Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in
cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando
la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni
criminali
L'articolo Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla
deforestazione in Amazzonia proviene da IrpiMedia.
Fra poco meno di un mese verranno inaugurati i giochi olimpici Milano-Cortina
2026, il buco economico e il disastro ambientale sono immediatamente evidenti.
Un’altra questione innerva il contesto delle Olimpiadi, ossia la presenza di
Israele. In questi ultimi tempi è interessante notare come lo sport abbia saputo
mettere al centro la Palestina e come su questo terreno siano state aperte
differenti possibilità di lotta e contrapposizione al genocidio.
Ne abbiamo parlato con Elio di Off Topic che fa parte del coordinamento
cittadino CIO Comitato Insostenibili Olimpiadi che, come viene raccontato nel
loro sito, raccoglie “realtà dello sport popolare, collettività politiche di
spazi occupati, collettività che si occupano delle trasformazioni della città,
soggetti e gruppi che frequentano la montagna da una certa prospettiva, reti e
organizzazioni di intervento politico, sociale ed ecologico”. La rete ha in
programma diversi appuntamenti e, a seguito delle iniziative per il passaggio
della fiaccola olimpica in diverse città d’Italia, si giungerà alle Utopiadi da
venerdì 6 a domenica 8 febbraio, tre giorni di lotta, convergenza, mobilitazione
e sport popolare.
A cura della redazione informativa di Radio Blackout.
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo:
Geraldina Colotti:
Compagno colombiano:
Compagno Maracay:
Compagna peruviana:
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15
https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==
(archivio disegni napolimonitor)
Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in
macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella
chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È
qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta
l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza
dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Nel gennaio 2025, la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del
disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver
protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per
decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non
troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don
Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di
frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro
ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri
a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso.
All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati
della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia
specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove
contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori,
accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni,
negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera
spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e
relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo
l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la
cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un
padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina
Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo
sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità
che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo.
La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno
trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua
a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi
ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni
locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e
strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei
Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di
chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che
volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro
stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto
tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie
anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di
diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i
roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando
bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché
forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro
sapevano… e hanno scelto di non agire».
Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della
Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per
l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro
Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle
foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo,
pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo
Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo
entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita
del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento
illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece,
le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale
dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di
stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non
li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli.
Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per
esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare
di rifiuti smaltiti in questa zona».
Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per
la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di
tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che
qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi
urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione
all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio
“Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli
stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice –
è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli
impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro
Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno
riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello
autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati
concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati
della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei
rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi.
Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno
riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la
consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La
sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure
concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni
ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato
esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per
vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle
bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro
per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi
vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica.
Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante
della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e
della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga
storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La
Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi
della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni
scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure
imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa
possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della
messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica.
L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle
cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché
il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento
di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo:
ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il
comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a
confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario
Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di
un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare
dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
L’AI non è sostenibile da un punto di vista energetico, e quindi neanche da un
punto di vista economico. Perché l’energia costa e se si deve comprare l’enorme
quantità di energia che serve a tenere in funzione un data center, i ricavi
delle vendite di prodotti AI non ripagano l’enorme cifra di investimento che
negli ultimi anni ha gonfiato la bolla dell’AI. Questo uno dei problemi (o dei
rischi, come amano definirli loro) che si trovano a fronteggiare le Magnificent
7, ovvero i sette colossi tecnologici statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon,
Alphabet (Google), Meta (Facebook), Nvidia e Tesla.
Nella prima parte della puntata, insieme a Ginox, andiamo a leggere i dati che
emergono da una serie di studi e testimonianze sul consumo di suolo, acqua e
energia dei data centers e sui rischi alla salute delle persone che vivono nei
territori in cui queste strutture sorgono.
Nella seconda parte della puntata, andiamo a commentare le dichiarazioni del CEO
di IBM, Arvind Krishna, che ha affermato che “non c’è modo” che gli ingenti
investimenti delle aziende tecnologiche nei data center possano venire ripagati,
visto che i data center richiedono enormi quantità di energia e investimenti.
Con la crescita della domanda di intelligenza artificiale, secondo Goldman
Sachs, il fabbisogno energetico del mercato dei data center potrebbe raggiungere
gli 84 gigawatt entro il 2027. Eppure, costruire un data center che utilizzi
solo un gigawatt costa una fortuna: circa 80 miliardi di dollari attuali,
secondo Krishna. Se una singola azienda si impegnasse a costruire dai 20 ai 30
gigawatt, ciò ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari di spese in conto capitale,
ha affermato Krishna. Si tratta di un investimento pressoché equivalente
all’attuale capitalizzazione di mercato di Tesla. Secondo le sue stime, tutti
gli hyperscaler messi insieme potrebbero potenzialmente aggiungere circa 100
gigawatt, ma ciò richiederebbe comunque 8 trilioni di dollari di investimenti e
il profitto necessario per bilanciare tale investimento sarebbe immenso. “A mio
avviso non c’è modo di ottenere un ritorno, perché 8 trilioni di dollari di
spese in conto capitale significano che servono circa 800 miliardi di dollari di
profitto solo per pagare gli interessi”, ha affermato. Inoltre, grazie al rapido
progresso della tecnologia, i chip che alimentano il tuo data center potrebbero
diventare rapidamente obsoleti. “Bisogna utilizzarlo tutto entro cinque anni,
perché a quel punto bisogna buttarlo via e riempirlo di nuovo”, ha affermato.
