la guerra è una merda

L’industria delle armi in Europa e il suo impatto sul lavoro
Intorno a ReArm Europe e all’euforia dei mercati finanziari, impegnati a investire una montagna di soldi nei titoli di borsa delle principali industrie militari europee, è molto forte il rischio di un “abbaglio” sulle aspettative in termini di ricadute occupazionali. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso è arrivato a prospettare per le aziende della filiera dell’automotive incentivi per riconvertirsi verso il settore aerospaziale e della difesa, mentre il suo Governo – con la Legge di Bilancio 2025 – trasferiva 4,9 miliardi di euro dal fondo per la transizione ecologica e sociale dell’automotive all’aumento delle spese militari. SPETTRO DELLA GUERRA Non è semplice per qualsiasi governo far digerire l’aumento delle spese militari a un’opinione pubblica cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Evocare lo spettro della guerra con la Russia, evidentemente non basta. In questo caso è meglio giocarsi la carta delle ricadute industriali e occupazionali. Non è la prima volta che succede. Ricordate, ad esempio, i diecimila nuovi posti di lavoro “messi sul piatto” nel 2006 dal Capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare, Leonardo Tricarico e dal sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri (governo Prodi) se avessimo acquistato i caccia-bombardieri F-35 della Lockeed Martin? A distanza di 20 anni possiamo verificare quanto fosse una fakenews, per condizionare il dibattito pubblico. L’articolo di Gianni Alioti uscito su «il manifesto» il 31.5.2013. Ma penso sia sbagliato liquidare con una semplice battuta i risvolti che l’economia di guerra ha sul sistema industriale europeo e sul lavoro. Meglio procedere secondo un rigore logico. È vero, come sostengono alcuni, che la corsa agli armamenti può salvare l’economia europea? E rilanciare l’occupazione industriale? ANALISI DELLA REALTÀ A queste domande cercherò di rispondere non in base alle mie convinzioni etiche e politiche, ma attraverso l’analisi della realtà e dei dati (a consuntivo) inerenti sia all’andamento delle spese militari, sia alla dimensione dell’industria aerospaziale e della difesa in Europa. I dati ufficiali del Consiglio Europeo1 ci dicono che dal 2014 al 2024 nei paesi UE le spese militari sono più che raddoppiate a prezzi costanti (+121%). Sono passate da 147 a 326 miliardi di euro. All’interno delle spese militari, quelle specifiche per armamenti e ricerca-sviluppo sono addirittura quadruplicate (+325%). Se consideriamo non i Paesi UE, ma i Paesi europei della NATO le spese militari nel 2024 sono state di più: 440 invece di 326 miliardi di euro. La crescita negli ultimi dieci anni registra una tendenza simile. TENDENZE DEL SETTORE Secondo il rapporto pubblicato a novembre 2024 da ASD, European Aerospace, Security and Defence Industries che riguarda i 27 Paesi UE + Norvegia, Regno Unito e Turchia, a fine 2023 gli occupati totali diretti nell’industria aerospaziale e della difesa in Europa risultano, un milione e 27 mila, di cui 518 mila relativi al militare (vedi il Grafico 1). Il fatturato complessivo nel 2023 è stato di 290,4 miliardi di euro, di cui il 55 per cento nel militare. Partire dai dati forniti da ASD ha il vantaggio dell’attendibilità e della continuità nel tempo, consentendo analisi e valutazioni di natura strutturale sulle tendenze del settore. Possiamo, infatti, analizzare cosa è successo in termini di fatturato e occupazione nello stesso arco di tempo di dieci anni (2014-2023) nel quale le spese militari sono cresciute del 90 per cento. CRESCITA DEL 65 PER CENTO I ricavi nel militare nell’intera industria del settore in Europa sono cresciuti del 65 per cento, mentre l’occupazione è aumentata del 26 per cento da 407 mila e 800 a 518 mila addetti. La stessa dinamica occupazionale trova riscontro da una mia elaborazione sui bilanci aziendali di 10 tra le principali big dell’industria aerospaziale e della difesa europea2 per fatturato militare. Dal 2015 al 2024 il numero dei loro occupati (nel civile e militare) è cresciuto in media del 23% (vedi il Grafico 2). Sulla base dei trend occupazionali registrati a consuntivo negli ultimi dieci anni, possiamo azzardare alcune stime sull’incremento dei posti di lavoro diretti e indiretti nell’industria della difesa in Europa nel prossimo periodo 2025-2035, prendendo a riferimento le previsioni di aumento delle spese militari decise in ambito NATO. Nel vertice di giugno all’Aia è stato deciso che i Paesi europei dell’Alleanza Atlantica debbano arrivare, entro il 2035, a spendere un più 1,5 per cento in un ambito ancora vago di “sicurezza allargata” e a raggiungere entro il 2035 una spesa specifica in campo militare almeno del 3,5 per cento del loro PIL. Le spese militari complessive passerebbero, quindi, da 440 a 969 miliardi di euro l’anno. Un incremento pari al 120 per cento, una percentuale simile a quella registrata nel periodo 2014-2024. Pertanto, in base a quanto già successo negli ultimi dieci anni, possiamo ipotizzare realisticamente un aumento dei posti di lavoro in campo militare nell’industria aerospaziale e della difesa in Europa intorno al 25-30 per cento. VALORE ASSOLUTO In valore assoluto significa la creazione di 150-180 mila nuovi posti di lavoro diretti. Calcolando l’impatto del settore nell’intera catena dei sub-fornitori fino a quelli di terzo livello (circa 2 mila piccole-medie imprese secondo l’ASD), possiamo stimare altri 120-170 mila nuovi posti di lavoro indiretti. In tutto, quindi, un aumento previsto dell’occupazione da 270 a 350 mila unità. Fatte le debite proporzioni, in Italia non si andrebbe oltre i 25-30 mila occupati in più. Briciole in rapporto, ad esempio, ai posti di lavoro a rischio nell’automotive. Anche un recente rapporto di Ernst & Young (EY), uno dei principali network mondiali di servizi professionali di consulenza, ha analizzato il potenziale impatto economico dell’aumento della spesa militare europea, concentrandosi sul settore manifatturiero dell’UE e sulla creazione di posti di lavoro. SCENARI DIVERSI Lo studio ha esplorato diversi scenari in cui i membri europei della NATO aumentano la spesa per la difesa, in particolare per gli equipaggiamenti militari (mediamente il 33 per cento delle spese militari nel 2024 rispetto al 14 per cento nel 2014), per rafforzare le proprie capacità difensive e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. EY, nel suo rapporto, stima che se i membri europei della NATO aumentassero la spesa annuale per gli equipaggiamenti militari di 65 miliardi di euro (passando da 72 a 137 miliardi di euro), il conseguente aumento degli ordinativi per l’industria della difesa europea, compresa la relativa catena di approvvigionamento, ammonterebbe a 35,7 miliardi di euro e, secondo EY, creerebbe forse 500 mila posti di lavoro in più. Meno di un terzo dei 35,7 miliardi di euro aggiuntivi rientrerebbe nell’industria militare europea in senso stretto; il resto ricadrebbe nella catena di approvvigionamento. Ciò si traduce, comunque, nella creazione di circa 150 mila posti di lavoro diretti e aggiuntivi nell’industria militare europea. Questa cifra coincide con quella contenuta anche in un nuovo rapporto di Bruegel e Kiel Institute, due think tank (il primo europeo, il secondo tedesco) specializzati in studi economici. Non solo, coincide anche con le mie previsioni di 150-180 mila occupati diretti in più. OCCUPATI INDIRETTI Lo scarto tra le mie previsioni e quelle del rapporto di Ernst & Young riguarda l’incremento di occupati indiretti nella catena dei sub-fornitori: 350 mila contro 120-170 mila. Il modello utilizzato da EY per calcolare l’aumento dei posti di lavoro in relazione all’aumento delle spese per equipaggiamenti militari, è bottom-up.3 Al contrario, io ho utilizzato il coefficiente di moltiplicazione (1,02) impiegato da ASD nel suo rapporto del 2022 https://www.asd-europe.org/news-media/publications/asd-reports-publications/economic-impact-report-2022/ tra occupati diretti e quelli indiretti occupati nell’intera catena dei sub-fornitori fino a quelli di terzo livello. MONTE SALARI DEI DIPENDENTI Nel mio computo è esclusa la cosiddetta “occupazione indotta” dal riutilizzo come spesa del monte salari dei dipendenti. In ogni caso, anche se prendiamo per buona la previsione di EY dei 500 mila posti