la guerra è una merda

L’Etna, Sigonella e l’aeroporto di Catania. Riflessioni su una settimana d’inferno
  La chiusura per otto giorni dello scalo aeroportuale di Catania Fontanarossa con le sue enormi conseguenze sulla vita di centinaia di migliaia di siciliani e dei turisti che avevano scelto la Sicilia per le vacanze di Ferragosto. Un piccolo diario con le riflessioni, i dubbi, le certezze e non, le domande che mi sono fatto durante tutto questo periodo d’inferno. Nello sfondo, neanche troppo lontana, la stazione aeronavale di Sigonella, hub per le operazioni di guerra delle forze armate italiane, USA e NATO. Mentre le ceneri dell’Etna bloccavano qualsivoglia attività a Catania, Sigonella ha operato senza alcuno stop. Ho provato a capire il perché. Giorno dopo giorno…       12 agosto, mercoledì Sigonella aeroporto civile. Se non ora, quando? Gli scali di Catania Fontanarossa e Comiso chiusi da giorni per l'eruzione dell'Etna. Decine di migliaia di passeggeri abbandonati e disperati, mentre le autorità civili e militari italiane sono del tutto incapaci ad affrontare quest'emergenza di Ferragosto 2026. Eppure la soluzione più semplice sarebbe quella di utilizzare da subito l'aeroporto di Sigonella per i decolli e gli atterraggi dei velivoli passeggeri. Ma guai a parlarne pur di non turbare le operazioni di guerra delle forze armate USA, NATO, UE e italiane. La base di Sigonella era stata messa a disposizione del traffico aereo civile tra il novembre e il dicembre del 2012, durante i lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Allora, in un mese, dallo scalo militare furono gestiti circa 70 voli al giorno, 4 movimenti l’ora, per un totale di 2230 voli civili (fonte Aeronautica Militare italiana). Cosa aspetta la classe dirigente politica ed economica dell'Isola e del Paese a chiedere l'apertura di Sigonella per il traffico passeggeri? Nicola Cipolla, compianto comunista siciliano, negli ultimi anni d'impegno sociale, lanciò con alcuni comitati NoWar siciliani la campagna per Smilitarizzare Sigonella. Un'Utopia-Profezia, su cui vale la pena tornare a riflettere e lottare.     13 agosto, giovedì Prosegue la chiusura di Catania Fontanarossa. Aprite subito Sigonella!!! Mentre la chiusura dell'aeroporto di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino alle ore 2 di venerdì 14 agosto, non è prevista alcuna limitazione dello spazio aereo di Sigonella. Solo dall'8 all'11 agosto, tra cancellazioni e mancati arrivi e partenze, sono saltati a Catania non meno di 700 voli, a cui si aggiunge lo stop di ieri mercoledì 12 e di oggi giovedì 13. Decine e decine di migliaia di passeggeri sono stati pesantemente danneggiati, ma soprattutto è stato generato un enorme danno economico al settore turistico siciliano nel periodo di maggiore domanda e offerta (ferragosto). La soluzione più semplice e a costo zero sarebbe stata l'apertura al traffico civile dello scalo militare di Sigonella, a meno di 20 km a sud/sudovest da Catania, ma assai meno soggetto agli effetti delle nubi di cenere emesse durante le fasi eruttive dell'Etna. Il traffico aereo militare a Sigonella in questa settimana di "passione eruttiva", non ha subito limitazioni di sorta per l'attività vulcanica. Le operazioni di volo, atterraggio e decollo, si sono svolte dunque regolarmente. Anche negli anni scorsi, durante le fasi eruttive più rilevanti dell'Etna, Sigonella è stata assai raramente penalizzata dall'emissione delle ceneri che invece hanno compromesso in più occasioni il funzionamento del vicino scalo di Catania Fontanarossa, situato a sud-est dal vulcano. Aprire Sigonella al traffico civile in queste settimane d'emergenza sarebbe stato un atto di responsabilità doveroso da parte delle autorità di governo e militari, italiane e straniere. Si è scelto invece di colpire il vissuto di un'intera popolazione siciliana e di coloro che avevano scelto la Sicilia come meta turistica. Le classi dirigenti siciliane e l'imprenditoria mordi e fuggi propongono adesso - in alternativa - la realizzazione di nuovi aeroporti in tutta l'Isola. Infrastrutture tutte insostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, ma utili alla propaganda, alle clientele elettorali e ai peggiori speculatori della borghesia mafiosa. Prima di tutto la guerra in tempi di guerra: Sigonella non s'ha da toccare, né deve essere messo in discussione il suo uso a supporto delle operazioni USA e NATO negli scacchieri geostrategici mediorientali, africani e dell'Europa orientale... Smilitarizzare Sigonella e riconvertire lo scalo ad hub aeroportuale è l'unica scelta possibile e concreta. Su questo si giocano le ultime chance si sopravvivenza della Sicilia.     