Fondi pubblici e capitali privati stanno alimentando la crescita della defence
tech statunitense. Ecco chi scommette sulle aziende che sviluppano sistemi
d'arma autonomi, un settore sempre più vicino al mondo Maga
L'articolo Armi autonome: la corsa all’oro dopo il vertice Nato di Ankara
proviene da IrpiMedia.
Estratti dalla puntata del 20 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
REPRESSIONE, LETALITÀ, SDOGANAMENTI E COMPRESSIONI
Un omicidio di Stato come quello di
Abderrahim Fakir a Bologna, la possibilità di inneggiare a un assassino per
vendetta privata fino a proporne la candidatura, venire denunciati per aver
espresso vicinanza alla resistenza palestinese e alla conflittualità anarchica.
Cosa ci dice tutto questo?
AI MILITARI: BLACK SKY E THE FOURTH LAW
Iniziamo con una riflessione sulle interferenze dell’AI applicata alla letalità
su un piano tecnico, etico e giuridico.
Il recente contratto siglato dal Pentagono con Black Sky (AI per l’analisi di
immagini satellitari applicate alla selezione dei bersagli e alla valutazione
dei danni post-attacco) e i processi di integrazione di AI all’interno di
sistemi d’arma tradizionali, ci descrivono segmenti diversi di automazione in
ambito militare, all’interno dei quali la velocità di elaborazione decisionale e
di applicazione della letalità (sensor-to-shooter) sono un elemento centrale.
Cosa resta dell’umano all’interno della kill chain?
The Fourth Law (nome decisamente ispirato alla Quarta Legge della robotica di
Isaac Asimov) è un’azienda ucraina fondata da Yaroslav Azhnyuk, il cui prodotto
di punta è TFL-1: un kit per trasformare droni commerciali in killer robots.
AI E ESERCITI NON-STATALI
Grazie a una ricerca dell’Università di Cambridge, emerge l’utilizzo di chatbot
da parte di Boko Haram: non solo propaganda, ma guida concreta per
l’addestramento e la realizzazione di attacchi.
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha
fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello
G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il
tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla
multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle
forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai
sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti
attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni
ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice
leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego
militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale.
I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso]
come si presentano nel sito web di L3Harris
(https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31
).
Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di
rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è
saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e
nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per
le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto
paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per
l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3
Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende
estere.
Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di
6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole.
Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in
un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi
della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e
Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione
famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del
capitale della Srl).
Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture
alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra
i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo
molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui
social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad
AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la
sicurezza, a partire dall’ottobre 2020.
La scheda tecnica pubblicata dal Comando delle Forze Speciali dell’Esercito
(COMFOSE)
relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto
in Italia da Selenia 2000.
Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione.
Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari
Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000
ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto
delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la
stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who
profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart
Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella
Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte
testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per
colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la
deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento
britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ).
Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia
opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari
utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni
della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che
i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana
con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei
crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris,
produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele
sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei
bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi
commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI
Israel Aerospace Industries.
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli
Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI.
“Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e
tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa
dell’ateneo siciliano. “Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che
rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi
basati sull'intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia
tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni”.
Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che
contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le
piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di
alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche
in caso di blackout o guasti.
“Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private
Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di
intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro”, aggiunge l’ufficio stampa
di UNIPA. “La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i
processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è
predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo.
Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza
dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la
tutela della riservatezza delle informazioni”.
L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI
anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche
amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. E’ stato
avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza
Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più
elevati per questo tipo di infrastrutture.
Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro
mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE
Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian
Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri
dall’Università.
L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5
milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per
il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di
ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva
paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio
interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e
militare.
Ovviamente anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e
politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non
potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale,
sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa.
Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e
della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per
i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico
una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale
negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il
governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane.
L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo
“Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo
palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale
all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari
Pietro Paolo Corso, Fabrizio D'Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la
piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e
Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale
dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring,
Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei
relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo,
l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza
stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in
collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader
nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT.
