Il piano “deregolatore” di Torino. Uno studio sugli usi temporanei
(archivio disegni monitor) Pubblichiamo dalla pagina di Un Altro Piano per Torino Dall’autunno del 2023 come assemblea Un Altro Piano per Torino seguiamo la genesi del nuovo piano regolatore generale per conoscerne a fondo gli obiettivi, criticarne gli aspetti problematici e al contempo immaginare un piano regolatore alternativo, dal basso, capace di rispondere alle esigenze di chi abita la città. Sin dall’inizio l’assemblea ha istituito dei gruppi di lavoro per elaborare approfondimenti tematici puntuali: un gruppo si occupava di politiche abitative, uno di ambiente, un altro di sanità. C’era ancora un gruppo di lavoro dedicato alla “narrazione” e alla “comunicazione” e aveva il fine di studiare i discorsi delle classi dirigenti impegnate a sviluppare il nuovo piano regolatore, individuarne l’ideologia e gli obiettivi e procedere alla decostruzione. Se i primi gruppi avevano l’ambizione di immaginare un piano regolatore alternativo, l’ultimo intendeva invece smantellare i presupposti di quello in corso di elaborazione presso gli uffici del comune. Questo articolo intende ordinare i risultati della ricerca di quest’ultimo gruppo, e divulgarli. Nel corso delle prime riunioni dell’intera assemblea si ragionava spesso su un aspetto che emergeva dal cantiere del nuovo piano regolatore: le regole urbanistiche in gestazione apparivano più flessibili e malleabili, in modo da rendere più semplice l’intervento dei privati desiderosi di investire sulla città e sugli spazi edificabili. La delibera sull’atto di indirizzo del nuovo piano regolatore del 2023 stabilisce di “prendere atto dei contenuti della Proposta Tecnica del Progetto Preliminare della Revisione del Piano Regolatore Generale della Città di Torino”. La Proposta Tecnica era stata redatta dalla giunta precedente nella speranza di realizzare una revisione del piano, poi naufragata. Tuttavia il nuovo piano parte dai presupposti della Proposta Tecnica. Il documento della “Relazione illustrativa generale” della Proposta Tecnica sostiene la necessità di garantire velocità d’intervento degli investitori e dunque di assottigliare le regole che vincolano l’azione trasformativa. Queste regole sono le destinazioni d’uso delle aree urbane, ovvero i vincoli definiti dal piano alle attività e alle funzioni realizzabili in un determinato spazio. Già la Proposta Tecnica intendeva rarefare le destinazioni d’uso: “La presente PTPP (Proposta Tecnica del Progetto Preliminare) […] prevede una […] riduzione [delle Aree Normative] da 23 a 13. Questo significa, ovviamente, una più estesa possibilità di intervento all’interno di ciascuna Area Normativa dell’edificato esistente […]. All’interno di ciascuna Area Normativa, la distribuzione delle destinazioni edilizie, seguirà pertanto un andamento maggiormente flessibile in relazione alle esigenze del mercato”. Il nostro gruppo di lavoro intendeva quindi ragionare su questo sogno di flessibilità per comprenderlo in modo dettagliato. Sin dai primi incontri abbiamo deciso di studiare gli “usi temporanei” in città, perché apparivano come un’anticipazione della flessibilità prevista poi come strutturale nel futuro piano regolatore. Gli usi temporanei prevedono, per un periodo determinato, la possibilità di impiegare immobili o aree urbane in deroga alle regole urbanistiche vigenti. L’amministrazione pubblica deve quindi approvare un uso temporaneo di un’area e affidarne la gestione a un ente privato o del terzo settore che ha presentato un progetto. Nei mesi abbiamo analizzato iniziative capaci di insinuarsi in aree dismesse della città per organizzare eventi culturali, dibattiti, feste e serate musicali al fine di rendere più attraenti e vivi i luoghi, dunque più appetibili per gli investitori. Notavamo allora l’esistenza di strumenti amministrativi ibridi e variegati per favorire la partecipazione del privato agli interessi pubblici e la collaborazione fra terzo settore e istituzioni. Ad esempio abbiamo scoperto come già la giunta Appendino aveva accolto