Alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica, centinaia di arresti,
manifestazioni represse, giornalisti e oppositori nel mirino. Mentre i leader
occidentali discutono di riarmo, la Turchia rafforza la stretta autoritaria
Negli …
di Mauro Armanino Dalle parole del poeta Erich Fried al ricordo di Genova 2001,
una riflessione sul pericolo più insidioso del nostro tempo: abituarsi alla
guerra, all’ingiustizia e alla violenza …
Le acque del sud della Puglia ospiteranno fino al 10 luglio le attività della
prima fase della Task Force X – Central Mediterranean.
Il Salento e l’Adriatico meridionale al centro della sperimentazione di droni
navali e sottomarini e di nuove tecnologie di guerra NATO.
Il sud della Puglia e le acque limitrofe ospitano dal 22 giugno scorso le
attività della prima fase della Task Force X - Central Mediterranean (TFX
CentMed), che proseguiranno fino al 10 luglio.
L’esercitazione militare, promossa dal NATO Allied Command Transformation (ACT),
il Comando alleato alla guida dei programmi di sviluppo strategico e tecnologico
dell’Alleanza Atlantica con quartier generale a Norfolk (Virginia) e dallo Stato
Maggiore della Difesa italiano, viene descritta come uno “dei test operativi più
avanzati” della NATO, per “testare, integrare e adottare nuove tecnologie e
capacità”.
In occasione della TFX CentMed saranno sperimentate “per la prima volta e in
modo simultaneo, capacità nei cinque domini – terrestre, marittimo, aereo, cyber
e spaziale – con l’ulteriore integrazione di dati provenienti dall’ambiente
underwater e dallo spettro elettromagnetico”.
All’esercitazione in terra salentina partecipano unità militari di Italia,
Croazia, Lettonia, Slovenia e Stati Uniti d’America. “L’obiettivo – spiega lo
Stato Maggiore della Difesa - è la validazione di un sistema di sistemi capace
di integrare, interconnettere e rendere interoperabili piattaforme, sensori,
sistemi pilotati e non pilotati”.
Più di un centinaio di droni aerei, terrestri, navali e sottomarini impiegati
nei war games, più alcuni aerei radar e velivoli di intelligence, riconoscimento
e sorveglianza in dotazione alle forze armate dei paesi partecipanti.
Come sempre più accade in occasione di esercitazioni militari nazionali e
internazionali, a Task Force X - Central Mediterranean è prevista la presenza di
non meglio specificate “realtà industriali del settore della difesa nell’ambito
delle attività di sperimentazione operativa”, in vista di collaborazioni future
e “potenziali sinergie” a livello nazionale e in ambito NATO.
“Task Force X conferma il ruolo dell’Italia come attore di riferimento nella
trasformazione e nell’innovazione dell’Alleanza”, enfatizza lo Stato Maggiore
della Difesa. “L’esercitazione rappresenta una risposta strategica e innovativa
alle sfide emergenti, contribuendo al rafforzamento della difesa multidominio e
della deterrenza sul Fianco Sud della NATO, area sempre più centrale per la
sicurezza alleata. TFX CentMed promuove il processo di integrazione,
complementarietà, ridondanza e resilienza della NATO, rafforzandone l’efficacia
operativa”.
E’ tuttavia il NATO Allied Command Transformation (ACT) a spiegare le ragioni
per cui è stato deciso di svolgere l’esercitazione in territorio e nelle acque
pugliesi. “Il Mediterraneo centrale è strategicamente importante perché incrocia
l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente, dove le vulnerabilità delle
infrastrutture critiche e le sfide alla sicurezza sempre più complesse
richiedono una consapevolezza costante e un coordinamento effettivo”, riporta
l’ufficio stampa del comando NATO di stanza in Virginia. “Task Force X Central
Mediterranean dimostrerà come le forze tradizionali e i sistemi senza pilota
possono operare insieme all’interno di una singola cornice operativa (…) Per la
prima volta, noi stiamo sperimentando il modello Task Force X nel Fianco Sud
della NATO, con la guida dell’Italia e il contributo degli Alleati. Ciò è come
la NATO apprende e si adatta: testando tecnologie emergenti in condizioni
operative realistiche, integrando sistemi con equipaggi e senza pilota,
trasformando ciò in capacità che l’Alleanza può adottare e scalare rapidamente”.
