> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE
> RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO
> ATTUALE.
Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione
ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra
chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti
socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento.
DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ
LIVELLI DI COMPLESSITÀ.
Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e
immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi,
come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche
del capitale può ancora sprigionare?
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un
luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non
chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del
movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità
condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la
sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e
sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio
liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse,
relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione
collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in
campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per
elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono
sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più
atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in
cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità
resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine
strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione
identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa
sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come
palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla
società dominante senza però incidere realmente su di essa.
In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza
trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto:
uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini.
Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere,
nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno
spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà
l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato,
significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici
e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle
in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e
rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li
colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la
politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso
la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA
CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e
messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire,
prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si
conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano
possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una
prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a
spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e
governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si
costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione
permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”,
ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che,
attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto,
trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad
affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni
rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione
sarà già avvenuta:
come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di
quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida,
diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti
novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA
A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui
provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!
C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
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Se è vero che ogni 8 marzo è importante, quest’anno la lotta è soprattutto
antigovernativa. Un governo che produce norme incessanti volte a criminalizzare
il dissenso, aumentare le pene, sovraffollare carceri già esplosive, colpire
categorie umane già fortemente marginalizzate e, ovviamente, norme che abbiano
oggetto i nostri corpi.Dopo il reato di femminicidio di cui non avevamo alcun
bisogno, e che poco velatamente ci ricorda chi è donna, e chi non lo è (le
nostre sorelle trans), nelle ultime settimane ad essere sotto attacco è un
concetto che tanto duramente i femminismi, nei decenni, hanno lottato per
visibilizzarlo, per portarlo al centro del dibattito sulla violenza di genere:
il consenso.
Il ddl Buongiorno, se approvato, ci riporterà indietro, a tempi ancora più
oscuri di quelli attuali. La donne su cui è stata agita la violenza dovrà in
sede processuale dimostrare di aver detto NO; si esacerberà il meccanismo in cui
la vittima diventa imputata, costretta a rivivere la violenza incessantemente.
Il consenso verrà sostituito dalla “volontà contraria all’atto sessuale”, ossia
dalla prova di aver espresso un “dissenso”. Va da sé che alcuni corpi saranno
colpiti da questa norma più di altri: le persone trans, l* sex worker, le
persone con disabilità, tutte le soggettività che subiranno le violenze tra le
proprie mura domestiche dove dire no è più difficile da provare se l’abuser è
tuo (ex) marito o il tuo compagno. E sappiamo bene quanto le violenze avvengano
soprattutto dentro il focolare domestico.
Questo meccanismo avrà conseguenze a valanga. E richiederà la complicità di
altri attori, tra cui i tribunali e i consultori. La macchina sanitaria sarà
investita da un processo probatorio che metterà estremamente in difficoltà chi
ancora denuncerà. E il comparto sanitario dovrà decidere da che parte stare.
Oggi scioperiamo con tutta la nostra rabbia e solidarietà reciproca e chiediamo
a tutt* l* operator* sanitari* di unirsi alla lotta contro questo governo
liberticida.
8 marzo ovunque, 8 marzo ogni giorno!
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde,
cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato
italiano espressa tramite i CPR.
Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di
Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa
l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento
e abbandonato lì .
Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita.
Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di
meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte.
Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna
per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice
generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui
era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti
civili.
Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti.
Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo,
perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una
direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato
anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa
deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare
questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici.
Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i
rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta
l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare
unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata,
in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se
il sistema uccide, nessuno è responsabile.
D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa
depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime
violazioni dei diritti non perseguibili penalmente.
Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni
nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative
portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni,
insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra
essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione.
Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo
all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”,
adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che
normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta
domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve
trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto
un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato
portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 .
Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 .
Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di
persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma
anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato
costretto a lasciare il proprio paese .
L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali,
fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un
decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter
incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni.
Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al
silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3
docenti universitari.
Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia
amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona
prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che
questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari.
Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del
processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR
non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei
detenuti e alle loro rivolte.
La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un
mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per
arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo.
Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere.
MOUSSA VIVE
I CPR VANNO CHIUSI
> Cosa sono i margini?
>
> Cosa pensiamo di intravedere nel limbo fra conosciuto e insondabile?