di lavoro creati, è bene sapere che equivarrebbero a solo l’1,5 per cento sul totale dei 33 milioni e centomila addetti nell’industria manifatturiera europea (fonte Eurostat). Pertanto, qualsiasi serio ragionamento sulle ricadute industriali e occupazionali della corsa al riarmo non può prescindere dall’effettiva dimensione economica e sociale del settore della difesa. In Europa i ricavi nel militare dell’industria aerospaziale e difesa nel 2023 sono di 158,8 miliardi di euro. Solo lo 0,70 per cento  del PIL dei 30 Paesi europei considerati. Includendo anche i circa 80 miliardi di euro di impatto economico indiretto il fatturato complessivo dell’industria militare non supera l’1,1 pro cento del PIL, con un milione e 46 mila addetti tra diretti e indiretti. Una percentuale lontanissima dall’automotive, 3,7 per cento del PIL e 6 milioni e 600 mila occupati solo nel manifatturiero. L’idea, quindi, che il gigantesco piano di riarmo europeo rappresenti un’opportunità di crescita occupazionale e di riconversione di un settore in crisi come l’automotive è smentita da questi dati. SPESA FOLLE A fronte di una folle spesa di 800 miliardi aggiuntivi in 4 anni, in Italia 30-35 miliardi in più all’anno, l’impatto sul lavoro è alquanto modesto. In alcuni casi concreti e circoscritti potrà rallentare la deindustrializzazione, ma non la invertirà. Senza contare che le spese militari sono soldi pubblici sottratti a sanità, educazione, ricerca universitaria, transizione energetica e digitale, ambiente e welfare. Tutti ambiti in cui, a parità di spesa, si creerebbero dal 40 al 120 per cento in più di posti di lavoro. Per non parlare di un altro studio americano che dimostra l’impatto occupazionale di un miliardo di dollari investito nel campo delle telecomunicazioni (banda larga), nel settore della sanità (tecnologia informatica), nel settore elettrico (smart grid). Si creerebbero rispettivamente 49 mila, 21 mila, 24 mila nuovi posti di lavoro. Da 3 a 7 volte in più rispetto agli stessi soldi spesi in campo militare. CONCLUSIONI L’analisi dei dati dimostra ampiamente che raddoppiare o triplicare la spesa militare in Europa, oltre a non cambiare gli equilibri strategici e funzionare come deterrenza, non rappresenta un’inversione di tendenza alla crisi industriale europea e ai processi di deindustrializzazione che coinvolgono numerosi settori e territori. Tale dinamica non alimenta né una forte espansione produttiva, tantomeno dell’occupazione. Consente, viceversa, una forte crescita sia dei dividendi per gli azionisti, sia degli ordinativi, dei ricavi e degli utili delle imprese militari. E, soprattutto, della loro dimensione finanziaria attraverso l’impennata delle loro quotazioni in Borsa. Impennata quotazioni in borsa industrie belliche Due esempi paradigmatici. A inizio gennaio del 2022, prima della invasione russa in Ucraina, il valore di un’azione dell’italiana Leonardo era di 7,5 euro, al 5 agosto 2025 ha raggiunto 47,9 euro. Un incremento record del 538 per cento. Nello stesso periodo il valore azionario della tedesca Rheinmetall è passato da 90 euro a 1.763 euro. Un incremento iperbolico del 1.859 per cento. Tutto ciò grazie alle ingenti risorse dei singoli Stati destinate alle spese militari e in nuovi armamenti e ai mercati finanziari controllati dai fondi istituzionali come BlackRock, Vanguard, Capital Group, State Street Global, Goldman Sachs, Fidelity Investments, Wellington Management, Invesco ecc. che al contempo sono tra i principali azionisti di azionisti sia delle 5 big al mondo per fatturato militare (Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics), sia della tedesca Rheinmetall, delle britanniche BAE Systems e Rolls-Royce, dell’italiana Leonardo, della trans-europea Airbus, della ucraina JSC e di altre aziende europee che operano in campo militare. Come ha scritto Maurizio Boni: “La retorica della “guerra di produzione” utilizzata da Rutte […] trasforma la NATO da alleanza militare in cartello industriale, dove la sicurezza diventa un pretesto per trasferimenti massicci di denaro pubblico verso il settore privato della difesa”[7] 1    I dati sono quelli ufficiali del Consiglio Europeo https://www.consilium.europa.eu/en/policies/defence-numbers/ 2    Airbus, BAE Systems, Dassault, Hensoldt, Leonardo, Rheinmetall, Rolls Royce, Saab, Safran, Thales. 3    Cioè dal “basso” verso l’“alto”, partendo dai dettagli per costruire una visione d’insieme.
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Gaza. Italia e Sigonella complici del genocidio israeliano
Mercoledì 20 agosto un grande drone MQ-4C “Triton” della Marina degli Stati Uniti d'America, dopo il decollo dalla base siciliana di Sigonella ha effettuato una lunga missione d'intelligence, sorveglianza e riconoscimento nello spazio aereo del Mediterraneo orientale. Il "Triton" (reg. 169804, c/s BLACKCAT6) ha sorvolato per diverse ore le coste di Israele e Libano per poi spostarsi verso l'isola di Cipro e l'Egitto. L'MQ-4C "Triton" è la variante navale del drone "Global Hawk" (anch'esso operativo da Sigonella con l'US Air Force), specificatamente progettato per missioni di sorveglianza marittima di lunga durata. "Con oltre 24 ore di autonomia e una quota operativa di volo di oltre 54.000 piedi, il Triton può monitorare vaste aree del Mediterraneo e del Medio Oriente", riportano gli analisti di ItaMilradar, sito specializzato che documenta le attività aeree militari in Europa meridionale. "Il drone fornisce dati di intelligence critici a supporto delle operazioni navali USA e dei paesi alleati". La missione del drone di Sigonella ha coinciso con l'avvio dell'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza finalizzata alla "soluzione finale" contro i palestinesi, con l'occupazione e deportazione da Gaza City di oltre un milione di residenti. Gli USA "sorvegliano", gli israeliani massacrano...   Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 23 agosto 2025, https://www.stampalibera.it/2025/08/23/gaza-italia-e-sigonella-complici-del-genocidio-israeliano/
Assalto alla Freedom Flottilla: chi sono gli incursori israeliani
  La notte di sabato 26 luglio, in acque internazionali e a meno di 40 miglia nautiche dalla Striscia di Gaza, ad assaltare l’imbarcazione Handala e sequestrare i 21 attivisti internazionali della Freedom Flotilla sono stati gli incursori di “Shayetet 13” (13^ Flottiglia), il corpo d’élite della Marina militare israeliana impiegato di norma in missioni di “antiterrorismo”. “La Shayetet 13 è un’unità che opera con una varietà di attività, tra cui infliggere danni strategici alle infrastrutture marittime nemiche, la raccolta di informazioni di alta qualità sulle attività nemiche, antiterrorismo e liberazione di ostaggi in ambiente navale”, riporta la rivista specializzata Ares Difesa. Il reparto ha quartier generale in un antico castello templare nella piccola città costiera di Atlit, a pochi km a sud di Haifa. E proprio dal porto di Haifa sono salpati nel pomeriggio del 26 luglio i due pattugliatori della Marina militare israeliana con a bordo gli incursori che hanno poi assaltato l’Handala. Il personale militare in forza alla 13^ Flottiglia presta servizio per un minimo di 4 anni e mezzo, cioè 18 mesi in più di quanto previsto per la ferma obbligatoria dei cittadini israeliani che hanno compiuto la maggiore età. Sempre secondo Ares Difesa, le armi in dotazioni al reparto comprendono le pistole Sig Sauer P226/P228 e Glock 17/19, i mitragliatori Uzi 9mm Sub-machine gun e Negev, i fucili d’assalto M4 Commando e CTAR-21, le lanciagranate M203 e i fucili di precisione SR-25 e M24. Gli incursori che si sono impossessati dell’unità della Freedom Flotilla erano tutti armati di fucili mitragliatori, pistole e pugnali da combattimento. Fin dalla sua costituzione nel 1948, Shayetet 13 ha partecipato a tutti i conflitti della storia dello Stato sionista e alle operazioni più sanguinose contro la popolazione palestinese: dalla Nakba alla Crisi di Suez del 1956 e a quella del Libano due anni dopo; dalla guerra dei Sei Giorni del 1967 alla Guerra dello Yom Kippur del 1973 e alle incursioni in Libano nei primi anni ’80 contro le milizie Hezbollah. Nel 1980 gli incursori della forza d’élite si infiltrarono nella città libanese di Tripoli per dirigere un attacco missilistico navale contro i centri di comando del DFLP (Democratic Front for the Liberation