(disegno di otarebill)
In una delle date del tour estivo di Tutti Fenomeni, in occasione dell’ultima
serata del Meeting del Mare, don Gianni – parroco di Camerota e storico ideatore
del festival – ha accostato in cartellone il cantautore romano e Tära, artista
italo-palestinese. Una successione che si è rivelata più disturbante di quanto
il sacerdote “che ama stare con i giovani” avrebbe potuto prevedere.
Da una parte la consueta fauna alternative-cool dei festival, accampata sulla
spiaggia di Lentiscelle; dall’altra i figli della villeggiatura per bene,
accuratamente ripuliti dopo il mare. È un pubblico progressista, culturalmente
alfabetizzato, abituato a riconoscersi nei codici dell’impegno e della
distinzione.
Sale sul palco per prima l’artista italo-palestinese: kefia in mano, abito
spezzato, pantalone e top orientaleggianti firmati Sculptor.foundation – brand
emergente che si propone di “globalizing arab culture”. Poi il cantante romano.
Total denim, mocassini scuri, cappellino con un alce ricamato: un’estetica
borghese leggermente disallineata, abbastanza eccentrica da risultare
riconoscibile, abbastanza familiare da non apparire minacciosa.
Tära canta del genocidio del popolo palestinese (“Il genocidio siete in tanti ad
averlo ignorato” in Diaspora), Tutti Fenomeni dei lager tedeschi (il sintagma
ricorre in due pezzi dell’ultimo disco: “Ma dentro i lager tedeschi non si
leggeva Dostoevskij” in Morire vista mare; “Dentro i lager tedeschi Love is not
enough” in Love is not enough). Mentre un drone riprende il concerto planando
sulle teste del pubblico, Tära intona: “Le statuine nel presepe bello
illuminato/In Palestina oggi è un drone a fare da cometa/E Gesù di questo passo
non sarebbе nato”. Più tardi, forzando il testo di Diabolik, Tutti Fenomeni
indica la camera volante: “Ho fatto un sogno mi sentivo quel drone” (in luogo
di piccione). Siamo all’ottavo pezzo della scaletta. Il cortocircuito comincia a
rendersi manifesto.
È però soltanto dopo La ragazza di Vittorio che la natura di questo scarto si
lascia intravedere con chiarezza. Il cantante romano si ferma un momento, guarda
il pubblico e introduce il pezzo successivo: “Questa è una canzone che parla di
pace”. Costruita sulla pulsazione inquietante del trio di Schubert già usato da
Kubrick in Barry Lyndon, Privilegio raro, procede come una marcia senza
destinazione: un passo dopo l’altro, sempre uguale a sé stesso, con qualcosa di
militare nella cadenza e qualcosa di demoniaco nell’atmosfera. Sui battiti
regolari e inesorabili si muove il pubblico. Il carisma del cantante, la sua
postura granitica, il suo aspetto severo, tradito ogni tanto da un sorriso
sornione, non danno scampo: tutta la folla comincia a tenere il ritmo sul posto
puntando le braccia in alto – chi un solo braccio, chi col pugno chiuso –
cantando senza riserve tu mi fai girare come una svolta a destra. Sullo sfondo
si susseguono martellanti dei frame in bianco e nero a metà tra un documentario
di Leni Riefenstahl e una performance esoterica di Hermann Nitsch: masse di
agnellini costretti in un recinto, propaganda fascista, cartelloni della
campagna elettorale di Berlusconi, stormi di uccelli stretti in una geometria da
squadriglia, svastiche. La violenza impersonale delle immagini proiettate, la
disciplina che annulla l’individuo si riflettono come in un gioco di specchi
nell’automatismo dei gesti che regola il pubblico massificato. A tratti diventa
difficile stabilire se le immagini commentino il pubblico o se sia il pubblico a
fornire una chiave di lettura alle immagini.
