Aggiornamenti sul processo di Moussa Balde
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde, cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato italiano espressa tramite i CPR. Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento e abbandonato lì . Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita. Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte. Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti civili. Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti. Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo, perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici. Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata, in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se il sistema uccide, nessuno è responsabile. D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime violazioni dei diritti non perseguibili penalmente. Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni, insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione. Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”, adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 . Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 . Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato costretto a lasciare il proprio paese . L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali, fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni. Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3 docenti universitari. Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari. Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei detenuti e alle loro rivolte. La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo. Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere. MOUSSA VIVE I CPR VANNO CHIUSI
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[2026-02-14] Azione di Food Not Bombs @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito
AZIONE DI FOOD NOT BOMBS Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino (sabato, 14 febbraio 13:30) Unisciti alla prossima azione di Food Not Bombs, movimento internazionale decentralizzato e autogestito che recupera cibo invenduto per distribuire gustosi pasti vegani in strada! Si comincia con la recupera nei mercati locali nel primo pomeriggio, poi ci si aggrega a Manituana per cucinare, e la sera si distribuisce quanto preparato. Non è richiesta nessuna competenza specifica, solo voglia di stare assieme e fare qualcosa di concreto! Considerando l'emergenza freddo, per le azioni invernali chiediamo anche, per chi può, di portare coperte e vestiti pesanti da distribuire in strada. Ti aspettiamo! p.s. non esitare a chiedere maggiori informazioni attraverso la pagina instagram (@foodnotbombs_torino) o la email (foodnotbombsaugustataurinorum@yahoo.it)!
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Ossessione decoro. La lotta alle scritte sui muri di Torino
(disegno di mario damiamo) Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri: il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino, ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+ Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua bellezza”. L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le “vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di “riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025). La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro “gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”. Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”, “educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta “ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse: aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi – falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze. IL CONFLITTO COMUNISTA “Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”, vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di “grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata da tolleranza, connoterà altre proposte future. Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni: “Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22 febbraio 1978). Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata, che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni: “Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”; secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985). LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO” Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato: la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare, copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”: “Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada: “Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”. Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una fortezza militare che a un teatro. Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come “sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e la città punterà sempre di più sulle loro risorse. NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale, che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità, scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono sempre più disprezzate. Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per “rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano. L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016, a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro incubo principale. A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione. Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr. (alessandra ferlito)