of Palestine) e del PFLPGC (Popular Front for the Liberation of Palestine General Command). A partire dai primi anni 2000 Shayetet 13 è stato impiegato in tutte le incursioni anfibie e terrestri israeliane nella Striscia di Gaza e in West Bank. In particolare gli incursori sono stati tra i protagonisti della sanguinosa “battaglia di Jenin” (1-11 aprile 2022), quando fu sferrato un attacco contro il sovraffollato campo di rifugiati della città palestinese che causò la morte di più di una cinquantina di persone e la distruzione di 340 edifici. Innumerevoli i blitz a Gaza degli incursori di Shayetet 13 durante l’odierna campagna genocida nella Striscia di Gaza. La prima missione risale alla notte dell’8 ottobre 2023 quando venne catturato Muhammad Abu Ghali, tra gli uomini di vertice di Hamas. L’1 novembre 2024 il reparto d’élite, a bordo di motoscafi, fece incursione nella costa di Batroun, a sud di Tripoli, per catturare il dirigente di Hezbollah Imad Amhaz. Agli incursori israeliani è attribuito pure l’abbordaggio, il 9 giugno scorso, dell’imbarcazione “Madleen” della Freedom Flotilla a un centinaio di miglia da Gaza e il sequestro dei 12 attivisti a bordo. Shayetet 13 vanta una vecchia e consolidata partnership con le forze armate italiane. Come ricordano gli storici militari, alla sua costituzione, formazione e addestramento alle “tattiche di combattimento e sabotaggio” hanno concorso tra il 1944 e il 1948 due ufficiali della Decima Flottiglia Mas della Marina Militare. L’allora servizio segreto del SIS si incaricò della consegna allo Stato sionista dei primi mezzi subacquei. In tempi più recenti si sono svolte alcune esercitazioni congiunte tra i militari di Shayetet 13 e quelli in forza ai reparti d’assalto della Marina italiana. A metà dicembre 2022, il Comando della Brigata Marina “San Marco” di Brindisi ha ospitato i vertici delle forze navali d’assalto di Israele, tra cui il generale Itai Veruv. “Durante la visita il Generale ha potuto assistere ad alcune peculiari attività addestrative della Brigata, tra cui la discesa in barbettone (Fast Rope) e in corda doppia (Rappellig) su parete e su container, dimostrazioni di combattimento militare corpo a corpo ed attività specialistiche di contrasto a dispositivi esplosivi improvvisati”, riporta lo Stato Maggiore della Marina. “Ha potuto, inoltre, osservare alcuni mezzi terrestri e anfibi impiegati dai Fucilieri, tra cui l’Amphibious Assault Vehicle (AAV-7) – veicolo cingolato anfibio in grado di navigare e muoversi su terra”. In occasione della sua missione ufficiale a Brindisi, il comandante in capo dei Depth Corps israeliani è stato pure ospite del Gruppo Mezzi da Sbarco del “San Marco”, a bordo di un battello d’assalto anfibio ad alta velocità, per “testarne le capacità durante una breve navigazione nello specchio di mare portuale”. “Nel contempo si è potuto assistere ad una attività dimostrativa di abbordaggio svolta sulla nave d’assalto anfibia “San Marco” da un team del 2° Reggimento della Brigata”, aggiunge lo Stato Maggiore. “Al termine della visita, il Generale Veruv, apprezzate le specificità e la versatilità della Forza Anfibia della Marina Militare, ha precisato l’evidente e reciproco interesse conoscitivo tra i Paesi e la volontà futura di poter programmare attività congiunte tra le Marine dei due paesi”.   Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 5 agosto 2025, https://pagineesteri.it/2025/08/05/in-evidenza/assalto-alla-freedom-flottilla-chi-sono-gli-incursori-israeliani/
“Nessun progetto funzionale alla cultura di guerra dovrebbe entrare a scuola”
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane è oggi un fenomeno onnicomprensivo che investe istituti di ogni ordine e grado, riducendo la libertà di docenti e studenti e trasformando le radici di un sistema che dovrebbe invece promuovere il futuro. Antonio Mazzeo, insegnante e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, spiega i passi fatti, il ruolo dei media e l’importanza della denuncia pubblica  Secondo Antonio Mazzeo, insegnante, giornalista e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, “lo spettro delle attività conferma che il processo di militarizzazione delle scuole italiane è oggi un fenomeno onnicomprensivo”. Interessa infatti non solo gli istituti di ogni ordine e grado, dalle scuole per l’infanzia alle università, ma anche di tutta l’Italia e non si limita dunque a quelli prossimi a infrastrutture militari oppure a industrie belliche. Se in alcuni casi sono le forze armate che entrano nelle scuole, in altri sono le caserme a ospitare delegazioni di studenti organizzando attività di gioco, motorie o sportive che spesso simulano l’addestramento militare. “Poi ci sono vere e proprie attività di cooptazione”, afferma Mazzeo, facendo riferimento all’alternanza scuola lavoro, oggi chiamata Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto), sia all’interno delle industrie belliche sia delle basi militari. “Anche in quelle della Nato, abbiamo denunciato ad esempio quanto accade nella base di Sigonella (SR) o di Solbiate Olona (VA), in cui gli studenti effettuano un grande numero di attività dalla manutenzione di mezzi militari come elicotteri o apparati navali, operando a fianco dei militari, alla fornitura di servizi, come nelle mense degli ufficiali”. Una serie di iniziative viene inoltre promossa direttamente attraverso convenzioni o accordi tra il ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, come ad esempio l’organizzazione di concorsi, premi, presentazioni di calendari dell’esercito, mostre che riguardano vicende della Seconda guerra mondiale in cui vengono invitati gli studenti o questi partecipano nell’allestimento.   “Purtroppo è diventata una prassi quella dell’invito in caserma delle scuole per attività come l’alza bandiera -prosegue-. In più aggiungerei che si moltiplicano le volte in cui i rappresentanti delle forze armate sono presenti all’interno delle classi sostituendosi di fatto alla figura dei docenti nello svolgimento di attività prettamente didattiche ad esempio in relazione alle cosiddette materie Stem (le discipline scientifico-tecnologiche), dove tra l’altro sta assumendo un ruolo centrale la Fondazione Leonardo che propone pacchetti educativi sia per gli studenti sia per la formazione dei docenti”. Mazzeo, quali sono gli obiettivi di queste attività? AM Gli obiettivi che vengono perseguiti sono molteplici. C’è bisogno di legittimazione, di ottenere consenso e di utilizzare queste attività per trasmettere valori come l’autorità, il rispetto e l’obbedienza su cui poi si strutturano le forze armate. Tra l’altro questo traspare anche da molti documenti e convenzioni firmati dal ministero dell’Istruzione e da quello della Difesa dove si parla espressamente dell’affermazione della cultura della difesa e della sicurezza. Si cerca dunque di far aderire i cittadini a un sistema in cui viene privilegiato il modello delle forze armate in funzione dei processi di riarmo e di militarizzazione che sono in atto e che purtroppo promuovono una concezione bellica di guerra costante, globale e permanente. Si vuole ottenere compartecipazione e condivisione riguardo alle strategie militari, le missioni, le operazioni ma anche assicurarsi approvazione tra le nuove generazioni, soprattutto in vista della trasformazione delle forze armate che hanno sempre più bisogno di coscritti. L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato sicuramente un cambiamento nelle valutazioni, perciò oggi alcuni Paesi ripropongono il problema della leva obbligatoria o di formule ibride in cui ai professionisti si affiancano i riservisti per ampliare il numero dei militari. Credo che il modello bellico, quello che si è affermato attraverso la militarizzazione dei territori, dell’economia, del sapere, non potesse non investire il luogo per eccellenza della formazione e della trasmissione di contenuti e di valori che sono elementi chiave nella strutturazione bellico militarista di una società. Com’è la situazione oggi in termini di consapevolezza e che ruolo hanno i media nazionali e locali? AM Se penso a due anni fa la situazione è oggettivamente cambiata, si è diffusa una maggiore consapevolezza. Lo stato di guerra attuale, e le preoccupazioni che desta, sono servite anche a una maggiore attenzione ai processi in atto e a come la guerra poi viene narrata