Come convincere una popolazione che non vuole combattere ad accettare il riarmo?
Alimentando un’emergenza permanente, costruendo nemici e trasformando il
dissenso in una minaccia alla sicurezza nazionale. Intanto, per il …
I mezzi non sono passati inosservati. Ma era illusorio pensare che martedì
scorso, 3 novembre, non destasse attenzione quell’intenso transito di mezzi
militari lungo le strade e verso il porto di Livorno. Traffico immediatamente
segnalato, con tanto di foto, all’amministrazione comunale. E ciò ha spinto il
sindaco Luca Salvetti a chiedere chiarimenti alla Prefettura sulla natura dei
trasporti e le eventuali misure di sicurezza adottate a tutela della popolazione
e dei lavoratori coinvolti. Non a caso. Il sindaco della città labronica da
tempo è impegnato, insieme a quello di Ravenna, a coinvolgere i sindaci delle
città portuali italiane per muoversi verso il Governo affinché sia rispettata
pienamente la Legge 185/90 sul controllo dell’esportazione, importazione e
transito dei materiali di armamento e della nostra Costituzione che ripudia la
Guerra.
Ma, giustamente, in assenza di chiarimenti sulla natura e sulla destinazione del
carico di armamenti in attesa al porto di Livorno, i portuali di USB (e del
Gruppo Autonomo Portuali), che il 30 ottobre avevano partecipato all’azione
internazionale contro le guerre e i traffici d’armi nei porti insieme ai
dockworkers di oltre un centinaio di scali marittimi in 22 paesi, sono entrati
in mobilitazione e sciopero per due giorni, fintanto che la nave che avrebbe
dovuto imbarcare a Livorno i mezzi militari ha cambiato destinazione e non
arriverà più nello scalo labronico.
Le sentenze di Consiglio di Stato e Tar Puglia
Sulla questione dei traffici d’armi nei porti italiani ci eravamo lasciati il 15
ottobre con il pronunciamento del Consiglio di Stato che respingeva l’appello
dell’Agenzia delle Dogane di Ravenna contro la sentenza del TAR dell’Emilia
Romagna, che aveva accolto parzialmente il ricorso della giornalista
investigativa Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri ai quali era stata
negata la richiesta di accesso agli atti sul transito nel porto romagnolo di
armi, munizioni ed esplosivi.
Una sentenza a difesa della trasparenza, alla quale il 30 ottobre si è aggiunta
anche quella del TAR della Puglia, che ha stabilito l’illegittimità del diniego
generalizzato opposto dall’Agenzia delle Dogane alla richiesta di accesso civico
ai “manifesti di carico” di cinque navi transitate nel porto di Bari e dirette
in Israele. Il ricorso patrocinato dagli avvocati Amina Tridente e Luigi
Paccione contestava un doppio rifiuto dell’Agenzia delle Dogane di consegnare la
documentazione relativa
alle merci imbarcate/sbarcate da cinque navi nel porto di Bari, sospettate di
trasportare armi o materiale dual use a utilizzo militare. L’Agenzia delle
Dogane di Bari aveva negato l’accesso invocando il segreto militare, la difesa
della sicurezza nazionale e il riserbo sui materiali d’armamento.
L’appello di Weapon Watch
Tenendo insieme il filo di collegamento tra tutti questi episodi che
coinvolgono, su un unico terreno, attivisti e tribunali amministrativi, portuali
e istituzioni, The Weapon Watch ha lanciato un appello, consapevole del momento
favorevole per la lotta democratica contro l’opacità dei traffici di armi nei
porti italiani. Il che sta favorendo, osserva l’associazione, tre tendenze
sostanziali e tutto sommato nuove. In ordine: la mobilitazione contro la guerra
in crescita; la trasparenza contro la secretazione e militarizzazione del
notizie grazie alle sentenze dei TAR Emilia Romagna e Puglia, sentenze
faticosamente ottenuti dal gruppo dei giuristi democratici contro la guerra;
ultimo, ma non meno importante, la proposta di un Osservatorio sul movimento
delle armi nel porto di Genova che sta prendendo forma.
In proposito, l’osservatorio sarà permanente (quindi non soggetto al cambiamento
delle giunte), e sarà un Osservatorio del Consiglio comunale (quindi con
maggioranza e opposizione entrambe rappresentate) ed ha superato lo scoglio del
rifiuto a parteciparvi da parte di Prefettura, Agenzia delle dogane, Autorità
portuale e Capitaneria di Porto. Tra l’altra, tranne la Prefettura, le altre si
sono dette disponibili anche a una collaborazione “tecnica”.