Buona parte delle esercitazioni in ambito terrestre e navale si tengono presso
il poligono di Torre Veneri (comune di Lecce), compreso fra le località di
Frigole Mare, San Cataldo e la strada provinciale 133 “Litoranea Salentina” e
nello specchio di mare antistante l’area addestrativa. Si tratta di un’area di
impareggiabile bellezza ambientale e paesaggistica utilizzata periodicamente per
esercitazioni a fuoco e test di mezzi di guerra, sotto la giurisdizione della
Scuola di Cavalleria dell’Esercito italiano, con sede a Lecce.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri l1 luglio 2026,
https://pagineesteri.it/2026/07/01/europa/salento-e-adriatico-centro-della-sperimentazione-di-droni-navali-e-sottomarini-nato/
Crosetto tranquillizza: solo autorizzazioni tecniche. Smentita del segretario
generale dell'Alleanza Mark Rutte: partiti migliaia di voli dall'Europa
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non
belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e
braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei
trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una
linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre
applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7
aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del dibattito
parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra
all’Iran.
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non
cinetiche”, hanno successivamente ribadito la premer Giorgia Meloni e Crosetto.
“Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di
fuori delle previsioni vigenti”.
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale
della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle
basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo
statunitensi”, ha spiegato Rutte all’emittente Fox News. “Dalle basi USA in
Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre
il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato
come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
L’Italia ha indubbiamente svolto un ruolo chiave nelle operazioni di guerra
contro Teheran e non ci volevano i vertici NATO per rivelare quello che agli
occhi degli analisti più attenti era un vero e proprio segreto di Pulcinella.
Dalla base aerea di Aviano (Pordenone) per tutto il periodo del conflitto è
stato registrato il via vai di grandi aerei da trasporto di US Air Force. Il
Fatto Quotidiano ha documentato non meno di cinque transiti dal 21 febbraio fino
al 3 marzo 2026 dei Lockheed C-5M “Super Galaxy” del Pentagono, in grado di
trasportare fino a 127.000 kg di sistemi d’arma e munizioni, compresi carri
armati ed elicotteri d’attacco.
Dal 27 marzo al 13 aprile ancora il Fatto Quotidiano ha tracciato 23 voli di
aerei cargo Lockheed Martin C-130J “Hercules”, da Aviano alla base inglese di
Fairford, utilizzata dai bombardieri strategici USA B1 e B52 per gli strike
contro il territorio iraniano.
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US
Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento dei caccia a lungo
raggio impiegati per bombardare in Iran”, ha riportato l’autorevole The Wall
Street Journal in un lungo articolo su come l’Europa stesse giocando
“silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran, pubblicato il 23 marzo.
E’ stato pure accertato il trasferimento da Aviano a due basi in Arabia Saudita
e Giordania, il 16 febbraio, di dodici cacciabombardieri “Fighting Falcon” del
31st Fighter Wing di US Air Force, con quartier generale proprio nello scalo
friulano.
Durante il loro passaggio sul Mediterraneo, i velivoli sono stati riforniti in
volo da due Boeing KC-135 decollati da Ramstein e Spangdahlem (Germania). Dal 28
febbraio i dodici F-16 sono stati impiegati per colpire l’Iran.
Ancora più cruciale il ruolo assunto dalla stazione aeronavale siciliana di
Sigonella sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e
israeliano.
Anche Sigonella è stata utilizzata dai Boeing KC-135 “Stratotanker” di US Air
Force per rifornire in volo i bombardieri strategici diretti dagli Usa e il nord
Europa verso Il Medio oriente.
Tutti i giorni di conflitto, dalla Sicilia sono decollati poi alcuni velivoli
senza pilota e i pattugliatori marittimi delle forze armate USA, per dirigersi
verso il Golfo Persico con il compito di individuare i potenziali obiettivi da
colpire in Iran.
Protagonisti d’eccellenza i droni MQ-4C “Triton” di US Navy, tra i velivoli più
avanzati e sofisticati per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di
sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati
d’intelligence sulle forze “nemiche”.
Le attività dei “Triton” sono state propedeutiche alle operazioni di attacco
vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C
partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste
nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle
maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per
l’arricchimento dell’uranio.
Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui
viene esportato quasi il 90% del greggio di produzione iraniana. Sia il
distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati oggetto di un massiccio
bombardamento USA, la notte del 14 marzo. Senza il monitoraggio dell’area e
l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non
sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike.
Da Sigonella hanno poi operato i velivoli da pattugliamento aeronavale Boeing
P8A “Poseidon”, anch’essi in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti
d’America. Come i “Triton”, essi hanno svolto missioni di intelligence,
sorveglianza e riconoscimento dei potenziali obiettivi civili e militari
iraniani.
