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“Loi permis de tuer”: mobilitazioni in Francia contro la licenza di uccidere della polizia in vista delle presidenziali
Oltre 100 città francesi scendono in piazza questo finesettimana contro la “Loi permis de tuer”, la “Legge licenza di uccidere” che prevede che l’utilizzo delle armi da fuoco da parte della polizia sia sempre considerato legittimo, e che stia alla vittima e ai suoi familiari dimostrare il contrario (qui una lista delle mobilitazioni e maggiori informazioni sulla legge). Si tratta dell’ennesimo favore che il governo di Macron fa alle forze di polizia francesi, ed in particolare al sindacato di ultradestra Alliance Police: sebbene la legge sia stata inizialmente voluta dal ministro dell’interno socialista Cazeneuve nel 2017, per far fronte al grande e combattivo movimento sociale contro la riforma del lavoro, è stato soprattutto il governo Macron ad aver trasformato la polizia francese in una forza paramilitare con licenza di uccidere, mutilare ed arrestare arbitrariamente, facendo della repressione una delle principali armi per frenare i movimenti sociali e governare le periferie delle metropoli francesi. La risposta moltitudinaria che si annuncia contro la “Loi permis de tuer” potrebbe essere l’introduzione ad un nuovo autunno di lotta in Francia, dove il prezzo della benzina e delle bollette è alle stelle, la crisi sociale si traduce in licenziamenti di massa e drastici tagli ai servizi essenziali – mentre le elezioni presidenziali ormai alle porte si delineano sempre di più come una sfida tra il Rassemblement National e la France Insoumise. Ne abbiamo parlato con un compagno francese:
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Peru: in un paese profondamente diviso, la destra di Fujimori vince alle presidenziali
Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Peru si salda con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli erano valse accuse di genocidio).Il 50,1% dei voti per Fujimori contro il 49,9% per Roberto Sanchez, il candidato della sinistra, dipingono un paese profondamente diviso: le zone centrali e costiere hanno votato per Fujimori, mentre le province più povere, soprattutto le zone andine – culla del conflitto armato interno che ha scosso il Peru tra il 1980 e il 1997 – si sono espresse a favore di Sánchez. Al di là delle profonde contraddizioni sociali e geografiche del Perù, e del loro risvolto elettorale, Il paese andino è reduce da una lunga serie di scandali di corruzione e mala-politica che hanno visto una interminabile fila di presidenti ed ex-presidenti incarcerati – da Fujimori a Pedro Castillo. Castillo è stato il primo presidente marxista del Paese, un maestro rurale delle zone andine: eletto nel 2021, è stato da subito fortemente osteggiato dall’establishment peruviano e dalle Camere, ed infine deposto dall’esercito e dalla Vice-Presidentessa dopo poco più di un anno di governo. Proprio contro quello che era stato percepito come un golpe ai danni del primo presidente di sinistra del paese erano esplose enormi proteste che avevano coinvolti giovani, contadini e altri settori sociali e che avevano paralizzato il Peru per mesi. Abbiamo parlato con Daniele Benzi che vive a Lima ed insegna all’Universidad Pontificia del Peru, delle elezioni, dei conflitti sociali peruviani, del ruolo della diaspora e della collocazione del paese andino all’interno del più ampio scenario latinoamericano.
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Chiapas: Tra la violenza criminale e la complicità dello stato
Un rapporto dettagliato sulla attuale situazione in Chiapas pubblicato dal “Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas” (Frayba). di Gilberto López y Rivas Il prestigioso Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), fondato nel 1989 dal vescovo Samuel Ruiz García, ha pubblicato nel marzo di quest’anno, uno scioccante libro su […] L'articolo Chiapas: Tra la violenza criminale e la complicità dello stato sembra essere il primo su Osservatorio Repressione.
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