Impianti illegali e inerzia delle istituzioni. Un presidio in Terra di Lavoro
(disegno di manincuore) Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra, la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un paesaggio vivo ma sotto pressione. Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio, fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo. La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole, sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro: strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione, riaffermare le decisioni dal basso. Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere i nostri cari e i nostri coetanei». A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni facessero parte di questa distopia criminale». Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile, proprio a Capua. Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici, aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti, incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro». Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato, aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe essere interessato alla salute dei cittadini». La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute. Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti, alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro. In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata: Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune domande sulla vicenda di Cauciano. «Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata (Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori. Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio». Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia: forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata. (edoardo m. benassai)
ambiente
Le terre alte bruciano //Insostenibili Olimpiadi
Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio. Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento. LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA) I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in accelerazione. L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali insostenibili. Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata. Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti. Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro perché economicamente insostenibili. Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina, parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci italiane dipende dall‘innevamente artificiale. Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire dall’archivio storico dell’Associazione. In ultimo, qualche lettura e riflessione. La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore, proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso. Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio Unesco. Citati nella puntata Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – Associazione proletari escursionisti Nevediversa – Legambiente Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del futuro – Sofia Farina Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
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Board of Peace, 30 anni dopo Dayton@0
“Ci siamo detti: pianifichiamo un castrofico successo“. Così Jared Kushner, intervenuto sul palco di Davos dopo che il suocero Donald Trump aveva firmato la fondazione del Board of Peace, ha commentato l’immagine della ‘new Gaza‘, compresi grattacieli futuristici sul lungomare per il “turismo costiero”, hub di trasporti e infrastrutture energetiche, da costruire sulle macerie della distruzione provocata da oltre due anni di bombardamenti e raid israeliani che hanno raso al suolo la Striscia di Gaza e provocato oltre 70mila morti. Nella prima parte della puntata analizziamo alcune il Board of Peace voluto da Trump per Gaza e i render della Gaza Riviera. Nella seconda parte della puntata, insieme a Aida Kapetanovic, andiamo a vedere l’eredità lasciata dagli Accordi di Dayton alla Bosnia Erzegovina, a 30 dalla fine dalla guerra, il genocidio, la pulizia etnica, gli sfollamenti forzati, le violenze. Come evidenziato in un articolo di Leila Belhadj Mohamed, “se la pace è concepita come amministrazione e non come processo, l’esito è una sospensione del conflitto, non la sua risoluzione“. La logica della pace imposta dall’esterno, nel caso degli Accordi di Dayton, ha prodotto, invece di reali percorsi di trasformazione, strutture per amministrare e gestire le tensioni etnico religiose che premiano i leader che soffiano sul fuoco dei nazionalismi e che normalizzano la situazione di crisi, rendendo di fatto impossibile il suo superamento. Ancora oggi, per esempio, il curriculum scolastico per lx studentx varia a seconda dell’appartenenza etnico religiosa, in quanto sussistono ancora classi, e scuole, divise per la popolazione studentesca croata, bosgnacca e serba. Anche i libri di testo su cui si impara la storia sono diversi, e raccontano 3 versioni diverse della Guerra in Bosnia. In un territorio che ha conosciuto la guerra e il genocidio, e ha dovuto subire processi di liberalizzazione guidati dai leader nazionalisti che hanno causato la guerra e il genocidio, le lotte anti estrattiviste, ecologiste e studentesche degli ultimi anni nei Balcani hanno dato un nuovo significato all’attaccamento alla terra, innescando quei meccanismi trasformativi e solidali che le istituzioni creatasi in conseguenza agli Accordi non perseguono. Citati nella puntata: Board of Peace: come