EAT YOUR BRAIN
El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 7 febbraio 23:00)
Ritorna anche questo inverno EAT YOUR BRAIN, dal vivo si esibiranno:
Ethico - hard core- Torino
Crepa - un po' punk- Verona
Sasok- nipple punk- Torino
Electric rastrello -Electro punk-dalle Alpi più gelide
Cybele - break core- Torino
Keram - electrosciocca- Venezia
DJset:
AmonFM
Malli
Kerioon
Visuals:
Hyperspeed Hallucination
U. N. O.
Kobachi
Liza
No machi, no fasci, no pusher, no sbirri
ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(mercoledì, 28 gennaio 20:30)
sdeng sdeng sdeng!!! 🔔🔔🔔
Arruolamento Clown Army!!!
🔫🤡🎖
Vieni con noi, padroneggia la grande
arte del clowneggiamento ribelle e della cospirazione approssimativa :O)
Cos'è Clown ARMY?? È una tecnica di piazza spontanea e autogestita nata con
l'intento di inviare messaggi irriverenti e gestire i nostri colleghi delle
forze dell'ordine.
Leggi sto articolo e vai a studiare va'!
https://www.instagram.com/p/DQrx3caj58O/?igsh=MWhmazMzZXE2ZWs1Nw==
Lanciamo una grande campagna di arruolamento aperto a tutt*, che più siamo
meglio è!
Ci vediamo ogni secondo e quarto mercoledì del mese nella palestra del mani, a
cui lasciamo un contributo volontario per le spese
LA CLOWN ARMY CERCA ✨TE ✨
MA ESSENDO FORZA DEL (DIS)ORDINE NON RIESCE A TROVARTI
RENDILE IL LAVORO FACILE E UNISCITI A LEI DIRETTAMENTE grazie
Quando:
Mercoledì 14 gennaio
dalle 20.30 alle 22.30
Dove:
Al CLIM (Manituana), in Largo Maurizio Vitale 113 To)
Porta:
Abbigliamento comodo
Naso da clown e access. militari (se li hai)
Per info. 3477716485
(disegno di cyop&kaf)
Il volume Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere, curato da Brunella
Lottero e Cinzia Morone, è uscito a maggio del 2025 per Paolo Sorba Editore, ma
è rimasto sconosciuto per molti mesi persino a chi, a Torino, si occupa o si
interessa di carcere. Forse perché il suo contenuto spaventava, o perlomeno
metteva in imbarazzo molte istituzioni, o forse, molto più semplicemente, perché
viviamo tutti dentro a bolle comunicative e relazionali sempre più ristrette e
sempre meno comunicanti. Poi è arrivato il premio Sarzana: a gennaio 2026 il
libro vince il “XIII premio letterario Internazionale Poesia, Narrativa,
Saggistica Sarzanae” e la notizia emerge e si diffonde suscitando finalmente
l’interesse che merita. Il libro riprende vita e comincia a circolare,
soprattutto tra chi di carcere si occupa e nelle lotte anti-carcerarie si
impegna.
Il testo nasce nelle sezioni femminili del carcere Lorusso e Cotugno di Torino
dove due donne entrano il sabato mattina per nove mesi (sarà simbolico?) per
condurre un laboratorio di scrittura creativa nella biblioteca del femminile, da
sempre gestita dal comune di Torino, di cui Cinzia Morone è responsabile. È lei
che da molti anni cura la biblioteca interna, la rifornisce di libri, propone
letture condivise, laboratori o visioni di film. Questa volta organizza un
laboratorio di scrittura creativa insieme a una vera scrittrice: Brunella
Lottero. Nel laboratorio si propone la lettura di una grande scrittrice
italiana, Elsa Morante. I brani tratti dai nove capitoli de La storia sono letti
insieme, sono rielaborati e ispirano gli argomenti su cui redigere i propri
testi. Alla fine del laboratorio ogni donna rientra nelle celle e si mette a
scrivere dopo aver ritrovato nel racconto della Morante un tema generatore della
propria condizione umana.
La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la
vergogna, il tempo, il futuro: sono tantissime le suggestioni proposte e
sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese;
centododici i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale
potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli
occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Le parole
delle detenute non hanno filtri (segnaliamo peraltro che nessun testo è stato
sottoposto alla censura da parte della direzione del carcere, fatto da non darsi
per scontato) e tramite i loro occhi e le loro voci entriamo nell’inferno
dell’universo carcerario italiano e del significato “rieducazione della pena”.