>
> Il teatro con i suoi “riflettori” ci aiuta a comprendere, ri-plasmandole e
> ri-trasmettendole, tutte quelle storie e quelle emozioni che riteniamo
> fondanti per la trasformazione rivoluzionaria a cui ambiamo.
>
> Il teatro di tuttə, il teatro per tuttə.
Scopri il programma qui:
> >>>> RECLAIM THE THEATRE <<<<<
Dalla riapertura del lager di Corso Brunelleschi abbiamo sempre cercato di
portare la nostra solidarietà alle persone recluse -che sbirri e operatori del
centro con nervosismo continuano a chiamare “”ospiti””.
Le condizioni all’interno del lager continuano a essere, e saranno sempre,
degradanti. Le rivolte scoppiate nelle scorse settimane lo dimostrano
chiaramente: non può esistere una vita dignitosa tra quelle mura.
Negli ultimi giorni stanno venendo aperte nuove aree e le persone recluse sono
sempre di più, quasi settanta ormai.
Come ci raccontano i reclusi all’interno del lager, le condizioni di vita sono
degradanti e i detenuti vengono umiliati quotidianamente.
Crediamo che la solidarietà passi anche attraverso la consegna dei pacchi
contenenti vestiti e generi alimentari. Questi ultimi molto importanti, non solo
perché allo “shop” del CPR un pacco di biscotti arriva a costare 7 euro, ma
anche perché il cibo somministrato è pieno di psicofarmaci utilizzati per sedare
le persone recluse.
Ma soprattutto gli consente di avere la libertà di scegliere se accettare o
rifiutare il pasto.
Consegnare i pacchi per noi è un modo per fare sentire alle persone recluse che
non sono sole, che esiste una solidarietà, anche molto concreta, fuori da quelle
mure.
Sbirri, militari e operatori hanno sempre mostrato grande nervosismo quando
siamo andat3 a consegnare tutti quei pacchi.
Dopo le prime rivolte hanno man mano aggiunto regole e procedure per danneggiare
anche questa forma di solidarietà, cercando sempre pretesti per non fare
arrivare i pacchi ai detenuti. Qualche pacco (fortunatamente pochi) non è
arrivato, il cibo prossimo alla scadenza le ultime volte è stato rifiutato,
alcune cose accettate una volta, non lo sono state la volta successiva. E dulcis
in fundo, durante l’ultime consegne ci è stato detto che si possono consegnare
vestiti esclusivamente nuovi o con lo scontrino della lavanderia. Tutto ciò,
dicono, per il “benessere” dei detenuti che altrimenti rischierebbero la scabbia
(come se non fossimo in grado di lavare i vestiti).
Ancor peggio è che, se per i primi pacchi era possibile incontrare i reclusi,
salutarsi brevemente vis a vis, anche se circondatɜ da una dozzina di sbirri di
ogni tipo, dopo le prime rivolte hanno deciso che questo non era più ammesso dal
regolamento, che “non c’era bisogno”. Nel continuo processo di disumanizzazione
e isolamento totale adesso sono gli sbirri a consegnare i pacchi.
Insomma, la vendetta istituzionale per essersi rivoltati tenta di recidere i
pochi legami di solidarietà, ma non arrendiamoci.
Grazie alla raccolta, siamo riuscitɜ a fare delle grandi consegne di pacchi, ma
le richieste da dentro continuano ad arrivare, per questo la raccolta va avanti.
Ricordiamo che a causa delle nuove restrizioni i vestiti che raccogliamo devono
essere NUOVI.
Per chi volesse contribuire alla raccolta può passare il martedì e il mercoledì
dalle 17.00 alle 20.30 al Gabrio in via Millio 42 o contribuire economicamente
via satispay.
Per chi volesse organizzarsi ci vediamo in assemblea tutti i martedì alle 19.30
al Gabrio
Freedom, Hurrya, Libertà!
Dopo due anni, torniamo a raccogliere beni di prima necessità per le persone
recluse nel CPR.
Il lager torinese ha riaperto ormai più di un mese fa; è cambiato l’ ente
gestore, ma nella realtà nulla all’interno è cambiato.
I detenuti sono trattenuti in condizioni invivibili, sia in termini materiali
sia rispetto alla violenza quotidiana a cui sono costretti.
Da dentro chiedono di poter accedere a beni di prima necessità, come vestiti
puliti e biscotti.