Trump vuole assoggettare il mondo intero a partire dalla liquidazione della questione palestinese – Comunicato dei Giovani Palestinesi Dayton e Gaza: la logica della pace imposta dall’esterno – Articolo di Leila Balhadj Mohamed Le “blokade” in Serbia: una mobilitazione a guida studentesca che sta trasformando radicalmente la società – Articolo di Aida Kapetanović ArcelorMittal in Omarska: denying remembrance – Sulla miniera di ArcelorMittal sul campo di Omarska River protection movements in Bosnia and Herzegovina and Serbia: rethinking locality and collective identity – Articolo di Aida Kapetanović Mining is war – mappatura dei luoghi dell’estrattivismo nei Balcani Swap and Sacrifice: The Colonial Legacy of Mapping in Bosnia and Herzegovina – articolo sulla mappatura del territorio BiH come strumento coloniale Le comunità della Bosnia Erzegovina unite per difendere i loro fiumi – reportage per Internazionale ‘Sistem te laže!’: the anti-ruling class mobilisation of high school students in Bosnia and Herzegovina – Articolo sulle proteste contro le scuole separate in Bosnia Erzegovina Breve documentario sulla coalizione regionale a difesa dei fiumi – Youtube
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Balcani
Ciclone Harry. Il patriottismo della catastrofe che ignora la crisi climatica
Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi alle infrastrutture e interruzioni della viabilità. Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema) dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di esporsi al rischio (GeaAgency). Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli. La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua. Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro, firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del territorio. Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Border of Peacedi Trump a Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a conflitto neanche concluso. In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane, alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing), significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima. Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo, in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che, ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”. Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo. Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente. L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale: forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)
ambiente
Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia
Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali L'articolo Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia proviene da IrpiMedia.
Perù
Ambiente
Deforestazione
Diritti
La voragine delle Olimpiadi 2026
Fra poco meno di un mese verranno inaugurati i giochi olimpici Milano-Cortina 2026, il buco economico e il disastro ambientale sono immediatamente evidenti. Un’altra questione innerva il contesto delle Olimpiadi, ossia la presenza di Israele. In questi ultimi tempi è interessante notare come lo sport abbia saputo mettere al centro la Palestina e come su questo terreno siano state aperte differenti possibilità di lotta e contrapposizione al genocidio. Ne abbiamo parlato con Elio di Off Topic che fa parte del coordinamento cittadino CIO Comitato Insostenibili Olimpiadi che, come viene raccontato nel loro sito, raccoglie “realtà dello sport popolare, collettività politiche di spazi occupati, collettività che si occupano delle trasformazioni della città, soggetti e gruppi che frequentano la montagna da una certa prospettiva, reti e organizzazioni di intervento politico, sociale ed ecologico”. La rete ha in programma diversi appuntamenti e, a seguito delle iniziative per il passaggio della fiaccola olimpica in diverse città d’Italia, si giungerà alle Utopiadi da venerdì 6 a domenica 8 febbraio, tre giorni di lotta, convergenza, mobilitazione e sport popolare.
L'informazione di Blackout
Ambiente
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SPECIALE VENEZUELA@0
A cura della redazione informativa di Radio Blackout. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti. Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di narcoterrorismo. Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela. Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di qualsiasi esperimento socialista. Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e territori. Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno). Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato: Geraldina Colotti da Caracas Un compagno del movimento studentesco colombiano Un compagno che si trova a Maracay Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa Francesco della Rete dei comunisti Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional Audio completo: Geraldina Colotti: Compagno colombiano: Compagno Maracay: Compagna peruviana: MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15 https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==
L'informazione di Blackout
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Stati Uniti
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Trump
Un anno dopo la sentenza su Terra dei Fuochi, nasce il comitato per vigilare sulle bonifiche
