di Extinction Rebellion Un’attivista di Extinction Rebellion è stata denunciata
per vilipendio della Repubblica e del Governo per un presidio in cui sono state
esposte le caricature di Giorgia Meloni …
La Prefettura di Roma considera la 24enne francese una minaccia per la sicurezza
pubblica e le vieta il ritorno per cinque anni. Non ha mai ricevuto una
condanna. Ultima Generazione …
di Gianni Sartori Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con
incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei
mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala …
L’Italia sta vivendo una fase di espansione infrastrutturale nel settore dei
data center senza precedenti, posizionandosi come uno dei mercati emergenti più
attraenti d’Europa dopo l’area tradizionale FLAP (Francoforte, Londra,
Amsterdam, Parigi). Al 2025, si contano circa 222 data center distribuiti sul
territorio nazionale, gestiti da 94 diversi provider. La città metropolitana di
Milano rappresenta il cuore pulsante di questo sviluppo, concentrando il 68%
della potenza nominale installata a livello nazionale, pari a circa 414 MW IT.
L’insediamento di un data center non è un’operazione neutrale. Le criticità si
manifestano principalmente su quattro fronti: consumo di suolo, stress della
rete elettrica, prelievo idrico e impatto sociale.
Inoltre, i governi europei promuovono l’attrazione di data center hyperscale
come una vittoria per la sovranità digitale. Tuttavia, ospitare infrastrutture
statunitensi su suolo italiano non conferisce controllo sui dati né autonomia
tecnologica. Al contrario, crea una dipendenza strutturale: una volta che i
sistemi della sanità o della difesa sono migrati su server Microsoft o AWS, il
potere negoziale dello Stato si azzera.
Con Marco di Privacy Network, esploriamo le implicazioni e le criticità del boom
dei data center in Italia.
Leggi anche l’intervista su Infoaut a Errico Duranti del Comitato Ciarlasco per
la Tutela del Territorio e ascolta gli approfondimenti sui data centers su Radio
Blackout.
(disegno di escif)
Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di
Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con
Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e
del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei
tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute
fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di
grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si
aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche
di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della
cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la
terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un
esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me
lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere
perché adda succedere».
Con questa frase si può leggere tutto il resto.
Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari?
«In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età
adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono
andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso
accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai
dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana».
Che facevi in Toscana?
Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte
un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di
entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene.
Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è
coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi
ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da
Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una
voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il
G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che
non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci
chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli
di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le
montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo
bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un
quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico
e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il
2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la
cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita.
«L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto
in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a
mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato
nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in
mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata,
dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente
di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di
andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore
di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la
falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a
tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori
lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si
riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è
nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di
Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano,
nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie.
La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario,
Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che
avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca.
Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio
operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il
paese».
Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi?
«Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali,
siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio
indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a
iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è
la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della
farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u
cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà
locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità,
quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce
fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie
sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della
rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il
genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il
patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per
il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il
premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è
la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo
genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi
c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche,
ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti».
Cos’è per te il folclore oggi in questi territori?
«Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di
vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle
radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e
materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che
il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa
musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada.
Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio
agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è
soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai
l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi
l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che
l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata
all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel
tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle
pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il
cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si
rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è
un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore
di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno,
quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si
vede in questo “festival bar”, in questi palchi…».
Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di
futuro?
«Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se
stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe
l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo
andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno
dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo
anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche
nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici
culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo
spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa
disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo
stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una
dimensione del proprio, come spinta».
Uno stare o un restare?
«Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in
quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo,
addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare».
Quali sono le pratiche di una comunità per te?
«Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua
più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere
il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso
umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni.
Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate
nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I
processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non
si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In
una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono
pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il
mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità
umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…».
(edoardo m. benassai)
Tre mesi a due attiviste di Ultima Generazione per l’azione al Senato del 2023.
Una riprendeva con lo smartphone, l’altra srotolava uno striscione. Lo stesso
pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione …
La Questura impone alla biciclettata climatica un percorso lontano dal Salone.
Mentre piazze e strade vengono consegnate all’automotive, contestare quel
modello di città diventa un problema di ordine pubblico Da …
(disegno di resli)
Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un
processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono
stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una
primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero
è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre
2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali
plastici e solventi.
L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco
Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica,
rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione,
sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per
auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato
nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo
ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita
dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di
rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito.
Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano
affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna
protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato
come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio
e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso.
Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra
tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito,
la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di
sorveglianza delle autorità preposte.
Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale
di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report
Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per
reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti
continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice
mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno,
portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni
personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire.
UNA COESISTENZA ILLOGICA
Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli
anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del
posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle
Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali.
Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza
forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito
osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione
tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del
corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in
due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini.
Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio
dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si
stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza
civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del
tutto incolpevole.
Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche,
rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove
operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che
hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo
edilizio che sfida la natura da troppo tempo.
L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e
urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma
di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti
si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla
produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole
ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario.
IL MITO DEI BORGHI
La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari
inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità
edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre
province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la
sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano
silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al
sicuro.
Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu
chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio.
Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate
popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo
per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta
emergenziale sia la norma nella nostra terra.
Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di
Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati
dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI,
mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio
divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di
ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il
rogo di Airola.
Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non
sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la
provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che
bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi
incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la
natura.
La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani
locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla
tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che
non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo
il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la
manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un
principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla
salute pubblica e all’ambiente.
A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come
hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la
Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni
che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti
industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già
stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver
informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità
sanitaria è l’unica via rimasta.
L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti
interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno
animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata
una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che
impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e
ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività
produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla
costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città
Caudina.
A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello
studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per
opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo
dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché,
oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della
cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e
nuovi approcci.
«Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista
impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un
processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o
complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per
persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi
allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà
territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie
pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in
contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è
quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere
il silenzio». (carmen ciarleglio)
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti
alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.
Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che
li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che
implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le
isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la
quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data
center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in
una fase di guerra e riarmo.
In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e
cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a
questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata
ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del
Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete
regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di
mobilitazione.
Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e
Apartitico di Travagliato
Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco
per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di
questa intervista qui):
Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data
center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori»
Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione.
Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano.
Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto:
chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i
costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione?
A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo
sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà
territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in
Italia, con particolare attenzione alla Lombardia.
Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta
alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto
tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi
perseguito.
«Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i
promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della
società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere
i costi di un’espansione decisa altrove».
Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia.
In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center,
con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle
aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel
documento.
Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli
impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data
center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso
organizzati in grandi campus.
Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero
sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della
domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi
di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla
salute.
«Serve una valutazione cumulativa»
Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione
esclusivamente progetto per progetto.
«Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i
promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere
valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il
rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla
salute».
Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa,
monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore
trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in
costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari.
Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire.
Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data
center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e
strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici,
ambientali e territoriali debbano essere rispettati.
Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica»
per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata
attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze
complessive sul territorio.
Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture,
sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della
diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro.
«Non siamo NIMBY»
Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY
rivolta ai comitati.
«La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i
promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui».
Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere
considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni
progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle
fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano
il territorio.
Verso una mobilitazione nazionale
Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la
base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno
affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse.
L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e
sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale
modello di trasformazione digitale costruire.
Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti:
• 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori;
• 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della
rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16
• 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a
Milano.
«La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono
essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i
costi».
Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve
essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro
tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle
comunità.
Qui il testo del manifesto:
https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd…
dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari.
Di ritorno dalle vacanze? In vista della ripartenza dell’Informazione di
Blackout, ecco tre temi per riprendere il filo delle cose: Ambiente, Lavoro e
Guerra. Per ciascun tema abbiamo raccolto alcune delle dirette e degli
approfondimenti andati in onda negli ultimi mesi all’interno della trasmissione.
Notizie e analisi, racconti di lotte e di territori, voci e punti di vista:
qualche spunto per preparare un rientro resistente.