Il cibo, “offerto” dal nuovo gestore Sanitalia, è immangiabile, esattamente come
in passato.
Dentro il CPR c’è uno spaccio alimentare dove i prezzi sono proibitivi (un pacco
di biscotti costa 7€).
La dignità di queste persone è oggi come allora calpestata ogni giorno nei modi
più disparati possibili.
La nostra solidarietà è un’arma, usiamola!
Leggi tutto: RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO
Ci sono due modi per farlo:
-facendo una donazione tramite satyspay
-portando i generi di prima necessità martedì e mercoledì dalle 18.00 alle 20.30
al CSOA GABRIO in Via Millio 42
CHE COSA SERVE?
(LEGGI CON ATTENZIONE)
Beni alimentari:
Caffè in cartone (in alluminio non entra)
Thè
Merendine
Zucchero in bustine (pacchi grandi non entrano)
Biscotti
Pan bauletto
Beni igienici:
Shampoo
Balsamo
Bagnoschiuma
Crema corpo
(No plastica dura)
Vestiti (appena lavati!):
Tutto da uomo
Mutande (nuove)
Calzini (nuovi)
Pantaloncini
T-shirt
Polo
Magliette maniche lunghe
Felpe (togliere lacci)
Ciabatte di plastica dal 41 in sù (no parti di metallo)
Ci avviciniamo a celebrare l’80esimo anniversario della liberazione dal
nazi-fascismo immersi in un’atmosfera da fine del mondo.
Se non fosse bastata la promessa distruttiva della crisi ecologica in cui siamo
immers*, con la sindemia del covid come trauma collettivo già quasi-rimosso, la
guerra aperta è nuovamente esplosa anche nella “pacifica” Europa.
Sappiamo bene che per i popoli e per le soggettività oppresse, così come per le
lavoratrici e i lavoratori, la guerra, nelle sue forme più esplicite delle bombe
in Palestina o in quelle meno dichiarate come femminicidi, transicidi, morti sul
lavoro o in mare, non si era mai fermata.
Al contempo però assistiamo ad un cambio di paradigma, esemplificato dai
discorsi intorno alla guerra guerreggiata, dal via libera al riarmo come unica
soluzione per salvarci dalla barbarie, dal riaccendersi dei nazionalismi e dalle
guerre commerciali.
Eppure, di fronte all’intensificarsi del genocidio in Palestina, all’aumento
vertigionoso delle spese in armamenti in Europa e nel mondo, alla violenta
repressione del dissenso che, partendo dagli USA di Trump e passando per la
“democratica” Germania, arriva fino alla fascistissima Italia, non è il momento
di abbandonarci allo sconforto nè di soccombere alla disillusione.
Il macro della geopolitica estera si riflette e rafforza nel micro delle nostre
vite e dei quartieri in cui viviamo come nodi in tensione da cui rispondere,
opporsi e resistere, soprattutto quando la sospensione totale di qualsiasi forma
di democrazia si rende evidente. Ci scontriamo infatti con disuguaglianze di
classe sempre più amplificate, le stesse che rendono impossibile a moltx avere
una casa ed arrivare a fine mese nonostante un contesto urbano colmo di spazi
abbandonati lasciati a marcire. Le città che abitiamo si rivelano divise in
frontiere interne che separano i quartieri “riqualificati”, accessibili a
poch*, da quelli “indecorosi”, raccontati come pericolosi attraverso le famose
“zone rosse” fino a rendere di nuovo legittimi e desiderabili luoghi di confine
e tortura come le carceri e i cpr. Nel clima di guerra diffuso, non sono solo le
fasce più marginalizzati a subire il neofascismo, siamo tutt noi, perché i tagli
all’istruzione, alla ricerca, alla salute pubblica, ai centri antiviolenza hanno
effetti reali sui corpi senza distinzioni, seppur con differenti gradi di
severità. In questo meccanismo stratificato, la guerra si presenta come realtà
pronta a riscrivere i presupposti di ulteriori divisioni sociali, nuovi sommersi
e salvati mentre si allarga la fascia di persone e corpi sacrificabili.