L’attenzione della Chiesa cattolica
In questo contesto, si deve registrare anche una grande attenzione alle
iniziative di controllo sul traffico e movimento di armi da parte di ambienti
vicini alla Chiesa cattolica e dagli stessi vescovi, in linea con le posizioni
di Papa Francesco e del suo successore Leone XIV, e della coerenza editoriale
del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, il cui editore è la CEI
(conferenza episcopale italiana). Secondo Weapon Watch, una grande grande
attenzione è oggi riservata dalla Chiesa al tema dell’obiezione di coscienza dei
lavoratori, a cominciare dalla logistica.
Ulteriore elemento positivo, è il coinvolgimento oltre che del Comune di Genova,
anche di altre città portuali (Marina di Carrara, Livorno, Salerno, Bari,
Ravenna, al momento) i cui sindaci e consigli comunali si sono pronunciati con
forza per la trasparenza di ciò che passa per i rispettivi porti. Su questo
aspetto, la circolazione delle esperienze reciproche e degli strumenti
istituzionali più adatti e funzionali potrebbe rivelarsi un fattore un
importante per trasformare semplici affermazioni pubbliche in concrete azioni
politiche.
La polizia impedisce agli universitari di contestare la ministra Bernini, mentre
il FUAN chiede sgomberi e provvedimenti contro studenti e docenti. Alle
richieste contro il carovita e i tagli all’istruzione, …
Il 31 ottobre scorso anche la Germania ha visto una mobilitazione diffusa in
oltre trenta città, da Berlino a Francoforte, partecipata da giovani e
giovanissimi, contro la guerra e il carovita.
L’onda delle proteste in Francia si è estesa anche alla vicina Germania, Paese
rappresentativo di una profonda crisi sociale e produttiva oltre ad essere
capofila di un’Unione Europea votata alla riconversione bellica e al riarmo.
Un’emersione spontanea, a tratti al di fuori delle dimensioni classiche della
politica dei movimenti, e che assume caratteristiche simili a quel che si sta
esprimendo in Europa pur mantenendo una continuità con le attivazioni recenti in
Germania, come quella contro la leva obbligatoria e, per altri versi, la
vittoria elettorale della Linke a Berlino.
Ne parliamo con Vito Saccomandi, ricercatore basato a Berlino.
Siamo in un momento favorevole per la lotta democratica contro l’opacità dei
traffici di armi nei porti italiani.
È favorevole non per il cambiamento della cornice internazionale, ma per tre
tendenze sostanziali e tutto sommato nuove:
1. la mobilitazione contro la guerra cresce, sebbene il movimento non sia così
brillante e forte come un anno fa. Cresce perché è ormai chiarissimo chi
pagherà le guerre, e quali saranno le conseguenze generali sul piano
economico, in Italia e in Europa
2. le istituzioni dello stato hanno compreso che secretare e militarizzare
insieme non è possibile, e hanno dato recentemente piccoli segnali di
limitata trasparenza (sentenze dei TAR dell’Emilia Romagna e della Puglia),
faticosamente ottenuti dal gruppo dei giuristi democratici contro la guerra
3. la proposta di un osservatorio sul movimento delle armi nel porto di Genova
sta procedendo verso una forma definitiva. Caratteristiche principali: sarà
un osservatorio permanente (quindi non soggetto al cambiamento delle
giunte), e sarà un osservatorio del Consiglio comunale (quindi con
maggioranza e opposizione entrambe rappresentate). Il regolamento è stato
scritto, non è ancora nella forma definitiva (lo sarà dopo l’approvazione
della delibera, prevista entro dicembre) ma ha superato lo scoglio del
rifiuto a parteciparvi da parte di Prefettura, Agenzia delle dogane,
Autorità portuale e Capitaneria di Porto (tranne la Prefettura, le altre si
sono dette disponibili a una collaborazione “tecnica”): l’osservatorio si
avvarrà di esperti e collaborazioni provenienti dal mondo delle imprese, del
lavoro portuale, delle associazioni della società civile, e ne metterà a
disposizione i materiali raccolti su una piattaforma comunale online.
Tutti e tre questi punti, prevedibilmente, sembrano potersi rafforzare ed
estendersi nel futuro più prossimo, peraltro assecondando la crescita costante
del movimento marittimo di armamenti (per non parlare delle altre modalità, su
strada, su ferro, via aerea, che teniamo sotto osservazione).
