La chiusura per otto giorni dello scalo aeroportuale di Catania Fontanarossa con
le sue enormi conseguenze sulla vita di centinaia di migliaia di siciliani e dei
turisti che avevano scelto la Sicilia per le vacanze di Ferragosto. Un piccolo
diario con le riflessioni, i dubbi, le certezze e non, le domande che mi sono
fatto durante tutto questo periodo d’inferno. Nello sfondo, neanche troppo
lontana, la stazione aeronavale di Sigonella, hub per le operazioni di guerra
delle forze armate italiane, USA e NATO. Mentre le ceneri dell’Etna bloccavano
qualsivoglia attività a Catania, Sigonella ha operato senza alcuno stop. Ho
provato a capire il perché. Giorno dopo giorno…
12 agosto, mercoledì
Sigonella aeroporto civile. Se non ora, quando?
Gli scali di Catania Fontanarossa e Comiso chiusi da giorni per l'eruzione
dell'Etna. Decine di migliaia di passeggeri abbandonati e disperati, mentre le
autorità civili e militari italiane sono del tutto incapaci ad affrontare
quest'emergenza di Ferragosto 2026.
Eppure la soluzione più semplice sarebbe quella di utilizzare da subito
l'aeroporto di Sigonella per i decolli e gli atterraggi dei velivoli passeggeri.
Ma guai a parlarne pur di non turbare le operazioni di guerra delle forze armate
USA, NATO, UE e italiane.
La base di Sigonella era stata messa a disposizione del traffico aereo civile
tra il novembre e il dicembre del 2012, durante i lavori di rifacimento delle
piste di Catania Fontanarossa.
Allora, in un mese, dallo scalo militare furono gestiti circa 70 voli al giorno,
4 movimenti l’ora, per un totale di 2230 voli civili (fonte Aeronautica Militare
italiana).
Cosa aspetta la classe dirigente politica ed economica dell'Isola e del Paese a
chiedere l'apertura di Sigonella per il traffico passeggeri?
Nicola Cipolla, compianto comunista siciliano, negli ultimi anni d'impegno
sociale, lanciò con alcuni comitati NoWar siciliani la campagna per
Smilitarizzare Sigonella. Un'Utopia-Profezia, su cui vale la pena tornare a
riflettere e lottare.
13 agosto, giovedì
Prosegue la chiusura di Catania Fontanarossa. Aprite subito Sigonella!!!
Mentre la chiusura dell'aeroporto di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino
alle ore 2 di venerdì 14 agosto, non è prevista alcuna limitazione dello spazio
aereo di Sigonella.
Solo dall'8 all'11 agosto, tra cancellazioni e mancati arrivi e partenze, sono
saltati a Catania non meno di 700 voli, a cui si aggiunge lo stop di ieri
mercoledì 12 e di oggi giovedì 13.
Decine e decine di migliaia di passeggeri sono stati pesantemente danneggiati,
ma soprattutto è stato generato un enorme danno economico al settore turistico
siciliano nel periodo di maggiore domanda e offerta (ferragosto).
La soluzione più semplice e a costo zero sarebbe stata l'apertura al traffico
civile dello scalo militare di Sigonella, a meno di 20 km a sud/sudovest da
Catania, ma assai meno soggetto agli effetti delle nubi di cenere emesse durante
le fasi eruttive dell'Etna.
Il traffico aereo militare a Sigonella in questa settimana di "passione
eruttiva", non ha subito limitazioni di sorta per l'attività vulcanica. Le
operazioni di volo, atterraggio e decollo, si sono svolte dunque regolarmente.
Anche negli anni scorsi, durante le fasi eruttive più rilevanti dell'Etna,
Sigonella è stata assai raramente penalizzata dall'emissione delle ceneri che
invece hanno compromesso in più occasioni il funzionamento del vicino scalo di
Catania Fontanarossa, situato a sud-est dal vulcano.
Aprire Sigonella al traffico civile in queste settimane d'emergenza sarebbe
stato un atto di responsabilità doveroso da parte delle autorità di governo e
militari, italiane e straniere. Si è scelto invece di colpire il vissuto di
un'intera popolazione siciliana e di coloro che avevano scelto la Sicilia come
meta turistica.
Le classi dirigenti siciliane e l'imprenditoria mordi e fuggi propongono adesso
- in alternativa - la realizzazione di nuovi aeroporti in tutta l'Isola.
Infrastrutture tutte insostenibili dal punto di vista economico, sociale ed
ambientale, ma utili alla propaganda, alle clientele elettorali e ai peggiori
speculatori della borghesia mafiosa.
Prima di tutto la guerra in tempi di guerra: Sigonella non s'ha da toccare, né
deve essere messo in discussione il suo uso a supporto delle operazioni USA e
NATO negli scacchieri geostrategici mediorientali, africani e dell'Europa
orientale...
Smilitarizzare Sigonella e riconvertire lo scalo ad hub aeroportuale è l'unica
scelta possibile e concreta. Su questo si giocano le ultime chance si
sopravvivenza della Sicilia.
14 agosto, venerdì
Catania Fontanarossa chiuso fino alle ore 2 di Ferragosto. E Sigonella resta
operativa
Tutto come da copione. Con l'ennesimo comunicato, la chiusura dello scalo
aeroportuale di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino alle ore 2 di sabato
15 agosto 2026.
Secondo la società che gestisce lo scalo, nel periodo compreso tra il 6 e il 12
agosto, circa 630 voli previsti sono stati dirottati verso altri scali (Comiso,
Palermo, Trapani e Lamezia Terme).
Nello stesso periodo per lo scalo di Catania erano previsti circa 1.974 voli di
cui circa il 36% è stato cancellato. Oltre centomila i passeggeri "vittime"
delle ceneri dell'Etna, ma soprattutto dell'incapacità (o della mancanza di
volontà) delle autorità di prevedere alternative rapide e credibili per
tamponare l'emergenza. Prima fra tutte, a costo zero, l'apertura dello scalo
militare di Sigonella al traffico civile, così come avvenuto nel
novembre-dicembre 2012, in concomitanza con i lavori di rifacimento delle piste
di Catania Fontanarossa.
