Ancora un attacco, questa volta più subdolo che mai.
Se siamo sempre stat3 abituat3 agli sgomberi estivi (confermando la pochezza e
l’infamia di FFOO e politicanti vari), quello che sta succedendo a Roma a Spin
Time lab dimostra che questo governo (ma gli altri non sono stati da meno) non
ha nemmeno il coraggio di affrontare lo sgombero di un’occupazione abitativa da
450 persone e di assumersene la responsabilità.
Negli ultimi mesi gli attacchi agli spazi occupati sono aumentati, dal Mezcal
Squat di Collegno al Cantiere Sociale di Milano, passando per L38 e Bencivegna a
Roma.
Attacchi da chi ha paura di ciò che questi spazi creano, paura della libertà e
dell’immaginazione che aiutano a diffondere in una società sempre più
individualista e accecata dal dio denaro.
Se non avessero paura non saremmo in cima alle loro priorità, come Spin Time lab
pareva essere da mesi.
Ribadiamo l’ovvia,ma mai scontata, solidarietà a chi sta subendo attacchi e a
chi sta perdendo la propria casa.
Sempre al vostro fianco,
Giù le mani dagli spazi occupati!
Compagnə è il momento di rispondere, siamo con voi!
Tag - Antifascismo
Domenica 19 invitiamo tutt3 a Genova per le iniziative legate al 25 anniversario
delle mobilitazioni popolari che si opposero alla riunione delle 8 “grandi
potenze” proprio nella capoluogo ligure.
All’alba del nuovo millennio con la fine della guerra fredda si stava iniziando
ad affermare il neoliberismo e la demolizione delle libertà democratiche del
‘900: per 4 giorni consecutivi centinaia di migliaia di persone provenienti da
tutto il mondo protestarono e lottarono per un mondo migliore e più giusto, per
lasciare alle spalle guerre, razzismo, sfruttamento e sessismo.
I governi, con in testa quello italiano guidato dal tycoon Berlusconi,
repressero senza pietà chi osó protestare, trasformando scientificamente la
città in una zona di guerra. Alle FFOO fu permessa ogni tipo di violenza,
sevizia, sequestro e persecuzione, fino all’omicidio.
Tutti i protagonisti di quei giorni sono rimasti impuniti, anzi molti furono
promossi e premiati e sull’omicidio di Carlo Giuliani i dubbi sono ancora tanti.
Oggi come allora il centro sociale occupato e autogestito Gabrio sarà in strada,
per ribadire che l’autorganizzazione delle persone è l’unica forma di resistenza
al neo liberismo turbocapitalista.
Solidarietà allə compagnə in sciopero della fame
GIÙ LE MANI DA PROSFYGIKA!
https://gabrio.noblogs.org/files/2026/05/video_2026-05-16_15-33-38.mp4
La crescente speculazione urbana e la gentifricazione stanno colpendo sempre più
quartieri ad Atene, dopo Exarchia anche il quartiere Ambelokipi dove si trova la
storica occupazione.
Prosfygika si può tradurre come “casa dei rifugiati” ed è un complesso composto
da 8 edifici con 228 appartamenti in cui ci vivono circa 400 persone che parlano
almeno 27 lingue diverse. Qui, attraverso l’autogestione basata su decisioni
assembleari, convivono rifugiat*, famiglie greche, militanti e persone in
movimento.
L’organizzazione dal basso risponde a tutti i bisogni essenziali: cibo, salute,
cultura, istruzione di bambinu e adulti.
Oggi sono di nuovo sotto attacco, dopo che più volte in passato
il governo greco ha già cercato di sgomberarla, ma la resistenza degli e
delle abitanti ha sempre prevalso.
La comunità di Prosfygika ha lanciato una campagna internazionale di supporto
per i 100 giorni di sciopero della fame del compagno e occupante Aristotelis
Chantzis. Insieme a lui, dal 1 maggio, anche Suzon Doppagne ha intrapreso lo
“sciopero della fame fino alla morte, in difesa della vita.“
Sosteniamo la resistenza di Prosfygika, convint* che le occupazioni e le
esperienze di lotta dal basso siano fondamentali e vadano ampliate, diffuse e
difese.
