la guerra è una merda

Come e perché il Rugby italiano va alla guerra…
 Per l’Italia della palla ovale le migliori alleate si confermano le forze armate e le grandi aziende produttrici di armi e sistemi bellici. Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al servizio della collettività”. A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo Vaccari. “L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia. Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito” una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative, tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le attività. “L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali, fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby, nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”. L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023. Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino “Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera. Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in quota”. “Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”. Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17 (Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti). Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito del “Guinness Six Nations”. “Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale, eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”. Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73, Italia 24. Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della “Folgore”. “Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del “Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch, alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a 17. Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale. L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare, la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%). “Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel 2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby. “Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”. Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo “non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni, contribuendo alla crescita individuale e collettiva”. Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la guerra in un paese sempre più armato e belligerante.
Cyberwarfare – la guerra “ombra” in Iran
Dall’8 gennaio 2026, dodicesimo giorno delle proteste in Iran, le autorità iraniane hanno imposto una chiusura quasi totale di Internet, uno scenario sempre più frequente nel mondo. Domenica un attacco hacker ha interrotto le trasmissioni della televisione di stato iraniana per mandare in onda un filmato in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià di Persia che ora vive in esilio negli Stati Uniti, in cui Pahlavi invita i militari a ribellarsi al regime iraniano. Insieme a Ginox, parliamo di Iran, delle proteste delle ultime settimane, del blocco di internet nel Paese, di cyberwarfare, e della prestigiosa Unità 8200, corpo di élite dell’esercito israeliano a cui sono demandate le azioni di controllo dello spazio cibernetico ed elettromagnetico a guardia dei confini invisibili dello stato ebraico. Citati nella puntata: Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran: dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025 – articolo di Ict Security Magazine Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Un report di Roja sulla recente insurrezione di massa Uprising is “genuine self-organisation by ordinary people” – Interview with members of Anarchist Front
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Italia-Israele. Le mani insanguinate. Le responsabilità italiane nel massacro dei palestinesi
  Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato. «L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie. È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso. Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione. Contro la cultura della morte Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise. Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani. Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile». Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024. Freedom flotilla Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese. È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti. La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi. Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria». Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni». Handala, il bambino di spalle A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi. Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi». Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa. «I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala». Genocidio, crimine collettivo «Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari». In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole. La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio. L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride. Armi e addestramento Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania. «In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo. Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani. Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza. Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto. Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti». Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike. Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco. In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti». Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente». Cyber security Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque. C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia». Banche, media, energia Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale». E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili». «Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati. Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni. Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi. Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio». Università e ricerca Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security. Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica. Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università. Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra». Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica. In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari». Shock economy Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali». E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili. Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».   Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni Consolata, https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/
Puntata del 20/01/2026@1
