(archivio disegni monitor)
Pubblichiamo dalla pagina di Un Altro Piano per Torino
Dall’autunno del 2023 come assemblea Un Altro Piano per Torino seguiamo la
genesi del nuovo piano regolatore generale per conoscerne a fondo gli obiettivi,
criticarne gli aspetti problematici e al contempo immaginare un piano regolatore
alternativo, dal basso, capace di rispondere alle esigenze di chi abita la
città. Sin dall’inizio l’assemblea ha istituito dei gruppi di lavoro per
elaborare approfondimenti tematici puntuali: un gruppo si occupava di politiche
abitative, uno di ambiente, un altro di sanità. C’era ancora un gruppo di lavoro
dedicato alla “narrazione” e alla “comunicazione” e aveva il fine di studiare i
discorsi delle classi dirigenti impegnate a sviluppare il nuovo piano
regolatore, individuarne l’ideologia e gli obiettivi e procedere alla
decostruzione. Se i primi gruppi avevano l’ambizione di immaginare un piano
regolatore alternativo, l’ultimo intendeva invece smantellare i presupposti di
quello in corso di elaborazione presso gli uffici del comune. Questo articolo
intende ordinare i risultati della ricerca di quest’ultimo gruppo, e divulgarli.
Nel corso delle prime riunioni dell’intera assemblea si ragionava spesso su un
aspetto che emergeva dal cantiere del nuovo piano regolatore: le regole
urbanistiche in gestazione apparivano più flessibili e malleabili, in modo da
rendere più semplice l’intervento dei privati desiderosi di investire sulla
città e sugli spazi edificabili. La delibera sull’atto di indirizzo del nuovo
piano regolatore del 2023 stabilisce di “prendere atto dei contenuti
della Proposta Tecnica del Progetto Preliminare della Revisione del Piano
Regolatore Generale della Città di Torino”. La Proposta Tecnica era stata
redatta dalla giunta precedente nella speranza di realizzare una revisione del
piano, poi naufragata. Tuttavia il nuovo piano parte dai presupposti della
Proposta Tecnica. Il documento della “Relazione illustrativa generale” della
Proposta Tecnica sostiene la necessità di garantire velocità d’intervento degli
investitori e dunque di assottigliare le regole che vincolano l’azione
trasformativa. Queste regole sono le destinazioni d’uso delle aree urbane,
ovvero i vincoli definiti dal piano alle attività e alle funzioni realizzabili
in un determinato spazio. Già la Proposta Tecnica intendeva rarefare le
destinazioni d’uso: “La presente PTPP (Proposta Tecnica del Progetto
Preliminare) […] prevede una […] riduzione [delle Aree Normative] da 23 a 13.
Questo significa, ovviamente, una più estesa possibilità di intervento
all’interno di ciascuna Area Normativa dell’edificato esistente […]. All’interno
di ciascuna Area Normativa, la distribuzione delle destinazioni edilizie,
seguirà pertanto un andamento maggiormente flessibile in relazione alle esigenze
del mercato”. Il nostro gruppo di lavoro intendeva quindi ragionare su questo
sogno di flessibilità per comprenderlo in modo dettagliato.
Sin dai primi incontri abbiamo deciso di studiare gli “usi temporanei” in città,
perché apparivano come un’anticipazione della flessibilità prevista poi come
strutturale nel futuro piano regolatore. Gli usi temporanei prevedono, per un
periodo determinato, la possibilità di impiegare immobili o aree urbane in
deroga alle regole urbanistiche vigenti. L’amministrazione pubblica deve quindi
approvare un uso temporaneo di un’area e affidarne la gestione a un ente privato
o del terzo settore che ha presentato un progetto. Nei mesi abbiamo analizzato
iniziative capaci di insinuarsi in aree dismesse della città per organizzare
eventi culturali, dibattiti, feste e serate musicali al fine di rendere più
attraenti e vivi i luoghi, dunque più appetibili per gli investitori. Notavamo
allora l’esistenza di strumenti amministrativi ibridi e variegati per favorire
la partecipazione del privato agli interessi pubblici e la collaborazione fra
terzo settore e istituzioni. Ad esempio abbiamo scoperto come già la giunta
Appendino aveva accolto la richiesta del Politecnico di collocare “manufatti
prefabbricati” da adibire a “spazi didattici” in un’area un tempo industriale
del complesso di Mirafiori. Con la delibera 876 del settembre 2021 la Città
permette l’intervento del Politecnico consentendo un “uso temporaneo” in deroga
alla destinazione d’uso prevista. L’area apparteneva a Torino Nuova Economia,
ente partecipato dal Comune. Nel 2024 il sito viene messo in vendita dalla
società TNE e a dicembre dello stesso anno il Politecnico lo acquista
definitivamente. In seguito, nel corso delle nostre discussioni, abbiamo
scoperto che la Città aveva da poco messo a punto uno strumento che ha
l’ambizione di dare ordine a queste iniziative, trovando una formula comune e,
pertanto, più facilmente applicabile: una delibera sugli “usi temporanei”.