Se la confusione è grande sotto il cielo, il momento non è certo eccellente,
eppure il mondo è lungi dall’essere pacificato: in Palestina il movimento di
resistenza palestinese affronta con determinata ostinazione il tentativo di
cancellazione del loro popolo, negli Stati Uniti studentesse e studenti
infiammano le università sfidando l’ira repressiva del governo repubblicano,
mentre dal Chiapas arriva l’appello a costruire “il giorno dopo” della tempesta
capitalista.
IL 25 aprile ci pare allora quanto mai attuale, nel suo interrogarci in maniera
urgente, non solo oggi ma nelle lotte che animiamo tutti i giorni: di fronte
alle crisi del mondo che conosciamo, con i suoi immancabili risvolti violenti e
sanguinari, da che parte stiamo? Quali responsabilità, individuali e collettive,
ci chiamano all’azione?
Ieri come oggi, resistere rimane per noi una postura necessaria quanto
diversificata nella molteplicità di pratiche, forme e idee disposte a
contrastare imperialismi e fascismi vecchi e nuovi. Che sia nell’opporsi a
progetti estrattivi ed ecocidi tramite sabotaggi e picchetti, occupando
fabbriche e rivoluzionando gli assetti produttivi in chiave anti-capitalista,
dis-armando una guerra contro le donne e le soggettività non conformi al mito
patriarcale e alle sue soluzioni punitive e securitarie. Smontando il mito del
progresso e della pace basate su violenza e sfruttamento lontano dai nostri
occhi. Resistiamo e ci organizziamo nella lotta liberando spazi e menti,
salvando il desiderio di un’alternativa rispetto a un mondo in fiamme, occupando
case, palazzi, quartieri e università per dar spazio a nuove forme del sociale,
di alleanze e di solidarietà nelle lotte di ciascun contro nemici comuni, perchè
nessunx rimanga solx.
Oggi, dopo 80 anni, siamo qui per ricordare, e per non dimenticare mai, il costo
della nostra libertà e la sua necessità, uno sforzo continuo da compiere
insieme, giorno dopo giorno.
Sarà un giorno di festa e di lotta, vogliamo passarlo con l* nostr* compagn*,
sicur* che le nostre strade si incontreranno ancora e spesso nei tempi prossimi
di resistenza.
Fino alla rivoluzione
★ PROGRAMMA ★
Con la volontà di riappropriarsi di questa forma d’arte come veicolo espressivo,
divulgativo e sociale.
Con la consapevolezza che il teatro è quasi sempre in grado di abbracciare le
rivoluzioni e diventarne un megafono potente e privilegiato.
Speriamo che, a loro volta, anche le nostre rivoluzioni possano intessere un
legame profondo e fertile con il teatro.
Scopri il programma qui
𝗟𝗮 𝗱𝘂𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗶𝗮
𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗼𝗰𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗥𝗮𝗺𝗮-𝗠𝗲𝗹𝗼𝗻𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗮,
𝗺𝗮 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗻𝗮 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗮!
Come realtà dal basso, movimenti sociali, associazioni, abbiamo dato vita al
Network Against Migrant Detention, una rete transnazionale che si oppone al
sistema della detenzione amministrativa e all’esternalizzazione delle frontiere.
𝑸𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒖𝒏𝒊𝒄𝒂𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒈𝒊𝒖𝒏𝒕𝒐 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆
𝒓𝒊𝒗𝒆𝒏𝒅𝒊𝒄𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒕𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒆 𝒐𝒃𝒊𝒆𝒕𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒆
𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒆𝒈𝒖𝒊𝒓𝒆.
Contro i CPR, contro le politiche migratorie razziste e neocoloniali del governo
Meloni, contro il nuovo Patto europeo sulla Migrazione e Asilo.
🔥𝙋𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙡𝙞𝙗𝙚𝙧𝙩à 𝙙𝙞 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙚 𝙚
𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞!🔥
ENGLISH
The Italy-Albania Protocol is a failure from every perspective!
Despite the decision of the Italian government to suspend the deportation of
migrant people to Albania, we as Network Against Migrant Detention have decided
to stick to our mobilization on December 1 and 2 in Tirana, as well as at the
centers in Gjadër and Shëngjin, to express our dissent against the deportation
system established by the Protocol. While this failure represents a temporary
stalemate, we are well aware that the logic driving these policies is far from
defeated.