Se con Privilegio raro il pubblico finisce per confondersi nelle forme
impersonali della massa, Cantanti lo raggiunge su un terreno più intimo, quello
della memoria. Non è più il potere psicagogico a governare i corpi, ma il
riconoscimento. Anche in questo caso, però, si tratta di coercizione simbolica.
La violenza del dispositivo è rivolta innanzitutto contro gli spettatori. Dopo
ogni ritornello – “Non sopporto i cantanti/quelli di bell’aspetto, quelli
maleodoranti” – Tutti Fenomeni lascia affiorare per pochi secondi ritornelli di
canzoni che appartengono al patrimonio affettivo più condiviso della musica
italiana, cantandoli con romantico trasporto. Bastano poche note. La donna
cannone, Se telefonando, Notte prima degli esami, perfino Achille Lauro. La
reazione è immediata: il pubblico riconosce, si illumina, alza le braccia,
ondeggia, canta con lui. Per un attimo si ricostituisce quella comunità
sentimentale che vive di ricordi, identificazioni e devozioni musicali, e
proprio in quell’istante il meccanismo si ritorce su se stesso. Quando
l’entusiasmo comincia a montare, il ritornello torna a imporsi come una
sentenza. La folla che un attimo prima cantava De Gregori, Mina o Venditti si
ritrova costretta a gridare di detestare i cantanti che ha appena celebrato.
Prima l’evocazione dell’oggetto venerato, poi la sua immediata dissacrazione.
Centinaia di persone vengono guidate a partecipare simultaneamente a un atto di
distruzione simbolica. È una pedagogia del disincanto, un esercizio di
profanazione collettiva.
La scena possiede qualcosa di paradigmatico. La difficoltà di aderire
stabilmente a un valore, a una tradizione o a un’immagine del mondo attraversa
infatti l’intera scrittura di Tutti Fenomeni, riflettendosi anzitutto nel modo
in cui i materiali culturali vengono accostati e fatti circolare. L’impressione
è che il suo vasto apparato di riferimenti sia costruito per essere
immediatamente riconosciuto come elitario, e fruito tuttavia sotto forma di
feticcio: apparentemente ricercato, ma facilmente disponibile; sacrale, eppure
pronto al consumo (“Non voglio la pace nel mondo/voglio educare un tiranno/se
sei in cerca di metafore/guarda Il posto delle fragole”, in Mister Arduino). La
famosa “pappa” di cui parlava Furio Jesi. Le canzoni assemblano senza gerarchie
luoghi comuni provenienti dal parlato quotidiano e dalla tradizione letteraria,
anche la più scolastica: “Te la ricordi la nazionale?/Assist di D’Annunzio, goal
di Montale”, in Piazzale degli eroi. Il registro alto e quello basso, la cultura
e la chiacchiera, la storia e l’attualità cessano di opporsi in un linguaggio
kitsch che tutti fanno proprio e che proprio per questo non produce più alcuna
esperienza di estraneità (“Karl-Marx-Straße / I really like your trousers”
in Qualcuno che si esplode). Non ha rapporto con la ragione, né con la storia:
nasce da ciò che viene chiamato passato, ma da un passato così radicalmente
decontestualizzato da poter circolare senza resistenze nel presente: “Chissà
cosa penserebbe Freud della sessuologa di Tiktok”, in La felicità del cane.
Si potrebbe pensare che quest’operazione appartenga semplicemente al registro
dell’ironia. In effetti, la scrittura di Tutti Fenomeni procede spesso per
associazioni impreviste, assonanze, funambolici giochi fonosintattici, in un
vortice dadaista. Eppure la continua oscillazione tra adesione e dissacrazione
rende più difficile stabilire che cosa debba essere preso sul serio e che cosa
no. E quindi: cosa accade quando la parodia smette di essere un procedimento
retorico e diventa una modalità strutturale di rapporto con il reale? Quando
tutto può essere citato, deformato e immediatamente rovesciato nel proprio
contrario? Non scompaiono né il bisogno di appartenenza né il potere dei
simboli. Cambiano piuttosto le forme attraverso cui essi si esercitano.