LA DELIBERA 444 E GLI USI TEMPORANEI
La delibera 444 sugli usi temporanei è stata approvata dal Consiglio comunale di
Torino il 27 giugno 2022. La delibera definisce i criteri per riconoscere alle
aree “nuovi usi, diversi da quelli previsti dallo strumento urbanistico vigente”
e nello specifico regola “l’uso temporaneo di aree e fabbricati di proprietà
privata […] di durata inferiore ai centottanta giorni annui”, “l’uso temporaneo”
di “aree e fabbricati” per una durata superiore ai centottanta giorni e infine
“l’uso temporaneo” di “aree libere di proprietà privata” sempre per un periodo
superiore a centottanta giorni. Per i periodi più lunghi le concessioni possono
durare tre anni e possono essere rinnovate di altri due, “decorsi i quali non
potrà essere ulteriormente reiterata”. Eppure la delibera apre anche alla
stabilizzazione: “Per tutti gli interventi autorizzati è facoltà
dell’Amministrazione […] rendere stabili le destinazioni d’uso temporanee,
previa verifica della dotazione degli standard urbanistici, attraverso
l’adeguamento degli strumenti urbanistici e il versamento degli oneri relativi
alla valorizzazione dell’area ai sensi della normativa vigente”.
Interessanti sono le finalità menzionate dalla delibera stessa: “La presente
deliberazione ha l’obiettivo di costruire un quadro di riferimento locale
univoco e di semplice utilizzo per rendere immediatamente disponibili aree ed
edifici di proprietà privata oggi in attesa di trasformazioni […] al fine di
orientare le prospettive di governance dei processi di trasformazione sulla
rigenerazione urbana tout-court [sic], attivando dinamiche di rinnovamento di
immobili non ancora del tutto trasformati o in attesa di rifunzionalizzazione”.
Dunque gli usi temporanei devono insistere su quelle zone in attesa di
riqualificazione così da attirare gli investimenti: “l’attuazione dell’uso
temporaneo si avvantaggia di una essenziale natura esplorativa volta ad
‘innescare’ la trasformazione di determinati luoghi”. “Da una parte – continua
il testo – l’opportunità di innestare nuovi usi […] riporta un’attenzione
specifica su alcuni dei luoghi abbandonati o degradati della città” e dall’altra
“l’attuazione dell’uso temporaneo promuove un grado maggiore di flessibilità
negli usi degli spazi, costituendo uno strumento utile per testare la ricaduta
in termini qualitativi di una specifica funzione in un determinato luogo e
valutarne l’efficacia rispetto alle esigenze della popolazione”. L’uso
temporaneo, allora, non è solo uno strumento d’avanguardia per immaginare una
città dalle regole flessibili, ma è anche un’occasione per sperimentare il tasso
attrattivo di un’area, la sua possibilità di generare consumi, la disponibilità
a stimolare valore simbolico.
LA CAMPAGNA COMUNICATIVA PER IL NUOVO PIANO REGOLATORE
Il legame fra la delibera sugli usi temporanei e il piano regolatore è stretto e
questo è divenuto evidente nel corso degli eventi comunicativi dedicati al
futuro urbanistico di Torino. Dall’autunno del 2023 e fino al 2025 la Città
organizza momenti di confronto con la cittadinanza per favorire un sedicente
coinvolgimento democratico in vista della scrittura del nuovo piano regolatore.
