(disegno di manincuore)
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla
collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la
montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra,
la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale
di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico
di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un
metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e
macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un
paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare
i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio,
fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di
Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria
Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza
autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna
per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e
un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte
attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole,
sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di
contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei
territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro:
strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione,
riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima
assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta
in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta
conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e
cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne
attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la
rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai
fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione
schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione
di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di
lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere
i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire
alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che
ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i
capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus
operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata
repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti
conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo
intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni
facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di
pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per
l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti
sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la
richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un
altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile,
proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è
inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte
la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte
della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del
rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura
si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici,
aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in
un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti,
incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti
iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in
deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona
industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato,
aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe
essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque
Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo
sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione
parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute.
Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per
discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti,
alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre
una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata:
Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole
condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune
domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su
quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda
fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per
l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non
sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle
zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte
a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata
(Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre
costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo
l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare
inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori
disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si
tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della
società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori.
Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti
interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle
istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia:
forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in
Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la
forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle
comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci
conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma
è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i
cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per
collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve
nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata.
(edoardo m. benassai)
Ecco perché i fondi europei della Pac faticano a raggiungere le piccole aziende
agricole italiane
L'articolo Non è un’agricoltura per piccoli proviene da IrpiMedia.
Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti
Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno
autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la
realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione
di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio.
Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure
si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per
l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra
comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata,
assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni,
cementificazione, spopolamento.
LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA)
I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del
secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più
frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che
trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in
accelerazione.
L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature
sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre
più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una
singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia
elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali
insostenibili.
Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi
lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata.
Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti.
Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro
perché economicamente insostenibili.
Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina,
parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi
alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve
artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci
italiane dipende dall‘innevamente artificiale.
Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre
alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire
dall’archivio storico dell’Associazione.
In ultimo, qualche lettura e riflessione.
La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina
delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una
valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore,
proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una
petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso.
Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal
pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio
Unesco.
Citati nella puntata
Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 –
Associazione proletari escursionisti
Nevediversa – Legambiente
Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del
futuro – Sofia Farina
Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di
Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
Ultima Generazione alla sbarra: l’articolo 129 e il salto “sicuritario” della
Repubblica federale Trattati alla stregua delle cosche. Il salto di qualità
nella repressione della protesta in Germania passa dal …
“Ci siamo detti: pianifichiamo un castrofico successo“. Così Jared Kushner,
intervenuto sul palco di Davos dopo che il suocero Donald Trump aveva firmato la
fondazione del Board of Peace, ha commentato l’immagine della ‘new Gaza‘,
compresi grattacieli futuristici sul lungomare per il “turismo costiero”, hub di
trasporti e infrastrutture energetiche, da costruire sulle macerie della
distruzione provocata da oltre due anni di bombardamenti e raid israeliani che
hanno raso al suolo la Striscia di Gaza e provocato oltre 70mila morti. Nella
prima parte della puntata analizziamo alcune il Board of Peace voluto da Trump
per Gaza e i render della Gaza Riviera.
Nella seconda parte della puntata, insieme a Aida Kapetanovic, andiamo a vedere
l’eredità lasciata dagli Accordi di Dayton alla Bosnia Erzegovina, a 30 dalla
fine dalla guerra, il genocidio, la pulizia etnica, gli sfollamenti forzati, le
violenze.
Come evidenziato in un articolo di Leila Belhadj Mohamed, “se la pace è
concepita come amministrazione e non come processo, l’esito è una sospensione
del conflitto, non la sua risoluzione“. La logica della pace imposta
dall’esterno, nel caso degli Accordi di Dayton, ha prodotto, invece di reali
percorsi di trasformazione, strutture per amministrare e gestire le tensioni
etnico religiose che premiano i leader che soffiano sul fuoco dei nazionalismi e
che normalizzano la situazione di crisi, rendendo di fatto impossibile il suo
superamento.
Ancora oggi, per esempio, il curriculum scolastico per lx studentx varia a
seconda dell’appartenenza etnico religiosa, in quanto sussistono ancora classi,
e scuole, divise per la popolazione studentesca croata, bosgnacca e serba. Anche
i libri di testo su cui si impara la storia sono diversi, e raccontano 3
versioni diverse della Guerra in Bosnia.
In un territorio che ha conosciuto la guerra e il genocidio, e ha dovuto subire
processi di liberalizzazione guidati dai leader nazionalisti che hanno causato
la guerra e il genocidio, le lotte anti estrattiviste, ecologiste e studentesche
degli ultimi anni nei Balcani hanno dato un nuovo significato all’attaccamento
alla terra, innescando quei meccanismi trasformativi e solidali che le
istituzioni creatasi in conseguenza agli Accordi non perseguono.