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Murat Cinar, giornalista, sull’evento dal titolo: “Il Rojava è sotto attacco”: EVENTO INFORMATIVO a TORINO, giovedì 22 gennaio 2026 alle ore 18 al Campus Einaudi. “COSA STA SUCCEDENDO IN SIRIA? Dal 6 gennaio il governo ad interim siriano di al-Jolani (che ha guidato prima al Nusra e poi affiliato ad al Qaeda, ora a capo delle HTS) sta attaccando brutalmente la popolazione civile, prima nei quartieri curdi di Sheikh Maqsud e Ashrafiya ad Aleppo, poi nelle città di Tabqa e Raqqa, e da poche ore anche la città di Kobane. L’intento è eliminare la popolazione curda (dopo drusi e alawiti) e l’esperienza rivoluzionaria dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord Est(DAANES), nei territori del Rojava (il Kurdistan siriano). La DAANES è una regione in cui diversi popoli – curdi, arabi, siriaci, turcomanni e altri – convivono pacificamente in un sistema di auto-governo basato sui pilastri del confederalismo democratico: democrazia radicale, ecologia sociale e liberazione della donna. Le Forza Democratiche Siriane (SDF) che ora difendono la DAANES sono le stesse forze che con YPG e YPJ combattevano l’ISIS dieci anni fa. Nonostante i diversi accordi per un cessate il fuoco tra HTS e SDF (Forze Democratiche Siriane), non si interrompono gli attacchi ai civili, agli ospedali, alle infrastrutture fondamentali della società della DAANES. La resistenza del Rojava e la proposta della DAANES sono un esempio nella storia dei popoli oppressi di una vita costruita su valori e principi di democrazia, giustizia e uguaglianza: per questo è necessario difendere la rivoluzione in Rojava! Parleremo meglio della situazione attuale, degli attori in campo e della vita nella DAANES questo giovedì.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della serata è stato quello delle lotte nel mondo della logistica piemontese, in particolare andiamo a trattare le vicende avvenute negli stabilimenti della Team Works di Biella, azienda in appalto al colosso BRT. Intervistando Max, coordinatore logistica USB del Piemonte, ci siamo addentrati nei dettagli della vicenda, ma abbiamo anche tracciato un quadro delle problematiche quotidiane dei drivers, costretti a stare alle regole date da contrattazioni stipulate tra aziende e sindacati confederali; dai comunicati di USB sul web: “Assemblea negata nei locali aziendali si trasforma in picchetto di protesta, che ha interrotto il transito delle spedizioni dalle 8 fino alle 11.30. USB chiedeva all’azienda Team Work srl, in appalto Bartolini, oltre il diritto di assemblea, la disponibilità a discutere l’orario di lavoro di 39 ore settimanali in luogo delle 42 stabilite dagli accordi e dal CCNL capestro a firma CGIL CISL UIL, ritmi di lavoro meno usuranti e nel rispetto della sicurezza, la cessazione delle ritorsioni agli iscritti USB operate attraverso sfilza di provvedimenti disciplinari. La lotta di USB contro lo sfruttamento negli appalti della logistica prosegue!” Buon ascolto
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USA-Leonardo-Israele: nuovi sistemi di intercettazione droni
Sono fabbricati dall’azienda israeliana Axon Vision e dalla Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in Virginia Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in Virginia. Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS). I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in scenari bellici. Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.), grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza Artificiale (AI). “L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale dell’esercito Roy Ritfin. “Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin. “Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza Artificiale”. L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana. “Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha dichiarato il management israeliano. “Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati principalmente nel contrasto anti-droni”. Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori ottici di propria produzione. Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di Axon Vision. Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov, Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel Defense Forces). Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico, IAI - Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente. Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness). Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90 della fanteria svedese. Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza. “Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni, velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di Israele. L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023).   Articolo pubblicato in Africa ExPress il 18 gennaio 2026, https://www.africa-express.info/2026/01/18/usa-israele-nuovi-sistemi-di-intercettazione-droni/
Guerra globale, capitale globale. Un approfondimento con Sandro Mezzadra.
Alla fine della pandemia, l’intensificarsi dei conflitti armati ha segnato una svolta: la guerra non appare più soltanto come l’esito della competizione tra Stati, ma come uno strumento centrale della riorganizzazione della globalizzazione. I conflitti armati diventano così parte integrante delle dinamiche del capitalismo globale, incidendo sulle catene di valore, sul controllo dei territori e sulla gestione delle popolazioni. Da una prospettiva rivoluzionaria, questa situazione impone una critica radicale della geopolitica quando riduce la guerra a un confronto tra potenze e oscura i rapporti sociali che la rendono possibile. La centralità assegnata agli Stati e ai blocchi geopolitici finisce per cancellare il ruolo del capitale, delle classi e delle forme di sfruttamento che attraversano i confini, normalizzando la violenza come dato inevitabile. In questo scenario, le possibilità di una politica di liberazione e di pace non vanno cercate negli equilibri internazionali, ma nello sviluppo di conflitti sociali dal basso. Le lotte metropolitane — contro la precarizzazione, il razzismo, l’estrazione di valore e la militarizzazione dello spazio urbano — e le esperienze latinoamericane di organizzazione popolare, autogoverno e conflitto sociale, anche nella loro complicata dialettica con forme di governo nazionali – offrono pratiche e immaginari che possono riaprire spazi di trasformazione dentro e contro l’ordine globale esistente. Ne abbiamo parlato con Sandro Mezzadra, autore con Brett Neilson di „The Rest and the West. Per la critica del multipolarismo“
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Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla destinazione finale. Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità. È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e principalmente da quella in Ucraina.
