Tornano i Saperi Maledetti con una nuova puntata in cui approfondiremo una forma
di sapere particolarmente moderna e sempre più pervasiva nelle nostre vite:
l’Intelligenza Artificiale. Siamo partit3 dal consueto lavoro di interviste, in
particolare alle facoltà STEM del Politecnico e di Fisica, per sviluppare
ragionamenti e considerazioni con l3 student3, intorno a quanto l’IA stia
plasmando il presente e come plasmerà il futuro.
Per concentrarci sull’aspetto, spesso ignorato, degli utilizzi bellici di questa
tecnologia, abbiamo avuto il piacere di interpellare Dario Guarascio, professore
di economia politica all’università della Sapienza di Roma e autore
di Imperialismo Digitale, che ci ha fornito un prezioso contributo sull’apparato
digitale militare, i meccanismi di automazione delle guerre e le loro
conseguenze geopolitiche, delineandone anche i collegamenti con il mondo
accademico.
Proseguendo con l’indagine universitaria, abbiamo esplorato come il sapere
prodotto all’interno degli atenei anche in questo caso risulti essere
subordinato al mercato della guerra e di come la ricerca libera sia ormai un
miraggio nel nostro paese.
Questo aspetto è stato affrontato con la testimonianza di Marco Rondina,
dottorando presso la facoltà di ingegneria informatica del Politecnico di Torino
che si occupa nel suo lavoro di ricerca dell’equità dei dati per promuovere uno
sviluppo e un uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale, con il quale
abbiamo parlato del mondo della ricerca e del ricatto intrinseco nella
precarizzazione ed aziendalizzazione delle università.
Le necessità delle student3 e delle ricercatric3 ancora una volta risultano
essere allineate nella volontà di generare un sapere indipendente dai meccanismi
stantii di un sistema che l3 relega ad un ruolo di strumenti passivi nella
catena del valore.
Qui trovate il podcast integrale:
Qui trovate l’intervista a Dario Guarascio in vista del dibattito tenuto da lui
e Dario di Conzo”Imperialismo digitale” che si terrà Sabato 13 Giugno al
Blackout Fest:
Dario Guarascio è autore del libro:“Imperialismo digitale. Economia e guerra ai
tempi delle piattaforme e dell’IA” edito per Laterza (2026) e docente di
Politica economica a La Sapienza. Dario di Conzo è collaboratore di Radio
Blackout e co-curatore su Radio Onda d’Urto di Levante, ricercatore alla Normale
Superiore e docente a contratto a “L’Orientale” di Napoli in “Riforme economiche
della Cina Contemporanea”.
Qui trovate l’intervista con Marco Rondina, dottorando presso il Nexa Center for
Internet and Society e laureato in Ingegneria Informatica al Politecnico di
Torino, con specializzazione in Data Analytics:
Qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto al Politecnico:
Infine qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto a Fisica:
Tag - riarmo
I saperi maledetti tornano con una nuova puntata, che mette il focus sulla
guerra.
Una compagna di Stop Riarmo ci ha illustrato il loro lavoro di mappatura delle
aziende belliche a Torino, in questa fase di riconversione verso città
dell’aereospazio, con lo scopo di fornire e produrre informazioni per conoscere
il territorio, e agire politicamente su di esso. Per avere uno sguardo non solo
sui luoghi direttamente colpiti dalla guerra ma anche su quei luoghi dove la
guerra viene preparata.
In questa puntata abbiamo usato il metodo dell’intervista ai giovani
universitari, chiedendo loro che percezione hanno della guerra, se hanno
consapevolezza della presenza di basi statunitensi su suolo italiano, cosa ne
pensano delle spese investite sulla guerra, e se credono che il sistema
istituzionale e i partiti politici siano in grado di gestire la crisi
geopolitica globale.
I saperi maledetti continuano il lavoro di approfondimento sulla guerra,
partendo da interviste all3 universitari3 negli atenei e durante i cortei del 25
aprile, ci siamo concentrate sugli effetti presenti e futuri che le guerre hanno
ed avranno nelle traiettorie di vita dell3 giovani.
