di Haidi Gaggio Giuliani Lettera aperta di Haidi Giuliani: dissenso,
repressione, democrazia “La storia si ripete sempre due volte: la prima come
tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel …
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde,
cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato
italiano espressa tramite i CPR.
Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di
Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa
l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento
e abbandonato lì .
Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita.
Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di
meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte.
Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna
per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice
generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui
era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti
civili.
Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti.
Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo,
perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una
direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato
anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa
deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare
questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici.
Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i
rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta
l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare
unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata,
in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se
il sistema uccide, nessuno è responsabile.
D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa
depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime
violazioni dei diritti non perseguibili penalmente.
Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni
nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative
portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni,
insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra
essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione.
Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo
all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”,
adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che
normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta
domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve
trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto
un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato
portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 .
Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 .
Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di
persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma
anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato
costretto a lasciare il proprio paese .
L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali,
fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un
decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter
incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni.
Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al
silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3
docenti universitari.
Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia
amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona
prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che
questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari.
Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del
processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR
non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei
detenuti e alle loro rivolte.
La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un
mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per
arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo.
Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere.
MOUSSA VIVE
I CPR VANNO CHIUSI
AZIONE DI FOOD NOT BOMBS
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(sabato, 14 febbraio 13:30)
Unisciti alla prossima azione di Food Not Bombs, movimento internazionale
decentralizzato e autogestito che recupera cibo invenduto per distribuire
gustosi pasti vegani in strada!
Si comincia con la recupera nei mercati locali nel primo pomeriggio, poi ci si
aggrega a Manituana per cucinare, e la sera si distribuisce quanto preparato.
Non è richiesta nessuna competenza specifica, solo voglia di stare assieme e
fare qualcosa di concreto!
Considerando l'emergenza freddo, per le azioni invernali chiediamo anche, per
chi può, di portare coperte e vestiti pesanti da distribuire in strada. Ti
aspettiamo!
p.s. non esitare a chiedere maggiori informazioni attraverso la pagina instagram
(@foodnotbombs_torino) o la email (foodnotbombsaugustataurinorum@yahoo.it)!
di Turi Palidda* Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del
disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco
PD Per cercare di capire al meglio …
(disegno di mario damiamo)
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato
negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri:
il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in
cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post
Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto
sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino,
ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno
successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre
aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i
nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci
cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo
estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il
post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno
corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+
Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato
con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua
bellezza”.
L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti
della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro
pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le
“vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto
e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello
shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A
innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che
l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi
mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di
“riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e
mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il
decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di
pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a
Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle
pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista
locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025).
La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che
mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro
“gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte
che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento
cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad
hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha
sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”.
Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce
mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”,
“educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta
“ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse:
aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai
funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi –
falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi
può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa
ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze.
IL CONFLITTO COMUNISTA
“Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La
volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi
Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e
mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase
rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia
che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata
pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione
dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”,
vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel
suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle
frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere
dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale
contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i
messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un
malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era
un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la
repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto
interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza
venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e
storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di
“grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe
salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata
da tolleranza, connoterà altre proposte future.
Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di
Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla
presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma
anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito
politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che
diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e
si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse
frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una
maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si
criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che
voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni:
“Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati
che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22
febbraio 1978).
Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a
guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata,
che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli
interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni:
“Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La
Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”;
secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i
suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985).
LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO”
Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si
concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In
particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in
allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte
diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato:
la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento
repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la
finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi
riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare,
copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti
di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il
decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino
Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo
puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché
gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla
pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra
il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento
internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”:
“Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per
annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada:
“Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di
mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”.
Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero
anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla
quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della
notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente
dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione
drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce
alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che
chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste
circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre
Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto
compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la
richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una
fortezza militare che a un teatro.
Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come
quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si
autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore
all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come
“sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre
più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo
via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e
la città punterà sempre di più sulle loro risorse.
NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI
All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di
espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora
considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il
progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività
frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di
agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse
ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non
repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing
the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel
progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale,
che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore
artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è
imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai
contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità,
scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate
vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono
sempre più disprezzate.
Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per
le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si
rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle
davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi
di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali
del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per
gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera
d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i
festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per
“rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e
l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano.
L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere
in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva
un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa
anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo
spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016,
a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un
intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd
annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro
dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso
anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla
di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà
però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro
colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche
saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi
un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore
socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte
politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro
incubo principale.
A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole
a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e
nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte
diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione
torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali
continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più
controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono
però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i
limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal
democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di
Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la
polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a
causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo
scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione.
Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer
riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un
articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di
rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a
coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni
di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo
fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto
triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia
costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre
occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr.
(alessandra ferlito)
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
Sabato 21 febbraio
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa
dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono
centinaia di migliaia su entrambi i fronti.
Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a
schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo.
Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria.
La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro interimperialistico di
enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze
dotate anche di armi atomiche. Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità
imprescindibile.
In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di
persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi.
In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano
aperte per chi si oppone alla guerra.
Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di
obiettor*, renitent, disertor*
Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi
giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla
guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone
concretamente.
Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque.
Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi,
processi e carcere.
Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e
pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento.
Provate ad immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità
si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la
vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra.
Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere
sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane.
L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in
Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli
interessi di colossi come l’ENI.
Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria
sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in
prima fila.
Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento
dei corpi e delle coscienze.
L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti
miliardari. L’Italia vende armi a tutti i paesi in guerra. Un business di morte.
Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore
che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra
guerra.
La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le
questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione
“strade sicure” li trovate nelle periferie, nei CPR, nelle stazioni, sui
confini.
Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme
di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla
polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta.
Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di
libere ed uguali che può porre fine alle guerre.
Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo.
Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello stato imperialista. Rifiutiamo
la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro
pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni.
Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra.
Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra.
Assemblea Antimilitarista
Riunioni ogni martedì ore 20,30 – corso Palermo 46
antimilitarista.to@gmail.com
www.anarresinfo.org
DISERTIAMO! GIORNATA DI LOTTA ANTIMILITARISTA
Balon - via Vittorio Andreis, 10152 Torino TO, Italia
(sabato, 21 febbraio 10:30)
CON I DISERTORI RUSSI ED UCRAINI
PER UN MONDO SENZA ESERCITI E FRONTIERE
SABATO 21 FEBBRAIO
GIORNATA DI INFORMAZIONE E LOTTA ANTIMILITARISTA
ORE 10,30 AL BALON
SONO PASSATI QUATTRO ANNI DALL’ACCELERAZIONE VIOLENTA DELLA GUERRA IMPRESSA
DALL’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA. IL CONFLITTO È SEMPRE PIÙ ASPRO: I MORTI SONO
CENTINAIA DI MIGLIAIA SU ENTRAMBI I FRONTI.
IL GOVERNO ITALIANO SI È SCHIERATO IN QUESTA GUERRA INVIANDO ARMI, ARRIVANDO A
SCHIERARE 3.500 MILITARI NELLE MISSIONI IN AMBITO NATO NELL’EST EUROPEO.
PRESTO APRIRÀ UNA BASE MILITARE ITALIANA IN BULGARIA.
LA GUERRA IN UCRAINA HA NEL PROPRIO DNA UNO SCONTRO INTERIMPERIALISTICO DI
ENORME PORTATA, CHE RISCHIA DI INNESCARE UN CONFLITTO BEN PIÙ AMPIO, TRA POTENZE
DOTATE ANCHE DI ARMI ATOMICHE. FERMARLA, INCEPPARLA, SABOTARLA È UNA NECESSITÀ
IMPRESCINDIBILE.
IN UCRAINA CI SONO DUECENTOMILA DISERTORI, IN RUSSIA DECINE DI MIGLIAIA DI
PERSONE HANNO ATTRAVERSATO I CONFINI PER SOTTRARSI ALLA CHIAMATA ALLE ARMI.
IN RUSSIA E IN UCRAINA GLI ANTIMILITARISTI SI BATTONO PERCHÉ LE FRONTIERE SIANO
APERTE PER CHI SI OPPONE ALLA GUERRA.
