qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
Tag - comunicato
> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE
> RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO
> ATTUALE.
Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione
ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra
chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti
socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento.
DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ
LIVELLI DI COMPLESSITÀ.
Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e
immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi,
come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche
del capitale può ancora sprigionare?
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un
luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non
chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del
movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità
condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la
sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e
sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio
liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse,
relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione
collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in
campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per
elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono
sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più
atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in
cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità
resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine
strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione
identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa
sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come
palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla
società dominante senza però incidere realmente su di essa.
In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza
trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto:
uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini.
Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere,
nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno
spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà
l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato,
significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici
e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle
in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e
rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li
colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la
politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso
la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA
CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e
messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire,
prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si
conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano
possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una
prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a
spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e
governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si
costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione
permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”,
ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che,
attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto,
trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad
affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni
rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione
sarà già avvenuta:
come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di
quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida,
diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti
novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA
A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui
provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!
C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
Se è vero che ogni 8 marzo è importante, quest’anno la lotta è soprattutto
antigovernativa. Un governo che produce norme incessanti volte a criminalizzare
il dissenso, aumentare le pene, sovraffollare carceri già esplosive, colpire
categorie umane già fortemente marginalizzate e, ovviamente, norme che abbiano
oggetto i nostri corpi.Dopo il reato di femminicidio di cui non avevamo alcun
bisogno, e che poco velatamente ci ricorda chi è donna, e chi non lo è (le
nostre sorelle trans), nelle ultime settimane ad essere sotto attacco è un
concetto che tanto duramente i femminismi, nei decenni, hanno lottato per
visibilizzarlo, per portarlo al centro del dibattito sulla violenza di genere:
il consenso.
Il ddl Buongiorno, se approvato, ci riporterà indietro, a tempi ancora più
oscuri di quelli attuali. La donne su cui è stata agita la violenza dovrà in
sede processuale dimostrare di aver detto NO; si esacerberà il meccanismo in cui
la vittima diventa imputata, costretta a rivivere la violenza incessantemente.
Il consenso verrà sostituito dalla “volontà contraria all’atto sessuale”, ossia
dalla prova di aver espresso un “dissenso”. Va da sé che alcuni corpi saranno
colpiti da questa norma più di altri: le persone trans, l* sex worker, le
persone con disabilità, tutte le soggettività che subiranno le violenze tra le
proprie mura domestiche dove dire no è più difficile da provare se l’abuser è
tuo (ex) marito o il tuo compagno. E sappiamo bene quanto le violenze avvengano
soprattutto dentro il focolare domestico.
Questo meccanismo avrà conseguenze a valanga. E richiederà la complicità di
altri attori, tra cui i tribunali e i consultori. La macchina sanitaria sarà
investita da un processo probatorio che metterà estremamente in difficoltà chi
ancora denuncerà. E il comparto sanitario dovrà decidere da che parte stare.
Oggi scioperiamo con tutta la nostra rabbia e solidarietà reciproca e chiediamo
a tutt* l* operator* sanitari* di unirsi alla lotta contro questo governo
liberticida.
8 marzo ovunque, 8 marzo ogni giorno!
Sabato 31 saremo tuttə al corteo nazionale, solidali con Askatasuna e con tutti
gli spazi sociali occupati che come noi lottano ogni giorno.
Scenderemo in piazza contro le politiche repressive e fasciste di questo
governo, contro lo sgombero degli spazi che da sempre rappresentano luoghi di
rottura dei meccanismi che reggono il capitalismo contemporaneo, contro chi ci
vorrebbe mutə e addomesticabili.
Askatasuna non è solo un luogo fisico, lo sappiamo; è un’idea, un simbolo, un
movimento che non si ferma sigillando le porte di un edificio.
Askatasuna è parte viva e pulsante della città e del quartiere Vanchiglia, come
lo sono tutti gli spazi occupati che nei quartieri si radicano e costruiscono
alternative dal basso.
Per questo assume ancora più importanza essere lì e rivendicare insieme che i
centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad
esistere come mezzo a disposizione di tutt per continuare ad organizzarsi e a
costruire comunità resistenti.