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Pentagono: sistema anti-droni da Leonardo in partnership con start up di Israele
 La holding delle armi Leonardo consolida i propri affari con il Pentagono grazie alla partnership con una delle start up israeliane coinvolte nel genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza. A fine 2025, Italian Defense Tecnologies, testata in lingua inglese che segue la produzione bellica italiana, ha reso noto che Leonardo DRS ha ottenuto il primo posto nella competizione lanciata dal Dipartimento della Difesa per lo sviluppo di un innovativo sistema elettronico anti-droni per le forze armate USA. Durante una serie di test che si sono svolti presumibilmente nel mese di giugno 2025 presso il poligono di Yuma (Arizona) con il coordinamento del Joint Counter-small Unmanned Aircraft Systems Office di US Army (1), la controllata di Leonardo che ha sede ad Arlington, Virginia, ha presentato il sistema avanzato “Ring C-UxS” che sfrutta un sofisticato apparato elettronico con radio frequenze in grado di intercettare, identificare e distruggere droni “nemici” provenienti da terra, dall’aria e dal mare. “I sistemi anti-droni di difesa aerea testati rafforzano la capacità di protezione negli odierni campi di battaglia, dinamici e complessi”, spiegano i manager di Leonardo DRS. “Insieme al nostro partner tecnologico, Regulus, abbiamo primeggiato nel test incentrato sulla capacità di rilevare-identificare-tracciare-distruggere due gruppi di droni aerei”. Il sistema “Ring” fa leva sull’individuazione di radio frequenze grazie ai sistemi di navigazione globale satellitare e sulla manipolazione dei data link per contrastare le minacce di velivoli a pilotaggio remoto sia “civili” che militari. (2) Fino ad oggi le dichiarazioni di Leonardo DRS sulla potenziale commessa con il Pentagono per la fornitura del “Ring C-UxS” e la stretta collaborazione con la start up Regulus sono state riprese solo da Italian Defense Tecnologies, quasi tre mesi dopo un comunicato emesso dall’ufficio stampa dell’azienda italo-statunitense. La nota sul “successo” dei test del sistema anti-droni con l’Esercito USA risale infatti al 9 ottobre 2025, data che coincide casualmente con la firma dell’accordo tra Hamas e lo Stato di Israele sul fittizio “cessate il fuoco” a Gaza, imposto dall’amministrazione Trump. (3) E appunto il partner strategico di Leonardo DRS per questo affare, Regulus Cyber, ci riporta alle tragedie consumatesi nella Striscia di Gaza e alle responsabilità genocidiarie del complesso militare industriale israeliano.   Con quartier generale a Tel Aviv, Regulus Cyber è una delle maggiori start up israeliane impegnate nella ricerca e sviluppo di tecnologie impiegate nel campo della cybersecurity e dei droni di guerra. Fondata nel 2016 da Yonathan Zur e Yoav Zangvil (già manager di importanti gruppi industriali aerospaziali israeliani), Regulus Cyber ha raccolto fondi per oltre 4 milioni di dollari da società finanziarie internazionali come Sierra Ventures (California, Stati Uniti d’America) e F2 Venture Capital (uno dei maggiori fondi di investimento di Israele). Tra i finanziatori di Regulus compare poi l’Istituto tecnologico ed ingegneristico Technion di Haifa, all’avanguardia nella sperimentazione e produzione dei più innovativi sistemi di guerra di Israele. “Siamo partner di tutte le maggiori aziende del settore difesa israeliani, inclusi Rafael, Elbit Systems (Elisra) e Israel Aerospace Industries IAI (ELTA)”, riporta Regulus Cyber sul sito internet istituzionale. “Negli Stati Uniti d’America siamo partner di Leonardo DRS e stiamo lavorando con l’Irregular Warfare Support Sirectorate Office (IWTSD) del Dipartimento della Difesa”. (4) In Israele Regulus Cyber vanta pure una stretta collaborazione con SkyLock, azienda