L’ambivalenza protegge dall’accusa di adesione, ma non impedisce la
partecipazione. Si può essere fascisti, ma per scherzo.
Da questo universo di rovesciamenti e ambivalenze emerge una sensibilità che
sembra guardare alla modernità con ripugnanza, ma che di quella stessa modernità
è un’epitome. Le conquiste politiche e culturali del presente vengono
costantemente derise (“Galileo non sei capace a fare la rivoluzione”), il
passato riacquista un’autorità che prescinde dalla sua realtà materiale (“Mia
nonna era femminista proprio perché non sapeva di esserlo/e forse è per questo
che ha campato cent’anni”), e il conflitto appare come una legge immutabile
dell’esistenza (“Libertà per un lupo vuol dire morte per l’agnello”).
Entro questo sistema il male non affiora come qualcosa di esterno. Non è tanto
un evento quanto una condizione; non una caduta contingente, ma una forma di
compromissione che precede ogni gesto: “Quando mi sento da solo penso a Gesù
sulla croce/muro di mattoni davanti/mi protegge dalla verità/ogni puttana si
vende/una vera puttana si vendica/Ogni poeta si vende/ un vero poeta si
vendica/spesso il nemico si comprende/dall’amico che si tradirà”).
Da una simile visione deriva anche una precisa postura enunciativa. Se nessuno
può rivendicare un’innocenza integrale, se il male attraversa indistintamente
amici e nemici, vittime e carnefici, allora il linguaggio tende ad assumere la
forma del verdetto. La voce poetica parla come un moralista disilluso o un
predicatore senza fede, alternando invettiva e profezia (“Una profezia/da domani
chiamami Isaia/Elon Musk è il capo della CIA”, in Morire vista mare). Da qui la
frequenza di formule categoriche e memorabili, che condensano il mondo in una
diagnosi lapidaria.
Il passato perde così la propria opacità, la propria resistenza, la propria
irriducibile alterità, diventando un serbatorio indifferenziato per la
costruzione di una mitologia identitaria: “Saluti romani a piazzale degli
Eroi/Pеrché ogni croce celtica, alla fine, sta parlando di noi”.
È precisamente questo meccanismo che il concerto mette in scena. Il linguaggio
di Tutti Fenomeni si offre come trasparente, accessibile, perfino democratico;
ma la sua forza agisce nella capacità di trasformare il riconoscimento in
adesione affettiva, la cultura in atmosfera, il passato in esperienza immediata,
sostituendo alla fatica del pensiero il conforto dell’appartenenza. Lo stesso
pubblico che pochi minuti prima cantava con Tära “Free Palestine” si ritrova a
scandire in perfetta sintonia “tu mi fai girare come una svolta a destra”, a
muoversi all’unisono sotto immagini di masse, svastiche e propaganda
totalitarista. Non è una dichiarazione politica, ma qualcosa di più elementare
e, proprio per questo, più potente: il piacere di partecipare a una comunità
simbolica che precede il giudizio e sospende la distanza critica.
Sul palco la scrittura di Tutti Fenomeni mostra tutta la propria ambivalenza.
Mentre pretende di dissacrare ogni comunità, ne costruisce una. Mentre parla il
linguaggio del disincanto, produce incantamento. Mentre sembra sottrarre
autorità ai miti, ne genera di nuovi. In questa capacità di trasformare la
critica in rito, la cultura in feticcio e la partecipazione in destino che
risiede il tratto più profondamente reazionario del suo immaginario. (diletta
bergamo)
Tag - musica
ALLENAMENTO APERTO E SALUTONI DI FINE ANNO DELLA DYNAMO DORA!
parco crescenzio - parco crescenzio
(giovedì, 9 luglio 19:00)
Un’altra stagione alla dynamo si sta per concludere e non può mancare un momento
di festa. Per quest’anno abbiamo scelto la formula esageruma nen, perché la
stagione è stata lunga e piena di impegni ma non si molla. Per cui vi aspettiamo
nel luogo delle nostre origini per un allenamento aperto, per scoprire come
correre in avanti e passare la palla indietro, mettere le mani in ruck e tanto
altro. Non può mancare poi il mitico terzo tempo: noi offriremo un po’ di
bevande e cibarie ma tu porta ciò che vorresti trovare da condividere! Ci
vediamo il 9 luglio dalle 19 in poi al Parco Crescenzio in via Ippolito Nievo
per un po’ di rugby popolare, bocce, festa, musica e presabbene!
