Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale
2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di
Meno Torino:
“Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una
giornata di lotta e mobilitazione.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che
rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al
centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e
istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è
un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche
autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza,
l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le
violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si
abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le
politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più
feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da
un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità
politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile
che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche,
persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità,
razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in
modo crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece
al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.
L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco
ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica
della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e
della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie
parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese
in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si
mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e
culturale.
Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per
poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il
peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella
violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel
consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e
straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere
uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le
vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della
cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo
presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del
governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in
politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e
profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e
amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri
sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni
studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di
guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono
pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e
svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul
piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine
(che sono ancora senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL
Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza
sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o
meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e
antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito
violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza
autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia,
l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in
lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare
insieme.
La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo
sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello
che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le
genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare
pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento
transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un
processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con
l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di
disuguaglianze e gerarchie.
E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro
riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia
di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e
contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma
un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di
lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e
maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi
autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi
carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla
salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche
istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e
le nostre vite terrone sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del
colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita,
non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in
cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e
provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei
giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che
non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese
sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL
COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta
avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato
per il 27 marzo.
Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro,
una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e
l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente
l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri.
Buon ascolto
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il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri
microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da
lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione
dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data
l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette
disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori.
Buon ascolto
Tag - queer
PRESENTAZIONE CON IREN3 VILLA | LESBISMO, FEMMINISMO E TEORIA QUEER
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(giovedì, 22 gennaio 18:00)
Giov 22 gennaio
Dalle 18 Aperitivo e chiacchiere con Iren3 Villa, ricercatric3 e autric3
Parleremo di lesbismo, femminismo e teoria queer a partire dai suoi libri "La
minaccia color lavanda" e "Gayle Rubin".
A seguire musichette Distro aperta. Benefit Radio Blackout
APERITIVO E CONCERTO LIVE RAP TRANSFEMMINISTA QUEER
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(sabato, 20 settembre 20:30)
Dopo il laboratorio di panchine, dopo il pranzo sociale ma soprattutto dopo il
corteo, torniamo tuttə insieme a Manituana
Riapertura alle 20:00 e a seguire aperitivo e concerto live rap transfemminista
queer con
@cinquecentotre
@siamocyborganafem
@yungpaninaru
💜
No machi, no si0nisti!
Porta le ame e porta il tuo bicchiere!
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete.
Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche in
streaming.
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
> Anarres del 20 dicembre. Transfemminismo: universale plurale. Città delle
> armi. Le case popolari e chi le occupa…
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Transfemminismo. Percorsi e prospettive per un approccio libertario alle
questioni di genere
I percorsi di libertà tracciati dalle soggettività tenute ai margini dalla
cultura patriarcale hanno scosso dalle fondamenta un ordine che pareva
immutabile arrivando a spezzarne la logica binaria ed essenzialista. (…)
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione delle identità di
genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine
mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della
rottura operata dal femminismo e dai movimenti lgbtqia+.
La sfida è su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al
capitalismo. Una sfida che non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si
attua nel convergere delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di
dar vita ad una prospettiva inedita.
Il sommarsi di diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme
di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio nei
confronti delle gerarchie di potere.
Le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non sono un conglomerato
concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa. Oltrepassarle per
cancellarle è un percorso complesso, perché investe una dimensione del sé che,
pur squisitamente culturale, è tanto forte ed introiettata sin dalla nascita da
parerci naturale. Al punto che gli stereotipi di genere finiscono con l’essere
fatti propri persino da chi rifiuta quello che gli/le è stato assegnato alla
nascita.
Il costruzionismo queer attua la strategia di decostruire le identità che
passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni
socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle
narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento
di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si
costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed
esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di
senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale,
alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
Un percorso importante ma delicato, perché, in modo del tutto paradossale,
talora la spinta ad aprire spazi che aspirano al riconoscimento delle cesure
discriminanti che segnano le vite di tante persone, finisce con il produrre un
cortocircuito identitario.
Always on the move/ La città delle armi
Era la capitale dell’auto. L’industria automobilistica era indicata tra le
eccellenze cittadine nei cartelli di ingresso alla città.