Fra questi effetti abbiamo indagato, grazie al contributo del climatologo e
giornalista Lorenzo Tecleme, le conseguenze devastanti che i conflitti hanno sul
clima e come queste vengano utilizzate come strumento bellico.
Riportando lo sguardo al presente, con la perizia dell’economista Andrea
Fumagalli abbiamo cercato di comprendere l’impatto economico e finanziario che
già grava sulle tasche dell3 giovani e come questo andrà ad acuirsi nei prossimi
anni.
L3 universitari3 hanno inoltre manifestato un’indifferenza degli atenei nei
confronti di questi temi sempre più attuali e dirimenti, confermando come
l’università si pieghi alle narrative securitarie della politica parlamentare,
concedendo sempre di più le proprie infrastrutture e il nostro sapere
all’industria bellica.
Con l’economista Roberto Romano abbiamo affrontato il tema del riarmo europeo e
della transizione ecologica, al di là dei proclami. Quali sono gli investimenti
reali a livello comunitario? Quali vincoli impone il patto di stabilità?
A fronte di false promesse sul ruolo che avranno le rinnovabili per trascinarci
fuori dalle crisi multiple degli ultimi anni, a partire dal Covid, passando per
la guerra tra Russia e Ucraina e l’ultimo attacco imperialista di USA e Israele,
Roberto Romano sottolinea come la transizione energetica risponda solo a logiche
di mercato e non alle reali necessità energetiche della popolazione e dei
territori.
La dipendenza dalle fonti fossili non investe solo la questione dell’energia
elettrica ma è trasversale a un sistema dell’offerta che coinvolge la filiera
agroalimentare e della logistica.
Riportiamo i dati elaborati e analizzati per noi da Roberto romano nell’immagine
di copertina e nel paragrafo sottostante di particolare interesse in merito al
reale riarmo a livello Europeo:
A livello mondiale la spesa militare cresce tra il 2022 e il 2024 del 16%.
Nell’Unione Europa cresce del 18%, ma la crescita della Germania è pari al 41%,
pari al 74% di tutto l’incremento della spesa militare Europa;
Germania, Francia, Italia e Spagna rappresentano a livello mondiale poco più
dell’8% della spesa militare complessiva mondiale. La Russia spende il 5,5%
della spesa mondiale nel 2024;
Se consideriamo il settore allargato della difesa e aerospazio, comprensivo
della tecnologia IA, gli US rappresentano il 70% della ricerca e sviluppo; il
62% delle vendite; il 67% degli investimenti; l’81% della capitalizzazione in
borsa. In altri termini, l’Europa importa beni e servizi legati alla difesa pari
al 75% di un euro destinato alla difesa;
“Dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, l’Ue ha speso ulteriori 24
miliardi di euro per le importazioni di energia a causa dei prezzi più elevati,
senza ricevere nemmeno una molecola in più di energia.”
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale
2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di
Meno Torino:
“Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una
giornata di lotta e mobilitazione.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che
rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al
centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e
istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è
un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche
autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza,
l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le
violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si
abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le
politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più
feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da
un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità
politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile
che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche,
persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità,
razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in
modo crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece
al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.
L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco
ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica
della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e
della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie
parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese
in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si
mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e
culturale.
Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per
poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il
peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella
violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel
consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e
straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere
uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le
vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della
cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo
presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del
governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in
politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e
profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e
amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri
sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni
studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di
guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono
pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e
svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul
piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine
(che sono ancora senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL
Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza
sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o
meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e
antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito
violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza
autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia,
l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in
lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare
insieme.
La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo
sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello
che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le
genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare
pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento
transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un
processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con
l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di
disuguaglianze e gerarchie.
E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro
riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia
di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e
contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma
un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di
lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e
maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi
autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi
carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla
salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche
istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e
le nostre vite terrone sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del
colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita,
non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in
cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e
provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei
giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che
non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese
sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL
COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta
avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato
per il 27 marzo.
Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro,
una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e
l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente
l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri.
Buon ascolto
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il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri
microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da
lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione
dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data
l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette
disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori.
