Tag - yemen

Yemen: il movimento Ansar Allah mantiene il controllo del Mar Rosso
Nella regione mediorientale continua l’escalation, nelle ultime ore un presunto drone avrebbe colpito La Mecca, gli Houthi yemeniti hanno rifiutato l’accusa di responsabilità avanzata da Riad. In Yemen, a seguito della ripresa della guerra interna tra la componente afferente al movimento Ansar Allah e il governo ufficiale sostenuto dall’Arabia Saudita nelle scorse settimane abbiamo assistito a un cambio di passo significativo. Gli Houthi hanno preso il controllo di differenti città, come Mocha, snodi strategici, isole e porzioni di territorio sino ad arrivare al blocco del Mar Rosso mettendo in seria difficoltà il governo centrale yemenita e Riad che, a sua volta, si è trovata abbandonata dai suoi alleati storici come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Questo scenario favorisce Teheran in una fase ancora aperta di guerra con gli USA e impone una serie di riflessioni attorno alle trasformazioni degli equilibri mondiali. Siamo lontani da una transizione egemonica ma è possibile leggere alcune linee di tendenza e una frammentazione forse inedita in quello che viene definito Occidente collettivo. Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista per Il Manifesto, Pagine Esteri e altri quotidiani.
L'informazione di Blackout
guerra
altavisibilita
yemen
Iran
Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori@1
Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb. Il conflitto tra gli Houthi e il governo yemenita è iniziato nel 2014 e vede le milizie sciite alleate dell’Iran confrontarsi con le forze governative ma soprattutto con le forze armate dell’Arabia Saudita, che di fatto mantengono in piedi il governo di Aden. I recenti sviluppi possono portare però all’ingresso di un altro attore – il Pakistan – all’interno delle logiche previste dall’accordo di cooperazione militare tra Pakistan, Arabia Saudita e (recentemente) Turchia e noto come “Patto della Mecca”. Il controllo di Bab el-Mandeb rafforza la presenza dei nemici Houthi su una rotta marittima estremamente importante per il commercio globale di carburante e in particolare per le navi saudite. Ne abbiamo parlato con Marco Santopadre, giornalista di Pagine Esteri e autore di un approfondimento sul conflitto in corso Ascolta la diretta (parte 1 – parte 2)
L'informazione di Blackout
altavisibilita
yemen
Geopolitica; Medio Oriente; conflitti internazionali
PalestineAction killed a Battle-Machine in a Robocop World. In Yemen precipita il Medioriente
Poco prima di cominciare la trasmissione del 15 gennaio siamo stati raggiunti da questo audio, che avevamo richiesto nei giorni precedenti per poter sostenere la lotta degli hunger-striker di Palestine Action. Per una volta la notizia era positiva: Elbit System è stata estromessa da una grossa commessa governativa. Abbiamo montato al volo l’audio e inserito in trasmissione. Si collega anche all’intervento di Vincenzo Scalia, docente a Firenze con cui abbiamo analizzato la globalizzazione dello Stato di Polizia che esperiamo in Italia, ma in tutto simile ai processi che in Usa incarna Ice, o in Francia lo stato di emergenza che vede gli Rcs protagonisti mai revocata dal Bataclan… e così in tutto il mondo la polizia è estensione dell’esperienza di guerra nei paesi già flagellati dai conflitti. Laura Silvia Battaglia poi ci ha introdotti in un mondo in cui ci siamo potuti immergere, sia con uno sguardo geopoliticamente illuminante su un’intera area, su cui lo Yemen getta una luce particolare, spiegando con precisione le strategie dele potenze locali, sia considerando i meccanismi che regolano la gestine del potere tra le famiglie e i clan, le cui alleanze reggono un paese frammentato da sempre. -------------------------------------------------------------------------------- FRAPPORSI TRA I PROFITTI DELL’INDUSTRIA BELLICA INGLESE E IL GENOCIDIO SIONISTA SI PUÒ Palestine Action ha prodotto azioni che hanno colpito nel segno senza fare alcuna vittima, né ferire nessuna persona, muovendo non solo critiche e indignazioni contro un efferato sterminio da parte di un nazionalismo confessionale animato da un’ideologia di sopraffazione genocidaria. E lo ha fatto procurando danni ad apparecchiature e impianti dell’industria bellica complice illegale dei massacri sionisti. Questo ha mosso il governo laburista britannico a collocare il gruppo di attivisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, in modo che gli arrestati subiscono detenzioni pregiudiziali da un anno; la censura della repressione nei confronti di questa campagna fa languire nel silenzio persino i detenuti in sciopero delal fame, alcuni da più di due mesi. Ma il 14 gennaio una notizia ha dato il segno che a qualcosa è servito questo strenuo impegno di azione diretta e contrapposizione: Elbit System, la fabbrica di armi che approvvigiona Idf, è stata esclusa da un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. A seguito di questo tre hungerstriker hanno sospeso il loro sciopero della fame, avendo ottenuto almeno una delle ragioni delal lotta; altri attivisti proseguono fino all’ottenimento di tutte le richieste minime di garanzie di diritti fondamentali. La svolta nel braccio di ferro con le autorità di Downing Street inizia il 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria hanno incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche. Ma il risultato principale sono le 500 persone che si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida. Intanto quattro sono le fabbriche di armi israeliane chiuse in GB negli ultimi 5 anni di azione diretta. La nostra interlocutrice, attivista in Inghilterra sottolinea come un’altra vittoria riguardi il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia. GLI