di Avnon Group (Petah Tiqwa), all’avanguardia nel campo dei velivoli a pilotaggio remoto e dell’Intelligenza Artificiale applicata ai sistemi da combattimento. In Europa il partner più rilevante è Hensoldt AG, società tedesca attiva nel campo dei sensori per applicazioni nel settore difesa e sicurezza. (5) Per la cronaca, all’inizio del 2022 Leonardo DRS ha acquisito il 25,1% del capitale sociale di Hensoldt AG. Nello stesso anno, ancora Leonardo DRS si è fusa con la società israeliana Rada Electonics Industries, leader nella produzione di sistemi elettronici e apparati radar militari (sede centrale e stabilimenti a Netanya). (6) Tra le applicazioni belliche più sviluppate da Regulus Cyber c’è proprio il sistema antidroni “Ring C-UxS”. “Ring” è una delle soluzioni per distruggere i droni più efficace e flessibile”, spiegano i ricercatori della start up israeliana. “Sono già centinaia i sistemi attualmente operativi nei campi di battaglia, in varie piattaforme e località, in quanto possono essere installati rapidamente e facilmente. I “Ring” sono stati testati in combattimento contro minacce aeree, terrestri e navali: hanno fermato di tutto, dai singoli droni commerciali, agli stormi di droni dark e di attacco”. (7)  Gli anti-droni “Ring“ si integrano facilmente con i vari sistemi di comando e controllo (C2), radar ed altri sensori elettronici. Pesano meno di 7 kg e possono essere trasportati senza problemi o telecomandati da un singolo soldato. (8) Il sistema “Ring” è stato adottato dalle forze armate israeliane e da quelle di alcuni paesi NATO. Regulus Cyber è tra le start up che più ha beneficiato degli ingenti finanziamenti che il ministero della Difesa di Tel Aviv ha stanziato subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’avvio delle sanguinose operazioni militari dell’IDF (Israel Defence Force) contro la Striscia di Gaza. Nello specifico la start up ha sviluppato soluzioni cyber per i sistemi di navigazione satellitare GNSS/GPS adottati dalle forze armate israeliane. Un paio di mesi prima del fatidico 7 ottobre, Regulus aveva lanciato il sistema “Ring ARM-V” per la “protezione” di carri armati e blindati dagli attacchi dei droni, fino ad una distanza di 1,000-5.000 metri. Anche questo sistema ha avuto il battesimo di fuoco nelle operazioni belliche a Gaza. (9) Il ruolo chiave di Regulus Cyber nel genocidio in atto contro il popolo palestinese è enfatizzato sul magazine online della società di investimenti F2 Venture Capital. “L’industria globale della difesa vede nella guerra di Israele contro Hamas una vetrina per mostrare le migliori soluzioni contro le moderne minacce alla sicurezza”, esordisce f2vc.com. “L’uso di droni da parte dei terroristi ha sottolineato la necessità di un’efficiente tecnologia anti-droni da indirizzare su scenari del mondo reale. Il sistema “Ring GPS” di Regulus Cyber, che utilizza tecnologie uniche GPS per annullare le minacce, è emerso come una soluzione a cui ricorrere. Le sue dimensioni compatte e la facilità nell’impiego ne fanno il sistema ideale per gli scenari oggi in atto ai confini di Israele ed oltre”. La testata online di F2 Venture Capital ricorda inoltre che Regulus ha condotto “molteplici test e valutazioni” in partnership con il Ministero della Difesa e le forze armate di Israele “prima del 7 ottobre”. “Regulus ha anche fornito loro alcuni sistemi di minore dimensione che hanno già dimostrato la loro efficacia in tempi antecedenti allo scoppio della guerra”, aggiunge f2vc.com. “In risposta alla improvvisa crescita della domanda, il team di Regulus che include operatori che lavorano da remoto, ha adottato un approccio ancora più agile. Essi si sono adattati operativamente per offrire componenti in ordini molto più ampi e per viaggiare in tutto il paese per installare i sistemi e