Domenica 19 invitiamo tutt3 a Genova per le iniziative legate al 25 anniversario
delle mobilitazioni popolari che si opposero alla riunione delle 8 “grandi
potenze” proprio nella capoluogo ligure.
All’alba del nuovo millennio con la fine della guerra fredda si stava iniziando
ad affermare il neoliberismo e la demolizione delle libertà democratiche del
‘900: per 4 giorni consecutivi centinaia di migliaia di persone provenienti da
tutto il mondo protestarono e lottarono per un mondo migliore e più giusto, per
lasciare alle spalle guerre, razzismo, sfruttamento e sessismo.
I governi, con in testa quello italiano guidato dal tycoon Berlusconi,
repressero senza pietà chi osó protestare, trasformando scientificamente la
città in una zona di guerra. Alle FFOO fu permessa ogni tipo di violenza,
sevizia, sequestro e persecuzione, fino all’omicidio.
Tutti i protagonisti di quei giorni sono rimasti impuniti, anzi molti furono
promossi e premiati e sull’omicidio di Carlo Giuliani i dubbi sono ancora tanti.
Oggi come allora il centro sociale occupato e autogestito Gabrio sarà in strada,
per ribadire che l’autorganizzazione delle persone è l’unica forma di resistenza
al neo liberismo turbocapitalista.
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Lunedì 23/06, con il solito teatrino nel consiglio comunale, tutti i partiti di
ogni schieramento politico si sono affrettati a festeggiare la proposta del
Politencico e del colosso della GDO Esselunga DI un nuovo progetto sull’area ex
Westinghouse che dovrebbe scongiurare la distruzione del parco Artiglieri da
Montagna, dato che non si realizzerà più l’ipermercato.
Un spettacolo quasi tragicomico se si pensa che rivendicano una salvezza dal
loro stesso progetto di cementificazione, in pratica festeggiano il LORO
fallimento!
La lotta contro la speculazione in quel quadrante al confine tra Cenisia e Cit
Turin è iniziata per il centro sociale Gabrio nel giugno del 2014, quando il
corteo “Quartieri non cantieri” partito dall’area dell’ex Diatto demolita l’anno
precedente si concluse proprio nel parco.
(https://sniarischiosa.noblogs.org/post/quartieri-e-non-cantieri/)
Il progetto in un primo tempo venne bloccato da due distinte inchieste: una per
turbativa d’asta a carcio dell’amministrazione Fassino ed una per falso in
bilancio a carico della giunta dell’Appendino.
Quasi 10 anni più tardi, esattamente il 01/04/2023, visto l’evolversi della
situazione e dopo oltre un anno di lotta insieme al comitato Essenon e Comala,
decidemmo di occupare l’ex Caserma Lamarmora per presidiare il parco e aumentare
l’attenzione su quanto stava accadendo.
Infatti, per l* smemorat*, ricordiamo che era ancora in corso un processo per
turbativa d’asta che coinvolgeva il fu Patron di Esselunga, Caprotti, e l’ex
Sindaco dalle lunghe mani profumate, Fassino, ma sottolineamo che l’operazione
era stata orchestrata dall’attuale sindaco nonostante non compaia nelle carte
processuali.
Ne nacque la Laboratoria Ecologista Autogestita (LEA) e (per poco) abbiamo avuto
la fortuna di vedere un movimento spontaneo dal basso che non ci aspettavamo
così grande ed eterogeneo.
Non bastava più sapere che un centro giovanile come Comala sarebbe rimasto
intoccato, tuttə volevano la salvezza del Parco.
Per spezzare quel movimento era dovuto intervenire direttamente il ministero
dell’interno, dato che consiglio comunale e Sindaco si sono trovati soli in
città.
“È troppo tardi”
“..che sia da esempio negativo per il futuro”
“Faremo il tetto del supermercato verde”
“Non deve più avvenire, ma oggi non si può fare niente”
Sono solo alcune delle risposte dei e delle politicanti che oggi brindano e ne
rivendicano la salvezza, dimenticandosi le lotte di questi 5 anni.
“Se ciò vi consola, fate pure, noi e le/gli abitanti di San Paolo e Cenisia
conosciamo la realtà e festeggiamo noi”
Eccoci qui, dopo anni di lotta a poter festeggiare.
