Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro,
lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui
abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato:
“La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto
logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e
totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad
affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio.
Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono
essere messi in discussione:
Salvaguardia del contratto e dell’anzianità
Mantenimento delle mansioni
Nessuna riduzione di ore o stipendio“
Buon ascolto
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Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato
del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al
sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con
che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo
approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che
se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe
essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi
lavora e per la popolazione in generale.
Buon ascolto
(collage di stefania spinelli)
Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei
contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono
dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival
di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata
dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere
storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che
caratterizza Porta Palazzo”. Questa sera si prevede una “cena delle comunità”,
ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le
numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi
tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle
grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna
pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli
avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello
che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è
presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che
controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla
cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti
volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là
del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da
una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico
una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca
allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime
portate.
Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival
propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono
panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora
i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni
diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che
propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco
presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha
aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San
Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set
e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite
vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility
Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata,
chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La
classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha
a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o
frequentano il mercato durante il giorno.
Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato
montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo,
film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo,
accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno
servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più
volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la
scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito
con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino,
l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un
luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del
commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi
prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle
genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con
le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale».
L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino
– Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice!
Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta
Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a
cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per
tutti questi begli aspetti».
IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA
Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di
piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per
individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla
città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia,
dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro
supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è
stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente
commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è
che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove
un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere,
probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare
Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per
elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale
europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia
di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli
amministratori – come centro simbolico e operativo.
La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era
già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di
giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento
della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un
protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due
atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della
competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il
direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore
di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di
Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in
Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere
di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i
legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo
paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali.
In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale
investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel
gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in
caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni
di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una
fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa
cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più
consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono
stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a
finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un
anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri,
inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla
parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta
nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il
valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti
– hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte
alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi
erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da
ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.
Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su
iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città
l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma
internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari.
Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi
da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di
consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di
questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un
ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato
Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni
e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono
stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La
“cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si
allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si
costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non
ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono
giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.
IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA
Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova
nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei
contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i
venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che
attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura,
come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei
contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la
concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi
la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival,
organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura,
accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche
immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle
case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è
inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città
a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle
locandine e ai depliant informativi.
Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani
che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia
urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un
giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione
quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un
fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New
York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella
città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle
rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio
Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la
collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni
negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il
sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso.
Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare,
accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie
aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo
che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni
materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le
piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. &
Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle
colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono
più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi,
ma restano i loro segni trasformati in scenografia.
Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori:
Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio
Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare
chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo
ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della
cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura
perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa
alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le
case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione
squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è
elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura
a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un
super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema
muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario
da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono
l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui
collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica
interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano
devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi
rimasticate.
Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che
tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un
vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le
altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno,
osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in
questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per
manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che
sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione
della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di
traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora
che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città
aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più
deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica
e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i
creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi
elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per
ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno
ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È
necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla
dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari
per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più
efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni,
quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato
all’ottundimento. (francesco migliaccio)
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito
assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento
climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore
che propone una lettura di classe della geografia cittadina.
I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo
Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle
infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo
di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte
politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche
realmente sostenibili.
Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del
territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni
energetiche.
Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una
presentazione approfondita:
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 18 luglio 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 1, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
Due ragazzi sono stati rinchiusi nel carcere minorile Ferrante Aporti e altri
tre collocati in comunità per aver partecipato alle mobilitazioni pro Palestina
del 3 ottobre 2025. Tutti hanno tra …
(disegno di peppe cerillo)
Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di
monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli
architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera
di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta
Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le
case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti,
architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per
alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo
discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi
dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico.
* * *
«Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo
sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo
rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E
non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni
che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi
dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che
crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa
trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli
spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche
della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo
luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo
stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il
nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso
temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà
nella capacità di flessibilità.
«Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale
per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo.
L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il
paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite
svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso
all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una
città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma
importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4
%, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire
che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come
si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è
di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se
vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i
minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %,
come dire uno su quattro.
«Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito
allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra
città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone
anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie
di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di
redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito
che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano
regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era
affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore
affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova
costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni
dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché
accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e
accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di
origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone
anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle
che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico,
abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non
sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non
sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia
in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a
questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta
dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un
mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e
al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi
cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di
festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che
noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello
nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo
di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini
prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo
demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a
stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci
dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la
città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha
tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad
andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi
rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi
interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da
lasciare alle future generazioni».
* * *
Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati
c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri
divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è
stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha
ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è
rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione
del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali
riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola
Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a
partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti
a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026
senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del
Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è
una mossa conseguente ai precedenti fallimenti.
Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo
strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la
sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore
degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una
nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente
diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa
amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi
temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso.
