I dieci attivisti del convoglio Sumud, tra cui due italiani, restano detenuti
dalle milizie di Haftar senza accuse formalizzate. In tredici Paesi cresce la
mobilitazione e decine di solidali sono …
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Fermato in Libia mentre porta aiuti a Gaza: il caso di Domenico Centrone e la
repressione della solidarietà internazionale. Il Coordinamento Molfetta per la
Palestina denuncia la detenzione dell’attivista pugliese …
Il Console Generale d’Italia a Bengasi ha compiuto ieri sera una prima visita
a Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Sette italiani sono stati rimpatriati
mentre Dina e Domenico sono ancora fermati in Libia, dopo diversi giorni passati
senza notizie ieri sera c’è stato un primo contatto che riporta di averli visti
in condizioni buone ma di aver richiesto di migliorarne la situazione.
Il convoglio di terra voleva raggiungere Gaza e, dopo il rapimento da parte di
Israele degli attivisti e attiviste della Flottilla partita via mare, è stata
una seconda occasione per riportare al centro del dibattito pubblico la
necessità di non smettere di guardare al genocidio in corso a Gaza e in
Palestina e mobilitarsi contro la guerra in corso.
Domani 29 maggio sarà un’occasione in tal senso in quanto sciopero generale.
10 attivistx del Global Sumud Land Convoy sono attualmente detenutx in Libia.
L’allerta è stata lanciata poche ore fa della Global Sumud Flotilla. Viene
chiesto il rilascio immediato di tutte le persone arrestate, nonché il passaggio
del convoglio verso Gaza.
Tra loro c’è anche Leonarda Alberizia, Dina, di Albugnano, partita da Torino il
5 maggio e che in questi giorni si era separata dal convoglio per negoziare al
checkpoint di Sirte il passaggio degli aiuti.
Venerdì Dina aveva condiviso con noi un breve aggiornamento, così come in altre
occasioni aveva raccontato sulle frequenze di blackout della Flotilla.
Riportiamo gli ultimi aggiornamenti ricevuti, in cui ci descrive il Land Convoy
partito verso Gaza il 15 maggio. Circa 300 persone, tra cui personale
specializzato, con vari automezzi, ambulanze e materiale umanitario. Venerdì il
gruppo era accampato tra la Libia Ovest e quella Est, a circa 9 km dal valico di
Sirte. Ci parla dei loro contatti con Gaza e il bisogno di mobilitarsi come
equipaggi di terra, in tutto il mondo, per Gaza e la Palestina tutta.
Come sempre, tuttx liberx! Dina libera!
Dieci attivisti internazionali, tra cui gli italiani Domenico Centrone e
Leonarda Alberizia, arrestati vicino a Sirte mentre tentavano di negoziare il
passaggio degli aiuti verso Rafah. Una missione umanitaria trattata …
Dopo il salvataggio di 90 persone nel Mediterraneo centrale, miliziani libici
aprono il fuoco contro la nave umanitaria. È il risultato criminale degli
accordi tra Italia, Unione Europea e Libia …
A pochi giorni dal terzo anniversario della strage di Cutro – nella quale 94
persone persero la vita e altre decine furono dichiarate disperse – si prospetta
l’ennesima grande e preannunciata strage nel Mediterraneo.
Attraverso i dati provenienti dai monitoraggi delle ONG italiane e di gruppi di
attivisti del nord Africa è presumibile ritenere che, a causa delle condizione
meteo estreme tra il 19 e il 26 Gennaio (cosiddetto ciclone Harry), circa 1000
persone abbiano perso la vita in pochi giorni nel tentativo di attraversare il
Mediterraneo.
Gli spazi retorici a disposizione per parlare di “tragedia” risultano ormai
essere estremamente risicati.
Rendere il Mediterraneo non solo frontiera, ma cimitero d’Europa, è una scelta
politica cosciente e deliberata, che prende la forma di memorandum d’intesa –
come quello con il governo libico e quello tunisino – patti e legislazioni
europee o ancora di normative nazionali: un crimine di Stato formalizzato.
Insieme a Fabio Gianfrancesco, rescue coordinator della ONG Meditterranea,
tracciamo un quadro di quanto avvenuto nelle scorse settimane, provando a
tracciare le responsabilità politiche, riconoscerne gli strumenti e come si
evolvono nel tempo.
La scorsa settimana l’info si è occupata degli aspetti giuridici del caso del
capo della polizia giuridica libica Elmasry, arrestato a Torino, in seguito ad
un mandato della corte internazionale dell’Aja, ma subito fatto rilasciare da
Nordio, ed immediatamente riportato in Libia da un aereo dell’aeronautica
militare italiana . Oggi proveremo a raccontarvi chi è […]
Nel febbraio del 1942 Mussolini dispose che tutti gli ebrei della Cirenaica
fossero riuniti in un campo di concentramento della Tripolitania.
In Nordafrica gli ebrei sefarditi fuggiti dalla Spagna per scampare alle
persecuzioni dei “re cattolici” Ferdinando di Castiglia e Isabella di Aragona
alla fine del quindicesimo secolo, erano numerosissimi. La comunità libica, così
come altre nel Mediterraneo Orientale, era ancora più antica.
La loro memoria è stata seppellita dalla “Repubblica nata dalla resistenza”, che
ha coperto i crimini del colonialismo italiano.
Per limitarci alla Libia la rivolta anti coloniale del 1931 venne repressa con
uccisioni e deportazioni di massa nel deserto. In un paese di 800.000 abitanti,
centomila vennero sterminati. Uno ogni otto.