Relativamente a Sigonella, confermiamo ancora una volta che è funzionale al 100%
e che non ha subito alcuno stop in questa settimana di "passione" per la vicina
Fontanarossa. Anche per la giornata di oggi 14 agosto non risultato attivi NOTAM
di chiusura o restrizioni operative straordinarie per la stazione aeronavale
italiana, USA e NATO di Sigonella.
L'"emergenza" Fontanarossa torna utile per ridare vita a progetti fantasma di
nuovi scali in tutta la Sicilia, del tutto insostenibili dal punto di vista
economico, sociale ed ambientale. O per accelerare i processi di privatizzazione
del sistema aeroportuale regionale, a partire da Catania e Comiso
Importante alla fine che non si dica a siciliani e non che l'Isola è piattaforma
di guerra e che in nome della guerra si possono cancellare i diritti di mobilità
di residenti e turisti, colpendo con ancora più violenza l'economia siciliana,
così come accadde nel 2011 con la chiusura al traffico civile dell'aeroporto di
Trapani Birgi e la sua conversione in centro strategico per i cacciabombardieri
della coalizione internazionale che mise a ferro e fuoco la Libia guidata da
Gheddafi.
Smilitarizzare Sigonella subito....
15 agosto, sabato
Catania Fontanarossa chiusa fino alle ore 15 di Ferragosto. Gli USA confermano:
"Sigonella operativa nonostante l'eruzione dell'Etna".
Ennesima proroga della chiusura dello scalo di Catania Fontanarossa per le
ceneri emesse dall'Etna in eruzione.
L'ultimo comunicato promette la riapertura solo dopo le ore 15 di oggi 15 agosto
2026.
Di contro, ancora una volta come accade da una settimana, per la giornata
odierna non risultano attivi NOTAM di chiusura o restrizioni operative
straordinarie sull'aeroporto di Sigonella, base strategica di guerra per le
forze armate italiane, USA e NATO.
Lo scalo militare risulta dunque operativamente aperto e regolare
Intanto da Washington giunge la conferma ufficiale che l'eruzione del vulcano
siciliano non ha ostacolato né ridotto le funzioni operative della Naval Air
Station di Sigonella.
"Le attività di volo nella base militare della Sicilia proseguono nonostante
continui l'eruzione vulcanica", titola un servizio pubblicato dalla rivista
delle forze armate USA "Stars and Stripes", pubblicato giovedì 13 agosto.
"Una nuova eruzione originatasi da un cratere dell'Etna ha disperso la cenere
verso la Sicilia orientale questo mese, costringendo ripetutamente l'aeroporto
di Catania a sospendere l'arrivo dei voli", prosegue Stars and Stripes.
"Le operazioni stanno proseguendo presso l'hub chiave della Marina USA
nell'Isola nonostante uno dei più attivi vulcani disperda cenere nell'aria,
costringendo alla chiusura di almeno un aeroporto civile vicino. I voli e le
altre operazioni alla Naval Air Station Sigonella sono proseguiti con
interruzioni minime a seguito dell'eruzione dell'Etna, che ha preso il via la
scorsa settimana, secondo quanto ha riferito mercoledì il Comando di US Navy.
NAS Sigonella sta aderendo a tutti regolamenti applicabili alla zona aerea e
alle restrizioni per la sicurezza, coordinandosi con le autorità di aviazione
italiane ed altre agenzie “per assicurare quotidianamente che le operazioni di
volo siano pienamente allineate con i parametri di sicurezza", spiegano dalla
base. Il personale sta utilizzando camion spazzatrici per ripulire le piste, gli
hangar e le linee di volo dalle ceneri depositatesi. Il personale dei servizi
antincendio e di emergenza sono in stato di allerta e stanno monitorizzando
quanto accade, mentre il dipartimento per i lavori pubblici della base USA sta
attenzionando le infrastrutture e la loro manutenzione".
Anche Flightradar24 conferma l'operatività dello scalo di Sigonella e registra
perlomeno negli ultimi sette giorni due voli "passeggeri" (con militari USA e
familiari) dalla base siciliana, uno verso all'aeroporto di Napoli Capodichino e
l'altro verso lo scalo internazionale di Chania (isola di Creta, Grecia),
presumibilmente per trasportare il personale diretto alla stazione aeronavale di
Souda Bay in forza a US Navy.
Lo richiediamo ancora una volta: perché le autorità italiane non hanno
predisposto l'uso "emergenziale" di Sigonella per consentire il decollo e
l'atterraggio di una porzione dei velivoli civili diretti a Catania
Fontanarossa? E perché? il governo Meloni e l'Aeronautica Militare italiana
hanno mantenuto top secret l'operatività di Sigonella?
Tutto sulla pelle di centinaia di migliaia di siciliani e di turisti che avevano
scelto la Sicilia per le loro vacanze estive...
16 agosto, domenica
Eruzioni Etna. Perché USA e NATO non mollano Sigonella
Ripartono i voli a Catania Fontanarossa dopo più di una settimana di stop per le
emissioni di ceneri da parte dell'Etna.
Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni
di euro) ma né il governo regionale né le autorità nazionali spiegano perché in
questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l'apertura al
traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in
linea d'aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti
ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano).
L'impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il
dicembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania
Fontanarossa.
Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca
universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore
"protezione" dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest
dal vulcano.
Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo
dell'Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed
i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emissioni, loro
direzione ed aree di ricaduta.
Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista
scientifica "Natural Hazards and Hearth System Sciences" della European
Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV (sezioni di Bologna e Catania) e
delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating
the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic
eruptions: the example of Mt Etna, Italy).