Dillo a chi vuoi!
KILROY JAM4MED: JAM A SOSTEGNO DELLA 25ESIMA MISSIONE DI MEDITERRANEA IN UCRAINA
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(martedì, 26 maggio 19:30)
A Giugno partirà da Torino la prossima missione di Mediterranea in Ucraina, per
portare beni di prima necessità alla popolazione civile dell'Oblast di Leopoli.
Per sostenere la missione, ci vediamo il 26 Maggio dalle 19 30 a Comala per una
Jam session con @kilroytorino e @mediterranea_torino
Il caso ha voluto che la puntata di ARIA del 22 Maggio fosse più densa di
contributi del solito.
Le parole di Alfredo Cospito che dopo un anno e mezzo ha potuto partecipare in
video conferenza ad un udienza tenutasi a Bologna e per qualche minuto rompere
il silenzio tombale a cui lo costringe il 41 bis (parliamo di 41bis perché
pensiamo sia l’altra faccia della medaglia del sovraffollamento nelle sezioni
comuni, ma avremo modo di approfondirlo meglio in futuro):
il racconto di una mobilitazione a Madrid che punta alla liberazione dei e delle
recluse in stato di salute precario e di cui l’amministrazione penitenziaria e
sanitaria non può prendersi cura:
dediche che hanno ricordato le vittime di uno Stato assassino che ha falciato 14
vite per sedare le rivolte di Modena del Marzo 2020:
Altre che hanno preso parola sul rapporto di Antigone sullo stato delle carceri
italiane. Niente di nuovo anche quest’anno. Tranquilli! Sovraffollamento,
recidive e aumento delle pene sembrano essere le protagoniste di un report molto
simile a quello degli anni precedenti.
Poi, dediche da chi era in sezione fino a qualche settimana fa e quindi quella
sezione, quelle persone con cui ha condiviso un pezzo, seppur drammatico, di
vita prova a tenerle vicine, nonostante le mura.
Le dediche scambiate tra dentro e fuori.
E, infine la musica: varia, a volte scanzonata e che nelle sue diverse lingue ha
provato a dare una boccata d’aria a chi è costretto a vivere tra le mura del
Lorusso e Cutugno.
Una puntata che vale la pena conservare, rileggere e in alcuni suoi pezzi
riascoltare. A dircelo è stato chi ci ascolta:
La speranza è che puntate come questa possano moltiplicarsi nel tempo e nello
spazio.
Per dare forma ad una solidarietà che non sia solo uno svago, ma che riesca a
riconoscere e a scagliarsi contro chi il carcere e la sua violenza le alimenta
ogni giorno: dai “portachiavi” ai tribunali di sorveglianza, passando per medici
e personale sanitario”.
TUTTE LIBERE e TUTTI LIBERI!
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente”
Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle
conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike
tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde
generazioni?
A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia
dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e
SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della
nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica
e stigma.
Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel
cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto.
TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE
DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
(disegno di nando gaeta)
Negli ultimi mesi, come in media la quasi totalità degli occidentali, ho
ballato, tenuto il ritmo con le gambe davanti allo specchio mentre mi preparavo
a uscire, riso, cantato, pianto per la mia ex fidanzata, sotto il reggaeton
piumato, sintetico e ibrido di Bad Bunny. Ho visto un documentario su Porto
Rico. Un mio amico ha hackerato l’impianto di un festival di poesia per far
partire Nuevayol; un altro ha letto il testo di Lo Que Le Pasó a Hawaii, il
pezzo contro la gentrificazione, in un happening gassmaniano in una galleria
parigina nella zona più gentrificata di Milano. La settimana scorsa, al
Collegium Helveticum a Zurigo, dopo una giornata di convegno, un gruppo di
ricercatori ha improvvisato un dj set nelle sale mitteleuropee severe e
musiliane dell’accademia; non mi sono stupito, con la vescica piena per la
birra, che i pezzi più ballati, più di quelli di Britney Spears o delle Destiny
Child, siano stati quelli di Bad Bunny. Nelle feste in casa, Bad Bunny ha preso
il ruolo euforico che prima toccava ai classici del pop degli anni Zero. Nei
club, il reggaeton synth-pop ha sancito il tramonto della techno. E il trionfo
della musica latina su tutte le altre musiche del mondo.
Bad Bunny, anche questo è noto, non solo è probabilmente il musicista più
influente sul pianeta, ma sembra anche una persona interessante. I suoi show
sono studiati e francamente bellissimi, pieni di Significato e di Valori; nelle
interviste non è mai banale, parla di inclusività, di lotta di classe, è molto
simpatico e intelligente. Non perde occasione per fare arrabbiare Trump e il suo
direttorio. È un artista ultra-pop, ma anche impegnato, forse uno dei primi casi
in questa nuova era post-umana. Per certi versi, questo è l’aspetto più
problematico della faccenda. Perché dà luogo a una serie di antinomie di
difficile risoluzione che mettono in luce il ruolo centrale e onnivoro del
mercato (capace di rovesciare, assimilare e neutralizzare ogni istanza
lontanamente sovversiva) e le conseguenze di una globalizzazione così spinta
dove la riscoperta di una dimensione particolare e intima (in questo caso, Porto
Rico) va di pari passo con la sua inevitabile banalizzazione. Non si sfugge
dalla trappola del consumo e della glocalizzazione, e il caso di Bad Bunny, per
la sua portata, è degno della massima attenzione per capire come agiscono certi
fenomeni.
Prima di ascoltare DTMF (DeBÍ TiRAR Más FOToS) non avevo idea di chi fosse Bad
Bunny, nonostante un successo già consolidato e planetario, e non trovo casuale
che sia filtrato nella mia bolla con un album complesso e stratificato, che ha
spostato un sottogenere a canone, in cui – ma questa cifra è tipica dell’artista
– il reggaeton, la musica tradizionale di Porto Rico, Venezuela, Cuba, Panama,
Colombia, viene sporcata dalle vibrazioni dell’elettronica, da melodie pop e da
bordoni trap. Potremmo dire che in qualche modo la cultura musicale portoricana
viene trasmessa su scala mondiale con il compromesso di avere una forma che
solitamente viene intesa come più moderna: io direi più occidentale.
Adattandosi, appunto, a un orecchio diverso, che non è quello
dello jíbaro portoricano, ma quello di centinaia di milioni di utenti di
internet sparsi per il mondo. La musica latina, per arrivare a tutti, deve
essere mescolata col synth-pop e con l’elettronica, anche sperimentale. E,
questo può risultare più sorprendente, deve essere musica d’autore, con testi
politici e impegnati, pieni di rivendicazioni, in contrasto con l’allegra
spensieratezza che solitamente attribuiamo al reggaeton e, per estensione, a
qualunque ritmo meridionale, Altro.
Penso alla Nascita della tragedia, all’elemento incontrollabile, pulsionale,
puramente sonoro, dionisiaco, che deve essere mediato dalla forma e dall’ordine
apollineo per essere reso intellegibile e tollerabile all’essere umano. Sfiora
l’inconscio acustico, poi se ne ritrae. Bad Bunny è il Wagner dei nostri tempi.
