Altro che borghi felici. L’entroterra campano dal sogno industriale al disastro ambientale
(disegno di resli) Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre 2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali plastici e solventi. L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica, rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione, sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito. Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso. Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito, la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di sorveglianza delle autorità preposte. Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno, portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire. UNA COESISTENZA ILLOGICA Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali. Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini. Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del tutto incolpevole. Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche, rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo edilizio che sfida la natura da troppo tempo. L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario. IL MITO DEI BORGHI La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al sicuro. Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio. Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta emergenziale sia la norma nella nostra terra. Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI, mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il rogo di Airola. Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la natura. La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla salute pubblica e all’ambiente. A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità sanitaria è l’unica via rimasta. L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città Caudina. A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché, oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e nuovi approcci. «Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere il silenzio». (carmen ciarleglio)
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A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno. Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in una fase di guerra e riarmo. In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di mobilitazione. Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e Apartitico di Travagliato Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di questa intervista qui): Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori» Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione. Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano. Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto: chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione? A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in Italia, con particolare attenzione alla Lombardia. Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi perseguito. «Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere i costi di un’espansione decisa altrove». Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia. In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center, con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel documento. Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso organizzati in grandi campus. Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla salute. «Serve una valutazione cumulativa» Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione esclusivamente progetto per progetto. «Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla salute». Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa, monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari. Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire. Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici, ambientali e territoriali debbano essere rispettati. Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica» per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze complessive sul territorio. Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. «Non siamo NIMBY» Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY rivolta ai comitati. «La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui». Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano il territorio. Verso una mobilitazione nazionale Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse. L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale modello di trasformazione digitale costruire. Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti: • 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori; • 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16 • 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a Milano. «La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i costi». Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle comunità. Qui il testo del manifesto: https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd… dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari.
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l’Info di Blackout sta per tornare! Nel frattempo, qualche podcast da riascoltare