Citati nella puntata:
Board of Peace: come Trump vuole assoggettare il mondo intero a partire dalla
liquidazione della questione palestinese – Comunicato dei Giovani Palestinesi
Dayton e Gaza: la logica della pace imposta dall’esterno – Articolo di Leila
Balhadj Mohamed
Le “blokade” in Serbia: una mobilitazione a guida studentesca che sta
trasformando radicalmente la società – Articolo di Aida Kapetanović
ArcelorMittal in Omarska: denying remembrance – Sulla miniera di ArcelorMittal
sul campo di Omarska
River protection movements in Bosnia and Herzegovina and Serbia: rethinking
locality and collective identity – Articolo di Aida Kapetanović
Mining is war – mappatura dei luoghi dell’estrattivismo nei Balcani
Swap and Sacrifice: The Colonial Legacy of Mapping in Bosnia and Herzegovina –
articolo sulla mappatura del territorio BiH come strumento coloniale
Le comunità della Bosnia Erzegovina unite per difendere i loro fiumi – reportage
per Internazionale
‘Sistem te laže!’: the anti-ruling class mobilisation of high school students in
Bosnia and Herzegovina – Articolo sulle proteste contro le scuole separate in
Bosnia Erzegovina
Breve documentario sulla coalizione regionale a difesa dei fiumi – Youtube
Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge
torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità
locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati
accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le
coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento
oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi
alle infrastrutture e interruzioni della viabilità.
Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry
all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè
dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema)
dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di
CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la
presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di
esporsi al rischio (GeaAgency).
Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche
di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più
vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con
l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una
normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del
paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri
compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per
preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela
resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di
insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli.
La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici
strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed
erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche
attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua.
Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e
l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come
il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro,
firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per
citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del
territorio.
Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi
infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni
enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono
viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è
la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il
terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le
guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Border of Peacedi Trump a
Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo
sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a
conflitto neanche concluso.
In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane,
alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi
opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al
cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing),
significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla
sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza
solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e
l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il
problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe
ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in
manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle
infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima.
Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della
crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene
trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di
sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti
ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo,
in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La
catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul
trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che,
ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di
Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e
provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”.
Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi
della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura
predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo.
Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà
l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente
in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa
ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della
crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente
allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi
emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è
possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica
globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in
fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica
mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente.
L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale:
forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei
rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la
circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come
supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che
siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa
prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove
amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)
Crisi economica, repressione e perdita di legittimità scuotono la Repubblica
islamica. In Amazzonia la scomparsa di lingue e rituali rende la foresta più
vulnerabile
L'articolo Newsroom – L’Iran e i nuovi equilibri regionali. L’erosione
culturale in Amazzonia proviene da IrpiMedia.
Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in
cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando
la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni
criminali
L'articolo Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla
deforestazione in Amazzonia proviene da IrpiMedia.
Fra poco meno di un mese verranno inaugurati i giochi olimpici Milano-Cortina
2026, il buco economico e il disastro ambientale sono immediatamente evidenti.
Un’altra questione innerva il contesto delle Olimpiadi, ossia la presenza di
Israele. In questi ultimi tempi è interessante notare come lo sport abbia saputo
mettere al centro la Palestina e come su questo terreno siano state aperte
differenti possibilità di lotta e contrapposizione al genocidio.
Ne abbiamo parlato con Elio di Off Topic che fa parte del coordinamento
cittadino CIO Comitato Insostenibili Olimpiadi che, come viene raccontato nel
loro sito, raccoglie “realtà dello sport popolare, collettività politiche di
spazi occupati, collettività che si occupano delle trasformazioni della città,
soggetti e gruppi che frequentano la montagna da una certa prospettiva, reti e
organizzazioni di intervento politico, sociale ed ecologico”. La rete ha in
programma diversi appuntamenti e, a seguito delle iniziative per il passaggio
della fiaccola olimpica in diverse città d’Italia, si giungerà alle Utopiadi da
venerdì 6 a domenica 8 febbraio, tre giorni di lotta, convergenza, mobilitazione
e sport popolare.
A cura della redazione informativa di Radio Blackout.
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo:
Geraldina Colotti:
Compagno colombiano:
Compagno Maracay:
Compagna peruviana:
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15
https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==
(archivio disegni napolimonitor)
Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in
macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella
chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È
qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta
l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza
dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Nel gennaio 2025, la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del
disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver
protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per
decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non
troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don
Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di
frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro
ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri
a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso.
All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati
della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia
specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove
contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori,
accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni,
negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera
spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e
relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo
l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la
cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un
padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina
Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo
sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità
che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo.
La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno
trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua
a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi
ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni
locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e
strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei
Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di
chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che
volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro
stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto
tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie
anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di
diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i
roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando
bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché
forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro
sapevano… e hanno scelto di non agire».
Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della
Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per
l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro
Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle
foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo,
pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo
Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo
entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita
del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento
illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece,
le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale
dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di
stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non
li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli.
Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per
esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare
di rifiuti smaltiti in questa zona».
Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per
la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di
tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che
qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi
urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione
all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio
“Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli
stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice –
è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli
impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro
Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno
riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello
autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati
concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati
della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei
rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi.
Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno
riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la
consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La
sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure
concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni
ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato
esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per
vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle
bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro
per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi
vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica.
Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante
della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e
della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga
storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La
Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi
della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni
scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure
imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa
possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della
messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica.
L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle
cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché
il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento
di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo:
ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il
comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a
confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario
Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di
un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare
dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
L’AI non è sostenibile da un punto di vista energetico, e quindi neanche da un
punto di vista economico. Perché l’energia costa e se si deve comprare l’enorme
quantità di energia che serve a tenere in funzione un data center, i ricavi
delle vendite di prodotti AI non ripagano l’enorme cifra di investimento che
negli ultimi anni ha gonfiato la bolla dell’AI. Questo uno dei problemi (o dei
rischi, come amano definirli loro) che si trovano a fronteggiare le Magnificent
7, ovvero i sette colossi tecnologici statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon,
Alphabet (Google), Meta (Facebook), Nvidia e Tesla.
Nella prima parte della puntata, insieme a Ginox, andiamo a leggere i dati che
emergono da una serie di studi e testimonianze sul consumo di suolo, acqua e
energia dei data centers e sui rischi alla salute delle persone che vivono nei
territori in cui queste strutture sorgono.
Nella seconda parte della puntata, andiamo a commentare le dichiarazioni del CEO
di IBM, Arvind Krishna, che ha affermato che “non c’è modo” che gli ingenti
investimenti delle aziende tecnologiche nei data center possano venire ripagati,
visto che i data center richiedono enormi quantità di energia e investimenti.
Con la crescita della domanda di intelligenza artificiale, secondo Goldman
Sachs, il fabbisogno energetico del mercato dei data center potrebbe raggiungere
gli 84 gigawatt entro il 2027. Eppure, costruire un data center che utilizzi
solo un gigawatt costa una fortuna: circa 80 miliardi di dollari attuali,
secondo Krishna. Se una singola azienda si impegnasse a costruire dai 20 ai 30
gigawatt, ciò ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari di spese in conto capitale,
ha affermato Krishna. Si tratta di un investimento pressoché equivalente
all’attuale capitalizzazione di mercato di Tesla. Secondo le sue stime, tutti
gli hyperscaler messi insieme potrebbero potenzialmente aggiungere circa 100
gigawatt, ma ciò richiederebbe comunque 8 trilioni di dollari di investimenti e
il profitto necessario per bilanciare tale investimento sarebbe immenso. “A mio
avviso non c’è modo di ottenere un ritorno, perché 8 trilioni di dollari di
spese in conto capitale significano che servono circa 800 miliardi di dollari di
profitto solo per pagare gli interessi”, ha affermato. Inoltre, grazie al rapido
progresso della tecnologia, i chip che alimentano il tuo data center potrebbero
diventare rapidamente obsoleti. “Bisogna utilizzarlo tutto entro cinque anni,
perché a quel punto bisogna buttarlo via e riempirlo di nuovo”, ha affermato.
Krishna ha aggiunto che parte della motivazione dietro questa ondata di
investimenti è la corsa delle grandi aziende tecnologiche per essere le prime a
decifrare l’AGI, ovvero un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o
superare l’intelligenza umana. Ma la sua conquista sembra, secondo Krishna,
ancora lontana.
Di fronte all’insostenibilità finanziaria, ambientale e di sfruttamento
lavorativo dell’AI, il governo Trump sta cercando in tutti i modi di rendere
l’AI strategica da un punto di vista militare, per renderla “too critical too
fail”. Il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato giovedì scorso di aver firmato
accordi con 24 organizzazioni, tra cui giganti tecnologici per far avanzare la
missione Genesis.
La missione è un programma nazionale volto a utilizzare l’intelligenza
artificiale per accelerare la ricerca scientifica e rafforzare le capacità
energetiche e di sicurezza degli Stati
Uniti. Il dipartimento ha detto che il programma è progettato per aumentare la
produttività scientifica e ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera. I
partecipanti includono i principali fornitori di cloud e chip come AWS, Oracle,
Intel, AMD, insieme agli specialisti dell’IA OpenAI, Anthropic e xAI.
Citati nella puntata:
Studio sul consumo energetico dei data centers _ Yale
Studio ul consumo di acqua e suolo legata al boom dell’AI _ Lincoln Institute
Articolo sulla vita di fianco a un data center negli Stati Uniti _ BBC
Puntata de Le dita nella presa “Non è siccità, è saccheggio!” _ Radio Onda Rossa
Articolo sul processo di accaparramento delle risorse nelle Valli alpine _
Nunatak
Libro Il rimosso della miniera. La nuova febbre dell’oro nell’Europa in guerra _
Collettivo Escombrera
Diverse puntate di Happy Hour dedicate ai data centers (1, 2, 3) e con compagna
del Collettivo Escombrera (4) _ Radio Blackout
Genesis Mission – Dipartimento del Governo Stati Uniti