Qualche ora prima che venissero lanciati i raid la notte del 28 febbraio 2026,
un “Poseidon” è decollato da Sigonella per dirigersi verso lo spazio aereo
mediorientale per monitorare l’intero scacchiere operativo e cooperare alla
direzione delle operazioni belliche.
L’Italia è stata, è e sarà sempre piattaforma di guerra. Con buona pace del
governo fascioleghista e della balbettante ed imbarazzata “opposizione” di
centrosinistra: il sì alle basi USA e NATO è bipartisan, nonostante la loro
esistenza sia in totale violazione della Costituzione e del diritto
internazionale.
Articolo pubblicato in AfricaExPress il 28 giugno 2026,
https://www.africa-express.info/2026/06/28/bugie-di-guerra-il-governo-minimizza-ma-la-nato-conferma-le-basi-usa-in-italia-sono-la-piattaforma-degli-attacchi-alliran/
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi
militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni.
La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34
maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal
Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1
2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore
di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi,
un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe
restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle
truppe USA.
La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine
degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico
della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era
motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la
difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione
comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del
Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle
basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon
Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le
necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa
settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano
indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento
tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta
ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in
Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia
di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe
nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35.
La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal
popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una
massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi
proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche
via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo,
guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e
accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal
momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco
alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni
di continuità.
I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in
costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di
aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica
internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del
divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia
repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare
americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo
presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il
precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche
riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo
stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei
deputati.
Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da
due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in
un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella.
Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026.
Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in
un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le
operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”),
concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di
forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For
example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support
Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di
minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran.
Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e
ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche,
logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura
cinetica (cioè combattive o offensive).
Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24
giugno 2026.
L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web
www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti
conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo
Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di
materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di
armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti
all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio
costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990.
L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta
sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello
attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo
sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior
amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le
inevitabili conseguenze di questo atteggiamento.
[vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema;
https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/
]
La civiltà industriale moderna non è riducibile all’economia né al semplice
gioco degli interessi. Va compresa come organizzazione del vivente secondo
rapporti di costrizione, misura ed equivalenza funzionale. In questo quadro, la
categoria moderna di energia è il dispositivo attraverso cui il mondo diventa
disponibile.
È ciò che Simone Weil chiama «gravità»: un ordine in cui gli esseri cessano di
apparire nella loro singolarità e diventano elementi intercambiabili di un
funzionamento generale, mentre l’agire umano si riduce ad adattamento. La
dipendenza non costituisce dunque un effetto accidentale della modernità, ma la
sua forma costitutiva: l’integrazione degli individui nei circuiti del
tecno-capitale come risorsa mobilitabile e sacrificabile dal loro stesso
metabolismo.
La guerra contemporanea rende visibile questa struttura nella sua forma più
estrema, attraverso il conflitto per il controllo di strozzature strategiche,
come Hormuz. L’interruzione dei flussi energetico-informazionali costituisce
anche un momento di rivelazione della dipendenza vitale — mobilità,
alimentazione, riscaldamento, comunicazione, salute — e un possibile terreno di
conflitto sulla sua stessa forma, che i possibili scenari di «lockdown
energetico» vorrebbero amministrare attraverso una gerarchia degli accessi.
La crisi energetica, tuttavia, rimanda, tornando a Simone Weil, a qualcosa di
più profondo: la degradazione dell’energia umana necessaria all’azione, quando
una convinzione non riesce a tradursi in atto e si disperde in parole prive di
efficacia. La questione non riguarda più soltanto quale energia alimenti il
metabolismo della macchina – e sempre più della vita -, bensì quale slancio
resti disponibile per interromperne il funzionamento.
Qui alcuni interventi portati alla discussione “Lockdown energetico o blackout
come occasione?” durante la Taz contro la guerra vol. 2, il 22 maggio a Torino:
Estratti dalla puntata del 29 giugno 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
SORVEGLIANZA BIOMETRICA, SPORT E VULNERABILIZZAZIONE
Partiamo da un’analisi del contratto recentemente stipulato tra la WNBA (lega
del basket professionistico femminile statunitense) e l’organizzazione delle
giocatrici, dal quale emerge la normalizzazione dei cosiddetti “wearables”:
dispositivi biometrici indossabili per estrarre dati sulle condizioni di salute
e le prestazioni fisiche.
La sorveglianza biometrica delle atlete apre a scenari di vulnerabilizzazione,
quali l’utilizzo del loro corpo trasformato in dati nelle fasi di assunzione o
di rinnovo del contratto, ma anche di commercializzazione degli stessi.
