Contro il modello di scuola caserma, contro il razzismo del tetto del 30% per
studenti stranieri nelle scuole e contro la guerra, sono stati occupati da
lunedi il liceo Giulio e Regina Margherita e da martedì il Lagrange.
L’occupazione mira a portare l’attenzione sul diritto allo studio, perchè i
soldi vengano spesi, non in misure razziste o per il riarmo, ma per risolvere i
veri problemi. Gli studenti raccontano di infrastrutture pericolanti con tetti
che crollano, porte bucate, termosifoni non funzionanti e scuole che si
trasformano in veri e propri cantieri con la pioggia che si infiltra nelle
palestre e nei corridoi.
L’autorganizzazione ha visto il rinsaldamento con tra studenti e docenti: quando
la scuola è sotto attacco lo è sia per chi ci studia, che per chi lavora. (link
regina)
Iniziano le occupazioni nel resto d’Italia, in particolare il liceo Cavour, il
Primo Levi e il Civita a Roma. L’ispirazione viene anche dalle mobilitazioni
delle scuole superiori francesi che hanno portato nel pomeriggio di ieri 100.000
studenti in piazza a Parigi e almeno mezzo milione in tutto il paese.
Ne parliamo con Zeno del Collettivo del liceo Regina Margherita:
Di seguito l’intervento ai nostri microfoni dal liceo Giulio occupato:
Foto di copertina di Julian Nelaj
Tag - riarmo
Il ruolo della regione Umbria nello scenario di guerra e di ristrutturazione dei
territorio in funzione di questa è stato inchiestato da un lavoro svolto
dal Laboratorio Politico Osa/VDL.
Pubblichiamo l’introduzione:
Come Laboratorio Politico Osa/VDL abbiamo prodotto il documento intitolato
“L’Umbria va alla guerra. Il ruolo della nostra Regione nella corsa al riarmo”
con il quale vogliamo dare il nostro contributo sul tema del riarmo. La tesi di
fondo è che il nemico di classe (la borghesia e tutto l’apparato statale e
politico che la circonda) è molto più vicino di quanto si pensi, tant’è che
proprio in Umbria molte tra aziende e consorzi si stanno arricchendo di fatto
sulla pelle dei morti prodotti dalle guerre.
Leggilo
qui: https://drive.google.com/file/d/1IgPzmTstCljgJPzVD5tdboQlgYswk6Y6/view?usp=sharing
Un lavoro che vuole essere strumento a disposizione delle lotte sui territorio
come occasione di confronto e di creazione di rete oltre che uno sguardo lucido
al processo di militarizzazione in corso.
Ne abbiamo parlato con Gerry del Laboratorio Politico OSA
E’ tornato come il peggiore degli ex, mentre ancora non ne avevi smaltito le
scorie.
Il Senato ha approvato una storica legge delega che apre la strada a un nuovo
programma nazionale sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, “che renderà – come
ha detto Gilberto Pichetto Fratin, ministro per la sicurezza energetica – il
nostro Paese più sicuro, indipendente e competitivo”, ma al momento sono più i
dubbi che le certezze.
Dove sorgeranno gli impianti di nuova generazione? le tecnologie cui il DDL fa
riferimento sono disponibili? Fino a che punto saranno sicuri sia per le persone
che per l’ambiente? Ma, soprattutto, che fine faranno i rifiuti radioattivi che
ci trasciniamo da decenni? Tra tanti problemi, perchè aggiungerne uno così
esiziale?
Nella prima parte della puntata leggiamo le indicazioni di Ready.gov,
il sito ufficiale del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti, in
caso di incidente nucleare e fuoriuscita di materiale radioattivo e vediamo come
se la passano le centrali nucleari in Europa con le temperature sempre più
torride che si stanno registrando, e i fiumi che stanno sparendo.
Successivamente, abbiamo parlato con un fisico esperto di nucleare di micro
reattori, corsa al riarmo, nuove tecnologie ancora non disponibili, astuzie per
aggirare i due referendum, vecchi problemi insoluti, come le scorie nucleari e
l’imprevedibilità delle catastrofi, così come la loro tendenza a sommarsi (vedi
la guerra).
Günther Anders e i data center.
Free All Antifas! Free Maja, Gabri, Anna, Gino, Zaid, ascolta Zerocalcare!
