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Gli attacchi al Venezuela e all’Iran visti dalla Cina
La conferenza stampa annuale che, ieri, Wang Yi ha tenuto a margine delle “due sessioni” – dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza politica consultiva del popolo cinese -, ha rappresentato un’occasione importante per comprendere le mosse della Cina nel quadro della rivalità con gli Stati Uniti e dell’avanzare della crisi scatenata da israele e USA nell’Asia occidentale. Se Israele spinge verso una ridefinizione dell’ordine regionale in termini di confini e sovranità, con la ri emersione della retorica del “Grande Israele” – che si estende tra Cisgiordania, Gaza, Golan e aree di Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq – di cui l’Iran a livello geografico non fa parte, ma ne è il principale ostacolo strategico; per Washington la posta è il confronto con la Cina: l’Iran è nodo energetico, logistico, finanziario e geopolitico, partner di Pechino, nonchè Paese chiave della Nuova Via della Seta. Con Sabrina Moles, di China Files, vediamo quali sono le conseguenze per la Cina della destabilizzazione del Medio Oriente e dell’attacco contro l’Iran, e commentiamo l‘inizio a Pechino delle riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo.
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Iran-USA: continuano i negoziati mentre Israele preme per la guerra@1
Negli ultimi giorni una nuova tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è tenuta a Ginevra, con l’obiettivo di evitare un’escalation militare legata al programma nucleare di Teheran. I negoziati, mediati da Oman, si sono conclusi senza un accordo, ma con accordi per continuare tecnicamente i lavori a Vienna la prossima settimana. Washington ha chiesto garanzie più stringenti sull’arresto dell’arricchimento dell’uranio e ispezioni più robuste, mentre l’Iran insiste nel mantenere il proprio programma nucleare pacifico e nel rifiutare limiti al suo sviluppo militare.  Sul terreno, la diplomazia convive con una massiccia presenza militare statunitense nella regione, con gruppi di portaerei e caccia schierati nel Medio Oriente e una retorica che non esclude un’azione militare nel caso in cui gli accordi diplomatici falliscano.  Israele gioca un ruolo importante nel quadro: da un lato è fermamente contrario a qualunque accordo che non includa restrizioni alle capacità missilistiche dell’Iran o al suo sostegno ai gruppi armati nella regione, e spinge USA verso una linea più dura. Il governo di estrema destra israeliano cerca di forzare un’attacco all’Iran per garantire non solo la propria sopravvivenza interna, ma anche per tentare di chiudere la partita con l'”arcinemico” iraniano. Nessun accordo definitivo è all’orizzonte, e la tensione resta alta con il rischio di un’escalation che potrebbe coinvolgere anche Israele. Un approfondimento registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri  Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei negoziati tenutesi giovedì.
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SIRIA: GLI U.S.A ESCONO DALLA PORTA MENTRE L’ISIS SI RIAFFACCIA
Nella Siria in cui Al Shaara ha stabilito il suo controllo anche nella regione del Nord-Est tornano ad agire le forze dell’Isis. L’organizzazione fondamentalista è infatti stata sconfitta territorialmente nel 2019, ma ha conservato cellule dormienti nel territorio, a cui si sono uniti i miliziani fuggiti nel mese scorso dal campo di prigionia di Al Hol, dopo che le forze curde (SDF) si sono ritirate e il controllo è passato alle autorità di Damasco. In un messaggio audio, diffuso sabato 21 Febbraio sera, il portavoce dell’Isis, Abu Hudhayfa al Ansari, ha annunciato l’avvio di una «nuova fase di operazioni» e ha definito Al Sharaa il leader di un «regime apostata» e un «cane da guardia» della coalizione globale, promettendo che il suo destino non sarà diverso da quello di Assad. Contestualmente è ormai ufficiale il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria che prevedono la smobilitazione delle basi militari nel paese entro un mese: da lunedì i soldati americani si sono ritirati dalle basi di Qasrak, Al Shaddadi e Rmelan.  Dietro all’abbandono militare del paese da parte statunitense c’è la visita alla Casa Bianca di Al Shaara a Novembre 2025, data in cui quest’ultimo aveva promesso l’ingresso della Siria nella coalizione anti-Isis. Non dimentichiamo che l’attività di Ahmad al Shaara , prima di insediarsi al governo di Damasco, arrivava proprio dalle frange dello stato islamico: sotto il nome di Abu Muhammad Al-Jawlani, al Shaara fa ingresso nelle fila del network salafita-jihadista locale e dando vita a una formazione satellite, denominata “Fronte di soccorso del Levante” (Jabhat al-Nusra li-Ahli al-Shām, Jan), unificata poi da al-Baghdadi nel 2013 nello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, mossa che portò al-Jawlani a riaffermare la propria fedeltà ad al-Qa‘ida, primo passo di un percorso che avrebbe condotto al-Nusra a trasformarsi in una formazione pienamente autonoma e indipendente. Resta di fatto che l’apparente uscita di scena statunitense lascia intravedere ancora una volta degli interessi più complessi sul Medio Oriente, di cui la Siria è uno nodo strategico. A fare da sfondo, che tanto sfondo non è, a questi giochi di potere c’è un sempre crescente malcontento da parte della popolazione che ha visto un aumento di mobilitazioni sul lavoro, sui servizi, sul caro vita, sulla terra e sui diritti sociali. Queste potranno sul tavolo rivendicazioni solo in superficie di carattere economico, ma che lasciano intravedere, come sottolinea Lorenzo Trombetta sul Manifesto, l’approfondirsi della politicizzazione delle condizioni materiali di vita. Ne parliamo con Marco Magnano, giornalista di base a Damasco:
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Prospettive siriane. Uno sguardo sulla Siria contemporanea a partire dalla storica visita di Al Sharaa negli Usa
In questo approfondimento facciamo un punto su questioni aperte, problemi e prospettive della Siria contemporanea, a partire dalla visita del nuovo presidente Aḥmad al-Sharaʿ alla Casa Bianca il 9 novembre scorso, il primo incontro tra un presidente siriano e uno americano dall’indipendenza del paese dalla Francia, nel 1946. Abbiamo parlato con Hani El Debuch, Dottorando in Storie, Culture e Politiche del Globale (UniBo), direttore della Special Task Force on Syrian Heritage presso il Heritage International Institute e collaboratore di UNHCR in diversi scenari di crisi, di questa visita, della situazione politica generale del paese e del rapporto tra Siria ed Israele, che occupa le Alture del Golan dal 1967 e ha effettuato una serie di attacchi e di manovre strategiche a partire dalla caduta dell’ex presidente siriano Bashar Al-Assad
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La guerra dello Yom Kippur del 1967 diede a Israele l’opportunità di occupare Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza, oltre alla penisola del Sinai in Egitto e alle alture del Golan in Siria, che rimangono occupate ancora oggi. Da allora, sono stati elaborati vari piani per annettere una parte o l’intera Cisgiordania e Gaza, spingendo […]
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