Ci vediamo sabato 31 a Porta Susa alle 14:30.
ASKA NON SI TOCCA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI
Come CSOA Gabrio esprimiamo la nostra solidarietà allx compagnx di Askatasuna.
Questa mattina ci siamo svegliatx con l’ennesimo attacco ad una realtà sociale,
ad uno spazio politico.
Uno sgombero mascherato da perquisizione. Perché i politicanti di questa città
non hanno il coraggio nemmeno di rivendicarsi le proprie azioni, la propria
sottomissione alla destra fascista al governo.
Da una parte vediamo l’intenzione palese del comune di Torino: distruggere gli
spazi sociali, spazi che non rientrano nelle logiche capitaliste. Spazi da cui
nascono lotte e che creano relazioni vere.
Lx compagnx e lx abitanti di Vanchiglia sanno cosa rappresenta questo posto per
il quartiere.
Il governo Meloni ha paura, vedendo quanto dal basso si possa costruire, come
quando le folle oceaniche sono scese in piazza per la Palestina, pensa di
distruggere la nostra determinazione murando le finestre di uno spazio attivo da
30 anni.
E allora l’unica strada che possiamo percorrere è continuare a lottare ovunque.
E allora da sta sera riprendiamoci le piazze, riprendiamoci le strade.
Ci vediamo sabato in corteo
Askatasuna Vive
Rispolveriamo un vecchio, ma sempre valido slogan per dare qualche aggiornamento
sulla questione amianto al Gabrio, anche perché spesso tanto viene detto e
riportato da giornali e/o pseudo politici senza alcuna cognizione di causa.
Nella scuola occupata di via Millio c’è da sempre l’amianto, come nella maggior
parte dell’edilizia degli anni ’70 di Torino e non solo.
Una volta emersa la questione nel 1997 e fino al suo funzionamento, il Comune si
è occupato di alcuni lavori di messa in sicurezza e di un piano di gestione e
controllo. Quando la scuola nel 2013 è stata occupata, con estrema attenzione è
stata ripresa la documentazione pubblica esistente, messa in sicurezza la
struttura e prodotto un documento pubblico di (auto)gestione dello stabile¹.
In fondo, il nostro collettivo ha sempre dovuto fare i conti con la presenza
dell’amianto²: anche nella precedente occupazione di via Revello ci siamo presi
cura e messo in sicurezza un edificio che lo conteneva e abbiamo dovuto
sopportare gli attacchi di una certa politica pronta a gridare allo scandalo
mentre copre chi ha lucrato per anni sull’amianto ben conoscendone i danni per
la salute.
A dicembre 2024 abbiamo deciso di fare un controllo approfondito sullo stato
dell’amianto nella struttura: non c’era un’urgenza particolare, ma
dall’occupazione abbiamo seguito il documento e le indicazioni di espert*, anche
perché l’ultima era stata effettuata nel 2012.
Con ingegneri specializzati abbiamo revisionato il piano di Manutenzione e
Controllo, effettuato sopralluoghi in tutte le aree in cui è presente l’amianto
e fatto diversi campionamenti professionali dell’aria per verificare se ci fosse
dispersione di fibre di amianto.
I risultati³ hanno evidenziato che:
* non c’è nessuna dispersione di fibre di amianto;
* i manufatti che contengono amianto sono in sicurezza;
* come evidenziato dai tecnici, la manutenzione e il controllo dell’amianto
portato avanti dal collettivo è stato efficace per garantire la salute di chi
frequenta e di chi abita le aree circostanti.
Insomma
L’AMIANTO AL GABRIO C’È, MA È SOTTO CONTROLLO E IN SICUREZZA.
Questo si aggiunge ai fatti che dimostrano come la capacità di autogestire un
luogo sottratto all’abbandono sia concreta.
Cercare di creare un luogo in primis sicuro per chi lo frequenta o ci vive
vicino è sempre una nostra priorità, per questo abbiamo autofinanziato delle
costosissime analisi specialistiche e abbiamo speso e spendiamo altrettante ore
nella manutenzione fisica del Gabrio.
In un contesto in cui in nome del profitto e della speculazione anche le città
sono sempre più riempite di vecchie e nuove nocività, tra PFAS trovati nelle
acque, polveri sottili e depositi di smarino che si decidono di costruire vicino
a grandi centri abitati come a Susa, per noi le priorità continuano ad essere
altre: la messa in sicurezza dei territori e il prendersi cura delle comunità
che li vive.