fornire il supporto tecnico. Il team sta anche lavorando 24 ore al giorno, sette giorni la settimana, per andare incontro alle nuove commesse”. (10) Lo scorso mese di agosto una ricerca pubblicata da The Irish Times ha documentato come l’Unione Europea ha continuato a finanziare direttamente o indirettamente il complesso militare industriale israeliano, nonostante le sempre più evidenti prove dei crimini compiuti nella Striscia di Gaza. Tra i maggiori beneficiari dei fondi UE compare proprio F2 Venture Capital, attraverso l’European Investment Fund. “F2 Capital ha investito in Regulus Cyber, azienda coinvolta nella fornitura delle più importanti componenti militari alle forze armate israeliane”, riporta The Irish Times. “F2 ha annunciato che i sistemi anti-drone di Regulus sono stati impiegati massicciamente negli attacchi non provocati del giugno 2025 contro obiettivi militari e nucleari iraniani”. (11)   Note 1)    https://www.army.mil/article/278404/joint_counter_small_uas_office_conducts_successful_counter_drone_swarm_demonstration   2)    https://www.italiandefencetechnologies.com/leonardo-drs-wins-first-place-in-dod-counter-uas-competition-reinforcing-leadership-in-air-defense-capabilities-for-the-u-s-military/ 3)    https://www.leonardodrs.com/news/press-releases/leonardo-drs-wins-first-place-in-dod-counter-uas-competition-reinforcing-leadership-in-air-defense-capabilities-for-the-u-s-military/ 4)    https://regulus.com/about-regulus/ 5)    https://www.edrmagazine.eu/regulus-cyber-of-israel-unveils-its-ring-r1-c-uas-system 6)    https://www.analisidifesa.it/2022/06/leonardo-drs-annuncia-la-fusione-dellisraeliana-rada-electronics-industries/ 7)    https://regulus.com/ 8)    https://www.enforcetac.com/en/exhibitors/regulus-2476107 9)    https://en.globes.co.il/en/article-israeli-startups-provide-idf-with-vital-tech-advantage-1001486873 10) https://www.f2vc.com/insights/regulus-cyber-the-israeli-startup-that-created-an-irone-dome-for-drones 11) https://english.almayadeen.net/news/Economy/how-eu-funding-continues-to-support-israeli-military-technol   Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 13 gennaio 2025, https://pagineesteri.it/2026/01/13/in-evidenza/commesse-dipartimento-difesa-usa-la-leonardo-al-primo-posto-sistemi-anti-droni/
LA CONTINUA ESCALATION ISRAELIANA IN CISGIORDANIA
Nonostante il cessate il fuoco, come potevamo immaginare, la violenza in Palestina non si è mai fermata. Sappiamo che questa è la realtà di chi vive lì da ben prima dei fatti del 7 ottobre, ci troviamo però in una fase in cui sembra esserci una escalation. L’obiettivo, ormai dichiarato, di Israele è quello di guadagnare sempre più territorio, fagocitando le terre palestinesi, sia a Gaza che nella Cisgiordania occupata. Il livello dell’attenzione si sta progressivamente abbassando, complice anche la situazione internazionale complicata ulteriormente dalle azioni degli USA in Venezuela e le minacce portate avanti dagli stessi verso paesi nella regione e, per ultima, la Groenlandia. Ormai in Cisgiordania le incursioni violente non si limitano soltanto ai coloni, con l’esercito in prima linea in azioni violente come quella condotta il 6 gennaio all’Università di Birzeit, luogo che fino ad allora era stato considerato intoccabile. Questo dimostra come Israele abbia la volontà di aggredire le persone nella loro quotidianità, in questo caso nell’ambito dell’educazione. Il governo israeliano, a tal proposito, continua a spingere per gli allargamenti, puntando alla costruzione di nuove colonie. L’ultimo passo è l’approvazione di un piano che consentirà ai coloni di tornare a Sanour, evacuata nel 2005 dall’allora primo ministro Sharon. L’entrata in vigore di questo piano è programmata entro due mesi. Ne parliamo con una compagna dalla Cisgiordania occupata.