14 agosto, venerdì Catania Fontanarossa chiuso fino alle ore 2 di Ferragosto. E Sigonella resta operativa Tutto come da copione. Con l'ennesimo comunicato, la chiusura dello scalo aeroportuale di Catania Fontanarossa è stata prorogata fino alle ore 2 di sabato 15 agosto 2026. Secondo la società che gestisce lo scalo, nel periodo compreso tra il 6 e il 12 agosto, circa 630 voli previsti sono stati dirottati verso altri scali (Comiso, Palermo, Trapani e Lamezia Terme). Nello stesso periodo per lo scalo di Catania erano previsti circa 1.974 voli di cui circa il 36% è stato cancellato. Oltre centomila i passeggeri "vittime" delle ceneri dell'Etna, ma soprattutto dell'incapacità (o della mancanza di volontà) delle autorità di prevedere alternative rapide e credibili per tamponare l'emergenza. Prima fra tutte, a costo zero, l'apertura dello scalo militare di Sigonella al traffico civile, così come avvenuto nel novembre-dicembre 2012, in concomitanza con i lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Relativamente a Sigonella, confermiamo ancora una volta che è funzionale al 100% e che non ha subito alcuno stop in questa settimana di "passione" per la vicina Fontanarossa. Anche per la giornata di oggi 14 agosto non risultato attivi NOTAM di chiusura o restrizioni operative straordinarie per la stazione aeronavale italiana, USA e NATO di Sigonella. L'"emergenza" Fontanarossa torna utile per ridare vita a progetti fantasma di nuovi scali in tutta la Sicilia, del tutto insostenibili dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. O per accelerare i processi di privatizzazione del sistema aeroportuale regionale, a partire da Catania e Comiso Importante alla fine che non si dica a siciliani e non che l'Isola è piattaforma di guerra e che in nome della guerra si possono cancellare i diritti di mobilità di residenti e turisti, colpendo con ancora più violenza l'economia siciliana, così come accadde nel 2011 con la chiusura al traffico civile dell'aeroporto di Trapani Birgi e la sua conversione in centro strategico per i cacciabombardieri della coalizione internazionale che mise a ferro e fuoco la Libia guidata da Gheddafi. Smilitarizzare Sigonella subito....     15 agosto, sabato Catania Fontanarossa chiusa fino alle ore 15 di Ferragosto. Gli USA confermano: "Sigonella operativa nonostante l'eruzione dell'Etna". Ennesima proroga della chiusura dello scalo di Catania Fontanarossa per le ceneri emesse dall'Etna in eruzione. L'ultimo comunicato promette la riapertura solo dopo le ore 15 di oggi 15 agosto 2026. Di contro, ancora una volta come accade da una settimana, per la giornata odierna non risultano attivi NOTAM di chiusura o restrizioni operative straordinarie sull'aeroporto di Sigonella, base strategica di guerra per le forze armate italiane, USA e NATO. Lo scalo militare risulta dunque operativamente aperto e regolare Intanto da Washington giunge la conferma ufficiale che l'eruzione del vulcano siciliano non ha ostacolato né ridotto le funzioni operative della Naval Air Station di Sigonella. "Le attività di volo nella base militare della Sicilia proseguono nonostante continui l'eruzione vulcanica", titola un servizio pubblicato dalla rivista delle forze armate USA "Stars and Stripes", pubblicato giovedì 13 agosto. "Una nuova eruzione originatasi da un cratere dell'Etna ha disperso la cenere verso la Sicilia orientale questo mese, costringendo ripetutamente l'aeroporto di Catania a sospendere l'arrivo dei voli", prosegue Stars and Stripes. "Le operazioni stanno proseguendo presso l'hub chiave della Marina USA nell'Isola nonostante uno dei più attivi vulcani disperda cenere nell'aria, costringendo alla chiusura di almeno un aeroporto civile vicino. I voli e le altre operazioni alla Naval Air Station Sigonella sono proseguiti con interruzioni minime a seguito dell'eruzione dell'Etna, che ha preso il via la scorsa settimana, secondo quanto ha riferito mercoledì il Comando di US Navy. NAS Sigonella sta aderendo a tutti regolamenti applicabili alla zona aerea e alle restrizioni per la sicurezza, coordinandosi con le autorità di aviazione italiane ed altre agenzie “per assicurare quotidianamente che le operazioni di volo siano pienamente allineate con i parametri di sicurezza", spiegano dalla base. Il personale sta utilizzando camion spazzatrici per ripulire le piste, gli hangar e le linee di volo dalle ceneri depositatesi. Il personale dei servizi antincendio e di emergenza sono in stato di allerta e stanno monitorizzando quanto accade, mentre il dipartimento per i lavori pubblici della base USA sta attenzionando le infrastrutture e la loro manutenzione". Anche Flightradar24 conferma l'operatività dello scalo di Sigonella e registra perlomeno negli ultimi sette giorni due voli "passeggeri" (con militari USA e familiari) dalla base siciliana, uno verso all'aeroporto di Napoli Capodichino e l'altro verso lo scalo internazionale di Chania (isola di Creta, Grecia), presumibilmente per trasportare il personale diretto alla stazione aeronavale di Souda Bay in forza a US Navy. Lo richiediamo ancora una volta: perché le autorità italiane non hanno predisposto l'uso "emergenziale" di Sigonella per consentire il decollo e l'atterraggio di una porzione dei velivoli civili diretti a Catania Fontanarossa? E perché? il governo Meloni e l'Aeronautica Militare italiana hanno mantenuto top secret l'operatività di Sigonella? Tutto sulla pelle di centinaia di migliaia di siciliani e di turisti che avevano scelto la Sicilia per le loro vacanze estive...     16 agosto, domenica Eruzioni Etna. Perché USA e NATO non mollano Sigonella Ripartono i voli a Catania Fontanarossa dopo più di una settimana di stop per le emissioni di ceneri da parte dell'Etna. Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale né le autorità nazionali spiegano perché in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l'apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d'aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano). L'impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il dicembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa. Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore "protezione" dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal vulcano. Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell'Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emissioni, loro direzione ed aree di ricaduta. Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica "Natural Hazards and Hearth System Sciences" della European Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic eruptions: the example of Mt Etna, Italy). I ricercatori spiegano in particolare che "la localizzazione dell'Etna, insieme ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso sud. Questi valori sono derivati dall'analisi dei dati ottenuti durante i 39 eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.". Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici sui "possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili", coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articolo pubblicato dal sito di UNICT il 26 febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche maggiori”. Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella "settimana di passione" ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente operativa. Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l'uso della base militare per "tamponare" gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di Fontanarossa. Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita "balletto" propagandistico-elettorale tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio in merito all'apertura di Sigonella al traffico aereo civile. "Ieri sera ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell'utilizzo dello scalo dell'aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa", scriveva Schifani il 20 luglio 2023. "Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell'aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo Meloni". Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la seguente nota. "L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani". In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regione Sicilia e Difesa fu enorme. Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Né purtroppo l'"opposizione" politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire parola. Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima estate. Buona domenica!
IN ATTESA DELLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO Linda Maggiori – giornalista free lance e, tra l’altro, associata a Weapon Watch – ha pubblicato questo accorato appello di Andrea Maestri, che lei definisce «coraggioso avvocato e attivista dei diritti umani, che mi assiste in questa battaglia per la trasparenza sui traffici di armi dal porto di Ravenna, con umanità abnegazione e professionalità.». Come lei, siamo grati all’avv. Maestri per il suo impegno e riprendiamo queste accorate parole che stanno girando in rete. Siamo al suo fianco in questa rivendicazione di trasparenza come principio democratico che le pubbliche amministrazioni non possono negare al cittadino contribuente. Io non sono nessuno ma sono un avvocato e un attivista per i diritti umani. Il 27 agosto a Roma dinanzi al Consiglio di Stato difenderò il diritto di Linda Maggiori, giornalista d’inchiesta cui l’Agenzia delle Dogane ha negato il diritto di accesso civico generalizzato alle informazioni sui TRAFFICI DI ARMI dal porto di Ravenna abbiamo vinto noi davanti al TAR di Bologna che ha sancito il diritto di conoscere almeno le quantità di armi che transitano dal nostro porto difendendo il diritto di Linda, difendiamo il diritto dei nostri concittadini di sapere se il nostro porto è ancora un porto commerciale oppure, come dice l’Avvocatura dello Stato nel suo atto di appello, uno snodo strategico per le questioni militari e di difesa e quindi la comunità non deve sapere nulla perché prevale l’interesse statale al segreto il 27 agosto sarà una delle udienze più importanti della mia vita e della mia carriera professionale: non ho paura ma sono preoccupato sono convinto che il Consiglio di Stato, applicando le norme, riconoscerà il nostro diritto di conoscere: non può essere negato totalmente il diritto alla trasparenza (che per le Pubbliche Amministrazioni è un dovere) in ambiti particolari come questo, perché significherebbe disapplicare o svuotare di effettività una legge dello Stato che definisce la trasparenza come un corollario del principio democratico e impedire la trasparenza, coprire col silenzio e con un telo nero i transiti di armi dal nostro porto verso Israele significa rendere invisibili all’opinione pubblica possibili, gravissime violazioni della Legge 185/1990 che vieta di armare governi responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità impedire la trasparenza significherebbe coprire responsabilità e complicità stiamo toccando i fili dell’alta tensione non lasciateci soli siamo il paese in cui giornalisti e attivisti sono stati spiati col software-spia di Paragon, società israeliana che fornisce servizi di analisi dati e intelligenza artificiale anche per operazioni militari e di localizzazione degli obiettivi da colpire avremmo voluto che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Ravenna intervenissero al nostro fianco dinanzi al Consiglio di Stato per difendere il diritto alla trasparenza dei cittadini delle nostre comunità, locale e regionale: ad oggi nessun intervento ad adiuvandum è stato attivato ma c’è ancora tempo e confidiamo che le istituzioni democratiche del nostro territorio facciano la loro parte anche nelle