qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
Tag - Repressione
DAL DL SICUREZZA AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: VOLTI E STRUMENTI DELLA
REPRESSIONE
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(mercoledì, 18 marzo 18:00)
In un contesto in cui il governo continua a rafforzare politiche securitarie e
strumenti repressivi, diventa sempre più urgente aprire spazi di discussione,
organizzazione e conflitto.
Mercoledì 18 marzo alle 18:00 allo Spazio Popolare Neruda parleremo del
referendum sulla giustizia del 22–23 marzo. Non per limitarci a una spiegazione
tecnica del “No”, ma per provare a leggere questo passaggio dentro un quadro più
ampio: quello dei nuovi strumenti di controllo e repressione del dissenso che il
governo sta mettendo in campo.
Tra decreti legge, strette securitarie e crescente criminalizzazione delle lotte
sociali, le trasformazioni del sistema giudiziario diventano uno dei terreni su
cui si ridefiniscono i rapporti di forza e si restringono gli spazi di agibilità
politica.
Un momento di confronto collettivo per capire cosa c’è davvero in gioco e quali
conseguenze materiali potranno ricadere sui movimenti sociali in Italia. Ma
anche un’occasione per ragionare insieme su come difendere, allargare e
praticare gli spazi di lotta e di dissenso
CORPI (S)VINCOLATI
giardini di via saint bon - giardini di via saint bon
(venerdì, 27 marzo 15:00)
chiacchiera e aggiornamenti su solidarietà e complicità dentro e fuori le mura
a partire dalle esperienze repressive delle operazioni ipogeo e no ponte
dalle 15_aggiornamenti e chiacchiera
dalle 18_aperitivo benefit vegan
non ci sarà alcool, se lo vuoi portalo
FUORI TUTTX DA GABBIE E GALERE!
SORVEGLIARE E PUNIRE: IL NUOVO PACCHETTO SICUREZZA
Federazione Anarchica Torinese - corso Palermo 46
(venerdì, 6 marzo 21:00)
SORVEGLIARE E PUNIRE: IL NUOVO PACCHETTO SICUREZZA
VENERDÌ 6 MARZO
ORE 21 IN CORSO PALERMO 46
SORVEGLIARE E PUNIRE:
IL NUOVO PACCHETTO SICUREZZA
INTERVERRÀ L’AVVOCATO EUGENIO LOSCO
ECCO IL MENÙ DEL GOVERNO:
- FERMO PREVENTIVO PER I MANIFESTANTI
- ESTENSIONE DEL DASPO URBANO
- MAGGIORI GARANZIE DI IMPUNITÀ PER LE FORZE DELL’ORDINE
- AMPLIAMENTO DELLA LOGICA DEL DECRETO CAIVANO
- ULTERIORE STRETTA SUI MIGRANTI
E GIÀ SI ANNUNCIA IL BLOCCO NAVALE NEL MEDITERRANEO: UNA CONDANNA A MORTE PER
CHI VIAGGIA SENZA DOCUMENTI.
FEDERAZIONE ANARCHICA TORINESE
CORSO PALERMO 46
RIUNIONI OGNI MARTEDÌ ALLE 20,30
WWW.ANARRESINFO.ORG
CONTINUA LA RACCOLTA FONDI PER “UNA NUOVA CASA PER LA FAT”
CHI VOLESSE CONTRIBUIRE PUÒ PASSARE IL MERCOLEDÌ DALLE 18 ALLE 20
OPPURE INVIARE I SOLDI QUI:
IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862
CPR: COLONIALISMO E REPRESSIONE - LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA DALLA PALESTINA
ALL'ITALIA
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 18 dicembre 19:30)
Giovedì 18 dicembre alle ore 19.30 vi invitiamo a partecipare a un incontro di
autoformazione collettiva presso il CSOA Gabrio di Torino
Come Psicologia per la Palestina riconosciamo l’importanza di momenti di
incontro, riflessione e confronto per costruire insieme immaginari alternativi
di vita e di esistenze.
Per questo vi invitiamo a queste letture aperte, per incontrarci e costruire
collettivamente pensieri alternativi a quelli che ci vengono proposti negli
spazi istituzionali.