Torino è stata attraversata da due processi trasformativi paralleli: la città
vetrina e la città delle armi. Il primo è il fulcro della narrazione pubblica,
il secondo viene occultato tra satelliti ed esplorazioni spaziali.
La lenta ma inesorabile fuga della Fiat, ormai solo più un marchio per le auto,
ha decretato la decadenza e l’impoverimento della città. Sulle macerie di quella
storia le amministrazioni comunali degli ultimi vent’anni, hanno provato a
costruire, con alterna fortuna, “la città vetrina per i grandi eventi”, una
scelta dalle conseguenze politiche e sociali devastanti, perché si è basata su
violente dinamiche di controllo sociale ed interventi di riqualificazione
escludente, una sempre più netta dinamica di gentrification.
Il 13 dicembre vi abbiamo proposto una lettura ragionata della parte dedicata
alla città vetrina, in questa puntata ci siamo occupati di città delle armi.
Le case popolari e chi le occupa
Francesco Migliaccio conserva un piccolo archivio di articoli dalle pagine
cittadine di La Stampa e la Repubblica. Non è sistematico, eppure contiene
numerose cronache sugli sgomberi di appartamenti occupati in palazzine di
edilizia residenziale pubblica.
La sinistra che governa la città (buona e inclusiva) e la destra a capo della
regione (cinica e cattiva) sono complementari e collaborano nella guerra contro
i nemici pubblici degli ultimi mesi: gli occupanti di case, i disperati nei
camper parcheggiati in angoli d’asfalto.
Il linguaggio di giornalisti e rappresentanti delle istituzioni è sempre
approssimativo, abile ad alternare l’ipocrisia al razzismo. Di certo dai loro
discorsi sono rimosse le cause materiali, e storiche, che costringono le persone
a occupare le case popolari lasciate vuote e abbandonate.
Ne abbiamo parlato con Francesco, autore di un articolo uscito su Monitor
Appuntamenti:
Mercoledì 8 gennaio riaprono (A)distro e SeriRiot
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!
Informati su lotte e appuntamenti!
Venerdì 31 gennaio
Crisi climatica e azione diretta
Strumenti di ricerca, misurazione, analisi e lotta
ore 21 alla FAT
corso Palermo 46 Torino
Interverrà il fisico Andrea Merlone, Dirigente di ricerca all’Istituto Nazionale
di Ricerca Metrologica (INRiM) e ricercatore associato all’Istituto di Scienze
Polari del CNR.
Contatti:
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
Siamo in pausa per fine anno
Ci rivediamo il 7 gennaio.
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
Contatti:
FB
@senzafrontiere.to/
Telegram
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Iscriviti alla nostra newsletter mandando una mail ad: anarres@inventati.org
Universale singolare. Transfemminismo e anarchia
I percorsi di libertà tracciati dalle soggettività tenute ai margini dalla
cultura patriarcale hanno scosso dalle fondamenta un ordine che pareva
immutabile arrivando a spezzarne la logica binaria ed essenzialista.
La logica binaria è quella che divide le persone in base al sesso attribuito
alla nascita cui si pretende corrispondano precise caratteristiche di genere.
Il binarismo implica uno iato tra il più ed il meno, il pieno e il vuoto, il
vaso e il seme, lo spazio dei sentimenti e quello della ragione. Questa logica,
che si pretende naturale, fonda l’ordine patriarcale.
L’universale umano nasce e resta a lungo saldamente maschile. Un maschile cui
vengono iscritte le qualità intrinseche che “giustificano” la gerarchia tra i
generi, all’interno della gabbia normativa familiare e nella lunga esclusione
delle donne dalla vita pubblica.
L’ordine patriarcale si fonda sulla pretesa che la gerarchia sia biologicamente
fondata e su questa costruisce una cultura in cui si danno identità costanti,
fisse, socialmente definite.
La servitù femminile non è stata caratteristica di tutte le culture umane, ma è
stata ed è prevalente a tutte le latitudini.
La dinamica patriarcale fa si che la gerarchia si riproduca in ogni relazione
umana. Spezzare l’ordine patriarcale è necessario ad una trasformazione sociale
di segno libertario.
Essenzialismo, decostruzione queer e approccio anarchico
Con essenzialismo intendiamo la scelta di considerare giuste ed immutabili
tipizzazioni di genere del tutto culturali.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione delle identità di
genere. Concepire l’identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine
mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si alimenta della
rottura operata dal femminismo e dai movimenti lgbtqia+.
