quando c’è un reato, ma quando c’è un’identità, un’appartenenza, una presenza percepita come scomoda. Non è una risposta giuridica: è un dispositivo di disciplinamento in Italia come in Palestina. Il suo messaggio è chiaro e violento: se appartieni a precise comunità, i tuoi diritti non sono garantiti, ma sospendibili; non sono stabili, ma arbitrariamente revocabili. Questo non è un incidente o una deviazione, ma la funzione stessa della detenzione amministrativa nel contesto contemporaneo. Quello che osserviamo è l’uso del diritto come strumento di controllo sociale. La legge diventa selettiva, modulata a seconda del corpo che incontra, producendo esclusione, isolamento, neutralizzazione. Il diritto, lungi dall’essere un terreno neutro, si trasforma in un campo di forze attraverso cui lo Stato regola, ordina e punisce chi alza la testa e prende parola come Shahin. I CPR sono l’incarnazione materiale di questo processo. Non sono luoghi di “gestione dei flussi”, ma spazi di contenimento e punizione preventiva rivolti a soggetti già vulnerabilizzati. Operano dentro una logica di razzismo istituzionale, un razzismo che non ha più bisogno di gridare slogan perché è stabilizzato da norme, decreti e dispositivi burocratici che governano la mobilità e la vita delle persone migranti. È un razzismo che funziona per sottrazione: sottrazione di libertà, di tempo, di dignità, di visibilità pubblica. È un razzismo che produce corpi “detenibili”, corpi per cui la privazione della libertà diventa sempre possibile, sempre giustificabile. Denunciare i CPR significa allora denunciare la logica che li rende necessari: la costruzione del capro espiatorio, la produzione politica della paura, la trasformazione della sicurezza in un linguaggio che serve non a proteggere ma a disciplinare. La sicurezza diventa l’alibi attraverso cui si giustifica la compressione dei diritti fondamentali di intere comunità, trasformate in bersaglio di sospetto generalizzato. I CPR non sono un fallimento del sistema: sono il sistema. Sono il punto in cui si manifesta senza maschere l’obiettivo della detenzione amministrativa: governare attraverso l’esclusione, controllare attraverso la punizione, costruire attraverso la razzializzazione una parte della popolazione come minaccia o eccedenza. Il caso di Mohamed Shahin si inscrive perfettamente in questa stessa logica. La sua vicenda non è un’eccezione, né un episodio isolato: è un esempio emblematico di come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento politico di punizione e disciplina. Questo caso rivela con estrema chiarezza il funzionamento dei CPR come istituzioni di governamento differenziale delle popolazioni. Qui il diritto non viene applicato in modo uniforme, ma tradotto in un regime di eccezione permanente che si attiva su base razziale, religiosa, culturale ed è pronto ad essere attivato, come abbiamo visto in questi giorni, anche su base politica. Non è la persona ad essere giudicata, ma il suo profilo razzializzato. Non è il fatto a essere valutato, ma la sua posizione dentro rapporti di potere che vedono alcune comunità come radicalmente esposte alla sospensione dei diritti. Questo episodio mostra anche un’altra dinamica cruciale: la punizione politica del sostegno alla Palestina. In questo contesto, la detenzione amministrativa diventa uno strumento attraverso cui lo Stato non interviene sul piano del diritto, ma su quello dell’allineamento ideologico. Non si tratta di un giudizio sui fatti, ma di una risposta a una presa di posizione politica. E il CPR diventa così l’estremità violenta di un processo di sorveglianza ideologica che usa l’apparato amministrativo per colpire il dissenso. Per questo e non solo, nella giornata di sciopero di domani porteremo la nostra solidarietà ai detenuti del CPR di Torino, prima di raggiungere in bici il corteo in Piazza XVIII Dicembre. Ci vediamo alle 9.30 in Corso Brunelleschi e torneremo ancora questa domenica di fronte al CPR in corso Brunelleschi alle 15.00. FREE SHAHIN! ABOLIAMO I CPR! FREE PALESTINE!