Certo, sappiamo bene che la salvezza reale del parco dipende da un attore tanto
inaffidabile quanto oscuro come il Politecnico di Torino, che sta stravolgendo
la vita del nostro quartiere, ma questo non può fermarci dalla voglia di
festeggiare una vittoria contro la speculazione, una vittoria dal basso, non
sicuramente un risultato che arriva dalle istituzioni.
Un primo tassello è stato ottenuto: il parco resterà tale ed in un qualche modo
“pubblico”, anche se non è finita qui.
Sono tanti i pezzi ancora da tenere insieme e su cui continuare a fare
pressione:
dal nuovo accordo programmatico tra Politecnico ed Esselunga alla scelta
dell’area per il supermercato, senza dimenticare la necessità che il parco resti
non solo pubblico ma soprattutto accessibile a tutt*.
Caro Comune, Caro Politecnico e Cara Esselunga, non ci basta il contentino, noi
vogliamo tutto!
La lotta alla speculazione continua
qui il programma della giornata
Torniamo nelle strade della nostra città per celebrare il 25 aprile, ricordando
chi, in quel periodo cupo storia, si è organizzato e ha lottato, pagando spesso
con la vita, per difendere la libertà e per costruire un futuro diverso.
Per noi, però, la memoria non è mai fine a sé stessa, ma riprende vita nelle
lotte di oggi, in un mondo così cambiato ma su cui più che mai incombe la nera
cappa dei fascismi.
Il mondo è in guerra. Non lo è certo da oggi, ma è innegabile che negli ultimi
anni assistiamo ad un’accelerazione e ad un cambiamento qualitativo senza
precedenti: l’invasione dell’Ucraina e l’estenuante guerra di posizione che
ormai non fa più notizia, il genocidio del popolo Palestinese, in corso da
decenni ma con forma mai così evidente, e infine la guerra imperialista di
Israele e USA contro l’Iran, ci obbligano a fare i conti con uno scenario sempre
più oscuro.
I governi europei, di fronte ad un quadro che hanno contribuito a creare,
accelerano la militarizzazione aumentando le spese in armi, cianciando della
necessità di difenderci tramite un fantomatico esercito europeo. L’ovvio
contraltare di questi discorsi, ma anche il terreno fertile su cui possono
nascere, è la diffusione di ideologie fasciste e securitarie, che normalizzano
la violenza del più forte, la guerra contro chi è più povero di te, il triste
individualismo che ci vuole soli e senza speranza.
Non hanno però fatto i conti con la crescente opposizione popolare che, con il
suo progressivo organizzarsi nell’autunno scorso, ha dimostrato di poter
concretamente inceppare la macchina di distruzione e morte.
Le bombe che cadono a Gaza e a Theran, partono dalle nostre città, attraversano
i nostri porti e le nostre stazioni ferroviarie, e allora i blocchi, gli
scioperi, i continui cortei che hanno paralizzato le città, hanno segnato un
primo sollevamento tangibile contro il genocidio del popolo Palestinese e il
tacito avallo dell’Unione Europea.
Le mobilitazioni ci hanno mostrato che unit* possiamo fermarli, possiamo essere
ben più di un sassolino negli ingranaggi della guerra. Proprio da qui bisogna
partire per affinare gli strumenti in nostro possesso ed elaborarne di nuovi,
perchè il primo passo è imporre la fine delle guerre imperialiste contro i
popoli.
In questo contesto è facile individuare come primo nemico il Governo fascista di
Fdi e alleati, che al netto delle imbarazzate dichiarazioni a mezzo stampa,
mostra la vera faccia di una politica nazionalista e asservita agli interessi
USA. Da un lato scarica il costo della guerra sulle persone comuni, tagliando
servizi e wellfare per finanziare la militarizzazione, dall’altro risponde con
l’inasprimento della repressione alle domande di giustizia sociale che sempre
più forte percorrono il Paese.
Sul fronte interno, infatti, è esplicitamente dichiarata la guerra alle
occupazioni, viste come simbolo della possibilità di organizzarsi dal basso e di
costruire alternative credibili a questo sistema. Se mai ce ne fosse bisogno,
questo accanimento ci conferma che il centro sociale è ancora uno strumento per
produrre conflitto.
E’ infatti uno spazio sottratto alla speculazione e riaperto alle persone, un
luogo dove è possibile incontrarsi e discutere, organizzarsi, mettere in pratica
gli ideali di democrazia radicale e libertà che professiamo. Sono spazi come
questi che aprono a nuove possibilità, a nuovi immaginari oggi impossibili, per
questo è importante difenderli, prendersene cura, viverli e attraversarli.