La campagna comunicativa è gestita da Urban Lab. Urban Lab è un’associazione
controllata dalla Città di Torino e dalla Compagnia di San Paolo e – si legge
sul sito – è nata “per raccontare i processi di trasformazione di Torino e area
metropolitana”. Urban Lab è un’agenzia di comunicazione dello sviluppo
urbanistico torinese e ha organizzato dibattiti sul nuovo piano nelle
circoscrizioni alla presenza di pochi cittadini, degli enti territoriali del
terzo settore, degli amministratori e dell’assessore all’urbanistica Mazzoleni.
I partecipanti potevano scrivere osservazioni su bigliettini e l’assessore –
ovvero colui che ha la direzione politica della stesura del nuovo piano – poteva
rispondere ad alcuni quesiti alla fine del suo monologo. Ancora, Urban Lab ha
organizzato negli stessi mesi passeggiate nei quartieri per far sì che emergesse
ulteriormente la voce degli abitanti. Le iniziative erano nel complesso
insignificanti, eppure producevano foto e video utili a costruire una narrazione
di partecipazione democratica. In taluni contesti, tuttavia, l’assessore è anche
sceso nel merito e ha fornito spunti interessanti.
Lunedì 25 marzo 2024 Urban Lab ha organizzato in Circoscrizione 1 un incontro
fra l’assessore Mazzoleni e i consiglieri di circoscrizione. Ha affermato
Mazzoleni: «Il lavoro che stiamo facendo è ragionare per anticipazioni. Ogni
volta che capiamo una cosa – un obiettivo, o una politica che ci interessa fare,
più tecnica o più alta – subito cerchiamo di capire se c’è uno strumento con cui
anticiparla rispetto al piano. La logica, un po’ controintuitiva, è che vedrete
arrivare pezzi di piano e poi alla fine il piano sarà completo. Non è
facilissimo: la delibera sugli usi temporanei è stato il primo pezzo. L’idea che
la normazione delle destinazioni d’uso possa essere più libera nelle fasi
transitorie rispetto alle fasi finali è una cosa noi che vogliamo mettere nel
piano, ma che siamo riusciti a fare prima. L’idea è che dobbiamo anticipare
alcune delle cose, altrimenti, se stiamo qua ad aspettare due o tre anni, poi è
troppo tardi». Si trattava, almeno, di una conferma in merito all’opportunità
del nostro percorso di approfondimento critico.
Mazzoleni è ancora più chiaro il 21 ottobre 2024 in una audizione per la
Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo
stato di degrado delle città e delle loro periferie. “Vado velocemente al tema
piano regolatore – ha affermato Mazzoleni – […] un piano regolatore fatto oggi,
quarant’anni dopo, [deve] portare a un mutamento di paradigma. Questo è molto
complicato in una legge regionale vecchia di cinquant’anni, quindi è una sfida
complessa, che ci sta mettendo alla prova, ma che abbiamo deciso di
intraprendere. […] Abbiamo in particolare varato quasi subito una delibera sugli
usi temporanei, che è una specie di deregulation, ma limitata nel tempo, per cui
dandosi un orizzonte di tempo finito, nel caso più lungo al massimo di cinque
anni, si è molto più liberi, ma con un’approvazione politica dell’uso che viene
proposto e tanti altri casi in cui si è ritenuto che si dovessero far atterrare
subito sulla città alcuni principi che poi arriveranno con il Piano regolatore,
ma devono essere praticabili subito”. Il termine “deregulation” non è stato mai
utilizzato da Mazzoleni negli incontri pubblici. In un contesto diverso – in una
audizione con la commissione parlamentare, senza la presenza di giornalisti e
cittadini – l’assessore mostra in modo più chiaro la direzione ideologica del
piano regolatore in formazione.
GLI USI TEMPORANEI REALIZZATI
Al momento esistono in città almeno cinque applicazioni delle leggi sugli usi
temporanei. In due casi sono stati realizzati servizi pubblici: un ufficio
postale temporaneo alle Vallette e un centro di raccolta rifiuti in via Massari.