La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la
trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e
tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata
dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano
regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una
legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero
così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo
burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del
piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta
al governo di Torino.
Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla
maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della
rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione
decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente
insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non
aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo
concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire
le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di
“mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In
precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante
urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure
sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si
dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a
quello milanese.
Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione.
Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di
questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo
dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi
urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving
areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove
è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli
immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti
edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei
diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere
facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area
all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale
deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove
possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può
aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in
cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature
pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette
sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei
volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di
diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il
valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni
private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico.
Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a
Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori.
Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione
anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano,
come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale,
soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura
linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale
della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la
perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una
crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in
consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere
una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti
teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono
allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una
città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori
pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della
città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale
l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di
un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori.
Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per
il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la
gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi
capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una
città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di
potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in
ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie
del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato
o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante
e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il
valore immobiliare complessivo.
Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli
sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle
politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano
ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso
residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano
obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda
residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata
all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa
riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme
di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”.
Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di
investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di
controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle
classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri
degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili
nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del
Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il
peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti
internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già
s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è
fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro
sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità
prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di
aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento,
agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori
specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno,
probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto
dei loro sogni. (francesco migliaccio)
Lunedì 23/06, con il solito teatrino nel consiglio comunale, tutti i partiti di
ogni schieramento politico si sono affrettati a festeggiare la proposta del
Politencico e del colosso della GDO Esselunga DI un nuovo progetto sull’area ex
Westinghouse che dovrebbe scongiurare la distruzione del parco Artiglieri da
Montagna, dato che non si realizzerà più l’ipermercato.
Un spettacolo quasi tragicomico se si pensa che rivendicano una salvezza dal
loro stesso progetto di cementificazione, in pratica festeggiano il LORO
fallimento!
La lotta contro la speculazione in quel quadrante al confine tra Cenisia e Cit
Turin è iniziata per il centro sociale Gabrio nel giugno del 2014, quando il
corteo “Quartieri non cantieri” partito dall’area dell’ex Diatto demolita l’anno
precedente si concluse proprio nel parco.
(https://sniarischiosa.noblogs.org/post/quartieri-e-non-cantieri/)
Il progetto in un primo tempo venne bloccato da due distinte inchieste: una per
turbativa d’asta a carcio dell’amministrazione Fassino ed una per falso in
bilancio a carico della giunta dell’Appendino.
Quasi 10 anni più tardi, esattamente il 01/04/2023, visto l’evolversi della
situazione e dopo oltre un anno di lotta insieme al comitato Essenon e Comala,
decidemmo di occupare l’ex Caserma Lamarmora per presidiare il parco e aumentare
l’attenzione su quanto stava accadendo.
Infatti, per l* smemorat*, ricordiamo che era ancora in corso un processo per
turbativa d’asta che coinvolgeva il fu Patron di Esselunga, Caprotti, e l’ex
Sindaco dalle lunghe mani profumate, Fassino, ma sottolineamo che l’operazione
era stata orchestrata dall’attuale sindaco nonostante non compaia nelle carte
processuali.
Ne nacque la Laboratoria Ecologista Autogestita (LEA) e (per poco) abbiamo avuto
la fortuna di vedere un movimento spontaneo dal basso che non ci aspettavamo
così grande ed eterogeneo.
Non bastava più sapere che un centro giovanile come Comala sarebbe rimasto
intoccato, tuttə volevano la salvezza del Parco.
Per spezzare quel movimento era dovuto intervenire direttamente il ministero
dell’interno, dato che consiglio comunale e Sindaco si sono trovati soli in
città.
“È troppo tardi”
“..che sia da esempio negativo per il futuro”
“Faremo il tetto del supermercato verde”
“Non deve più avvenire, ma oggi non si può fare niente”
Sono solo alcune delle risposte dei e delle politicanti che oggi brindano e ne
rivendicano la salvezza, dimenticandosi le lotte di questi 5 anni.
“Se ciò vi consola, fate pure, noi e le/gli abitanti di San Paolo e Cenisia
conosciamo la realtà e festeggiamo noi”
Eccoci qui, dopo anni di lotta a poter festeggiare.
Certo, sappiamo bene che la salvezza reale del parco dipende da un attore tanto
inaffidabile quanto oscuro come il Politecnico di Torino, che sta stravolgendo
la vita del nostro quartiere, ma questo non può fermarci dalla voglia di
festeggiare una vittoria contro la speculazione, una vittoria dal basso, non
sicuramente un risultato che arriva dalle istituzioni.
Un primo tassello è stato ottenuto: il parco resterà tale ed in un qualche modo
“pubblico”, anche se non è finita qui.
Sono tanti i pezzi ancora da tenere insieme e su cui continuare a fare
pressione:
dal nuovo accordo programmatico tra Politecnico ed Esselunga alla scelta
dell’area per il supermercato, senza dimenticare la necessità che il parco resti
non solo pubblico ma soprattutto accessibile a tutt*.