Krishna ha aggiunto che parte della motivazione dietro questa ondata di
investimenti è la corsa delle grandi aziende tecnologiche per essere le prime a
decifrare l’AGI, ovvero un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o
superare l’intelligenza umana. Ma la sua conquista sembra, secondo Krishna,
ancora lontana.
Di fronte all’insostenibilità finanziaria, ambientale e di sfruttamento
lavorativo dell’AI, il governo Trump sta cercando in tutti i modi di rendere
l’AI strategica da un punto di vista militare, per renderla “too critical too
fail”. Il Dipartimento dell’Energia ha dichiarato giovedì scorso di aver firmato
accordi con 24 organizzazioni, tra cui giganti tecnologici per far avanzare la
missione Genesis.
La missione è un programma nazionale volto a utilizzare l’intelligenza
artificiale per accelerare la ricerca scientifica e rafforzare le capacità
energetiche e di sicurezza degli Stati
Uniti. Il dipartimento ha detto che il programma è progettato per aumentare la
produttività scientifica e ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera. I
partecipanti includono i principali fornitori di cloud e chip come AWS, Oracle,
Intel, AMD, insieme agli specialisti dell’IA OpenAI, Anthropic e xAI.
Citati nella puntata:
Studio sul consumo energetico dei data centers _ Yale
Studio ul consumo di acqua e suolo legata al boom dell’AI _ Lincoln Institute
Articolo sulla vita di fianco a un data center negli Stati Uniti _ BBC
Puntata de Le dita nella presa “Non è siccità, è saccheggio!” _ Radio Onda Rossa
Articolo sul processo di accaparramento delle risorse nelle Valli alpine _
Nunatak
Libro Il rimosso della miniera. La nuova febbre dell’oro nell’Europa in guerra _
Collettivo Escombrera
Diverse puntate di Happy Hour dedicate ai data centers (1, 2, 3) e con compagna
del Collettivo Escombrera (4) _ Radio Blackout
Genesis Mission – Dipartimento del Governo Stati Uniti
(disegno di valeria cavallone)
Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a
venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura
del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della
chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale.
Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del
più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da
immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero
consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di
condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo
rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze
catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.
“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e
del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo
dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and
Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato
dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano
che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per
quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema
riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni
una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a
livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità
come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore
della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi
preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli
autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla
cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti
della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo
studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori
dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in
conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori
potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro
lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva
significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente
obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.
Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea
contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando
il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il
mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è l’utile
sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe
“infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto
il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli
anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma
riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo
e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico,
il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di
Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale.
La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante
Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013,
finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso
l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno
delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.
Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece
dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano
stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la
biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma
anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un
livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito
come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018,
continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le
istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime
per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima
regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E
pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la
causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con
sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto
subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se
lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa
sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.
Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più
vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già
sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche
agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti
chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è
conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati
molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti
riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua
interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per
conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle
piante nei raccolti.
Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si
comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la
xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla
normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non
motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il
risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato,
l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che
producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per
eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che
prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione
Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare
l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il
livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che
permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di
dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di
scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e “allargare il campo
di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale
correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.
In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti
fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che
utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della
Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita
Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e
superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia
di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli
olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due
volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore
rispetto alla provincia di Foggia.
Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità
della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati,
lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere,
sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori
rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che
ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a
problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che
la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi
fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni
che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che
scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo
scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti
relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari)
sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più
esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione
bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli
affari. (giuseppe vinci)
di Paolo Laforgia* Il Marocco sta ospitando il più importante torneo calcistico
del continente, mentre si nasconde la dura realtà di arresti, violenze e
repressione contro la “Gen Z 212”. …
Dal negazionismo climatico al razzismo sistemico, passando per la Strategia USA
per la Sicurezza.
Nella prima parte della puntata abbiamo ascoltato alcune dichiarazioni di Trump
e parlato di tipping points.
Nella seconda mezzora abbiamo parlato della nuova strategia di sicurezza
nazionale statunitense, prendendone in esame alcune parti, con alcuni excursus
sugli Epstein files e sull’atteggiamento di Trump con la stampa e le ultime
novità del governo USA a riguardo.
Nell’ultima parte, insieme a Sabrina Moles, di China-Files, collettivo di
giornalistx, sinologx ed espertx di comunicazione specializzati in affari
asiatici, andiamo a vedere le contromosse dell’universo Cina alle mosse
statunitensi.