La tematica per questo incontro sarà: CPR e REPRESSIONE: la detenzione
amministrativa dalla Palestina occupata all'Italia
Se ti va, porta un contributo per la lettura!
L'autoformazione è aperta a tutt*.
Vi aspettiamo 🫂❤️🔥
Questa sera, con la proiezione “colpevoli di Palestina”, avremmo voluto
parlare della situazione di Anan, Alì e Mansour.
Avremmo voluto parlare di come lo stato italiano si pieghi ancora una volta alle
richieste sioniste di vendetta verso chi ha deciso di lottare per la propria
libertà.
Ci troviamo, invece, costrettə ad un’altra urgenza, ad un altro attacco
repressivo verso chi si espone e lotta per la Palestina nella nostra città.
Il 25 novembre Mohamed Shahin, compagno da sempre impegnato nella lotta di
liberazione della Palestina, è stato arrestato e portato al CPR.
Il suo successivo trasferimento in tempi brevissimi nel CPR di Caltanissetta è
un attacco disciplinatorio che rieccheggia dinamiche che vanno avanti da 25 anni
e che purtroppo a Torino conosciamo bene.
L’uso della detenzione amministrativa si rivela ancora e sempre di più, uno
strumento politico di governo delle popolazioni razzializzate, una tecnologia di
controllo che interviene non quando c’è un reato, ma quando c’è un’identità,
un’appartenenza, una presenza percepita come scomoda. Non è una risposta
giuridica: è un dispositivo di disciplinamento in Italia come in Palestina.
Il suo messaggio è chiaro e violento: se appartieni a precise comunità, i tuoi
diritti non sono garantiti, ma sospendibili; non sono stabili,
ma arbitrariamente revocabili. Questo non è un incidente o una deviazione, ma la
funzione stessa della detenzione amministrativa nel contesto contemporaneo.
Quello che osserviamo è l’uso del diritto come strumento di controllo sociale.
La legge diventa selettiva, modulata a seconda del corpo che
incontra, producendo esclusione, isolamento, neutralizzazione. Il diritto, lungi
dall’essere un terreno neutro, si trasforma in un campo di forze attraverso cui
lo Stato regola, ordina e punisce chi alza la testa e prende parola come Shahin.
I CPR sono l’incarnazione materiale di questo processo. Non sono luoghi di
“gestione dei flussi”, ma spazi di contenimento e punizione preventiva rivolti a
soggetti già vulnerabilizzati. Operano dentro una logica di razzismo
istituzionale, un razzismo che non ha più bisogno di gridare slogan perché è
stabilizzato da norme, decreti e dispositivi burocratici che governano la
mobilità e la vita delle persone migranti.
È un razzismo che funziona per sottrazione: sottrazione di libertà, di tempo, di
dignità, di visibilità pubblica.
È un razzismo che produce corpi “detenibili”, corpi per cui la privazione della
libertà diventa sempre possibile, sempre giustificabile.
Denunciare i CPR significa allora denunciare la logica che li rende necessari:
la costruzione del capro espiatorio, la produzione politica della paura, la
trasformazione della sicurezza in un linguaggio che serve non a proteggere ma a
disciplinare. La sicurezza diventa l’alibi attraverso cui si giustifica la
compressione dei diritti fondamentali di intere comunità, trasformate in
bersaglio di sospetto generalizzato.
I CPR non sono un fallimento del sistema: sono il sistema. Sono il punto in cui
si manifesta senza maschere l’obiettivo della detenzione amministrativa:
governare attraverso l’esclusione, controllare attraverso la punizione,
costruire attraverso la razzializzazione una parte della popolazione come
minaccia o eccedenza.
Il caso di Mohamed Shahin si inscrive perfettamente in questa stessa logica.
La sua vicenda non è un’eccezione, né un episodio isolato: è un esempio
emblematico di come la detenzione amministrativa venga utilizzata come
strumento politico di punizione e disciplina.
Questo caso rivela con estrema chiarezza il funzionamento dei CPR come
istituzioni di governamento differenziale delle popolazioni. Qui il
diritto non viene applicato in modo uniforme, ma tradotto in un regime di
eccezione permanente che si attiva su base razziale, religiosa, culturale ed è
pronto ad essere attivato, come abbiamo visto in questi giorni, anche su base
politica.