La netta vocazione di HPE - Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca
e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella
pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede
a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. “Offriamo soluzioni
e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e
della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e
resiliente”, vi si legge. “Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e
all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto
logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone,
preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della
missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni
fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain
militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento
giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili”. Cloud e
AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane.
Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il
coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne
di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. “HPE è
complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di
insediamento a Gaza e in West Bank”, denuncia BDS Italia, organizzazione a guida
palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro
Israele. “HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari.
HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione
israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP
e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti
con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che
riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti
di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il
Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e
l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia
israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei
diritti umani perpetrate da entrambi”.
Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva
stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma
dello Stato sionista di Israele.
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI
Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della
Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la
sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali”
[come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione
impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare
in Italia.
In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del
professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno
studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista
diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può
scaricarlo a questo link:
Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni
ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni
senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei
nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”.
Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per
quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse
che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come
Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA
NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei
beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The
Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di
banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano
159.000 persone.
Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro
di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro
realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami
(direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI)
scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno
2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che
salgono a 159.000 considerando l’indotto”.
Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta
buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per
convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che
sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria
militare in Italia.
Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione
Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The
European House Ambrosetti del settembre 2025).
Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati
sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e
nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre
fonti.
Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per
l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati
dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella
indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente.
Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le
autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di
euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri
intorno ai 16 miliardi di euro”.
Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il
fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira
intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante
dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano
ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega
direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con
un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e
i 180.000 lavoratori”.
Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se
l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di
Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero
settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per
occupati superano sicuramente il 90% del settore.
Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30
anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La
realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto
(2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente
la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per
nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e
accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto
persino ai più piccoli “enti del terzo settore”…
Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei
dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha
pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale
della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati
diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi,
continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA.
Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in
Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto
oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto,
questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati.
Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024
(pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la
propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]”
Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle
Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle
operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione,
importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che
le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20
miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale
registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41%
è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali
d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al
2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di
lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le
64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica
questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al
60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero
settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa
ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare.
Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e
dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le
Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato
aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile
interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati
delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle
54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo
0,3% del PIL italiano.
Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel
rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di
145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A
maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica
la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della
Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio
medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai
50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità.
A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi
Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri
che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria
siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di
studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a
livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto,
ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto
l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia
il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello
nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia.
Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output”
elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di
coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati
nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli
investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati
diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni
coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile
del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura.
L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso
in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai
lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato.
Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di
consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre
fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in
campo militare.
Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico
della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore
occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600).
L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale
del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un
moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva
un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso
l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti).
A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai
714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000
lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e
400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono
anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso
improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e
occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar
dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo.
Conclusione
I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono
una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il
dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che,
consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli
attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da
alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online.
Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai
50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i
numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per
uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi”
che transitano dal porto di Marina di Carrara.
In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile
(riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel
rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente
applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale
(diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in
meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%).
In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti +
indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto
nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%).
Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce
armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per
scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati
di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è
nudo”.
1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel
giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della
sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa.
Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai
menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e
Sicurezza in Italia.
2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo
scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di
Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se
l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.
Ucciso un giovane colombiano durante un’operazione anti-immigrati. Aveva 26
anni, un permesso di lavoro e viveva regolarmente negli Stati Uniti. Ancora una
volta la versione ufficiale parla di un’auto «usata …
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA
Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla
presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei
lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il
tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in
particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia.
L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le
inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi
ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che
espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre
accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore
serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS
ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di
Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche
il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato
che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave
destinate ai cantieri in Sardegna.
La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso
civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente
Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di
cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata,
quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle
cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della
Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza
nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di
Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla
tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale.
Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries,
è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che
si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra
Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di
Marina di Carrara..
Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti
della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di
traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si
aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova,
Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi
di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo
Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare
gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di
favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola
democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e
culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che
limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare.
Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre
l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia,
negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate
in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a
8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del
totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi
non sono dati che possono lasciare tranquilli.
Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza
per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera
della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del
commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di
un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche –
come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul
bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di
sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i
paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano.
Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora
c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità
devono tener conto.
In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che
hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo
con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la
produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro
interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE
Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto
di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale
diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali
marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente
attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale
e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui
quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense.
È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato
globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei
lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da
leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR
dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il
diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso –
attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente
finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa,
nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è
protetto in sé».
Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che
Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche
in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in
quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra
collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta
di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono
enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto,
Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali,
coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri
comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che
aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali
siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative
vigenti anche in tema di sicurezza.
Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel
dicembre 2025.
Proposta_osservatorio
Alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica, centinaia di arresti,
manifestazioni represse, giornalisti e oppositori nel mirino. Mentre i leader
occidentali discutono di riarmo, la Turchia rafforza la stretta autoritaria
Negli …
di Mauro Armanino Dalle parole del poeta Erich Fried al ricordo di Genova 2001,
una riflessione sul pericolo più insidioso del nostro tempo: abituarsi alla
guerra, all’ingiustizia e alla violenza …
Le acque del sud della Puglia ospiteranno fino al 10 luglio le attività della
prima fase della Task Force X – Central Mediterranean.
Il Salento e l’Adriatico meridionale al centro della sperimentazione di droni
navali e sottomarini e di nuove tecnologie di guerra NATO.
Il sud della Puglia e le acque limitrofe ospitano dal 22 giugno scorso le
attività della prima fase della Task Force X - Central Mediterranean (TFX
CentMed), che proseguiranno fino al 10 luglio.
L’esercitazione militare, promossa dal NATO Allied Command Transformation (ACT),
il Comando alleato alla guida dei programmi di sviluppo strategico e tecnologico
dell’Alleanza Atlantica con quartier generale a Norfolk (Virginia) e dallo Stato
Maggiore della Difesa italiano, viene descritta come uno “dei test operativi più
avanzati” della NATO, per “testare, integrare e adottare nuove tecnologie e
capacità”.
In occasione della TFX CentMed saranno sperimentate “per la prima volta e in
modo simultaneo, capacità nei cinque domini – terrestre, marittimo, aereo, cyber
e spaziale – con l’ulteriore integrazione di dati provenienti dall’ambiente
underwater e dallo spettro elettromagnetico”.
All’esercitazione in terra salentina partecipano unità militari di Italia,
Croazia, Lettonia, Slovenia e Stati Uniti d’America. “L’obiettivo – spiega lo
Stato Maggiore della Difesa - è la validazione di un sistema di sistemi capace
di integrare, interconnettere e rendere interoperabili piattaforme, sensori,
sistemi pilotati e non pilotati”.
Più di un centinaio di droni aerei, terrestri, navali e sottomarini impiegati
nei war games, più alcuni aerei radar e velivoli di intelligence, riconoscimento
e sorveglianza in dotazione alle forze armate dei paesi partecipanti.
Come sempre più accade in occasione di esercitazioni militari nazionali e
internazionali, a Task Force X - Central Mediterranean è prevista la presenza di
non meglio specificate “realtà industriali del settore della difesa nell’ambito
delle attività di sperimentazione operativa”, in vista di collaborazioni future
e “potenziali sinergie” a livello nazionale e in ambito NATO.
“Task Force X conferma il ruolo dell’Italia come attore di riferimento nella
trasformazione e nell’innovazione dell’Alleanza”, enfatizza lo Stato Maggiore
della Difesa. “L’esercitazione rappresenta una risposta strategica e innovativa
alle sfide emergenti, contribuendo al rafforzamento della difesa multidominio e
della deterrenza sul Fianco Sud della NATO, area sempre più centrale per la
sicurezza alleata. TFX CentMed promuove il processo di integrazione,
complementarietà, ridondanza e resilienza della NATO, rafforzandone l’efficacia
operativa”.