“Il carcere è un’oscenità, un inferno. Trovo scarafaggi dappertutto. La testa ti
fa riflettere in modo ossessivo”. “Tutto tace, ore 7,30 del mattino. Una voce
improvvisa urla fortissimo: colazione!!! poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si
sente urlare di nuovo: terapia! Tutto prosegue, una giornata triste e desolata.
Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là. La giornata prosegue
con le urla delle assistenti che rompono il silenzio”. “Qui mi manca tutto e
certe volte non manca niente perché mi sembra che sto vivendo di niente e per
niente”. “In questo luogo le assistenti non ci assistono ma ci fanno la guardia,
le urla sono quanto di più normale ci sia. Io mi chiedo: le assistenti sono
autorizzate a urlare? Più urlano e più fanno carriera? La nostra dignità qui
viene quotidianamente calpestata e l’urlo per me significa solo insulto”. Sanno,
queste donne, che avrebbero bisogno di tutt’altro e che questo non luogo fa solo
perdere tempo senza fornire nessuno strumento di uscita.
“Qui non si preparano le detenute per il loro futuro: un lavoro, un mestiere,
una possibilità di vita dignitosa ‘dopo’. Molte di noi che non hanno lavorato
mai prima si trovano a oziare in cella, tutto il giorno. Sono annoiate e si
riversano sui programmi demenziali della tivù. Preferiscono così terminare la
pena in carcere, oziando. Per avere l’affidamento al lavoro e quindi scontare
gli ultimi anni o mesi lavorando fuori, non ci sono aziende che collaborano con
il carcere offrendo posti di lavoro. Non tengono in considerazione che più
rimaniamo qui dentro, più abbiamo paura del fuori e del futuro. Ci serve un
ponte tra il carcere e fuori”.
Il futuro non è pieno di speranza perché il futuro significa tornare in quella
società che in realtà ha prodotto il tuo “sbaglio”, quello che ti ha portato
dentro. Quella società in cui vivevi con malessere e disagio rifugiandoti spesso
nella droga: molte donne descrivono una vita difficile, di strada, a molte sono
stati sottratti i figli. Sono poche quelle che raccontano di una famiglia che le
sta aspettando e con cui riescono a fare progetti. Per la maggior parte di loro
il futuro è nebuloso, o è la speranza di un uomo che le ami e le porti via, in
un rifugio in montagna, lontano da tutto e da tutti.
E come non tornare col pensiero a Graziana, una compagna di cella di queste
donne, che nel giugno del 2023 si è tolta la vita dietro le sbarre perché in
prossimità del fine pena che l’avrebbe riportata al suo orrore quotidiano fatto
di violenza domestica? Tutto è grigio e desolante in questo carcere costruito
solo quarant’anni fa, ma già desueto e fatiscente. Sarebbe da abbattere, come
dicono in molti, e lo dice bene Nicoletta Dosio le cui parole risuonano tra le
ultime pagine, un brano tratto dal suo libro Fogli dal carcere: “L’unico carcere
accettabile è quello abolito”.
Ma come si abolisce il carcere? Come aderenti al comitato delle Mamme in piazza
per la libertà di dissenso ce lo stiamo chiedendo da alcuni anni, da quando
siamo state obbligate a occuparci di carcere in seguito alla detenzione di
alcune attiviste NoTav e di giovani studenti. Tramite le loro parole e i loro
racconti siamo entrate in carcere, ne abbiamo conosciuto l’orrore e
l’insensatezza. Dalla solidarietà con le militanti è nata la solidarietà con
tutte le donne del carcere femminile. Abbiamo continuato a sostenere le lotte
delle “ragazze di Torino”, gli scioperi della fame o del carrello, sempre
accompagnati dalle loro lettere di denuncia, gli appelli rivolti alle
istituzioni, le rivendicazioni della dignità e dei diritti, che abbiamo
contribuito a diffondere. Noi siamo, orgogliosamente, uno di quei ponti tra il
dentro e il fuori a cui viene chiesto di portare fuori la loro voce. E le
lettere delle “ragazze di Torino” sono diventate un punto di riferimento
importante nello scenario carcerario e anti-carcerario italiano.
Non è quindi un caso se in questo libro abbiamo ritrovato le stesse parole, le
stesse denunce, la stessa richiesta di profonda dignità. Ci viene da pensare che
quel laboratorio sia stato una delle rare e importantissime azioni
di empowerment delle donne che ha promosso riflessione critica e scrittura, che
ha dato voce alle inascoltate. Loro hanno ritrovato le parole, i solidali le
hanno diffuse. “Le parole sono armi”, ci viene ricordato dal nome del
laboratorio e la “narrazione critica e alternativa ha contribuito alle riforme
carcerarie del Sessantotto”, ci ricorda Claudio Sarzotti nella prefazione.