Sia l’azione dei giuristi democratici, che le proposte di dar vita a osservatori
sui traffici necessitano di essere organizzate e strutturate per poter
raggiungere qualche risultato di informazione / controinformazione e contribuire
ad allargare il fronte dell’opposizione alla guerra.
Le due organizzazioni oggi più impegnate nel lavoro di organizzazione sono il
sindacato USB e il movimento BDS, ovviamente non senza problemi interni e di
relazione con altri potenziali alleati. Colpisce però che da ambienti vicini
alla Chiesa cattolica e dagli stessi vescovi ci stiano arrivando prese di
posizione assai favorevoli alle iniziative 1., 2. e 3, e ci sia una grande
attenzione al tema dell’obiezione di coscienza dei lavoratori, a cominciare
dalla logistica.
Come Weapon Watch siamo impegnati su tutti i punti con un intento
dichiaratamente federatore, poiché nel rispetto delle reciproche differenze ci
si possa avvicinare a organizzazioni e lavoratori che avvertono l’urgenza di
agire contro l’ondata militarista europea e contro la partecipazione – diretta e
indiretta – alle guerre da parte del nostro paese, in violazione delle leggi e
della Costituzione.
Prendiamo come ulteriore elemento positivo che oltre a Genova, anche in altre
città portuali (Marina di Carrara, Livorno, Salerno, Bari, Ravenna, al momento)
sindaci e consigli comunali si siano pronunciati con forza per la trasparenza di
ciò che passa per i rispettivi porti. Su questo aspetto, la circolazione delle
esperienze reciproche e degli strumenti istituzionali più adatti e funzionali
può essere elemento importante per trasformare semplici affermazioni pubbliche
in concrete azioni politiche.
Genova 5 novembre 2026
FOTO: Milano, 30 ottobre 2026, 35.000 in Tangenziale (© Corsera
https://milano.corriere.it/cronaca/diretta-live/26_ottobre_30/milano-sciopero-generale-manifestazioni-30-ottobre-oggi.shtml?refresh_ce)
di Movimento Nonviolento, Centro di ricerca per la pace di Viterbo, Peacelink
Contro la retorica patriottica e la propaganda militarista, il 4 novembre
diventa una giornata di memoria delle vittime …
113 porti, 22 paesi, 52 mila container bloccati, per un totale di 2,8 miliardi
di dollari. Sono questi i numeri dello sciopero internazionale dei portuali di
venerdì 30 ottobre.
I portuali hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata
internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi, lanciata con lo
slogan «I portuali non lavorano per la guerra».
Le mobilitazioni più significative si sono concentrate nell’area del
Mediterraneo: la CGT ha proclamato lo sciopero in 24 porti francesi, mentre in
Grecia hanno aderito 10 porti e in Turchia 3. I primi a mobilitarsi sono stati i
portuali di Melbourne, che hanno dichiarato: «Il nostro Paese produce esplosivi
destinati a Israele, dove vengono fabbricate bombe che uccidono famiglie
innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo
complici». A seguire, le mobilitazioni hanno coinvolto l’India, l’Europa e
infine il continente americano, con iniziative negli Stati Uniti, in Messico, in
Brasile e in Uruguay.
Alla prima edizione, lo scorso 6 febbraio, avevano aderito 21 porti,
circoscritti all’area del Mediterraneo. La mobilitazione di venerdì è stata un
risultato frutto di un percorso di coordinamento avviato lo scorso maggio con la
Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati — USB in Italia, CGT in
Francia, Enedep in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-İş in Turchia e ODT in
Marocco — e confluito nella rete Ports in Action.
Per ricostruire la giornata internazionale di sciopero dei portuali di venerdì
30 e capire come si sono costruite queste alleanze, ne abbiamo parlato con
Francesco Staccioli, delegato dell’esecutivo nazionale di USB.
di Fabrizio Salmoni Diario e riflessioni sula giornata di sciopero generale a
Torino La vista della piazza del Municipio torinese scalda il cuore. Era da
tempo immemorabile che non vedevo …
ASSEMBLEA CITTADINA VERSO TDOR E 25 NOVEMBRE
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(mercoledì, 4 novembre 19:00)
PARLATE DI NATALITA' MA LA VOSTRA VIOLENZA NON CI FA VIVERE: ASSEMBLEA VERSO
TDOR E 25 NOVEMBRE.
Ci vediamo il 4 novembre alle ore 19 allo spazio popolare Neruda per costruire
insieme le prossime mobilitazioni.