sedi giudiziarie non abbiamo paura, ma siamo preoccupati perché sappiamo cosa è successo a chi è stato lasciato solo in battaglie di trasparenza che volevano squarciare il velo sui traffici di armi (mentre scrivo, mi vengono in mente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi perché stavano lavorando a un reportage sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra Italia e Somalia, che avrebbero coinvolto anche interessi politici ed economici internazionali) sul genocidio di Gaza e il massacro dei bambini palestinesi ho scritto un libro-denuncia dopo avere partecipato a due missioni AOI a Rafah nel 2024 e nel 2025 ho sottoscritto la denuncia alla Corte Penale Internazionale nei confronti di Meloni, Tajani e Crosetto e ora sono qui, a difendere il diritto di una giornalista d’inchiesta coraggiosa che con la sua ostinata ricerca di dati e informazioni sta rendendo un servizio prezioso all’opinione pubblica, incontrando ostacoli e subendo persino odiose diffamazioni non potrei essere altrove: sono qui perché qui, a difendere i diritti umani, sono sempre stato e mi ritroverete, Inshallah, anche dopo questa battaglia siamo la voce e la penna di migliaia di giovani che hanno riempito le piazze per chiedere giustizia per il popolo palestinese, siamo giornalisti e avvocati ma anche attivisti tra gli attivisti, che insieme a noi difendono la pace e pretendono la trasparenza lo dobbiamo ai bambini di Gaza, colpiti dai cecchini israeliani o smembrati dalle bombe, lasciati orfani, affamati, mutilati e lo dobbiamo ai nostri figli, cui dobbiamo indicare la strada della giustizia e della pace, l’unica in cui l’umanità può camminare insieme.”
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Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israele
di Ibrahim Ossman Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30 luglio 2026. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito, attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il conflitto ha suscitato un crescente scrutinio sulle catene di approvvigionamento militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a duplice uso. Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali, insieme alla sezione italiana del movimento BDS (BDS Italia) e le organizzazioni della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle operazioni militari israeliane. In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione con il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha rivelato che un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon. «MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione. In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati avvistati a bordo della nave MSC Nita il 30 giugno, la quale è successivamente approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il 24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana. L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar, nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede infatti l’ottenimento di licenze speciali. La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia ha sollevato la possibilità che la nave MSC Nita possa eludere le procedure di controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal gruppo «Elbit», principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare delle attrezzature trasportate. Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab) Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative parlamentari italiane, sostenute da proteste sul campo nei porti, hanno portato alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990, che disciplina l’esportazione e l’importazione di materiale bellico sul territorio italiano. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi arresti, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Hanno chiesto «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta e evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al quotidiano comunista italiano «Il Manifesto» che «Israele riesce a essere estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte», spiegando che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo, continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce». Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17 febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty) In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «Altre volte vediamo anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele». Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
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Crociere, Armi e Affari di Stato
  Le rotte complici di MSC da Gioia Tauro al nuovo terminal di Messina Un terminal croceristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal Campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Così, dopo le scorribande a Gaza, West Bank, Libano, Siria, Yemen ed Iran, la nuova meta turistica per israeliani e militari in pausa-premio sarà la Sicilia. Quasi tutto ruota attorno alla MSC, che opera in Israele dal 1990 con collegamenti marittimi settimanali e promuove Gerusalemme a “capitale di Israele”. Prima il Salento, poi la Sardegna, adesso la Sicilia. L’Isola è il nuovo paradiso dei turisti israeliani, militari in pausa-premio dopo le scorribande a Gaza, West Bank (Cisgiordania), Libano, Siria, Yemen ed Iran, di manager e dipendenti delle grandi aziende dello stato sionista che fanno profitti con le commesse di guerra e gli