La sfida è su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al
capitalismo. Una sfida che non è mera astrazione o suggestione filosofica, ma si
attua nel convergere delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di
dar vita ad una prospettiva inedita.
Il sommarsi di diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme
di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio nei
confronti delle gerarchie di potere.
Le “identità sessuali”, anche nel loro farsi storico, non sono un conglomerato
concettuale da cui partire, ma semmai la questione stessa. Oltrepassarle per
cancellarle è un percorso complesso, perché investe una dimensione del sé che,
pur squisitamente culturale, è tanto forte ed introiettata sin dalla nascita da
parerci naturale. Al punto che gli stereotipi di genere finiscono con l’essere
fatti propri persino da chi rifiuta quello che gli/le è stato assegnato alla
nascita.
Il costruzionismo queer attua la strategia di decostruire le identità che
passano come naturali considerandole invece come complesse formazioni
socio-culturali in cui si intrecciano discorsi diversi.
Un approccio libertario deve e può andare oltre la decostruzione delle
narrazioni che costituiscono le identità di genere, perché vi innesta l’elemento
di rottura rappresentato dall’agire politico e sociale di soggetti, che si
costituiscono a partire dalle proprie molteplici alterità, rivendicate ed
esperite sul piano della lotta. Soggetti capaci di una autonoma produzione di
senso, di relazioni, di pratiche sovversive rispetto all’ordine patriarcale,
alla logica binaria, alla naturalizzazione delle relazioni sociali.
Un percorso importante ma delicato, perché, in modo del tutto paradossale,
talora la spinta ad aprire spazi che aspirano al riconoscimento delle cesure
discriminanti che segnano le vite di tante persone, finisce con il produrre un
cortocircuito identitario.
Proviamo a spiegarci meglio.
Nessuno meglio di chi vive una discriminazione può renderla intelleggibile a
tutt* e promuovere istanze che consentano un percorso di liberazione.
Il movimento femminista, quello LGBTQIA+, prendono le mosse dalla presa di
parola autonoma, dalla contestazione del linguaggio che marca la gerarchia,
dalla frantumazione della materialità dell’oppressione. Se l’universale è
maschile, europeo, ricco, eterosessuale, il resto è margine inessenziale, che va
sottomesso, negato, asservito e, spesso anche eliminato. Quindi la parola libera
di chi era (ed è) la striscia bianca ai lati del grande libro della storia umana
è intrisecamente sovversiva. Quando questa parola entra nel discorso pubblico lo
modifica in modo radicale: ha un ruolo cruciale nel frantumare ogni logica
escludente ed oppressiva.
I processi di soggettivazione degli esclusi dall’astratto universale illuminista
hanno innescato percorsi trasformativi, in cui le differenze e, quindi, il
frantumarsi del soggetto politico borghese, maschio, eterosessuale, ricco, di
cultura europea hanno aperto un orizzonte di lotta inedito. Si è trattato di un
percorso lungo, non terminato, che purtroppo oggi rischia di perdersi in mille
rivoli identitari chiusi in se stessi, incapaci di aspirare collettivamente ad
un universale includente.
In certi ambiti di movimento la presa di parola ed iniziativa degl* esclus* si
declina nella pretesa che la sola parola legittima sia quella di chi vive una
discriminazione. Agl* altr* è concesso solo “mettersi in ascolto”. Da qui al
negoziare il proprio diritto all’alterità con il riconoscimento acritico di
qualsiasi altro percorso identitario, il percorso è breve. Il rischio, evidente,
è l’affermarsi di una nuova, più subdola, forma di essenzialismo, che spesso si
interseca con una lettura distorta dei percorsi decoloniali, che finisce con il
legittimare nazionalismi, comunitarismi, identitarismi religiosi.
Su questo terreno è necessario un lungo lavoro di elaborazione teorica e,
insieme, una capacità di attraversare gli ambiti transfemministi e queer con
proposte e orizzonti di lotta di segno libertario.
Femminismi della differenza e transfemminismo
I femminismi della differenza sono lo specchio capovolto del dominio maschile.
Binarismo ed essenzialismo permangono in questi femminismi, che, pur negando il
disvalore delle donne, riproducono al femminile le gerarchie tipiche delle
culture fondate sul dominio maschile ed eterosessuale.