I ricercatori spiegano in particolare che "la localizzazione dell'Etna, insieme
ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la
dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente
verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso
sud. Questi valori sono derivati dall'analisi dei dati ottenuti durante i 39
eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati
sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità
dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.".
Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria
Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca
accademici sui "possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei
materiali edili", coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articolo
pubblicato dal sito di UNICT il 26 febbraio 2024, la docente scrive in proposito
che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del
versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta
delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze
economiche maggiori”.
Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella
"settimana di passione" ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre
pienamente operativa.
Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto
al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l'uso della base
militare per "tamponare" gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di
Fontanarossa.
Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita "balletto" propagandistico-elettorale
tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto,
proprio in merito all'apertura di Sigonella al traffico aereo civile. "Ieri sera
ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità
dell'utilizzo dello scalo dell'aeroporto militare di Sigonella, dopo aver
rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema
aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di
Fontanarossa", scriveva Schifani il 20 luglio 2023. "Il ministro, dopo le dovute
consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo
militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità
dell'aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.).
Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità
dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità
del governo Meloni".
Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana
emetteva la seguente nota. "L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso
disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare
lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti
dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro
alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani".
In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione
degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regione Sicilia e Difesa fu
enorme.
Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è
potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Né
purtroppo l'"opposizione" politica e le forze sindacali di regime hanno voluto
proferire parola.
Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine
di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima
estate. Buona domenica!
IN ATTESA DELLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO
Linda Maggiori – giornalista free lance e, tra l’altro, associata a Weapon Watch
– ha pubblicato questo accorato appello di Andrea Maestri, che lei definisce
«coraggioso avvocato e attivista dei diritti umani, che mi assiste in questa
battaglia per la trasparenza sui traffici di armi dal porto di Ravenna, con
umanità abnegazione e professionalità.». Come lei, siamo grati all’avv. Maestri
per il suo impegno e riprendiamo queste accorate parole che stanno girando in
rete. Siamo al suo fianco in questa rivendicazione di trasparenza come principio
democratico che le pubbliche amministrazioni non possono negare al cittadino
contribuente.
Io non sono nessuno ma sono un avvocato e un attivista per i diritti umani.
Il 27 agosto a Roma dinanzi al Consiglio di Stato difenderò il diritto di Linda
Maggiori, giornalista d’inchiesta cui l’Agenzia delle Dogane ha negato il
diritto di accesso civico generalizzato alle informazioni sui TRAFFICI DI ARMI
dal porto di Ravenna
abbiamo vinto noi davanti al TAR di Bologna che ha sancito il diritto di
conoscere almeno le quantità di armi che transitano dal nostro porto
difendendo il diritto di Linda, difendiamo il diritto dei nostri concittadini di
sapere se il nostro porto è ancora un porto commerciale oppure, come dice
l’Avvocatura dello Stato nel suo atto di appello, uno snodo strategico per le
questioni militari e di difesa e quindi la comunità non deve sapere nulla perché
prevale l’interesse statale al segreto
il 27 agosto sarà una delle udienze più importanti della mia vita e della mia
carriera professionale: non ho paura ma sono preoccupato
sono convinto che il Consiglio di Stato, applicando le norme, riconoscerà il
nostro diritto di conoscere: non può essere negato totalmente il diritto alla
trasparenza (che per le Pubbliche Amministrazioni è un dovere) in ambiti
particolari come questo, perché significherebbe disapplicare o svuotare di
effettività una legge dello Stato che definisce la trasparenza come un
corollario del principio democratico
e impedire la trasparenza, coprire col silenzio e con un telo nero i transiti di
armi dal nostro porto verso Israele significa rendere invisibili all’opinione
pubblica possibili, gravissime violazioni della Legge 185/1990 che vieta di
armare governi responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità
impedire la trasparenza significherebbe coprire responsabilità e complicità
stiamo toccando i fili dell’alta tensione
non lasciateci soli
siamo il paese in cui giornalisti e attivisti sono stati spiati col
software-spia di Paragon, società israeliana che fornisce servizi di analisi
dati e intelligenza artificiale anche per operazioni militari e di
localizzazione degli obiettivi da colpire
avremmo voluto che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Ravenna
intervenissero al nostro fianco dinanzi al Consiglio di Stato per difendere il
diritto alla trasparenza dei cittadini delle nostre comunità, locale e
regionale: ad oggi nessun intervento ad adiuvandum è stato attivato ma c’è
ancora tempo e confidiamo che le istituzioni democratiche del nostro territorio
facciano la loro parte anche nelle sedi giudiziarie
non abbiamo paura, ma siamo preoccupati perché sappiamo cosa è successo a chi è
stato lasciato solo in battaglie di trasparenza che volevano squarciare il velo
sui traffici di armi
(mentre scrivo, mi vengono in mente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi perché
stavano lavorando a un reportage sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici
tra Italia e Somalia, che avrebbero coinvolto anche interessi politici ed
economici internazionali)
sul genocidio di Gaza e il massacro dei bambini palestinesi ho scritto un
libro-denuncia dopo avere partecipato a due missioni AOI a Rafah
nel 2024 e nel 2025 ho sottoscritto la denuncia alla Corte Penale Internazionale
nei confronti di Meloni, Tajani e Crosetto
e ora sono qui, a difendere il diritto di una giornalista d’inchiesta coraggiosa
che con la sua ostinata ricerca di dati e informazioni sta rendendo un servizio
prezioso all’opinione pubblica, incontrando ostacoli e subendo persino odiose
diffamazioni
non potrei essere altrove: sono qui perché qui, a difendere i diritti umani,
sono sempre stato e mi ritroverete, Inshallah, anche dopo questa battaglia
siamo la voce e la penna di migliaia di giovani che hanno riempito le piazze per
chiedere giustizia per il popolo palestinese, siamo giornalisti e avvocati ma
anche attivisti tra gli attivisti, che insieme a noi difendono la pace e
pretendono la trasparenza
lo dobbiamo ai bambini di Gaza, colpiti dai cecchini israeliani o smembrati
dalle bombe, lasciati orfani, affamati, mutilati e lo dobbiamo ai nostri figli,
cui dobbiamo indicare la strada della giustizia e della pace, l’unica in cui
l’umanità può camminare insieme.”
di Emanuele Braga* Dalla Palestina alla Val di Susa, passando per Bologna e gli
Stati Uniti: una riflessione sul doppio standard con cui media e politica
raccontano la violenza, criminalizzano …
di Ibrahim Ossman
Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30
luglio 2026.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito,
attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o
componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella
Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il
conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento
militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un
dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste
di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a
duplice uso.
Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali,
insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni
della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e
contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni
parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a
responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle
operazioni militari israeliane.
In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel
monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione
con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che
un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione
Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati
quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati
all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon.
«MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione.
In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati
avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente
approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni
certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al
destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il
24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia
Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati
relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union
Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti
elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana.
L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta
affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi
aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei
sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar,
nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e
controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle
normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione
di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede
infatti l’ottenimento di licenze speciali.
La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di
Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre
principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia
ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di
controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e
a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del
transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la
destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal
gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per
l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare
delle attrezzature trasportate.
Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab)
Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni
provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container
fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di
Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative
parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato
alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container
precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato
controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la
possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990,
che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul
territorio italiano.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile
che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o
nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e
sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la
massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio
in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro
di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani»,
mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che
lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla
commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la
prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte
internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre
chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura
del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA.
Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e
mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al
quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere
estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando
che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da
parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata
proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo,
continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce».
Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17
febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty)
In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte
vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e
pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o
all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo
anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo
la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele».
Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container
standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto
italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati
utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i
principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso
dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi
tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non
avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di
fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
Le rotte complici di MSC da Gioia Tauro al nuovo terminal di Messina
Un terminal croceristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo
municipale, dalla Cattedrale e dal Campanile con l’orologio astronomico più
grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione
di “turisti” all’anno. Così, dopo le scorribande a Gaza, West Bank, Libano,
Siria, Yemen ed Iran, la nuova meta turistica per israeliani e militari in
pausa-premio sarà la Sicilia. Quasi tutto ruota attorno alla MSC, che opera in
Israele dal 1990 con collegamenti marittimi settimanali e promuove Gerusalemme a
“capitale di Israele”.
Prima il Salento, poi la Sardegna, adesso la Sicilia. L’Isola è il nuovo
paradiso dei turisti israeliani, militari in pausa-premio dopo le scorribande a
Gaza, West Bank (Cisgiordania), Libano, Siria, Yemen ed Iran, di manager e
dipendenti delle grandi aziende dello stato sionista che fanno profitti con le
commesse di guerra e gli investimenti nei territori occupati, in palese
violazione del diritto internazionale.
L’ultimo caso ha visto il residence di lusso a Brucoli (Augusta) del gruppo
Mangia’s invaso da funzionari e agenti di Ashtrom Goup, il principale gruppo di
costruzione e immobiliare israeliano, con tanto di escursioni scortate dalla
polizia di stato italiana, ai più importanti musei e scavi archeologici del
siracusano. Come se non bastasse, si profila all’orizzonte la trasformazione
della Sicilia nella principale meta nel Mediterraneo del crocerismo di massa,
sotto la spinta e gli interessi plurimiliardari di uno degli attori più potenti
del mercato, la MSC - Mediterranean Shipping Company, indissolubilmente legata
all’establishment finanziario, economico e militare di Israele.
Un paio di settimane fa, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha
affidato, per 21 anni, ad una società interamente controllata dal colosso dei
trasporti navali e della logistica marittima MSC, la gestione del costruendo
terminal croceristico della città di Messina, a poche centinaia di metri dal
Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico
più grande al mondo. Con il fine dichiarato di far sbarcare presto nel capoluogo
dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno.
Una scelta devastante dal punto di vista socio-ambientale senza alcun effetto
concreto sul piano occupazionale, che si sommerà alla trasformazione
dell’antistante zona falcata, sede della base della Marina Militare, in un
centro operativo per la guerra navale in ambito nazionale e NATO, previo
ampliamento delle infrastrutture per consentire l’approdo fino a quattro grandi
pattugliatori navali di ultima generazione - i PPX polivalenti lunghi ognuno 95
metri - di produzione Leonardo-Fincantieri SpA.
L’hub crocieristico e il Polo militare navale di Messina sanciscono l’ennesimo
saccheggio del territorio siciliano, con l’espoliazione di ogni forma di
partecipazione decisionale da parte dei cittadini. Con l’aggravante, stavolta,
che l’intervento estrattivista sul “locale” si interfaccerà con i crimini
globali, a partire dal genocidio del popolo palestinese per mano delle classi
dirigenti economico-finanziarie e militari israeliane, ben protette e alimentate
a tutti i livelli internazionalmente. Sì, perché proprio la MSC - Mediterranean
Shipping Company è indicata come una delle società marittime più coinvolte nella
logistica di guerra a sostegno delle forze armate di Israele, nella loro azione
sanguinaria contro i palestinesi e tanti altri popoli mediorientali.
Sarà la società Messina Cruise Terminal S.r.l. che curerà la realizzazione del
terminal dello Stretto e ne gestirà il funzionamento per quasi un quarto di
secolo. In verità di Messina ha solo il nome, perché la sede sociale in via
Agostino Depretis 31, Napoli ed è presso la Camera di commercio partenopea che è
stata iscritta il 27 maggio 2013. Oggetto sociale la gestione servizi della
stazione marittima e l’accoglienza dei passeggeri delle navi da crociera. La
società può svolgere inoltre il controllo degli accessi e la vigilanza;
l’applicazione delle misure di security della struttura; la gestione degli spazi
pubblicitari; la pulizia e raccolta rifiuti nell’area di gestione; lo
sfruttamento di aree commerciali interne.