investimenti nei territori occupati, in palese violazione del diritto internazionale. L’ultimo caso ha visto il residence di lusso a Brucoli (Augusta) del gruppo Mangia’s invaso da funzionari e agenti di Ashtrom Goup, il principale gruppo di costruzione e immobiliare israeliano, con tanto di escursioni scortate dalla polizia di stato italiana, ai più importanti musei e scavi archeologici del siracusano. Come se non bastasse, si profila all’orizzonte la trasformazione della Sicilia nella principale meta nel Mediterraneo del crocerismo di massa, sotto la spinta e gli interessi plurimiliardari di uno degli attori più potenti del mercato, la MSC - Mediterranean Shipping Company, indissolubilmente legata all’establishment finanziario, economico e militare di Israele. Un paio di settimane fa, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha affidato, per 21 anni, ad una società interamente controllata dal colosso dei trasporti navali e della logistica marittima MSC, la gestione del costruendo terminal croceristico della città di Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo. Con il fine dichiarato di far sbarcare presto nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Una scelta devastante dal punto di vista socio-ambientale senza alcun effetto concreto sul piano occupazionale, che si sommerà alla trasformazione dell’antistante zona falcata, sede della base della Marina Militare, in un centro operativo per la guerra navale in ambito nazionale e NATO, previo ampliamento delle infrastrutture per consentire l’approdo fino a quattro grandi pattugliatori navali di ultima generazione - i PPX polivalenti lunghi ognuno 95 metri - di produzione Leonardo-Fincantieri SpA. L’hub crocieristico e il Polo militare navale di Messina sanciscono l’ennesimo saccheggio del territorio siciliano, con l’espoliazione di ogni forma di partecipazione decisionale da parte dei cittadini. Con l’aggravante, stavolta, che l’intervento estrattivista sul “locale” si interfaccerà con i crimini globali, a partire dal genocidio del popolo palestinese per mano delle classi dirigenti economico-finanziarie e militari israeliane, ben protette e alimentate a tutti i livelli internazionalmente. Sì, perché proprio la MSC - Mediterranean Shipping Company è indicata come una delle società marittime più coinvolte nella logistica di guerra a sostegno delle forze armate di Israele, nella loro azione sanguinaria contro i palestinesi e tanti altri popoli mediorientali. Sarà la società Messina Cruise Terminal S.r.l. che curerà la realizzazione del terminal dello Stretto e ne gestirà il funzionamento per quasi un quarto di secolo. In verità di Messina ha solo il nome, perché la sede sociale in via Agostino Depretis 31, Napoli ed è presso la Camera di commercio partenopea che è stata iscritta il 27 maggio 2013. Oggetto sociale la gestione servizi della stazione marittima e l’accoglienza dei passeggeri delle navi da crociera. La società può svolgere inoltre il controllo degli accessi e la vigilanza; l’applicazione delle misure di security della struttura; la gestione degli spazi pubblicitari; la pulizia e raccolta rifiuti nell’area di gestione; lo sfruttamento di aree commerciali interne. La Messina Cruise Terminal S.r.l. ha iniziato le proprie attività il 30 luglio 2013; il capitale sociale è di 20.000 euro: il 97% (19.400 euro) in mano a Marinvest S.r.l., mentre il restante 3% (600 euro) è di MSC Sicilia S.r.l.. Nonostante la società abbia registrato nel 2014 un fatturato annuo di 1.381.846 euro (con un utile negativo di 174.321 euro), alla data del 31 marzo 2026 registra in organico solo due dipendenti. Marinvest è una società di diritto italiano soggetta al controllo (indiretto) della MSC Mediterranean Shipping Company Holding S.A., quartier generale a Ginevra (Svizzera), leader a livello internazionale nei settori del trasporto marittimo di merci e passeggeri e delle crociere, nonché dei servizi portuali di movimentazione e della logistica. Anche l’altra società che detiene un piccolo capitale sociale di Messina Cruise Terminal, MSC Sicilia S.r.l., è interamente controllata da MSC Mediterranean Shipping Company. Con sede sociale a Tremestieri Etneo (Catania) e sede operativa a Palermo, MSC Sicilia svolge servizi connessi al trasporto marittimo e per vie d’acqua; in ambito croceristico MSC Sicilia gestisce oltre 150 scali l’anno nei porti di Palermo, Messina e Siracusa. La MSC - Mediterranean Shipping Company S.A. è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale; dispone di 900 navi portacontainer e movimenta annualmente 27 milioni di TEU (unità-container equivalente a venti piedi). La compagnia è presente in 155 paesi con 493 uffici, 70.000 dipendenti, 500 porti scalati, 200 rotte commerciali. Secondo i dati più recenti, MSC gestisce il 20,6% del traffico marittimo mondiale, seguito dalla Maersk con il 14,1%. Attraverso la Terminal Investment Limited (TIL), MSC controlla o partecipa alla gestione di decine di terminal strategici nei principali “gateway” marittimi mondiali. Parallelamente, ha rafforzato la propria presenza nella logistica terrestre, nei servizi ferroviari, nel trasporto intermodale e nelle attività portuali. In Italia il gruppo MSC gestisce il transhipment nel porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e attraverso la Marinvest S.r.l. controlla diversi terminal portuali, tra cui Napoli, La Spezia, Civitavecchia, Genova, Catania, Venezia e Brindisi. A capo dell’holding