[2026-09-14] CINEFORUM EVIL DEAD(1981) @ Piazza Santa Giulia
CINEFORUM EVIL DEAD(1981) Piazza Santa Giulia - Piazza Santa Giulia, 10124, Torino (lunedì, 14 settembre 20:00) SUPPORT YOUT LOCAL FILM-MAKERS! siamo un collettivo di ame che stanno realizzando un film a budget 0 da ormai un paio di anni, proietteremo EVIL DEAD (1981) nel nostro spazio abitativo con l'obbiettivo di raccogliere qualche soldino per un microfono, costumi e simili. ingresso a offerta libera, bar a prezzi popolari Troverai: Birrette, Amari homemade dalle ame, presa bene vi aspettiamo! ps: viva il cinema lowbudget
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La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri) Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui, tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici. Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli, bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico. È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati – incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno scopo più alto, legato alla morale del tempo. In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe, accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani e in quelle dello stato sabaudo. Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato. In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e “i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le guardie, in divisa e munite di armi di repressione. Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere, le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto. Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante vengono confiscate delle ceste d’uva. Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici, accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda: un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso. Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti, espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini “di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il secolo. L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi; visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione, organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi. All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi illustri della cultura torinese. È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo, Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che, spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano. Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna. In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e, finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco, ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”. In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
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[2026-08-17] Complotti di ferragosto 2-parte @ Associazione Clapie
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO 2-PARTE Associazione Clapie - frz. Cels Moliere 58 Exilles(TO) (lunedì, 17 agosto 17:30) COMPLOTTI DI FERRAGOSTO Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di "complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra) Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe) 17 AGOSTO H 17:30 - 2 PARTE Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira
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valsusa
dibattito
[2026-08-14] Complotti di ferragosto 1-parte @ Associazione Clapie
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO 1-PARTE Associazione Clapie - frz. Cels Moliere 58 Exilles(TO) (venerdì, 14 agosto 10:00) COMPLOTTI DI FERRAGOSTO Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di "complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra) Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe) VENERDI 14 AGOSTO H 10:00 - 1 PARTE Ritrovo a Clapie per passeggiata nei castagneti con caffè, focacce e chiacchierata LUNEDÌ 17 AGOSTO H 17:30 - 2 PARTE Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira
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Puntata del 21/07/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro, lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato: “La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio. Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono essere messi in discussione: Salvaguardia del contratto e dell’anzianità Mantenimento delle mansioni Nessuna riduzione di ore o stipendio“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi lavora e per la popolazione in generale. Buon ascolto
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morti sul lavoro
prevenzione
unito
ispettori del lavoro
Contro Torino 2033. Un diario sulla candidatura a capitale europea della cultura
(collage di stefania spinelli) Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che caratterizza Porta Palazzo”.  Questa sera si prevede una “cena delle comunità”, ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime portate.  Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata, chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o frequentano il mercato durante il giorno.  Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo, film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo, accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino, l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale». L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino – Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice! Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per tutti questi begli aspetti». IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia, dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere, probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli amministratori – come centro simbolico e operativo. La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali. In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri, inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti – hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.  Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari. Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La “cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.  IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura, come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival, organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura, accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle locandine e ai depliant informativi.  Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso. Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare, accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. & Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi, ma restano i loro segni trasformati in scenografia. Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori: Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi rimasticate.  Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno, osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni, quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato all’ottundimento. (francesco migliaccio)
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Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino.
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore che propone una lettura di classe della geografia cittadina. I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche realmente sostenibili. Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni energetiche. Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una presentazione approfondita:
L'informazione di Blackout
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[2026-07-18] STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA @ Piazza borgo dora BALON
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora (sabato, 18 luglio 11:00) "Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 1, al Balon, Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri attraverso ogni forma di repressione. A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
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INIZIATIVE BAROCCHIO SQUAT
Monopoli a Torino. Il piano regolatore al servizio dei costruttori
(disegno di peppe cerillo) Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti, architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico. *   *   * «Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà nella capacità di flessibilità. «Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo. L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4 %, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %, come dire uno su quattro. «Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico, abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da lasciare alle future generazioni». *   *   * Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026 senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è una mossa conseguente ai precedenti fallimenti. Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso. La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta al governo di Torino. Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di “mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a quello milanese. Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione. Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico. Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori. Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano, come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale, soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori. Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il valore immobiliare complessivo. Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”. Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento, agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno, probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto dei loro sogni. (francesco migliaccio)
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