Invasione di meduse, spenti tre reattori della centrale nucleare di Gravelines
Citati nella puntata:
Ready.gov – U.S. Department of Homeland Security
Meduse fermano tre reattori alla centrale nucleare di Gravelines in Francia –
Euronews
Crisi energetica e conflitto in Iran, narrazioni mediatiche e soluzioni –
Greenpeace
Chernobyl: l’impatto sulla salute del peggior incidente nucleare civile –
Istituto Superiore di Sanità
Mercoledì 23 settembre il Senato ha approvato il disegno di legge sul nucleare
presentato dal Consiglio dei ministri all’inizio del 2025, dopo il via libera
della Camera a inizio giugno. Si tratta di una legge delega: un provvedimento
con cui il parlamento attribuisce al governo la facoltà di legiferare su una
materia attraverso uno o più decreti legislativi, da scrivere nei prossimi 24
mesi. Il punto più complesso e preoccupante è che il testo si muove in nome
della “neutralità tecnologica“: saranno i decreti attuativi a stabilire quali
soluzioni potranno essere utilizzate, sulla base di “maturità, sicurezza e
sostenibilità”.
Quello che si sa è che il DDL esclude le grandi centrali tradizionali e limita
le installazioni agli SMR (Small Modular Reactors), una tecnologia ancora in
fase di sviluppo, ma propagandata come già esistente. In realtà non ce ne sono
di operativi perché non sono economicamente convenienti a livello di produzione:
sono piccoli e producono poca energia (100-150 MW), in Italia ne servirebbero
tra i 40-80 per coprire la percentuale di fabbisogno invocata dal governo.
Decine di comunità si troverebbero quindi un reattore vicino a casa, senza
tutele sulla sicurezza delle centrali e sulla gestione delle scorie, punti non
affrontati all’interno del DDL.
È evidente la natura ideologica dello slancio verso l’energia nucleare. Invece
di investire sulle rinnovabili, si presenta la fissione nucleare come una
tecnologia matura, green ma soprattutto come una soluzione ponte, mentre si
continua a inseguire l’idea della fusione. Il piano poggia su una visione
irrealistica dei tempi di sviluppo di queste tecnologie, comunque troppo lunghi
rispetto all’urgenza di decarbonizzare e di mitigare il cambiamento climatico.
Nel ddl, inoltre, manca qualsiasi riferimento alle risorse consumate dalle
centrali, in particolare all’acqua, che andrebbe presa in considerazione visto
l’aggravarsi delle siccità legate al cambiamento climatico. Non si affronta
nemmeno il tema dello smaltimento e del trasporto delle scorie, che diventerebbe
cruciale con impianti dislocati in tanti territori.
Da un lato si insegue quindi l’obiettivo dell’indipendenza energetica, in un
contesto di difficoltà di approvvigionamento dei combustibili fossili;
dall’altro, vista la natura intrinsecamente dual-use della tecnologia nucleare,
la vicenda va letta nel contesto generale del riarmo europeo.
In questo senso sono emblematici progetti come lo statunitense PELE, che punta a
realizzare piccoli reattori trasportabili su gomma per produrre energia
elettrica e alimentare basi militari in teatri e territori “ostili”, o ANPI per
la produzione di nuove armi alimentate da SMR. Anche l’Italia va in questa
direzione, puntando alla nuclearizzare della marina militare (progetto MINERVA)
e con la joint venture Nuclitalia, di cui fa parte Leonardo, che avrà quindi
libero accesso alla tecnologia SMR una volta sviluppata per supposti scopi
civili.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Ferretti, docente di Fisica all’Università di
Torino e autore del blog https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/
Dall’assemblea cittadina nata a seguito dello sgombero di Askatasuna sotto
l’immaginario della “Torino Partigiana” che raccoglie diverse realtà sociali,
singoli o comitati attivi sul territorio torinese prende avvio un percorso ampio
ed eterogeneo contro il riarmo e la guerra.
L’idea è dare un’impronta a partire dall’autunno e definire un confine tra chi è
per il riarmo e chi non lo è. La guerra si articola sul territorio e in vari
ambiti della produzione e della riproduzione: l’ambizione è quella di inaugurare
una stagione di lotta e informazione affinché i piani per questa città non siano
più in funzione bellica.
Di seguito l’indizione:
TORINO è CONTRO IL RIARMO
Torino è emblematica in quanto città che viene considerata centrale sia dal
punto di vista della riconversione bellica sia dell’innovazione tecnologica: la
profonda crisi economica, sociale e culturale che vive la nostra città viene
mascherata con il mantra della Torino che cambia e va veloce. L’aria della
campagna elettorale 2027 non farà che acuire questa propaganda atta a ottenere
consenso, da una parte e dall’altra dell’arco della politica istituzionale.
Il governo Meloni continua ad investire nel riarmo seguendo la linea voluta
dagli Stati Uniti di Trump e dall’Unione Europea, sottraendo miliardi a sanità,
scuola e servizi per la popolazione. Nell’ultimo anno il nostro paese e la
nostra città sono stati teatro di forti mobilitazioni contro la guerra, il
genocidio e il governo. Dal movimento per la Palestina dell’autunno scorso
passando per la mobilitazione contro lo sgombero di Askatasuna e la grande
partecipazione referendaria Torino si è dimostrata partigiana e capace di creare
movimento dal basso.