Il mero afflato paritario sul piano dei diritti si limita a riempire il vuoto,
inserire l’eguale, dare corpo al vaso, attenuare la dicotomia tra ragione e
sentimento, senza spezzare la logica binaria.
Sono femminismi incapaci di cogliere come il patriarcato sia uno dei tasselli
che disegnano il mosaico di società basate sulla competizione, lo sfruttamento,
la violenza sistemica nei confronti di chi è posto ai margini.
Questi femminismi sono facilmente riassorbibili nell’ordine statale e
capitalista.
Al contrario il transfemminismo all’alba del terzo decennio del secolo esperisce
la possibilità di passare dal genere all’individuo, dalla gerarchia
sessualizzata alla molteplicità.
È un femminismo che, in ogni angolo del pianeta, si deve confrontare con
l’estrema violenza della reazione patriarcale, che si traduce sia in gabbie
normative, sia in violenza sistemica nei confronti delle identità mobili,
irriducibili ad ogni logica binaria.
Chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza
dirompente, perché sbriciola il binarismo e l’essenzialismo.
All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre e
per le religioni la difesa di identità rigide ed escludenti diviene il centro
nevralgico dell’azione politica. Il piedistallo “identitario” è la base che
regge la pretesa di disciplinare identità e corpi non conformi.
Sanno bene che l’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle
identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti, quando l’io diviene
approdo di percorsi irriducibilmente individuali ma esperiti nella forza di
lotte collettive.
La reazione patriarcale
Le destre identitarie e sovraniste, sostengono il capitalismo e la divisione in
classi, ma li vorrebbero mitigati da un forte stato etico, saldamente fondato
sulla famiglia, sulla nazione, sulla religione. Dio, patria, famiglia, un
assioma che non disturba gli affari ma rimette in ordine il mondo.
A tutte le latitudini del pianeta si attacca la materialità dei percorsi di
liberazione che hanno segnato il secolo scorso. La libertà di decidere sulla
maternità, l’uso normalizzante della psichiatria, sino alla negazione
dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla stessa possibilità di muoversi in
autonomia segnano le vite di tanta parte delle donne e delle persone non
conformi che vivono su questo pianeta. Vi è profonda assonanza tra le politiche
delle destre dell’Occidente “democratico” e quelle dei paesi dove si sono
imposte varie forme di fondamentalismo religioso.
La “famiglia” come nucleo etico rappresenta l’elemento normalizzatore di
“anomalie”, che le lotte delle donne, delle persone omosessuali, asessuali,
transgender, hanno reso visibili e pericolose per ogni pretesa di
socializzazione autoritaria dei bambini, delle bambine, dei bambinu.
Non solo. Oggi il disciplinamento delle donne, specie di quelle povere, è parte
del processo di asservimento e messa in scacco delle classi subalterne. Ne è uno
dei cardini, perché il lavoro di cura non retribuito è fondamentale per
garantire una secca riduzione dei costi della riproduzione sociale.
Un “sinistro” essenzialismo
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa
sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
La deriva identitaria non è mero patrimonio delle destre sovraniste, localiste,
fasciste, misogine, omofobe, razziste, perché sfiora anche ambiti di movimento,
che si pretendono distanti dall’approccio essenzialista della destra.
La reazione alla violenza del capitalismo, all’anomia della merce, alla feroce
logica del profitto, alla paura dell’onnipotenza della tecnica rischiano di
produrre mostri peggiori di quelli da cui si fugge.
L’anarchismo si sta confrontando con un mondo dove ci sono stati cambiamenti
epocali. Nel giro di pochi decenni siamo passati dal pallottoliere al web, dalla
macchina fotografica alle immagini satellitari, dalle lettere alle chat, dai
sorveglianti umani agli occhi elettronici, dal posto fisso alla precarietà
strutturale, dal lavoro alla catena alle catene del telelavoro.
Un lungo processo di straniamento.
Il moloch tecnologico, assunto come nemico totale, ha aperto la strada ad un
anarchismo che fugge in un passato immaginario, dove germogli un futuro che nega
l’umano, così come si è costruito nel processo di civilizzazione, identificato
tout court con la nascita e il consolidarsi della gerarchia, del dominio, della
violenza dei pochi sui molti. Il futuro diviene “primitivo”, nel senso
etimologico del termine, un tempo-spazio dove si torna al primus, ad una
dimensione in cui l’umano si (ri)naturalizza, in una concezione essenzialista e
non culturale della “natura”.