nella società, nella scuola, nell’informazione. Questo ha come conseguenza la moltiplicazione di iniziative, di prese di posizione anche da parte delle famiglie e di una minoranza del corpo insegnante. Il fatto che all’Osservatorio ormai arrivino quotidianamente decine di segnalazioni non significa che sono aumentati i fatti, ma che c’è più attenzione. Ci sono diversi consigli di istituto o collegi di docenti che hanno approvato mozioni di opposizione, di rifiuto alle attività militari nelle scuole o di solidarietà con il popolo palestinese. Ho notato anche una maggiore attenzione sia a livello di testate nazionali sia locali che, proprio perché vivono grazie alle relazioni con i lettori di un posto, pubblicano con sempre maggiore diffusione le lettere di protesta di insegnanti o studenti. Se guardo indietro, a quando abbiamo cominciato con alcuni docenti a monitorare quello che stava accadendo, esprimendo preoccupazione per un processo che è iniziato una decina di anni fa e che soprattutto dopo il 2020 è diventato dilagante in tutto il Paese, credo che si siano fatti enormi salti in avanti, non soltanto nella consapevolezza ma anche nell’analisi. Vorrei ricordare infatti che questo non è un fenomeno estemporaneo e non è neppure legato a una forza politica. È purtroppo strutturale e riguarda tutta la società italiana che ha fatto una scelta verso la logica della guerra. Come si concretizza nella scuola questo processo che lei definisce strutturale? AM L’obbedienza non è soltanto quella che viene veicolata dal fatto che le forze armate entrano a scuola proponendo attività didattiche o pedagogiche ma diventa anche un elemento di riorganizzazione strutturale del sistema scolastico. Sempre di più si tenta di minare il principio della libertà di insegnamento che è sacrosanto e sancito nella Costituzione della Repubblica italiana, attraverso l’uso di forme di controllo. La militarizzazione dell’istituzione scolastica prevede tutta una serie di interventi in cui il corpo insegnante e gli studenti subiscono pressioni e si riducono enormemente gli spazi di opposizione e di agibilità per valorizzare pensieri altri. La scuola perde piano piano la sua complessità, la sua funzione di luogo di sviluppo della criticità e vengono imposti modelli dall’alto. Si è inoltre affermato un sistema autoritario. Non a caso, abbiamo assistito in questi ultimi due anni a punizioni esemplari di studenti che hanno occupato le scuole in solidarietà con il popolo palestinese. Può essere anche letto in questo senso il voto in condotta che diventa preponderante anche in sede di maturità. Sorvegliare e punire sono due verbi che oggi, anche attraverso forme di controllo del registro elettronico, hanno di fatto militarizzato anche l’organizzazione stessa del sistema scolastico. La scuola in questo senso sta abbandonando la sua funzione che dovrebbe essere proprio il luogo di analisi di questi elementi e non di accettazione, mentre il registro elettronico è stato accettato ormai da tutti gli istituti senza, tra l’altro, essere mai stato regolamentato. Vi immettiamo milioni di dati e monitoriamo tutta la vita scolastica dello studente dai due fino ai 18 anni, ma non sappiamo assolutamente chi sia il titolare di questi e che cosa ne possa fare. Ma soprattutto è la modalità con cui viene esercitato il controllo sugli studenti che li porta a perdere la possibilità di essere autonomi: i genitori sanno tutto quello che succede in tempo reale. Questo delegittima la scuola come luogo di risoluzione non violenta dei conflitti. In questo scenario invece che cosa possono fare gli insegnanti e gli educatori per introdurre strumenti di pace? AM Innanzitutto partirei da una questione fondamentale, la scuola ha storicamente una funzione: promuovere il futuro. Dunque nessun progetto funzionale alla cultura di guerra dovrebbe entrarci, perché la guerra è morte, non crea futuro, lo distrugge, è dunque in antitesi con quello che è il luogo della proiezione e della promozione della vita. Gli insegnanti dovrebbero ricordarsi del loro ruolo di sviluppo della società e che non possono quindi diventare strumenti che mettono in discussione la vita stessa, anche perché in questo momento la guerra sarebbe una guerra totale, globale, nucleare e porterebbe alla fine dell’umanità. Poi non dimentichiamo che ci sono già elementi giuridici, sia del diritto internazionale sia interno e costituzionale, che sanciscono il ruolo della scuola e stigmatizzano qualsiasi tipo di relazione tra l’educazione e la guerra. Ad esempio, il protocollo aggiuntivo della Convenzione sui diritti dei minori delegittima qualsiasi rapporto tra i bambini e le forze armate, perché quell’attività che ci sembra così neutra, come far giocare i bambini di tre anni con i militari con il fucile è in realtà una forma di violenza strutturale e psicologica perché parliamo di individui che non hanno nessun “anticorpo” e che invece vengono avvicinati alla guerra, presentata loro come normalizzata ed edulcorata. Poi ci sono anche le norme del diritto scolastico che, come ci capita di verificare, vengono spesso violate. Qualsiasi attività educativa effettuata a scuola o all’esterno deve essere infatti discussa e deliberata dagli organi collegiali. Purtroppo succede tutto il contrario. Ormai il 90% delle attività in presenza di forze armate o di invio in industrie belliche non viene mai discussa e deliberata. Il ministro dell’Istruzione manda la circolare al provveditore e questo lo manda ai presidi e loro decidono autonomamente. I docenti devono intervenire e ribadire che se le attività non sono state adottate collegialmente non possono essere effettuate. È inoltre ancora prevista dalla legge l’opzione di minoranza. E dunque anche se in sede di collegio viene presentata una proposta di questo genere e passa a maggioranza, l’insegnante può far mettere a verbale che si è opposto. Credo che vadano promossi questi strumenti che sono del tutto legittimi, legali e diventano “granelli di sabbia” in questo ingranaggio di guerra. Anche la denuncia pubblica è un elemento fondamentale. Permette di raccogliere consenso, di estendere l’attenzione all’esterno della scuola, ma ha anche effetti diretti all’interno, crea dibattito, spaccatura, conflitto e generalmente poi alla fine l’abbandono formale di questo tipo di attività per evitare il ritorno negativo di immagine.   Intervista a cura di Martina Ferlisi, pubblicata in Altraeconomia il 10 luglio 2025,  https://altreconomia.it/nessun-progetto-funzionale-alla-cultura-di-guerra-dovrebbe-entrare-a-scuola/
Forze armate italiane e “aiuti” a Gaza: una farsa, tanta propaganda
Gli "aiuti umanitari" paracadutati sulla popolazione di Gaza dall'Aeronautica Militare italiana? Infinitesimali ma costosissimi. Il Ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che i lanci di "aiuti umanitari aviotrasportati" sulla Striscia di Gaza dai velivoli dell'Aeronautica Militare in collaborazione con l'Esercito proseguiranno fino alla fine di questa settimana. "Essi permetteranno di paracadutare oltre 100 tonnellate di aiuti", spiega la Farnesina. Davvero una cifra irrisoria, nonostante il gran sperpero di denaro pubblico per il trasferimento da Pisa in una base aerea della Giordania di aerei e reparti militari (46^ brigata Aviotrasportata). In verità, nonostante il grande sforzo mediatico e narrativo, l'apporto delle forze armate internazionali (e degli aviolanci) per sfamare la popolazione palestinese di Gaza a gravissimo rischio di morte per fame e sete è del tutto ridicolo. Secondo fonti dell'esercito israeliano (Tel Aviv purtroppo sta coordinando nei fatti gli interventi), nella giornata di ieri 13 agosto sarebbe stato autorizzato l'ingresso nella Striscia di Gaza "dai valichi di Kerem Shalom e Zikim di 380 camion carichi di aiuti umanitari", mentre "altri 119 pallet di aiuti, pari a circa 4-6 camion, sono stati lanciati ieri a Gaza da Giordania, Emirati Arabi Uniti, Germania, Belgio, Italia e Francia". Come dire che gli aviolanci hanno rappresentato meno dell'1,5% degli aiuti giunti a Gaza, fermo restando che un'alta percentuale dei "doni" paracadutati non finisce per varie ragioni in mano alla popolazione stremata. Secondo quanto affermato dall'Onu per sfamare adeguatamente i circa due milioni di abitanti della Striscia sarebbe necessario distribuire quotidianamente non meno di 600 camion di aiuti.