MSC ci sono i coniugi Gianluigi Aponte (originario di Sant’Agnello, Napoli e naturalizzato svizzero) e Rafaela Diamant Pinas (doppia cittadinanza, svizzera e israeliana). Secondo la rivista Forbes, nel 2025 Gianluigi e Rafaela erano in possesso di un patrimonio di circa 75 miliardi di dollari, classificando il primo al 44º posto tra gli uomini più ricchi del pianeta e la moglie al primo tra le donne. Gianluigi Aponte ha iniziato la sua carriera come capitano di traghetti passeggeri nel golfo di Napoli. Successivamente si è trasferito a Ginevra per operare nel settore bancario all’interno della società IOS (Investors Overseas Services), di proprietà del finanziere plurimiliardario Bernard “Bernie” Cornfeld, nato ad Istanbul, Turchia, da padre ebreo rumeno e madre ebrea russa. Nel 1969, dopo aver ottenuto un finanziamento dai genitori della moglie Rafaela, Gianluigi Aponte acquistò la sua prima nave da carico, “Patricia” con cui avviò attività di import-export in Corno d’Africa. Da quel momento l’ascesa dell’armatore è stata inarrestabile: nel 1988 ha acquisito la storica società di navigazione Flotta Lauro-Starlauro per fondare una linea di crociere sussidiaria, MSC Crociere. Sempre nel 1988, Aponte diede vita alla divisione logistica di MSC per il servizio di trasporto terrestre globale. Dodici anni dopo fu fondata la Terminal Investment Limited (TiL) per operare in tutto il mondo nel settore della gestione di terminal container. Nonostante si parli e si scrivi un po’ ovunque di “gruppo Aponte”, alla realizzazione e al consolidamento dell’impero economico-finanziario ha dato un contributo fondamentale Rafaela Diamant Pinas, la “self-made woman più ricca del mondo”, così come viene descritta da alcune testate giornalistiche. “Figlia di un banchiere israeliano con sede in Svizzera, Rafaela è donna forte e determinata; ed è la donna senza la quale la compagnia di navigazione MSC non avrebbe avuto il successo che ha avuto”, scrive Io donna. Gianpiero Aponte e Rafaela Diamant Pinas hanno avuto due figli, Diego e Alexa, rispettivamente presidente del gruppo e direttrice finanziaria di MSC. A fine 2025 i coniugi hanno deciso di trasferire a Diego e Alexa Aponte la proprietà di tutte le società. Gianluigi Aponte ha mantenuto comunque il ruolo di executive chairman. MSC e il genocidio del popolo palestinese Come documentato e denunciato da BDS Italia (la sezione italiana del movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele), MSC è direttamente coinvolta nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi della Striscia di Gaza. L’MSC opera nello stato sionista dal 1990 e attualmente muove da qui 600.000 TEU di merci all’anno. “Esistono collegamenti rapidi e diretti da Israele a qualsiasi altra destinazione europea”, sottolinea MSC. “I servizi europei regolari e di trasporto marittimo a corto raggio di MSC fanno scalo settimanalmente ad Haifa e ad Ashdod”. Altrettando inscindibili i legami di MSC con Israele nel settore crocieristico. La Mediterranean Shippin Company offre due distinti itinerari per visitare lo Stato sionista e alcune località palestinesi della West Bank, ovviamente senza mai ricordarne l’occupazione illegale; negli spot pubblicitari Gerusalemme viene descritta inoltra come “capitale di Israele”. Il conflitto scatenato da Israele nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 non ha limitato o ridotto le operazioni del gruppo MSC da e verso Israele. “La società ha fornito servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e continua a effettuare scali regolari nei porti israeliani senza interruzioni”, scrive BDS Italia. “Con lo scoppio della guerra, la direzione dell’azienda in Israele si è dedicata al trasporto di attrezzature militari e mediche essenziali, nonché al trasporto di progetti speciali da destinazioni in tutto il mondo, essenziali per rafforzare le capacità di combattimento e di sicurezza”. Inoltre MSC ha deciso di non imporre sovrapprezzi di guerra ai propri clienti, nonostante le compagnie assicurative abbiano aumentato i premi per le navi che fanno scalo in Israele, né ha riscosso le spese di sosta prolungata dei container nei porti israeliani a seguito della riduzione del personale richiamato al fronte. Tra i principali porti del Mediterraneo utilizzati da MSC per il trasporto di sistemi d’arma e attrezzature strategiche c’è quello di Gioia Tauro. Il 18 giugno 2024 ha fatto scalo nell’hub calabrese la nave cargo MSC “Arina”, posta subito sotto sequestro dalle forze dell’ordine poiché trasportava un ingente materiale bellico all’interno di alcuni container provenienti dalla Cina. Nello specifico venivano individuati droni del tipo “Chengdu Wing Loong II”, modificati con un sistema di collegamento dati Thales e ottiche israeliane. I sistemi di guerra erano destinati alle forze militari libiche di Bengasi, guidate da Khalifa Haftar. Il 28 giugno 2024, sempre nel porto di Gioia Tauro, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno posto sotto sequestro un carico di armi a bordo della portacontainer MSC “Apolline”, anch’esso destinato alle milizie libiche del generale Haftar. Relativamente alla Israele connection di MSC - Mediterranean Shipping Company è opportuno menzionare quanto documentato dalla giornalista Linda Maggiori, autrice del volume “La flotta del genocidio”, pubblicato da Altreconomia nel dicembre 2025. “Durante il genocidio, MSC ha continuato a fornire servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e