Ambiente
CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO ACCELLERA SUL
NUCLEARE?https://radioblackout.org/2026/05/crisi-energetica-il-governo-accellera-sul-nucleare
DENTRO E FUORI I DATACENTER: IMPATTO AMBIENTALE E SOCIALE DELLA DIGITALIZZAZIONE
https://radioblackout.org/2026/05/dentro-e-fuori-i-datacenter-impatto-ambientale-e-sociale-della-digitalizzazione
VIA LIBERA AGLI OGM DAL PARLAMENTO EUROPEO
https://radioblackout.org/2026/06/via-libera-agli-ogm-dal-parlamento-europeo
CONTINUA LA MOBILITAZIONE IN ALBANIA CONTRO IL GOVERNO, CONTRO LA GUERRA E GLI
INTERESSI ESTERNI SUL PROPRIO TERRITORIO
https://radioblackout.org/2026/06/continua-la-mobilitazione-in-albania-contro-il-governo-contro-la-guerra-e-gli-interessi-esterni-sul-proprio-territorio
CALA FINANZA ,PROTESTE CONTRO IL RESORT DI
LUSSO https://www.radioblackout.org/2026/6/cala-finanza-proteste-contro-il-resort-di-lusso
Guerra
LA GUERRA COME RISPOSTA ALLA CRISI DI EGEMONIA STATUNITENSE CONDUCE ALLA
RECESSIONE GLOBALE
https://radioblackout.org/2026/03/la-guerra-come-risposta-alla-crisi-di-egemonia-statunitense-conduce-alla-recessione-globale
CUBA SOTTO ASSEDIO SI ORGANIZZA PER DIFENDERSI
https://radioblackout.org/2026/05/cuba-sotto-assedio-si-organizza-per-difendersi
IL PUNTO SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA
https://radioblackout.org/2026/06/sconfinamenti-di-droni-frenata-sullingresso-in-ue-il-punto-sulla-guerra-russo-ucraina
RACCONTO, AGGIORNAMENTI E RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETÀ ALLA CISGIORDANIA
https://radioblackout.org/2026/08/racconto-aggiornamenti-e-riflessioni-sulla-solidarieta-alla-cisgiordania
Lavoro
PIEMONTE. LA STRAGE DEL LAVORO
https://radioblackout.org/2025/10/piemonte-la-strage-del-lavoro
SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI PORTI CONTRO LA LOGISTICA DI GUERRA
https://radioblackout.org/2026/02/sciopero-internazionale-dei-porti-contro-la-logistica-di-guerra
BAKARI SAKO: UNO DI TANTI, TROPPI, MORTI DI RAZZISMO E SFRUTTAMENTO
https://radioblackout.org/2026/05/bakari-sako-uno-di-tanti-troppi-morti-di-razzismo-e-sfruttamento
SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
https://radioblackout.org/2026/06/sciopero-meat-to-contro-sfruttamento-e-razzismo-nella-ristorazione
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e
Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il
cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un
ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche
di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha
superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse.
Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e
darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo
sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per
saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di
cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non
dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei
territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più
interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter
convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è
un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre
montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione
glaciale.
Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso
l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per
l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado
sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi
anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud
degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la
restituzione della terra alle comunità native, per i diritti di
lavoratorx. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altri attivisti che come lei
hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta.
In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della
repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione , il tour, dalla
Sicilia fino alla Val di Susa, offre un’occasione per ragionare su come sia
possibile contrastare in modo comunitario questa crisi.
Ad Atlanta hanno cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi
di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha
comportato l’abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico
ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione
Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece
di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi
sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in
tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei
manifestanti.
Ai nostri microfoni interviene chi li accompagna in questo tour, per raccontarci
meglio il perché di questo viaggio e i temi al centro degli incontri tra cui il
concetto di abbondanza come resistenza e quello di spazi di cura e aggregazione
che nascono nella lotta come i Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen
Council https://akccollective.noblogs.org/):
Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su
Produzioni dal Basso:
https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina
Di seguito le date del tour e la locandina con tutte le info per la tappa in Val
di Susa:
– Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone – assemblea e aperitivo dalle 18
sabato 28, cena e proiezione dalle 19.30 il 29
https://www.instagram.com/p/DcYkakiCHTy/
– Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza – proiezione dalle
18, cena e assemblea dalle 20.30
https://www.instagram.com/p/DcMJjCDCMe2/?img_index=1
– Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di
Meno – aperitivo, assemblea e proiezione dalle 18.30
https://www.instagram.com/p/Dcgl55YAO_V/?img_index=1
– Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere – assemblea
e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/DcVksr6jlwQ/
– Val di Susa, il 5 settembre a VisRabbia di Avigliana (laboratorio di cucina
dalle 17) e il 6 settembre all’associazione La Credenza di Bussoleno (assemblea,
cena e proiezione dalle dalle 18) –
https://gancio.cisti.org/event/tessere-la-rete-dellabbondanza
– Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano;
– Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II;
– Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo
Blocco Decoloniale e vivèro luogo di quartiere – proiezione dalle 21 l’11,
assemblea, pranzo e laboratorio di cucina dalle 10.30 il 12