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25 aprile 26 contro guerra e fascismo: Occupa, Sabota e Resisti!
qui il programma della giornata Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso. Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera cappa dei fascismi. Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre più oscuro. I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare, accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio contraltare  di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste individualismo che ci vuole soli e senza speranza.  Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte. Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un primo sollevamento tangibile  contro il genocidio del popolo Palestinese e il tacito avallo dell’Unione Europea. Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi, perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i popoli.  In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa, mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre più forte percorrono il Paese. Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno, questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per produrre conflitto. E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.  Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte, risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento. Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce. Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi. RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI, FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ E quando ci incontriamo non c’è segno di resa E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
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Il nostro contributo sui Centri Sociali Occupati oggi
> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE > RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO > ATTUALE. Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni. Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento. DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ LIVELLI DI COMPLESSITÀ. Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi, come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche del capitale può ancora sprigionare? Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non chiuso; situato, ma non confinato. La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del movimento a partire da esso. Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale. È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse, relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione collettiva. Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per elaborare strategie e consolidare legami. Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono sempre più rari e compressi. Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in cui essere e sentirci all’opposto. Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine strutturale e le precarietà che il sistema produce. Un’isola non è tuttavia un recinto. Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla società dominante senza però incidere realmente su di essa. In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza trasformativa. Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto: uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini. Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere, nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone. E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno spazio qualunque? O nell’affittarne uno? A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà l’esperienza politica. Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato, significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità. LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO. L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire, prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano possibili, dove si intravvedono altre forme di vita. In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione permanente con l’ordine istituzionale. Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”, ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che, attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto, trasformato, liberato. Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione sarà già avvenuta: come si organizza una società rivoluzionaria? Come e cosa produce? Come prende le decisioni? Come applica la giustizia e come la forza? Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida, diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini. UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO. La vecchia talpa che erode il sistema. Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui provare a farlo crollare. Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!   C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
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8 Marzo ovunque – 8 Marzo tutti i giorni
Se è vero che ogni 8 marzo è importante, quest’anno la lotta è soprattutto antigovernativa. Un governo che produce norme incessanti volte a criminalizzare il dissenso, aumentare le pene, sovraffollare carceri già esplosive, colpire categorie umane già fortemente marginalizzate e, ovviamente, norme che abbiano oggetto i nostri corpi.Dopo il reato di femminicidio di cui non avevamo alcun bisogno, e che poco velatamente ci ricorda chi è donna, e chi non lo è (le nostre sorelle trans), nelle ultime settimane ad essere sotto attacco è un concetto che tanto duramente i femminismi, nei decenni, hanno lottato per visibilizzarlo, per portarlo al centro del dibattito sulla violenza di genere: il consenso. Il ddl Buongiorno, se approvato, ci riporterà indietro, a tempi ancora più oscuri di quelli attuali. La donne su cui è stata agita la violenza dovrà in sede processuale dimostrare di aver detto NO; si esacerberà il meccanismo in cui la vittima diventa imputata, costretta a rivivere la violenza incessantemente. Il consenso verrà sostituito dalla “volontà contraria all’atto sessuale”, ossia dalla prova di aver espresso un “dissenso”. Va da sé che alcuni corpi saranno colpiti da questa norma più di altri: le persone trans, l* sex worker, le persone con disabilità, tutte le soggettività che subiranno le violenze tra le proprie mura domestiche dove dire no è più difficile da provare se l’abuser è tuo (ex) marito o il tuo compagno. E sappiamo bene quanto le violenze avvengano soprattutto dentro il focolare domestico. Questo meccanismo avrà conseguenze a valanga. E richiederà la complicità di altri attori, tra cui i tribunali e i consultori. La macchina sanitaria sarà investita da un processo probatorio che metterà estremamente in difficoltà chi ancora denuncerà. E il comparto sanitario dovrà decidere da che parte stare. Oggi scioperiamo con tutta la nostra rabbia e solidarietà reciproca e chiediamo a tutt* l* operator* sanitari* di unirsi alla lotta contro questo governo liberticida. 8 marzo ovunque, 8 marzo ogni giorno!  