NOI FACCIAMO NOSTRA LA LOTTA PER SPEZZARE I CONFINI E PER L’ACCOGLIENZA DI
OBIETTOR, RENITENT, DISERTOR
NOI NON CI ARRUOLIAMO NÉ CON LA NATO, NÉ CON LA RUSSIA. RIGETTIAMO I VERGOGNOSI
GIOCHINI DI TRUMP, PUTIN E DELL’UE SULLA PELLE DI POPOLAZIONI STREMATE DALLA
GUERRA, MESSE A TACERE DA REGIMI, CHE REPRIMONO DURAMENTE CHI VI SI OPPONE
CONCRETAMENTE.
IL PREZZO DI QUESTA GUERRA LO PAGA LA POVERA GENTE. OVUNQUE.
LO PAGANO OPPOSITORI, SABOTATORI, OBIETTORI E DISERTORI CHE SUBISCONO PESTAGGI,
PROCESSI E CARCERE.
LO PAGHIAMO NOI TUTTI STRETTI NELLA SPIRALE DELL’INFLAZIONE, TRA SALARI E
PENSIONI DA FAME E FITTI E BOLLETTE IN COSTANTE AUMENTO.
PROVATE AD IMMAGINARE QUANTE SCUOLE, OSPEDALI, TRASPORTI PUBBLICI DI PROSSIMITÀ
SI POTREBBERO FINANZIARE SE LA RICERCA E LA PRODUZIONE VENISSERO USATE PER LA
VITA DI NOI TUTTI, PER LA CURA INVECE CHE PER LA GUERRA.
IL DECRETO RIARMO DEL GOVERNO MELONI PREVEDE UN MILIARDO DI EURO PER RENDERE
SEMPRE PIÙ MORTALE L’ARSENALE A DISPOSIZIONE DELLE FORZE ARMATE ITALIANE.
L’ITALIA È IMPEGNATA IN BEN 43 MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO, IN BUONA PARTE IN
AFRICA, DOVE LE TRUPPE TRICOLORI FANNO LA GUERRA AI MIGRANTI E DIFENDONO GLI
INTERESSI DI COLOSSI COME L’ENI.
VARI PROGETTI DI LEGGE PUNTANO AL GRADUALE RITORNO DELLA LEVA OBBLIGATORIA
SOSPESA NEL 2005. SERVE CARNE DA CANNONE PER LE GUERRE CHE VEDONO L’ITALIA IN
PRIMA FILA.
LE SCUOLE E LE UNIVERSITÀ SONO DIVENUTE TERRENO DI CONQUISTA PER L’ARRUOLAMENTO
DEI CORPI E DELLE COSCIENZE.
L’INDUSTRIA BELLICA ITALIANA, IN PRIMA FILA IL COLOSSO LEONARDO, FA PROFITTI
MILIARDARI. L’ITALIA VENDE ARMI A TUTTI I PAESI IN GUERRA. UN BUSINESS DI MORTE.
OCCORRE CAPOVOLGERE LA LOGICA PERVERSA CHE VEDE NELL’INDUSTRIA BELLICA IL MOTORE
CHE RENDERÀ PIÙ PROSPERA L’ITALIA. UN’ECONOMIA DI GUERRA PRODUCE SOLO ALTRA
GUERRA.
LA GUERRA È ANCHE INTERNA. IL GOVERNO RISPONDE ALLA POVERTÀ TRATTANDO LE
QUESTIONI SOCIALI IN TERMINI DI ORDINE PUBBLICO: I MILITARI DELL’OPERAZIONE
“STRADE SICURE” LI TROVATE NELLE PERIFERIE, NEI CPR, NELLE STAZIONI, SUI
CONFINI.
OGNI FORMA DI OPPOSIZIONE SOCIALE E POLITICA VIENE CRIMINALIZZATA CON UN INSIEME
DI NORME VECCHIE E NUOVE CHE GARANTISCONO UNA SEMPRE MAGGIORE IMPUNITÀ ALLA
POLIZIA E TRASFORMANO IN REATI NORMALI PRATICHE DI LOTTA.
SOLO UN’UMANITÀ INTERNAZIONALE POTRÀ GETTARE LE FONDAMENTA DI QUEL MONDO DI
LIBERE ED UGUALI CHE PUÒ PORRE FINE ALLE GUERRE.
OGGI CI VORREBBERO TUTTI ARRUOLATI. NOI DISERTIAMO.