La filiera della morte. Vertice NATO
“Faremo La NATO ancora più grande. Oggi, tutti noi alleati, abbiamo posto le fondamenta per rendere la NATO più forte, più equa e più letale”. A conclusione del vertice dell’Alleanza Atlantica tenutosi all’Aia il 24 e 25 giugno scorso, il segretario generale Mark Rutte ha enfatizzato i risultati di quello che agli occhi di tanti analisti (si veda in particolare Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa) è apparso però come un teatro-pollaio, con un “pavone padrone” - Donald Trump - e tantissimi “polli adoranti”, i capi di Stato degli altri 31 paesi aderenti. “Gli Stati Uniti appaiono oggi non più il grande alleato ma il vero padrone, che oltre a spiare gli europei come un grande fratello pretende anche devozione, cieca obbedienza e glorificazione delle proprie gesta e di quelle del suo condottiero”, scrive Gaiani. “Al vertice dell’Aia la NATO è di fatto morta come alleanza pur sopravvivendo come una sorta di impero feudale in cui il sovrano cerca e ottiene sudditanza e adulazione dai vassalli sottomessi”. Al summit, il presidente USA si è presentato come il cavaliere pacificatore dell’Apocalisse dopo aver imposto la tregua armata tra Israele e Iran a suon di superbombe. Ai “vassalli” europei ha ricordato che non c’è NATO senza lo strapotere militar-nucleare di Washington e se gli alleati vogliono ancora le forze armate a stelle strisce ai confini con Russia e Bielorussia, dovranno usare l’Unione europea come un bancomat per finanziare la riconversione a fini militari dell’economia e della produzione industriale, ma soprattutto dovranno comprare armi e munizioni made in U.S.A. e sostenere la folle corsa al riarmo spaziale e nucleare e le smisurate ambizioni di potenza di Washington nell’Indo-Pacifico. Pur di tenersi stretto l’adulato “pavone”, i partner NATO hanno accettato di sottoporsi al più grande shock economico-finanziario e sociale della storia post seconda guerra mondiale: destinare il 5% del PIL alle spese militari entro dieci anni, puntando in particolare allo sviluppo e produzione di sempre più sofisticate tecnologie belliche, sistemi aero-spaziali e satellitari, droni, carri armati e munizioni, convenzionali e nucleari. Un’emorragia di denaro pubblico a favore del capitale finanziario transnazionale che annichilerà il welfare, l’istruzione e la sanità pubblica, i servizi sociali nel vecchio continente. “Nella valutazione della Casa Bianca, l’obiettivo del 5% per la Difesa ha un valore finanziario e commerciale: gli alleati europei comprino armi statunitensi per riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico ed evitare i dazi americani che lo stesso Trump minaccia quotidianamente a tutti gli alleati”, annota ancora Gianandrea Gaiani. Per gli alleati più recalcitranti, Mark Rutte ha elaborato un escamotage contabile che cambia di poco il futuro tragico dei paesi UE-NATO: al 5% del PIL si arriverà sommando la quota del 3,5% da coprire con i bilanci dello Stato per armi e truppe, con l’1,5% in “spese per la sicurezza nazionale”: cyber-security, protezione delle infrastrutture critiche (centrali elettriche e reti di telecomunicazione), difesa delle frontiere, mezzi e personale delle forze di polizia militare, presidi medici contro attacchi nucleari-chimici-batteriologici, riconversione a uso militare delle infrastrutture della logistica e del sistema dei trasporti (ferrovie, autostrade, ponti, porti e aeroporti), ricerca e promozione innovativa nel settore dell’industria bellica, ecc.. “I nostri investimenti garantiranno la disponibilità di forze, capacità, risorse, infrastrutture, prontezza operativa e resilienza necessarie, in linea con i nostri tre compiti principali: deterrenza e difesa, prevenzione e gestione delle crisi e sicurezza cooperativa”, si legge nella risoluzione finale approvata al summit NATO. “Riaffermiamo il nostro impegno comune a espandere rapidamente la cooperazione transatlantica nel settore della difesa e a sfruttare le tecnologie emergenti e lo spirito di innovazione per promuovere la nostra sicurezza collettiva. Ci impegneremo per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e faremo leva sulle nostre partnership per promuovere la cooperazione”. Dopo aver dato vita al programma DIANA – Defense Innovation Accelerator per “accelerare l’innovazione dual use delle nuove tecnologie” (milioni di dollari per centri di ricerca e sviluppo in tutti i paesi; in Italia a Torino, La Spezia e Capua), la NATO ha varato un Rapid Adopion Action Plan per “rafforzare e velocizzare” l’adozione e l’integrazione di nuovi prodotti tecnologici in campo militare. “Gli Alleati si impegnano ad accelerare le procedure di adozione, compresi i bandi di appalti accelerati, e ad allocare risorse adeguate a tal fine”, si legge nella risoluzione finale del vertice 2025. “Gli Alleati abbracceranno maggiori rischi di acquisizione nelle prime fasi di sviluppo e miglioreranno la comunicazione dei segnali di richiesta in ambito NATO. Il Piano di azione per la produzione in ambito militare risponde alla necessità di produrre di più e in maniera più rapida”. Tra le novità più rilevanti specie in termini di risorse ed “investimenti” va segnalata l’approvazione all’Aia della prima Strategia commerciale spaziale al fine di consentire ai paesi NATO di “integrare soluzioni commerciali più flessibili e in linea con i tempi, sia in tempo di pace che di conflitto”, offrendo maggiori “opportunità di affari” alle aziende che operano nel settore aerospaziale e un sempre più stretto coordinamento con l’Alleanza. La NATO business pro capitale privato, uscita dal vertice di giugno nei Paesi Bassi, ha dato vita ad alcuni progetti multinazionali e plurimilionari. Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Svezia, Turchia e Italia hanno commissionato l’acquisizione, lo stoccaggio, il trasporto e la gestione di “scorte di materie prime essenziali per la difesa” (in particolare litio, titanio e altri minerali delle terre rare), particolarmente richieste dalle industrie della filiera di morte. Con l’High Visibility Project – questo il nome del programma per le scorte dei minerali strategici - la NATO punta a “ridurre la vulnerabilità della domanda, nonché la dipendenza dai fornitori”. Nuovo impulso è stato dato anche al programma di potenziamento della flotta “multi-ruolo” dei velivoli cisterna NATO per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri (Multi Role Tanker Transport Fleet - MMF). La NATO Support and Procurement Agency (NSPA) ha sottoscritto un contratto con il colosso tedesco Airbus Defence and Space per la fornitura di altri due velivoli-tanker A330, che si sommeranno ai dodici già operativi con la flotta alleata. Lanciato nel 2012, il programma MMF gode dell’aiuto finanziario dell’Unione Europea. Uno dei suoi principali hub operativi è in via di realizzazione nella stazione aeronavale di Sigonella, la maggiore base USA e NATO esistente nel Mediterraneo centrale. Nell’installazione siciliana sono in corso i lavori di ampliamento delle piste di volo per consentire l’atterraggio dei grandi velivoli cisterna di US Air Force e dei partner dell’Alleanza, dopo l’acquisizione di un centinaio di ettari di terreni destinati ad uso agricolo. Ulteriori gravi effetti in termini di militarizzazione dei territori saranno generati da un altro grande progetto del Rapid Adoption Action Plan, il NATO Innovation Ranges. Nello specifico, Estonia, Finlandia, Lettonia, Paesi Bassi, Svezia ed Italia creeranno un ampio numero di “campi-poligoni” per la sperimentazione ed integrazione di nuovi sistemi militari avanzati. “Si tratta di un intervento chiave finalizzato a velocizzare l’adozione innovativa e il lancio di nuove tecnologie e ad accrescere le capacità produttive grazie all’inclusione di fornitori non tradizionali nella base industriale della difesa”, spiegano i vertici NATO. “Questi poligoni consentiranno