Oggi, lunedì 8 giugno h17 (Corso Inghilterra 7) Torino per Gaza ha organizzato
una contestazione dell’evento organizzato da “Sinistra per Israele”.
“Domani contesteremo l’ennesimo evento vergognoso, partecipato da ipocriti
parolai che provano a riabilitare Israele, cancellando con un colpo di spugna i
suoi crimini storici. […] La Palestina lotta per la fine dell’occupazione, il
diritto al ritorno e la giustizia storica. Questo processo di liberazione non
può che iniziare con il riconoscere che Israele non è uno stato democratico,
bensì un regime coloniale.” dal comunicato di Torino per Gaza
Parlare ancora oggi di “due popoli, due Stati” e sostenere che Netanyahu sia
l’unico problema significa mistificare la realtà del progetto sionista
coloniale, razzista ed estrattivista, finalizzato alla pulizia etnica del popolo
palestinese e di tutti quei territori, come il Libano, che si oppongono al
progetto coloniale della Grande Israele.
Dopo oltre due anni di genocidio a Gaza, che continua ancora oggi attraverso i
bombardamenti, l’affamamento deliberato della popolazione, l’ingresso
discontinuo dei beni di prima necessità e i progetti di sfruttamento e
speculazione nella Striscia, fino alla riproposizione delle stesse dinamiche di
occupazione e devastazione in Libano, continuare a sostenere queste retoriche
false e faziose significa essere complici di quanto accade in Medio Oriente e
del mantenimento di uno stato di violenza, oppressione e privazione dei diritti
che continua a colpire il popolo palestinese.
Ne abbiamo parlato con Sara di Torino per Gaza
Tag - colonialismo
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Qualche giorno fa, Il portale Honduras Gate ha denunciato di aver subito oltre
39.000 attacchi informatici in un solo giorno, principalmente sotto forma di
attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), dopo aver pubblicato, a fine
aprile, dei documenti audio che rivelano l’esistenza di una struttura di
ingerenza per orientare la politica nella regione sudamericana, con l’Honduras
usato come piattaforma.
Gli audio, disponibili anche su Canal Red, indicano un patto tra l’ex presidente
honduregno Juan Orlando Hernández (precedentemente condannato negli USA e
graziato da Donald Trump a fine 2025, proprio durante la tanto sbandierata “war
on drugs“), l’attuale presidente dell’Honduras Nasry Asfura, anch’egli di
estrema destra, e figure internazionali tra cui il presidente argentino Javier
Milei, figure come Roger Stone e finanziamenti provenienti da Israele per
sostenere il ritorno politico di Hernández.
I tentativi di hacking sono iniziati subito dopo la diffusione degli audio che
espongono la presunta rete di corruzione e ingerenza internazionale, e, come si
vede dalle immagini, provengono da USA e Israele.
Secondo i messaggi audio — resi pubblici da Canal RED e Hondurasgate — Juan
Orlando Hernández, starebbe tramando per tornare al potere nel Paese, grazie al
supporto decisivo di Stati Uniti e Israele che in cambio otterrebbero
facilitazioni per la costruzione di una nuova base militare e di centri di
confinamento per presunti terroristi, su modello di quelli voluti dal presidente
Nayib Bukele in El Salvador; una legge su misura per le loro esigenze al fine di
incentivare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, con contratti che
verrebbero assegnati direttamente a società private americane come la General
Electric; e, infine, l’espansione delle cosiddette Zone economiche speciali,
veri e propri dispositivi di espropriazione territoriale e sovranità limitata a
beneficio di capitali stranieri, che l’amministrazione di Xiomara Castro, prima
presidente donna dell’Honduras — in carica dal 2021 al 2025 —, aveva iniziato a
smantellare. La più discussa tra queste realtà è Próspera — che sorge sull’isola
di Roatán — una vera e propria città privata, porto franco libero dalle maglie
dello Stato, in cui sono investitori del calibro di Peter Thiel a dettare
interamente le regole.
Diversi miliardari e libertari investono nella costruzione della città privata.
Próspera, di fatto una “città-stato” privata sull’isola di Roatán in Honduras, è
diventata un hub globale per il biohacking e la ricerca sulla longevità grazie
alla mancanza di una istituzione sanitaria regolamentata al suo interno. Molte
aziende specializzate vi testano terapie geniche e trattamenti
anti-invecchiamento, attirando imprenditori e biohacker come Bryan Johnson.
A Pròspera si può pagare e presentare il bilancio delle proprie aziende in
criptovalute e non vi è alcuna autorità che imponga regole, nè sull’uso di AI,
nè sullo smaltimento dei rifiuti, nè su esperimenti medici e biotecnologici.
L’isola di Roatán, dove sorge Pròspera, è abitata dal popolo Garifuna una
discendente da africani e indigeni, sbarcati a Punta Gorda nel 1797 dopo essere
stati espulsi da St. Vincent dai britannici, che lottano contro la
turistificazione dell’isola, e conservano tradizioni uniche, tra cui la danza
Punta, la musica con tamburi e la lingua. Ovviamente, Pròspera non è per loro,
il confine con la città privata è rigido. Una strada, controllata da una guardia
di una società di sicurezza privata, conduce al complesso residenziale.
L’accesso è controllato. Chi vuole entrare deve richiedere un pass online, e
allo stesso tempo può registrare la propria azienda con pochi clic.
All’interno della comunità di expat del Duna Tower (torre che svetta tra la
vegetazione dell’isola, superando di molto l’altezza consentita per gli edifici
a Roatan), tutti hanno una start-up. Tra loro c’è Rich Lee, 47 anni,
statunitense, che si definisce un “biohacker”: senza studi di biologia o
medicina, sperimenta terapie geniche e impianti elettronici.
Rich Lee mostra uno dei suoi microchip sottopelle.
Con in studio due compagne dall’Honduras, ci facciamo raccontare i vecchi e
nuovi presidenti del Paese centroamericano, parliamo di Pròspera e delle lotte
dei popoli originari e afro caraibici per la liberazione dei territori.
(in aggiornamento con link e musica dall’honduras!)
Dal palco del Primo Maggio una riscrittura che svuota la memoria della
Resistenza e rivela il cortocircuito politico e culturale di un evento sempre
più distante dai suoi stessi valori …
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil
rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali
occidentali nei nostri contesti,…
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil
rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali
occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina
quanto in Italia, le persone razzializzate.
Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura
del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla
repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei
nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia
della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”.
Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di
Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni
nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le
tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma
del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a
sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso
della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale.
Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione
occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia
profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei
Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una
narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel
clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene
progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.