Questi luoghi sono ancora più essenziali in città come Atene, ma anche come
Torino, i cui pezzi vengono costantemente svenduti al capitale, lasciando sempre
meno spazio a chi le vive, a chi fatica a pagare un affitto, a chi stenta ad
arrivare a fine mese.
Ai compagni e alle compagne di Prosfygika, con cui condividiamo lotte e
traiettorie comuni, diciamo: avanti, siamo e res(is)tiamo al vostro fianco.
La vittoria delle comunità che resistono significano una vittoria per tutt!
GIÙ LE MANI DA PROSFYGiKA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI OCCUPATI
qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
Sabato 31 saremo tuttə al corteo nazionale, solidali con Askatasuna e con tutti
gli spazi sociali occupati che come noi lottano ogni giorno.
Scenderemo in piazza contro le politiche repressive e fasciste di questo
governo, contro lo sgombero degli spazi che da sempre rappresentano luoghi di
rottura dei meccanismi che reggono il capitalismo contemporaneo, contro chi ci
vorrebbe mutə e addomesticabili.
Askatasuna non è solo un luogo fisico, lo sappiamo; è un’idea, un simbolo, un
movimento che non si ferma sigillando le porte di un edificio.
Askatasuna è parte viva e pulsante della città e del quartiere Vanchiglia, come
lo sono tutti gli spazi occupati che nei quartieri si radicano e costruiscono
alternative dal basso.
Per questo assume ancora più importanza essere lì e rivendicare insieme che i
centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad
esistere come mezzo a disposizione di tutt per continuare ad organizzarsi e a
costruire comunità resistenti.
Ci vediamo sabato 31 a Porta Susa alle 14:30.
ASKA NON SI TOCCA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI
Come CSOA Gabrio esprimiamo la nostra solidarietà allx compagnx di Askatasuna.
Questa mattina ci siamo svegliatx con l’ennesimo attacco ad una realtà sociale,
ad uno spazio politico.
Uno sgombero mascherato da perquisizione. Perché i politicanti di questa città
non hanno il coraggio nemmeno di rivendicarsi le proprie azioni, la propria
sottomissione alla destra fascista al governo.
Da una parte vediamo l’intenzione palese del comune di Torino: distruggere gli
spazi sociali, spazi che non rientrano nelle logiche capitaliste. Spazi da cui
nascono lotte e che creano relazioni vere.
Lx compagnx e lx abitanti di Vanchiglia sanno cosa rappresenta questo posto per
il quartiere.
Il governo Meloni ha paura, vedendo quanto dal basso si possa costruire, come
quando le folle oceaniche sono scese in piazza per la Palestina, pensa di
distruggere la nostra determinazione murando le finestre di uno spazio attivo da
30 anni.
E allora l’unica strada che possiamo percorrere è continuare a lottare ovunque.
E allora da sta sera riprendiamoci le piazze, riprendiamoci le strade.
Ci vediamo sabato in corteo
Askatasuna Vive
Dopo una grande settimana di mobilitazioni in tutt’Italia, il governo, che sul
piano pubblico continua a mantenere una posizione ambigua (e implicitamente
complice) sul genocidio portato avanti da Israele, è invece risoluto ed
efficiente nel portare avanti il suo progetto di repressione del dissenso
interno.
La storia di Anan, Alì e Mansour dimostra chiaramente sia la fame di repressione
che l’asservimento allo Stato genocida. A Milano, dove 200000 persone hanno
cercato di occupare la stazione centrale in segno di solidarietà col popolo
palestinese, la repressione ha colpito con una brutalità tanto eccessiva quanto
gratuita. Due compagnx minorenni organizzatx nell’ambito del CSA Lambretta sono
statx arrestatx con motivazioni pretestuose e, dopo aver passato 3 notti in
attesa di udienza al carcere Beccaria (tristemente noto per gli abusi della
gestione), si sono trovatx ad affrontare aggravanti pesanti, domiciliari e, cosa
di una gravità inaudita, persino il divieto di frequentare la scuola. A questo
si aggiungono altri arresti e altre misure repressive come l’obbligo di firma
per altrx compagnx maggiorenni.L’apparato repressivo mostra come la vera
violenza non siano due vetrine rotte, le cui spese verrano prontamente coperte
dalle assicurazioni dei marchi miliardari che hanno negli anni colonizzato la
stazione centrale, ma la furia con cui lo Stato si scaglia contro qualunque
espressione di dissenso che esca dai confini del “decoro”. Viene criminalizzato
qualunque momento di piazza nel quale la rabbia, l’angoscia e il legittimo
desiderio di lottare per un mondo migliore non si lascino imbrigliare
all’interno di una cornice pacificata, innocua per chi sta al potere e
accettabile per il pubblico moderato che guarda da casa, i cui sogni tranquilli
non vanno perturbati.Queste misure repressive cercano di farci sentire solx e
impotentx, sotto la perenne minaccia di uno Stato in grado di rovinare le nostre
vite e la nostra salute fisica e mentale se non ci lasciamo disciplinare.