Quest’ultimo è realizzato con i fondi PNRR in un’area dismessa che appartiene
già alla Città, quindi la proprietà pubblica non consente l’impiego della
delibera urbana sugli usi temporanei. Si legge nella delibera relativa a questo
centro di raccolta (la 604 del 2024): “In attesa dell’adeguamento del P.R.G.,
considerata l’urgenza di realizzare l’ecocentro determinata dalle tempistiche
per l’utilizzo dei fondi assegnati, si ritiene opportuno attivare il
procedimento previsto all’articolo 23 quater – Usi Temporanei del Testo Unico
dell’Edilizia […]. Tale articolo prevede infatti che, allo scopo di attivare
processi di recupero e valorizzazione di immobili e spazi urbani dismessi e
favorire, nel contempo, lo sviluppo di iniziative economiche, sociali, culturali
o di recupero ambientale, il Comune possa consentire l’utilizzazione temporanea
di edifici ed aree per usi diversi da quelli previsti dal vigente strumento
urbanistico”. Il piano regolatore viene quindi forzato – in attesa di uno nuovo,
e più flessibile – per permettere d’impiegare in tempo i fondi PNRR: se non vale
la delibera 444 sugli usi temporanei di proprietà private, allora si può far
riferimento al Testo Unico dell’Edilizia.
Il terzo uso temporaneo riguarda la struttura del castello di Lucento, situato
vicino all’area della Thyssen. Qui una fondazione per l’infanzia e l’adolescenza
ha ottenuto dalla proprietà la gestione in comodato d’uso dell’immobile per
dieci anni al fine di realizzare un polo socio-educativo e culturale rivolto a
bambini e giovani. La giunta comunale è intervenuta con una delibera per il
riconoscimento dell’uso temporaneo al fine di consentire al piano terra la
realizzazione di un polo museale, un salone polivalente e un “punto di
somministrazione”, ovvero un ristorante e una caffetteria. La fondazione,
infatti, oltre a realizzare progetti sociali, permette di accogliere privati che
intendano organizzare compleanni, celebrazioni di laurea, matrimoni e convegni.
Questa ibrida ambiguità fra servizi sociali, arte e attività private sembra una
chiave interessante per leggere la città del futuro immaginata dalle classi
dirigenti. L’arte, in particolare, gode di un’aura di cultura alta,
disinteressata, ma nel concreto pare giustificazione e incentivo di interventi
volti ad aumentare il valore di brani di città. Non è un caso, allora, se il
quarto uso temporaneo riguarda un complesso immobiliare in corso Giovanni Lanza,
affidato all’associazione culturale Flashback per realizzare esposizioni,
residenze artistiche, eventi culturali. Non manca la somministrazione di vivande
e bevande al bar e bistrot interno alla struttura e nominato “Il Circolino”.
Ancora nel dicembre 2024 la Città di Torino delibera il riconoscimento di uso
temporaneo a un immobile in via Cigna all’angolo con via Cervino. La struttura
appartiene a AET Immobiliare Spa ed è stata affittata per sei anni da Orange
Torino S.r.l., società che controlla una catena di palestre in tutta l’area
metropolitana. Orange ha aperto da pochi mesi una palestra nello stabile di via
Cigna e offre la disponibilità di numerosi macchinari, docce, una sauna e
attività sportive su prenotazione. Per legittimare la sua esistenza in deroga al
piano regolatore, la palestra deve garantire un accesso calmierato alle realtà
sociali del quartiere tramite il coordinamento della Circoscrizione 7. I pesi e
i tapis roulant sono disposti in lunghi corridoi sotto un alto soffitto con
vetrate: è uno spazio industriale dismesso. Qui si trovava la SICME che
produceva macchine per la smaltatura dei fili di rame. L’azienda è entrata in
crisi a inizio secolo ed è fallita nel 2004. Nel novembre dello stesso anno gli
operai della SICME hanno occupato per due giorni la portineria per protestare e
vigilare sulla vendita, ma sono stati sgomberati dalla polizia. L’ala della
SICME adiacente alla palestra è invece adibita a museo d’arte moderna e
contemporanea: il museo Ettore Fico inaugurato nel 2014. Nella vicenda di uno
stabile emerge allora la storia industriale e urbanistica della città e, di
conseguenza, diventano più chiari la funzione e l’orizzonte del nuovo piano
regolatore.
DAGLI USI TEMPORANEI AL NUOVO PIANO REGOLATORE
Flessibilità, temporaneità e ibridazione: sono queste le tre parole chiave per
descrivere le peculiarità di uno strumento amministrativo come gli usi
temporanei. E riteniamo che, in modo speculare, la critica agli usi temporanei
potrà essere efficace anche per interpretare il piano regolatore in gestazione.