Antisessismo
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Zona San Paolo
comunicato
transfemminismo
Aggiornamenti sul processo di Moussa Balde
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde, cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato italiano espressa tramite i CPR. Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento e abbandonato lì . Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita. Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte. Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti civili. Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti. Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo, perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici. Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata, in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se il sistema uccide, nessuno è responsabile. D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime violazioni dei diritti non perseguibili penalmente. Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni, insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione. Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”, adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 . Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 . Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato costretto a lasciare il proprio paese . L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali, fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni. Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3 docenti universitari. Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari. Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei detenuti e alle loro rivolte. La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo. Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere. MOUSSA VIVE I CPR VANNO CHIUSI
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Reclaim the Theatre III
> Cosa sono i margini?  > > Cosa pensiamo di intravedere nel limbo fra conosciuto e insondabile? > > Il teatro con i suoi “riflettori” ci aiuta a comprendere,  ri-plasmandole e > ri-trasmettendole, tutte quelle storie e quelle emozioni che riteniamo > fondanti per la trasformazione rivoluzionaria a cui ambiamo. > > Il teatro di tuttə, il teatro per tuttə.   Scopri il programma qui: > >>>> RECLAIM THE THEATRE <<<<<  
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resistenza
Aggiornamenti dalla raccolta solidale
Dalla riapertura del lager di Corso Brunelleschi abbiamo sempre cercato di portare la nostra solidarietà alle persone recluse -che sbirri e operatori del centro con nervosismo continuano a chiamare “”ospiti””. Le condizioni all’interno del lager continuano a essere, e saranno sempre, degradanti. Le rivolte scoppiate nelle scorse settimane lo dimostrano chiaramente: non può esistere una vita dignitosa tra quelle mura. Negli ultimi giorni stanno venendo aperte nuove aree e le persone recluse sono sempre di più, quasi settanta ormai. Come ci raccontano i reclusi all’interno del lager, le condizioni di vita sono degradanti e i detenuti vengono umiliati quotidianamente. Crediamo che la solidarietà passi anche attraverso la consegna dei pacchi contenenti vestiti e generi alimentari. Questi ultimi molto importanti, non solo perché allo “shop” del CPR un pacco di biscotti arriva a costare 7 euro, ma anche perché il cibo somministrato è pieno di psicofarmaci utilizzati per sedare le persone recluse. Ma soprattutto gli consente di avere la libertà di scegliere se accettare o rifiutare il pasto. Consegnare i pacchi per noi è un modo per fare sentire alle persone recluse che non sono sole, che esiste una solidarietà, anche molto concreta, fuori da quelle mure. Sbirri, militari e operatori hanno sempre mostrato grande nervosismo quando siamo andat3 a consegnare tutti quei pacchi. Dopo le prime rivolte hanno man mano aggiunto regole e procedure per danneggiare anche questa forma di solidarietà, cercando sempre pretesti per non fare arrivare i pacchi ai detenuti. Qualche pacco (fortunatamente pochi) non è arrivato, il cibo prossimo alla scadenza le ultime volte è stato rifiutato, alcune cose accettate una volta, non lo sono state la volta successiva. E dulcis in fundo, durante l’ultime consegne ci è stato detto che si possono consegnare vestiti esclusivamente nuovi o con lo scontrino della lavanderia. Tutto ciò, dicono, per il “benessere” dei detenuti che altrimenti rischierebbero la scabbia (come se non fossimo in grado di lavare i vestiti). Ancor peggio è che, se per i primi pacchi era possibile incontrare i reclusi, salutarsi brevemente vis a vis, anche se circondatɜ da una dozzina di sbirri di ogni tipo, dopo le prime rivolte hanno deciso che questo non era più ammesso dal regolamento, che “non c’era bisogno”. Nel continuo processo di disumanizzazione e isolamento totale adesso sono gli sbirri a consegnare i pacchi. Insomma, la vendetta istituzionale per essersi rivoltati tenta di recidere i pochi legami di solidarietà, ma non arrendiamoci. Grazie alla raccolta, siamo riuscitɜ a fare delle grandi consegne di pacchi, ma le richieste da dentro continuano ad arrivare, per questo la raccolta va avanti. Ricordiamo che a causa delle nuove restrizioni i vestiti che raccogliamo devono essere NUOVI. Per chi volesse contribuire alla raccolta può passare il martedì e il mercoledì dalle 17.00 alle 20.30 al Gabrio in via Millio 42 o contribuire economicamente via satispay. Per chi volesse organizzarsi ci vediamo in assemblea tutti i martedì alle 19.30 al Gabrio Freedom, Hurrya, Libertà!