Una fuga nichilista che riflette l’impotenza di fronte ad una complessità che
non si riesce a capire né a controllare: il moloch può essere distrutto solo a
prezzo di rinunciare alla libertà, per rifugiarci tra le braccia esigenti e
soffocanti della natura-madre.
Il processo di rinaturalizzazione dell’umano operato da queste correnti nega i
percorsi costruiti dalle identità fluide, disancorate, in viaggio che si
reinventano fuori e contro la logica binaria dei generi.
Fuggire al dominio della merce, al controllo dello stato, alla paura della
tecnica che si ritiene impossibile controllare, porta a negare la diversità e
pluralità dei percorsi individuali. Manca la gerarchia formale ma non c’è
traccia di libertà. L’unica libertà è quella di adeguarsi ad essere quello che
“spontaneamente” saremmo, se le incrostazioni della “civiltà” non si avessero
snaturat*.
Da qui a negare l’aborto, le tecniche contraccettive non “naturali”, l’utilizzo
di ormoni e tecniche chirurgiche per modificare il proprio corpo, il passo è
stato breve.
La negazione dei percorsi di decostruzione del genere conduce ad approdi non
troppo distanti da quelli delle religioni e delle destre fasciste.
Le questioni di genere vengono relegate ai margini di un discorso di
trasformazione sociale, che, nella migliore delle ipotesi, le considera
inessenziali.
Universale plurale
I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla
logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la
razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Le dislocazioni, i transiti e le ricombinazioni che rompono con qualsiasi
pretesa di pietrificare le identità, frantumano l’essenzialismo ed aprono una
sfida radicale, insuscettibile di riassorbimento in logiche gerarchiche e
capitaliste.
Lo scarto degl* esclus* non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è
solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le
radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi
percorsi.
Nessuna posizione può pretendere di riassumere in se l’oppressione e i relativi
percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta, escludente.
In questa prospettiva il relativismo dei posizionamenti, viene superato
dall’universalismo della spinta ad una radicale trasformazione della società.
L’universale occidentale, costitutivamente escludente e marginalizzante nei
confronti di tutt* coloro che non sono considerat* pienamente cittadini (poveri,
migranti, donne, soggettività non conformi alla norma etero-cispatriarcale,
ecc.), e il relativismo assoluto, sostanzialmente acritico nei confronti di
usanze e pratiche spesso pesantemente oppressive, sono due facce della stessa
medaglia. Si pongono in posizione equidistante rispetto alla concreta
prospettiva di un universale plurale in via di costruzione, che scaturisce dai
percorsi di lotta intrapresi dai movimenti. Movimenti in cui hanno un ruolo
importante coloro che si soggettivano a partire dalla consapevolezza della
propria condizione e sanno, insieme, sperimentare strade in cui ogni gabbia
identitaria viene spezzata.
Non è mera astrazione, ma la prospettiva concreta del pluriverso, un mondo nel
quale convivono più mondi, nel quale sia possibile valorizzare al massimo la
diversità nell’uguaglianza, la libertà di tutt* e di ciascun*.
Il femminismo libertario e anarchico pone al centro una critica radicale
dell’istituito, perché ciascun* attraversi la propria vita con la forza di chi
si scioglie da vincoli e lacci.
Lo sguardo transfemminista è imprescindibile per un processo rivoluzionario che
miri al sovvertimento in senso anarchico dell’ordine sociale e politico in cui
siamo forzat* tutt* a vivere.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione
conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La
solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni
libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.
(questo testo è frtto del confronto tra le compagne e i compagni della FAT)
Il nostro nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming. Ascolta e diffondi l’audio della puntata (per motivi tecnici
manca, purtroppo, la prima parte): Dirette, approfondimenti, idee, proposte,
appuntamenti: Renicci D’Anghiari. Un campo di concentramento fascista […]
Il 24 giugno si è tenuta la seconda edizione della Smarza Pride, pride
indecoroso, queer, fuori e contro le logiche istituzionali, il rainbow washing.
Migliaia di persone hanno attraversato la città in una giornata di lotta, di
festa, di esplosione di corpi ribelli, fuori da ogni percorso di normalizzazione
arcobaleno, piene della rabbia per le […]