Come CSOA Gabrio esprimiamo la nostra piena solidarietà e complicità a
Lambretta, a tutti i collettivi di Milano che sono scesi in piazza il 22
settembre e a tuttx lx compagnx arrestatx. Lx ringraziamo per aver avuto il
coraggio di sfidare il dispositivo di polizia che voleva impedire loro di
esercitare il diritto di scioperare e di portare la legittima e doverosa
solidarietà al popolo palestinese.In quelle stazioni c’eravamo tuttx e non
avremo paura di tornarci nelle prossime settimane.
Libertà per tuttx!
Da più di un anno Maja è rinchius* nelle carceri ungheresi, estradat* e poi
torturat* nel paese liberticida di cui Orban è dittatore, per il solo “crimine”
di essere antifascista — crimine del quale siamo tutte, tutt* e tutti colpevol*!
Negli ultimi mesi, Maja, ha subito abusi non troppo dissimili da quelli inflitti
a Ilaria Salis: catene ai piedi e alle mani, collare e guinzaglio, un processo
giuridico opaco e infiltrato da un chiaro messaggio politico fascista e
autoritario contro chi lotta per la libertà.
Come ultimo atto di autodeterminazione, Maja ha iniziato uno sciopero della
fame, dapprima in cella d’isolamento e ora nell’ospedale carcerario ungherese al
confine con la Romania.
Un mese di lotta, attraverso il proprio corpo, che ha portato le sue attuali
condizioni di salute ad essere a dir poco allarmanti: drastica perdita di peso,
deterioramento degli organi vitali, danni al cuore.
Riconosciamo e rimarchiamo la necessità del sostegno internazionale a tutt* l*
compas e, in questo momento tragico, a Maja.
Nel nostro piccolo, vogliamo mandare un messaggio di solidarietà e rilanciamo le
richieste avanzate dal padre di Maja, Wolfram Jarosch, come possibile via
d’uscita dal supplizio che l* compas sta subendo:
1. «In nessun caso si deve impiantare un pacemaker contro la volontà di Maja.
Non sarebbe utile dal punto di vista medico, poiché la bassa frequenza
cardiaca è una conseguenza diretta dello sciopero della fame.»
2. «Maja non deve essere legat* al letto. Una misura del genere sarebbe crudele
e priva di giustificazione medica.»
3. «Il Ministero degli Esteri tedesco deve urgentemente porre fine
all’isolamento carcerario e ottenere il rientro di Maja in Germania.»
4. «Non devono avvenire altre estradizioni verso l’Ungheria!»
[Estratto da: Comunicato stampa congiunto di Wolfram Jarosch e del Comitato di
solidarietà per lo sciopero della fame di Maja]
Pretendiamo la liberazione immediata di Maja!
Urge un fronte comune di lotta contro questa ondata fascista che, come un olezzo
di roba rancida e putrefatta, si è riversata sul nostro mondo e nelle nostre
città.
Non possiamo aspettarci niente da uno stato fascista – ungherese o italiano che
sia – e sicuramente non ci aspettiamo una narrazione istituzionale che definisca
i nazisti come un problema di libertà.
Cosa possiamo aspettarci, allora, da un tribunale in cui l’unico giudice fa
anche parte dell’accusa, se non un teatrino della peggior specie?
Possiamo però essere e restare solidal*, possiamo fare tutto ciò che pensiamo
sia giusto per aumentare la solidarietà in maniera esponenziale, immaginando
anche nuove forme di lotta.