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RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO
Dopo due anni, torniamo a raccogliere beni di prima necessità per le persone recluse nel CPR. Il lager torinese ha riaperto ormai più di un mese fa; è cambiato l’ ente gestore, ma nella realtà nulla all’interno è cambiato. I detenuti sono trattenuti in condizioni invivibili, sia in termini materiali sia rispetto alla violenza quotidiana a cui sono costretti. Da dentro chiedono di poter accedere a beni di prima necessità, come vestiti puliti e biscotti. Il cibo, “offerto” dal nuovo gestore Sanitalia, è immangiabile, esattamente come in passato. Dentro il CPR c’è uno spaccio alimentare dove i prezzi sono proibitivi (un pacco di biscotti costa 7€). La dignità di queste persone è oggi come allora calpestata ogni giorno nei modi più disparati possibili. La nostra solidarietà è un’arma, usiamola! Leggi tutto: RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO Ci sono due modi per farlo: -facendo una donazione tramite satyspay -portando i generi di prima necessità martedì e mercoledì dalle 18.00 alle 20.30 al CSOA GABRIO in Via Millio 42 CHE COSA SERVE? (LEGGI CON ATTENZIONE) Beni alimentari: Caffè in cartone (in alluminio non entra) Thè Merendine Zucchero in bustine (pacchi grandi non entrano) Biscotti Pan bauletto Beni igienici: Shampoo Balsamo Bagnoschiuma Crema corpo (No plastica dura) Vestiti (appena lavati!): Tutto da uomo Mutande (nuove) Calzini (nuovi) Pantaloncini T-shirt Polo Magliette maniche lunghe Felpe (togliere lacci) Ciabatte di plastica dal 41 in sù (no parti di metallo)
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25 APRILE 25 – CONTRO IMPERIALISMO E GUERRA
Ci avviciniamo a celebrare l’80esimo anniversario della liberazione dal nazi-fascismo immersi in un’atmosfera da fine del mondo. Se non fosse bastata la promessa distruttiva della crisi ecologica in cui siamo immers*, con la sindemia del covid come trauma collettivo già quasi-rimosso, la guerra aperta è nuovamente esplosa anche nella “pacifica” Europa. Sappiamo bene che per i popoli e per le soggettività oppresse, così come per le lavoratrici e i lavoratori, la guerra, nelle sue forme più esplicite delle bombe in Palestina o in quelle meno dichiarate come femminicidi, transicidi, morti sul lavoro o in mare, non si era mai fermata.  Al contempo però assistiamo ad un cambio di paradigma, esemplificato dai discorsi intorno alla guerra guerreggiata, dal via libera al riarmo come unica soluzione per salvarci dalla barbarie, dal riaccendersi dei nazionalismi e dalle guerre commerciali. Eppure, di fronte all’intensificarsi del genocidio in Palestina, all’aumento vertigionoso delle spese in armamenti in Europa e nel mondo, alla violenta repressione del dissenso che, partendo dagli USA di Trump e passando per la “democratica” Germania, arriva fino alla fascistissima Italia, non è il momento di abbandonarci allo sconforto nè di soccombere alla disillusione. Il macro della geopolitica estera si riflette e rafforza nel micro delle nostre vite e dei quartieri in cui viviamo come nodi in tensione da cui rispondere, opporsi e resistere, soprattutto quando la sospensione totale di qualsiasi forma di democrazia si rende evidente. Ci scontriamo infatti con disuguaglianze di classe sempre più amplificate, le stesse che rendono impossibile a moltx avere una casa ed arrivare a fine mese nonostante un contesto urbano colmo di spazi abbandonati lasciati a marcire. Le città che abitiamo si rivelano divise in frontiere interne che separano i quartieri  “riqualificati”, accessibili a poch*, da quelli “indecorosi”, raccontati come pericolosi attraverso le famose “zone rosse” fino a rendere di nuovo legittimi e desiderabili luoghi di confine e tortura come le carceri e i cpr. Nel clima di guerra diffuso, non sono solo le fasce più marginalizzati a subire il neofascismo, siamo tutt noi, perché i tagli all’istruzione, alla ricerca, alla salute pubblica, ai centri antiviolenza hanno effetti reali sui corpi senza distinzioni, seppur con differenti gradi di severità. In questo meccanismo stratificato, la guerra si presenta come realtà pronta a riscrivere i presupposti di ulteriori divisioni sociali, nuovi sommersi e salvati mentre si allarga la fascia di persone e corpi sacrificabili. Se la confusione è grande sotto il cielo, il momento non è certo eccellente, eppure il mondo è lungi dall’essere pacificato: in Palestina il movimento di resistenza palestinese affronta con determinata ostinazione il tentativo di cancellazione del loro popolo, negli Stati Uniti studentesse e studenti infiammano le università sfidando l’ira repressiva del governo repubblicano, mentre dal Chiapas arriva l’appello