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Disertiamo! Giornata di lotta antimilitarista
Con i disertori russi ed ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere Sabato 21 febbraio giornata di informazione e lotta antimilitarista ore 10,30 al Balon Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono centinaia di migliaia su entrambi i fronti. Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo. Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria. La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro interimperialistico di enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze dotate anche di armi atomiche. Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità imprescindibile. In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi. In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano aperte per chi si oppone alla guerra. Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di obiettor*, renitent, disertor* Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone concretamente. Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque. Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi, processi e carcere. Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento. Provate ad immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra. Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane. L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in prima fila. Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento dei corpi e delle coscienze. L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti miliardari. L’Italia vende armi a tutti i paesi in guerra. Un business di morte. Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra guerra. La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione “strade sicure” li trovate nelle periferie, nei CPR, nelle stazioni, sui confini. Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere ed uguali che può porre fine alle guerre. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo. Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello stato imperialista. Rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Assemblea Antimilitarista Riunioni ogni martedì ore 20,30 – corso Palermo 46 antimilitarista.to@gmail.com www.anarresinfo.org
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[2026-02-21] Disertiamo! giornata di lotta antimilitarista @ Balon
DISERTIAMO! GIORNATA DI LOTTA ANTIMILITARISTA Balon - via Vittorio Andreis, 10152 Torino TO, Italia (sabato, 21 febbraio 10:30) CON I DISERTORI RUSSI ED UCRAINI PER UN MONDO SENZA ESERCITI E FRONTIERE SABATO 21 FEBBRAIO GIORNATA DI INFORMAZIONE E LOTTA ANTIMILITARISTA ORE 10,30 AL BALON SONO PASSATI QUATTRO ANNI DALL’ACCELERAZIONE VIOLENTA DELLA GUERRA IMPRESSA DALL’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA. IL CONFLITTO È SEMPRE PIÙ ASPRO: I MORTI SONO CENTINAIA DI MIGLIAIA SU ENTRAMBI I FRONTI. IL GOVERNO ITALIANO SI È SCHIERATO IN QUESTA GUERRA INVIANDO ARMI, ARRIVANDO A SCHIERARE 3.500 MILITARI NELLE MISSIONI IN AMBITO NATO NELL’EST EUROPEO. PRESTO APRIRÀ UNA BASE MILITARE ITALIANA IN BULGARIA. LA GUERRA IN UCRAINA HA NEL PROPRIO DNA UNO SCONTRO INTERIMPERIALISTICO DI ENORME PORTATA, CHE RISCHIA DI INNESCARE UN CONFLITTO BEN PIÙ AMPIO, TRA POTENZE DOTATE ANCHE DI ARMI ATOMICHE. FERMARLA, INCEPPARLA, SABOTARLA È UNA NECESSITÀ IMPRESCINDIBILE. IN UCRAINA CI SONO DUECENTOMILA DISERTORI, IN RUSSIA DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE HANNO ATTRAVERSATO I CONFINI PER SOTTRARSI ALLA CHIAMATA ALLE ARMI. IN RUSSIA E IN UCRAINA GLI ANTIMILITARISTI SI BATTONO PERCHÉ LE FRONTIERE SIANO APERTE PER CHI SI OPPONE ALLA GUERRA. NOI FACCIAMO NOSTRA LA LOTTA PER SPEZZARE I CONFINI E PER L’ACCOGLIENZA DI OBIETTOR, RENITENT, DISERTOR NOI NON CI ARRUOLIAMO NÉ CON LA NATO, NÉ CON LA RUSSIA. RIGETTIAMO I VERGOGNOSI GIOCHINI DI TRUMP, PUTIN E DELL’UE SULLA PELLE DI POPOLAZIONI STREMATE DALLA GUERRA, MESSE A TACERE DA REGIMI, CHE REPRIMONO DURAMENTE CHI VI SI OPPONE CONCRETAMENTE. IL PREZZO DI QUESTA GUERRA LO PAGA LA POVERA GENTE. OVUNQUE. LO PAGANO OPPOSITORI, SABOTATORI, OBIETTORI E DISERTORI CHE SUBISCONO PESTAGGI, PROCESSI E CARCERE. LO PAGHIAMO NOI TUTTI STRETTI NELLA SPIRALE DELL’INFLAZIONE, TRA SALARI E PENSIONI DA FAME E FITTI E BOLLETTE