E’ tuttavia il NATO Allied Command Transformation (ACT) a spiegare le ragioni
per cui è stato deciso di svolgere l’esercitazione in territorio e nelle acque
pugliesi. “Il Mediterraneo centrale è strategicamente importante perché incrocia
l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente, dove le vulnerabilità delle
infrastrutture critiche e le sfide alla sicurezza sempre più complesse
richiedono una consapevolezza costante e un coordinamento effettivo”, riporta
l’ufficio stampa del comando NATO di stanza in Virginia. “Task Force X Central
Mediterranean dimostrerà come le forze tradizionali e i sistemi senza pilota
possono operare insieme all’interno di una singola cornice operativa (…) Per la
prima volta, noi stiamo sperimentando il modello Task Force X nel Fianco Sud
della NATO, con la guida dell’Italia e il contributo degli Alleati. Ciò è come
la NATO apprende e si adatta: testando tecnologie emergenti in condizioni
operative realistiche, integrando sistemi con equipaggi e senza pilota,
trasformando ciò in capacità che l’Alleanza può adottare e scalare rapidamente”.
Buona parte delle esercitazioni in ambito terrestre e navale si tengono presso
il poligono di Torre Veneri (comune di Lecce), compreso fra le località di
Frigole Mare, San Cataldo e la strada provinciale 133 “Litoranea Salentina” e
nello specchio di mare antistante l’area addestrativa. Si tratta di un’area di
impareggiabile bellezza ambientale e paesaggistica utilizzata periodicamente per
esercitazioni a fuoco e test di mezzi di guerra, sotto la giurisdizione della
Scuola di Cavalleria dell’Esercito italiano, con sede a Lecce.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri l1 luglio 2026,
https://pagineesteri.it/2026/07/01/europa/salento-e-adriatico-centro-della-sperimentazione-di-droni-navali-e-sottomarini-nato/
Crosetto tranquillizza: solo autorizzazioni tecniche. Smentita del segretario
generale dell'Alleanza Mark Rutte: partiti migliaia di voli dall'Europa
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non
belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e
braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei
trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una
linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre
applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7
aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del dibattito
parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra
all’Iran.
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non
cinetiche”, hanno successivamente ribadito la premer Giorgia Meloni e Crosetto.
“Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di
fuori delle previsioni vigenti”.
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale
della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle
basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo
statunitensi”, ha spiegato Rutte all’emittente Fox News. “Dalle basi USA in
Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre
il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato
come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
L’Italia ha indubbiamente svolto un ruolo chiave nelle operazioni di guerra
contro Teheran e non ci volevano i vertici NATO per rivelare quello che agli
occhi degli analisti più attenti era un vero e proprio segreto di Pulcinella.
Dalla base aerea di Aviano (Pordenone) per tutto il periodo del conflitto è
stato registrato il via vai di grandi aerei da trasporto di US Air Force. Il
Fatto Quotidiano ha documentato non meno di cinque transiti dal 21 febbraio fino
al 3 marzo 2026 dei Lockheed C-5M “Super Galaxy” del Pentagono, in grado di
trasportare fino a 127.000 kg di sistemi d’arma e munizioni, compresi carri
armati ed elicotteri d’attacco.
Dal 27 marzo al 13 aprile ancora il Fatto Quotidiano ha tracciato 23 voli di
aerei cargo Lockheed Martin C-130J “Hercules”, da Aviano alla base inglese di
Fairford, utilizzata dai bombardieri strategici USA B1 e B52 per gli strike
contro il territorio iraniano.
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US
Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento dei caccia a lungo
raggio impiegati per bombardare in Iran”, ha riportato l’autorevole The Wall
Street Journal in un lungo articolo su come l’Europa stesse giocando
“silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran, pubblicato il 23 marzo.