Just weeks after the Protocol’s implementation, the use of the hotspot and
detention facilities in Albania has been suspended, at least until the European
Court of Justice issues its rulings. The mechanism has stumbled over the
definition of a “Safe Country of Origin” temporarily challenged by the October
4, 2024 ruling by the European Court of Justice. The ruling states that a
country cannot be deemed safe unless it is so across its entire territory and
for everyone. In practice, every case must be evaluated individually, and judges
must consider whether the country in question is actually safe for the specific
individual at the time of the decision. Thanks to this ruling, Italian judges
have repeatedly disregarded the executive orders imposed by the Meloni
government through emergency legislative decrees.
While this partial victory reflects a European legal framework that still
withstands the harsh blows inflicted by illiberal right-wing forces and
governments of all political stripes, it has been achieved through struggles,
above all those of migrant people themselves, affirming the right to asylum and
freedom of movement. Therefore, we believe that relying solely on the judicial
system is insufficient to halt these policies. The horizon towards which the
Protocol is heading is the implementation of the New Pact on Migration and
Asylum planned for June 2026. This will introduce new criteria for defining safe
countries of origin, broadening the scope for accelerated border procedures. At
that point, the design of externalization embodied by the Italy-Albania Protocol
might face no further obstacles and could serve as a model to be replicated in
other EU Member States.
For this reason, over 200 activists from Italy, Albania, and Greece have
gathered this weekend in Tirana, staging protests in front of the hotspot at
port of Shëngjin, the detention center in Gjadër, the Albanian government
headquarters, the Italian Embassy, and the European House.
Our goal is to lay the groundwork for a broad pan-european and transnational
mobilization capable of opposing these policies in the long term.
As members of the Network Against Migrant Detention, we demand:
The dismantling of Italian detention centers on Albanian territory, rejecting
any repurposing for other forms of detention
The abolition of any form of administrative detention for migrant people and
asylum seekers.
The abolition of the concept of a “Safe Country of Origin,” which serves only to
restrict international protection.
The withdrawal of Italian military forces from Albanian territory and their
immediate return to Italy.
The opening of safe, legal and accessible pathways, the right to mobility and
self-determination for all migrant people, and the granting of the right to
circulate freely, regardless of motivations and status recognition
The Network Against Migrant Detention sets the following objectives:
To oppose the Meloni-Rama Protocol and the model it represents through various
political tools, including information campaigns, public mobilizations,
strategic litigation, and pressure involving opposition politicians from Italy
and Europe, creating a broad, cross-sectoral, and interdisciplinary movement.
To obstruct the construction of new detention and deportation centers and the
strengthening of existing ones in Italy and Europe, promoting a
counter-narrative to the populist rhetoric that exploits fear to justify
militarized forms of security. This includes exposing the administrative
detention industry, highlighting violations of fundamental rights within
detention centers, and proposing a reception model centered on dignity,
autonomy, and the development of migrant people’s life projects.
To build a transnational and trans-European movement that establishes the
struggle for universal freedom of movement as a fundamental condition for the
radical democratization of this political space. This movement stands against
both the rise of nationalist, illiberal conservatism in Europe and the
neoliberal institution of the EU. Both in continuity with each other, reinforce
violent systems of rejection and selection of migrant people.
To forge connections beyond European territories with those opposing the EU’s
border externalization policies, rejecting the neocolonial coercion imposed by
agreements with third countries in exchange for European integration and
economic support.
——————————————————————————————————
ITALIAN
Il Protocollo Italia-Albania è un fallimento sotto tutti i punti di vista!
Nonostante la decisione del governo italiano di sospendere le deportazioni di
persone migranti in Albania, come Network Against Migrant Detention abbiamo
deciso di mantenere la mobilitazione l’1 e il 2 dicembre a Tirana e presso i
centri di Gjadër e Shëngjin per esprimere il nostro dissenso verso il sistema di
deportazione messo in piedi dal Protocollo. Benché il fallimento rappresenti un
momentaneo stallo, sappiamo che la logica che anima queste politiche è
tutt’altro che sconfitta.
A poche settimane dall’entrata in funzione del Protocollo, è stato sospeso
l’utilizzo delle strutture di hotspot e di detenzione in Albania, almeno fino
alle pronunce della Corte di Giustizia Europea. Il meccanismo si è inceppato
sulla definizione di Paese d’Origine Sicuro, su cui la sentenza del 4 ottobre
2024 della Corte di Giustizia Europea ha posto un momentaneo argine. Essa
infatti indica che un paese non può considerarsi sicuro qualora non lo sia nella
totalità del suo territorio e per tuttə. Nella pratica, ogni caso deve essere
valutato singolarmente, e il giudice deve considerare se, al momento della
decisione, il Paese in questione è effettivamente sicuro per quella specifica
persona. Grazie a questa decisione i giudici italiani hanno potuto ripetutamente
disapplicare l’ordine esecutivo che il governo Meloni ha impartito attraverso
decreti-legge approvati d’urgenza.
