Torino è divisa. La tensione profonda che attraversa la città può essere colta
come guerra civile, condizione immanente e permanente della forma moderna della
relazioni sociali: una lotta intestina e costante tra modi di esistenza
incompatibili, dove la pacificazione urbana esige una violenza sociale costante,
razzista, classista. Questa violenza non si esaurisce nella repressione
esplicita, nella polizia in senso stretto, ma comprende tutte le pratiche e i
discorsi apparentemente “pacifici” attraverso cui la macchina urbana definisce,
confina e rimuove dallo spazio tutte le presenze considerate eccedenti e
pericolose. La coesione civile emerge come effetto di questa violenza,
continuamente messo alla prova dalla presenza, dentro alla città, di popolazioni
percepite come irriducibili o ostili al suo ordine.
Alle Basse di Stura la guerra civile dall’alto verso il basso mostra il suo
volto più crudo: discarica tossica e umanità in eccesso, veleno industriale e
sgomberi, la modernità che produce scarti e poi li ricicla o li sacrifica, per
creare altro valore e altra polizia. Eppure, conserva anche la possibilità di
guerra civile dal basso contro l’alto: l’illegalismo abitativo, le resistenze
agli sgomberi, sfidano l’ordine della proprietà e della sicurezza, sono forme di
no n-sottomissione e conflitto praticate da chi è tagliato fuori dalla città.
Ne parliamo con Manuela Cencetti, autrice di “Sgomberi Dolci. La violenza contro
campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative” (Eris, 2026). Un libro che
smaschera quarant’anni di guerra urbana contro i poveri “cattivi”, condotta
anche dalla sinistra e dal terzo settore – i “buoni”, con la loro retorica
partecipativa che nasconde la spietata logica securitaria di una città in
guerra.
Affari d'oro per Leonardo e aziende americane del settore. Bisogna proteggere
Gaza, che sarà trasformata in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi
turisti
Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di
Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo
Leonardo SpA..
A fine gennaio, il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America ha
approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad
Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per
elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma
di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.
Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump
dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente
violato dalle forze armate israeliane.
Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la
formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da
Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò
pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.
Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la
definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di
dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E”
e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme
addestrative e interventi logistici e di manutenzione).
Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industriali Boeing e Lockheed
Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie
capacità d’attacco aereo di precisione.
Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli
tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e
attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM General LLC., mentre il
personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione
e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.
Il Dipartimento della difesa prevede inoltre un intervento del valore di 740
milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in
dotazione alle forze israeliane dal 2008.
Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi
di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri
leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente
controllata dalla holding italiana Leonardo SpA..
Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele
“Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti
missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco,
al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso),
alla vigilanza e sicurezza, ecc..
I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024.
Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati
alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea
di Hatzerim, nel deserto del Negev.
Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre
2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Difesa Usa. Inizialmente era
prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un
pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri
equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.
Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting
Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri
quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda
italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la
manutenzione degli elicotteri.
I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire
ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di
Tel Aviv a fine dicembre 2025.
Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica
Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di
dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St.
Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.
Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al
mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo stato sionista
abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.
Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio
della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di
21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 4 febbraio 2026,
https://www.africa-express.info/2026/02/04/trump-autorizza-forniture-darmi-per-7-miliardi-di-dollari-destinazione-israele/
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le
atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la
popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però
queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo
assurdo turismo.
Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del
linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a
un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre.
Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di
Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine
settimana.
Il 29 gennaio il Parlamento bulgaro ha ratificato l’accordo sottoscritto dal
governo di Sofia e da quello italiano per la realizzazione e l’uso congiunto di
una grande infrastruttura bellica nei pressi del villaggio di Yambole, Kabile,
nel sud-est del paese.
La nuova base sarà simile all’area addestrativa bulgaro-statunitense di Novo
Selo che viene impiegata dal Battle Group NATO operativo in Bulgaria in funzione
anti-Russia. A Yambole sarà insediata un’intera brigata multinazionale con la
possibilità di ospitare fino ad ‘intera divisione di 3.000 unità.
La ratifica dell’accordo è stata votata a larghissima maggioranza; contrari solo
il gruppo di minoranza filo-russo Vuzrazhdane e due piccoli partiti
nazional-populisti, Mech e Velichie.
Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa bulgaro, Atanas Zapryanov,
la progettazione dell’installazione sarà affidata alla Nato Support and Services
Agency. “A Kabile saranno realizzate solo le facility per alloggiare ed
addestrare i reparti militari, più alcuni impianti sportivi”, ha aggiunto
Zapryanov. “I depositi di armi e munizioni per le esercitazioni saranno invece
dislocati a distanza dalle aree abitate dalla popolazione e dalle caserme. Si
esclude dunque lo stoccaggio di munizioni o di altri materiali pericolosi”. Ad
oggi non è noto l’ammontare delle spese previste per la base.
Il testo dell’accordo di cooperazione con le autorità italiane era stato
approvato dal gabinetto dei ministri il 13 agosto 2025. “La costruzione delle
infrastrutture militari nel territorio del distretto di Kabile è un passo
strategico in vista del rafforzamento delle capacità di difesa della Repubblica
di Bulgaria e della Nato”, riportava il testo sottoscritto dal governo di Sofia.
“Il programma è svolto per adempiere agli impegni della Repubblica di Bulgaria
quale membro della North Atlantic Treaty Organization, e consentirà di ospitare
e supportare il Multinational Battle Group della NATO, con la possibilità di una
sua espansione”.
L’accordo bilaterale italo-bulgaro è stato sottoscritto il 24 dicembre 2025 in
occasione della visita in Bulgaria del ministro della Difesa Guido Crosetto. La
firma è avvenuta all’interno della 22nd Air Base di Bezmer, scalo strategico
dell’Aeronautica militare bulgara e della NATO.
Secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali, “l’accordo sancisce le
responsabilità dell’Italia per l’assemblaggio e l’insediamento degli edifici
residenziali, degli uffici, delle infrastrutture, degli alloggi e dei relativi
servizi, e l’opportunità di intraprendere i lavori di costruzione necessari,
anche con l’impiego delle sue forze armate”.
Le opere saranno realizzate in due fasi: nella prima si assicureranno quelle per
il dislocamento temporaneo delle truppe, mentre nella seconda si costruiranno le
infrastrutture per lo stazionamento permanente del Multinational Battle Group.
“Anche la Bulgaria contribuirà finanziariamente al progetto attraverso specifici
investimenti”, ha dichiarato il portavoce del governo bulgaro. “Accordi tecnici
aggiuntivi e annessi tra le due parti saranno sviluppati successivamente”.
Nel corso della sua visita in Bulgaria, il ministro Crosetto ha discusso con il
collega Atanas Zapryanov le modalità di un ulteriore rafforzamento della
cooperazione in campo militare. “Soddisfazione è stata espressa dal ministro per
la firma dell’Accordo per realizzare e gestire congiuntamente le infrastrutture
nell’area di Kabile”, riporta la nota stampa della Difesa. “Crosetto ha
ringraziato per il supporto fornito al contingente italiano presso la Novo Selo
Training Area, dove l’Italia opera al comando del Multinational Battle
Group. Condivisa la volontà di rafforzare la collaborazione in ambito operativo,
addestrativo e formativo, con particolare attenzione alle minacce ibride anche
nell’ottica di un’auspicata cooperazione strategica nel settore dell’industria
della difesa. Positiva la valutazione del dispositivo sul fianco Est
dell’Alleanza, con conferma di una postura ferma e orientata alla prevenzione
delle escalation”.
Dopo l’incontro con la controparte, Guido Crosetto ha partecipato alla messa e
al pranzo natalizio con i militari italiani presso la base di Novo Selo. Dal
2022 l’Esercito Italiano è impegnato in Bulgaria nella missione NATO “Enhanced
Vigilance Activity (eVA)”, guidando il Multinational Battle Group, iniziativa
voluta dall’Alleanza per “rafforzare la deterrenza e la difesa sul fianco est a
seguito dello scoppio delle ostilità tra Russia ed Ucraina”. Nell’ambito della
missione NATO le unità italiane Italiano svolgono anche attività addestrative
congiunte con l’Esercito bulgaro e di altri paesi alleati. Attualmente l’Italia
schiera in Bulgaria 740-750 militari dell’82° Reggimento di fanteria “Torino”
della Brigata Pinerolo dell’Esercito.