Di ritorno dalle vacanze? In vista della ripartenza dell’Informazione di Blackout, ecco tre temi per riprendere il filo delle cose: Ambiente, Lavoro e Guerra. Per ciascun tema abbiamo raccolto alcune delle dirette e degli approfondimenti andati in onda negli ultimi mesi all’interno della trasmissione. Notizie e analisi, racconti di lotte e di territori, voci e punti di vista: qualche spunto per preparare un rientro resistente. Ambiente CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO ACCELLERA SUL NUCLEARE?https://radioblackout.org/2026/05/crisi-energetica-il-governo-accellera-sul-nucleare DENTRO E FUORI I DATACENTER: IMPATTO AMBIENTALE E SOCIALE DELLA DIGITALIZZAZIONE https://radioblackout.org/2026/05/dentro-e-fuori-i-datacenter-impatto-ambientale-e-sociale-della-digitalizzazione VIA LIBERA AGLI OGM DAL PARLAMENTO EUROPEO https://radioblackout.org/2026/06/via-libera-agli-ogm-dal-parlamento-europeo CONTINUA LA MOBILITAZIONE IN ALBANIA CONTRO IL GOVERNO, CONTRO LA GUERRA E GLI INTERESSI ESTERNI SUL PROPRIO TERRITORIO  https://radioblackout.org/2026/06/continua-la-mobilitazione-in-albania-contro-il-governo-contro-la-guerra-e-gli-interessi-esterni-sul-proprio-territorio CALA FINANZA ,PROTESTE CONTRO IL RESORT DI LUSSO https://www.radioblackout.org/2026/6/cala-finanza-proteste-contro-il-resort-di-lusso Guerra LA GUERRA COME RISPOSTA ALLA CRISI DI EGEMONIA STATUNITENSE CONDUCE ALLA RECESSIONE GLOBALE https://radioblackout.org/2026/03/la-guerra-come-risposta-alla-crisi-di-egemonia-statunitense-conduce-alla-recessione-globale CUBA SOTTO ASSEDIO SI ORGANIZZA PER DIFENDERSI https://radioblackout.org/2026/05/cuba-sotto-assedio-si-organizza-per-difendersi IL PUNTO SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA https://radioblackout.org/2026/06/sconfinamenti-di-droni-frenata-sullingresso-in-ue-il-punto-sulla-guerra-russo-ucraina RACCONTO, AGGIORNAMENTI E RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETÀ ALLA CISGIORDANIA https://radioblackout.org/2026/08/racconto-aggiornamenti-e-riflessioni-sulla-solidarieta-alla-cisgiordania Lavoro PIEMONTE. LA STRAGE DEL LAVORO https://radioblackout.org/2025/10/piemonte-la-strage-del-lavoro SCIOPERO INTERNAZIONALE DEI PORTI CONTRO LA LOGISTICA DI GUERRA https://radioblackout.org/2026/02/sciopero-internazionale-dei-porti-contro-la-logistica-di-guerra BAKARI SAKO: UNO DI TANTI, TROPPI, MORTI DI RAZZISMO E SFRUTTAMENTO https://radioblackout.org/2026/05/bakari-sako-uno-di-tanti-troppi-morti-di-razzismo-e-sfruttamento SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione https://radioblackout.org/2026/06/sciopero-meat-to-contro-sfruttamento-e-razzismo-nella-ristorazione
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Catastrofe tra Tibet e Nepal: cosa è successo nel Langtang
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse. Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione glaciale. Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
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Dalle foreste di Atlanta fino alla Val di Susa: ri-creare le reti dell’abbondanza
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti di lavoratorx. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altri attivisti che come lei hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione , il tour, dalla Sicilia fino alla Val di Susa, offre un’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in modo comunitario questa crisi. Ad Atlanta hanno cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l’abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei manifestanti. Ai nostri microfoni interviene chi li accompagna in questo tour, per raccontarci meglio il perché di questo viaggio e i temi al centro degli incontri tra cui il concetto di abbondanza come resistenza e quello di spazi di cura e aggregazione che nascono nella lotta come i Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Council https://akccollective.noblogs.org/): Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso:  https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina Di seguito le date del tour e la locandina con tutte le info per la tappa in Val di Susa: – Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone – assemblea e aperitivo dalle 18 sabato 28, cena e proiezione dalle 19.30 il 29 https://www.instagram.com/p/DcYkakiCHTy/ – Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza – proiezione dalle 18, cena e assemblea dalle 20.30 https://www.instagram.com/p/DcMJjCDCMe2/?img_index=1 – Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di Meno – aperitivo, assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/Dcgl55YAO_V/?img_index=1  – Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere – assemblea e proiezione dalle 18.30 https://www.instagram.com/p/DcVksr6jlwQ/  – Val di Susa, il 5 settembre a VisRabbia di Avigliana (laboratorio di cucina dalle 17) e il 6 settembre all’associazione La Credenza di Bussoleno (assemblea, cena e proiezione dalle dalle 18) – https://gancio.cisti.org/event/tessere-la-rete-dellabbondanza  – Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano; – Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II; – Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo Blocco Decoloniale e vivèro luogo di quartiere – proiezione dalle 21 l’11, assemblea, pranzo e laboratorio di cucina dalle 10.30 il 12
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Continua la lotta in difesa degli orti urbani a Livorno
A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo rifugio climatico è minacciato dalla speculazione. Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative sociali, incontri, momenti di dibattito. Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane è previsto lo sgombero.  In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere allo sgombero. Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città diventano luogo di auto-organizzazione. Per rimanere aggiornatx: https://www.instagram.com/ortiurbani.livorno/