ai partner alleati di testare, perfezionare e convalidare prodotti tecnologici in ambienti operativamente realistici”. Nonostante l’”apostolo della pace” Trump si sia presentato all’Aia con il ramoscello d’ulivo relativamente alle future relazioni di Washington con il presidente russo Putin, il documento finale del vertice NATO riafferma l’assoluta ostilità alla Russia e il pieno sostegno militare e politico all’Ucraina. “Uniti di fronte alle profonde minacce e sfide per la sicurezza, in particolare alla minaccia a lungo termine rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica e alla persistente minaccia del terrorismo (…) gli Alleati ribadiscono il loro impegno sovrano e duraturo a fornire supporto all’Ucraina, la cui sicurezza contribuisce alla nostra”, concordano i 32 leader dei Paesi NATO. Ancora più bellicose le parole del segretario generale Rutte. “La Russia è una minaccia a breve e lungo termine per l’Alleanza e la nostra intelligence suggerisce che potrebbe essere pronta ad attaccare la NATO entro i prossimi tre-sette anni; la minaccia della Russia è evidente e noi dobbiamo essere in grado di poterci difendere”, ha ammonito all’inaugurazione del vertice. I paesi europei della NATO si faranno ancora più carico delle spese di guerra dell’Ucraina. Nel corso del primo semestre 2025 sono stati inviati “aiuti militari” al governo di Kiev per un valore di 35 miliardi di euro, ma Mark Rutte ha ribadito l’intenzione di superare quota 50 entro la fine dell’anno. Il governo italiano si è presentato più compatto che mai alla corte-pollaio di mister Trump. Prima di spiccare il volo verso i Paesi Bassi, la premier Giorgia Meloni ha espresso in Parlamento la totale adesione-devozione al programma lagrime e sangue del 5% PIL annuo in spese di guerra. Ci ha provato l’Osservatorio Milex sulle spese militari a quantificare l’ammontare delle risorse finanziarie che saranno sottratte dal bilancio dello Stato per alimentare il mercato dei sistemi d’arma. Solo l’obiettivo in cash del 3,5% comporterà una spesa di non meno di 700 miliardi entro i prossimi dieci anni, circa 220 miliardi in più rispetto a quello che si spenderebbe nello stesso periodo con la previsione del 2% del PIL. Nel caso dell’intero obiettivo del 5%, nei prossimi 10 anni si rischierebbe di spendere 964 miliardi, cioè 445 miliardi in più rispetto al livello del 2%, con una media annuale di risorse aggiuntive pari a 44 miliardi. Alle tante guerre “esterne” che vedono cobelligerare il bel paese si sommerebbe così una vera e propria “guerra interna” contro i ceti sociali più svantaggiati.   Articolo pubblicato in Umanità Nova, 10 luglio 2025.
Mare armato: i droni Frontex contro i migranti, quelli di Israele contro la Handala
Palestina L’arrembaggio è durato pochi minuti, sono seguite ore di abusi e umiliazioni: il racconto di Antonio Mazzeo, giornalista a bordo dell'ultima Freedom Flotilla Sabato 26 luglio, tardo pomeriggio. Cinquanta miglia. Forse meno. Sembra quasi respirare l’aria di Gaza. Vento caldo, umido. A sud-est sono visibili le luci in Sinai, le prime dopo sette giorni di navigazione senza mai scorgere terra. Da ore abbiamo superato il red point, quello dove un mese prima è stata abbordata la nave sorella di Handala, la Madleen della Freedom Flotilla. Ingenuamente speriamo che gli israeliani ci lascino arrivare per mostrare al mondo, ipocritamente, di essere l’unica democrazia in Medio oriente. Nulla da fare. Da Haifa partono due pattugliatori con a bordo gli incursori della Marina di guerra. Quel reparto d’élite era a Brindisi nell’estate di due anni fa per addestrarsi con la Brigata San Marco. L’Idf ci aveva inviato il giorno precedente i droni di intelligence. Un grande Heron ci ha sorvolato a bassa quota, a mo’ di condor, per un paio d’ore qualche ora prima. Gli aerei senza pilota, in buona parte made in Israel, avevano stuprato il firmamento durante le splendide notti trascorse incrociando le acque del Mediterraneo fin dalle coste greche. Non erano per noi. Erano per conto di Frontex e dei paesi della sponda nord per fare la guerra alle migrazioni e ai migranti. Anche i droni, come i marines, gli hovercraft e gli arrembaggi contro le navi umanitarie che trasportano cibo, medicine per la popolazione di Gaza, sono le prove che il Mare Nostrum non è più nostro, di noi popoli che ci siamo scambiati culture, lingue, sapori. Il Mediterraneo è il grande mare di Israele, dove fa impunemente ciò che vuole, quando e come vuole. L’arrembaggio dura pochi minuti. Un’operazione bellica da manuale. I marines sono attenti a non creare “effetti collaterali” sull’imbarcazione e a noi equipaggio. Un solo errore. Hanno distrutto immediatamente due telecamere e strappato tutte le bandiere palestinesi, ma non si sono accorti di una terza telecamera che trasmetterà per un paio di minuti al mondo intero l’incursione di una trentina di robocop super armati, la nostra resistenza passiva, mani aperte in avanti e le note della Bella Ciao. Hanno schede per ognuno di noi, ci chiamano con il nome di battesimo, forse hanno perfino imparato a memoria i nostri profili psicologici. Ci ordinano di sdraiarci sul ponte. Fingono di essere perfino umani, ci propongono panini e acqua fresca, ci consentono di utilizzare il bagno. Mi umilia quel loro recitare gentilezza. Fossimo stati adolescenti palestinesi ci avrebbero schiacciati braccia e gambe sotto gli scarponi. Hanno tutte e tutti il volto coperto, ma si distinguono i tratti degli occhi. Sono ventenni, forse un paio di anni in meno. Sento una fitta al petto. La banalità del male. Adolescenti che mi ricordano tali e quali i miei studenti, belli come loro, ma che possono trasformarsi in macchine infernali di distruzione e morte. Che forse hanno già ucciso a Gaza o nel sud del Libano. E che comunque presto lo faranno. Avete avuto paura in quei momenti? La domanda è ricorrente. No, non abbiamo avuto paura. Abbiamo sentito però, come un macigno, nel cuore, il peso della fine di un sogno: toccare terra e guardare negli occhi delle bambine e dei bambini di Gaza, vederli sorridere davanti al miracolo di un piccolo guscio di noce che ha sfidato i marosi e gli squali con la stella di david per portare un pizzico di umanità dove l’umanità è stata cancellata dalle bombe e dalle condanne a morte per fame e per sete. L’Handala del fumettista martire Naji Al-Ali che si mette alle spalle le ingiustizie e gli orrori della guerra e cammina verso la resistenza e la speranza. A bordo dell’ex peschereccio c’erano gli orsacchiotti e i peluche consegnatici dai bambini di Siracusa e Gallipoli per darli in dono ai loro amichetti dell’altra parte del mare. Un pupazzetto rosso si è staccato da una fiancata durante l’assalto e si è aggrappato ad una gamba. L’ho stretto al petto per altre otto ore nella notte. Alle prime luci dell’alba mi sono accorto che tanti altri compagni si abbracciavano a un peluche. Con le lacrime agli occhi alcuni; guardando il vuoto gli altri. Poi l’approdo ad Ashdod e la consegna alle forze di polizia. Brutali, violente, volgari. E razziste. Chi ha la doppia cittadinanza e un passaporto israeliano viene chiamato per primo. Li abbracciamo coscienti che non li incroceremo più a terra. Poi uno alla volta veniamo strattonati e spintonati dento il terminal portuale, fino a un camerone dove ci sediamo a semicerchio guardati a vista da brutti ceffi che sembrano comparse di un pessimo serial tv sulla police usa. Manca all’appello Chris, il leader sindacalista autonomo di Amazon. Da uno scorcio di vetrata vediamo che lo trascinano a forza. Chiediamo la presenza di un avvocato. Ci deridono, ci minacciano. Poi ci chiamano uno alla volta per avviare le operazioni di riconoscimento, perquisizione e sequestro dei borsoni e degli effetti personali. Mai più ci ritroveremo insieme. Di 15 dei 21 componenti della missione non saprò più come e dove staranno fino al rientro in Italia. Venti ore di detenzione in due squallide celle e un altro paio in un cellulare, due metri x due x 70 cm. con due giornalisti di Al Jazeera e un media attivista di New York. Perquisizioni e denudamenti infiniti. L’umiliazione del puzzo di urina che ti esce da uno slip che non ti fanno mai cambiare. Ma l’Handala e l’umanità intera a bordo resterà umana.   Articolo pubblicato in Il Manifesto, 2 agosto 2025, https://ilmanifesto.it/mare-armato-i-droni-frontex-contro-i-migranti-quelli-di-israele-contro-la-handala