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Sullo Spettacolo della «guerra al narcotraffico».@1
5 e 12 gennaio (2.5, 2.6) Nel momento in cui le mire neo-imperialiste del governo statunitense puntano a serrare i ranghi del “cortile di casa” latinoamericano bombardando le coste caraibiche del Venezuela attraverso la «guerra al narcotraffico»; le recenti rivolte in Ecuador e Perù vengono sedate dichiarando lo Stato d’emergenza contro la «minaccia del narcotraffico»; la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo in Italia si svela sfacciatamente come dispositivo di pacificazione sociale volta a criminalizzare – tramite la categoria di “mafioso” prima, “terrorista”, “caporale”, “scafista” poi – il nemico qualunque passibile di minacciare l’ordine costituito, proponiamo due letture che sottolineano quanto sia ingannevole il mito dello Stato come moderno San Giorgio contro il drago della criminalità organizzata. Già nel lontano 1982 qualcuno descriveva il rapporto sociale di dominio interno allo Stato italiano affermando che «la mafia oggi è lo Stato e lo Stato la mafia». Tesi oggi ripresa in Messico dai compagni di A Tinta Negra in un articolo uscito sul terzo numero di disfare: «Lo stato e i cartelli sono alleati ciascuno con i propri interessi e la propria logica, nella guerra del capitalismo contro la vita. Loro ne traggono vantaggio mentre, come in ogni guerra, gli unici a perdere siamo noi che stiamo in basso, quelli che pagano con la vita». Di seguito qualche estratto dal testo “In che momento si è fottuto il Messico?” di Claudio Albertani e Fabiana Medina (n. 1 di. “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe”, 2021), che mostra come le tecniche contro-insurrezionali della guerra sucia contro la guerriglia negli anni Settanta si siano oggi riciclate nella cd. «guerra contro la droga» in una impressionante collusione tra cartelli del narcotraffico, apparati statali e aziende private. Se questa guerra costituisce un dispositivo di governo interno ed esterno attraverso il ricompattamento sociale intorno a vari nemici, tutti disumani o disumanizzati e immorali: il tossicodipendente, la Droga e le varie organizzazioni criminali che di questa Droga hanno fatto il loro affare privilegiato, nel 1990 Riccardo D’este afferma, seguendo Debord, che la «guerra contro la droga» operi nella forma di Spettacolo, integrando il vero in una totalità falsa e mistificatoria. Oggi l terreno del governo spettacolare non opera attraverso la persuasione, ma tramite la rilevanza. Il problema del vero/falso, della coincidenza tra enunciato e realtà, è eluso, nel contesto della frammentazione dei regimi di verità. Nella guerra informativa non è in gioco se qualcosa sia vero o meno, ma quanto circola, chi lo vede, in quale contesto. Il potere non deve avere ragione, deve “funzionare”, come nel caso dell’operazione di polizia condotta dagli USA in Venezuela. Di seguito qualche estratto dal testo “Intorno al Drago. La droga e il suo spettacolo sociale”, di Riccardo d’Este e AAVV (Nautilus, 1990).
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