Nelle attività del CSOA Gabrio proviamo ogni giorno ad intrecciare lotte,
risorse, idee che possano creare un conflitto, vero motore di cambiamento.
Ma sappiamo bene che, per quanto strumento di costruzione, il centro sociale non
può diventare un recinto, un’isola. Al contrario, deve continuare ad essere uno
dei luoghi di una comunità che si ritrova e riconosce.
Anche con questa idea, come ogni anno, occuperemo la pedonale di via Dante Di
Nanni il 25 aprile affinché sia un momento di ritrovo per quella comunità che
non ha smesso di lottare, che continua a stringere legami e ad autodeterminarsi.
RIPRENDIAMOCI LE STRADE, GLI SPAZI,
FACCIAMOCI TROVARE PRONTƏ
E quando ci incontriamo non c’è segno di resa
E in strada ogni volta si rinnova l’intesa
> MOLTE COSE SONO STATE DETTE E MOLTE ANALISI POLITICHE SI SONO AVVICENDATE
> RIGUARDO IL RUOLO E L’UTILITÀ DEI CENTRI SOCIALI OCCUPATI NEL CONTESTO
> ATTUALE.
Contesto che, sotto gli occhi di tuttə, è radicalmente mutato rispetto al
periodo di maggiore prosperità e diffusione delle occupazioni.
Riteniamo tuttavia semplicistica e poco utile la visione dicotomica che sembra
delinearsi troppo spesso: da una parte chi ritiene la pratica dell’occupazione
ormai obsoleta e totalmente superata/superabile, la “fine di un’era”; dall’altra
chi ne continua a ribadire la centralità, sottostimando tuttavia i mutamenti
socio-politici in corso che ne impongono un ripensamento.
DUE POSIZIONI COMPRENSIBILI, MA POCO SODDISFACENTI NEL TENERE INSIEME PIÙ
LIVELLI DI COMPLESSITÀ.
Se ci sembra evidente la necessità di fuoriuscire dalle logiche burocratiche e
immobilizzanti, che spesso attanagliano la struttura del centro sociale oggi,
come farlo senza rinunciare alle potenzialità che uno spazio fuori dalle logiche
del capitale può ancora sprigionare?
Per noi l’occupazione è, e deve essere, un progetto politico che si radica in un
luogo, senza tuttavia coincidere né esaurirsi con esso. È ancorato, ma non
chiuso; situato, ma non confinato.
La sua funzione non è solo abitare uno spazio e autogestirlo, bensì generare del
movimento a partire da esso.
Al suo interno può e deve svilupparsi un’intelligenza collettiva, una capacità
condivisa di analisi, organizzazione e invenzione che permettano la
sperimentazione e la diffusione di pratiche capaci di incidere nel reale.
È nel dialogo continuo tra tradizione e innovazione — tra memoria delle lotte e
sperimentazione — che questa intelligenza si consolida e si rinnova. Lo spazio
liberato permette l’intrecciarsi di persone e lotte diverse, di risorse,
relazioni, strumenti e competenze che rendono possibile l’organizzazione
collettiva.
Lo spazio funziona, allora, come isola dentro un contesto ostile, avamposto in
campo nemico, in cui sottrarsi temporaneamente alla pressione e repressione per
elaborare strategie e consolidare legami.
Un’isola di cui noi stessə abbiamo bisogno, in una città in cui gli spazi sono
sempre più rari e compressi.
Nel mondo capitalista, patriarcale e razzista in cui viviamo – sempre più
atomizzato e discriminante – sentiamo il bisogno di vivere e costruire luoghi in
cui essere e sentirci all’opposto.
Abbiamo bisogno dei centri sociali perchè abbiamo bisogno di comunità
resistenti: per vivere meglio ed essere meno solə nell’affrontare la solitudine
strutturale e le precarietà che il sistema produce.
Un’isola non è tuttavia un recinto.
Se diventa solo comunità autoreferenziale, se si esaurisce nella dimensione
identitaria e nel conforto reciproco, smette di essere politica e diventa
sterile ripetizione di sé. Ridotto a rifugio, rischia di funzionare come
palliativo morale: uno spazio in cui si allevia il disagio prodotto dalla
società dominante senza però incidere realmente su di essa.
In questo modo, più che produrre conflitto, neutralizza la propria potenza
trasformativa.