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RIPRENDE LA RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO
Torniamo a raccogliere beni di prima necessità per le persone recluse nel CPR. Mercoledì 10 settembre dalle 16.30 e durante il Festival @solchi Sabato 13 e domenica 14 settembre I detenuti sono trattenuti in condizioni invivibili, sia in termini materiali sia rispetto alla violenza quotidiana a cui sono costretti. Da dentro chiedono di poter accedere a beni di prima necessità. Il cibo, “offerto” dal nuovo gestore Sanitalia è, oltre che immangiabile e a volte scaduto, pieno di psicofarmaci per sedare i reclusi, esattamente come in passato. Dentro il cpr c’è uno spaccio alimentare dove i prezzi sono proibitivi (un pacco di biscotti costa 7€) perché l’unico interesse di Sanitalia è di lucrare sulla pelle delle persone. La nostra solidarietà è un’arma, usiamola! N.B. dopo le prime raccolte infastiditi da questa iniziativa hanno smesso di ritirarci i vestiti usati, per cui raccogliamo SOLO VESTITI NUOVI
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PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CPR
Da marzo ad oggi si sono susseguite a più riprese proteste e scioperi della fame da parte dei reclusi al CPR di corso Brunelleschi. Molti dei detenuti che hanno lottato sono stati quasi tutti trasferiti in altri lager, con l’unico obiettivo di spezzare i legami che si stavano creando con chi dall’esterno solidarizza. Il nuovo ente gestore, Sanitalia, lavora in continuità con le multinazionali che l’hanno preceduto: ennesima prova che non esistono lager umani o umanizzabili. Nonostante il capitalato d’appalto prevedesse l’aumento dei posti nel 2026, negli ultimi giorni sono state aperte nuove aree, prontamente riempite anche da altri CPR. Sentiamo il bisogno di tornare sotto quelle mura per portare la nostra voce e la nostra solidarietà a chi lotta e a chi è recluso da uno stato razzista. Sabato 28 giugno dalle 16 saremo in Corso Brunelleschi Sosteniamo la loro lotta contro detenzione e deportazione! Sarà importante essere in tantə per far sentire la nostra vicinanza a chi è costretto dietro quelle mura infami. CHIUDERE I CPR, LIBERARE TUTTI! mai più CPR, mai più Lager
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Aggiornamenti dalla raccolta solidale
Dalla riapertura del lager di Corso Brunelleschi abbiamo sempre cercato di portare la nostra solidarietà alle persone recluse -che sbirri e operatori del centro con nervosismo continuano a chiamare “”ospiti””. Le condizioni all’interno del lager continuano a essere, e saranno sempre, degradanti. Le rivolte scoppiate nelle scorse settimane lo dimostrano chiaramente: non può esistere una vita dignitosa tra quelle mura. Negli ultimi giorni stanno venendo aperte nuove aree e le persone recluse sono sempre di più, quasi settanta ormai. Come ci raccontano i reclusi all’interno del lager, le condizioni di vita sono degradanti e i detenuti vengono umiliati quotidianamente. Crediamo che la solidarietà passi anche attraverso la consegna dei pacchi contenenti vestiti e generi alimentari. Questi ultimi molto importanti, non solo perché allo “shop” del CPR un pacco di biscotti arriva a costare 7 euro, ma anche perché il cibo somministrato è pieno di psicofarmaci utilizzati per sedare le persone recluse. Ma soprattutto gli consente di avere la libertà di scegliere se accettare o rifiutare il pasto. Consegnare i pacchi per noi è un modo per fare sentire alle persone recluse che non sono sole, che esiste una solidarietà, anche molto concreta, fuori da quelle mure. Sbirri, militari e operatori hanno sempre mostrato grande nervosismo quando siamo andat3 a consegnare tutti quei pacchi. Dopo le prime rivolte hanno man mano aggiunto regole e