Torniamo a DMTF, che è di fatto l’unico album che conosco per osmosi di Bad
Bunny. È stato il primo album del cantante che ha travalicato un interesse
settoriale, per essere inteso, propriamente, come cultura e venire analizzato
dai maggiori siti di approfondimento statunitensi. L’album, senza mai perdere
la sua ballabilità, parla di temi complessi come l’anticolonialismo, la
gentrificazione, ponendo l’autenticità della cultura locale come rimedio contro
il consumismo, soprattutto attraverso i sample, come quello di “Un verano en
Nueva York” che apre Nuevayol. E fa tutto questo rimanendo comunque tamarro,
inserendo un numero di tette e culi parsimonioso che non ci fa arcuare il
sopracciglio. I ritmi del reggaeton sono sformati dall’elettronica, creando un
mix irresistibile. Se poniamo la questione in termini più ampi, partendo da
Rosalía e arrivando al successo non solo nazionale della Niña, si può notare
come una tendenza comune della musica attuale sia quella di tornare al folklore,
di interrogare le forme della tradizione. In letteratura un fenomeno simile si è
avuto con il primo post-modernismo. In un saggio contenuto nello
stupendo L’algebra e il fuoco, John Barth parlava negli anni Sessanta di una
“letteratura dell’esaurimento”. Potremmo inferire che nella musica, almeno in
quella mainstream, siamo a un punto simile. Le forme di sperimentazione anche
più radicale sono inglobate dal mercato nella parvenza di forme nuove, che sono
però forme di ri-uso. Si tratta di mescolare l’iper-futuro con una foggia
arcaica, popolare, creando una nostalgia per un passato che non è mai esistito,
o meglio, per un futuro mai avvenuto.
Ogni progetto che unisce in maniera elegante e ricercata un elemento “locale” a
una “alfabetizzazione pop” (globale), solitamente trova con facilità una buona
fetta di mercato disposta a dargli credito. Detto più semplicemente, è proprio
quello che vogliamo ascoltare, in quanto pubblico occidentale, qualcosa di
esotico ma al contempo familiare, che può dare visibilità a un territorio o
soffiare la polvere su certe tematiche, ma, proprio perché le condizioni di
visibilità sono spurie e dettate dal gusto occidentale, si rischia poi di cadere
in una visione stereotipizzata. Per adesso, il successo di Bad Bunny e la sua
scelta di non fare concerti negli Stati Uniti, ha solo accresciuto il turismo
degli americani a Porto Rico, cioè i ricavi di un’attività economica volatile e
inquinante. Che ciò sia estremamente significativo dal punto di vista simbolico
(erano i portoricani che si recavano in Nord America per scappare da una
condizione di povertà, mentre adesso ricevono un flusso di persone che favorirà
gli stessi processi di turistificazione e perdita dell’autenticità che Bad Bunny
denuncia) non intacca il piano strutturale e materiale del discorso (gli Usa
sono una potenza autocratica con politiche immigratorie disarmanti e un continuo
sviluppo coloniale, e non più solo in termini di immaginario – immaginario di
cui Bad Bunny tra l’altro fa parte a pieno titolo). È un risarcimento culturale.
Le istanze politiche di Bad Bunny, per quanto condivisibili, sono istanze che
vengono trasformate in processi di culturalizzazione. Nessuno si stupisce che in
un uno dei periodi più critici del capitalismo avanzato, che in un clima da fine
Impero, con l’avanzata dei populismi e dei fascismi, le guerre e le strette
autoritarie, l’artista più influente in attività sia latino, anti-trumpiano e
anti-imperialista, vesta da drag queen e, nonostante una mascolinità
etero-normata, definisca i generi fluidi e apra, in un’intervista abbastanza
paracula, alla possibilità di stare con un uomo per risultare il più trasversale
possibile. E che sia, incredibilmente, attraente. L’Es in persona. Tutta
l’eversività è, insomma, oggi, riversata sul piano simbolico. Anche chi vota
Trump è tra noi a ballare Bad Bunny.
Guardando dei vecchi video in rete, Bad Bunny mescola pubblico e privato
raccontando e mostrando in presa diretta le sue storie d’amore. Sembra un uomo
dolce e premuroso. In un mondo di maschi performativi lui è l’ultimo romantico.