a costruire “il giorno dopo” della tempesta capitalista. IL 25 aprile ci pare allora quanto mai attuale, nel suo interrogarci in maniera urgente, non solo oggi ma nelle lotte che animiamo tutti i giorni: di fronte alle crisi del mondo che conosciamo, con i suoi immancabili risvolti violenti e sanguinari, da che parte stiamo? Quali responsabilità, individuali e collettive, ci chiamano all’azione? Ieri come oggi, resistere rimane per noi una postura necessaria quanto diversificata nella molteplicità di pratiche, forme e idee disposte a contrastare imperialismi e fascismi vecchi e nuovi. Che sia nell’opporsi a progetti estrattivi ed ecocidi tramite sabotaggi e picchetti, occupando fabbriche e rivoluzionando gli assetti produttivi in chiave anti-capitalista, dis-armando una guerra contro le donne e le soggettività non conformi al mito patriarcale e alle sue soluzioni punitive e securitarie. Smontando il mito del progresso e della pace basate su violenza e sfruttamento lontano dai nostri occhi. Resistiamo e ci organizziamo nella lotta liberando spazi e menti, salvando il desiderio di un’alternativa rispetto a un mondo in fiamme, occupando case, palazzi, quartieri e università per dar spazio a nuove forme del sociale, di alleanze e di solidarietà nelle lotte di ciascun contro nemici comuni, perchè nessunx rimanga solx.  Oggi, dopo 80 anni, siamo qui per ricordare, e per non dimenticare mai, il costo della nostra libertà e la sua necessità, uno sforzo continuo da compiere insieme, giorno dopo giorno. Sarà un giorno di festa e di lotta, vogliamo passarlo con l* nostr* compagn*, sicur* che le nostre strade si incontreranno ancora e spesso nei tempi prossimi di resistenza.  Fino alla rivoluzione ★ PROGRAMMA ★ 
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25 aprile
🎭Reclaim the Theatre vol. II
Con la volontà di riappropriarsi di questa forma d’arte come veicolo espressivo, divulgativo e sociale. Con la consapevolezza che il teatro è quasi sempre in grado di abbracciare le rivoluzioni e diventarne un megafono potente e privilegiato. Speriamo che, a loro volta, anche le nostre rivoluzioni possano intessere un legame profondo e fertile con il teatro.   Scopri il programma qui
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🔴𝘿𝙞𝙘𝙝𝙞𝙖𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚 𝙧𝙞𝙘𝙝𝙞𝙚𝙨𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙉𝙚𝙩𝙬𝙤𝙧𝙠 𝘼𝙜𝙖𝙞𝙣𝙨𝙩 𝙈𝙞𝙜𝙧𝙖𝙣𝙩 𝘿𝙚𝙩𝙚𝙣𝙩𝙞𝙤𝙣 𝙙𝙤𝙥𝙤 𝙡𝙖 𝙢𝙤𝙗𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙞𝙣 𝘼𝙡𝙗𝙖𝙣𝙞𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’1/2 𝙙𝙞𝙘𝙚𝙢𝙗𝙧𝙚🔴
𝗟𝗮 𝗱𝘂𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗼𝗰𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗥𝗮𝗺𝗮-𝗠𝗲𝗹𝗼𝗻𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗮, 𝗺𝗮 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗻𝗮 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗮! Come realtà dal basso, movimenti sociali, associazioni, abbiamo dato vita al Network Against Migrant Detention, una rete transnazionale che si oppone al sistema della detenzione amministrativa e all’esternalizzazione delle frontiere. 𝑸𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒈𝒊𝒖𝒏𝒕𝒐 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆 𝒓𝒊𝒗𝒆𝒏𝒅𝒊𝒄𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒕𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒆 𝒐𝒃𝒊𝒆𝒕𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒆𝒈𝒖𝒊𝒓𝒆. Contro i CPR, contro le politiche migratorie razziste e neocoloniali del governo Meloni, contro il nuovo Patto europeo sulla Migrazione e Asilo. 🔥𝙋𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙡𝙞𝙗𝙚𝙧𝙩à 𝙙𝙞 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙚 𝙚 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞!🔥 ENGLISH The Italy-Albania Protocol is a failure from every perspective! Despite the decision of the Italian government to suspend the deportation of migrant people to Albania, we as Network Against Migrant Detention have decided to stick to our mobilization on December 1 and 2 in Tirana, as well as at the centers in Gjadër and Shëngjin, to express our dissent against the deportation system established by the Protocol. While this failure represents a temporary stalemate, we are well aware that the logic driving these policies is far from defeated. Just weeks after the Protocol’s implementation, the use of the hotspot and detention facilities in Albania has been suspended, at least until the European Court of Justice issues its rulings. The mechanism has stumbled over the definition of a “Safe Country of Origin” temporarily challenged by the October 4, 2024 ruling by the European Court of Justice. The ruling states that a country cannot be deemed safe unless it is so across its