Se questo parziale risultato è anche frutto di un sistema di diritto europeo che
ancora regge i duri colpi inferti tanto dalle destre illiberali quanto dai
governi di ogni altro colore politico, conquistato attraverso le lotte
soprattutto delle persone migranti per affermare il diritto di asilo e la
libertà di movimento, crediamo che il solo piano giudiziario non sia sufficiente
per porre un freno a queste politiche. Infatti, l’orizzonte verso cui il
Protocollo si proietta è l’applicazione del Nuovo Patto sull’Immigrazione e
l’Asilo prevista per giugno 2026, che introdurrà nuovi criteri per la
definizione di paese d’origine sicura, estendendo i casi di applicazione delle
procedure accelerate per la richiesta di asilo in frontiera. A quel punto, il
disegno di esternalizzazione che il Protocollo Italia-Albania incarna potrebbe
non trovare più ostacoli e rappresentare un modello da riprodurre da parte degli
Stati Membri dell’UE.
Per questo motivo, questo weekend ci siamo ritrovati a Tirana in più di 200
attivistə da Italia, Albania e Grecia, manifestando insieme davanti all’hotspot
al porto di Shëngjin, al centro di detenzione di Gjadër e davanti alla sede del
Governo albanese, all’Ambasciata italiana e alla Casa dell’Europa.
Il nostro obiettivo è quello di porre le basi per una mobilitazione pan-europea
e transnazionale di largo respiro, che sia in grado di opporsi anche sul lungo
termine a queste politiche.
Come Network Against Migrant Detention rivendichiamo:
Lo smantellamento dei centri italiani in territorio albanese, non contemplando
quindi un altro utilizzo detentivo alternativo.
L’abolizione di qualsiasi ipotesi di detenzione amministrativa delle persone
migranti e richiedenti asilo.
L’abolizione della nozione di Paese d’Origine Sicuro, in quanto solamente
strumentale alla restrizione della protezione internazionale.
La smobilitazione dei militari italiani in territorio albanese ed un loro
immediato rientro in Italia.
L’apertura di canali di ingresso legali e accessibili per tuttə, il diritto alla
mobilità e all’autodeterminazione delle persone migranti e la possibilità di
circolare liberamente, indipendentemente dalle motivazioni e dal riconoscimento
di uno status”.
Il Network Against Migrant Detention pone gli obiettivi di:
Opporsi al Protocollo Meloni-Rama e al modello che esso rappresenta, utilizzando
i diversi strumenti politici: dall’informazione, alle mobilitazioni di piazza,
dal contenzioso strategico, alla pressione attraverso la presenza di esponenti
politici di opposizione sia italiani che europei, creando una mobilitazione
ampia, trasversale e interdisciplinare.
Ostacolare la costruzione di nuovi centri di detenzione ed espulsione e il
rafforzamento di quelli esistenti in Italia e in Europa, diffondendo una
differente narrazione di segno opposto ai discorsi populisti che fanno leva
sulla paura della gente per incrementare forme militarizzate di sicurezza. È
quindi necessario denunciare il business della detenzione amministrativa, la
violazione delle libertà fondamentali dellə detenutə e proporre un modello di
accoglienza che ponga al centro la dignità, l’autonomia e lo sviluppo dei
progetti di vita delle persone migranti.
Costruire un movimento transeuropeo e transnazionale che ponga la lotta per la
libertà universale di movimento come una delle condizioni fondamentali per la
radicale democratizzazione di questo spazio politico, in opposizione, da un
lato, all’emergente Europa dei nazionalismi conservatori e illiberali e,
dall’altro, all’istituzione neoliberale della UE. Entrambi infatti, in
continuità gli uni con l’altra, rinforzano sistemi violenti di respingimento e
selezione delle persone in movimento.
Costruire relazioni oltre i territori europei con coloro che si oppongono
all’esternalizzazione dei confini UE, rifiutando il ricatto neocoloniale che i
patti con paesi terzi pongono in cambio di integrazione europea e supporto
economico.