Il centro sociale deve, invece, essere un luogo di politicizzazione e conflitto:
uno dei primi tasselli di un percorso che necessariamente eccede i suoi confini.
Perché tutto ciò assume senso solo nella proiezione all’esterno – nel quartiere,
nella città – e nella contaminazione tra contesti, lotte e persone.
E allora, cosa cambia dall’incontrarsi, socializzare, fare assemblea in uno
spazio qualunque? O nell’affittarne uno?
A nostro parere, si tratta di considerare il piano stesso in cui si dà
l’esperienza politica.
Lo spazio non è mai neutro: riunirsi in un luogo concesso, temporaneo, regolato,
significa muoversi interamente dentro l’ordine esistente, accettarne le cornici
e le condizioni, anche quando le pratiche che vi si svolgono vorrebbero metterle
in discussione. Attraversare uno spazio occupato è già un atto di rottura e
rifiuto di questa logica. Il semplice varcarne la soglia espone i corpi, li
colloca, li posiziona senza ambiguità da un lato preciso della barricata. Qui la
politica non è mediata dal discorso o dalla rappresentanza, ma passa attraverso
la presenza, il rischio, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di neutralità.
LA DOMANDA, ALLORA, NON È SE INCONTRARSI ALTROVE SIA POSSIBILE, MA CHE COSA
CAMBIA QUANDO LO SI FA IN UNO SPAZIO OCCUPATO.
L’occupazione sottrae uno spazio alle dinamiche capitaliste di produzione e
messa a valore. Sospende le regole e la legalità che normano il nostro agire,
prescrivendo e sanzionando ciò che è vietato e invitandoci a comportarci come si
conviene. Produce, per contrasto, uno spazio dove altre pratiche diventano
possibili, dove si intravvedono altre forme di vita.
In questo senso, uno spazio occupato orienta chi lo attraversa verso una
prospettiva radicale e non riformista: non si tratta di migliorare l’accesso a
spazi concessi, ma di contestare il principio stesso di proprietà, gestione e
governo dei territori. La radicalità che ne emerge è praticata e situata: si
costruisce nella continuità dell’uso, nella difesa quotidiana, nella tensione
permanente con l’ordine istituzionale.
Lo spazio sociale occupato non è un contenitore al cui interno “fare politica”,
ma è già in parte pratica politica stessa, una pedagogia implicita che,
attraverso l’esperienza concreta, dimostra che lo spazio può essere sottratto,
trasformato, liberato.
Non solo: la riappropriazione ed autogestione di un luogo ci obbligano ad
affrontare qui e ora questioni che troppo spesso le organizzazioni
rivoluzionarie rischiano di rimandare ad un fumoso domani, quando la rivoluzione
sarà già avvenuta:
come si organizza una società rivoluzionaria?
Come e cosa produce?
Come prende le decisioni?
Come applica la giustizia e come la forza?
Oltre ad essere uno spazio, per noi il nostro centro sociale occupato è una di
quella forme organizzative di cui abbiamo ancora bisogno: una forma ibrida,
diversa tanto dall’organizzazione gerarchica o di massa, come i partiti
novecenteschi, quanto dalla semplice somma di bande affini.
UNA PRATICA CHE OSCILLA TRA MEZZO E FINE, TRA UN DENTRO E UN FUORI, CHE CONTINUA
A LAVORARE CON UNA PROSPETTIVA DI LUNGO PERIODO.
La vecchia talpa che erode il sistema.
Il punto di partenza per un caleidoscopio di prospettive e pratiche con cui
provare a farlo crollare.
Lunga vita alle occupazioni di ieri, di oggi e di domani!
C.S.O.A. Gabrio ★ Zona San Paolo Antifascista Torino
Se è vero che ogni 8 marzo è importante, quest’anno la lotta è soprattutto
antigovernativa. Un governo che produce norme incessanti volte a criminalizzare
il dissenso, aumentare le pene, sovraffollare carceri già esplosive, colpire
categorie umane già fortemente marginalizzate e, ovviamente, norme che abbiano
oggetto i nostri corpi.Dopo il reato di femminicidio di cui non avevamo alcun
bisogno, e che poco velatamente ci ricorda chi è donna, e chi non lo è (le
nostre sorelle trans), nelle ultime settimane ad essere sotto attacco è un
concetto che tanto duramente i femminismi, nei decenni, hanno lottato per
visibilizzarlo, per portarlo al centro del dibattito sulla violenza di genere:
il consenso.