Ripristina l’efficacia della coppia, questo strumento così in disuso, nell’unico
modo possibile: con l’intensità e il romanticismo. In un mondo cinico e
disilluso si ostina a credere nell’amore assoluto. Nonostante si rivolga
perennemente a una camera, sembra genuino. Vorremmo andarci a letto, o perlomeno
essere lui. Ci dimentichiamo però che tutto è una rappresentazione, e come
questa freschezza sia piegabile. In un modo che trovo assai simile, ci
dimentichiamo che è proprio il rifiuto dell’inglese come lingua del dominatore,
tanto nei testi che nei discorsi pubblici, che diventa, paradossalmente, ciò che
consente al dominatore di riconoscerlo. Nello stesso modo, l’uomo etero-normato
per eccellenza, può accogliere, con i giusti strumenti, la comunità LGTBQ+. La
neutralizzazione simbolica è perfettamente compiuta.
In questo articolo ho trattato Bad Bunny come un sintomo, dimenticando che è
soprattutto una forma di aggregazione. Prima ho scritto che non scappa dal
consumo. È vero. Ma proprio per questo è necessario fare la cosa più antica del
mondo: ballare. E credere nell’unico dio possibile: quello che ride e ci fa
sudare. E ci redime, in un giro di ciglia, del nostro inevitabile trescare con
il peggior capitale. (fabrizio maria spinelli)
“RESISTENZA, COESISTENZA E LIBERAZIONE” PER COSTRUIRE UN ALTRO MODO DI VIVERE LA
RELAZIONE TRA SPECIE E DEMOLIRE OGNI FORMA DI SFRUTTAMENTO ANIMALE.
Cascina Bert - norazzismoanimale.noblogs.org
(domenica, 10 maggio 10:30)
NORA - NO Razzismo Animale, campagna di controinformazione e pressione nei
confronti del comparto addestrativo-allevatoriale animale, organizza la
giornata-evento :
“RESISTENZA, COESISTENZA E LIBERAZIONE”
per costruire un altro modo di vivere la relazione tra specie e demolire ogni
forma di sfruttamento animale.
DOMENICA 10 Maggio 2006, dalle ore 10.00 alle 21.30
CASCINA BERT (Str. Antica di Revigliasco, 77 – Torino)
INGRESSO LIBERO
INFO COMPLETE SUL PROGRAMMA: norazzismoanimale.noblogs.org
@norazzismoanimale
H. 10.30 / RESISTENZA : Cani e Canili, cosa è cambiato a 35 anni
dall'approvazione del quadro di legge 281 ?
*Tavola rotonda-dibattito con Alessandra Ferrari (LAV) ed Enrico Moriconi
(Veterinario ed ex garante per il benessere animale)
H. 13 / Pranzo Vegan a cura delle Osti-Nate, benefit per la Cassa
Antirepressione della Alpi Occidentali
• per il pranzo prenotare al numero : 3491252356 (solo whats app/sms)
H. 14.30 / COESISTENZA : La lotta alle classificazioni
Incontro con Just Wondering, collettivo antiautoritario di
attivisti-ricercatori-artisti antispecisti rumeni.
Proiezione del docu-film : "STRAYING HOME"
a seguire presentazione delle pubblicazioni : "La liberazione del cane -
coesistenza e resistenza" (di Aron Nor / just wondering & Incontro di
Liberazione del Cane) e "Straying with Street Dogs" (Aron Nor / just wondering &
Eva Meijer).
H. 17.30 / LIBERAZIONE : Abitare il Confine
*Tavola rotonda-dibattito con Francesco De Giorgio (etologo), Gabriella Petti
(sociologa)
H.19.00 / Apericena, chiacchiere e musica con Djset di Wurts aka Darione
tutto il giorno : Mostra fotografica "MORIRE DI CANILE" di Valeria Bernardi.