La disumanizzazione degli aiuti umanitari a Gaza: l'Italia coopera alla "soluzione finale" di Netanyahu
Durante la conferenza stampa in cui il premier genocida israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato come il piano di occupazione militare e deportazione da Gaza City di oltre un milione di abitanti preveda pure "la creazione di corridoi sicuri per la distribuzione degli aiuti umanitari, l'aumento del numero di punti di distribuzione sicuri gestiti dai contractor militari-privati USA-Israel e un maggior numero di lanci aerei da parte delle forze israeliane e di altri partner". Paracadutare gli "aiuti" da velivoli da guerra è l'ennesimo atto di disumanizzazione dell'"intervento umanitario", vergognosamente costoso, pericoloso e soprattutto funzionale ad accrescere le tensioni e il caos tra la popolazione di Gaza e, di conseguenza, i "tiri al bersaglio" contro chi tenta di appropriarsi dei "doni" piovuti dal cielo. Dal 9 agosto anche l'Aeronautica Militare italiana ha avviato i lanci degli aiuti dai C-130 della 46^ brigata aerea di Pisa. “Solidarity Path Operation” è il nome dato alla missione: i velivoli italiani decollano da una base militare della Giordania per poi raggiungere la Striscia di Gaza e "liberarsi" dei "carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili", così come riporta l'ufficio stampa del Ministero della Difesa. I lanci vengono effettuati unitamente ad altri velivoli di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Germania, Francia, Belgio e Olanda. Dopo il sostegno a 360 gradi ai crimini di Israele contro la popolazione palestinese, l'Italia si piega all'ignobile campagna di sterminio per fame degli abitanti di Gaza, anch'essa funzionale alla loro deportazione ed espulsione. Con detestabile ipocrisia di parla di "aiuti", mentre nulla viene fatto per imporre ad Israele il rispetto del diritto internazionale umanitario, l'apertura dei valichi della Striscia ai camion che trasportano viveri e medicinali e la fine del blocco navale militare della Marina di Tel Aviv nelle acque nazionali della Palestina (si vedano gli arrembaggi e i sequestri delle imbarcazioni della Freedom Flotilla). I "paracadutaggi" degli aiuti vengono filmati a fini di propaganda e legittimazione dell'occupazione israeliana di Gaza. Quella che era fino al 7 ottobre 2023 la più grande prigione a cielo aperto del mondo è stata trasformata in un immenso lager di sofferenze e morte. Adesso, grazie ai lanci militari di pochissime scatolette di alimenti, Gaza è ulteriormente brutalizzata e disumanizzata e resa simile più simile ad una "gabbia-zoo". Anche di queste nefandezze un giorno tutte e tutti dovremo risponderne di fronte ai nostri figli e nipoti.
La «Bahri Yanbu» è nel porto di Genova con il suo carico di morte
COMUNICATO STAMPA (7 agosto 2025) L’osservatorio Weapon Watch esprime piena solidarietà ai lavoratori del porto di Genova e alle loro organizzazioni sindacali, che hanno organizzato la protesta – l’ennesima – contro l’arrivo di una nave della compagnia marittima saudita Bahri, come al solito carica di armi ed esplosivi. In questa occasione, la nave doveva imbarcare anche cannoni di produzione Leonardo destinati ad Abu Dhabi, giunti dalla Spezia e visti sulle banchine del terminal GMT. Le ragioni della protesta sono molte e serie. Per quello che riguarda i sistemi d’arma di produzione italiana destinati agli Emirati Arabi Uniti, ricordiamo ciò che abbiamo scritto sul nostro sito web e sulla pagina FB, cioè che la Legge 185 del 1990 vieta l’esportazione di armi a paesi che non rispondono a una serie di criteri stringenti, tra cui quello di non essere in stato di guerra, e di non utilizzare la guerra per risolvere le controversie internazionali (gli Emirati hanno partecipato alla guerra contro lo Yemen, con migliaia di vittime civili dal 2014 a oggi, guerra che non si è conclusa e anzi minaccia di riesplodere dopo l’attacco israeliano all’Iran; e stanno sostenendo le Forze di intervento rapido, milizia operante nel Sud Sudan e protagonista della sanguinosa guerra civile in corso). Gli Emirati Arabi Uniti nel 2025 sono al 119° posto (su 167 paesi) del Democracy Index della rivista «the Economist», inseriti tra i paesi autoritari privi di sistema elettorale e con scarsissime libertà civili. Lo stesso vale per il transito di materiale militare non prodotto in Italia e nell’Unione Europea. La «Bahri Yanbu» toccherà nel suo viaggio porti in Egitto e Arabia Saudita, paesi ancora più autoritari degli Emirati, per proseguire poi nell’oceano Indiano e il Far East. Non abbiamo garanzie circa circa il destinatario finale e l’impiego del materiale militare trasportato. Mezzi anfibi a bordo della «Yanbu», Genova 7 agosto 2025. Oltre ai cannoni di Leonardo, la «Yanbu» trasporta un ingente carico di blindati, carri armati e munizioni di fabbricazione statunitense, in particolare mezzi anfibi da sbarco del tipo AAV-7 tipicamente usati dai marines, che non ci risulta siano in dotazione nei paesi arabi. Il carico sembra preludere a un’operazione militare dal mare di grandi dimensioni. Motivo di allarme, poi, sono i molti container che trasportano dangerous goods della classe 1.1, cioè la classe più pericolosa, in sostanza esplosivi con rischio di esplosione di massa. I containe con esplosivi (classe 1.1) a bordo della «Yanbu». La nave saudita accerchiata dalla bettolina «Brezzamare» e dalla chimichiera «Imera», oggi a Genova, tra POnte Eritrea e Ponte Somalia. Oggi (7 agosto 2025) a fianco della «Yanbu» carica di esplosivo ha sostato la bettolina-cisterna «Brezzamare», che ha rifornito di nafta la multipurpose «Coe Luisa», mentre pochi metri più in là era ormeggiata la chimichiera maltese «Imera» da 9.000 tonnellate: un ‘ingorgo’ altamente pericoloso a pochi passi dai container carichi di esplosivi posizionati sul ponte della «Yanbu». Abbiamo già sollevato in passato il problema della gestione del rischio di esplosione, in occasione delle visite delle navi Bahri al molo Eritrea (https://www.weaponwatch.net/2020/02/03/esplosivi-in-porto-siamo-sicuri/ ). Le navi saudite cariche di munizioni ed esplosivi stazionano a 450 m dalle prime case di Sampierdarena alle spalle del porto, e nel raggio di mille metri si trovano consistenti depositi petroliferi e chimici. Per dare un quadro dei rischi che lavoratori e cittadini hanno corso e corrono ogni volta che gli esplosivi militari entrano in porto, ricordiamo che l’esplosione che ha colpito il porto di Beirut il 4 agosto 2023 ha demolito ogni fabbricato nel raggio di mezzo miglio, pari a 800 metri, e che le vittime si sono registrate nel raggio di un miglio (1600 m). Finora non abbiamo mai ricevuto sul tema della resistenza alcuna risposta dalle autorità interessate. Nel giugno 2023 c’è stato un incontro informativo con il Consiglio comunale di Genova, poi rimasto lettera morta. Ci conforta che in occasione dell’odierna protesta le organizzazioni sindacali abbiano ripreso il tema della sicurezza portuale e che abbiano ottenuto dall’Autorità di Sistema portuale del mar Ligure occidentale la proposta di avviare un osservatorio sul traffico delle armi in porto, nello sforzo di garantire trasparenza e prevenzione dei rischi nel rispetto delle normative e della Legge 185/1990. L’iniziativa dei lavoratori di Genova può essere di stimolo per altre città portuali italiane coinvolte in un traffico di armi sempre più intenso.