procedure per danneggiare anche questa forma di solidarietà, cercando sempre pretesti per non fare arrivare i pacchi ai detenuti. Qualche pacco (fortunatamente pochi) non è arrivato, il cibo prossimo alla scadenza le ultime volte è stato rifiutato, alcune cose accettate una volta, non lo sono state la volta successiva. E dulcis in fundo, durante l’ultime consegne ci è stato detto che si possono consegnare vestiti esclusivamente nuovi o con lo scontrino della lavanderia. Tutto ciò, dicono, per il “benessere” dei detenuti che altrimenti rischierebbero la scabbia (come se non fossimo in grado di lavare i vestiti). Ancor peggio è che, se per i primi pacchi era possibile incontrare i reclusi, salutarsi brevemente vis a vis, anche se circondatɜ da una dozzina di sbirri di ogni tipo, dopo le prime rivolte hanno deciso che questo non era più ammesso dal regolamento, che “non c’era bisogno”. Nel continuo processo di disumanizzazione e isolamento totale adesso sono gli sbirri a consegnare i pacchi. Insomma, la vendetta istituzionale per essersi rivoltati tenta di recidere i pochi legami di solidarietà, ma non arrendiamoci. Grazie alla raccolta, siamo riuscitɜ a fare delle grandi consegne di pacchi, ma le richieste da dentro continuano ad arrivare, per questo la raccolta va avanti. Ricordiamo che a causa delle nuove restrizioni i vestiti che raccogliamo devono essere NUOVI. Per chi volesse contribuire alla raccolta può passare il martedì e il mercoledì dalle 17.00 alle 20.30 al Gabrio in via Millio 42 o contribuire economicamente via satispay. Per chi volesse organizzarsi ci vediamo in assemblea tutti i martedì alle 19.30 al Gabrio Freedom, Hurrya, Libertà!
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AGGIORNAMENTI QUESTURA
L’orologio segna le 6.53. La coda che conduce all’ingresso di via Doré è tanto lunga da girare l’angolo e arrivare all’altro ingresso di via Grattoni. Qui, vengono distribuiti, ogni mattina, circa 8 tagliandini che consentono l’accesso alla struttura per formalizzare la domanda di asilo, un passo fondamentale senza cui i propri diritti al lavoro, alla casa, alla salute sono spesso negati. Fortunatamente, oggi non piove: il gazebo blu montato qualche mese fa non è infatti sufficiente a coprire nemmeno un quarto delle persone che già da ore attendono in coda.  A. è arrivato alle 4 e mezza del mattino per essere tra i primi della coda, trovando però già diverse persone davanti a lui. G. ha sedici anni, è in fila già da un paio d’ore. Dice che sta avendo problemi a scuola perché da ormai due settimane è costretto ad entrare alla seconda ora per tentare di presentare domanda di asilo.  Dopo un po’ il portone della questura si socchiude: la fila si ricompone e si forma anche un certo silenzio. Dal portone esce un uomo di mezza età, vestito con un pantalone mimetico, anfibi, un pullover nero e un cappellino verde militare che gli copre lo sguardo. Si accosta al portone e si accende una sigaretta. E’ solo osservando il modo in cui si rivolge ad alcune persone in divisa, uscite dopo di lui, che realizzo che non si tratta di qualcuno che hanno rilasciato dalla questura ma di un ispettore di polizia.  Per quanto alienante risulti per me, un poliziotto travestito da militare rispecchia la fusione tra apparato poliziesco e militare che a Torino caratterizza ormai la gestione dell'”ordine pubblico”. Una realtà familiare per molte delle persone in fila, esposte alla militarizzazione di interi quartieri e pratiche di profilazione razziale. Ad un certo punto, chiedono alla fila di spingersi contro il muro. Iniziano a camminare lungo la fila, ma l’ispettore non sembra degnare di uno sguardo nessuno. Cammina in mezzo ai poliziotti, aspirando di tanto in tanto dalla sua sigaretta. Fanno avanti e indietro un paio di volte, e disinteressandosi all’ordine della fila selezionano alcune persone. Dopo un po’, vado loro incontro, per segnalargli che vicino a me c’è una signora con un minore. “Loro sono sudamericani? Ho già preso una famiglia stamattina… devo dividere un po’ le etnie. Facciamo lunedì. Tanto io me li ricordo”. Alla mia richiesta di come avviene la selezione la risposta è che “cerchiamo di valutare un po’ tutto… le esigenze più grosse… la presenza più costante”.  