A Torino gridiamo da oltre trent’anni che “si parte e si torna insieme”: non è
solo un coro, è una sfida vitale!
Maja non è sol*
#FreeAllAntifas
#FreeMaja
Ci avviciniamo a celebrare l’80esimo anniversario della liberazione dal
nazi-fascismo immersi in un’atmosfera da fine del mondo.
Se non fosse bastata la promessa distruttiva della crisi ecologica in cui siamo
immers*, con la sindemia del covid come trauma collettivo già quasi-rimosso, la
guerra aperta è nuovamente esplosa anche nella “pacifica” Europa.
Sappiamo bene che per i popoli e per le soggettività oppresse, così come per le
lavoratrici e i lavoratori, la guerra, nelle sue forme più esplicite delle bombe
in Palestina o in quelle meno dichiarate come femminicidi, transicidi, morti sul
lavoro o in mare, non si era mai fermata.
Al contempo però assistiamo ad un cambio di paradigma, esemplificato dai
discorsi intorno alla guerra guerreggiata, dal via libera al riarmo come unica
soluzione per salvarci dalla barbarie, dal riaccendersi dei nazionalismi e dalle
guerre commerciali.
Eppure, di fronte all’intensificarsi del genocidio in Palestina, all’aumento
vertigionoso delle spese in armamenti in Europa e nel mondo, alla violenta
repressione del dissenso che, partendo dagli USA di Trump e passando per la
“democratica” Germania, arriva fino alla fascistissima Italia, non è il momento
di abbandonarci allo sconforto nè di soccombere alla disillusione.
Il macro della geopolitica estera si riflette e rafforza nel micro delle nostre
vite e dei quartieri in cui viviamo come nodi in tensione da cui rispondere,
opporsi e resistere, soprattutto quando la sospensione totale di qualsiasi forma
di democrazia si rende evidente. Ci scontriamo infatti con disuguaglianze di
classe sempre più amplificate, le stesse che rendono impossibile a moltx avere
una casa ed arrivare a fine mese nonostante un contesto urbano colmo di spazi
abbandonati lasciati a marcire. Le città che abitiamo si rivelano divise in
frontiere interne che separano i quartieri “riqualificati”, accessibili a
poch*, da quelli “indecorosi”, raccontati come pericolosi attraverso le famose
“zone rosse” fino a rendere di nuovo legittimi e desiderabili luoghi di confine
e tortura come le carceri e i cpr. Nel clima di guerra diffuso, non sono solo le
fasce più marginalizzati a subire il neofascismo, siamo tutt noi, perché i tagli
all’istruzione, alla ricerca, alla salute pubblica, ai centri antiviolenza hanno
effetti reali sui corpi senza distinzioni, seppur con differenti gradi di
severità. In questo meccanismo stratificato, la guerra si presenta come realtà
pronta a riscrivere i presupposti di ulteriori divisioni sociali, nuovi sommersi
e salvati mentre si allarga la fascia di persone e corpi sacrificabili.
Se la confusione è grande sotto il cielo, il momento non è certo eccellente,
eppure il mondo è lungi dall’essere pacificato: in Palestina il movimento di
resistenza palestinese affronta con determinata ostinazione il tentativo di
cancellazione del loro popolo, negli Stati Uniti studentesse e studenti
infiammano le università sfidando l’ira repressiva del governo repubblicano,
mentre dal Chiapas arriva l’appello a costruire “il giorno dopo” della tempesta
capitalista.
IL 25 aprile ci pare allora quanto mai attuale, nel suo interrogarci in maniera
urgente, non solo oggi ma nelle lotte che animiamo tutti i giorni: di fronte
alle crisi del mondo che conosciamo, con i suoi immancabili risvolti violenti e
sanguinari, da che parte stiamo? Quali responsabilità, individuali e collettive,
ci chiamano all’azione?