NOI NON CI ARRUOLIAMO A FIANCO DI QUESTO O QUELLO STATO IMPERIALISTA. RIFIUTIAMO
LA RETORICA PATRIOTTICA COME ELEMENTO DI LEGITTIMAZIONE DEGLI STATI E DELLE LORO
PRETESE ESPANSIONISTICHE. IN OGNI DOVE. NON CI SONO NAZIONALISMI BUONI.
NOI SIAMO AL FIANCO DI CHI, IN OGNI ANGOLO DELLA TERRA, DISERTA LA GUERRA.
VOGLIAMO UN MONDO SENZA FRONTIERE, ESERCITI, OPPRESSIONE, SFRUTTAMENTO E GUERRA.
ASSEMBLEA ANTIMILITARISTA
RIUNIONI OGNI MARTEDÌ ORE 20,30 – CORSO PALERMO 46
ANTIMILITARISTA.TO@GMAIL.COM
WWW.ANARRESINFO.ORG
Torino, Askatasuna, pacchetto sicurezza: non cronaca, ma prova generale. Una
riflessione per uscire dalla contabilità morale sugli scontri e guardare la
macchina sicuritaria: legge, repressione, nemico interno. Tre parole chiave …
Tutti conoscono la sede anarchica di corso Palermo 46.
Siamo lì dal lontano 1982. Un luogo di incontro tra compagni e compagne che
condividono la prospettiva di un mondo di libere ed eguali, senza Stati,
frontiere, oppressione e sfruttamento.
In quel seminterrato per decenni ci sono state serate di approfondimento,
presentazioni di libri ed una socialità libera.
In quel posto abbiamo costruito iniziative di lotta. Antimilitariste,
anticapitaliste, antisessiste, ecologiste, antirazziste.
Per noi un luogo del cuore.
Il padrone dei locali ha deciso di triplicarci l’affitto. Siamo lavoratori,
studenti, disoccupati, pensionati, precari. Da sempre attingiamo ai nostri
portafogli perché ci sia un luogo che ospiti incontri, dibattiti, riunioni,
feste, autoproduzioni.
Non siamo in grado e neppure vogliamo pagare chi crede di poter approfittare
della nuova Aurora gentrificata.
Abbiamo scelto di lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
È tempo di aprire una nuova casa, ancora più bella.
Ma.
Da soli non possiamo farcela a comprare il posto che vorremmo.
Tante volte abbiamo sentito forte il calore della vostra solidarietà di fronte
alla repressione e nel sostegno alle lotte.
Chi vuole contribuire può passare da noi o inviare i soldi qui:
IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862 intestato a Emilio Penna
Vogliamo tornare a rivedere le stelle…
Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese
di Sergio Fontegher Bologna* Torino è l’epicentro del collasso industriale, del
declino dell’informazione e dell’avanzata reazionaria. Dentro questo vuoto, la
spinta per la Palestina e la difesa di Askatasuna avevano …
Il Prefetto Franco Gabrielli ex capo della Polizia e il procuratore generale di
Genova Enrico Zucca smontano la propaganda sicuritaria e avvertono: lo Stato
vuole punire chi manifesta C’è un …
LABORATORIO DI RADIO DRAMMA
Porta Palazzo - Zona mercato centrale
(sabato, 21 febbraio 10:00)
🥁Banda Mutanda🩲è lieta di invitarvi ad una giornata di laboratorio in cui
potete sfogare tutta la vostra drammaromantica creatività💄💌
A partire da testi e letture🕯️📖registreremo le nostre voci 👄💬e giocheremo
con l'effettistica ed il mixaggio🎚️🎛️ per creare il radio-dramma più
coinvolgente dell'etere📻
Una piccola introduzione alla 🎙️microfonazione, una ✨spolverata di filtri
sonori🧪 e qualche 💦goccia di rumori di scena 💢🎭 saranno i nostri ingredienti
segreti, tutti all'insegna del low budget🤏 ma alta fedeltà 💎
Laboratorio a cura di Soff 💨e DJ Vorrej🍑, special guest Vitto🐦 from Las
Bertas!
Dalla mattina alle 10 fino alle 18. Posti limitati, iscriviti mandando una mail
a banda_mutanda(at)canaglie(punto)net
Ulteriori info e location alla conferma della prenotazione.
Vi aspettiamo!❤️🔥