IN COSTANTE AUMENTO. PROVATE AD IMMAGINARE QUANTE SCUOLE, OSPEDALI, TRASPORTI PUBBLICI DI PROSSIMITÀ SI POTREBBERO FINANZIARE SE LA RICERCA E LA PRODUZIONE VENISSERO USATE PER LA VITA DI NOI TUTTI, PER LA CURA INVECE CHE PER LA GUERRA. IL DECRETO RIARMO DEL GOVERNO MELONI PREVEDE UN MILIARDO DI EURO PER RENDERE SEMPRE PIÙ MORTALE L’ARSENALE A DISPOSIZIONE DELLE FORZE ARMATE ITALIANE. L’ITALIA È IMPEGNATA IN BEN 43 MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO, IN BUONA PARTE IN AFRICA, DOVE LE TRUPPE TRICOLORI FANNO LA GUERRA AI MIGRANTI E DIFENDONO GLI INTERESSI DI COLOSSI COME L’ENI. VARI PROGETTI DI LEGGE PUNTANO AL GRADUALE RITORNO DELLA LEVA OBBLIGATORIA SOSPESA NEL 2005. SERVE CARNE DA CANNONE PER LE GUERRE CHE VEDONO L’ITALIA IN PRIMA FILA. LE SCUOLE E LE UNIVERSITÀ SONO DIVENUTE TERRENO DI CONQUISTA PER L’ARRUOLAMENTO DEI CORPI E DELLE COSCIENZE. L’INDUSTRIA BELLICA ITALIANA, IN PRIMA FILA IL COLOSSO LEONARDO, FA PROFITTI MILIARDARI. L’ITALIA VENDE ARMI A TUTTI I PAESI IN GUERRA. UN BUSINESS DI MORTE. OCCORRE CAPOVOLGERE LA LOGICA PERVERSA CHE VEDE NELL’INDUSTRIA BELLICA IL MOTORE CHE RENDERÀ PIÙ PROSPERA L’ITALIA. UN’ECONOMIA DI GUERRA PRODUCE SOLO ALTRA GUERRA. LA GUERRA È ANCHE INTERNA. IL GOVERNO RISPONDE ALLA POVERTÀ TRATTANDO LE QUESTIONI SOCIALI IN TERMINI DI ORDINE PUBBLICO: I MILITARI DELL’OPERAZIONE “STRADE SICURE” LI TROVATE NELLE PERIFERIE, NEI CPR, NELLE STAZIONI, SUI CONFINI. OGNI FORMA DI OPPOSIZIONE SOCIALE E POLITICA VIENE CRIMINALIZZATA CON UN INSIEME DI NORME VECCHIE E NUOVE CHE GARANTISCONO UNA SEMPRE MAGGIORE IMPUNITÀ ALLA POLIZIA E TRASFORMANO IN REATI NORMALI PRATICHE DI LOTTA. SOLO UN’UMANITÀ INTERNAZIONALE POTRÀ GETTARE LE FONDAMENTA DI QUEL MONDO DI LIBERE ED UGUALI CHE PUÒ PORRE FINE ALLE GUERRE. OGGI CI VORREBBERO TUTTI ARRUOLATI. NOI DISERTIAMO. NOI NON CI ARRUOLIAMO A FIANCO DI QUESTO O QUELLO STATO IMPERIALISTA. RIFIUTIAMO LA RETORICA PATRIOTTICA COME ELEMENTO DI LEGITTIMAZIONE DEGLI STATI E DELLE LORO PRETESE ESPANSIONISTICHE. IN OGNI DOVE. NON CI SONO NAZIONALISMI BUONI. NOI SIAMO AL FIANCO DI CHI, IN OGNI ANGOLO DELLA TERRA, DISERTA LA GUERRA. VOGLIAMO UN MONDO SENZA FRONTIERE, ESERCITI, OPPRESSIONE, SFRUTTAMENTO E GUERRA. ASSEMBLEA ANTIMILITARISTA RIUNIONI OGNI MARTEDÌ ORE 20,30 – CORSO PALERMO 46 ANTIMILITARISTA.TO@GMAIL.COM WWW.ANARRESINFO.ORG
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Una nuova casa per la FAT!
Tutti conoscono la sede anarchica di corso Palermo 46. Siamo lì dal lontano 1982. Un luogo di incontro tra compagni e compagne che condividono la prospettiva di un mondo di libere ed eguali, senza Stati, frontiere, oppressione e sfruttamento. In quel seminterrato per decenni ci sono state serate di approfondimento, presentazioni di libri ed una socialità libera. In quel posto abbiamo costruito iniziative di lotta. Antimilitariste, anticapitaliste, antisessiste, ecologiste, antirazziste. Per noi un luogo del cuore. Il padrone dei locali ha deciso di triplicarci l’affitto. Siamo lavoratori, studenti, disoccupati, pensionati, precari. Da sempre attingiamo ai nostri portafogli perché ci sia un luogo che ospiti incontri, dibattiti, riunioni, feste, autoproduzioni. Non siamo in grado e neppure vogliamo pagare chi crede di poter approfittare della nuova Aurora gentrificata. Abbiamo scelto di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. È tempo di aprire una nuova casa, ancora più bella. Ma. Da soli non possiamo farcela a comprare il posto che vorremmo. Tante volte abbiamo sentito forte il calore della vostra solidarietà di fronte alla repressione e nel sostegno alle lotte. Chi vuole contribuire può passare da noi o inviare i soldi qui: IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862 intestato a Emilio Penna Vogliamo tornare a rivedere le stelle… Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese
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[2026-02-21] Laboratorio di Radio Dramma @ Porta Palazzo
LABORATORIO DI RADIO DRAMMA Porta Palazzo - Zona mercato centrale (sabato, 21 febbraio 10:00) 🥁Banda Mutanda🩲è lieta di invitarvi ad una giornata di laboratorio in cui potete sfogare tutta la vostra drammaromantica creatività💄💌 A partire da testi e letture🕯️📖registreremo le nostre voci 👄💬e giocheremo con l'effettistica ed il mixaggio🎚️🎛️ per creare il radio-dramma più coinvolgente dell'etere📻 Una piccola introduzione alla 🎙️microfonazione, una ✨spolverata di filtri sonori🧪 e qualche 💦goccia di rumori di scena 💢🎭 saranno i nostri ingredienti segreti, tutti all'insegna del low budget🤏 ma alta fedeltà 💎 Laboratorio a cura di Soff 💨e DJ Vorrej🍑, special guest Vitto🐦 from Las Bertas! Dalla mattina alle 10 fino alle 18. Posti limitati, iscriviti mandando una mail a banda_mutanda(at)canaglie(punto)net Ulteriori info e location alla conferma della prenotazione. Vi aspettiamo!❤️‍🔥
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