Il ddl Buongiorno, se approvato, ci riporterà indietro, a tempi ancora più
oscuri di quelli attuali. La donne su cui è stata agita la violenza dovrà in
sede processuale dimostrare di aver detto NO; si esacerberà il meccanismo in cui
la vittima diventa imputata, costretta a rivivere la violenza incessantemente.
Il consenso verrà sostituito dalla “volontà contraria all’atto sessuale”, ossia
dalla prova di aver espresso un “dissenso”. Va da sé che alcuni corpi saranno
colpiti da questa norma più di altri: le persone trans, l* sex worker, le
persone con disabilità, tutte le soggettività che subiranno le violenze tra le
proprie mura domestiche dove dire no è più difficile da provare se l’abuser è
tuo (ex) marito o il tuo compagno. E sappiamo bene quanto le violenze avvengano
soprattutto dentro il focolare domestico.
Questo meccanismo avrà conseguenze a valanga. E richiederà la complicità di
altri attori, tra cui i tribunali e i consultori. La macchina sanitaria sarà
investita da un processo probatorio che metterà estremamente in difficoltà chi
ancora denuncerà. E il comparto sanitario dovrà decidere da che parte stare.
Oggi scioperiamo con tutta la nostra rabbia e solidarietà reciproca e chiediamo
a tutt* l* operator* sanitari* di unirsi alla lotta contro questo governo
liberticida.
8 marzo ovunque, 8 marzo ogni giorno!
Oggi si conclude il primo grado del processo per la morte di Moussa Balde,
cittadino guineano di 23 anni, ucciso dalla violenza razzista dello stato
italiano espressa tramite i CPR.
Per chi non lo sapesse, Moussa è stato aggredito brutalmente per le strade di
Ventimiglia da un gruppo di razzisti. Una volta portato all’ospedale , ed emersa
l’assenza di documenti, è stato rinchiuso nel CPR di Torino, messo in isolamento
e abbandonato lì .
Pochi giorni dopo, il 23 maggio 2021, si è tolto la vita.
Non è un tragico epilogo ma il risultato di una catena precisa di decisioni e di
meccanismi razzisti che provocano isolamento, disperazione e morte.
Il processo di primo grado per la sua morte si è concluso oggi con una condanna
per omicidio colposo di un anno di reclusione per Annalisa Spataro, direttrice
generale dei servizi alla persona del CPR e una condanna per l’ente GEPSA, cui
era stata delegata la gestione del centro, a risarcire la famiglia e le parti
civili.
Assolti poliziotti e il responsabile medico della struttura Fulvio Pitanti.
Da una parte, la sentenza di condanna pronunciata oggi è un precedente positivo,
perché per la prima volta viene di fatto riconosciuta la colpevolezza di una
direttrice e di un ente che gestisce un CPR . Ciò detto, l’ente gestore, è stato
anche il capro espiatorio che ha reso possibile la completa
deresponsabilizzazione dello stato e delle sue istituzioni, in particolare
questura e prefettura, che sappiamo essere ugualmente complici.
Dopo che il PM ha preso la decisione di escluderli dagli imputati, i
rappresentanti dello stato, ormai intoccabili, sono diventati a loro volta
l’oggetto dello scarica barile dell’ente gestore, che ha tentato di deviare
unicamente su di essi responsabilità che di fatto condividevano. Questa è stata,
in sostanza, la strategia della difesa della direttrice Spataro. In pratica se
il sistema uccide, nessuno è responsabile.
D’altronde erano gli stessi magistrati inquirenti che circa un anno e mezzo fa
depositarono una richiesta di archiviazione in quanto rilevavano gravissime
violazioni dei diritti non perseguibili penalmente.
Attestano che il sistema detentivo amministrativo permette ripetute violazioni
nei confronti delle persone migranti, riconosce come certe lacune normative
portino a violenze gratuite o semplice arbitrarietà. Le stesse istituzioni,
insomma, ci confermano quanto sia razzista questo sistema , ma ciò non sembra
essere un buon segno quanto una macabra rivendicazione.