(archivio disegni napolimonitor) Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Nel gennaio 2025,  la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso. All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori, accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni, negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo. La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro sapevano… e hanno scelto di non agire». Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo, pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece, le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli. Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare di rifiuti smaltiti in questa zona». Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio “Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice – è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi. Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio. L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica. Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica. L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo: ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
ambiente
L’AI e il consumo di suolo, acqua, energia. E se la bolla scoppia?@1
L’AI non è sostenibile da un punto di vista energetico, e quindi neanche da un punto di vista economico. Perché l’energia costa e se si deve comprare l’enorme quantità di energia che serve a tenere in funzione un data center, i ricavi delle vendite di prodotti AI non ripagano l’enorme cifra di investimento che negli ultimi anni ha gonfiato la bolla dell’AI. Questo uno dei problemi (o dei rischi, come amano definirli loro) che si trovano a fronteggiare le Magnificent 7, ovvero i sette colossi tecnologici statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Meta (Facebook), Nvidia e Tesla. Nella prima parte della puntata, insieme a Ginox, andiamo a leggere i dati che emergono da una serie di studi e testimonianze sul consumo di suolo, acqua e energia dei data centers e sui rischi alla salute delle persone che vivono nei territori in cui queste strutture sorgono. Nella seconda parte della puntata, andiamo a commentare le dichiarazioni del CEO di IBM, Arvind Krishna, che ha affermato che “non c’è modo” che gli ingenti investimenti delle aziende tecnologiche nei data center possano venire ripagati, visto che i data center richiedono enormi quantità di energia e investimenti. Con la crescita della domanda di intelligenza artificiale, secondo Goldman Sachs, il fabbisogno energetico del mercato dei data center potrebbe raggiungere gli 84 gigawatt entro il 2027. Eppure, costruire un data center che utilizzi solo un gigawatt costa una fortuna: circa 80 miliardi di dollari attuali, secondo Krishna. Se una singola azienda si impegnasse a costruire dai 20 ai 30 gigawatt, ciò ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari di spese in conto capitale, ha affermato Krishna. Si tratta di un investimento pressoché equivalente all’attuale capitalizzazione di mercato di Tesla. Secondo le sue stime, tutti gli hyperscaler messi insieme potrebbero potenzialmente aggiungere circa 100 gigawatt, ma ciò richiederebbe comunque 8 trilioni di dollari di investimenti e il profitto necessario per bilanciare tale investimento sarebbe immenso. “A mio avviso non c’è modo di ottenere un ritorno, perché 8 trilioni di dollari di spese in conto capitale significano che servono circa 800 miliardi di dollari di profitto solo per pagare gli interessi”, ha affermato. Inoltre, grazie al rapido progresso della tecnologia, i chip che alimentano il tuo data center potrebbero diventare rapidamente obsoleti. “Bisogna utilizzarlo tutto entro cinque anni, perché a quel punto bisogna buttarlo via e riempirlo di nuovo”, ha affermato. Krishna ha aggiunto che parte della motivazione dietro questa ondata di investimenti è la corsa delle grandi aziende tecnologiche per essere le prime a decifrare l’AGI, ovvero un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o superare l’intelligenza umana. Ma la sua conquista sembra, secondo Krishna, ancora lontana. Di fronte all’insostenibilità finanziaria, ambientale e di sfruttamento lavorativo dell’AI, il governo Trump sta cercando in tutti i modi di rendere l’AI strategica da un punto di vista militare, per renderla “too critical too fail”. Il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato giovedì scorso di aver firmato accordi con 24 organizzazioni, tra cui giganti tecnologici per far avanzare la missione Genesis. La missione è un programma nazionale volto a utilizzare l’intelligenza artificiale per accelerare la ricerca scientifica e rafforzare le capacità energetiche e di sicurezza degli Stati Uniti. Il dipartimento ha detto che il programma è progettato per aumentare la produttività scientifica e ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera. I partecipanti includono i principali fornitori di cloud e chip come AWS, Oracle, Intel, AMD, insieme agli specialisti dell’IA OpenAI, Anthropic e xAI. Citati nella puntata: Studio sul consumo energetico dei data centers _ Yale Studio ul consumo di acqua e suolo legata al boom dell’AI _ Lincoln Institute Articolo sulla vita di fianco a un data center negli Stati Uniti _ BBC Puntata de Le dita nella presa “Non è siccità, è saccheggio!” _ Radio Onda Rossa Articolo sul processo di accaparramento delle risorse nelle Valli alpine _ Nunatak Libro Il rimosso della miniera. La nuova febbre dell’oro nell’Europa in guerra _ Collettivo Escombrera Diverse puntate di Happy Hour dedicate ai data centers (1, 2, 3) e con compagna del Collettivo Escombrera (4) _ Radio Blackout Genesis Mission – Dipartimento del Governo Stati Uniti
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