Continueremo a fare la nostra parte anche dal 42 di Via Millio.
CSOA GABRIO
Note
¹ Piano di Manutenzione e Controllo – CSOA Gabrio
² Campagna I Love Gabrio
³ RELAZIONE_MISURE_AMIANTO_GABRIO_2024_25
Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"
Unit hacklab Milano si unisce alle voci che si alzano contro la militarizzazione
dell'industria marittima. SeaFuture, nata come mostra di tecnologie nautiche
civili, negli ultimi anni è stata trasformata in una vetrina per le tecnologie
di guerra e di morte.
Solidarietà a Riconvertiamo SeaFuture per la …
Ci avviciniamo a celebrare l’80esimo anniversario della liberazione dal
nazi-fascismo immersi in un’atmosfera da fine del mondo.
Se non fosse bastata la promessa distruttiva della crisi ecologica in cui siamo
immers*, con la sindemia del covid come trauma collettivo già quasi-rimosso, la
guerra aperta è nuovamente esplosa anche nella “pacifica” Europa.
Sappiamo bene che per i popoli e per le soggettività oppresse, così come per le
lavoratrici e i lavoratori, la guerra, nelle sue forme più esplicite delle bombe
in Palestina o in quelle meno dichiarate come femminicidi, transicidi, morti sul
lavoro o in mare, non si era mai fermata.
Al contempo però assistiamo ad un cambio di paradigma, esemplificato dai
discorsi intorno alla guerra guerreggiata, dal via libera al riarmo come unica
soluzione per salvarci dalla barbarie, dal riaccendersi dei nazionalismi e dalle
guerre commerciali.
Eppure, di fronte all’intensificarsi del genocidio in Palestina, all’aumento
vertigionoso delle spese in armamenti in Europa e nel mondo, alla violenta
repressione del dissenso che, partendo dagli USA di Trump e passando per la
“democratica” Germania, arriva fino alla fascistissima Italia, non è il momento
di abbandonarci allo sconforto nè di soccombere alla disillusione.
Il macro della geopolitica estera si riflette e rafforza nel micro delle nostre
vite e dei quartieri in cui viviamo come nodi in tensione da cui rispondere,
opporsi e resistere, soprattutto quando la sospensione totale di qualsiasi forma
di democrazia si rende evidente. Ci scontriamo infatti con disuguaglianze di
classe sempre più amplificate, le stesse che rendono impossibile a moltx avere
una casa ed arrivare a fine mese nonostante un contesto urbano colmo di spazi
abbandonati lasciati a marcire. Le città che abitiamo si rivelano divise in
frontiere interne che separano i quartieri “riqualificati”, accessibili a
poch*, da quelli “indecorosi”, raccontati come pericolosi attraverso le famose
“zone rosse” fino a rendere di nuovo legittimi e desiderabili luoghi di confine
e tortura come le carceri e i cpr. Nel clima di guerra diffuso, non sono solo le
fasce più marginalizzati a subire il neofascismo, siamo tutt noi, perché i tagli
all’istruzione, alla ricerca, alla salute pubblica, ai centri antiviolenza hanno
effetti reali sui corpi senza distinzioni, seppur con differenti gradi di
severità. In questo meccanismo stratificato, la guerra si presenta come realtà
pronta a riscrivere i presupposti di ulteriori divisioni sociali, nuovi sommersi
e salvati mentre si allarga la fascia di persone e corpi sacrificabili.
Se la confusione è grande sotto il cielo, il momento non è certo eccellente,
eppure il mondo è lungi dall’essere pacificato: in Palestina il movimento di
resistenza palestinese affronta con determinata ostinazione il tentativo di
cancellazione del loro popolo, negli Stati Uniti studentesse e studenti
infiammano le università sfidando l’ira repressiva del governo repubblicano,
mentre dal Chiapas arriva l’appello a costruire “il giorno dopo” della tempesta
capitalista.
IL 25 aprile ci pare allora quanto mai attuale, nel suo interrogarci in maniera
urgente, non solo oggi ma nelle lotte che animiamo tutti i giorni: di fronte
alle crisi del mondo che conosciamo, con i suoi immancabili risvolti violenti e
sanguinari, da che parte stiamo? Quali responsabilità, individuali e collettive,
ci chiamano all’azione?
