Solidarietà allə compagnə in sciopero della fame
GIÙ LE MANI DA PROSFYGIKA!
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La crescente speculazione urbana e la gentifricazione stanno colpendo sempre più
quartieri ad Atene, dopo Exarchia anche il quartiere Ambelokipi dove si trova la
storica occupazione.
Prosfygika si può tradurre come “casa dei rifugiati” ed è un complesso composto
da 8 edifici con 228 appartamenti in cui ci vivono circa 400 persone che parlano
almeno 27 lingue diverse. Qui, attraverso l’autogestione basata su decisioni
assembleari, convivono rifugiat*, famiglie greche, militanti e persone in
movimento.
L’organizzazione dal basso risponde a tutti i bisogni essenziali: cibo, salute,
cultura, istruzione di bambinu e adulti.
Oggi sono di nuovo sotto attacco, dopo che più volte in passato
il governo greco ha già cercato di sgomberarla, ma la resistenza degli e
delle abitanti ha sempre prevalso.
La comunità di Prosfygika ha lanciato una campagna internazionale di supporto
per i 100 giorni di sciopero della fame del compagno e occupante Aristotelis
Chantzis. Insieme a lui, dal 1 maggio, anche Suzon Doppagne ha intrapreso lo
“sciopero della fame fino alla morte, in difesa della vita.“
Sosteniamo la resistenza di Prosfygika, convint* che le occupazioni e le
esperienze di lotta dal basso siano fondamentali e vadano ampliate, diffuse e
difese.
Questi luoghi sono ancora più essenziali in città come Atene, ma anche come
Torino, i cui pezzi vengono costantemente svenduti al capitale, lasciando sempre
meno spazio a chi le vive, a chi fatica a pagare un affitto, a chi stenta ad
arrivare a fine mese.
Ai compagni e alle compagne di Prosfygika, con cui condividiamo lotte e
traiettorie comuni, diciamo: avanti, siamo e res(is)tiamo al vostro fianco.
La vittoria delle comunità che resistono significano una vittoria per tutt!
GIÙ LE MANI DA PROSFYGiKA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI OCCUPATI
Tag - SPECULAZIONE
qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE
> RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO
> ATTUALE.
Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione
ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra
chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti
socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento.
DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ
LIVELLI DI COMPLESSITÀ.
Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e
immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi,
come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche
del capitale può ancora sprigionare?
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un
luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non
chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del
movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità
condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la
sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e
sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio
liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse,
relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione
collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in
campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per
elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono
sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più
atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in
cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità
resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine
strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione
identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa
sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come
palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla
società dominante senza però incidere realmente su di essa.
In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza
trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto:
uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini.
Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere,
nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno
spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà
l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato,
significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici
e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle
in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e
rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li
colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la
politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso
la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA
CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e
messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire,
prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si
conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano
possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una
prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a
spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e
governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si
costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione
permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”,
ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che,
attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto,
trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad
affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni
rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione
sarà già avvenuta:
come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di
quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida,
diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti
novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA
A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui
provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!
C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
Tuttə abbiamo visto l’accattivante propaganda del nuovo Piano Regolatore che la
giunta a guida PD sta elaborando in una disperata corsa contro il tempo per
arrivare alla sua approvazione prima di fine mandato.
Torino cambia, il piano va veloce! Ma come sta cambiando la nostra città? E
soprattutto, quella velocità, a chi fa comodo e chi lascia indietro?
L’assessore Mazzoleni (plurindagato tra le altre per corruzione, abuso edilizio
e lottizzazione abusiva) ha deciso di creare la cosìddetta città dei 15 minuti,
ma ad oggi quindici sono i minuti concessi alla cittadinanza per esprimere il
proprio parere, mentre il vero spazio in questo processo è stato dato, guarda
caso proprio agli immobiliaristi e ai costruttori, sotto la guida attenta della
fondazione Bloomberg.
A guardar bene questo nuovo piano non sembra poi così elaborato: per fare cassa,
Lo Russo e i suoi svendono ampie porzioni della nostra città. Parchi ed edifici
pubblici diventano una merce come un’altra, che fa molta gola ai soliti grandi
fondi privati di investimento. E dall’altra non ci si occupa davvero di chi vive
in città e quindi della casa, dei servizi, della sanità,dei parchi e giardini,
ma si cerca sempre più di favorire l’uso temporaneo della città, con qualche
concessione e grande evento, per provare a spremerla il più possibile.