Dopo un primo incontro cittadino, invitiamo tuttə a una nuova assemblea
transfemminista per proseguire il confronto, mettere in relazione le lotte e le
esperienze che attraversano la città e costruire insieme nuove pratiche e
alleanze verso il Tdor e il 25 novembre.
Quest'anno proprio il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la
violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, il governo ha convocato a
Roma gli Stati Generali della natalità. E' l'ennesima provocazione, che porta ad
un livello ancora più grave l'attacco alle donne e alle persone queer in questo
paese. Si parla di incentivare la natalità rendendo ancora più difficile
l'accesso all'aborto e pressando le donne - solo quelle etero-cis, bianche,
abili - a fare figli per la patria, mentre la violenza di questa realtà non ci
fa nemmeno vivere, tanto meno possiamo crescere figliə.
Non si può vivere in un mondo in cui donne e persone trans vengono uccise ogni 3
giorni, mentre le violenze di genere nelle case, nelle strade, nelle scuole e
nei posti di lavoro sono continue.
Non si può vivere in un mondo di guerra, genocidio, devastazione, riarmo e
carovita, che ci rende sempre più poverə e precariə.
Non si può vivere su un pianeta al collasso: la crisi climatica colpisce
maggiormente donne e soggettività marginalizzate. Le alte temperature e i
disastri ambientali acuiscono le disuguaglianze e la violenza del sistema
patriarcale, aumentando i casi di violenza domestica e sessuale.
Non si può vivere se non c'è accesso alla sanità pubblica, senza servizi per la
salute delle persone trans, senza asili nido.
Non si può vivere in scuole che diventano caserme, in cui viene vietata
l'educazione sessuo-affettiva, in cui non ci sono abbastanza insegnanti ma
sempre più spesso entrano le forze dell'ordine.
Celebrare la natalità a tutti i costi quando si semina solo guerra e precarietà
è violento.
Il governo che dice di pensare alla natalità è lo stesso che sceglie di non
ascoltare le nuove generazioni che scendono in piazza. È lo stesso incapace di
farsi carico della salute mentale dell3 più giovan3. È lo stesso che non riesce
ad assicurare loro un lavoro dignitoso, un futuro. (Se too much o ridondante
togliete pure, vitto)
È lo stesso che devasta gli ecosistemi, sacrificando il futuro della Terra e
delle generazioni presenti e future.
A partire dalle mobilitazioni contro guerra, carovita e per una scuola libera da
razzismo, sessismo, abilismo, classismo e precariato, vogliamo continuare a
interrogarci su come la violenza patriarcale, lo sfruttamento dei corpi e della
terra, gli attacchi all’autodeterminazione e il peggioramento delle condizioni
di vita si intrecciano.
Perché la vostra violenza non ci fa vivere, ma insieme vogliamo cambiare tutto!
Dal comunicato stampa GSF si legge Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per
lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei
lavoratori portuali , sulla base della Dichiarazione di Istanbul approvata al
Terzo Incontro Internazionale dei sindacati dei portuali e dei lavoratori dei
porti del Mediterraneo e dell’Europa del maggio 2026. La coalizione Ports in
Action – CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi),
Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport
Workers Federation of India – coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo.
In Italia lo sciopero generale è stato indetto dall’Unione Sindacale di Base e
rilanciato, a livello nazionale, dall’intero sindacalismo di base: Usi – Cit,
Confederazione Cobas, Si Cobas, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Ssb,
oltre a numerose categorie della Cub.
In avvicinamento allo sciopero è stata bloccata in data 22 ottobre dal gruppo
dei portuali autonomi di Livorno la nave SUNAID X diretta alla base militare
statunitese di Sigonella.
Ne parliamo con Simone dei GAP Livorno:
di Marco Manunta e Michela Bianchi Tutti i pericoli delle norme approvate dal
Parlamento europeo sulle attività militari Due regolamenti e una direttiva
approvati con larghissima maggioranza il 16 settembre …
Per il 30 ottobre è stata convocata una giornata di sciopero internazionale dei
porti. All’interno di una mobilitazione che si sta ampliando sempre di più negli
ultimi mesi, arrivando ad oltre 100 porti in tutto il mondo dall’India al
Messico, l’intento è bloccare il flusso delle armi e la catena logistica della
guerra. In Italia la giornata si è trasformata in uno sciopero generale,
lanciato dalla stessa USB, come data che possa legare le lotte contro il caro
vita e contro il riarmo che stanno attraversando il paese. Ne parliamo con
Riccardo del Coordinamento Nazionale Porti USB.