La Messina Cruise Terminal S.r.l. ha iniziato le proprie attività il 30 luglio
2013; il capitale sociale è di 20.000 euro: il 97% (19.400 euro) in mano a
Marinvest S.r.l., mentre il restante 3% (600 euro) è di MSC Sicilia S.r.l..
Nonostante la società abbia registrato nel 2014 un fatturato annuo di 1.381.846
euro (con un utile negativo di 174.321 euro), alla data del 31 marzo 2026
registra in organico solo due dipendenti.
Marinvest è una società di diritto italiano soggetta al controllo (indiretto)
della MSC Mediterranean Shipping Company Holding S.A., quartier generale a
Ginevra (Svizzera), leader a livello internazionale nei settori del trasporto
marittimo di merci e passeggeri e delle crociere, nonché dei servizi portuali di
movimentazione e della logistica. Anche l’altra società che detiene un piccolo
capitale sociale di Messina Cruise Terminal, MSC Sicilia S.r.l., è interamente
controllata da MSC Mediterranean Shipping Company. Con sede sociale a
Tremestieri Etneo (Catania) e sede operativa a Palermo, MSC Sicilia svolge
servizi connessi al trasporto marittimo e per vie d’acqua; in ambito
croceristico MSC Sicilia gestisce oltre 150 scali l’anno nei porti di Palermo,
Messina e Siracusa.
La MSC - Mediterranean Shipping Company S.A. è la prima compagnia di gestione di
linee cargo a livello mondiale; dispone di 900 navi portacontainer e movimenta
annualmente 27 milioni di TEU (unità-container equivalente a venti piedi). La
compagnia è presente in 155 paesi con 493 uffici, 70.000 dipendenti, 500 porti
scalati, 200 rotte commerciali. Secondo i dati più recenti, MSC gestisce il
20,6% del traffico marittimo mondiale, seguito dalla Maersk con il 14,1%.
Attraverso la Terminal Investment Limited (TIL), MSC controlla o partecipa alla
gestione di decine di terminal strategici nei principali “gateway” marittimi
mondiali. Parallelamente, ha rafforzato la propria presenza nella logistica
terrestre, nei servizi ferroviari, nel trasporto intermodale e nelle attività
portuali. In Italia il gruppo MSC gestisce il transhipment nel porto di Gioia
Tauro (Reggio Calabria) e attraverso la Marinvest S.r.l. controlla diversi
terminal portuali, tra cui Napoli, La Spezia, Civitavecchia, Genova, Catania,
Venezia e Brindisi.
A capo dell’holding MSC ci sono i coniugi Gianluigi Aponte (originario di
Sant’Agnello, Napoli e naturalizzato svizzero) e Rafaela Diamant Pinas (doppia
cittadinanza, svizzera e israeliana). Secondo la rivista Forbes, nel 2025
Gianluigi e Rafaela erano in possesso di un patrimonio di circa 75 miliardi di
dollari, classificando il primo al 44º posto tra gli uomini più ricchi del
pianeta e la moglie al primo tra le donne. Gianluigi Aponte ha iniziato la sua
carriera come capitano di traghetti passeggeri nel golfo di Napoli.
Successivamente si è trasferito a Ginevra per operare nel settore bancario
all’interno della società IOS (Investors Overseas Services), di proprietà del
finanziere plurimiliardario Bernard “Bernie” Cornfeld, nato ad Istanbul,
Turchia, da padre ebreo rumeno e madre ebrea russa. Nel 1969, dopo aver ottenuto
un finanziamento dai genitori della moglie Rafaela, Gianluigi Aponte acquistò la
sua prima nave da carico, “Patricia” con cui avviò attività di import-export in
Corno d’Africa. Da quel momento l’ascesa dell’armatore è stata inarrestabile:
nel 1988 ha acquisito la storica società di navigazione Flotta Lauro-Starlauro
per fondare una linea di crociere sussidiaria, MSC Crociere. Sempre nel 1988,
Aponte diede vita alla divisione logistica di MSC per il servizio di trasporto
terrestre globale. Dodici anni dopo fu fondata la Terminal Investment Limited
(TiL) per operare in tutto il mondo nel settore della gestione di terminal
container.
Nonostante si parli e si scrivi un po’ ovunque di “gruppo Aponte”, alla
realizzazione e al consolidamento dell’impero economico-finanziario ha dato un
contributo fondamentale Rafaela Diamant Pinas, la “self-made woman più ricca del
mondo”, così come viene descritta da alcune testate giornalistiche. “Figlia di
un banchiere israeliano con sede in Svizzera, Rafaela è donna forte e
determinata; ed è la donna senza la quale la compagnia di navigazione MSC non
avrebbe avuto il successo che ha avuto”, scrive Io donna. Gianpiero Aponte e
Rafaela Diamant Pinas hanno avuto due figli, Diego e Alexa, rispettivamente
presidente del gruppo e direttrice finanziaria di MSC. A fine 2025 i coniugi
hanno deciso di trasferire a Diego e Alexa Aponte la proprietà di tutte le
società. Gianluigi Aponte ha mantenuto comunque il ruolo di executive chairman.
MSC e il genocidio del popolo palestinese
Come documentato e denunciato da BDS Italia (la sezione italiana del movimento a
guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro
Israele), MSC è direttamente coinvolta nella logistica di guerra e nel genocidio
dei palestinesi della Striscia di Gaza. L’MSC opera nello stato sionista dal
1990 e attualmente muove da qui 600.000 TEU di merci all’anno. “Esistono
collegamenti rapidi e diretti da Israele a qualsiasi altra destinazione
europea”, sottolinea MSC. “I servizi europei regolari e di trasporto marittimo a
corto raggio di MSC fanno scalo settimanalmente ad Haifa e ad Ashdod”.