Citati nella puntata:
National Security Strategy of the USA
Approfondimento all’info sulla Strategia di sicurezza USA
Rassegna Cina di Michelangelo Cocco
Sul visto H-1B negli USA
Da marzo 2021 a giugno 2025, Leonardo Spa ha attirato circa 788 milioni da fondi
sostenibili, di cui 122 milioni da società di gestione italiane. Il settore
della difesa ha sovraperformato garantendo massimi rendimenti alle società di
gestione
L'articolo Gli investitori privati finanziano le armi con i fondi sostenibili
proviene da IrpiMedia.
Gli investimenti Esg nelle aziende della difesa hanno subìto un’impennata negli
ultimi anni fino a raggiungere i 50 miliardi di euro, sull’onda delle pressioni
congiunte dell’industria bellica e della Commissione europea
L'articolo La guerra sostenibile: come i fondi di investimento “verdi”
finanziano il settore degli armamenti proviene da IrpiMedia.
Fotogalleria di Fabrizio Ferraro
Vitulazio (Caserta), 13 dicembre, ore 15.00. Calcestruzzo annerito intorno ai
nostri passi. Siamo in corteo con il Movimento Basta Impianti. Un intreccio
irregolare e numeroso di volti, età e rabbie. Altrettanto cospicuo lo
schieramento delle forze dell’ordine. In testa un furgone, tra gli amplificatori
spiccano le foto dei “martiri”. Superiamo un campanile, l’orologio è fermo alle
11:20. Ci sono anche le attiviste del comitato Mai più Ilside, le cui lotte nel
2021 hanno portato alla messa in sicurezza e bonifica del sito di gestione
rifiuti di Bellona. «Noi abbiamo vinto allora», dicono mostrando le immagini del
prezzo pagato in salute e vite.
Basta Impianti mantiene il passo. A metà gennaio il movimento sarà ascoltato in
Commissione bicamerale rifiuti e dalla Commissione d’inchiesta sulle attività
illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali.
Vi siete mai chiesti chi decide i nomi degli uragani?
In molti ricordano l’uragano Katrina, che nel 2005 devastò la zona nei pressi di
New Orleans negli Stati Uniti. Nel 2024 hanno fatto molto parlare di loro gli
uragani Beryl, Helene e Milton.
I nomi degli uragani non sono stabiliti sul momento in modo casuale, bensì
provengono da liste predeterminate, diverse a seconda della zona del globo dove
avviene lo specifico evento naturale.
Nel 1953 il National Hurricane Centre (NHC) degli Stati Uniti dedicata alla
previsione degli uragani stabilì delle liste di nomi annuali da associare agli
uragani. Inizialmente, si trattava di una lista alfabetica predeterminata per
ogni anno, di nomi unicamente femminili: il nome della lista, che viene
associato al primo uragano dell’anno, aveva un nome proprio femminile che
iniziava con la A, ad esempio Anna, il secondo con la B, come Betty, e così via
fino all’ultima lettera dell’alfabeto, la W.
Questo è il motivo per cui molte persone pensano tutt’oggi che gli uragani
posseggano solo nomi femminili, ma non è più così. Dal 1979 in poi, su richiesta
del Women’s Liberation Movement, sono stati introdotti anche i nomi maschili
alternati a quelli femminili per i cicloni atlantici, mantenendo sempre l’ordine
alfabetico delle iniziali.
Il processo per determinare i nomi degli uragani è condotto da specifici
organismi regionali del WMO che selezionano dei nomi in base alla loro
familiarità con le lingue parlate in ogni specifica regione, con l’obiettivo di
rendere la comprensione di tali nomi più chiara possibile a seconda della zona
del mondo in cui ci troviamo.
Esistono comunque delle regole generali che vengono seguite nell’attribuzione:
- i nomi non devono provenire da specifici individui (cioè non sono"dedicati")
- devono essere sufficientemente brevi da poter essere utilizzati con facilità
- devono essere nomi facili da pronunciare (per ogni lista, esiste anche uno specifico elenco delle pronunce)
- i nomi devono essere unici: non possono essere usati gli stessi nomi in zone diverse del globo
Il 18 novembre, al telefono con Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR,
docente di Fisica del clima all’università Roma Tre, abbiamo parlato di eventi
climatici estremi, della loro frequenza e distruttività in relazione
all’attività umana, di equazioni dei disastri.
La puntata, di un mese fa, torna terribilmente attuale alla luce di quanto sta
avvenendo a Gaza. La tempesta Byron si è abbattuta sul terreno della Striscia,
massacrato dai bombardamenti, e sui campi degli sfollati di Gaza, che dopo due
anni di distruzione e massacri si appresta ad affrontare l’inverno in tende
vecchie e logore e con abbigliamento inadeguato. Mentre Israele continua a
fermare gli aiuti ai valichi di confine dell’enclave.
Ascolta la puntata.
Citati nella puntata:
> Crisi climatica, le alluvioni in Pakistan denunciano il nostro tempo: chi
> inquina meno paga più di tutti
Pakistan, inondazioni, cambiamento climatico e tensioni internazionali – diretta
all’info di Blackout