Il Battle Group inter-alleato schiera complessivamente 1200-1300 militari. Nei
piani NATO il battaglione dovrebbe essere elevato a brigata, con 5.000 unità. Da
qui l’esigenza di realizzare una nuova grande base a Kabile.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 2 novembre 2026,
https://pagineesteri.it/2026/02/02/medioriente/sorgera-in-bulgaria-la-prima-base-militare-italiana-in-est-europa/
Nonostante i negoziati in corso ad Abu Dhabi la guerra in Ucraina continua con
attacchi russi sempre più massicci alle infrastrutture energetiche, in
particolare i nodi di distribuzione dell’energia coinvolgendo tutte le aree del
paese .
La guerra d’attrito russa sta logorando le forze ucraine sul campo ma anche la
resistenza dei civili su cui sta pesando la strategia russa contro le
infrastrutture che incrina il sostegno a Zelensky . Le parti rimangono ferme
sulle loro posizioni ,gli ucraini vorrebbero congelare il fronte in una
situazione alla “coreana “,mentre i russi chiedono il riconoscimento
internazionale dei territori conquistati . Rimane la variabile dei “volenterosi”
che aspirano a schierarsi sul territorio ucraino a tregua dichiarata contro la
volontà esplicita di Mosca. Le prospettive sono di una continuazione della
guerra nonostante i colloqui in corso e probabilmente saranno le condizioni sul
campo a condizionare gli esiti della guerra molto di più delle trattative.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio analista di strategia militare e curatore
del canale telegram “War room”
E’scaduto il 5 febbraio il trattato per il contenimento degli armamenti
strategici New START, ultimo accordo siglato tra Washington e Mosca sulla
proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero
di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora
la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA
continuano a proporre la stesura di un nuovo accordo .
C’è un terzo incomodo ,la Cina ,divenuta una potenza nucleare in ascesa che gli
Stati Uniti vorrebbero coinvolgere, secondo le dichiarazioni di Rubio ,in una
nuova versione allargata del trattato. Il “new start” siglato dai presidenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev, stabiliva per entrambe le parti un massimo di
700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori,
schierati e non, per questi vettori. Inoltre prevedeva ispezioni e scambio di
notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Era l’ultimo di una serie di
accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato
il 31 luglio 1991 a Mosca da W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla
dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Stati Uniti e Russia possiedono oltre l’80 per cento delle testate nucleari
mondiali. La scadenza dell’accordo implica la fine dello scambio di informazioni
riguardo ai rispettivi arsenali e mette fine alle ispezioni reciproche e segna
anche la fine del sistema M.A.D. mutual assured destruction per cui ogni
utilizzo di ordigni nucleari da parte di uno dei due opposti schieramenti
finirebbe per determinare la distruzione sia dell’attaccato che dell’attaccante.
La conclusione di New START potrebbe condizionare anche la revisione, prevista
nei prossimi mesi alle Nazioni Unite, del più generale Trattato di non
proliferazione nucleare, in vigore dal 1970 e ridiscusso ogni cinque anni. Il
principio alla base del trattato è che gli stati non dotati di armi nucleari si
impegnano a non acquisirle, a condizione che gli Stati dotati di armi nucleari
compiano sforzi in buona fede per il disarmo.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di questioni strategico militari
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante.
Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici
italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e
ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario
né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di
viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle
III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia
e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato
da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena
logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e
dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera
infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand»
tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i
suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla
tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta
dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III»
che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod.
Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione
dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra.
Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una
proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione
di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità
etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo
perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta
la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi
giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa
proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua
vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo
di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né
l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno
organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione
che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane,
innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno
dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità.
Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle
autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il
commercio delle armi,
in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San
Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto
su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle
lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione,
il consumo di suolo, la turistificazione.
Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta
crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una
frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a
Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos,
infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne
paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa
che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati
alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos,
che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella
che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale.
Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry
si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto
l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità,
la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del
territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il
Ponte sullo stretto.
Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di
chi conosce e cura la terra in cui abita.
Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione
civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi
turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
Il 29 gennaio il Parlamento bulgaro ha ratificato l’accordo sottoscritto dal
governo di Sofia e da quello italiano per la realizzazione e l’uso congiunto di
una grande infrastruttura bellica nei pressi del villaggio di Yambol, Kabile,
nel sud-est del paese. La nuova base sarà simile all’area addestrativa
bulgaro-statunitense di Novo Selo che viene impiegata dal Battle Group NATO
operativo in Bulgaria in funzione anti-Russia. A Yambole sarà insediata
un’intera brigata multinazionale con la possibilità di ospitare fino ad ‘intera
divisione di 3.000 unità.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo
Ascolta a diretta:
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale
dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che
sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in
Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno
protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la
logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare
le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle
condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a
questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di
guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero:
6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata
internazionale di azione congiunta dei porti
I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del
Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e
lotta il 6 febbraio 2026.