L’ultima parola chiave, in particolare, merita ancora una riflessione: gli spazi
ibridi mescolano servizi alla comunità e attività imprenditoriali – si fornisce
supporto agli adolescenti, ma si apre il luogo alle feste private; si ospita un
dibattito sull’arte e si offre la cena al bistrot; si garantisce una vaga
accessibilità pubblica a una palestra che resta un’attività privata gestita da
un’azienda – e questa ibridazione configura forse il volto futuro della città:
ogni spazio potrà essere consegnato agli estrattori di valore e ai loro
interessi in cambio di sparuti servizi gestiti dalle stesse entità private.
Il 16 dicembre 2025 la giunta ha approvato il progetto preliminare del nuovo
piano regolatore e ne auspica l’approvazione in consiglio comunale entro
febbraio 2026. Al momento non abbiamo modo di leggere il testo e ci limitiamo a
interpretare le parole veicolate dall’ufficio stampa dell’amministrazione e
riportate dai giornalisti. Emerge un piano che prevede un aumento di abitanti o
fruitori della città (almeno duecentomila in più) e di conseguenza una crescita
edilizia all’interno della città, auspicando un incremento di volumi in altezza.
Sono individuate otto zone speciali di trasformazione urbana e, grazie alla
perequazione urbanistica, in queste aree elette si disarticolano i vincoli posti
dalle destinazioni d’uso e si permette di costruire senza ricorrere alle
procedure di variante urbanistica: il costruttore potrà edificare in cambio di
interventi pubblici in altre parti di città. Il piano non è ancora stato
approvato, restano ancora diversi passaggi formali: ci auguriamo che queste note
critiche e analitiche possano contribuire alla forza d’una opposizione
collettiva. (un altro piano per torino)
Sabato 14 marzo h14.30 piazza XVIII Dicembre (Torino)
Corteo regionale “Criminale è chi sostiene il genocidio, non chi lotta contro
esso” : Contro il Board of Peace e DDL Antisemitismo.
Il 4 marzo è stato approvato al Senato il disegno di legge Romeo (S.1004),
intitolato “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di
antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”. Si tratta di
un DDL che, attraverso l’adozione formale della definizione operativa di
antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA),
mira a sovrapporre in modo deliberato e strumentale l’antisemitismo — cioè
l’odio e la discriminazione verso le persone di religione o origine ebraica —
con l’antisionismo e la critica allo Stato di Israele e alle sue politiche
coloniali e genocidiarie.
Il disegno di legge, che ha assorbito al suo interno precedenti tentativi
legislativi come quelli promossi da Delrio e Gasparri, pur presentandosi in una
forma più attenuata e meno esplicita rispetto alle versioni precedenti, va nella
direzione di limitare la libertà di espressione, la ricerca accademica e la
legittima critica politica. Questo avviene proprio a causa dell’equivalenza che
la definizione adottata tende a stabilire tra antisemitismo e critica alle
politiche dello Stato di Israele e antisionismo, cioè il dissenso verso uno
specifico progetto politico.
Pacchetto sicurezza dopo pacchetto sicurezza, anche questo DDL si inserisce in
un quadro più ampio di repressione del movimento pro-Palestina degli ultimi
mesi. La sua approvazione dimostra come le volontà del governo (così come di
buona parte dell’opposizione) abbiano poco a che fare con la reale tutela dalle
forme di odio razziale e mirino piuttosto a restringere gli spazi di agibilità
politica e a reprimere un movimento vastissimo che non solo si oppone alle
politiche genocidiarie e coloniali dello Stato di Israele, ma denuncia anche il
collaborazionismo e le complicità materiali di cui lo Stato italiano si è reso
responsabile.
Per fare il punto sul DDL Romeo — su cosa prevede, quando potrebbe entrare in
vigore e sulla definizione dell’IHRA — ne abbiamo parlato con Alessandra
Algostino, giurista e docente di diritto costituzionale all’Università di
Torino.
Dopo una settimana fittissima di appuntamenti a cura di Non una di meno, è stato
un lungo weekend di iniziative transfemministe, a Torino come in tutta Italia e
nel mondo. Sabato 7 un grande corteo ha attraversato il centro città, domenica 8
ci sono state iniziative transfemministe nei quartieri di San Salvario, Cenisia,
Barriera di Milano, Vanchiglia e in provincia, a Susa, Avigliana e Grugliasco.