entire territory and for everyone. In practice, every case must be evaluated individually, and judges must consider whether the country in question is actually safe for the specific individual at the time of the decision. Thanks to this ruling, Italian judges have repeatedly disregarded the executive orders imposed by the Meloni government through emergency legislative decrees. While this partial victory reflects a European legal framework that still withstands the harsh blows inflicted by illiberal right-wing forces and governments of all political stripes, it has been achieved through struggles, above all those of migrant people themselves, affirming the right to asylum and freedom of movement. Therefore, we believe that relying solely on the judicial system is insufficient to halt these policies. The horizon towards which the Protocol is heading is the implementation of the New Pact on Migration and Asylum planned for June 2026. This will introduce new criteria for defining safe countries of origin, broadening the scope for accelerated border procedures. At that point, the design of externalization embodied by the Italy-Albania Protocol might face no further obstacles and could serve as a model to be replicated in other EU Member States. For this reason, over 200 activists from Italy, Albania, and Greece have gathered this weekend in Tirana, staging protests in front of the hotspot at port of Shëngjin, the detention center in Gjadër, the Albanian government headquarters, the Italian Embassy, and the European House. Our goal is to lay the groundwork for a broad pan-european and transnational mobilization capable of opposing these policies in the long term. As members of the Network Against Migrant Detention, we demand: The dismantling of Italian detention centers on Albanian territory, rejecting any repurposing for other forms of detention The abolition of any form of administrative detention for migrant people and asylum seekers. The abolition of the concept of a “Safe Country of Origin,” which serves only to restrict international protection. The withdrawal of Italian military forces from Albanian territory and their immediate return to Italy. The opening of safe, legal and accessible pathways, the right to mobility and self-determination for all migrant people, and the granting of the right to circulate freely, regardless of motivations and status recognition   The Network Against Migrant Detention sets the following objectives:   To oppose the Meloni-Rama Protocol and the model it represents through various political tools, including information campaigns, public mobilizations, strategic litigation, and pressure involving opposition politicians from Italy and Europe, creating a broad, cross-sectoral, and interdisciplinary movement. To obstruct the construction of new detention and deportation centers and the strengthening of existing ones in Italy and Europe, promoting a counter-narrative to the populist rhetoric that exploits fear to justify militarized forms of security. This includes exposing the administrative detention industry, highlighting violations of fundamental rights within detention centers, and proposing a reception model centered on dignity, autonomy, and the development of migrant people’s life projects. To build a transnational and trans-European movement that establishes the struggle for universal freedom of movement as a fundamental condition for the radical democratization of this political space. This movement stands against both the rise of nationalist, illiberal conservatism in Europe and the neoliberal institution of the EU. Both in continuity with each other, reinforce violent systems of rejection and selection of migrant people. To forge connections beyond European territories with those opposing the EU’s border externalization policies, rejecting the neocolonial coercion imposed by agreements with third countries in exchange for European integration and economic support. —————————————————————————————————— ITALIAN Il Protocollo Italia-Albania è un fallimento sotto tutti i punti di vista! Nonostante la decisione del governo italiano di sospendere le deportazioni di persone migranti in Albania, come Network Against Migrant Detention abbiamo deciso di mantenere la mobilitazione l’1 e il 2 dicembre a Tirana e presso i centri di Gjadër e Shëngjin per esprimere il nostro dissenso verso il sistema di deportazione messo in piedi dal Protocollo. Benché il fallimento rappresenti un momentaneo stallo, sappiamo che la logica che anima queste politiche è tutt’altro che sconfitta. A poche settimane dall’entrata in funzione del Protocollo, è stato sospeso l’utilizzo delle strutture di hotspot e di detenzione in Albania, almeno