ad effettuare scali regolari nei porti israeliani, senza interruzioni”, scrive Maggiori. L’autrice si è soffermata in particolare sulle rotte che collegano alcuni porti italiani a Israele, attraverso il mare Adriatico e il Tirreno: la Linea A della MSC che collega Koper, Trieste, Venezia, Haifa ed Ashdod; la Israel Feeder da Gioia Tauro ad Ashdod e Haifa e ritorno al porto calabrese via Beirut (Libano), Izmit e Tekirdağ (Turchia), Port Said (Egitto). A seguito di una segnalazione della stessa giornalista e di BDS Italia e USB Calabria, il 18 marzo 2026 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del terminal di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container con una partita di acciaio balistico proveniente dall’India. Gli otto container avrebbero fatto parte di un carico molto più grande di acciaio partito dall’India tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026 su quattro diverse navi cargo della compagnia MSC. Le ispezioni hanno accertato che l’acciaio era stato prodotto dall’acciaieria indiana RL Steels & Energy Ltd., che nel suo sito rivendica una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”. La stessa azienda a novembre 2025 aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso militare alla fabbrica di armi IMI Systems, di proprietà di Elbit System, che si trova a Ramat HaSharon in Israele. Sui traffici di materiale militare verso Israele si è soffermato il rapporto sui traffici di armi e carburante dall’Italia verso Israele, pubblicato nel marzo 2026 dal Palestinian Youth Movement e dai Giovani Palestinesi in Italia (GPI). Secondo le due organizzazioni, a partire dall’ottobre 2023 almeno 22 spedizioni militari sono partite dai porti italiani dirette in Israele, di cui 18 destinate al gruppo militare-industriale Elbit Systems e alle sue filiali. “La maggior parte dei carichi è stata imbarcata nei porti di Ravenna e Genova, con una spedizione aggiuntiva partita da Venezia e un’altra da Salerno”, scrivono i giovani palestinesi. La maggior parte delle navi mercantili associate a spedizioni dai porti italiani verso Israele sono di proprietà della MSC - Mediterranean Shipping Company e della controllata MSC Shipmanagement Ltd.: si tratta delle MSC “Adriana II”, “Asli II”, “Caitlin II”, “Edith II”, “Lea II”, “Melani III”, “Mia Summer II”, “Nita” e “Rhiannon”. Il 20 aprile 2026, tredici imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in rotta verso la Striscia di Gaza, dopo la partenza dal porto di Barcelona, si sono sganciate dal resto della flotta nonviolenta per intercettare e deviare la MSC “Maya” in navigazione a largo delle coste della Tunisia per dirigersi verso i porti di Ashdod e Haifa. Secondo gli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’unità del gruppo Aponte stava trasportando “materie prime fondamentali per alimentare la macchina bellica israeliana”. Gli scioperi e le azioni dirette dei portuali in tutto il Mediterraneo e le operazioni di “blocco navale” promosse dalla Flotilla hanno posto all’attenzione internazionale le gravissime responsabilità di MSC nell’alimentare le operazioni belliche israeliane in tutto lo scacchiere mediorientale e la campagna genocidiaria contro il popolo palestinese. Ma, soprattutto, hanno segnato una direzione chiara e netta verso cui indirizzare gli sforzi della comunità mondiale che solidarizza con le sorelle e i fratelli gazawi e chiede la fine immediata dei massacri e il ritiro di Israele dai territori illegalmente occupati. Fermare tutto a partire dai centri della logistica di guerra e di morte, boicottare, disinvestire e sanzionare le holding e i gruppi finanziari, economici e industriali che moltiplicano profitti e dividendi sul sangue dei palestinesi. MSC in testa con il suo terminal hub a Messina del crocierismo mangia, distruggi e fuggi…     Articolo pubblicato in Le Siciliane. Casablanca, n. 92, luglio 2026
RBO al Festival della Felicità 2026: storie di mondi artificiali che diventano reali
Con Lorenzo Tecleme, autore del libro “Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it, partiamo dalla crisi del 2008 per descrivere il percorso che ha portato l’economia all’oligarchia tecnocratica che viviamo oggi. Cosa significa oggi tecnofeudalesimo? Come si configura il capitalismo della Silicon Valley con le destre globali? E poi che cosa ci raccontano questi mutamenti sul futuro del lavoro umano? La nuova frontiera dell’accumulazione è infatti l’intelligenza artificiale, di cui non si deve dimenticare la materialità del lavoro che la sorregge e le condizioni di lavoro e il suo mantenimento che attualmente questo modello richiede. Siamo disposti ad accettare l’enorme danno ambientale di una tecnologia così asservita al bellico da essere definita da Alex Carp come il futuro della deterrenza, paragonabile alla bomba atomica. Siamo di fronte in ultimo ad una rinnovata società del controllo, rappresentata fisicamente dai nuovi progetti di Data Center che costellano il territorio italiano, previsti solo a Torino nel quartiere di Lucento, alle spalle della ThyssenKrupp, dover per la sua costruzione si è rinunciato alla costruzione di uno studentato, o il progetto per circa 4 miliardi di euro che approderà a Vercelli, per fare un’altro esempio, mentre altri sono in arrivo targati Avio, Bbbell, Enel e, soprattutto, Hines, che prepara un maxi progetto con la costruzione di sei edifici alti 30 metri a due passi dall’aeroporto.