Altrettando inscindibili i legami di MSC con Israele nel settore crocieristico.
La Mediterranean Shippin Company offre due distinti itinerari per visitare lo
Stato sionista e alcune località palestinesi della West Bank, ovviamente senza
mai ricordarne l’occupazione illegale; negli spot pubblicitari Gerusalemme viene
descritta inoltra come “capitale di Israele”.
Il conflitto scatenato da Israele nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023
non ha limitato o ridotto le operazioni del gruppo MSC da e verso Israele. “La
società ha fornito servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi
clienti in Israele e continua a effettuare scali regolari nei porti israeliani
senza interruzioni”, scrive BDS Italia. “Con lo scoppio della guerra, la
direzione dell’azienda in Israele si è dedicata al trasporto di attrezzature
militari e mediche essenziali, nonché al trasporto di progetti speciali da
destinazioni in tutto il mondo, essenziali per rafforzare le capacità di
combattimento e di sicurezza”. Inoltre MSC ha deciso di non imporre sovrapprezzi
di guerra ai propri clienti, nonostante le compagnie assicurative abbiano
aumentato i premi per le navi che fanno scalo in Israele, né ha riscosso le
spese di sosta prolungata dei container nei porti israeliani a seguito della
riduzione del personale richiamato al fronte.
Tra i principali porti del Mediterraneo utilizzati da MSC per il trasporto di
sistemi d’arma e attrezzature strategiche c’è quello di Gioia Tauro. Il 18
giugno 2024 ha fatto scalo nell’hub calabrese la nave cargo MSC “Arina”, posta
subito sotto sequestro dalle forze dell’ordine poiché trasportava un ingente
materiale bellico all’interno di alcuni container provenienti dalla Cina. Nello
specifico venivano individuati droni del tipo “Chengdu Wing Loong II”,
modificati con un sistema di collegamento dati Thales e ottiche israeliane. I
sistemi di guerra erano destinati alle forze militari libiche di Bengasi,
guidate da Khalifa Haftar. Il 28 giugno 2024, sempre nel porto di Gioia Tauro,
la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno posto sotto sequestro un
carico di armi a bordo della portacontainer MSC “Apolline”, anch’esso destinato
alle milizie libiche del generale Haftar.
Relativamente alla Israele connection di MSC - Mediterranean Shipping Company è
opportuno menzionare quanto documentato dalla giornalista Linda Maggiori,
autrice del volume “La flotta del genocidio”, pubblicato da Altreconomia nel
dicembre 2025. “Durante il genocidio, MSC ha continuato a fornire servizi di
trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e ad
effettuare scali regolari nei porti israeliani, senza interruzioni”, scrive
Maggiori. L’autrice si è soffermata in particolare sulle rotte che collegano
alcuni porti italiani a Israele, attraverso il mare Adriatico e il Tirreno: la
Linea A della MSC che collega Koper, Trieste, Venezia, Haifa ed Ashdod; la
Israel Feeder da Gioia Tauro ad Ashdod e Haifa e ritorno al porto calabrese via
Beirut (Libano), Izmit e Tekirdağ (Turchia), Port Said (Egitto).
A seguito di una segnalazione della stessa giornalista e di BDS Italia e USB
Calabria, il 18 marzo 2026 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del
terminal di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container
con una partita di acciaio balistico proveniente dall’India. Gli
otto container avrebbero fatto parte di un carico molto più grande di acciaio
partito dall’India tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026 su quattro diverse
navi cargo della compagnia MSC. Le ispezioni hanno accertato che l’acciaio era
stato prodotto dall’acciaieria indiana RL Steels & Energy Ltd., che nel suo sito
rivendica una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”. La
stessa azienda a novembre 2025 aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso
militare alla fabbrica di armi IMI Systems, di proprietà di Elbit System, che si
trova a Ramat HaSharon in Israele.
Sui traffici di materiale militare verso Israele si è soffermato il rapporto sui
traffici di armi e carburante dall’Italia verso Israele, pubblicato nel marzo
2026 dal Palestinian Youth Movement e dai Giovani Palestinesi in Italia (GPI).
Secondo le due organizzazioni, a partire dall’ottobre 2023 almeno 22 spedizioni
militari sono partite dai porti italiani dirette in Israele, di cui 18 destinate
al gruppo militare-industriale Elbit Systems e alle sue filiali. “La maggior
parte dei carichi è stata imbarcata nei porti di Ravenna e Genova, con una
spedizione aggiuntiva partita da Venezia e un’altra da Salerno”, scrivono i
giovani palestinesi. La maggior parte delle navi mercantili associate a
spedizioni dai porti italiani verso Israele sono di proprietà della MSC -
Mediterranean Shipping Company e della controllata MSC Shipmanagement Ltd.: si
tratta delle MSC “Adriana II”, “Asli II”, “Caitlin II”, “Edith II”, “Lea II”,
“Melani III”, “Mia Summer II”, “Nita” e “Rhiannon”.