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Porto di Genova: NUOVO APPUNTAMENTO CON LE “NAVI DELLA MORTE” BAHRI PER UN “CARICO DI MORTE” DELL’INDUSTRIA LEONARDO
Come mostra l’immagine trasmessaci dai portuali genovesi, è in attesa di imbarco al Ponte Eritrea, terminal GMT del Gruppo Steinweg, noto per essere il molo di attracco delle famigerate “navi della morte” saudite della compagnia Bahri (rappresentate in Italia dall’agenzia marittima Delta del gruppo Gastaldi), coperto dall’imballaggio su un roll trailer (MAFI), un cannone navale 72/62 OTO super rapido da 76mm prodotto a La Spezia nello stabilimento Leonardo. Nel frattempo, è entrata in Mediterraneo, proveniente dal porto USA di Baltimora-Dundalk e diretta in Medio-Oriente, la nave «Bahri Yanbu» che farà scalo a Genova nel primo mattino di giovedì 7 agosto. Secondo le nostre informazioni, la Yanbu caricherà due cannoni 72/62 e un container da 20” con gli accessori per l’assemblaggio, con destinazione Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti (EAU). Ricordiamo che Weapon Watch si è già occupata di questi cannoni in un articolo del gennaio 2024, perché furono impiegati dalla Marina israeliana il 14 ottobre 2023 – pochi giorni dopo l’attacco di Hamas in territorio israeliano – per bombardare dal mare i quartieri civili della Striscia di Gaza. Bombardamento che aveva drammaticamente smentito le voci da ambienti di Leonardo, circa l’uso esclusivamente “difensivo” degli armamenti fabbricati in Italia e consegnati alle forze armate di Israele. Immaginiamo che anche la vendita dei cannoni pronti all’imbarco a Genova sia stata autorizzata secondo la legge dal governo italiano in quanto ufficialmente destinati alla difesa degli EAU. Ricordiamo che il governo Conte II nel 2019 aveva sospeso le vendite di armi agli EAU, per la loro implicazione nella feroce guerra in Yemen a fianco dell’Arabia Saudita; e che nel 2023 il governo Meloni ha revocato il divieto sia per l’apparente disimpegno emiratino dalla guerra yemenita, sia per i segnali promettenti (ad oggi rimasti tali) di un accordo di pace con i “ribelli houthi”, che di fatto governano lo Yemen da un decennio nonostante l’isolamento internazionale e le gravi crisi umanitarie causate dalla guerra. Tuttavia, in questo strategico quadrante medio-orientale lo scontro militare potrebbe diventare aperto e cruento, come conseguenza indiretta del recente attacco israeliano all’Iran – tra i principali sostenitori del composito mosaico delle milizie yemenite – e per la volontà degli EAU che qui hanno stabilito solide basi di controllo militare, con l’appoggio delle azioni coperte e degli omicidi mirati compiuti da anni dalle agenzie di contractors americane e israeliane. Il cannone di Leonardo sulla banchina del Genoa Metal Termnal, il 4 agosto 2025. Oltre a costituire un’oggettiva minaccia nel precario equilibrio militare in quest’area, le armi di fabbricazione italiana non dovrebbero essere vendute agli EAU, che stanno al fondo della classifica nel rispetto dei diritti umani. Secondo Amnesty International, gli Emirati non sono infatti un “paese dei balocchi”, meta esotica di turismo e di business rampante, ma il major defense partner degli USA, in possesso di una sempre più aggressiva industria militare e impegnati nei teatri di conflitto di loro interesse in una intensa attività bellica anche contro i civili. Lo fanno direttamente come in Yemen, o più spesso attraverso l’armamento e il sostegno di forze locali come in Libia o Sudan. Nel 2024 Amnesty ha scoperto nuove prove visive che i veicoli di trasporto di truppe blindati prodotti negli EAU venivano utilizzati dalle Forze di supporto rapido in Sudan, che hanno commesso crimini di guerra tra cui attacchi motivati etnicamente contro i civili. EAU è inoltre uno stato monarchico assoluto, privo di qualsiasi forma di democrazia, che criminalizza i diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica, dove i lavoratori migranti sono sfruttati e discriminati e gli è negato il diritto a formare sindacati e scioperare, dove recentemente in nome dell’alleanza con Israele, con cui ha mantenuto relazioni economiche, l’espressione filo-palestinese viene repressa. Se dunque gli EAU sono un Paese coinvolto in conflitti armati non difensivi, quantunque mascherati, se la loro politica in ogni caso contrasta con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione, se sono notoriamente responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, allora perché non è vietata l’esportazione materiali di armamento verso gli Emirati ai sensi della legge italiana (L.185/1990)? E perché i portuali dovrebbero essere obbligati con il loro onesto lavoro a essere complici di questo illegittimo e infame “carico di morte”?
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Comunicato Stampa di Rete spezzina Pace e Disarmo e The Weapon Watch
A LA SPEZIA INCROCIO DI POSSIBILI TRAFFICI DI ARMAMENTI DESTINAZIONE ISRAELE Sabato 26 luglio – ore 17.50 Il porto spezzino rimane sotto i riflettori per la sua vocazione come scalo di carico e transito marittimo di armamenti. Mentre scriviamo, attirano l’attenzione due navi. La prima, «Cosco Pisces», una grande porta container che avrebbe dovuto far scalo ieri mattina (25 luglio) alla Spezia, e invece da quasi un giorno è ferma al largo, a trenta miglia dalla costa ligure. L’attenzione sulla nave è stata richiamata dai portuali del Pireo. Infatti – secondo i portuali greci – avrebbe in stiva cinque container carichi di componenti militari in acciaio che stanno compiendo un lungo viaggio: partiti dal porto di Mumbai (India) a fine giugno per Singapore, sono stati qui caricati sulla «Cosco Pisces», grande porta container da 20.000 TEU che Cosco gestisce sulla rotta Asia-Mediterraneo. Individuati al Pireo perché destinati a IMI Systems, uno dei grandi contractors dell’industria militare israeliana, i cinque container sono con tutta probabilità in procinto di essere re-imbarcati su una nave feeder diretta in Israele in uno dei prossimi porti che la «Pisces» dovrebbe toccare, appunto La Spezia, poi Genova, Marsiglia-Fos, Valencia, prima di ripartire per il Far East. I portuali greci e italiani hanno chiamato alla mobilitazione anche i colleghi francesi e spagnoli. Una seconda nave è al momento in porto a La Spezia. Si tratta della «Aal Gunsan», bandiera cipriota, una nave che solitamente opera in charter. Secondo fonti locali, che non abbiamo potuto verificare, avrebbe imbarcato al molo Garibaldi due container contenenti due cannoni e munizioni diretti in Indonesia. Le nostre associazioni si fanno interpreti del pericolo che città e porto possano divenire il crocevia di traffici destinati ad alimentare guerre, in particolare quella in corso a Gaza, in cui Israele sta violando i più elementari diritti umani e compiendo azioni genocidarie che sono sotto indagine da parte di tribunali internazionali. In proposito ricordiamo un recente caso a Ravenna che ha visto il coinvolgimento di rinomate aziende lombarde in un tentativo di esportare in Israele come “fucinati di acciaio” 14 tonnellate di componenti di cannoni, nonostante il divieto governativo. Chiediamo all’AdSP del Mar Ligure orientale di esercitare tutti i controlli richiesti dalla legge 185/1990 e maggior trasparenza e dati certi circa il passaggio di armi dai porti della Spezia e di Marina di Carrara, i rispettivi quantitativi in esportazione, importazione e transito e le relative destinazioni, dati che sono a conoscenza delle medesime autorità. Chiediamo inoltre ai rappresentanti eletti nel Comune di La Spezia di prendere posizione pubblicamente circa eventuali legami del tessuto economico spezzino con l’economia di guerra di Israele, di cui è prova l’annunciata presenza alla prossima edizione di SeaFuture di una delegazione ufficiale della Marina israeliana. Rete spezzina Pace e Disarmo e The Weapon Watch
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