Oggi, nel giornata di sciopero generale l’Assemblea precaria universitaria ha
organizzato un flash mob per denunciare la condizione di precarietà nel settore
accademico. L’iniziativa è stata presentata con lo slogan “Il precariato è una
corsa a ostacoli” e ha coinvolto il percorso di accesso all’aula in cui era
prevista la seduta del Senato accademico. Lungo la balconata del rettorato, il
collettivo ha disposto fili, scatole e barriere simboliche, costringendo i
componenti del Senato a superare fisicamente alcuni ostacoli prima di entrare in
aula. Sul percorso sono stati inoltre collocati fogli e cartelli con riferimenti
a situazioni descritte come frequenti nella vita dei lavoratori precari
dell’università, tra cui mancati rinnovi contrattuali dopo anni di attività,
flessibilità obbligata e mobilità geografica.
Alle 10 è iniziato il partecipato presidio al tribunale di Torino contro il Ddl
Bongiorno, che si è trasformato in corteo dopo qualche ora. Le conseguenze
dell’approvazione del DdL Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla
violenza sessuale, sarebbero molto gravi, soprattutto nei contesti familiari e
coniugali, e per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno
registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti
lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è
già esposta a vittimizzazione secondaria.
Inoltre, la bocciatura del congedo retribuito ai padri, l’eliminazione di
Opzione Donna e i dati sul gender pay gap, smascherano un governo che fa
propaganda sulla natalità e la conciliazione vita-lavoro ma non le sostiene. Le
donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono
espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l’aumento del
lavoro povero e precario, il part time imposto, l’aumento dei prezzi e la
distruzione del welfare.
Questo 8 marzo si è svolto con un nuovo fronte di guerra aperto, quello contro
l’Iran e, scenario in cui ancora una volta è la popolazione civile a pagare un
prezzo altissimo per la
repressione da parte del Regime e per l’attacco israelo-americano, e lx
transfemministx in piazza hanno ribadito il sanguinoso nesso tra patriarcato e
guerra.
Abbiamo contattato Daniela, di NUDM, in diretta dal presidio al tribunale, che
ci ha parlato della giornata di sciopero transfemminista di oggi, del flash mob
in Rettorato, della necessità di opporsi al Ddl Bongiorno. La giornata di
sciopero e lotta transfemminista prosegue: alle 16, assemblea in Università.
Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate
L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto
una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: …
di Dario Morgante* Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la
versione dell’agente ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una
sequenza di pochi secondi diventata il …
In questa puntata i “Saperi Maledetti” hanno continuato a ragionare sulla
gentrificazione e sulla speculazione urbana, i cui effetti hanno trasformato
radicalmente la nostra cultura urbana.
Se il Sud viene ridisegnato a prova di turismo, nel Nord, bacino della
produttività, gli investimenti sono incentrati sui grandi eventi.
La dimensione urbana di Torino sta affrontando enormi mutamenti ben direzionati.
Se si è vista passare la città da una fase espansiva (termine privo di una
connotazione positiva), in termini di crescita e di investimenti, popolazione e
sviluppo urbano con aumento della progettualità, ora Torino si scopre in una
fase regressiva e costretta a reinventarsi tra festival, olimpiadi, saloni del
libro e ATP finals.
Con Eliana Luceri, sociologa, laureata con tesi su Matera, capitale della
cultura, abbiamo tracciato delle analogie sull’impatto che questa formula
economica ha sui territori. Con Alberto Valz Gris, docente del Politecnico di
Torino, abbiamo invece delineato le prospettive di modifica del contesto urbano
di Torino, in cui negli ultimi anni si sono succeduti uno sgombero dietro
l’altro, verso un sempre maggiore restringimento dell’agibilità sociale in
direzione di un modello di città imprenditoriale.
(disegno di otarebill)
Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in
lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative
pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che
da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per
immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato
l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad
alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà
l’ecosistema del parco del Meisino.
* * *
Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco
della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata
dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità
ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto
molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di
altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una
grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide,
prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede
stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa.
Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente
iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree
protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include
inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura
2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della
biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata
di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e
inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il
progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di
educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco.
Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il
Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è
sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione
del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde”
fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un
esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere
né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla
vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le
persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi
mesi.
Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino?
«Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori
abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre
attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue
specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto
parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti
dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone
che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli
atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro
diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano
parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i
due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le
vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di
riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato,
un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo
per capire come muoverci al meglio».
Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto?
«Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport,
grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con
deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche
diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione
delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di
salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi
commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la
direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri
sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza
alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po,
la Regione, l’Arpa Piemonte».
Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di
educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro?
«Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato
per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il
primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano
Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella
ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata
ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in
piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso
anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente
architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio
militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster,
quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva
naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono
anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande
“facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto
di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità,
rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il
progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito
delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il
verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che
utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del
“design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr:
dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni
parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato
alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la
federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose
funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva
percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe
essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il
pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione
dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi
intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già
prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto
migliorata».
Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e
dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e
ambientale. Cosa significa questa modifica?
«Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del
progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico,
il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a
Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per
occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal
titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello
naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua
prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature
che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei
funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la
vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di
considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura
sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr».
In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco?
«Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di
naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al
pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche
idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che
si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In
quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle
strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di
questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle
strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e
l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso,
presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in
piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per
gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di
ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una
ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E
ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento
iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando
l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto
non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento
del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto
un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con
decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel
frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un
sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche
altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che
il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce
proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate
un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per
questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di
creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si
pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni
al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del
fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce
a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non
c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco –
non c’è molto da far valere».
Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di
Centro di educazione sportiva e ambientale?
«Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni
ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e
associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo
preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le
associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici;
molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare
promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune,
che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo
però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che
essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al
Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da
mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto
di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni
finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare,
e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni
caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il
nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente
Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore
Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci
hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che
dobbiamo trovare altri modi per opporci».
A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al
parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo
anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività
costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web,
dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia
contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto
questo materiale?
«Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini
hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla
flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi
l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco
finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La
piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a
chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non
abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone
disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici,
l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento
per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un
agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi
tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque
abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i
nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di
minimizzare».
Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano
legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto
nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro
l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali
erano le istanze dei ricorrenti?
«Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente
salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento
tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze
tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il
non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata
svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto
per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i
cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato
nel merito del progetto e del suo impatto ambientale».
La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è
finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le
vostre forme di protesta siano state pacifiche…
«Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a
presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti
passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi,
filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla
polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era
mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo
numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte
irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro
dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi
con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come
per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano
stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale
per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto
l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di
trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è
formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di
solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un
segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il
giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi.
L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci
sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non
volevano permetterlo».
A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo
a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi
mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti?
«Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più
precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa.
Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre
lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive
sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che
facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di
opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre –
su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per
impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i
monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai
fermate». (alessandra ferlito)
AZIONE DI FOOD NOT BOMBS
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(sabato, 7 marzo 13:30)
Unisciti alla prossima azione di Food Not Bombs, movimento internazionale
decentralizzato e autogestito che recupera cibo invenduto per distribuire
gustosi pasti vegani in strada!
Si comincia con la recupera nei mercati locali nel primo pomeriggio, poi ci si
aggrega a Manituana per cucinare, e la sera si distribuisce quanto preparato.
Non è richiesta nessuna competenza specifica, solo voglia di stare assieme e
fare qualcosa di concreto!
Data la concomitanza col corteo NUDM, per questa azione ci divideremo in due
gruppi per il tempo centrale: uno cucinerà a Manituana mentre l’altro porterà
una merenda solidale (tè, cioccolato, frutta…) in piazza. Le attività di
recupera e di distribuzione in strada si svolgeranno rispettivamente prima e
dopo il corteo.
Considerando l'emergenza freddo, per le azioni invernali chiediamo anche, per
chi può, di portare coperte e vestiti pesanti da distribuire in strada. Ti
aspettiamo!
p.s. non esitare a chiedere maggiori informazioni attraverso la pagina instagram
(@foodnotbombs_torino) o la email (foodnotbombsaugustataurinorum@yahoo.it)!