E quindi il piano va veloce: gli affitti si alzano, i quartieri si svuotano
dagli abitanti e dai servizi che li rendono vivibili. Al loro posto studentə di
cui approfittarsi e turisti mordi-e-fuggi da spolpare per il weekend.
Velocità e deregolamentazione favoriscono piattaforme come Airbnb e Booking che
nella nostra città producono la desertificazione dei quartieri e l’aumento degli
affitti, mentre in Palestina si rendono complici dell’occupazione Israeliana,
permettendo ai coloni sionisti di mettere in affitto case nei territori
sottratti allə palestinesi¹.
Se da un lato tutto questo si sta già concretizzando, dall’ altro non è troppo
tardi per invertire la direzione!
Noi abbiamo un altro piano per Torino! Solo insieme possiamo costruire una città
a misura di abitante, solidale e salubre, che non lasci indietro nessunə.
Per questo rilanciamo a gran voce l’invito di Un Altro Piano per Torino a
partecipare all’assemblea cittadina di questo GIOVEDI 11 DICEMBRE al Gabrio in
Via Millio 42 dalle ore 18.00.
L’attacco a Manituana è un ulteriore atto nella guerra a bassa intensità che
l’amministrazione comunale ha dichiarato contro gli spazi liberati e
l’auto-organizzazione dal basso.
La Torino che sognano di costruire è una città “smart” e ricca, dove chi ha
potere economico può avere tutto, mentre chi è pover* semplicemente scompare.
Una città di rentiers che spremono valore dalla speculazione edilizia, dagli
affitti sempre più inaccessibili e dai grandi eventi.
Naturalmente in tutto questo non c’è spazio per le persone in carne ed ossa che
questa città la abitano davvero: persone con necessità e bisogni (casa, reddito,
salute), con desideri e sogni (di relazioni sociali soddisfacenti, di una vita
degna e interessante), con rabbia e aspirazioni ad un mondo altro.
È in questo humus fertile, fatto di relazioni e politica, di auto-organizzazione
e lotta, che gli spazi sociali come Manituana nascono e proliferano: perchè,
come ci ricordano lu compas, una collettività politica non si può sradicare.
Ed è difficile convincere chi ha sperimentato la possibilità di decidere sulla
propria vita e sulle scelte della propria comunità a rientrare nei ranghi
dell’obbedienza al comando della ragion (economica) di Stato.
Manituana non ha genere, non ha specie e non ha padroni. È l’insradicabile
necessità di costruire, immaginare futuri diversi, coltivare speranze e lotte in
un presente in cui il cemento prova a soffocare ogni seme di resistenza.
Di fronte al furto di spazio che GTT e Amiat-Iren progettano, Manituana promette
di resistere. Non solo noi lo crediamo, ma assicuriamo fin d’ora che siamo e
saremo al loro fianco.
Esattamente una settimana fa arrivava l’annuncio dello sgombero del palazzo
occupato in via Monginevro 46 nel 2013.
Un’occupazione nata a seguito della crisi economica che in città aveva
portato numerosi sfratti e sgomberi, a cui si è risposto con varie occupazioni
abitative (7 solo in San Paolo).
Occupazioni che hanno dato l’opportunità a decine di persone di avere un tetto
che gli permettesse di non finire ancora più ai margini di una società sempre
più individualista ed escludente.
Occupazioni, ma soprattutto case.
Case che hanno permesso di ripartire e progettare il proprio futuro senza
sottostare a ricatti e umiliazioni.
Purtroppo però, come per le altre esperienze in quartiere, sembra arrivata la
fine anche di questa occupazione.
Uno sgombero quasi annunciato insomma: nemmeno un anno fa era stato sgomberato
il palazzo di via Muriaglio e pochi anni prima via Frejus e via Revello.
Quest’ultima palazzina con le stesse modalità di via Monginevro.
Nonostante i proclami sui giornali della settimana scorsa, lo sgombero non è
avvenuto realmente. Come in altri casi, è stata messa in atto una pratica tanto
violenta quanto subdola: il distacco della luce e/o dell’acqua. Un assedio
silenzioso per forzare le persone ad andarsene ed evitare alle istituzioni di
dover avanzare proposte concrete per risolvere la costante crisi abitativa.