la richiesta del Politecnico di collocare “manufatti prefabbricati” da adibire a “spazi didattici” in un’area un tempo industriale del complesso di Mirafiori. Con la delibera 876 del settembre 2021 la Città permette l’intervento del Politecnico consentendo un “uso temporaneo” in deroga alla destinazione d’uso prevista. L’area apparteneva a Torino Nuova Economia, ente partecipato dal Comune. Nel 2024 il sito viene messo in vendita dalla società TNE e a dicembre dello stesso anno il Politecnico lo acquista definitivamente. In seguito, nel corso delle nostre discussioni, abbiamo scoperto che la Città aveva da poco messo a punto uno strumento che ha l’ambizione di dare ordine a queste iniziative, trovando una formula comune e, pertanto, più facilmente applicabile: una delibera sugli “usi temporanei”. LA DELIBERA 444 E GLI USI TEMPORANEI La delibera 444 sugli usi temporanei è stata approvata dal Consiglio comunale di Torino il 27 giugno 2022. La delibera definisce i criteri per riconoscere alle aree “nuovi usi, diversi da quelli previsti dallo strumento urbanistico vigente” e nello specifico regola “l’uso temporaneo di aree e fabbricati di proprietà privata […] di durata inferiore ai centottanta giorni annui”, “l’uso temporaneo” di “aree e fabbricati” per una durata superiore ai centottanta giorni e infine “l’uso temporaneo” di “aree libere di proprietà privata” sempre per un periodo superiore a centottanta giorni. Per i periodi più lunghi le concessioni possono durare tre anni e possono essere rinnovate di altri due, “decorsi i quali non potrà essere ulteriormente reiterata”. Eppure la delibera apre anche alla stabilizzazione: “Per tutti gli interventi autorizzati è facoltà dell’Amministrazione […] rendere stabili le destinazioni d’uso temporanee, previa verifica della dotazione degli standard urbanistici, attraverso l’adeguamento degli strumenti urbanistici e il versamento degli oneri relativi alla valorizzazione dell’area ai sensi della normativa vigente”. Interessanti sono le finalità menzionate dalla delibera stessa: “La presente deliberazione ha l’obiettivo di costruire un quadro di riferimento locale univoco e di semplice utilizzo per rendere immediatamente disponibili aree ed edifici di proprietà privata oggi in attesa di trasformazioni […] al fine di orientare le prospettive di governance dei processi di trasformazione sulla rigenerazione urbana tout-court [sic], attivando dinamiche di rinnovamento di immobili non ancora del tutto trasformati o in attesa di rifunzionalizzazione”. Dunque gli usi temporanei devono insistere su quelle zone in attesa di riqualificazione così da attirare gli investimenti: “l’attuazione dell’uso temporaneo si avvantaggia di una essenziale natura esplorativa volta ad ‘innescare’ la trasformazione di determinati luoghi”. “Da una parte – continua il testo – l’opportunità di innestare nuovi usi […] riporta un’attenzione specifica su alcuni dei luoghi abbandonati o degradati della città” e dall’altra “l’attuazione dell’uso temporaneo promuove un grado maggiore di flessibilità negli usi degli spazi, costituendo uno strumento utile per testare la ricaduta in termini qualitativi di una specifica funzione in un determinato luogo e valutarne l’efficacia rispetto alle esigenze della popolazione”. L’uso temporaneo, allora, non è solo uno strumento d’avanguardia per immaginare una città dalle regole flessibili, ma è anche un’occasione per sperimentare il tasso attrattivo di un’area, la sua possibilità di generare consumi, la disponibilità a stimolare valore simbolico. LA CAMPAGNA COMUNICATIVA PER IL NUOVO PIANO REGOLATORE Il legame fra la delibera sugli usi temporanei e il piano regolatore è stretto e questo è divenuto evidente nel corso degli eventi comunicativi dedicati al futuro urbanistico di Torino. Dall’autunno del 2023 e fino al 2025 la Città organizza momenti di confronto con la cittadinanza per favorire un sedicente coinvolgimento democratico in vista della scrittura del nuovo piano regolatore. La campagna comunicativa è gestita da Urban Lab. Urban Lab è un’associazione