Caro Comune, Caro Politecnico e Cara Esselunga, non ci basta il contentino, noi
vogliamo tutto!
La lotta alla speculazione continua
NO DATACENTER LUCENTO! PROIEZIONI E CONFRONTO IN QUARTIERE
Giardini Frassati - via Pietro Cossa, 280
(giovedì, 23 luglio 20:30)
FA CALDO VERO?
E pensa che stanno per costruire un datacenter nel quartiere Lucento, a Torino
nord, che non solo avrà bisogno di enormi quantità di energia e acqua, ma
produrrà rumore, inquinamento e calore initerrottamente.
Le persone del quartiere si stanno organizzando e vogliono sensibilizzare tutte
le persone interessate!
Per questo vogliamo invitare tutte le persone a delle proiezioni in quartiere
Lucento per saperne di più:
* Giovedi 23 Luglio: h20:30 Dentro l'IA - Proiezione di documentari sul lavoro
umano dietro il mito dell'intelligenza artificiale
Le proiezioni è per il quartiere, ma senza il patrocinio della circoscrizione,
quindi non ci saranno tavoli o sedie dove potersi accomodare
Quindi se ce l'hai porta un telo, dei cuscini o una sedia!
Per maggiori informazioni puoi scrivere a datacenterlucento@anche.no
o visitare il sito https://nodatacenterlucento.noblogs.org
NO DATACENTER LUCENTO! PROIEZIONI E CONFRONTO IN QUARTIERE
Giardini Frassati - via Pietro Cossa, 280
(giovedì, 16 luglio 20:30)
FA CALDO VERO?
E pensa che stanno per costruire un datacenter nel quartiere Lucento, a Torino
nord, che non solo avrà bisogno di enormi quantità di energia e acqua, ma
produrrà rumore, inquinamento e calore initerrottamente.
Le persone del quartiere si stanno organizzando e vogliono sensibilizzare tutte
le persone interessate!
Per questo vogliamo invitare tutte le persone a delle proiezioni in quartiere
Lucento per saperne di più:
* Giovedì 16 Luglio: h20:30 Vivere vicino a un Datacenter - Video inchieste e
testimonianze dirette su chi abita vicino ai datacenters
* Giovedi 23 Luglio: h20:30 Dentro l'IA - Proiezione di documentari sul lavoro
umano dietro il mito dell'intelligenza artificiale
Le proiezioni per il quartiere, ma senza il patrocinio della circoscrizione,
quindi non ci saranno tavoli o sedie dove potersi accomodare
Quindi se ce l'hai porta un telo, dei cuscini o una sedia!
Per maggiori informazioni puoi scrivere a datacenterlucento@anche.no
o visitare il sito https://nodatacenterlucento.noblogs.org
IO ACCETTO ANCHE I 18 - FESTA DI FINE SESSIONE
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(sabato, 11 luglio 20:00)
IO ACCETTO ANCHE I 18: FESTA DI FINE SESSIONE 📚🍻
Accettalo quel voto, tanto è l’ultimo della sessione. E se il giorno dopo hai
l’ultimo esame dell’estate, tanto vale andarci in post-sbornia, e sai perché?
Perché l’11 LUGLIO al Comala, suoneranno i Vintage Violence! 🎸
E a scaldare l’impianto audio? Ci penseranno i Monks with Manners e i GTT -
Gruppo Trambusti Torinesi.
🎸 Live: Vintage Violence
🎤 Open-Act: Monks with Manners + Gruppo Trambusti Torinesi
🎫 Costa? Certo che no, la musica non si paga!
Alle tasse e ai CFU ci pensiamo a settembre va…
Collettivo Alter.Polis
@alterpolis@mastodon.cisti.org
(disegno di salvatore liberti)
Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva
raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio
immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne
di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione
pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti
(Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza
(Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti
dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e
all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli,
assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli
uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico
della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e
accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio
2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano
scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un
quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello
dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord
della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso
Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie
scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le
persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono
nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori,
identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è
caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche
della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una
volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la
condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza
italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la
traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via
Botticelli.
* * *
Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede
centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda
per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere
tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno
aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare.
Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti
successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della
fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due
poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si
chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle,
un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun
altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che
non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune
rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano
chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti,
mentre altri li infastidiscono profondamente.
Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della
coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno
dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa
storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a
mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è
ottenere il permesso.
Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva
alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente
disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei
post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila;
sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it
col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare
velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi,
così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e
tenere il posto per lei.
Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi
scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso,
altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute
incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi
per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa
fatica.
Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con
determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con
cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in
modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi
arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a
gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle
occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili.
La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a
dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono
di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente
sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è
frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo
alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone
viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci,
quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi
su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri
dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti
stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini
piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta
cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque
sia arrivato “dopo”.
Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono
ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li
ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro
sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono
solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun
incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
I soldi ci sono, ma solo per la repressione. Mentre sanità, casa e servizi
pubblici vengono definiti “senza copertura”, il governo ha già speso oltre 5,5
milioni di euro per …