LETTURA DELL’OPUSCOLO DI NOTE SUL REATO DI DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO
Nel luglio 2025 veniva alle stampe l’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso”. A
due anni dal corteo del 4 Marzo 2023, che attraversava il centro di Torino al
fianco di Alfredo Cospito compagno anarchico ai tempi in sciopero della fame
contro il regime del 41bis e l’ergastolo ostativo, quello che tenta di fare
questo testo è ragionare attorno al reato di devastazione e saccheggio,
utilizzato in questo caso per reprimere la piazza torinese solidale con Alfredo
e la lotta che aveva intrapreso.
In vista dell’avvicinarsi della sentenza di primo grado dell’operazione City,
tracciare un breve percorso storico di come le procure usino lo strumento
repressivo dell’art. 419 c.p. in differenti contesti e per reprimere specifiche
lotte – da quelle di strada a quelle nei luoghi detentivi -, può permetterci di
osservare la realtà con sguardo attento e immaginare possibilità nuove per
fronteggiare le lame sempre più affilate della controparte.
Ascolta qui:
“Più una minoranza è circondata dalla pace sociale, più deve trovare in se
stessa le proprie forze, preservandole per la ripresa del conflitto. Solo che la
forza rivoluzionaria, non è qualcosa che si accumula e che si custodisce
gelosamente in cassaforte per tempi migliori. Resta tale solo in esercizio.”
(disegno di escif)
Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta
di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio
regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale
affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e
nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo
menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili,
renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro
dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a
rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla
sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda
commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella
polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista
chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come
il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa
controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda,
tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo
Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e
da Sinistra ecologista.
Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di
vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai
racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive
nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e
dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in
un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella
Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro,
altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi
vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un
passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso
Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale,
una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel
2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella
più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la
giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo
Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora
negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti
che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire,
multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone
‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”.
Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche,
abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino.
L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza
esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si
menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019),
il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di
Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono
descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico
odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra
chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo
sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie
nella gestione dell’ordine pubblico.
Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto
– La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica
che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale
selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di
misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari
selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era
misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui
corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in
alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto
fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti
in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono
erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a
supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli
immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in
piedi.
La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea
tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di
origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri,
da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità
impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un
welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche
aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra
allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e
favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo
è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria,
attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un
complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la
violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi
in una condizione di paria senza diritti.
Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i
marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in
strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia
residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di
perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere
conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone
che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine
del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti.
Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di
assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia
per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone
ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante.
L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo
mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non
autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai
campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza
– sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri
della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore
discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di
circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato
di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il
camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e
dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei
veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento
dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio,
adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del
camper o del furgone in cui vive.
Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi
degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica.
Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra
al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In
un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di
inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e
delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di
determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”.
L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel
tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia
abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la
mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo
monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La
prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di
nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal
punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”.
La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che
creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a
spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione
generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza
pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni
messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale
aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci
vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro
nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un
Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”.
Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un
documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base
alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le
“famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada
donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore
riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a
una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo
consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la
compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al
loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto,
complice silenzio della società civile torinese.
Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe
davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che
connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come
quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche
discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei
modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è
fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una
rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine
contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli
d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e
abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di
solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa
consapevolezza. (francesco migliaccio)
PRENDIAMOCI UNO SPAZIO : CERCHIO DI CONDIVISIONE EMOTIVA
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(lunedì, 2 marzo 17:30)
Considerando le tantissime chiacchiere che ci sono state attorno al corteo del
31 gennaio a Torino, abbiamo sentito l’esigenza di dar vita a un momento di
condivisione emotiva sia su quanto è successo quel giorno, ma anche più in
generale sulle piazze dell’autunno e sulla conseguente ondata di repressione.
L'obiettivo è darci uno spazio per condividere il modo in cui ci siamo sentite e
poi per immaginare nuove pratiche per stare insieme negli spazi.
Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
menù vegan
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Qui il testo dell’appello:
www.anarresinfo.org/una-nuova-casa-per-la-fat/