controllata dalla Città di Torino e dalla Compagnia di San Paolo e – si legge sul sito – è nata “per raccontare i processi di trasformazione di Torino e area metropolitana”. Urban Lab è un’agenzia di comunicazione dello sviluppo urbanistico torinese e ha organizzato dibattiti sul nuovo piano nelle circoscrizioni alla presenza di pochi cittadini, degli enti territoriali del terzo settore, degli amministratori e dell’assessore all’urbanistica Mazzoleni. I partecipanti potevano scrivere osservazioni su bigliettini e l’assessore – ovvero colui che ha la direzione politica della stesura del nuovo piano – poteva rispondere ad alcuni quesiti alla fine del suo monologo. Ancora, Urban Lab ha organizzato negli stessi mesi passeggiate nei quartieri per far sì che emergesse ulteriormente la voce degli abitanti. Le iniziative erano nel complesso insignificanti, eppure producevano foto e video utili a costruire una narrazione di partecipazione democratica. In taluni contesti, tuttavia, l’assessore è anche sceso nel merito e ha fornito spunti interessanti. Lunedì 25 marzo 2024 Urban Lab ha organizzato in Circoscrizione 1 un incontro fra l’assessore Mazzoleni e i consiglieri di circoscrizione. Ha affermato Mazzoleni: «Il lavoro che stiamo facendo è ragionare per anticipazioni. Ogni volta che capiamo una cosa – un obiettivo, o una politica che ci interessa fare, più tecnica o più alta – subito cerchiamo di capire se c’è uno strumento con cui anticiparla rispetto al piano. La logica, un po’ controintuitiva, è che vedrete arrivare pezzi di piano e poi alla fine il piano sarà completo. Non è facilissimo: la delibera sugli usi temporanei è stato il primo pezzo. L’idea che la normazione delle destinazioni d’uso possa essere più libera nelle fasi transitorie rispetto alle fasi finali è una cosa noi che vogliamo mettere nel piano, ma che siamo riusciti a fare prima. L’idea è che dobbiamo anticipare alcune delle cose, altrimenti, se stiamo qua ad aspettare due o tre anni, poi è troppo tardi». Si trattava, almeno, di una conferma in merito all’opportunità del nostro percorso di approfondimento critico. Mazzoleni è ancora più chiaro il 21 ottobre 2024 in una audizione per la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. “Vado velocemente al tema piano regolatore – ha affermato Mazzoleni – […] un piano regolatore fatto oggi, quarant’anni dopo, [deve] portare a un mutamento di paradigma. Questo è molto complicato in una legge regionale vecchia di cinquant’anni, quindi è una sfida complessa, che ci sta mettendo alla prova, ma che abbiamo deciso di intraprendere. […] Abbiamo in particolare varato quasi subito una delibera sugli usi temporanei, che è una specie di deregulation, ma limitata nel tempo, per cui dandosi un orizzonte di tempo finito, nel caso più lungo al massimo di cinque anni, si è molto più liberi, ma con un’approvazione politica dell’uso che viene proposto e tanti altri casi in cui si è ritenuto che si dovessero far atterrare subito sulla città alcuni principi che poi arriveranno con il Piano regolatore, ma devono essere praticabili subito”. Il termine “deregulation” non è stato mai utilizzato da Mazzoleni negli incontri pubblici. In un contesto diverso – in una audizione con la commissione parlamentare, senza la presenza di giornalisti e cittadini – l’assessore mostra in modo più chiaro la direzione ideologica del piano regolatore in formazione. GLI USI TEMPORANEI REALIZZATI Al momento esistono in città almeno cinque applicazioni delle leggi sugli usi temporanei. In due casi sono stati realizzati servizi pubblici: un ufficio postale temporaneo alle Vallette e un centro di raccolta rifiuti in via Massari. Quest’ultimo è realizzato con i fondi PNRR in un’area dismessa che appartiene già alla Città, quindi la proprietà pubblica non consente l’impiego della delibera urbana sugli usi temporanei. Si legge nella delibera relativa a questo centro di raccolta (la 604 del 2024): “In attesa dell’adeguamento del P.R.G., considerata l’urgenza di realizzare l’ecocentro determinata dalle tempistiche per l’utilizzo