In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti
europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte
dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno
insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni,
convocata sulle seguenti motivazioni:
per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi
da qualsiasi coinvolgimento nella guerra;
per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni,
diritti e condizioni di salute e sicurezza
per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in
Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo
commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali;
per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e
dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche;
per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e
automazione dei porti.
Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno:
Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno
Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori
Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste
Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale)
Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso
Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti
Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto
Bari – ore 16:00 – Terminal Porto
Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto.
Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia
Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto
Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei
dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio:
Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale
del porto
Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso
principale del porto.
Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto
Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto
Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto
Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da
confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto).
Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC
(International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e
la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM.
Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite
gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici:
Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il
terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano.
Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del
porto di Brema.
Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto
commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la
Palestina e indipendenti.
Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando
molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America
che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore
Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del
“Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto
la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti
degli scioperi generali al grido ICE OUT.
In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del
6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà
alle 4 del pomeriggio.
Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori
petroliferi del Brasile.
Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà
disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze
nazionali e internazionali.
Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la
dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le
aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra
mettendo insieme più sindacati di più paesi.
Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può
mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i
lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo.
La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si
terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un
evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie.
Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si
occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di
più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità
immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di
questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo
considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi
all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per
analizzare il fenomeno.
Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6
febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare,
subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni
presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un
provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il
licenziamento diretto.
Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di
lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma
dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso
del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali.
L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci,
avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in
carico la vertenza.
Buon ascolto
Doppia missione simultanea di US Air Force e NATO dalla Sicilia stamani martedì
3 febbraio 2026.
Un aereo radar E-3A Sentry AWACS della NATO dopo essere decollato dalla base di
Trapani Birgi ha raggiunto la Polonia orientale per monitorare lo spazio aereo
ucraino.
Nelle stesse ore è decollato da Sigonella un drone RQ-4B Global Hawk in
dotazione all'Aeronautica Militare degli Stati Uniti d'America che si è poi
posizionato in volo sul Mar Nero.
Non era mai accaduto che le due maggiori installazioni militari USA e NATO
esistenti in Sicilia operassero congiuntamente per attività di intelligence e
sorveglianza anti-Russia a sostegno delle forze armate ucraine.
Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 3 febbraio 2026,
https://www.stampalibera.it/2026/02/03/la-sicilia-va-alla-guerra-in-ucraina-oggi-doppia-missione-simultanea-di-us-air-force-e-nato-dalla-sicilia/
Partendo dalla macchina della condanna messa in moto dal mondo politico dopo i
fatti di sabato scorso a Torino, in questa puntata di Macerie su Macerie
proviamo a riflettere sul legame tra l’inasprimento delle politiche securitarie,
la loro propaganda e il concetto di guerra civile. Per chiarire meglio questo
tema complesso, dialoghiamo con una compagna che vive negli Stati Uniti e che,
seguendo questa chiave di lettura, ci racconta cosa sta succedendo oltreoceano.
Con “guerra civile” non intendiamo il classico scontro tra due parti
contrapposte sullo stesso territorio, ma una forma di conflitto diffuso, interno
agli Stati e senza regole chiare, caratterizzato da una violenza potenzialmente
senza limiti, tipica delle società contemporanee. Può sembrare un paradosso, ma
è proprio nelle società che appaiono meno conflittuali che questo tipo di
violenza si diffonde più facilmente. E quando invece il conflitto sociale
emerge, mette in crisi le immagini e i discorsi ormai logori con cui politica e
media spiegano solitamente la violenza endogena. La guerra civile, quindi, non è
un’eccezione marginale, ma una dimensione strutturale che attraversa ogni ordine
politico, anche quelli che si presentano come stabili. Prenderla sul serio
significa riconoscerne il suo ruolo centrale, teorico e storico, nel mostrare il
rapporto consustanziale tra guerra e politica, svelando come il diritto non sia
un argine, ma a volte una maschera ideologica, altre uno strumento di
repressione esplicita di alcuni movimenti dentro alle società che non seguono il
suo corso.