Buon ascolto
Alcuni dei maggiori membri europei della NATO si stanno muovendo per rafforzare
i propri eserciti professionali attraverso programmi di servizio nazionale
volontario.
La coscrizione è in vigore per nove stati europei membri della NATO: Danimarca,
Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Svezia e Turchia. In
Turchia, che ha il secondo esercito più grande nell’alleanza di sicurezza dopo
gli Stati Uniti, gli uomini di età compresa tra 20 e 41 anni sono obbligati a
prestare servizio militare per un periodo compreso tra sei e dodici mesi. La
Norvegia arruola sia uomini che donne, generalmente per 12 mesi. Anche in Svezia
e Danimarca vige il servizio militare obbligatorio per le donne.
La Croazia prevede di reintrodurre la coscrizione obbligatoria l’anno prossimo:
per gli uomini di età compresa tra 19 e 29 anni sarà obbligatorio sottoporsi a
due mesi di addestramento militare di base.
Dopo l’introduzione, abbiamo parlato al telefono con una studentessa berlinese
dell’introduzione del servizio militare in Germania e dello sciopero
antimilitarista studentesco che c’è stato in opposizione ai piani di riarmo
europei.
Intro:
Diretta con Ivana, studentessa berlinese che fa parte di young struggle,
organizzazione giovanile studentesca.
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Riarmo, Guerre globali, guerra ai poveri: il ruolo dell’Italia
Il processo di riarmo ci obbliga a fare i conti con un’accelerazione bellica su
scala globale che segna per l’Europa il tramonto della “Pax americana” impostasi
dopo la prima guerra mondiale, che segnò la sconfitta non solo dei paesi
dell’Asse ma anche delle potenze coloniali europee. Un equilibrio, che aveva
retto anche dopo la fine della guerra fredda tra Stati Uniti e URSS, oggi si è
spezzato.
Gli Stati Uniti, indeboliti dalle dinamiche capitaliste, puntano tutto sul caos
globale, sulla destabilizzazione di nemici e alleati recalcitranti, spingendo
l’acceleratore verso il moltiplicarsi dei fronti di guerra.
Siamo di fronte al delinearsi di uno scontro interimperialista di grande portata
dal quale potrebbero scaturire nuovi, inquietanti scenari.
Il dato più grave è la miopia dei movimenti di opposizione sociale, che in tanta
parte si gettano nel baratro di un nuovo campismo, affiancando regimi
autoritari, misogini ed omofobi, cui li unisce solo la contrapposizione con gli
Stati Uniti.
In questa partita proviamo a capire quale sia il ruolo dell’Italia ai tempi del
fascismo che sta ritornando.
Ne abbiamo parlato con Dario Antonelli
I primi sei mesi di Donald Trump
È tempo di bilanci. Nei primi sei mesi di governo il ciclone Trump è proceduto
attaccando a testa bassa i propri nemici, con un accanimento particolare con
quelli interni.
Le deportazioni di massa, la censura imposta alla pubblica amministrazione ed
alle università, lo smantellamento della sanità rappresentano alcuni dei
tasselli di un complesso mosaico.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Appuntamenti:
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
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Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
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Un mese dopo la presentazione della roadmap per una difesa UE a prova di
aggressioni esterne entro il 2030, la Commissione europea fa un salto di qualità
nella mobilità militare dell’Unione, che si scontra oggi con la realtà di 27
Stati nazionali che limitano gli attraversamenti di truppe e mezzi sui loro
territori. L’obiettivo è creare una ‘Schengen militare’ entro il 2027, perché –
come affermato dal commissario UE per la Difesa, Andrius Kubilius, prendendo in
prestito le parole di un generale statunitense – “la fanteria vince le
battaglie, la logistica vince le guerre”.
Che Bruxelles faccia sul serio, si evince dalle presenze dei commissari europei
alla presentazione del pacchetto sulla mobilità militare: oltre a Kubilius, la
vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, l’Alta rappresentante per gli Affari
esteri Kaja Kallas, il commissario per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas. Il
dato di partenza è inesorabile: alcuni Paesi membri “richiedono ancora un
preavviso di 45 giorni prima che le truppe di altri Paesi possano attraversare
il loro territorio per svolgere esercitazioni”, ha affermato Kallas.