La persecuzione italiana degli ebrei viene sempre dipinta come più dolce, una
conseguenza dell’occupazione tedesca.
Non è vero.
Anche oggi non è interesse di nessuno ricordare gli ebrei morti nel campo
fascista di Giado, nella colonia italiana di Libia.
Non di un governo che raccoglie l’eredità del fascismo. Non di certa sinistra
che punta il riflettore solo sugli ebrei askenaziti che vivevano in Germania e
nell’Europa dell’est, mettendo in ombra la violenta persecuzione delle comunità
sefardite arabofone che vivevano in Libia, durante l’occupazione italiana. Una
persecuzione che proseguirà anche nel dopoguerra, quando buona parte delle
comunità ebraiche del Nord Africa, dell’Arabia e del Mediterraneo Orientale
vennero perseguitate ed espulse da paesi dove vivevano da centinaia di anni.
Nella stessa Libia i pogrom del 1945, del 1948 e del 1967 obbligarono all’esilio
i superstiti delle persecuzioni fasciste.
Quelli che seguono sono alcuni frammenti della storia dimenticata degli ebrei
rinchiusi nel campo di concentramento di Giado.
All’inizio del marzo 1942 furono compiuti i primi rastrellamenti della comunità
ebraica della Cirenaica sotto la guida del generale Bastico. Così sorse il campo
di concentramento di Giado, centottanta chilometri a sud di Tripoli, presso il
crinale di Gebel Nefusa.
La testimonianza del deportato Ofek è sconvolgente: “Ogni due settimane,
l’oppressore appendeva nella piazza di Bengasi un elenco delle famiglie che si
dovevano preparare per poi recarsi nelle scuole da dove si sarebbe partiti. Ci
caricarono sui camion, quelli solitamente usati per il trasporto delle merci: il
viaggio sarebbe durato cinque giorni. In tutto 2600 famiglie furono portate via.
Arrivammo al campo di Giado la vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. Soldati
italiani e arabi vigilavano sul reticolato e chiunque si avvicinava rischiava di
venire colpito dai fucili dei guardiani. Ci davano 120 grammi di pane al giorno.
Le altre cose da mangiare venivano distribuite la domenica per l’intera
settimana: cinque grammi di riso al giorno, tre grammi d’olio, tre grammi di
conserva di pomodoro, cinque grammi di zucchero e cinque grammi di caffè.
Ci costringevano a lavorare per dodici ore di seguito, senza pausa, senza
interruzione, senza riposo: una tortura quotidiana.
Organizzammo una delegazione di ebrei che andasse dal comandante, il maggiore,
per domandare razioni più consistenti. Ci rise dietro.
Fu soltanto dopo molti pianti e alcuni discorsi convincenti degli anziani della
nostra comunità che il comandante, crudele, consentì agli arabi della zona di
venderci verdura, datteri e frumento. Ovviamente non avevamo soldi con noi.
Così, dopo una giornata di lavoro, completamente esausti, lavoravamo per il
villaggio arabo. Le donne del campo cucivano abiti per loro e in cambio
ottenevamo qualcosa dai loro orti…”.
A Giado gli ebrei raccoglievano pietre e le trasportavano da un lato all’altro
del campo. Un lavoro inutile, senza senso, che serviva soltanto a farli stancare
e ad annientarli psicologicamente.
Moshe Saban lo ricorda così: “Era terribile. È così che ci siamo ammalati, tutte
quelle infezioni e il tifo. Ricordo di essermi tolto la maglietta e di aver
visto le cimici: grandi la metà di una zanzara che strisciavano sul mio corpo.
La sera, verso le 19 quando cominciava a scendere il buio, eravamo costretti a
addormentarci. L’ufficiale entrava con una frusta e guai a chi continuava a
parlare o faceva altri rumori. Andava da una baracca all’altra per controllare
chi aveva la febbre e portava i malati in ospedale. Chi lasciava la famiglia e
andava in ospedale sapeva che non sarebbe più tornato”.
Il lavoro era logorante e snervante. Yehuda Chachmon ricorda che erano impegnati
“a scavare buche profonde e a entrare nella terra rocciosa. Il giorno dopo
portavano un altro gruppo e li costringevano a riempire le stesse buche con la
stessa roba. Tracciavano una linea intorno al luogo dove stavamo lavorando e chi
osava passare oltre quella linea veniva ucciso”.
L’orrore irruppe nella vita del campo quando ormai gli inglesi erano vicini.
Arrivò un ordine raccapricciante: tutti gli ebrei maschi dovevano essere
radunati e uccisi, mentre i 480 malati dell’infermeria del campo dovevano essere
condotti nello scantinato per essere bruciati. All’ultimo, forse per timore di
ritorsioni, l’ordine fu revocato.
Gli inglesi trovarono a Giado gente malata, con addosso solo stracci, distesa
per terra, nelle baracche, in condizioni igieniche inesistenti, priva di letti,
stremata dal tifo e affamata.
In quel campo persero la vita più di 560 tra uomini, donne e bambini di origine
ebraica. Questi numeri fanno di Giado il lager italiano con il maggior numero di
vittime.
Oggi, giorno della memoria, li ricordiamo.
Ma, soprattutto, ricordiamo i loro carnefici. Italiani brava gente.
Osama Najeem Elmasry Habish, capo della polizia giuridica libica, oggetto di un
mandato di arresto internazionale, è stato rilasciato e comodamente scortato,
per decisione del ministro della giustizia Nordio in Libia, che ha scelto di non
convalidare l’arresto. Veniva arrestato a Torino nella giornata di martedì 21
Gennaio, mentre pare stesse assistendo ad un match […]