🔴 𝐃𝐮𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐓𝐢𝐫𝐚𝐧𝐚 𝐞 𝐚𝐢
𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐡𝐞𝐧𝐣𝐢𝐧 𝐞 𝐆𝐣𝐚𝐝𝐞̈𝐫 𝐢𝐧 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐢𝐚! 🔴
English below
Con la conferenza stampa del 6 novembre come 𝑁𝑒𝑡𝑤𝑜𝑟𝑘 𝐴𝑔𝑎𝑖𝑛𝑠𝑡
𝑀𝑖𝑔𝑟𝑎𝑛𝑡 𝐷𝑒𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑜𝑛, una nuova rete transnazionale di attivistə
italiani e albanesi, abbiamo lanciato una 𝒅𝒖𝒆 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒊 𝒅𝒊
𝒎𝒐𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒐𝒑𝒑𝒐𝒓𝒄𝒊 𝒂𝒍 𝒑𝒂𝒕𝒕𝒐
𝑹𝒂𝒎𝒂-𝑴𝒆𝒍𝒐𝒏𝒊 e per la 𝒄𝒉𝒊𝒖𝒔𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒆𝒏𝒕𝒓𝒊 𝒅𝒊
𝑺𝒉𝒆𝒏𝒋𝒊𝒏 𝒆 𝑮𝒋𝒂𝒅𝒆̈𝒓 𝒊𝒏 𝑨𝒍𝒃𝒂𝒏𝒊𝒂.
Il patto rappresenta 𝒍’𝒆𝒏𝒏𝒆𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒎𝒆𝒄𝒄𝒂𝒏𝒊𝒔𝒎𝒐 𝒅𝒊
𝒆𝒔𝒕𝒆𝒓𝒏𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒇𝒓𝒐𝒏𝒕𝒊𝒆𝒓𝒆 e sperimenta la
creazione di vere e proprie strutture di detenzione amministrativa per le
persone migranti, trasformandosi quindi in un pericoloso precedente all’interno
dell’infrastruttura europea di contrasto alla libertà di movimento e al diritto
di asilo, un 𝒎𝒆𝒄𝒄𝒂𝒏𝒊𝒔𝒎𝒐 𝒔𝒆𝒄𝒖𝒓𝒊𝒕𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒅𝒊
𝒓𝒆𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒊𝒏𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒂 𝒄𝒖𝒊 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂𝒎𝒐
𝒐𝒑𝒑𝒐𝒓𝒄𝒊.
🔥È quindi per noi fondamentale come 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞
𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐛𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐢𝐧 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐢𝐚
𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐜𝐢, sia con un presidio all’hotspot di Shenjin e al
Cpr di Gjadër domenica 1 dicembre, che con una manifestazione a Tirana lunedì 2
dicembre davanti alle istituzioni responsabili dell’accordo.
Vogliamo opporci a questo modello neocoloniale creando un 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨
𝐚𝐦𝐩𝐢𝐨 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐥𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥
𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐂𝐏𝐑 𝐪𝐮𝐢 𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨𝐯𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐝𝐢
𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚
𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭ə.
✈️𝑃𝑒𝑟 𝑢𝑙𝑡𝑒𝑟𝑖𝑜𝑟𝑖 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑔𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑢
𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑢𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑖𝑛
𝐴𝑙𝑏𝑎𝑛𝑖𝑎 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑡𝑒𝑐𝑖!
🅢🅣🅞🅟 🅛🅐🅖🅔🅡
ENG:
🔴 𝐓𝐰𝐨 𝐃𝐚𝐲𝐬 𝐨𝐟 𝐌𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐳𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧 𝐢𝐧 𝐓𝐢𝐫𝐚𝐧𝐚 𝐚𝐧𝐝 𝐚𝐭
𝐭𝐡𝐞 𝐒𝐡𝐞𝐧𝐣𝐢𝐧 𝐚𝐧𝐝 𝐆𝐣𝐚𝐝𝐞̈𝐫 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫𝐬 𝐢𝐧 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐢𝐚!