Cascina Bert è una cascina sulle colline torinesi, a pochi minuti di bus dal
centro della città di Torino. Dispone di un ampio parcheggio e un grande
giardino dove, meteo permettendo, verranno organizzati i vari appuntamenti della
giornata. Se uno o più cani vengono con te, assicurati che la situazione sia
adatta a loro e loro alla situazione.
INFO : 349.2168568 / 351.9780473
Ciane domenicali su musica, dancefloor & transfemminismi co-condotte da Bucci e
Bubble Wrap con due ospiti speciali.
Claudia e Cristina fondono le loro passioni per musica, performance e il loro
attivismo transfemminista con i loro studi e percorsi universitari, in una
splenda contaminazione tra la piu’ colta teoria e il toccar con mano la realtà
piu bassa e reale.
Tante grandi domande, di risposte esatte non ne abbiamo ; ma qui nel podcast
troverete innumerevoli spunti per continuare a pensare insieme.
Claudia Attimonelli è sociosemiologa, prof.ssa associata di Media, Cultura
Visuale e Sound Studies all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È
coordinatrice scientifica dell’Archivio di Genere “Carla Lonzi” dell’Università
di Bari e organizza i Dialoghi sul BIG Bari International Gender Festival. Le
sue ricerche sulla Techno e l’Afrofuturismo sono considerate seminali nel
panorama italiano e internazionale grazie alla pubblicazione Techno. Ritmi un
afrofuturisti (2008).
Tra le sue pubblicazioni recenti:
L’internazionale drill. Media, suoni e immaginario di una scena dai tratti
sfuggenti (2023);
L’elettronica è donna. Media, corpi, pratiche transfemministe e queer (2022);
L’estetica del malessere. Il nero, il teschio, il punk (2020); Pornocultura.
Viaggio in fondo alla carne (con Vincenzo Susca 2016).
Cristina Voto è ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’
Università di Torino dove insegna Linguaggi del design digitale e Semiotica del
patrimonio culturale: prospettive su intersezionalità, etica e IA. Insegna anche
all’ Università di Caldas, in Colombia, e all’ Università Nazionale di Tres de
Febrero, in Argentina. Ha scritto il libro “Monstruos audiovisuales.
Agentividad, movimiento y morfología” (2021) fa parte del collettivo
performativo transfemminista Las Berthas ed è una delle tre vecchie zie che
organizza CINEFROCI3.
VINILI BELLAVITA
Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 22 aprile 18:00)
Ti piace il fruscio dei vinili? Porta il tuo preferito e fallo girare nel nostro
giradischi per un ascolto condiviso!
CUCINA APERTA DALLE 18.00.
--------------------------------------
Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si
basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti
trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.
SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!
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COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT
BUS : 33 - CP1 - 76
TRENO : FERMATA COLLEGNO
METRO : FERMI
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NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI
MITICA TOMBO-LATE DELLA DYNAMO DORA @CSOA GABRIO
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(sabato, 24 gennaio 19:30)
…pensavate di averla scampata eh? Oppure è da mesi che vi domandate: ma la
tombola della Dynamo Dora non si fa più? Ebbene ci rivolgiamo a chi ha
conservato l’odio per tutto l’anno passato, chi ha coltivato invidia e disprezzo
durante le feste e chi ha desiderato lanciare ingiurie nell’anno nuovo: state
all’erta perché torna la mitica TOMBOLA DELLA DYNAMO DORA! Chi ha detto che si
può fare solo prima di natale? Infatti questa non è semplicemente una tombola ma
una TOMBO-LATE! Ricchi Premi e grandi giochi musicali per allietare la vostra
serata…Ovviamente ci saranno succulente pietanze a riempire gli stomaci per cui
prenotatevi per la cena al 327 2970437Vi aspettiamo quindi il 24 gennaio dalle
19:30 al Csoa Gabrio in via Millio 42 per urlare AMBO al primo numero estratto e
lanciare quintali di bucce di mandarini a chi vince. venite puntuali e ditelo a
chi volete!