Nel regolamento proposto dalla Commissione, l’obiettivo è ridurre i tempi
burocratici ad un massimo di tre giorni. Eliminando barriere normative e
semplificando le procedure doganali, Bruxelles vuole introdurre le prime norme
armonizzate a livello UE per i movimenti militari transfrontalieri. Alcuni
esempi pratici li ha indicati Tzitzikostas: “Semplificare le norme sul trasporto
di merci pericolose”, o ancora “consentire i movimenti militari nei fine
settimana e nei giorni festivi”.
Attraverso l‘istituzione di un quadro di emergenza poi, verrebbe dedicato
l’accesso prioritario alle infrastrutture agli apparati militari, e le procedure
per lo spostamento di contingenti potrebbero essere ulteriormente accelerate.
Sarebbe facoltà della Commissione, con l’approvazione degli Stati membri,
formalizzare le situazioni di emergenza.
Su un binario parallelo alla semplificazione delle normative, corre il
potenziamento delle infrastrutture. “Se un ponte non è in grado di sostenere un
carro armato da 60 tonnellate, se una pista è troppo corta per un aereo cargo,
abbiamo un problema”, ha sottolineato l’Alta rappresentante UE. Lo scheletro
esiste già, è l’infrastruttura della rete TEN-T. Su quella, la Commissione
europea ha identificato 4 principali corridoi militari e 500 punti nevralgici da
rafforzare. “Nella maggior parte dei casi – ha confermato Tzitzikostas – si
tratterà di potenziare le infrastrutture esistenti”. In un ottica dual use,
civile-militare, perché “nel 99,9 per cento dei casi” la rete servirà per
cittadini e merci”.
Un ruolo chiave nella rete TEN-T è stato assunto dall’Italia: quattro dei nove
corridoi attraversano lo stivale, il Baltico-Adriatico, lo
Scandinavia-Mediterraneo, il Reno-Alpi e il Mediterraneo. Dal punto di vista
geostrategico e militare è particolarmente rilevante il corridoio Mediterraneo
che collega i porti della penisola iberica con l’Ucraina, passando per il sud
della Francia, l’Italia settentrionale, la Slovenia e la Croazia.
Abbiamo contattato Fabrizio, del movimento no tav, per parlarci del TAV
all’interno della mobilità militare europea, come snodo del corridoio strategico
che unisce la penisola iberica all’Ucraina.
Abbiamo poi chiesto a una compagna antimilitarista genovese di parlarci del
progetto di ampliamento dei binari a Sampierdarena e del porto di Genova
all’interno della mobilità militare europea, nel corridoio Reno-mediterraneo.
Con una compagna di Messina abbiamo commentato l’inserimento del ponte sullo
stretto all’interno del corridoio TEN-T ‘Scandinavo-Mediterraneo’.
Citati nella puntata.
Il Tav all’interno dei corridoi di mobilità militare europea
Sulle ferrovie di Sampierdarena e del Porto di Genova
Sull’operazione Ipogeo
Il tema della transizione energetica ed ecologica si lega a doppio filo con la
corsa al riarmo e la riconversione al contrario, come viene definita da Linda
Maggiori, attivista, educatrice, giornalista freelance esperta di lotte
territoriali e filiera bellica, attenta osservatrice del genocidio in corso del
popolo palestinese e autrice, fra gli altri, di “Alberi: fermiamo la mattanza”
(2025, TerraNuova) e dei dossier “Le catene della guerra in Italia” e “I
portuali contro le guerre del mondo”.
A partire da un’inchiesta sulla Regione Emilia Romagna che spinge le piccole e
medie imprese a spostarsi nel settore, ben più redditizio, dell’aerospazio e
della difesa, un contesto in cui si colloca il progetto ERIS che vedrà sorgere a
Forlì un laboratorio di produzione di antenne a uso civile ma con la
partecipazione di aziende come Leonardo e Thales Alenia, affrontiamo il tema
della conversione bellica.
L’argomento sarà al centro del dibattito organizzato dai comitati cittadini a
difesa del territorio riuniti nella rete Resistenza Verde e dal collettivo
universitario Ecologia Politica di Torino.