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Puntata del 04/08/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Augustin, RSU FIOM della Electrolux di Forlì sulla situazione attuale del gruppo industriale svedese che da maggio minaccia i suoi dipendenti con la prospettiva di licenziamenti di massa, circa 1900 nel nostro paese (contando i contratti a tempo determinato). Dalla scorsa intervista che avevamo realizzato sull’argomento, ricordiamo che erano stati previsti dei tavoli di confronto tra sindacati, istituzioni ed azienda, come sono andate le contrattazioni a quei tavoli? Che aria si respira nei vari stabilimenti Electrolux d’Italia? Quali le prospettive? Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato la possibilità di giornalisti di esprimersi contro l’operato o l’idea stessa di Stato di Israele, infatti in compagnia telefonica di Steano Galieni della Rete No Bavaglio, siamo andati a spiegare in cosa consiste l’ex ddl 1004. Dal blog pungolorosso.com : “La reale finalità di questo Ddl non è quella di “contrastare l’anti-semitismo”, ma di impegnare le istituzioni dello stato a promuovere ovunque il sionismo come ideologia di stato e a contrastare-bastonare ogni forma di critica dello stato sionista e del sionismo, e dei suoi protettori – tanto più se si tratta di una critica militante e di massa nelle piazze. Non si deve mai dimenticare che tra i massimi protettori dello stato di Israele c’è l’Italia di Meloni-Mattarella, terza fornitrice di armi per il genocidio dopo Stati Uniti e Germania. Le/I giornaliste/i anti-fasciste/i di “No Bavaglio” formulano la loro critica da un punto di vista democratico, diverso dal nostro, che è anti-coloniale e di classe. A differenza di noi, poi, nutrono illusioni sulle “forze democratiche” presenti in parlamento (il cui comportamento fu già pessimo al Senato), e nella loro denuncia si concentrano sull’attacco alla “libertà di espressione”, mentre noi denunciamo al contempo l’attacco al movimento di sostegno alla resistenza del popolo palestinese. Ciò non toglie loro il merito di avere segnalato per tempo a tutti/e, anche a noi, quello che giustamente definiscono un golpe estivo – contro cui bisogna muoversi. “ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto intervistandoo un’attivista di XR Reggio Emilia per farci raccontare la resistenza dell’Assemblea permanente Ospizio al progetto di costruzione di un punto vendita Conad e di una struttura destinata al comune all’interno di un bosco urbano. Dopo mesi di tentativi nell’ostacolare la partenza di questa ennesima operazione ecocida di cementificazione dei nostri territori, l’assemblea ha deciso di lanciare un presidio permanente, riuscendo dal primo giorno (il 3 Agosto) di fatto ad ostacolare l’ingresso delle ruspe nella futura area di cantiere. Ovviamente sono arrivate di conseguenza identificazioni a tappeto da parte delle forze dell’ordine e il tentativo di forzare il blocco costituito da un muri di corpi di attivisti e attiviste. L’invito quindi è quello di raggiungere il presidio permanente per continuare la lotta contro questo progetto. Buon ascolto
cementificazione
ecologismo
censura
presidio
Israele
In collegamento dal presidio di Bosco Ospizio
Abbiamo intervistato un’attivista di XR Reggio Emilia per farci raccontare la resistenza dell’Assemblea permanente Ospizio al progetto di costruzione di un punto vendita Conad e di una struttura destinata al comune all’interno di un bosco urbano. Dopo mesi di tentativi nell’ostacolare la partenza di questa ennesima operazione ecocida di cementificazione dei nostri territori, l’assemblea ha deciso di lanciare un presidio permanente, riuscendo dal primo giorno (il 3 Agosto) di fatto ad ostacolare l’ingresso delle ruspe nella futura area di cantiere. Ovviamente sono arrivate di conseguenza identificazioni a tappeto da parte delle forze dell’ordine e il tentativo di forzare il blocco costituito da un muri di corpi di attivisti e attiviste. L’invito quindi è quello di raggiungere il presidio permanente per continuare la lotta contro questo progetto.
cementificazione
altavisibilita
lotte ecologiste
reggio emilia
bosco ospizio
BLACK CUBE, INFLUENCERS, DIPLOMAZIA INDUSTRIALE: RETI DI CONDZIONAMENTO SIONISTA@1
Estratti dalla puntata del 28 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE Torniamo a parlare delle multiformi reti sioniste di diplomazia tecnomilitare e manipolazione politica. Partiamo dalle interferenze agite tramite operazioni dalla rete spionistica israeliana, non tramite il Mossad o la capillare struttura di cyberguerra, ma attraverso una struttura di intelligence privata come Black Cube, che avevamo già visto all’opera nelle ultime elezioni in Slovenia (marzo 2026). Andiamo quindi a osservare quanto recentemente emerso grazie al lavoro di Middle East Eye sull’utilizzo di una vera e propria brigata di influencer stranieri arruolati da Israele per le proprie campagne di guerra di informazione (note: Middle East Eye, sito di inchiesta e approfondimento britannico, era stato coinvolto in un cyber attacco nel 2020, dove era emerso il ruolo della compagnia israeliana Candiru). Concludiamo ritornando su tema già affrontato in passato: le reti di diplomazia militare-industriale intessute da colossi israeliani come Elbit Systems (con l’emiratina Edge Group) o Israel Aerospace Industries (con l’americana Palladyne AI), ma soprattutto osservando l’avanzamento formale dell’integrazione militare tra Israele e USA sancito a fine luglio 2026. NUCLEARE SAUDITA TRA GEOPOLITICA E GEOTECNOLOGIA A margine cerchiamo di gettare uno sguardo sulla questione del nucleare Saudita: il via libera, stabilito in modo univoco dagli USA di Trump, per lo sviluppo di un programma nucleare “civile” senza alcuna supervisione da parte dell’Aiea, il potenziale ingresso in scena di una seconda potenza nucleare in quel quadrante, ma anche un fenomeno connesso alla geopolitica dell’AI. GRAPHENE_OS E DURESS PASSWORD Samuel Tunick, cittadino statunitense attivo nel movimento contro Cop City ad Atlanta, è sotto accusa per aver fornito agli agenti del Customs and Border Protection una “duress password” che ha cancellato i dati del suo telefono. Un persona fermata nel limbo giurisdizionale dell’aeroporto, a cui viene chiesto di consegnare il telefono per analizzarne i contenuti, che fornisce una “password di autodistruzione” e finisce sotto accusa per essersi autodifeso.
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