Politicanti e affaristi di gran parte dell’arco politico istituzionale si
sfregano le mani di fronte al business della guerra con il progetto dichiarato
di trasformare Torino nella città delle armi. Siamo convinti che questa sia la
strada più sbagliata per affrontare la crisi che vive la nostra città e vogliamo
smascherare la bolla dentro la quale le politiche dell’amministrazione locale –
molto attenta agli interessi degli industriali e dei player privati in ambito
produttivo ed energetico – vogliono immergerci assumendo il rischio che questa
possa scoppiare approfondendo la crisi sociale che già stiamo vivendo.
Il nostro obiettivo? Essere scomodi, porre una linea di incompatibilità tra chi
è contro il riarmo e chi non lo è. Proponiamo di approfondire il confronto e il
dibattito attorno al tema del riarmo e della guerra partendo da due giorni di
ragionamento collettivo e socialità sabato 19 e domenica 20 settembre. Sabato ci
ritroveremo alle 17.30 per il dibattito dal titolo “Riarmo europeo: chi vuole la
guerra in Europa?” con Elena Basile. Domenica dalle ore 10 ci troveremo in
assemblea per organizzarci insieme e rispondere alla questione: “Torino città
del riarmo: come contrapporsi insieme?”
PROGRAMMA
Tornano i Saperi Maledetti con una nuova puntata in cui approfondiremo una forma
di sapere particolarmente moderna e sempre più pervasiva nelle nostre vite:
l’Intelligenza Artificiale. Siamo partit3 dal consueto lavoro di interviste, in
particolare alle facoltà STEM del Politecnico e di Fisica, per sviluppare
ragionamenti e considerazioni con l3 student3, intorno a quanto l’IA stia
plasmando il presente e come plasmerà il futuro.
Per concentrarci sull’aspetto, spesso ignorato, degli utilizzi bellici di questa
tecnologia, abbiamo avuto il piacere di interpellare Dario Guarascio, professore
di economia politica all’università della Sapienza di Roma e autore
di Imperialismo Digitale, che ci ha fornito un prezioso contributo sull’apparato
digitale militare, i meccanismi di automazione delle guerre e le loro
conseguenze geopolitiche, delineandone anche i collegamenti con il mondo
accademico.
Proseguendo con l’indagine universitaria, abbiamo esplorato come il sapere
prodotto all’interno degli atenei anche in questo caso risulti essere
subordinato al mercato della guerra e di come la ricerca libera sia ormai un
miraggio nel nostro paese.
Questo aspetto è stato affrontato con la testimonianza di Marco Rondina,
dottorando presso la facoltà di ingegneria informatica del Politecnico di Torino
che si occupa nel suo lavoro di ricerca dell’equità dei dati per promuovere uno
sviluppo e un uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale, con il quale
abbiamo parlato del mondo della ricerca e del ricatto intrinseco nella
precarizzazione ed aziendalizzazione delle università.
Le necessità delle student3 e delle ricercatric3 ancora una volta risultano
essere allineate nella volontà di generare un sapere indipendente dai meccanismi
stantii di un sistema che l3 relega ad un ruolo di strumenti passivi nella
catena del valore.
Qui trovate il podcast integrale:
Qui trovate l’intervista a Dario Guarascio in vista del dibattito tenuto da lui
e Dario di Conzo”Imperialismo digitale” che si terrà Sabato 13 Giugno al
Blackout Fest:
Dario Guarascio è autore del libro:“Imperialismo digitale. Economia e guerra ai
tempi delle piattaforme e dell’IA” edito per Laterza (2026) e docente di
Politica economica a La Sapienza. Dario di Conzo è collaboratore di Radio
Blackout e co-curatore su Radio Onda d’Urto di Levante, ricercatore alla Normale
Superiore e docente a contratto a “L’Orientale” di Napoli in “Riforme economiche
della Cina Contemporanea”.
Qui trovate l’intervista con Marco Rondina, dottorando presso il Nexa Center for
Internet and Society e laureato in Ingegneria Informatica al Politecnico di
Torino, con specializzazione in Data Analytics:
Qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto al Politecnico:
Infine qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto a Fisica:
I saperi maledetti tornano con una nuova puntata, che mette il focus sulla
guerra.
Una compagna di Stop Riarmo ci ha illustrato il loro lavoro di mappatura delle
aziende belliche a Torino, in questa fase di riconversione verso città
dell’aereospazio, con lo scopo di fornire e produrre informazioni per conoscere
il territorio, e agire politicamente su di esso. Per avere uno sguardo non solo
sui luoghi direttamente colpiti dalla guerra ma anche su quei luoghi dove la
guerra viene preparata.