Per una triste coincidenza, tale sentenza arriva il giorno successivo
all’approvazione di un nuovo regolamento europeo sui cosiddetti “paesi sicuri”,
adottato in conformità con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, che
normalizza e fonda legalmente la detenzione amministrativa per chi presenta
domanda d’asilo. Il fatto che si parli di “sistemi di accoglienza” non deve
trarre inganno: quello che sempre più paesi europei stanno costruendo è di fatto
un sistema di campi di concentramento, analoghi a quello dove Moussa è stato
portato a morire. E questa morte, e questo stato di cose, ci riguardano tutt 3 .
Questa sentenza, e questo regolamento, ci riguardano tutt 3 .
Riguarda tutt questa nascita di un nuovo totalitarismo, in cui una categoria di
persone può essere detenuta a prescindere dall’aver commesso o meno un reato, ma
anzi, per aver chiesto asilo, per aver cercato rifugio dopo essere stato
costretto a lasciare il proprio paese .
L’Europa costruisce la sua fortezza e continua a costruire stati coloniali,
fatti di cittadini di serie A e corpi senza diritti. E presto, lo vediamo un
decreto sicurezza dopo l’altro, vedremo allargare le categorie di corpi da poter
incarcerare senza processo, da poter picchiare senza temere ripercussioni.
Vedremo allargare le categorie di persone che possono essere ridotte al
silenzio, dai “maranza” all3 student3 ed attivist3 , all3 journalist 3 e all3
docenti universitari.
Oggi c’è stato un riconoscimento della natura mortale della custodia
amministrativa . Ieri intanto quella stessa protezione veniva estesa come buona
prassi europea per la governance delle migrazioni. Da un lato si ammette che
questi luoghi uccidono, dall’altro li si consolida e li si rende ordinari.
Il CPR è un sistema irriformabile che va chiuso e abolito, questo è il punto del
processo per la morte di Moussa Balde. Sappiamo che, da quando esistono, i CPR
non sono mai stati chiusi per mano di un giudice, ma solo grazie al coraggio dei
detenuti e alle loro rivolte.
La lotta, per la libertà, per la giustizia, per la libertà di movimento, per un
mondo senza gabbie e frontiere, è una lotta in difesa della società tutta, per
arrestare l’avanzata di un nuovo fascismo.
Libertà di movimento per tutti e tutti, questa è l’unica strada da percorrere.
MOUSSA VIVE
I CPR VANNO CHIUSI
> Cosa sono i margini?
>
> Cosa pensiamo di intravedere nel limbo fra conosciuto e insondabile?
>
> Il teatro con i suoi “riflettori” ci aiuta a comprendere, ri-plasmandole e
> ri-trasmettendole, tutte quelle storie e quelle emozioni che riteniamo
> fondanti per la trasformazione rivoluzionaria a cui ambiamo.
>
> Il teatro di tuttə, il teatro per tuttə.
Scopri il programma qui:
> >>>> RECLAIM THE THEATRE <<<<<
Dalla riapertura del lager di Corso Brunelleschi abbiamo sempre cercato di
portare la nostra solidarietà alle persone recluse -che sbirri e operatori del
centro con nervosismo continuano a chiamare “”ospiti””.
Le condizioni all’interno del lager continuano a essere, e saranno sempre,
degradanti. Le rivolte scoppiate nelle scorse settimane lo dimostrano
chiaramente: non può esistere una vita dignitosa tra quelle mura.
Negli ultimi giorni stanno venendo aperte nuove aree e le persone recluse sono
sempre di più, quasi settanta ormai.
Come ci raccontano i reclusi all’interno del lager, le condizioni di vita sono
degradanti e i detenuti vengono umiliati quotidianamente.
Crediamo che la solidarietà passi anche attraverso la consegna dei pacchi
contenenti vestiti e generi alimentari. Questi ultimi molto importanti, non solo
perché allo “shop” del CPR un pacco di biscotti arriva a costare 7 euro, ma
anche perché il cibo somministrato è pieno di psicofarmaci utilizzati per sedare
le persone recluse.
Ma soprattutto gli consente di avere la libertà di scegliere se accettare o
rifiutare il pasto.
Consegnare i pacchi per noi è un modo per fare sentire alle persone recluse che
non sono sole, che esiste una solidarietà, anche molto concreta, fuori da quelle
mure.
Sbirri, militari e operatori hanno sempre mostrato grande nervosismo quando
siamo andat3 a consegnare tutti quei pacchi.