dei fondi assegnati, si ritiene opportuno attivare il procedimento previsto all’articolo 23 quater – Usi Temporanei del Testo Unico dell’Edilizia […]. Tale articolo prevede infatti che, allo scopo di attivare processi di recupero e valorizzazione di immobili e spazi urbani dismessi e favorire, nel contempo, lo sviluppo di iniziative economiche, sociali, culturali o di recupero ambientale, il Comune possa consentire l’utilizzazione temporanea di edifici ed aree per usi diversi da quelli previsti dal vigente strumento urbanistico”. Il piano regolatore viene quindi forzato – in attesa di uno nuovo, e più flessibile – per permettere d’impiegare in tempo i fondi PNRR: se non vale la delibera 444 sugli usi temporanei di proprietà private, allora si può far riferimento al Testo Unico dell’Edilizia. Il terzo uso temporaneo riguarda la struttura del castello di Lucento, situato vicino all’area della Thyssen. Qui una fondazione per l’infanzia e l’adolescenza ha ottenuto dalla proprietà la gestione in comodato d’uso dell’immobile per dieci anni al fine di realizzare un polo socio-educativo e culturale rivolto a bambini e giovani. La giunta comunale è intervenuta con una delibera per il riconoscimento dell’uso temporaneo al fine di consentire al piano terra la realizzazione di un polo museale, un salone polivalente e un “punto di somministrazione”, ovvero un ristorante e una caffetteria. La fondazione, infatti, oltre a realizzare progetti sociali, permette di accogliere privati che intendano organizzare compleanni, celebrazioni di laurea, matrimoni e convegni. Questa ibrida ambiguità fra servizi sociali, arte e attività private sembra una chiave interessante per leggere la città del futuro immaginata dalle classi dirigenti. L’arte, in particolare, gode di un’aura di cultura alta, disinteressata, ma nel concreto pare giustificazione e incentivo di interventi volti ad aumentare il valore di brani di città. Non è un caso, allora, se il quarto uso temporaneo riguarda un complesso immobiliare in corso Giovanni Lanza, affidato all’associazione culturale Flashback per realizzare esposizioni, residenze artistiche, eventi culturali. Non manca la somministrazione di vivande e bevande al bar e bistrot interno alla struttura e nominato “Il Circolino”. Ancora nel dicembre 2024 la Città di Torino delibera il riconoscimento di uso temporaneo a un immobile in via Cigna all’angolo con via Cervino. La struttura appartiene a AET Immobiliare Spa ed è stata affittata per sei anni da Orange Torino S.r.l., società che controlla una catena di palestre in tutta l’area metropolitana. Orange ha aperto da pochi mesi una palestra nello stabile di via Cigna e offre la disponibilità di numerosi macchinari, docce, una sauna e attività sportive su prenotazione. Per legittimare la sua esistenza in deroga al piano regolatore, la palestra deve garantire un accesso calmierato alle realtà sociali del quartiere tramite il coordinamento della Circoscrizione 7. I pesi e i tapis roulant sono disposti in lunghi corridoi sotto un alto soffitto con vetrate: è uno spazio industriale dismesso. Qui si trovava la SICME che produceva macchine per la smaltatura dei fili di rame. L’azienda è entrata in crisi a inizio secolo ed è fallita nel 2004. Nel novembre dello stesso anno gli operai della SICME hanno occupato per due giorni la portineria per protestare e vigilare sulla vendita, ma sono stati sgomberati dalla polizia. L’ala della SICME adiacente alla palestra è invece adibita a museo d’arte moderna e contemporanea: il museo Ettore Fico inaugurato nel 2014. Nella vicenda di uno stabile emerge allora la storia industriale e urbanistica della città e, di conseguenza, diventano più chiari la funzione e l’orizzonte del nuovo piano regolatore. DAGLI USI TEMPORANEI AL NUOVO PIANO REGOLATORE Flessibilità, temporaneità e ibridazione: sono queste le tre parole chiave per descrivere le peculiarità di uno strumento amministrativo come gli usi temporanei. E riteniamo che, in modo speculare, la critica agli usi temporanei potrà essere efficace anche per interpretare