Gli agenti invitano la fila a disperdersi: per oggi basta, bisogna tornare la prossima settimana. Qualcuno si allontana scuotendo la testa, esausto: “Lunedì, sempre lunedì… e poi la stessa storia“ Ovviamente nessun vero screening di vulnerabilità è stato fatto, nessun nome è stato annotato, nessuna lista è stata creata. L’accesso al diritto di asilo a Torino è lasciato al caso, alle procedure di profilazione razziale del funzionario di turno, alla speranza che la prossima volta non ci sia un ispettore diverso, che si ricordi di te o che non sia già stata fatta entrare una persona che condivide le tue stesse vulnerabilità o la tua stenza apparenza “etnica”.  Dietro all’informalità e regole contraddittorie, continuano a nascondersi discrezionalità e violenza. Di fronte a una persona che tenta da settimane di entrare, i funzionari non hanno problemi a riconoscere di vederlo lì tutte le mattine, ma di non averlo mai fatto entrare perché è “giovane e forte”.  Inoltre, se ad eventuali accompagnatori, spesso avvocati bianchi, è riservato un trattamento a tratti cordiale, chi attende in fila è frequentemente aggredito. A una persona che insisteva a chiedere informazioni sulla distribuzione dei numeri per entrare il questurino dice “abbassa la voce che sono le 7, non ti ho mai visto, la prossima volta impara a svegliarti prima e arrivare per tempo”. 
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RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO
Dopo due anni, torniamo a raccogliere beni di prima necessità per le persone recluse nel CPR. Il lager torinese ha riaperto ormai più di un mese fa; è cambiato l’ ente gestore, ma nella realtà nulla all’interno è cambiato. I detenuti sono trattenuti in condizioni invivibili, sia in termini materiali sia rispetto alla violenza quotidiana a cui sono costretti. Da dentro chiedono di poter accedere a beni di prima necessità, come vestiti puliti e biscotti. Il cibo, “offerto” dal nuovo gestore Sanitalia, è immangiabile, esattamente come in passato. Dentro il CPR c’è uno spaccio alimentare dove i prezzi sono proibitivi (un pacco di biscotti costa 7€). La dignità di queste persone è oggi come allora calpestata ogni giorno nei modi più disparati possibili. La nostra solidarietà è un’arma, usiamola! Leggi tutto: RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO Ci sono due modi per farlo: -facendo una donazione tramite satyspay -portando i generi di prima necessità martedì e mercoledì dalle 18.00 alle 20.30 al CSOA GABRIO in Via Millio 42 CHE COSA SERVE? (LEGGI CON ATTENZIONE) Beni alimentari: Caffè in cartone (in alluminio non entra) Thè Merendine Zucchero in bustine (pacchi grandi non entrano) Biscotti Pan bauletto Beni igienici: Shampoo Balsamo Bagnoschiuma Crema corpo (No plastica dura) Vestiti (appena lavati!): Tutto da uomo Mutande (nuove) Calzini (nuovi) Pantaloncini T-shirt Polo Magliette maniche lunghe Felpe (togliere lacci) Ciabatte di plastica dal 41 in sù (no parti di metallo)
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Basta sgomberi! Casa per tutt*