Non è la persona ad essere giudicata, ma il suo profilo razzializzato. Non è il
fatto a essere valutato, ma la sua posizione dentro rapporti di potere che
vedono alcune comunità come radicalmente esposte alla sospensione dei diritti.
Questo episodio mostra anche un’altra dinamica cruciale: la punizione politica
del sostegno alla Palestina.
In questo contesto, la detenzione amministrativa diventa uno strumento
attraverso cui lo Stato non interviene sul piano del diritto, ma su quello
dell’allineamento ideologico. Non si tratta di un giudizio sui fatti, ma di una
risposta a una presa di posizione politica. E il CPR diventa così l’estremità
violenta di un processo di sorveglianza ideologica che usa l’apparato
amministrativo per colpire il dissenso.
Per questo e non solo, nella giornata di sciopero di domani porteremo la nostra
solidarietà ai detenuti del CPR di Torino, prima di raggiungere in bici il
corteo in Piazza XVIII Dicembre.
Ci vediamo alle 9.30 in Corso Brunelleschi e torneremo ancora questa domenica di
fronte al CPR in corso Brunelleschi alle 15.00.
FREE SHAHIN!
ABOLIAMO I CPR!
FREE PALESTINE!
Da più di un anno Maja è rinchius* nelle carceri ungheresi, estradat* e poi
torturat* nel paese liberticida di cui Orban è dittatore, per il solo “crimine”
di essere antifascista — crimine del quale siamo tutte, tutt* e tutti colpevol*!
Negli ultimi mesi, Maja, ha subito abusi non troppo dissimili da quelli inflitti
a Ilaria Salis: catene ai piedi e alle mani, collare e guinzaglio, un processo
giuridico opaco e infiltrato da un chiaro messaggio politico fascista e
autoritario contro chi lotta per la libertà.
Come ultimo atto di autodeterminazione, Maja ha iniziato uno sciopero della
fame, dapprima in cella d’isolamento e ora nell’ospedale carcerario ungherese al
confine con la Romania.
Un mese di lotta, attraverso il proprio corpo, che ha portato le sue attuali
condizioni di salute ad essere a dir poco allarmanti: drastica perdita di peso,
deterioramento degli organi vitali, danni al cuore.
Riconosciamo e rimarchiamo la necessità del sostegno internazionale a tutt* l*
compas e, in questo momento tragico, a Maja.
Nel nostro piccolo, vogliamo mandare un messaggio di solidarietà e rilanciamo le
richieste avanzate dal padre di Maja, Wolfram Jarosch, come possibile via
d’uscita dal supplizio che l* compas sta subendo:
1. «In nessun caso si deve impiantare un pacemaker contro la volontà di Maja.
Non sarebbe utile dal punto di vista medico, poiché la bassa frequenza
cardiaca è una conseguenza diretta dello sciopero della fame.»
2. «Maja non deve essere legat* al letto. Una misura del genere sarebbe crudele
e priva di giustificazione medica.»
3. «Il Ministero degli Esteri tedesco deve urgentemente porre fine
all’isolamento carcerario e ottenere il rientro di Maja in Germania.»
4. «Non devono avvenire altre estradizioni verso l’Ungheria!»
[Estratto da: Comunicato stampa congiunto di Wolfram Jarosch e del Comitato di
solidarietà per lo sciopero della fame di Maja]
Pretendiamo la liberazione immediata di Maja!
Urge un fronte comune di lotta contro questa ondata fascista che, come un olezzo
di roba rancida e putrefatta, si è riversata sul nostro mondo e nelle nostre
città.
Non possiamo aspettarci niente da uno stato fascista – ungherese o italiano che
sia – e sicuramente non ci aspettiamo una narrazione istituzionale che definisca
i nazisti come un problema di libertà.
Cosa possiamo aspettarci, allora, da un tribunale in cui l’unico giudice fa
anche parte dell’accusa, se non un teatrino della peggior specie?
Possiamo però essere e restare solidal*, possiamo fare tutto ciò che pensiamo
sia giusto per aumentare la solidarietà in maniera esponenziale, immaginando
anche nuove forme di lotta.