🔴
With the press conference on November 6th, as the 𝑁𝑒𝑡𝑤𝑜𝑟𝑘 𝐴𝑔𝑎𝑖𝑛𝑠𝑡
𝑀𝑖𝑔𝑟𝑎𝑛𝑡 𝐷𝑒𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑜𝑛, a new transnational network of Italian and
Albanian activists, we launched a 𝒕𝒘𝒐-𝒅𝒂𝒚 𝒎𝒐𝒃𝒊𝒍𝒊𝒛𝒂𝒕𝒊𝒐𝒏 𝒕𝒐
𝒐𝒑𝒑𝒐𝒔𝒆 𝒕𝒉𝒆 𝑹𝒂𝒎𝒂-𝑴𝒆𝒍𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒂𝒄𝒕 and demand 𝒕𝒉𝒆
𝒄𝒍𝒐𝒔𝒖𝒓𝒆 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒄𝒆𝒏𝒕𝒆𝒓𝒔 𝒊𝒏 𝑺𝒉𝒆𝒏𝒋𝒊𝒏 𝒂𝒏𝒅
𝑮𝒋𝒂𝒅𝒆̈𝒓, 𝑨𝒍𝒃𝒂𝒏𝒊𝒂.
The pact represents yet 𝒂𝒏𝒐𝒕𝒉𝒆𝒓 𝒎𝒆𝒄𝒉𝒂𝒏𝒊𝒔𝒎 𝒐𝒇 𝒃𝒐𝒓𝒅𝒆𝒓
𝒆𝒙𝒕𝒆𝒓𝒏𝒂𝒍𝒊𝒛𝒂𝒕𝒊𝒐𝒏 and experiments with the creation of actual
administrative detention facilities for migrants, thus setting a dangerous
precedent within the European infrastructure aimed at restricting freedom of
movement and the right to asylum — 𝒂 𝒔𝒆𝒄𝒖𝒓𝒊𝒕𝒚-𝒃𝒂𝒔𝒆𝒅
𝒎𝒆𝒄𝒉𝒂𝒏𝒊𝒔𝒎 𝒐𝒇 𝒓𝒆𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏 𝒂𝒏𝒅 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒊𝒏𝒆𝒎𝒆𝒏𝒕
𝒕𝒉𝒂𝒕 𝒘𝒆 𝒘𝒂𝒏𝒕 𝒕𝒐 𝒐𝒑𝒑𝒐𝒔𝒆.
𝐀𝐬 𝐚𝐧 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐞𝐝 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐲 𝐦𝐨𝐯𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭, 𝐢𝐭
𝐢𝐬 𝐜𝐫𝐮𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐟𝐨𝐫 𝐮𝐬 𝐭𝐨 𝐠𝐚𝐭𝐡𝐞𝐫 𝐢𝐧 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐭𝐨
𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐳𝐞, both with a protest at the Shenjin hotspot and the Gjadër CPR
on Sunday, December 1st, and with a demonstration in Tirana on Monday, December
2nd, in front of the institutions responsible for the agreement.
We want to resist this neo-colonial model by 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐚 𝐛𝐫𝐨𝐚𝐝,
𝐜𝐫𝐨𝐬𝐬-𝐜𝐮𝐭𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐦𝐨𝐯𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐭𝐨 𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐡 𝐭𝐡𝐞 𝐂𝐏𝐑
𝐬𝐲𝐬𝐭𝐞𝐦 𝐡𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐝 𝐞𝐥𝐬𝐞𝐰𝐡𝐞𝐫𝐞, 𝐭𝐨 𝐛𝐮𝐢𝐥𝐝 𝐚 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞
𝐨𝐟 𝐫𝐢𝐠𝐡𝐭𝐬 𝐚𝐧𝐝 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐣𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐞, 𝐚𝐧𝐝 𝐭𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐡𝐭
𝐟𝐨𝐫 𝐟𝐫𝐞𝐞𝐝𝐨𝐦 𝐨𝐟 𝐦𝐨𝐯𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐟𝐨𝐫 𝐚𝐥𝐥.
𝐹𝑜𝑟 𝑓𝑢𝑟𝑡ℎ𝑒𝑟 𝑙𝑜𝑔𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎𝑙 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑜𝑛 ℎ𝑜𝑤 𝑡𝑜
𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑖𝑝𝑎𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑡ℎ𝑒 𝑡𝑤𝑜 𝑑𝑎𝑦𝑠 𝑖𝑛 𝐴𝑙𝑏𝑎𝑛𝑖𝑎, 𝑔𝑒𝑡
𝑖𝑛 𝑡𝑜𝑢𝑐ℎ 𝑤𝑖𝑡ℎ 𝑢𝑠!
🅢🅣🅞🅟 🅛🅐🅖🅔🅡