Il 20 aprile 2026, tredici imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in rotta
verso la Striscia di Gaza, dopo la partenza dal porto di Barcelona, si sono
sganciate dal resto della flotta nonviolenta per intercettare e deviare la MSC
“Maya” in navigazione a largo delle coste della Tunisia per dirigersi verso i
porti di Ashdod e Haifa. Secondo gli attivisti della Global Sumud Flotilla,
l’unità del gruppo Aponte stava trasportando “materie prime fondamentali per
alimentare la macchina bellica israeliana”. Gli scioperi e le azioni dirette dei
portuali in tutto il Mediterraneo e le operazioni di “blocco navale” promosse
dalla Flotilla hanno posto all’attenzione internazionale le gravissime
responsabilità di MSC nell’alimentare le operazioni belliche israeliane in tutto
lo scacchiere mediorientale e la campagna genocidiaria contro il popolo
palestinese. Ma, soprattutto, hanno segnato una direzione chiara e netta verso
cui indirizzare gli sforzi della comunità mondiale che solidarizza con le
sorelle e i fratelli gazawi e chiede la fine immediata dei massacri e il ritiro
di Israele dai territori illegalmente occupati. Fermare tutto a partire dai
centri della logistica di guerra e di morte, boicottare, disinvestire e
sanzionare le holding e i gruppi finanziari, economici e industriali che
moltiplicano profitti e dividendi sul sangue dei palestinesi. MSC in testa con
il suo terminal hub a Messina del crocierismo mangia, distruggi e fuggi…
Articolo pubblicato in Le Siciliane. Casablanca, n. 92, luglio 2026
Con Lorenzo Tecleme, autore del libro “Storie di (ordinario) capitalismo
selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it, partiamo dalla crisi del
2008 per descrivere il percorso che ha portato l’economia all’oligarchia
tecnocratica che viviamo oggi. Cosa significa oggi tecnofeudalesimo? Come si
configura il capitalismo della Silicon Valley con le destre globali?
E poi che cosa ci raccontano questi mutamenti sul futuro del lavoro umano? La
nuova frontiera dell’accumulazione è infatti l’intelligenza artificiale, di cui
non si deve dimenticare la materialità del lavoro che la sorregge e le
condizioni di lavoro e il suo mantenimento che attualmente questo modello
richiede. Siamo disposti ad accettare l’enorme danno ambientale di una
tecnologia così asservita al bellico da essere definita da Alex Carp come il
futuro della deterrenza, paragonabile alla bomba atomica.
Siamo di fronte in ultimo ad una rinnovata società del controllo, rappresentata
fisicamente dai nuovi progetti di Data Center che costellano il territorio
italiano, previsti solo a Torino nel quartiere di Lucento, alle spalle della
ThyssenKrupp, dover per la sua costruzione si è rinunciato alla costruzione di
uno studentato, o il progetto per circa 4 miliardi di euro che approderà a
Vercelli, per fare un’altro esempio, mentre altri sono in arrivo targati Avio,
Bbbell, Enel e, soprattutto, Hines, che prepara un maxi progetto con la
costruzione di sei edifici alti 30 metri a due passi dall’aeroporto.
Estratti dalla puntata del 28 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE
Torniamo a parlare delle multiformi reti sioniste di diplomazia tecnomilitare e
manipolazione politica.
Partiamo dalle interferenze agite tramite operazioni dalla rete spionistica
israeliana, non tramite il Mossad o la capillare struttura di cyberguerra, ma
attraverso una struttura di intelligence privata come Black Cube, che avevamo
già visto all’opera nelle ultime elezioni in Slovenia (marzo 2026).
Andiamo quindi a osservare quanto recentemente emerso grazie al lavoro di Middle
East Eye sull’utilizzo di una vera e propria brigata di influencer stranieri
arruolati da Israele per le proprie campagne di guerra di informazione (note:
Middle East Eye, sito di inchiesta e approfondimento britannico, era stato
coinvolto in un cyber attacco nel 2020, dove era emerso il ruolo della compagnia
israeliana Candiru).
Concludiamo ritornando su tema già affrontato in passato: le reti di diplomazia
militare-industriale intessute da colossi israeliani come Elbit Systems (con
l’emiratina Edge Group) o Israel Aerospace Industries (con l’americana Palladyne
AI), ma soprattutto osservando l’avanzamento formale dell’integrazione militare
tra Israele e USA sancito a fine luglio 2026.
NUCLEARE SAUDITA TRA GEOPOLITICA E GEOTECNOLOGIA
A margine cerchiamo di gettare uno sguardo sulla questione del nucleare Saudita:
il via libera, stabilito in modo univoco dagli USA di Trump, per lo sviluppo di
un programma nucleare “civile” senza alcuna supervisione da parte dell’Aiea, il
potenziale ingresso in scena di una seconda potenza nucleare in quel quadrante,
ma anche un fenomeno connesso alla geopolitica dell’AI.
GRAPHENE_OS E DURESS PASSWORD
Samuel Tunick, cittadino statunitense attivo nel movimento contro Cop City ad
Atlanta, è sotto accusa per aver fornito agli agenti del Customs and Border
Protection una “duress password” che ha cancellato i dati del suo telefono. Un
persona fermata nel limbo giurisdizionale dell’aeroporto, a cui viene chiesto di
consegnare il telefono per analizzarne i contenuti, che fornisce una “password
di autodistruzione” e finisce sotto accusa per essersi autodifeso.
Fondi pubblici e capitali privati stanno alimentando la crescita della defence
tech statunitense. Ecco chi scommette sulle aziende che sviluppano sistemi
d'arma autonomi, un settore sempre più vicino al mondo Maga
L'articolo Armi autonome: la corsa all’oro dopo il vertice Nato di Ankara
proviene da IrpiMedia.
Estratti dalla puntata del 20 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
REPRESSIONE, LETALITÀ, SDOGANAMENTI E COMPRESSIONI
Un omicidio di Stato come quello di
Abderrahim Fakir a Bologna, la possibilità di inneggiare a un assassino per
vendetta privata fino a proporne la candidatura, venire denunciati per aver
espresso vicinanza alla resistenza palestinese e alla conflittualità anarchica.
Cosa ci dice tutto questo?
AI MILITARI: BLACK SKY E THE FOURTH LAW
Iniziamo con una riflessione sulle interferenze dell’AI applicata alla letalità
su un piano tecnico, etico e giuridico.
Il recente contratto siglato dal Pentagono con Black Sky (AI per l’analisi di
immagini satellitari applicate alla selezione dei bersagli e alla valutazione
dei danni post-attacco) e i processi di integrazione di AI all’interno di
sistemi d’arma tradizionali, ci descrivono segmenti diversi di automazione in
ambito militare, all’interno dei quali la velocità di elaborazione decisionale e
di applicazione della letalità (sensor-to-shooter) sono un elemento centrale.