il piano regolatore in gestazione. L’ultima parola chiave, in particolare, merita ancora una riflessione: gli spazi ibridi mescolano servizi alla comunità e attività imprenditoriali – si fornisce supporto agli adolescenti, ma si apre il luogo alle feste private; si ospita un dibattito sull’arte e si offre la cena al bistrot; si garantisce una vaga accessibilità pubblica a una palestra che resta un’attività privata gestita da un’azienda – e questa ibridazione configura forse il volto futuro della città: ogni spazio potrà essere consegnato agli estrattori di valore e ai loro interessi in cambio di sparuti servizi gestiti dalle stesse entità private. Il 16 dicembre 2025 la giunta ha approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore e ne auspica l’approvazione in consiglio comunale entro febbraio 2026. Al momento non abbiamo modo di leggere il testo e ci limitiamo a interpretare le parole veicolate dall’ufficio stampa dell’amministrazione e riportate dai giornalisti. Emerge un piano che prevede un aumento di abitanti o fruitori della città (almeno duecentomila in più) e di conseguenza una crescita edilizia all’interno della città, auspicando un incremento di volumi in altezza. Sono individuate otto zone speciali di trasformazione urbana e, grazie alla perequazione urbanistica, in queste aree elette si disarticolano i vincoli posti dalle destinazioni d’uso e si permette di costruire senza ricorrere alle procedure di variante urbanistica: il costruttore potrà edificare in cambio di interventi pubblici in altre parti di città. Il piano non è ancora stato approvato, restano ancora diversi passaggi formali: ci auguriamo che queste note critiche e analitiche possano contribuire alla forza d’una opposizione collettiva. (un altro piano per torino) 
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DDL Romeo: non contro l’antisemitismo, ma contro il dissenso
Sabato 14 marzo h14.30 piazza XVIII Dicembre (Torino) Corteo regionale “Criminale è chi sostiene il genocidio, non chi lotta contro esso” : Contro il Board of Peace e DDL Antisemitismo. Il 4 marzo è stato approvato al Senato il disegno di legge Romeo (S.1004), intitolato “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”. Si tratta di un DDL che, attraverso l’adozione formale della definizione operativa di antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), mira a sovrapporre in modo deliberato e strumentale l’antisemitismo — cioè l’odio e la discriminazione verso le persone di religione o origine ebraica — con l’antisionismo e la critica allo Stato di Israele e alle sue politiche coloniali e genocidiarie. Il disegno di legge, che ha assorbito al suo interno precedenti tentativi legislativi come quelli promossi da Delrio e Gasparri, pur presentandosi in una forma più attenuata e meno esplicita rispetto alle versioni precedenti, va nella direzione di limitare la libertà di espressione, la ricerca accademica e la legittima critica politica. Questo avviene proprio a causa dell’equivalenza che la definizione adottata tende a stabilire tra antisemitismo e critica alle politiche dello Stato di Israele e antisionismo, cioè il dissenso verso uno specifico progetto politico. Pacchetto sicurezza dopo pacchetto sicurezza, anche questo DDL si inserisce in un quadro più ampio di repressione del movimento pro-Palestina degli ultimi mesi. La sua approvazione dimostra come le volontà del governo (così come di buona parte dell’opposizione) abbiano poco a che fare con la reale tutela dalle forme di odio razziale e mirino piuttosto a restringere gli spazi di agibilità politica e a reprimere un movimento vastissimo che non solo si oppone alle politiche genocidiarie e coloniali dello Stato di Israele, ma denuncia anche il collaborazionismo e le complicità materiali di cui lo Stato italiano si è reso responsabile. Per fare il punto sul DDL Romeo — su cosa prevede, quando potrebbe entrare in vigore e sulla definizione dell’IHRA — ne abbiamo parlato con Alessandra Algostino, giurista e docente di diritto costituzionale all’Università di Torino.