Se possiamo osservare queste dinamiche all’interno di un contesto relativamente
privilegiato come lo sport professionistico, immaginiamo quanto dispositivi per
il monitoraggio delle performance della forza lavoro (bossware) possano
comprimere ulteriormente le tutele e incrementare i margini di sfruttamento.
OPERAZIONI ISRAELIANE NEGLI USA
Il Dipartimento di Intelligence Militare statunitense (DIA) a emanato un’allerta
sulle attività portate avanti dai servizi segreti israeliani sul territorio
statunitense. Ripercorriamo alcuni casi eclatanti, come quelli di Jonathan
Pollard nel 1987 e di Lawrence Franklin nel 2004, o la recente clemenza di un
procuratore israelo-americano (Sigel Chattah) rispetto a casi di adescamento di
minori e di potenziale bioterrorismo che coinvolgevano cittadini israeliani, per
arrivare all’ultimo fenomeno emerso: un modulo FARA (Foreign Agents Registration
Act) dal quale si evince l’interesse da parti di attori sionisti nel manipolare
le opinioni delle comunità cristiane americane.
/ / / Vedi anche il ruolo di Black Cube (agenzia di intelligence privata
israeliana) nelle elezioni 2026 in Slovenia
IL POTERE DI PALANTIR E L’ASCESA DI MISTRAL
Nella puntata precedente avevamo descritto la cornice all’interno della quale si
sta producendo lo svincolamento dell’intelligence francese da Palantir, oggi
torniamo sul tema cercando di osservare il livello di pervasione di questa
struttura di potere tecnologico all’interno della “cosa pubblica”.
Partiamo dall’elenco delle strutture governative statunitensi colonizzate da
Palantir per descrivere il livello di implementazione della Technological
Republic teorizzata dal suo CEO Alex Karp, ci soffermiamo sulle sue recenti
espansioni in ambito militare, per arrivare ai tentativi di concorrenza da parte
della francese Mistral AI:
Il vertice intergovernativo tra Italia e Francia, riunito ad Antibes a quasi
cinque anni dalla firma del Trattato del Quirinale, segna un nuovo passo nel
rafforzamento della cooperazione tra i […]
The post DAL NUCLEARE AL TAV: ITALIA E FRANCIA RAFFORZANO L’ASSE, MA SALVINI
RESTA FUORI DALLA FOTO DI FAMIGLIA first appeared on notav.info.
Dopo le iniziative nelle scuole e gli eventi con l’Esercito, il 28 giugno la
città ospita il raduno provinciale dei Bersaglieri. I Genitori e insegnanti
contro la guerra e la …
Made in Italy parte dell’arsenale di morte di Israele per la campagna
genocidaria contro il popolo palestinese e le operazioni belliche contro Libano,
Siria, Yemen ed Iran. Negli ultimi due anni sono stati inviati dal nostro paese
allo stato sionista non meno di 416 carichi di armi e centinaia di migliaia di
tonnellate di carburante. E’ quanto emerge dal rapporto presentato nelle
settimane scorse dall’associazione dei Giovani Palestinesi in Italia. Alle forze
armate di Tel Aviv sono giunti apparecchiature tecnologiche, componenti per
aerei e droni, materiali ottici avanzati, strumentazione per la protezione
elettronica e la sorveglianza, munizioni per armi leggere e giubbotti
antiproiettile.
Nell’elenco dei carichi bellici compaiono inoltre sensori, sistemi radar e
torrette di disturbo per la guerra elettronica prodotti da aziende romane, come
Elt Group. Componenti aerospaziali e avionici sono stati trasferiti dalla
holding a capitale pubblico Leonardo SpA (150 spedizioni secondo i Giovani
Palestinesi), utilizzati poi probabilmente per la produzione dei velivoli che
hanno bombardato la Striscia di Gaza.
Il coinvolgimento del complesso militare industriale italiano nei sanguinosi
raid contro i palestinesi è confermato dall’ultima Relazione annuale del Governo
sull’export di armi. Nel 2025 sono state autorizzate spedizioni militari ad
Israele per il valore di 22,6 milioni di euro. Tra le forniture spiccano pezzi
di ricambio per i 30 caccia addestratori M-346 prodotti da Leonardo nello
stabilimento di Venegono Inferiore (Varese) e venduti nel 2021 all’Aeronautica
militare israeliana.
L’import-export di sistemi militari tra Roma e Tel Aviv era progressivamente
cresciuto negli ultimi lustri; inoltre le maggiori industrie dei due paesi hanno
promosso innumerevoli programmi di coproduzione.