fino alle pronunce della Corte di Giustizia Europea. Il meccanismo si è inceppato sulla definizione di Paese d’Origine Sicuro, su cui la sentenza del 4 ottobre 2024 della Corte di Giustizia Europea ha posto un momentaneo argine. Essa infatti indica che un paese non può considerarsi sicuro qualora non lo sia nella totalità del suo territorio e per tuttə. Nella pratica, ogni caso deve essere valutato singolarmente, e il giudice deve considerare se, al momento della decisione, il Paese in questione è effettivamente sicuro per quella specifica persona. Grazie a questa decisione i giudici italiani hanno potuto ripetutamente disapplicare l’ordine esecutivo che il governo Meloni ha impartito attraverso decreti-legge approvati d’urgenza. Se questo parziale risultato è anche frutto di un sistema di diritto europeo che ancora regge i duri colpi inferti tanto dalle destre illiberali quanto dai governi di ogni altro colore politico, conquistato attraverso le lotte soprattutto delle persone migranti per affermare il diritto di asilo e la libertà di movimento, crediamo che il solo piano giudiziario non sia sufficiente per porre un freno a queste politiche. Infatti, l’orizzonte verso cui il Protocollo si proietta è l’applicazione del Nuovo Patto sull’Immigrazione e l’Asilo prevista per giugno 2026, che introdurrà nuovi criteri per la definizione di paese d’origine sicura, estendendo i casi di applicazione delle procedure accelerate per la richiesta di asilo in frontiera. A quel punto, il disegno di esternalizzazione che il Protocollo Italia-Albania incarna potrebbe non trovare più ostacoli e rappresentare un modello da riprodurre da parte degli Stati Membri dell’UE. Per questo motivo, questo weekend ci siamo ritrovati a Tirana in più di 200 attivistə da Italia, Albania e Grecia, manifestando insieme davanti all’hotspot al porto di Shëngjin, al centro di detenzione di Gjadër e davanti alla sede del Governo albanese, all’Ambasciata italiana e alla Casa dell’Europa. Il nostro obiettivo è quello di porre le basi per una mobilitazione pan-europea e transnazionale di largo respiro, che sia in grado di opporsi anche sul lungo termine a queste politiche. Come Network Against Migrant Detention rivendichiamo:  Lo smantellamento dei centri italiani in territorio albanese, non contemplando quindi un altro utilizzo detentivo alternativo. L’abolizione di qualsiasi ipotesi di detenzione amministrativa delle persone migranti e richiedenti asilo. L’abolizione della nozione di Paese d’Origine Sicuro, in quanto solamente strumentale alla restrizione della protezione internazionale. La smobilitazione dei militari italiani in territorio albanese ed un loro immediato rientro in Italia. L’apertura di canali di ingresso legali e accessibili per tuttə, il diritto alla mobilità e all’autodeterminazione delle persone migranti e la possibilità di circolare liberamente, indipendentemente dalle motivazioni e dal riconoscimento di uno status”. Il Network Against Migrant Detention pone gli obiettivi di:  Opporsi al Protocollo Meloni-Rama e al modello che esso rappresenta, utilizzando i diversi strumenti politici: dall’informazione, alle mobilitazioni di piazza, dal contenzioso strategico, alla pressione attraverso la presenza di esponenti politici di opposizione sia italiani che europei, creando una mobilitazione ampia, trasversale e interdisciplinare. Ostacolare la costruzione di nuovi centri di detenzione ed espulsione e il rafforzamento di quelli esistenti in Italia e in Europa, diffondendo una differente narrazione di segno opposto ai discorsi populisti che fanno leva sulla paura della gente per incrementare forme militarizzate di sicurezza. È quindi necessario denunciare il business della detenzione amministrativa, la violazione delle libertà fondamentali dellə detenutə e proporre un modello di accoglienza che ponga al centro la dignità, l’autonomia e lo sviluppo dei progetti di vita delle persone migranti. Costruire un movimento transeuropeo e transnazionale che ponga la lotta per la libertà universale di movimento come una delle condizioni fondamentali per la radicale democratizzazione di questo spazio politico, in opposizione, da un lato, all’emergente Europa dei nazionalismi conservatori e illiberali e, dall’altro, all’istituzione neoliberale della UE. Entrambi infatti, in continuità gli uni con l’altra, rinforzano sistemi violenti di respingimento e selezione delle persone in movimento. Costruire relazioni oltre i territori europei con coloro che si oppongono all’esternalizzazione dei confini UE, rifiutando il ricatto neocoloniale che i patti con paesi terzi pongono in cambio di integrazione europea e supporto economico.      
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