E’ stato pure accertato il trasferimento da Aviano a due basi in Arabia Saudita
e Giordania, il 16 febbraio, di dodici cacciabombardieri “Fighting Falcon” del
31st Fighter Wing di US Air Force, con quartier generale proprio nello scalo
friulano.
Durante il loro passaggio sul Mediterraneo, i velivoli sono stati riforniti in
volo da due Boeing KC-135 decollati da Ramstein e Spangdahlem (Germania). Dal 28
febbraio i dodici F-16 sono stati impiegati per colpire l’Iran.
Ancora più cruciale il ruolo assunto dalla stazione aeronavale siciliana di
Sigonella sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e
israeliano.
Anche Sigonella è stata utilizzata dai Boeing KC-135 “Stratotanker” di US Air
Force per rifornire in volo i bombardieri strategici diretti dagli Usa e il nord
Europa verso Il Medio oriente.
Tutti i giorni di conflitto, dalla Sicilia sono decollati poi alcuni velivoli
senza pilota e i pattugliatori marittimi delle forze armate USA, per dirigersi
verso il Golfo Persico con il compito di individuare i potenziali obiettivi da
colpire in Iran.
Protagonisti d’eccellenza i droni MQ-4C “Triton” di US Navy, tra i velivoli più
avanzati e sofisticati per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di
sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati
d’intelligence sulle forze “nemiche”.
Le attività dei “Triton” sono state propedeutiche alle operazioni di attacco
vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C
partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste
nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle
maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per
l’arricchimento dell’uranio.
Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui
viene esportato quasi il 90% del greggio di produzione iraniana. Sia il
distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati oggetto di un massiccio
bombardamento USA, la notte del 14 marzo. Senza il monitoraggio dell’area e
l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non
sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike.
Da Sigonella hanno poi operato i velivoli da pattugliamento aeronavale Boeing
P8A “Poseidon”, anch’essi in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti
d’America. Come i “Triton”, essi hanno svolto missioni di intelligence,
sorveglianza e riconoscimento dei potenziali obiettivi civili e militari
iraniani.
Qualche ora prima che venissero lanciati i raid la notte del 28 febbraio 2026,
un “Poseidon” è decollato da Sigonella per dirigersi verso lo spazio aereo
mediorientale per monitorare l’intero scacchiere operativo e cooperare alla
direzione delle operazioni belliche.
L’Italia è stata, è e sarà sempre piattaforma di guerra. Con buona pace del
governo fascioleghista e della balbettante ed imbarazzata “opposizione” di
centrosinistra: il sì alle basi USA e NATO è bipartisan, nonostante la loro
esistenza sia in totale violazione della Costituzione e del diritto
internazionale.
Articolo pubblicato in AfricaExPress il 28 giugno 2026,
https://www.africa-express.info/2026/06/28/bugie-di-guerra-il-governo-minimizza-ma-la-nato-conferma-le-basi-usa-in-italia-sono-la-piattaforma-degli-attacchi-alliran/
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi
militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni.
La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34
maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal
Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1
2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore
di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi,
un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe
restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle
truppe USA.
La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine
degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico
della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era
motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la
difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione
comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del
Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle
basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon
Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le
necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa
settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano
indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento
tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta
ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in
Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia
di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe
nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35.
La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal
popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una
massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi
proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche
via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo,
guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e
accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal
momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco
alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni
di continuità.
I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in
costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di
aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica
internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del
divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia
repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare
americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo
presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il
precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche
riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo
stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei
deputati.
Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da
due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in
un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella.
Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026.
Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in
un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le
operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”),
concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di
forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For
example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support
Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di
minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran.
Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e
ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche,
logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura
cinetica (cioè combattive o offensive).
Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24
giugno 2026.
L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web
www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti
conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo
Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di
materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di
armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti
all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio
costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990.
L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta
sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello
attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo
sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior
amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le
inevitabili conseguenze di questo atteggiamento.
[vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema;
https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/
]