Ieri come oggi, resistere rimane per noi una postura necessaria quanto
diversificata nella molteplicità di pratiche, forme e idee disposte a
contrastare imperialismi e fascismi vecchi e nuovi. Che sia nell’opporsi a
progetti estrattivi ed ecocidi tramite sabotaggi e picchetti, occupando
fabbriche e rivoluzionando gli assetti produttivi in chiave anti-capitalista,
dis-armando una guerra contro le donne e le soggettività non conformi al mito
patriarcale e alle sue soluzioni punitive e securitarie. Smontando il mito del
progresso e della pace basate su violenza e sfruttamento lontano dai nostri
occhi. Resistiamo e ci organizziamo nella lotta liberando spazi e menti,
salvando il desiderio di un’alternativa rispetto a un mondo in fiamme, occupando
case, palazzi, quartieri e università per dar spazio a nuove forme del sociale,
di alleanze e di solidarietà nelle lotte di ciascun contro nemici comuni, perchè
nessunx rimanga solx.
Oggi, dopo 80 anni, siamo qui per ricordare, e per non dimenticare mai, il costo
della nostra libertà e la sua necessità, uno sforzo continuo da compiere
insieme, giorno dopo giorno.
Sarà un giorno di festa e di lotta, vogliamo passarlo con l* nostr* compagn*,
sicur* che le nostre strade si incontreranno ancora e spesso nei tempi prossimi
di resistenza.
Fino alla rivoluzione
★ PROGRAMMA ★
Esattamente una settimana fa arrivava l’annuncio dello sgombero del palazzo
occupato in via Monginevro 46 nel 2013.
Un’occupazione nata a seguito della crisi economica che in città aveva
portato numerosi sfratti e sgomberi, a cui si è risposto con varie occupazioni
abitative (7 solo in San Paolo).
Occupazioni che hanno dato l’opportunità a decine di persone di avere un tetto
che gli permettesse di non finire ancora più ai margini di una società sempre
più individualista ed escludente.
Occupazioni, ma soprattutto case.
Case che hanno permesso di ripartire e progettare il proprio futuro senza
sottostare a ricatti e umiliazioni.
Purtroppo però, come per le altre esperienze in quartiere, sembra arrivata la
fine anche di questa occupazione.
Uno sgombero quasi annunciato insomma: nemmeno un anno fa era stato sgomberato
il palazzo di via Muriaglio e pochi anni prima via Frejus e via Revello.
Quest’ultima palazzina con le stesse modalità di via Monginevro.
Nonostante i proclami sui giornali della settimana scorsa, lo sgombero non è
avvenuto realmente. Come in altri casi, è stata messa in atto una pratica tanto
violenta quanto subdola: il distacco della luce e/o dell’acqua. Un assedio
silenzioso per forzare le persone ad andarsene ed evitare alle istituzioni di
dover avanzare proposte concrete per risolvere la costante crisi abitativa.
Mentre le famiglie con minori vengono trasferite in strutture, costrette a
vivere spesso in un monolocale (questa volta fortunatamente non hanno separato i
genitori), per le persone singole non c’è nessuna prospettiva.
E oggi? E domani? saranno giornate di “sgomberi dolci” a Torino– così gli piace
chiamarli- evitando di prendersi la responsabilità politica e morale
dell’assenza di soluzioni alternative.
Ciò che accade in queste situazioni non è una novità: il razzismo istituzionale,
la gentrificazione crescente del quartiere San Paolo e la mancanza di politiche
abitative efficaci hanno reso impossibile l’accesso a soluzioni dignitose per
chi vive in occupazione.
Ancora una volta, si prospettano solo dormitori aperti per sole 12 ore,
un’ulteriore umiliazione per chi lavora su tre turni, e una condizione
inaccettabile per persone che rivendicano il diritto di avere un tetto sopra la
testa.
Le persone che vivono in occupazione non stanno chiedendo la carità, ma solo una
casa vera, dignitosa, dove poter vivere senza il rischio di essere sfrattati
ogni volta che la situazione economica o sociale non rispecchi le prospettive di
palazzinari e speculatori.