Dopo le prime rivolte hanno man mano aggiunto regole e procedure per danneggiare
anche questa forma di solidarietà, cercando sempre pretesti per non fare
arrivare i pacchi ai detenuti. Qualche pacco (fortunatamente pochi) non è
arrivato, il cibo prossimo alla scadenza le ultime volte è stato rifiutato,
alcune cose accettate una volta, non lo sono state la volta successiva. E dulcis
in fundo, durante l’ultime consegne ci è stato detto che si possono consegnare
vestiti esclusivamente nuovi o con lo scontrino della lavanderia. Tutto ciò,
dicono, per il “benessere” dei detenuti che altrimenti rischierebbero la scabbia
(come se non fossimo in grado di lavare i vestiti).
Ancor peggio è che, se per i primi pacchi era possibile incontrare i reclusi,
salutarsi brevemente vis a vis, anche se circondatɜ da una dozzina di sbirri di
ogni tipo, dopo le prime rivolte hanno deciso che questo non era più ammesso dal
regolamento, che “non c’era bisogno”. Nel continuo processo di disumanizzazione
e isolamento totale adesso sono gli sbirri a consegnare i pacchi.
Insomma, la vendetta istituzionale per essersi rivoltati tenta di recidere i
pochi legami di solidarietà, ma non arrendiamoci.
Grazie alla raccolta, siamo riuscitɜ a fare delle grandi consegne di pacchi, ma
le richieste da dentro continuano ad arrivare, per questo la raccolta va avanti.
Ricordiamo che a causa delle nuove restrizioni i vestiti che raccogliamo devono
essere NUOVI.
Per chi volesse contribuire alla raccolta può passare il martedì e il mercoledì
dalle 17.00 alle 20.30 al Gabrio in via Millio 42 o contribuire economicamente
via satispay.
Per chi volesse organizzarsi ci vediamo in assemblea tutti i martedì alle 19.30
al Gabrio
Freedom, Hurrya, Libertà!
Dopo due anni, torniamo a raccogliere beni di prima necessità per le persone
recluse nel CPR.
Il lager torinese ha riaperto ormai più di un mese fa; è cambiato l’ ente
gestore, ma nella realtà nulla all’interno è cambiato.
I detenuti sono trattenuti in condizioni invivibili, sia in termini materiali
sia rispetto alla violenza quotidiana a cui sono costretti.
Da dentro chiedono di poter accedere a beni di prima necessità, come vestiti
puliti e biscotti.
Il cibo, “offerto” dal nuovo gestore Sanitalia, è immangiabile, esattamente come
in passato.
Dentro il CPR c’è uno spaccio alimentare dove i prezzi sono proibitivi (un pacco
di biscotti costa 7€).
La dignità di queste persone è oggi come allora calpestata ogni giorno nei modi
più disparati possibili.
La nostra solidarietà è un’arma, usiamola!
Leggi tutto: RACCOLTA SOLIDALE PER I DETENUTI DEL CPR DI TORINO
Ci sono due modi per farlo:
-facendo una donazione tramite satyspay
-portando i generi di prima necessità martedì e mercoledì dalle 18.00 alle 20.30
al CSOA GABRIO in Via Millio 42
CHE COSA SERVE?
(LEGGI CON ATTENZIONE)
Beni alimentari:
Caffè in cartone (in alluminio non entra)
Thè
Merendine
Zucchero in bustine (pacchi grandi non entrano)
Biscotti
Pan bauletto
Beni igienici:
Shampoo
Balsamo
Bagnoschiuma
Crema corpo
(No plastica dura)
Vestiti (appena lavati!):
Tutto da uomo
Mutande (nuove)
Calzini (nuovi)
Pantaloncini
T-shirt
Polo
Magliette maniche lunghe
Felpe (togliere lacci)
Ciabatte di plastica dal 41 in sù (no parti di metallo)
Ci avviciniamo a celebrare l’80esimo anniversario della liberazione dal
nazi-fascismo immersi in un’atmosfera da fine del mondo.
Se non fosse bastata la promessa distruttiva della crisi ecologica in cui siamo
immers*, con la sindemia del covid come trauma collettivo già quasi-rimosso, la
guerra aperta è nuovamente esplosa anche nella “pacifica” Europa.
Sappiamo bene che per i popoli e per le soggettività oppresse, così come per le
lavoratrici e i lavoratori, la guerra, nelle sue forme più esplicite delle bombe
in Palestina o in quelle meno dichiarate come femminicidi, transicidi, morti sul
lavoro o in mare, non si era mai fermata.