Abbiamo visto trasformare le loro parole in armi, rivolte a un mondo politico e
istituzionale che sta deliberatamente lasciando marcire le galere. Le parole
sono armi. Usiamole per abbattere queste maledette carceri. (nicoletta salvi
ouazzene)
B-RAVE RAGAZZE - L'APERITIVO TEKNO DELLE AME SOTTO CASSA PRESENTA:
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(sabato, 24 gennaio 16:00)
🎶 Ore 16.00🎛️
SVARIONI MUSICALI JAM by Resistance device (a.k.a elettro @statek) & Totem
Machine Sound System (Roma)
📽️ Ore 17.00🎞️
PROIEZIONE DOCUMENTARIO degli Heretik Sound System "We had a Dream" per la prima
volta SUB ITA
🎵 Dalle 19.00💿
DJ SET - cherolline (Soundhillscollective)
FULL SHOWCASE VINYL & DJ SET - Totem Machine Sound System (Roma)
-------------------
DISTRO RBO
BANCHETTI:
- CD e serigrafia by TOTEM MACHINE
- RaveZine by @x.enne_
BAR
CIBO
RDR (EMMOSOTAZ)
RACCOLTA FONDI PER LE CREW INGUAIATE DEL BIG FUCKING PARTY
&
BENEFIT RBO
-----------------
CHIUSURA ORE 22:30
MERCATINI ARTISTICI AUTOGESTITI
Giardini reali bassi - Giardini reali
(sabato, 24 gennaio 15:00)
Mercatini artistici
BENEFIT COORDINAMENTO COLLETTIVI STUDENTESCHI ARTISTICI
Ci sarà vendita a offerta libera di toppe, gioielli, stickers, spille,
oggettistica, portachiavi, magliette, creazioni all'uncinetto e di vario tipo,
fattx a mano.
Vi aspettiamo tuttx sabato 24 gennaio dalle 15 ai giardini reali bassi (corso
san Maurizio angolo via Rossini).
Un pomeriggio di condivisione, disegni, idee, musica e arte in tutte le sue
forme, ci saranno laboratori di stampe e arte libera (porta la tua
maglia/felpa/pezza per fartela stampare! altro materiale se vuoi creare lì con
noi!).
Troverete anche un Bar con biscotti e birra autoprodotta.
MITICA TOMBO-LATE DELLA DYNAMO DORA @CSOA GABRIO
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(sabato, 24 gennaio 19:30)
…pensavate di averla scampata eh? Oppure è da mesi che vi domandate: ma la
tombola della Dynamo Dora non si fa più? Ebbene ci rivolgiamo a chi ha
conservato l’odio per tutto l’anno passato, chi ha coltivato invidia e disprezzo
durante le feste e chi ha desiderato lanciare ingiurie nell’anno nuovo: state
all’erta perché torna la mitica TOMBOLA DELLA DYNAMO DORA! Chi ha detto che si
può fare solo prima di natale? Infatti questa non è semplicemente una tombola ma
una TOMBO-LATE! Ricchi Premi e grandi giochi musicali per allietare la vostra
serata…Ovviamente ci saranno succulente pietanze a riempire gli stomaci per cui
prenotatevi per la cena al 327 2970437Vi aspettiamo quindi il 24 gennaio dalle
19:30 al Csoa Gabrio in via Millio 42 per urlare AMBO al primo numero estratto e
lanciare quintali di bucce di mandarini a chi vince. venite puntuali e ditelo a
chi volete!
di Alessandra Algostino* Lo sgombero non ha chiuso la vicenda di Askatasuna. Al
contrario, ne sta innescando una prosecuzione inedita. Lo dicono il quartiere e
cittadini e cittadine di generazioni …
È di questi giorni la pubblicazione sul sito della Città della Salute e della
Scienza l’avviso pubblico legato all’assegnazione della famigerata stanzetta
dell’ascolto. Un nuovo bando dopo lo stop del Tar e si candida lo stesso ente di
prima. Marrone ne fa ulteriormente elemento di propaganda, mostrando ancora una
volta il valore simbolico che questo progetto ha per la destra reazionaria. Una
propaganda che si gioca nuovamente sui nostri corpi e sui nostri diritti. Un
commento a caldo, insieme al coordinamento salute di Non Una di Meno Torino.
Maurizio Marrone torna all’attacco nella sua decennale battaglia contro il
mercato di carabattole, il cosiddetto “suk” . Un continuo repulisti che non lo
vede solo, ma a cui hanno partecipato tutti i partiti di potere della città, sin
da quando quello che è ora in via Carcano veniva tenuto ogni domenica in Piazza
della Repubblica (2014).
