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Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@1
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
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Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@0
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
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Riconoscere il colonialismo@1
La seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono le persone razzializzate, tanto in Palestina quanto in Italia. L’obiettivo non sta tanto nel definire somiglianze e divergenze nelle forme di repressione ed oppressione, al di qua e al di là del Mediterraneo, ma individuare piuttosto terreni comuni capaci di tenere insieme le lotte: non solo nella teoria politica, ma anche e soprattutto nella materialità in cui si manifestano. Nel riconoscere la colonia nei nostri contesti, il tema di questa seconda puntata parte dall’approfondimento della storia e delle forme che assumono i campi di lavoro dei distretti agroindustriali in Italia, grazie alla diretta con una compagna della rete Campagne in Lotta. Il sistema-campo qui prende la forma di un arcipelago di forme abitative formali e informali, create per contenere la forza lavoro e la sua mobilità in chiave estrattiva. Un modello che si è andato formando dalla fine degli anni 80, con l’incremento significativo di immigrazione e di richiesta di manodopera nei distretti agroindustriali, ma la cui storia e genealogia è molto precedente ed è andata di pari passi passo con quella coloniale e di formazione di un’economia capitalista ed estrattivista, in particolare del Sud. I campi sono le struttura che l’istituzione crea a scopo contenitivo e di controllo, che si possono presentare come un campo “umanitario”, ad esempio un centro d’accoglienza. Ghetto è la definizione che chi lo abita gli dà, uno spazio fatto anche di forme di organizzazione, socialità e solidarietà che vanno molto ad là del controllo istituzionale. Nell’andare a fondo dell’argomento non si può che affrontare una delle manifestazioni più evidenti della colonia: i processi di frammentazione o campizzazione dei territori. Analisi che si collega al concetto di “arcipelago Palestina”, un processo di frammentazione dei territori palestinesi iniziato da Israele nel 1948 e che oggi si manifesta in primis nella divisione territoriale (territori del ’48, Cisgiordania, Gaza, campi profughi e diaspora), funzionale al controllo della mobilità, al contenimento e alla carcerazione della popolazione palestinese, così come all’appropriazione di nuovi territori, ma il cui tentativo (spesso fallito) risiede anche nella frammentazione del tessuto sociale palestinese, anche attraverso la moltiplicazione di status giuridici. Una pratica che alle nostre latitudini richiama i vari livelli di cittadinanza, tra chi ha o meno un permesso di soggiorno, e di quale tipo. La componente umanitaria, delegata alla gestione/oppressione delle persone in questi territori, rappresenta un tassello chiave dell’impianto razzista statale: dal ruolo di vari attori del terzo settore nella pacificazione ai fini della capitalizzazione sulla pelle delle persone immigrate nei campi di lavoro come nei lager di stato – alle ONG che operano nei ghetti dell’agroindustria o in Palestina, che creano una completa dipendenza da “aiuti umanitari”, portando ad uno svilimento delle istanze di lotta di chi questi territori li abita. Tracciare la genealogia di alcuni campi di lavoro del Sud Italia ci permette anche di delineare alcune retoriche fondamentali del colonialismo, attuate sia qui, nei confronti del Sud Italia, sia in Palestina: la conquista delle terre giustificata dall’idea di averle rese produttive e fertili, assieme al trasferimento forzato di ampie masse di popolazione locale, trasformandole in nomadi, fornendo così un’ulteriore legittimazione all’occupazione dei territori. Ricostruire una genealogia del sistema campo in Italia ci aiuta a puntualizzare quanto il concetto di colonia non sia delegabile esclusivamente a territori al di fuori dei confini nazionali ma si manifesti anche qui, tanto nelle sue forme oppressive quanto in quelle di lotta e resilienza. Per ascoltare il primo episodio della serie: “La detenzione amministrativa come manifestazione della colonia, in Palestina e nei CPR”  
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