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Lotto, boicotto e sciopero
Dopo una settimana fittissima di appuntamenti a cura di Non una di meno, è stato un lungo weekend di iniziative transfemministe, a Torino come in tutta Italia e nel mondo. Sabato 7 un grande corteo ha attraversato il centro città, domenica 8 ci sono state iniziative transfemministe nei quartieri di San Salvario, Cenisia, Barriera di Milano, Vanchiglia e in provincia, a Susa, Avigliana e Grugliasco. Oggi, nel giornata di sciopero generale l’Assemblea precaria universitaria ha organizzato un flash mob per denunciare la condizione di precarietà nel settore accademico. L’iniziativa è stata presentata con lo slogan “Il precariato è una corsa a ostacoli” e ha coinvolto il percorso di accesso all’aula in cui era prevista la seduta del Senato accademico. Lungo la balconata del rettorato, il collettivo ha disposto fili, scatole e barriere simboliche, costringendo i componenti del Senato a superare fisicamente alcuni ostacoli prima di entrare in aula. Sul percorso sono stati inoltre collocati fogli e cartelli con riferimenti a situazioni descritte come frequenti nella vita dei lavoratori precari dell’università, tra cui mancati rinnovi contrattuali dopo anni di attività, flessibilità obbligata e mobilità geografica. Alle 10 è iniziato il partecipato presidio al tribunale di Torino contro il Ddl Bongiorno, che si è trasformato in corteo dopo qualche ora. Le conseguenze dell’approvazione del DdL Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi, soprattutto nei contesti familiari e coniugali, e per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria. Inoltre, la bocciatura del congedo retribuito ai padri, l’eliminazione di Opzione Donna e i dati sul gender pay gap, smascherano un governo che fa propaganda sulla natalità e la conciliazione vita-lavoro ma non le sostiene. Le donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l’aumento del lavoro povero e precario, il part time imposto, l’aumento dei prezzi e la distruzione del welfare. Questo 8 marzo si è svolto con un nuovo fronte di guerra aperto, quello contro l’Iran e, scenario in cui ancora una volta è la popolazione civile a pagare un prezzo altissimo per la repressione da parte del Regime e per l’attacco israelo-americano, e lx transfemministx in piazza hanno ribadito il sanguinoso nesso tra patriarcato e guerra. Abbiamo contattato Daniela, di NUDM, in diretta dal presidio al tribunale, che ci ha parlato della giornata di sciopero transfemminista di oggi, del flash mob in Rettorato, della necessità di opporsi al Ddl Bongiorno. La giornata di sciopero e lotta transfemminista prosegue: alle 16, assemblea in Università.
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GENTRIFICAZIONE E SPECULAZIONE URBANA: IL CASO DI TORINO
In questa puntata i “Saperi Maledetti” hanno continuato a ragionare sulla gentrificazione e sulla speculazione urbana, i cui effetti hanno trasformato radicalmente la nostra cultura urbana. Se il Sud viene ridisegnato a prova di turismo, nel Nord, bacino della produttività, gli investimenti sono incentrati sui grandi eventi. La dimensione urbana di Torino sta affrontando enormi mutamenti ben direzionati. Se si è vista passare la città da una fase espansiva (termine privo di una connotazione positiva), in termini di crescita e di investimenti, popolazione e sviluppo urbano con aumento della progettualità, ora Torino si scopre in una fase regressiva e costretta a reinventarsi tra festival, olimpiadi, saloni del libro e ATP finals. Con Eliana Luceri, sociologa, laureata con tesi su Matera, capitale della cultura, abbiamo tracciato delle analogie sull’impatto che questa formula economica ha sui territori. Con Alberto Valz Gris, docente del Politecnico di Torino, abbiamo invece delineato le prospettive di modifica del contesto urbano di Torino, in cui negli ultimi anni si sono succeduti uno sgombero dietro l’altro, verso un sempre maggiore restringimento dell’agibilità sociale in direzione di un modello di città imprenditoriale.