Cosa resta dell’umano all’interno della kill chain?
The Fourth Law (nome decisamente ispirato alla Quarta Legge della robotica di
Isaac Asimov) è un’azienda ucraina fondata da Yaroslav Azhnyuk, il cui prodotto
di punta è TFL-1: un kit per trasformare droni commerciali in killer robots.
AI E ESERCITI NON-STATALI
Grazie a una ricerca dell’Università di Cambridge, emerge l’utilizzo di chatbot
da parte di Boko Haram: non solo propaganda, ma guida concreta per
l’addestramento e la realizzazione di attacchi.
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha
fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello
G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il
tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla
multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle
forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai
sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti
attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni
ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice
leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego
militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale.
I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso]
come si presentano nel sito web di L3Harris
(https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31
).
Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di
rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è
saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e
nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per
le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto
paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per
l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3
Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende
estere.
Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di
6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole.
Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in
un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi
della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e
Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione
famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del
capitale della Srl).
Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture
alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra
i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo
molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui
social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad
AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la
sicurezza, a partire dall’ottobre 2020.
La scheda tecnica pubblicata dal Comando delle Forze Speciali dell’Esercito
(COMFOSE)
relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto
in Italia da Selenia 2000.
Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione.
Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari
Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000
ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto
delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la
stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who
profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart
Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella
Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte
testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per
colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la
deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento
britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ).
Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia
opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari
utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni
della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che
i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana
con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei
crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris,
produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele
sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei
bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi
commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI
Israel Aerospace Industries.
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli
Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI.
“Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e
tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa
dell’ateneo siciliano. “Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che
rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi
basati sull'intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia
tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni”.
Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che
contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le
piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di
alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche
in caso di blackout o guasti.
“Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private
Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di
intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro”, aggiunge l’ufficio stampa
di UNIPA. “La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i
processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è
predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo.
Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza
dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la
tutela della riservatezza delle informazioni”.
L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI
anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche
amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. E’ stato
avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza
Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più
elevati per questo tipo di infrastrutture.
Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro
mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE
Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian
Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri
dall’Università.
L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5
milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per
il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di
ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva
paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio
interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e
militare.
Ovviamente anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e
politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non
potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale,
sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa.
Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e
della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per
i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico
una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale
negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il
governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane.
L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo
“Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo
palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale
all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari
Pietro Paolo Corso, Fabrizio D'Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la
piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e
Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale
dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring,
Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei
relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo,
l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza
stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in
collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader
nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT.
La netta vocazione di HPE - Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca
e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella
pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede
a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. “Offriamo soluzioni
e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e
della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e
resiliente”, vi si legge. “Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e
all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto
logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone,
preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della
missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni
fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain
militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento
giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili”. Cloud e
AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane.
Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il
coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne
di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. “HPE è
complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di
insediamento a Gaza e in West Bank”, denuncia BDS Italia, organizzazione a guida
palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro
Israele. “HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari.
HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione
israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP
e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti
con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che
riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti
di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il
Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e
l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia
israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei
diritti umani perpetrate da entrambi”.
Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva
stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma
dello Stato sionista di Israele.
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI
Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della
Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la
sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali”
[come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione
impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare
in Italia.
In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del
professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno
studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista
diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può
scaricarlo a questo link:
Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni
ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni
senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei
nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”.
Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per
quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse
che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come
Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA
NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei
beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The
Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di
banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano
159.000 persone.
Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro
di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro
realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami
(direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI)
scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno
2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che
salgono a 159.000 considerando l’indotto”.
Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta
buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per
convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che
sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria
militare in Italia.
Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione
Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The
European House Ambrosetti del settembre 2025).
Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi
Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati
sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e
nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre
fonti.
Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per
l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati
dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella
indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente.
Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le
autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di
euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri
intorno ai 16 miliardi di euro”.
Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il
fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira
intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante
dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano
ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega
direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con
un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e
i 180.000 lavoratori”.
Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se
l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di
Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero
settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per
occupati superano sicuramente il 90% del settore.
Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30
anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La
realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto
(2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente
la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per
nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e
accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto
persino ai più piccoli “enti del terzo settore”…
Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei
dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha
pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale
della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati
diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi,
continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA.
Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in
Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto
oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto,
questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati.
Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024
(pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la
propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]”
Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle
Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle
operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione,
importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che
le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20
miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale
registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41%
è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali
d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al
2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di
lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le
64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica
questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al
60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero
settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa
ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare.
Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e
dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le
Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato
aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile
interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati
delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle
54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo
0,3% del PIL italiano.
Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel
rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di
145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A
maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica
la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della
Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio
medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai
50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità.
A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi
Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri
che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria
siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di
studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a
livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto,
ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto
l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia
il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello
nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia.
Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output”
elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di
coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati
nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli
investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati
diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e
sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni
coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile
del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura.
L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso
in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai
lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato.
Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di
consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre
fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in
campo militare.
Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico
della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore
occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600).
L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale
del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un
moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva
un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso
l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti).
A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai
714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000
lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e
400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono
anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso
improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e
occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar
dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo.
Conclusione
I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono
una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il
dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che,
consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli
attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da
alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online.
Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai
50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i
numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per
uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi”
che transitano dal porto di Marina di Carrara.
In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile
(riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel
rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente
applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale
(diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in
meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%).
In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti +
indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto
nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%).
Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce
armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per
scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati
di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è
nudo”.
1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel
giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della
sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa.
Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai
menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e
Sicurezza in Italia.
2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo
scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di
Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se
l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.