Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati
professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia
dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo
fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le
società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli
Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la
difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato
dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento
dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale
rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro
come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene
rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire
Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la
manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli
avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante
di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti
economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia
teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes .
Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento
statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze
catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un
tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo
americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli
elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e
dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello
neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni
70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che
vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del
welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton
Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la
crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec
con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante
keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e
della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno
permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica
economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del
“laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa
alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i
profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il
turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato
un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari
,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è
stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari
sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la
casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una
risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad
accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava
su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e
contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca
scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario
ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle
sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo
sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica
con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la
religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico
potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la
tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in
giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione
pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle
famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della
benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il
problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere
appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e
la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta
sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma
negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani,
Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre
l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la
nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è
convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata
negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da
Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente
fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall
street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle
criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di
proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione
ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e
solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il
mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non
è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la
produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere
più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo
,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il
capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo,
l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che
abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il
collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il
comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già
iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una
sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i
grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la
cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri
rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento.
https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988
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Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Roberta,
una lavoratrice del call center Generali, che assieme alle sue 19 colleghe sta
lottando contro la prospettiva del licenziamento previsto per il 15 giugno.
Infatti la cooperativa Pro&Out, subappalto di Generali, a marzo aveva annunciato
questa mossa, perchè la committenza diceva di non poter più sostenere l’alto
costo del lavoro delle operatrici di call center.
Vale la pena ricordare che la paga oraria a loro tutt’ora spettante ammonta a
7,28 euro lordi l’ora grazie all’inquadramento con il famigerato contratto
collettivo nazionale Multiservizi, infatti il committente Gap s.r.l. avrebbe
voluto applicare un contratto pirata con condizioni di lavoro e paga peggiori.
E così dopo il primo presidio sotto la sede della Regione Piemonte, all’apertura
di una serie di tavoli di trattativa, le lavoratrici assieme al SiCobas Torino,
hanno lanciato un appuntamento sempre lì,il 20 maggio in Piazza Piemonte 1 alle
10, con l’intento di avere delle risposte concrete da chi le sta facendo pendere
una spada di Damocle sul capo da marzo.
Buon ascolto
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Il secondo argomento della puntata è stato quello del nuovo piano industriale di
Electrolux che prevede circa 1700 esuberi negli stabilimenti italiani, lo
abbiamo affrontato in compagnia di Cinzia RSU FIOM Forli per Electrolux. In
breve da un comunicato degli RSU Fiom:
“La multinazionale Electrolux ha annunciato un piano industriale fortemente
contestato, che prevede ben 1.700 esuberi in Italia, una cifra che rischia di
salire a 1.900 se si considerano i lavoratori con contratti a termine. La
contrazione mette in serio pericolo l’intero comparto produttivo del “bianco”
nazionale. A Susegana, storico polo dell’azienda, gli operai sono immediatamente
e nuovamente scesi in sciopero per due ore per manifestare il proprio dissenso:
il timore diffuso tra i lavoratori è quello di vedere svuotate le fabbriche e di
subire il dramma del licenziamento, evocando i fantasmi della dura crisi già
affrontata nel 2014.
La reazione della politica e delle istituzioni locali.
Il fronte istituzionale si è compattato in modo netto contro i vertici
aziendali:
Regioni e Governo: il presidente del Veneto, Alberto Stefani, e il ministro
delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, hanno definito “inaccettabili” i
tagli lineari proposti. Il Governo chiederà formalmente il ritiro del piano
nell’incontro fissato per il 25 maggio a Roma, esigendo un nuovo progetto che
tuteli l’occupazione ed escluda i licenziamenti collettivi.
I Sindaci del Territorio: ben 18 sindaci della Marca Trevigiana, guidati dal
primo cittadino di Susegana Gianni Montesel e da quello di Conegliano Fabio
Chies, si sono uniti ai sindacati e ai delegati Rsu per chiedere di essere
ammessi al tavolo delle trattative nella Capitale. L’obiettivo è difendere il
tessuto economico locale e scongiurare un devastante impatto sull’indotto
industriale della cosiddetta white Valley”
Buon ascolto
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di
tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire
il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri
in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti.
Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione,
andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado
l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si
preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in
relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si
terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
Epic Fury / Epic Fail / Hormuz / la guerra vista dal Golfo / Coffee gate /
l’importanza dell’elio / una nave metaniera alla deriva nel Mediterraneo
Comunicazione di servizio: L’elenco telefonico degli uragani va in pausa per 3
martedì.
Citati nella puntata:
Video sull’op Epic Fury – sito della Casa Bianca
Non solo petrolio – articolo de Il Politico
di Gianni Giovannelli* Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono
trascorsi trent’anni …in modo che le cose presenti ci offendono, le future ci
minacciano; et così nella morte …
di Turi Palidda* Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del
disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco
PD Per cercare di capire al meglio …
In Piemonte si stanno intensificando due vertenze che coinvolgono centinaia di
lavoratrici e lavoratori in settori diversi ma accomunati da scelte aziendali
che scaricano i costi delle riorganizzazioni produttive su chi vive del proprio
salario. Dai servizi alla manifattura, i padroni avanzano con piani industriali
che privilegiano la riduzione dei costi, lasciando sui territori incertezza e
mobilitazioni.
Nel caso della multinazionale dei call center Konecta, la decisione di chiudere
le sedi di Asti e Ivrea e di accentrare le attività su Torino riguarda oltre
mille addetti. La ristrutturazione viene legata anche ai processi di
digitalizzazione e automazione, che consentono alle imprese di difendere i
propri margini, ma che mettono a repentaglio le condizioni di vita di centinaia
di famiglie tra trasferimenti forzati ed esuberi. La difficoltà di confronto ai
tavoli istituzionali ha ulteriormente aggravato la tensione.
Parallelamente, la crisi della Primotecs di Avigliana, nel settore automotive,
mette a rischio circa 158 posti di lavoro. La prospettiva di chiusura ha spinto
lavoratori e sindacati a mobilitarsi, chiedendo un confronto che non si limiti
alla gestione degli esuberi ma apra a ipotesi di rilancio produttivo.
Nei due audio che seguono, Alberto Revel della SLC CGIL e Toni Inserra della
FIOM CGIL intervengono sulle rispettive vicende.
Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato nelle scorse settimane nel
centro di Atene e anche in oltre 100 città del Paese per chiedere giustizia per
le 57 persone rimaste uccise nel disastro ferroviario di Tempe del 28 febbraio
2023, quando il treno passeggeri Intercity 62 della Hellenic Train, partito da
Atene e diretto a […]
Un’inchiesta di ReCommon e SourceMaterial ha svelato il ruolo di ENI nella crisi in corso in Pakistan. ENI agisce nel paese dal 2017, quando si è aggiudicata una commessa a lungo termine per fornire gas liquefatto allo stato pakistano fino al 2032. Questo accordo è stato accolto con entusiasmo in Pakistan, da sempre vessato da […]