Come viene riportato nell’indizione dell’incontro “Il segno comune sotto cui si
cerca di ristrutturare il discorso su guerra e natura è rappresentato dalla
sicurezza. Non certo una sicurezza che metta al riparo i territori dalle
conseguenze dirette del loro indiscriminato sfruttamento, quanto piuttosto una
sicurezza energetica e nazionale a garanzia dei consumi: di merci, di suolo, di
acqua e di vite. Qual è il costo reale di questa sicurezza? Cosa implica
l’asservimento della natura alle esigenze della guerra, qual è il riflesso di
questa operazione sulle nostre vite e quali sono le conseguenze a lungo
termine?” durante il quale si cercherà di tracciare dei ragionamenti comuni
insieme a Linda Maggiori, Vittorio Martone, docente di Sociologia dell’ambiente
presso l’Università di Torino e l’osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università.
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Il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius, che nel 2024 sosteneva che
saremo in guerra con la Russia nel 2029, adesso dice che succederà forse nel
2028, anzi che “alcuni storici militari ritengono addirittura che abbiamo già
avuto la nostra ultima estate di pace”.
Venerdì scorso, il Generale Fabien Mandon, Capo di Stato Maggiore delle forze
armate francese, ha parlato esplicitamente del rischio di “perdere i propri
figli” in un futuro conflitto con la Russia e ha esortato la Francia a
prepararsi a sacrifici — umani o economici — vista la crescente ambizione russa
di un confronto con la NATO entro la fine del decennio.
«Siamo sotto attacco: il tempo per agire è subito»: così riporta il documento
redatto dal ministro della Difesa Guido Crosetto, ora al vaglio del Parlamento.
A minacciare l’Occidente e l’Italia sarebbe la «guerra ibrida» portata avanti,
in particolare, da Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, combattuta tanto a colpi
di disinformazione e pressione politica quanto di minacce cibernetiche. Per
questo, l’Italia avrebbe bisogno della creazione di un’arma cyber, composta di
almeno cinquemila unità tra personale civile e militare. Solamente due settimane
fa, Crosetto aveva dichiarato che l’esercito italiano avrebbe bisogno di almeno
trentamila soldati in più.
In Polonia, in risposta agli atti di sabotaggio che hanno colpito le
infrastrutture strategiche della Paese, il premier Donald Tusk ha lanciato
un’operazione su larga scala, l’operazione Horizon, per aumentare i controlli
sulle infrastrutture del Paese, dispiegando 10mila soldati che lavoreranno
insieme a polizia, Guardia di frontiera, Servizio di protezione delle ferrovie e
ad altri enti responsabili della sicurezza dello Stato.
Appena una settimana fa, un mese dopo la presentazione della roadmap per una
difesa UE a prova di aggressioni esterne entro il 2030, la Commissione
europea dichiara di voler incrementare fortemente la mobilità militare
dell’Unione, che si scontra oggi con la realtà di 27 Stati nazionali che
limitano gli attraversamenti di truppe e mezzi sui loro territori. L’obiettivo è
creare una ‘Schengen militare’ entro il 2027, perché – come affermato dal
commissario UE per la Difesa, Andrius Kubilius, prendendo in prestito le parole
di un generale statunitense – “la fanteria vince le battaglie, la logistica
vince le guerre”.
Nei primi 15 minuti, parliamo del non paper di Crosetto sulla guerra ibrida, dei
piani di riarmo europeo delle infrastrutture, della logistica di guerra facendo
un po’ di rassegna stampa.
Successivamente approfondiamo gli stessi temi, a partire dagli ultimi sviluppi
nella guerra tra Russia e Ucraina, con la bozza di Trump per un piano di pace
che ha contrariato l’Europa, con lo storico Francesco Dall’Aglio, saggista,
esperto di est Europa e di questioni strategico-militari, gestore del canale
Telegram «War Room».- Russia, Ucraina, NATO.
Citati nella puntata:
Non-paper sul contrasto alla guerra ibrida di Crosetto
Libro bianco europeo per il 2030
Il Piano Rearm Europe