Ieri come oggi, resistere rimane per noi una postura necessaria quanto
diversificata nella molteplicità di pratiche, forme e idee disposte a
contrastare imperialismi e fascismi vecchi e nuovi. Che sia nell’opporsi a
progetti estrattivi ed ecocidi tramite sabotaggi e picchetti, occupando
fabbriche e rivoluzionando gli assetti produttivi in chiave anti-capitalista,
dis-armando una guerra contro le donne e le soggettività non conformi al mito
patriarcale e alle sue soluzioni punitive e securitarie. Smontando il mito del
progresso e della pace basate su violenza e sfruttamento lontano dai nostri
occhi. Resistiamo e ci organizziamo nella lotta liberando spazi e menti,
salvando il desiderio di un’alternativa rispetto a un mondo in fiamme, occupando
case, palazzi, quartieri e università per dar spazio a nuove forme del sociale,
di alleanze e di solidarietà nelle lotte di ciascun contro nemici comuni, perchè
nessunx rimanga solx.
Oggi, dopo 80 anni, siamo qui per ricordare, e per non dimenticare mai, il costo
della nostra libertà e la sua necessità, uno sforzo continuo da compiere
insieme, giorno dopo giorno.
Sarà un giorno di festa e di lotta, vogliamo passarlo con l* nostr* compagn*,
sicur* che le nostre strade si incontreranno ancora e spesso nei tempi prossimi
di resistenza.
Fino alla rivoluzione
★ PROGRAMMA ★
In un momento storico segnato da tensioni crescenti, in cui la corsa al riarmo e
la logica della guerra imperialista vengono imposte come orizzonte inevitabile,
non sorprende che le istituzioni tentino di silenziare e reprimere chi sceglie
di organizzarsi dal basso, animando e vivendo le lotte che si oppongono al
deserto lasciato dalle politiche istituzionali.
Da sempre, chi si oppone allo stato delle cose viene criminalizzatx. Oggi più
che mai, chi non abbassa la testa e continua a resistere è oggetto di una
repressione sempre più intensa, attraverso misure giudiziarie che mirano ad
annichilire il dissenso e a trasformare in nemico pubblico chi crede che le
lotte dal basso siano lotte di tuttx.
Vorrebbero silenziarci, costringerci alla passività, pront* ad accettare il
destino che hanno già scelto per noi.
Non riuscendoci, usano l’unica arma che conoscono: la repressione e la macchina
del fango.
Sappiamo bene che hanno paura.
Sanno che chi scende in strada non lo fa per un tornaconto personale, non lo fa
per soldi o per potere, come un qualunque politico. Lottare significa credere in
un mondo diverso, significa costruire pratiche di resistenza e solidarietà
reali, significa portare avanti un’idea di un mondo diverso e di una vita degna
per tutt*.
Ed è proprio questa determinazione a spaventarli: l’idea che esista ancora chi
non si piega, chi si organizza, chi non è disposto a farsi schiacciare senza
reagire.
Tra pochi giorni ci sarà la sentenza del Processo Sovrano, l’ennesimo capitolo
di una strategia repressiva che da anni tenta di annientare le esperienze di
lotta costruite con determinazione da tant* compagn*, in valle come in città.
Un processo velenoso costruito dalla procura torinese con l’unico scopo di
colpire chi ha scelto di non arretrare, incastrando pezzi di storie diverse per
costruire il teorema di un’associazione a delinquere. Un’accusa strumentale,
frutto di un impianto che non ha nulla a che vedere con la ricerca della verità,
ma molto con la volontà di stroncare il dissenso.
Non è la prima volta che assistiamo a simili manovre repressive: la magistratura
torinese è da sempre in prima linea nel colpire chi lotta, mentre le denunce
degli abusi delle FFO vengono sistematicamente archiviate. è un copione già
visto, dove i ruoli sono sempre gli stessi, da un lato, chi difende gli
interessi del potere con processi-farsa e campagne mediatiche denigratorie e
dall’altro, chi resiste e continua a lottare per la giustizia sociale.
Ma questa repressione non riguarda solo Torino. Il processo sovrano si
inserisce in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà e
di espressione in tutta Italia. Infatti se colleghiamo questa vicenda alla
riforma della giustizia che mira a sottomettere definitivamente il potere
giudiziario al potere politico esecutivo l’obbiettivo diventa ancora
più chiaro: normalizzare la società, soffocare il dissenso, spegnere ogni voce
critica prima che possa diventare una minaccia reale per l’ordine costituito.
Ma chi lotta non è mai solx.
Solidarietà all* compagn* indagate, eravamo e rimaniamo al loro fianco!
L* compagn* del CSOA Gabrio