Molti sarebbero disposti ad affittare un alloggio se non fosse che il razzismo
diffuso e la continua gentrificazione del quartiere e della città non lo
permettono, rendendo ancora più insostenibile la loro condizione. Il diritto
alla casa dovrebbe essere garantito a tutt3 e non solo a chi può permettersi di
pagare affitti in un mercato immobiliare speculativo.
Esprimiamo quindi la nostra ferma richiesta ai servizi sociali, al Comune di
Torino e alle istituzioni competenti: le persone che occupano la palazzina di
via Monginevro e gli altri che vivono nelle stesse condizioni non vogliono un
dormitorio temporaneo, ma un alloggio stabile e degno. E’ ora di risolvere
l’emergenza abitativa in modo serio e duraturo. Non si può continuare a fare
finta che il problema non esista. La città di Torino e le sue istituzioni devono
trovare soluzioni abitative vere, per tutte le persone, senza discriminazioni.
La crisi abitativa non è un’emergenza, è una costante. Non può essere affrontata
con risposte temporanee o marginalizzando ulteriormente chi già vive una
condizione di vulnerabilità.
Esigiamo che venga trovata una soluzione immediata e concreta per tutte le
persone che rischiano di essere sgomberate, senza che la loro dignità venga
ulteriormente calpestata.
Non basta un dormitorio, vogliamo una casa!
La casa è un diritto, non una concessione.
C.S.O.A. Gabrio
Nella giornata di ieri, la nave Libra è approdata in Albania con otto persone
migranti a bordo (di cui una riportata in Italia per motivi di salute
“incompatibili” con la reclusione: come se esistesse qualcun realmente
compatibile a lager disumani come questi).La macchina delle espulsioni non si
ferma neppure quando entra in contraddizione con lo stesso diritto che la tiene
in piedi. Risulta evidente come il governo italiano sia in affanno e pur di non
cedere effettua violente deportazioni tanto inutili quanto costose (134 milioni
di euro all’anno).
Ancora una volta assistiamo a questa farsa mentre arriva la notizia che un uomo
di 33 anni del CARA di Bari è deceduto dopo aver ingoiate delle pile come gesto
di denuncia. Le persone risiedenti nel centro si sono rivoltate scatenando la
loro rabbia dopo che da giorni richiedevano condizioni migliori.
In quello stesso CARA sono “ospiti” anche 12 dei 16 migranti che erano stati
deportati nell’hotspot albanese di Gjader e che poi han fatto ritorno in Italia.
Intanto, a Torino si prepara il terreno per la riapertura del CPR di corso
Brunelleschi, tra i plausi della destra e la stucchevole indignazione di chi
amministra questa città.
Sembra doveroso ricordare che il PD, che oggi organizza flashmob per opporsi
alla riapertura, ieri ha fatto da apripista e alimentato queste stesse
politiche. Non dimentichiamo che circa venticinque anni fa è stato proprio il PD
(allora DS) il promotore e creatore, con la Turco-Napolitano, dei primissimi CPT
(Centri di permanenza temporanea), poi CIE e oggi CPR.
Ma pur volendo sorvolare sugli errori del passato, l’alternativa proposta dal PD
pochi giorni fa in circoscrizione 3 si presenta tanto confusa quanto
securitaria. Infatti, si limita a chiedere, per le persone migranti uscite dal
carcere, l’obbligo di firma e dimora con eventuali attività di supporto
nell’attesa del rimpatrio. Ovviamente per chi se lo merita e non ha un profilo
troppo “criminale”; per quest’ultimi invece si è parlato di procedure di
rimpatrio direttamente dal carcere, evitando (o proprio confermando?) dubbi tra
metafore e sovrapposizioni tra carcere e CPR.
E i/le migranti che non arrivano dal carcere? Non è dato sapere.
Ci opponiamo a qualsiasi forma ibrida di controllo e repressione sui corpi delle
persone migranti, per quanto infiocchettate di “rieducazioni” e “reinserimenti”
vari.
L’unica alternativa è l’eliminazione del privilegio dei documenti e delle
barriere istituzionali ad una vita degna per tutt*.
I CPR LI VOGLIAMO CHIUSI.
MAI PIÙ CPR,
NÈ QUI NÈ ALTROVE