YEMENITI CERCANO DI RIMANERE INDIPENDENTI TRA I PROTETTORI PIÙ CONVENIENTI La regione prospiciente il Golfo di Aden per risorse e controllo di rotte è particolarmente sensibile a qualunque seppur minimo cambiamento che possa avvenire tra area del Mar Rosso e il Corno d’Africa, addirittura Haftar in Cirenaica si preoccupa quando i Saud si mostrano interessati a ciò che capita in Libia dopo aver cacciato i filoemiratini da Aden. Tutto è collegato e in Yemen la rifrazione di qualunque crisi mediorientale si amplifica e produce sensibili cambiamenti nell’egemonia territoriale. Ed è indispensabile una guida come Laura Silvia Battaglia per mettere insieme le informazioni utili per connettere la vita yemenita con le potenze dell’area… e non solo. Il territorio da decenni risponde in modo clanico ad alleanze che si appoggiano a seconda della convenienza internazionale a una o all’altra potenza regionale. L’espansionismo israeliano è l’elemento che sta apportando ulteriore effervescenza a una situazione incancrenita da anni di conflitti che si stavano gradualmente componendo nella disputa tra Houthi e Saudi, spartendosi la zona occidentale: San’a e Taizz agli sciiti, attualmente alleati dell’Iran (ma non così collegati da poter temere tracolli a seguito delle difficoltà di Tehran), e Aden ai Sauditi che intendono respingere gli emiratini anche dall’Est del paese, perché il porto di Mukalla è troppo importante per l’esportazione del gas estratto tra Seiyun e il confine con l’Oman. Gli Emirati da qualche anno controllano l’isola di Socotra che rispetto alla sponda africana è più decentrata e meno utile rispetto al porto di Berbera per gli interessi israeliani, che infatti hanno apportato nuova destabilizzazione riconoscendo il Somaliland, per avversare gli Houthi. Questa mossa, aggiunta alla palese alleanza tra Tel Aviv e Dubai (non a caso al centro di ogni approccio diplomatico alla composizione dele guerre), ha spinto Riyad a sgomberare la costa yemenita dell’Oceano indiano da presenze emiratine, comportando la fuga di al-Zubaidi a Dubai, in prospettiva di un eventuale confronto con lo Stato Ebraico che sta allungandosi fino addirittura al Madagascar come sfera di influenza, cercando di cavalcare la rivolta della Generazione Z malgascia. Le crisi di Somaliland e Sudan si riverberano in Yemen soprattutto perché assimilati dalle mire interessate di vari attori: Israele in primis e poi gli Emirates, che sono alleati tra loro, mentre Turchia ed Somalia ed Etiopia da un lato ed Egitto, Sauditi ed Eritrea dall’altro cercano di mantenere sfere di influenza in questo rivolgimento globale. Una pericolosa partita strategica che coinvolge l’intera sicurezza dell’area tra Rif Valley, Mar Rosso e Golfo di Aden, di Oman fin oltre lo Stretto di Ormuz. Tutto ciò crea una spaccatura tra gli yemeniti, già profondamente divisi tra separatisti (in particolare nel Sud ed Est) filoemiratini e governativi di San’a, e il Consiglio di Transizione meridionale di Aden (sciolto nell’acido a Riyad questa settimana); bisogna poi considerare la diaspora costituita in particolare dai fratelli musulmani. Da un anno si assiste a trattative tra Houthi e Saudi: una distensione vantaggiosa per tutti.
stato di polizia
yemen
elbit
Happy New Year, everyone!
All’inizio dell’Ottocento, mentre Simón Bolívar guidava le guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, a Washington prendeva forma un altro progetto. Il 2 dicembre 1823 il presidente James Monroe, nel suo messaggio al Congresso, enunciava il principio che sarebbe diventato la dottrina Monroe, che è spesso riassunto così: “America agli americani”, significava, in pratica, il diritto autoproclamato degli Stati Uniti a considerare il continente come propria sfera di influenza esclusiva. Ma forse non tuttə ricordano che il principio nasce dalla richiesta che i Paesi europei non mettessero più in discussione l’indipendenza dei Paesi americani: “Le Americhe, che hanno assunto e mantengono una condizione di indipendenza, non devono essere considerate oggetto di futura colonizzazione da parte delle potenze europee”. In questa puntata, andiamo a esplorare il rimosso del colonialismo europeo a partire dall’operazione di polizia di Trump nel “suo cortile di casa”, il Mar dei Caraibi. Bagnate dallo stesso mare, Cuba, Nicaragua e Colombia ricevono un forte avvertimento. L’Iran, scosso da proteste che durano da più di dieci giorni, perde un altro alleato. Israele applaude, guarda a un’America Latina sempre meno anti sionista e riconosce il Somaliland, proprio davanti allo Yemen, Stato in cui è in corso una guerra civile e dove all’interno del fronte filo governativo e opposto agli Houthi, sostenuto dai Sauditi, una milizia ha provato a conquistarsi uno Stato autonomo, sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti. Emirati Arabi Uniti che hanno nelle Rapid Support Forces in Sudan un altro proxy. Intanto, Trump continua a dichiarare che la Groenlandia sarà presto sua, con le buone o con le cattive. Per caso vi sembra che la fine sia più vicina? Ascolta la prima puntata del 2026. Citati nella puntata: Groenlandia, un pezzo (coloniale) dell’Europa – Articolo di JacobinItalia La politica di “danizzazione” delle popolazioni groenlandesi – Studio apparso su Géoconfluences, luglio 2022
terre rare
yemen
Iran
Trump
imperialismo
Netanyahu verso la soluzione finale
Il piano annunciato dal governo di Netanyahu, che pare attenda soltanto il passaggio di Donald Trump nel Golfo, per essere messo in atto ha i contorni ben precisi: spingere la popolazione palestinese verso l’unico valico esistente con l’obiettivo di gestire delle zone in cui controllare la popolazione, alla quale inviare sotto serrata gestione israeliana beni […]
L'informazione di Blackout
Gaza
yemen
netanyahu
soluzione finale