In questa puntata abbiamo usato il metodo dell’intervista ai giovani
universitari, chiedendo loro che percezione hanno della guerra, se hanno
consapevolezza della presenza di basi statunitensi su suolo italiano, cosa ne
pensano delle spese investite sulla guerra, e se credono che il sistema
istituzionale e i partiti politici siano in grado di gestire la crisi
geopolitica globale.
I saperi maledetti continuano il lavoro di approfondimento sulla guerra,
partendo da interviste all3 universitari3 negli atenei e durante i cortei del 25
aprile, ci siamo concentrate sugli effetti presenti e futuri che le guerre hanno
ed avranno nelle traiettorie di vita dell3 giovani.
Fra questi effetti abbiamo indagato, grazie al contributo del climatologo e
giornalista Lorenzo Tecleme, le conseguenze devastanti che i conflitti hanno sul
clima e come queste vengano utilizzate come strumento bellico.
Riportando lo sguardo al presente, con la perizia dell’economista Andrea
Fumagalli abbiamo cercato di comprendere l’impatto economico e finanziario che
già grava sulle tasche dell3 giovani e come questo andrà ad acuirsi nei prossimi
anni.
L3 universitari3 hanno inoltre manifestato un’indifferenza degli atenei nei
confronti di questi temi sempre più attuali e dirimenti, confermando come
l’università si pieghi alle narrative securitarie della politica parlamentare,
concedendo sempre di più le proprie infrastrutture e il nostro sapere
all’industria bellica.
Con l’economista Roberto Romano abbiamo affrontato il tema del riarmo europeo e
della transizione ecologica, al di là dei proclami. Quali sono gli investimenti
reali a livello comunitario? Quali vincoli impone il patto di stabilità?
A fronte di false promesse sul ruolo che avranno le rinnovabili per trascinarci
fuori dalle crisi multiple degli ultimi anni, a partire dal Covid, passando per
la guerra tra Russia e Ucraina e l’ultimo attacco imperialista di USA e Israele,
Roberto Romano sottolinea come la transizione energetica risponda solo a logiche
di mercato e non alle reali necessità energetiche della popolazione e dei
territori.
La dipendenza dalle fonti fossili non investe solo la questione dell’energia
elettrica ma è trasversale a un sistema dell’offerta che coinvolge la filiera
agroalimentare e della logistica.
Riportiamo i dati elaborati e analizzati per noi da Roberto romano nell’immagine
di copertina e nel paragrafo sottostante di particolare interesse in merito al
reale riarmo a livello Europeo:
A livello mondiale la spesa militare cresce tra il 2022 e il 2024 del 16%.
Nell’Unione Europa cresce del 18%, ma la crescita della Germania è pari al 41%,
pari al 74% di tutto l’incremento della spesa militare Europa;
Germania, Francia, Italia e Spagna rappresentano a livello mondiale poco più
dell’8% della spesa militare complessiva mondiale. La Russia spende il 5,5%
della spesa mondiale nel 2024;
Se consideriamo il settore allargato della difesa e aerospazio, comprensivo
della tecnologia IA, gli US rappresentano il 70% della ricerca e sviluppo; il
62% delle vendite; il 67% degli investimenti; l’81% della capitalizzazione in
borsa. In altri termini, l’Europa importa beni e servizi legati alla difesa pari
al 75% di un euro destinato alla difesa;
“Dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, l’Ue ha speso ulteriori 24
miliardi di euro per le importazioni di energia a causa dei prezzi più elevati,
senza ricevere nemmeno una molecola in più di energia.”
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale
2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di
Meno Torino:
“Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una
giornata di lotta e mobilitazione.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che
rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al
centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e
istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è
un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche
autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza,
l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le
violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si
abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le
politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più
feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da
un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità
politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile
che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche,
persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità,
razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in
modo crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece
al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.
L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco
ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica
della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e
della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie
parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese
in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si
mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e
culturale.
Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per
poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il
peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella
violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel
consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e
straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere
uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le
vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della
cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo
presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del
governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in
politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e
profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e
amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri
sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni
studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di
guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono
pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e
svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul
piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine
(che sono ancora senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL
Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza
sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o
meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e
antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito
violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza
autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia,
l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in
lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare
insieme.
La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo
sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello
che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le
genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare
pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento
transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un
processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con
l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di
disuguaglianze e gerarchie.
E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro
riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia
di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e
contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma
un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di
lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e
maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi
autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi
carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla
salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche
istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e
le nostre vite terrone sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del
colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita,
non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in
cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e
provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei
giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che
non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese
sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL
COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta
avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato
per il 27 marzo.
Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro,
una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e
l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente
l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri.
Buon ascolto
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il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri
microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da
lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione
dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data
l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette
disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori.
Buon ascolto