Di questo, delle storie di resistenza legate ai mercati di Porta Palazzo e di un
altro caso, quello milanese di Piazzale Cuoco:
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 17 gennaio 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
BENEFIT JUANITO
El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 24 gennaio 15:05)
Giornata benefit per Juan al Paso occupato
<3 Juanito libre y morte alla polgai <3
dalle 15: aperitivo, brulè, vinyl dj set, mostre tematiche su estrattivismo e
guerra, distro e serigrafia: portati una maglia, una mutanda, una pezza da
serigrafare!
dalle 17: approfondimento della situazione di Juan, spiegazione dell'impianto
giudiziario, dna e udienze in videoconferenza,...
confronto tra le varie operazioni contro i movimenti anarchici in italia e
metodi di solidarietà per contrastarle
dalle 19: buffet a offerta libera (è un benefit!)
dalle 21: performance estripdrag "Elena lenguas" da Barcelona
dalle 22 (presto!): inizio concerti con:
-Eversione da Imperia
-Fever, sempre da Imperia
-Garpez da torino
-Forklift da Lovereto/Rovinator (rovereto)
-Mortaio da bell'ano (Calliano)
-Il nodo hc da Trento
a seguire vinili con le Ciliegine Viniliche da TIERNO
ENTRATA OFFERTA LIBERA - È UN BENEFIT DIOCAN
TUTTO IL RICAVATO (coperte alcune spese) ANDRÀ A JUAN, COMPAGNO ANARCHICO IN
GALERA, SOLDI CHE GLI SERVONO PER LE SPESE VIVE E LEGALI
SALUT, AMOR i ANA(L)RCHIA! <3
(disegno di francesca ferrara)
Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in
un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero
monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato
dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che
appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione
Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e
ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la
giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta
il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la
convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio
di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a
poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il
mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di
sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri
gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza.
Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure
provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato
di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri
a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area
di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo
occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi
nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si
teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati
esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a
cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di
solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno
scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia
fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze
di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta
consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon
negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza
contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via
Carcano. (francesco migliaccio)
* * *
Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel
cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva
lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa
matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita
difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo
ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il
simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il
proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le
tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla
mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il
pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due
andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni.
Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza
soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli,
mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla
fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo
una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65.
La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai
vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo
la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre
muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e
non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne
vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in
panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la
prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della
Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che
era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto
fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E
c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze
attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava
liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È
chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che
arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano,
ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a
gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non
succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano
le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve,
un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta.
Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un
concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro.
Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il
Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho
conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto
dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto
l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie
della Fiat.
Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la
rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A
quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e
sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e
jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini,
aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la
discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca.
E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don
Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo
alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola
e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si
incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era
la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70.
Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io
non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in
Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo
dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la
sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di
nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli,
niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva
con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le
figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva:
dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché,
essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia
figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho
aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di
Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don
Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo
messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì
c’era la prima sala dei videogame.
Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la
guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene
perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi
ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al
Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino
e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti
faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a
studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare
nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze
pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio
cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo
Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master
a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era
più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della
tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto
quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo
lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo
sbagliato.
Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento
consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una
irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi
chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente
molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi
ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva
proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una
percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho
lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia
figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice.
In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho
chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di
Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei
supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill
manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei
supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per
le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi
pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io
insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli
ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop,
Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo
in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia
figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni
a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano
disperati.
Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una
stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il
soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel
2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare.
Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me:
sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a
mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono
sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di
come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon!
Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi
faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non
distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il
mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che
controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché
dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero
abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci
hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti
dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di
gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia.
Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo
seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho
compiuto ottant’anni.
Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto
lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo
abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del
2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon:
un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io
chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci
sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a
nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo
lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una
di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in
canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì
accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo
a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino.
Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la
facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi
rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra
di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli,
tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come
comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in
tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo
che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno
costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale
Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è
stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno
lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno
sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di
casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo:
ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei
capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso.
E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese.
E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E
quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige
[l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non
abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la
politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri,
i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali
per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro
perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora
il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente
vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E
siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa
il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a
tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti
hanno messo l’anello al naso!
Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo
è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il
Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle
puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto.
Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche
perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo
tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così
a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della
mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di
più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se
c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci
mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo
Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che,
bene o male, vive di questo.