Ad Harraga – in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 – continuiamo a parlare di
colonia raccontandola, anche, a queste latitudini. Una colonia interna che, per
mantenere in piedi uno stato nazione, si avvale dei suoi poteri predatori sui
territori di confine.
Quale periferia migliore di un’isola di frontiera come la Sicilia?
Terreno da cui estrarre materie prime ma sul quale anche costruire mitologie di
“barbarie” locali per le quali si pongono necessarie delle salvifiche azioni
dello Stato.
Con due compagni siciliani presentiamo la rivista Il Movente e i suoi concetti
chiave. Concetti che ci aiutano ad entrare nel profondo di dicotomie o
stereotipi tanto diffusi anche al Nord.
Mafia e Anti-Mafia a guardarli nella loro genealogia e nella loro potenza nello
smuovere immaginari, paure e “coscienze”, altro non appaiono che strumenti
mitologici in mano allo Stato per porsi salvifico rispetto a una brutalità
indigena; apparentemente in perenne agguato.
Sappiamo bene quali orrori torturatori abbia prodotto il mito dell’antimafia e
non è mai troppo tardi per risalire il fiume della storia e narrare come la
repressione simbolica e materiale agisca, e abbia agito, in Sicilia.
Approfittiamo di questa puntata per portare la nostra solidarietà ax compagnx
imputatx nell’operazione Ipogeo che tra pochi giorni vedranno la chiusura, con
sentenza, del primo grado del processo a loro carico.
Tag - colonialismo
di Alessandra Algostino* La definizione IHRA entra nella legge e rischia di
trasformare la lotta all’antisemitismo in uno strumento per delegittimare la
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Il caso di Adi Karni raccontato dalla newsletter di Lavinia Marchetti: dalle
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espellere. Migranti e poveri diventano indesiderabili …
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Marocco. Dietro la narrazione dell’«invasione» ci sono disoccupazione, crisi
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Fanon ci ha insegnato che il mondo coloniale non scompare: cambia forma. Oggi
vive nei CPR, nei ghetti agricoli, nei decreti sicurezza, nella remigrazione e
in quel senso comune che …
Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il
negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa. La firma ufficiale è
prevista in Svizzera il 19 giugno. Questo accordo va letto principalmente come
una cornice negoziale generale: le questioni più controverse, a partire dal
programma nucleare iraniano, dalle sanzioni e dagli equilibri regionali, non
sono ancora state definite e dovranno essere oggetto di negoziati successivi.
Una delle questioni più delicate riguarda le ricadute sul Libano. Israele,
infatti, non ha mai sostenuto questa tregua, mentre l’Iran ha sempre ribadito
che la fine dei bombardamenti israeliani sul Libano rappresenta una parte
integrante dell’accordo. Lo si è visto chiaramente con il pesante bombardamento
del quartiere di Dahiyeh, nella periferia sud di Beirut, avvenuto poche ore
prima della conclusione del negoziato tra Stati Uniti e Iran.
Il 9 giugno l’offensiva israeliana in Libano ha raggiunto i cento giorni, decine
di villaggi del sud del Paese sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Le
forze israeliane hanno occupato circa 2.000 chilometri quadrati di territorio
libanese, nella più ampia avanzata dai tempi dell’occupazione del Libano
iniziata nel 1982.
L’obiettivo di Israele è chiaro: proseguire i bombardamenti fino a rendere
permanentemente inabitabili ampie aree del Libano meridionale, mantenendo così
un’occupazione militare stabile in quelle zone. È la cosiddetta “zona
cuscinetto”, che inizialmente avrebbe dovuto estendersi fino al fiume Litani ma
che, di fatto, continua a spostarsi sempre più a nord. Una dinamica analoga a
quella osservata nella Striscia di Gaza, dove il governo Netanyahu ha annunciato
l’intenzione di mantenere il controllo di porzioni sempre più vaste del
territorio, fino al 70 per cento della Striscia.
Pur con modalità militari differenti, processi simili di colonizzazione sono
evidenti anche in Cisgiordania, dove proseguono i piani di espansione degli
insediamenti e di consolidamento del controllo israeliano sul territorio. Tra i
casi più significativi c’è quello della comunità di Khan al-Ahmar, che da prima
del 2018 resiste al piano E1, il progetto di espansione israeliana che punta ad
aumentare il controllo delle aree attorno a Gerusalemme e che contribuirebbe a
dividere ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto e
direttore di Pagine Esteri.
di Gianni Sartori A cinquant’anni dalla rivolta di Soweto e oltre trent’anni
dalla fine del regime razzista, il ricordo di Theresa Ramashamole e dei Sei di
Sharpeville ci restituisce i …
Oggi, lunedì 8 giugno h17 (Corso Inghilterra 7) Torino per Gaza ha organizzato
una contestazione dell’evento organizzato da “Sinistra per Israele”.
“Domani contesteremo l’ennesimo evento vergognoso, partecipato da ipocriti
parolai che provano a riabilitare Israele, cancellando con un colpo di spugna i
suoi crimini storici. […] La Palestina lotta per la fine dell’occupazione, il
diritto al ritorno e la giustizia storica. Questo processo di liberazione non
può che iniziare con il riconoscere che Israele non è uno stato democratico,
bensì un regime coloniale.” dal comunicato di Torino per Gaza
Parlare ancora oggi di “due popoli, due Stati” e sostenere che Netanyahu sia
l’unico problema significa mistificare la realtà del progetto sionista
coloniale, razzista ed estrattivista, finalizzato alla pulizia etnica del popolo
palestinese e di tutti quei territori, come il Libano, che si oppongono al
progetto coloniale della Grande Israele.
Dopo oltre due anni di genocidio a Gaza, che continua ancora oggi attraverso i
bombardamenti, l’affamamento deliberato della popolazione, l’ingresso
discontinuo dei beni di prima necessità e i progetti di sfruttamento e
speculazione nella Striscia, fino alla riproposizione delle stesse dinamiche di
occupazione e devastazione in Libano, continuare a sostenere queste retoriche
false e faziose significa essere complici di quanto accade in Medio Oriente e
del mantenimento di uno stato di violenza, oppressione e privazione dei diritti
che continua a colpire il popolo palestinese.
Ne abbiamo parlato con Sara di Torino per Gaza