Esattamente una settimana fa arrivava l’annuncio dello sgombero del palazzo occupato in via Monginevro 46 nel 2013. Un’occupazione nata a seguito della crisi economica che in città aveva portato numerosi sfratti e sgomberi, a cui si è risposto con varie occupazioni abitative (7 solo in San Paolo). Occupazioni che hanno dato l’opportunità a decine di persone di avere un tetto che gli permettesse di non finire ancora più ai margini di una società sempre più individualista ed escludente. Occupazioni, ma soprattutto case. Case che hanno permesso di ripartire e progettare il proprio futuro senza sottostare a ricatti e umiliazioni. Purtroppo però, come per le altre esperienze in quartiere, sembra arrivata la fine anche di questa occupazione. Uno sgombero quasi annunciato insomma: nemmeno un anno fa era stato sgomberato il palazzo di via Muriaglio e pochi anni prima via Frejus e via Revello. Quest’ultima palazzina con le stesse modalità di via Monginevro. Nonostante i proclami sui giornali della settimana scorsa, lo sgombero non è avvenuto realmente. Come in altri casi, è stata messa in atto una pratica tanto violenta quanto subdola: il distacco della luce e/o dell’acqua. Un assedio silenzioso per forzare le persone ad andarsene ed evitare alle istituzioni di dover avanzare proposte concrete per risolvere la costante crisi abitativa.  Mentre le famiglie con minori vengono trasferite in strutture, costrette a vivere spesso in un monolocale (questa volta fortunatamente non hanno separato i genitori), per le persone singole non c’è nessuna prospettiva.  E oggi? E domani? saranno giornate di “sgomberi dolci” a Torino– così gli piace chiamarli- evitando di prendersi la responsabilità politica e morale dell’assenza di soluzioni alternative.  Ciò che accade in queste situazioni non è una novità: il razzismo istituzionale, la gentrificazione crescente del quartiere San Paolo e la mancanza di politiche abitative efficaci hanno reso impossibile l’accesso a soluzioni dignitose per chi vive in occupazione.  Ancora una volta, si prospettano solo dormitori aperti per sole 12 ore, un’ulteriore umiliazione per chi lavora su tre turni, e una condizione inaccettabile per persone che rivendicano il diritto di avere un tetto sopra la testa. Le persone che vivono in occupazione non stanno chiedendo la carità, ma solo una casa vera, dignitosa, dove poter vivere senza il rischio di essere sfrattati ogni volta che la situazione economica o sociale non rispecchi le prospettive di palazzinari e speculatori. Molti sarebbero disposti ad affittare un alloggio se non fosse che il razzismo diffuso e la continua gentrificazione del quartiere e della città non lo permettono, rendendo ancora più insostenibile la loro condizione. Il diritto alla casa dovrebbe essere garantito a tutt3 e non solo a chi può permettersi di pagare affitti in un mercato immobiliare speculativo. Esprimiamo quindi la nostra ferma richiesta ai servizi sociali, al Comune di Torino e alle istituzioni competenti: le persone che occupano la palazzina di via Monginevro e gli altri che vivono nelle stesse condizioni non vogliono un dormitorio temporaneo, ma un alloggio stabile e degno. E’ ora di risolvere l’emergenza abitativa in modo serio e duraturo.  Non si può continuare a fare finta che il problema non esista. La città di Torino e le sue istituzioni devono trovare soluzioni abitative vere, per tutte le persone, senza discriminazioni. La crisi abitativa non è un’emergenza, è una costante. Non può essere affrontata con risposte temporanee o marginalizzando ulteriormente chi già vive una condizione di vulnerabilità. Esigiamo che venga trovata una soluzione immediata e concreta per tutte le persone che rischiano di essere sgomberate, senza che la loro dignità venga ulteriormente calpestata. Non basta un dormitorio, vogliamo una casa! La casa è un diritto, non una concessione.  C.S.O.A. Gabrio
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La riapertura del CPR di Torino è imminente.