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L’attacco al parco del Meisino. Una resistenza ecologista a Torino
(disegno di otarebill) Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà l’ecosistema del parco del Meisino. *   *   * Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide, prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa. Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura 2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco. Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde” fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi mesi.  Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino? «Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato, un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo per capire come muoverci al meglio». Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto? «Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport, grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po, la Regione, l’Arpa Piemonte». Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro? «Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster, quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande “facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità, rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del “design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr: dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto migliorata». Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e ambientale. Cosa significa questa modifica? «Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico, il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr». In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco? «Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso, presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco – non c’è molto da far valere». Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di Centro di educazione sportiva e ambientale? «Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici; molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune, che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare, e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che dobbiamo trovare altri modi per opporci». A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web, dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto questo materiale? «Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici, l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di minimizzare». Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali erano le istanze dei ricorrenti? «Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato nel merito del progetto e del suo impatto ambientale». La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le vostre forme di protesta siano state pacifiche… «Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi, filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi. L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non volevano permetterlo». A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti? «Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa. Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre – su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai fermate». (alessandra ferlito)
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[2026-03-07] Azione di Food Not Bombs @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito
AZIONE DI FOOD NOT BOMBS Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino (sabato, 7 marzo 13:30) Unisciti alla prossima azione di Food Not Bombs, movimento internazionale decentralizzato e autogestito che recupera cibo invenduto per distribuire gustosi pasti vegani in strada! Si comincia con la recupera nei mercati locali nel primo pomeriggio, poi ci si aggrega a Manituana per cucinare, e la sera si distribuisce quanto preparato. Non è richiesta nessuna competenza specifica, solo voglia di stare assieme e fare qualcosa di concreto! Data la concomitanza col corteo NUDM, per questa azione ci divideremo in due gruppi per il tempo centrale: uno cucinerà a Manituana mentre l’altro porterà una merenda solidale (tè, cioccolato, frutta…) in piazza. Le attività di recupera e di distribuzione in strada si svolgeranno rispettivamente prima e dopo il corteo. Considerando l'emergenza freddo, per le azioni invernali chiediamo anche, per chi può, di portare coperte e vestiti pesanti da distribuire in strada. Ti aspettiamo! p.s. non esitare a chiedere maggiori informazioni attraverso la pagina instagram (@foodnotbombs_torino) o la email (foodnotbombsaugustataurinorum@yahoo.it)!
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Il conflitto e il suo rimosso
LETTURA DELL’OPUSCOLO DI NOTE SUL REATO DI DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO Nel luglio 2025 veniva alle stampe l’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso”. A due anni dal corteo del 4 Marzo 2023, che attraversava il centro di Torino al fianco di Alfredo Cospito compagno anarchico ai tempi in sciopero della fame contro il regime del 41bis e l’ergastolo ostativo, quello che tenta di fare questo testo è ragionare attorno al reato di devastazione e saccheggio, utilizzato in questo caso per reprimere la piazza torinese solidale con Alfredo e la lotta che aveva intrapreso. In vista dell’avvicinarsi della sentenza di primo grado dell’operazione City, tracciare un breve percorso storico di come le procure usino lo strumento repressivo dell’art. 419 c.p. in differenti contesti e per reprimere specifiche lotte – da quelle di strada a quelle nei luoghi detentivi -, può permetterci di osservare la realtà con sguardo attento e immaginare possibilità nuove per fronteggiare le lame sempre più affilate della controparte. Ascolta qui: “Più una minoranza è circondata dalla pace sociale, più deve trovare in se stessa le proprie forze, preservandole per la ripresa del conflitto. Solo che la forza rivoluzionaria, non è qualcosa che si accumula e che si custodisce gelosamente in cassaforte per tempi migliori. Resta tale solo in esercizio.”
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Le politiche discriminatorie della sinistra. Note a partire da un libro sugli sgomberi a Torino
(disegno di escif) Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili, renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda, tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e da Sinistra ecologista. Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro, altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale, una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel 2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire, multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone ‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”. Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche, abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino. L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019), il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie nella gestione dell’ordine pubblico. Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto – La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in piedi. La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri, da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria, attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi in una condizione di paria senza diritti. Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti. Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante. L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza – sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio, adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del camper o del furgone in cui vive. Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica. Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”. L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”. La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”. Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le “famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto, complice silenzio della società civile torinese. Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa consapevolezza. (francesco migliaccio)
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[2026-03-02] Prendiamoci uno spazio : cerchio di condivisione emotiva @ Campus Luigi Einaudi
PRENDIAMOCI UNO SPAZIO : CERCHIO DI CONDIVISIONE EMOTIVA Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (lunedì, 2 marzo 17:30) Considerando le tantissime chiacchiere che ci sono state attorno al corteo del 31 gennaio a Torino, abbiamo sentito l’esigenza di dar vita a un momento di condivisione emotiva sia su quanto è successo quel giorno, ma anche più in generale sulle piazze dell’autunno e sulla conseguente ondata di repressione. L'obiettivo è darci uno spazio per condividere il modo in cui ci siamo sentite e poi per immaginare nuove pratiche per stare insieme negli spazi.
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