A Torino gridiamo da oltre trent’anni che “si parte e si torna insieme”: non è
solo un coro, è una sfida vitale!
Maja non è sol*
#FreeAllAntifas
#FreeMaja
"SICUREZZA" DI CHI?
Sezione PCL Torino - Via San Paolo 6/F
(sabato, 19 luglio 18:00)
Lo strapotere del manganello, l'ostruzionismo antidemocratico delle istituzioni.
Cosa succede al diritto di dissenso e di lotta sociale in Italia?
Ne parliamo con Gianluca Vitale e Luca Vuolo.
In un momento storico segnato da tensioni crescenti, in cui la corsa al riarmo e
la logica della guerra imperialista vengono imposte come orizzonte inevitabile,
non sorprende che le istituzioni tentino di silenziare e reprimere chi sceglie
di organizzarsi dal basso, animando e vivendo le lotte che si oppongono al
deserto lasciato dalle politiche istituzionali.
Da sempre, chi si oppone allo stato delle cose viene criminalizzatx. Oggi più
che mai, chi non abbassa la testa e continua a resistere è oggetto di una
repressione sempre più intensa, attraverso misure giudiziarie che mirano ad
annichilire il dissenso e a trasformare in nemico pubblico chi crede che le
lotte dal basso siano lotte di tuttx.
Vorrebbero silenziarci, costringerci alla passività, pront* ad accettare il
destino che hanno già scelto per noi.
Non riuscendoci, usano l’unica arma che conoscono: la repressione e la macchina
del fango.
Sappiamo bene che hanno paura.
Sanno che chi scende in strada non lo fa per un tornaconto personale, non lo fa
per soldi o per potere, come un qualunque politico. Lottare significa credere in
un mondo diverso, significa costruire pratiche di resistenza e solidarietà
reali, significa portare avanti un’idea di un mondo diverso e di una vita degna
per tutt*.
Ed è proprio questa determinazione a spaventarli: l’idea che esista ancora chi
non si piega, chi si organizza, chi non è disposto a farsi schiacciare senza
reagire.
Tra pochi giorni ci sarà la sentenza del Processo Sovrano, l’ennesimo capitolo
di una strategia repressiva che da anni tenta di annientare le esperienze di
lotta costruite con determinazione da tant* compagn*, in valle come in città.
Un processo velenoso costruito dalla procura torinese con l’unico scopo di
colpire chi ha scelto di non arretrare, incastrando pezzi di storie diverse per
costruire il teorema di un’associazione a delinquere. Un’accusa strumentale,
frutto di un impianto che non ha nulla a che vedere con la ricerca della verità,
ma molto con la volontà di stroncare il dissenso.
Non è la prima volta che assistiamo a simili manovre repressive: la magistratura
torinese è da sempre in prima linea nel colpire chi lotta, mentre le denunce
degli abusi delle FFO vengono sistematicamente archiviate. è un copione già
visto, dove i ruoli sono sempre gli stessi, da un lato, chi difende gli
interessi del potere con processi-farsa e campagne mediatiche denigratorie e
dall’altro, chi resiste e continua a lottare per la giustizia sociale.
Ma questa repressione non riguarda solo Torino. Il processo sovrano si
inserisce in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà e
di espressione in tutta Italia. Infatti se colleghiamo questa vicenda alla
riforma della giustizia che mira a sottomettere definitivamente il potere
giudiziario al potere politico esecutivo l’obbiettivo diventa ancora
più chiaro: normalizzare la società, soffocare il dissenso, spegnere ogni voce
critica prima che possa diventare una minaccia reale per l’ordine costituito.
Ma chi lotta non è mai solx.
Solidarietà all* compagn* indagate, eravamo e rimaniamo al loro fianco!
L* compagn* del CSOA Gabrio
ASSEMBLEA CONTRO REPRESSIONE E ANTI AGGRESSIONE AGLI SPAZI OCCUPATI
Barocchio squat - - strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(giovedì, 19 dicembre 20:30)
Invitiamo tutti gli interessati alla problematica ormai ricorrente che coinvolge
le realtà Torinesi.