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BLACK CUBE, INFLUENCERS, DIPLOMAZIA INDUSTRIALE: RETI DI CONDZIONAMENTO SIONISTA@1
Estratti dalla puntata del 28 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE Torniamo a parlare delle multiformi reti sioniste di diplomazia tecnomilitare e manipolazione politica. Partiamo dalle interferenze agite tramite operazioni dalla rete spionistica israeliana, non tramite il Mossad o la capillare struttura di cyberguerra, ma attraverso una struttura di intelligence privata come Black Cube, che avevamo già visto all’opera nelle ultime elezioni in Slovenia (marzo 2026). Andiamo quindi a osservare quanto recentemente emerso grazie al lavoro di Middle East Eye sull’utilizzo di una vera e propria brigata di influencer stranieri arruolati da Israele per le proprie campagne di guerra di informazione (note: Middle East Eye, sito di inchiesta e approfondimento britannico, era stato coinvolto in un cyber attacco nel 2020, dove era emerso il ruolo della compagnia israeliana Candiru). Concludiamo ritornando su tema già affrontato in passato: le reti di diplomazia militare-industriale intessute da colossi israeliani come Elbit Systems (con l’emiratina Edge Group) o Israel Aerospace Industries (con l’americana Palladyne AI), ma soprattutto osservando l’avanzamento formale dell’integrazione militare tra Israele e USA sancito a fine luglio 2026. NUCLEARE SAUDITA TRA GEOPOLITICA E GEOTECNOLOGIA A margine cerchiamo di gettare uno sguardo sulla questione del nucleare Saudita: il via libera, stabilito in modo univoco dagli USA di Trump, per lo sviluppo di un programma nucleare “civile” senza alcuna supervisione da parte dell’Aiea, il potenziale ingresso in scena di una seconda potenza nucleare in quel quadrante, ma anche un fenomeno connesso alla geopolitica dell’AI. GRAPHENE_OS E DURESS PASSWORD Samuel Tunick, cittadino statunitense attivo nel movimento contro Cop City ad Atlanta, è sotto accusa per aver fornito agli agenti del Customs and Border Protection una “duress password” che ha cancellato i dati del suo telefono. Un persona fermata nel limbo giurisdizionale dell’aeroporto, a cui viene chiesto di consegnare il telefono per analizzarne i contenuti, che fornisce una “password di autodistruzione” e finisce sotto accusa per essersi autodifeso.
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LETALITÀ E SDOGANAMENTI – AI MILITARI: THE FOURTH LAW – CHATBOTS E BOKO HARAM@1
Estratti dalla puntata del 20 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia REPRESSIONE, LETALITÀ, SDOGANAMENTI E COMPRESSIONI Un omicidio di Stato come quello di Abderrahim Fakir a Bologna, la possibilità di inneggiare a un assassino per vendetta privata fino a proporne la candidatura, venire denunciati per aver espresso vicinanza alla resistenza palestinese e alla conflittualità anarchica. Cosa ci dice tutto questo? AI MILITARI: BLACK SKY E THE FOURTH LAW Iniziamo con una riflessione sulle interferenze dell’AI applicata alla letalità su un piano tecnico, etico e giuridico. Il recente contratto siglato dal Pentagono con Black Sky (AI per l’analisi di immagini satellitari applicate alla selezione dei bersagli e alla valutazione dei danni post-attacco) e i processi di integrazione di AI all’interno di sistemi d’arma tradizionali, ci descrivono segmenti diversi di automazione in ambito militare, all’interno dei quali la velocità di elaborazione decisionale e di applicazione della letalità (sensor-to-shooter) sono un elemento centrale. Cosa resta dell’umano all’interno della kill chain? The Fourth Law (nome decisamente ispirato alla Quarta Legge della robotica di Isaac Asimov) è un’azienda ucraina fondata da Yaroslav Azhnyuk, il cui prodotto di punta è TFL-1: un kit per trasformare droni commerciali in killer robots. AI E ESERCITI NON-STATALI Grazie a una ricerca dell’Università di Cambridge, emerge l’utilizzo di chatbot da parte di Boko Haram: non solo propaganda, ma guida concreta per l’addestramento e la realizzazione di attacchi.
repressione
guerra
intelligenza artificiale
terrorismo
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Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
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Mega Centro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono ed Israele
  Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. “Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano. “Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull'intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni”. Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. “Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro”, aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. “La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni”. L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. E’ stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D'Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE - Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. “Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente”, vi si legge. “Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili”.  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. “HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank”, denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. “HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi”. Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele.
Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi, a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 2 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”.
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