Un luogo contornato da alte mura, materiali e simboliche, ben noto per essere stato teatro di soprusi di ogni tipo, a partire dalle condizioni degradanti di detenzione fino all’uso smodato di psicofarmaci per silenziare e annullare ogni forma di resistenza e dissenso. Un dispositivo repressivo ed esplicitamente razzista, dove abusi e violenze risultano essere all’ordine del giorno: pestaggi, intimidazioni e torture sono stati ripetutamente denunciati, senza conseguenza alcuna per i responsabili. Non possiamo dimenticare i morti che hanno segnato la storia del CPR di Torino. Tra i casi più eclatanti, ricordiamo la morte di Moussa Balde nel 2021, suicidatosi dopo essere stato vittima di un pestaggio razzista a Ventimiglia. Moussa, invece di ricevere protezione e cura, è stato rinchiuso nel CPR, dove l’ isolamento detentivo (ricordiamo a tal proposito l’uso dell'”ospedaletto” come mezzo punitivo) lo ha spinto a togliersi la vita. Altre morti, forse meno note, pesano in uguale maniera sulla coscienza collettiva. La nuova gestione del CPR è stata affidata alla cooperativa Sanitalia Service, già attiva nel settore sanitario piemontese; con un appalto da 8,4 milioni di euro, Sanitalia entra in un mercato che lucra sulla detenzione amministrativa, dimostrando come dietro le politiche migratorie si celino enormi interessi economici. Infatti, la gestione privata di strutture come il CPR non fa che incentivare l’abbattimento dei costi che rende la detenzione un business ei corpi migranti delle merci. Mobilitiamoci insieme, affinché non ci sia nessun CPR, né qui né altrove.
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NUOVI COMPLICI, VECCHI SISTEMI.
Nella giornata di ieri, si è compiuto il passo decisivo che segna l’imminente riapertura del CPR di Corso Brunelleschi a Torino.  La Cooperativa Sanitalia Service è stata dichiarata vincitrice dell’appalto da 8,4mln di euro per la gestione biennale del campo detentivo, battendo la concorrente Ekene (unica rimasta in gara). Si prevede, dunque, che in un mese circa il CPR verrà riaperto e la macchina razzista potrà tornare a regime. Sanitalia Service è una azienda (mascherata da cooperativa sociale) molto radicata nel territorio torinese, nota per la gestione di diversi servizi legati all’assistenza socio-sanitaria e alla residenzialità psichiatrica. Alla voce “Chi siamo” nel proprio sito, si presenta come realtà che opera “un’attenzione costante alla persona, al suo benessere e al contesto nella quale è inserita o da cui proviene”, omettendo la conscia scelta di investire nella detenzione amministrativa come settore di lucro. L’ingresso nel “settore dell’accoglienza” però è stato il cambio di passo per la cooperativa che ha visto crescere i propri profitti. La gestione dei CAS nell’astigiano, come spesso accade quando questa è sinonimo di disservizi e speculazione, ha permesso di toccare con mano il corposo business sulla pelle delle persone migranti.  Non ci stupisce, quindi, che sia agevolmente entrata nel settore della detenzione amministrativa, prima come fornitrice di servizi interni in collaborazione con Gepsa (ente gestore di Torino fino al 2021) e successivamente presentandosi da sola ai vari bandi per la gestione dei CPR (Albania, Milano e Torino). D’altronde cosa aspettarsi dall’ennesima cooperativa inglobata in un sistema di scatole cinesi, sistema fondato su  grossi investimenti in società che lucrano sulla privatizzazione dei servizi sottratti al welfare pubblico. Come sempre solo speculazione e brutalità mascherate da cortesia.  La gestione di questi luoghi, anche se decorata con belle parole, non può che produrre morte e tortura. Chi gestisce i centri detentivi è complice di chi li crea e li finanzia e la lotta contro queste istituzioni totalizzanti non può esimersi dall’opporsi a chi ne consente la riproduzione materiale. Continueremo a tornare in Corso Brunelleschi per sostenere oltre le mura di quell’infame luogo le persone detenute.  Per la libertà di movimento di tutte e tutti NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE! 
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