(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia
per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti,
residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono
offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto
più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso
all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il
fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi.
L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto legge n. 116, “Disposizioni
urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la
bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il decreto ha un approccio
prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di
reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si
rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che
avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di
strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche,
l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto
interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo
un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura
per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni
amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta
deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente,
oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la
reclusione.
Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti
in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere
alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre
più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche
effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non
pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei
anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui
si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o
un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il
reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti
pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei
Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo
articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione
illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi
nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione
che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli
autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo
quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto
inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle
competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di
responsabilità.
Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo
è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri
dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su
nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel
mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con
i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio –
attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o
consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati
esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di
una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo
quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire
proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni.
A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la
questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di
quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario
fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo
insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato
dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui
ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di
competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali
dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due
miliardi di euro.
I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti
individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una
quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi
regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località
Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto
milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i
biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca
ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici
milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia
di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore
stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta
di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di
euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora
decisamente insufficienti.
E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i
membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero,
siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto
scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di
caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un
totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è
anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della
sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano
i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come
diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come
un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età
minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl
Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della
Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno
2025.
Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del
commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in
guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di
risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti –
oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua
movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure
messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia,
i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de
simone)
Si svolgerà Sabato 14 marzo, dalle 14 alle 19 a Torino, presso Via Trivero 16
(sede dell’Associazione Volere la Luna) il primo incontro pubblico dalla Rete di
Resistenza Legale. Un appuntamento […]
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Una rete di aziende basate in Lussemburgo sta costruendo ventuno impianti a
biometano nel centro e sud Italia. Risultano fra i principali assegnatari di
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impianti è al centro di una contesa con la cittadinanza
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Il monitoraggio dal basso dei cantieri è fondamentale per la lotta al Tav. Messi
di fronte all’assenza di chiarezza da parte dei mandanti dell’opera e al
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Nei campi agricoli tra San Valeriano e Borgone di Susa, sorge Cascina Ivol, che
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artigianali e carne bovina […]
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Una settimana fa Trump e Netanyahu si incontravano alla Casa Bianca e il primo
ministro israeliano tentava di spingere Trump a imporre forti limitazioni a
Teheran rispetto all’arsenale missilistico, non soltanto al suo programma
nucleare. Pochi giorni dopo l’Iran dava segnali di apertura nei confronti
dell’AEIA affinché possa ispezionare i loro siti nucleari per dimostrare che
l’Iran non dispone di armi nucleari.
Oggi l’attacco da parte degli USA all’Iran e il possibile coinvolgimento di
Israele appare sempre più vicino, secondo testate giornalistiche americane
l’obiettivo di Trump è quello di aprire un conflitto su larga scala, attraverso
una campagna massiccia e di lunga durata, come lascerebbero intendere i
movimenti sul territorio e nelle basi militari.
In questo scenario si apre il meeting autoconvocato da Trump soprannominato
“Board of Peace”, lasciando aperta una porta sempre più ampia a possibili nuovi
interventi pesanti da parte di Israele su territorio palestinese, mentre i
grandi capitali si spartiscono i profitti della “ricostruzione” di Gaza.
Ne parliamo con Michele Giorgio Corrispondente dal MO de Il Manifesto, direttore
di Pagine Esteri.
di Andrea Cegna* Dalla precarizzazione alla svendita ambientale, fino alla
demagogia punitiva sui minori: tre riforme cucite insieme e protette dalla
violenza di Stato, 300 feriti e decine di arresti …
L’inchiesta svela un commercio da oltre due miliardi di dollari in oro
transitato attraverso i Caraibi, raffinato in Svizzera e Italia e immesso nelle
filiere globali della tecnologia e dell’oreficeria
L'articolo Oro sporco. Come decine di tonnellate di oro venezuelano sono
arrivate in Europa proviene da IrpiMedia.
Divergenti è un podcast sull’economia bellica, sulle basi militari e sui
movimenti che lottano per una Sardegna libera dalla guerra
L'articolo Divergenti proviene da IrpiMedia.
(disegno di manincuore)
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla
collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la
montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra,
la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale
di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico
di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un
metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e
macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un
paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare
i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio,
fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di
Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria
Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza
autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna
per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e
un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte
attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole,
sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di
contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei
territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro:
strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione,
riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima
assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta
in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta
conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e
cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne
attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la
rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai
fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione
schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione
di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di
lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere
i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire
alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che
ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i
capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus
operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata
repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti
conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo
intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni
facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di
pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per
l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti
sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la
richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un
altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile,
proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è
inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte
la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte
della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del
rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura
si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici,
aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in
un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti,
incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti
iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in
deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona
industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato,
aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe
essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque
Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo
sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione
parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute.
Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per
discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti,
alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre
una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata:
Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole
condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune
domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su
quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda
fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per
l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non
sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle
zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte
a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata
(Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre
costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo
l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare
inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori
disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si
tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della
società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori.
Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti
interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle
istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia:
forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in
Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la
forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle
comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci
conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma
è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i
cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per
collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve
nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata.
(edoardo m. benassai)
Ecco perché i fondi europei della Pac faticano a raggiungere le piccole aziende
agricole italiane
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