Al contempo però assistiamo ad un cambio di paradigma, esemplificato dai
discorsi intorno alla guerra guerreggiata, dal via libera al riarmo come unica
soluzione per salvarci dalla barbarie, dal riaccendersi dei nazionalismi e dalle
guerre commerciali.
Eppure, di fronte all’intensificarsi del genocidio in Palestina, all’aumento
vertigionoso delle spese in armamenti in Europa e nel mondo, alla violenta
repressione del dissenso che, partendo dagli USA di Trump e passando per la
“democratica” Germania, arriva fino alla fascistissima Italia, non è il momento
di abbandonarci allo sconforto nè di soccombere alla disillusione.
Il macro della geopolitica estera si riflette e rafforza nel micro delle nostre
vite e dei quartieri in cui viviamo come nodi in tensione da cui rispondere,
opporsi e resistere, soprattutto quando la sospensione totale di qualsiasi forma
di democrazia si rende evidente. Ci scontriamo infatti con disuguaglianze di
classe sempre più amplificate, le stesse che rendono impossibile a moltx avere
una casa ed arrivare a fine mese nonostante un contesto urbano colmo di spazi
abbandonati lasciati a marcire. Le città che abitiamo si rivelano divise in
frontiere interne che separano i quartieri “riqualificati”, accessibili a
poch*, da quelli “indecorosi”, raccontati come pericolosi attraverso le famose
“zone rosse” fino a rendere di nuovo legittimi e desiderabili luoghi di confine
e tortura come le carceri e i cpr. Nel clima di guerra diffuso, non sono solo le
fasce più marginalizzati a subire il neofascismo, siamo tutt noi, perché i tagli
all’istruzione, alla ricerca, alla salute pubblica, ai centri antiviolenza hanno
effetti reali sui corpi senza distinzioni, seppur con differenti gradi di
severità. In questo meccanismo stratificato, la guerra si presenta come realtà
pronta a riscrivere i presupposti di ulteriori divisioni sociali, nuovi sommersi
e salvati mentre si allarga la fascia di persone e corpi sacrificabili.
Se la confusione è grande sotto il cielo, il momento non è certo eccellente,
eppure il mondo è lungi dall’essere pacificato: in Palestina il movimento di
resistenza palestinese affronta con determinata ostinazione il tentativo di
cancellazione del loro popolo, negli Stati Uniti studentesse e studenti
infiammano le università sfidando l’ira repressiva del governo repubblicano,
mentre dal Chiapas arriva l’appello a costruire “il giorno dopo” della tempesta
capitalista.
IL 25 aprile ci pare allora quanto mai attuale, nel suo interrogarci in maniera
urgente, non solo oggi ma nelle lotte che animiamo tutti i giorni: di fronte
alle crisi del mondo che conosciamo, con i suoi immancabili risvolti violenti e
sanguinari, da che parte stiamo? Quali responsabilità, individuali e collettive,
ci chiamano all’azione?
Ieri come oggi, resistere rimane per noi una postura necessaria quanto
diversificata nella molteplicità di pratiche, forme e idee disposte a
contrastare imperialismi e fascismi vecchi e nuovi. Che sia nell’opporsi a
progetti estrattivi ed ecocidi tramite sabotaggi e picchetti, occupando
fabbriche e rivoluzionando gli assetti produttivi in chiave anti-capitalista,
dis-armando una guerra contro le donne e le soggettività non conformi al mito
patriarcale e alle sue soluzioni punitive e securitarie. Smontando il mito del
progresso e della pace basate su violenza e sfruttamento lontano dai nostri
occhi. Resistiamo e ci organizziamo nella lotta liberando spazi e menti,
salvando il desiderio di un’alternativa rispetto a un mondo in fiamme, occupando
case, palazzi, quartieri e università per dar spazio a nuove forme del sociale,
di alleanze e di solidarietà nelle lotte di ciascun contro nemici comuni, perchè
nessunx rimanga solx.
Oggi, dopo 80 anni, siamo qui per ricordare, e per non dimenticare mai, il costo
della nostra libertà e la sua necessità, uno sforzo continuo da compiere
insieme, giorno dopo giorno.
Sarà un giorno di festa e di lotta, vogliamo passarlo con l* nostr* compagn*,
sicur* che le nostre strade si incontreranno ancora e spesso nei tempi prossimi
di resistenza.
Fino alla rivoluzione
★ PROGRAMMA ★