Nel quinquennio 2016-2020 l’Italia ha autorizzato esportazioni a Israele per un
valore complessivo di oltre 90 milioni di euro (armi semiautomatiche, bombe e
missili, strumenti per la direzione del tiro e apparecchi per
l’addestramento). Negli stessi anni il nostro paese ha acquistato dalle aziende
israeliane materiali e sistemi militari per circa 150 milioni di euro.
Tra gli affari più rilevanti, oltre ai caccia M-346 spicca la vendita di cannoni
navali 76/62 Super Rapido MF prodotti a La Spezia da OTO Melara, azienda
controllata dall’immancabile Leonardo SpA. Il Super Rapido è una specie di
cannone-mitragliatore in grado di sparare fino a 120 colpi al minuto ed è stato
montato a bordo delle corvette israeliane che hanno raso al suolo il porto di
Gaza e i quartieri limitrofi già nelle prime settimane dopo il 7 ottobre 2023.
A fine 2021 le autorità militari di Tel Aviv hanno pure perfezionato l’ordine di
acquisto di 12 elicotteri di addestramento avanzato AW119KX “Koala” prodotti
nello stabilimento USA di Filadelfia del gruppo Leonardo. I primi velivoli sono
stati consegnati a partire del 2024.
C’è poi una fusione di capitali finanziari tra Leonardo e un’azienda israeliana
leader nella produzione di radar tattici militari, software avanzati, sistemi di
sorveglianza delle frontiere e di difesa anti-aerea e anti-drone. Nel giugno
2022 Leonardo DRS, azienda con sede negli Stati Uniti d’America, ha firmato un
accordo di fusione con RADA Electronic Industries Ltd., società di Tel Aviv.
Nello specifico, la controllata statunitense di Leonardo ha acquisito il 100%
del capitale sociale di RADA in cambio dell’assegnazione del 19,5% delle proprie
azioni ai titolari della società israeliana.
Articolo pubblicato in Tribuna libera, maggio 2026
presentazione del libro “città in guerra – appunti di geopolitica urbana” con
l’autore Francesco Chiodelli.
La guerra combattuta sui confini e la resistenza nella giungla o nel deserto
sono scenari ormai lontani da quel che è il teatro dei conflitti odierni. Le
città sono lo spazio dove eserciti regolari, milizie e altri attori si
scontrano, dove si avanza metro per metro, isolato per isolato. Uno spazio,
quello della città, che ha modificato la dinamica dello scontro da orizzontale a
verticale, in uno scenario fatto di palazzi, cunicoli, tunnel e feritoie tra i
muri. A questi nuovi scenari gli eserciti si adattano con un portato di
tecnologia elevatissimo, armi e strumenti che vengono poi riadattati alla vita
civile, sottoforma di prodotti di consumo o strumenti di controllo. Perchè nel
conflitto perpetuo e globale che stiamo vivendo la guerra si gioca anche in
casa: la militarizzazione delle città e della società è un processo decennale
che usa i grimaldelli della sicurezza e del decoro per apporre nuovi paradigmi
di controllo.
Giovedì 18 giugno presso l’aeroporto militare “Girolamo Moscardini” di Frosinone
è stato costituito il 66° stormo dell’Aeronautica Militare.
Posto alle dipendenze del comando delle Scuole dell’Aeronautica Militare/3ª
regione aerea, il nuovo reparto sarà responsabile della formazione e
dell’addestramento del personale destinato a operare nel settore degli
Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR).
Il 66° Stormo sarà il secondo polo addestrativo interforze della Difesa Italiana
dopo la Scuola di volo interforze di elicotteri di Viterbo presso il 72° Stormo.
Frosinone ospita dal 15 giugno 2026 il Centro di eccellenza Aeromobili a
Pilotaggio Remoto prima ubicato nello scalo aeroportuale di Amendola (Foggia) e
ora posto alle dipendenze del Air and Space Warfare Centre di Pratica di Mare.
Amendola aveva ricoperto in tutti questi anni il ruolo-guida nella gestione dei
droni di guerra italiani; adesso rafforzerà le proprie capacità operative e
logistiche a supporto dei cacciabombardieri di quinta generazione F-35, a doppia
capacità, convenzionale e nucleare, in dotazione all'Aeronautica Militare.
Prossimamente sullo scalo di Frosinone avverrà l’attivazione della scuola
operatori APR a completare il quadro delle realtà che costituiranno il polo
formativo APR interforze gestito dell’Aeronautica Militare.
La Scuola di Volo interforze per Aeromobili a Pilotaggio Remoto – APR, oltre
l’addestramento del personale, si occuperà dello sviluppo, della sperimentazione
e della stesura della dottrina di impiego, tutte attività finalizzate alla
standardizzazione tecnica-operativa all’interno delle Forze Armate per l’uso dei
droni.