Mentre le famiglie con minori vengono trasferite in strutture, costrette a
vivere spesso in un monolocale (questa volta fortunatamente non hanno separato i
genitori), per le persone singole non c’è nessuna prospettiva.
E oggi? E domani? saranno giornate di “sgomberi dolci” a Torino– così gli piace
chiamarli- evitando di prendersi la responsabilità politica e morale
dell’assenza di soluzioni alternative.
Ciò che accade in queste situazioni non è una novità: il razzismo istituzionale,
la gentrificazione crescente del quartiere San Paolo e la mancanza di politiche
abitative efficaci hanno reso impossibile l’accesso a soluzioni dignitose per
chi vive in occupazione.
Ancora una volta, si prospettano solo dormitori aperti per sole 12 ore,
un’ulteriore umiliazione per chi lavora su tre turni, e una condizione
inaccettabile per persone che rivendicano il diritto di avere un tetto sopra la
testa.
Le persone che vivono in occupazione non stanno chiedendo la carità, ma solo una
casa vera, dignitosa, dove poter vivere senza il rischio di essere sfrattati
ogni volta che la situazione economica o sociale non rispecchi le prospettive di
palazzinari e speculatori.
Molti sarebbero disposti ad affittare un alloggio se non fosse che il razzismo
diffuso e la continua gentrificazione del quartiere e della città non lo
permettono, rendendo ancora più insostenibile la loro condizione. Il diritto
alla casa dovrebbe essere garantito a tutt3 e non solo a chi può permettersi di
pagare affitti in un mercato immobiliare speculativo.
Esprimiamo quindi la nostra ferma richiesta ai servizi sociali, al Comune di
Torino e alle istituzioni competenti: le persone che occupano la palazzina di
via Monginevro e gli altri che vivono nelle stesse condizioni non vogliono un
dormitorio temporaneo, ma un alloggio stabile e degno. E’ ora di risolvere
l’emergenza abitativa in modo serio e duraturo. Non si può continuare a fare
finta che il problema non esista. La città di Torino e le sue istituzioni devono
trovare soluzioni abitative vere, per tutte le persone, senza discriminazioni.
La crisi abitativa non è un’emergenza, è una costante. Non può essere affrontata
con risposte temporanee o marginalizzando ulteriormente chi già vive una
condizione di vulnerabilità.
Esigiamo che venga trovata una soluzione immediata e concreta per tutte le
persone che rischiano di essere sgomberate, senza che la loro dignità venga
ulteriormente calpestata.
Non basta un dormitorio, vogliamo una casa!
La casa è un diritto, non una concessione.
C.S.O.A. Gabrio
Come abbiamo appreso dai giornali, negli scorsi giorni la Procura di Torino ha
sequestrato più di sette milioni di euro al super palazzinaro Giorgio Molino: le
accuse sono quelle di frode fiscale e di autoriciclaggio dei profitti acquisiti
attraverso le sue attività nel settore immobiliare. Gli articoli e i comunicati
stampa delle forze dell’ordine sono … Continua la lettura di MAXI SEQUESTRO A
MOLINO! ORA CASA PER TUTT →
Le ambiguità dell’amministrazione comunale di PD e Sinistra Ecologista tra la
difesa degli interessi speculativi e la necessità di apparire dalla parte dei
cittadini. Da tempo, le amministrazioni della nostra città definanziano le
politiche di welfare abitativo, tagliando i fondi destinati a chi è in emergenza
abitativa, svendendo il patrimonio di edilizia residenziale pubblica e …
Continua la lettura di Le ambiguità dell’amministrazione comunale e la difesa
degli interessi speculativi →
VIDEO Sabato mattina siamo statə nei pressi del mercato di Porta Palazzo,
davanti a due delle tante strutture simbolo della studentificazione e della
turistificazione della nostra città, per denunciare quelle politiche di
trasformazione del tessuto urbano che a Torino, come in molte altre città,
contribuiscono a rendere impossibile trovare degli affitti ad un costo
accessibile … Continua la lettura di Uniamoci per un diritto all’abitare che sia
accessibile a tuttə! →
Il problema dell’abitare è sia causa che effetto dei problemi di salute di un
individuo: nella Londra vittoriana come nelle metropoli del XXI secolo fare
soldi sul bisogno abitativo delle classi più povere impatta pesantemente sulla
salute delle persone e delle comunità. Causa, poiché le condizioni abitative in
cui spesso si trovano persone che faticano … Continua la lettura di Casa e
salute devono essere un diritto →