La conferenza stampa annuale che, ieri, Wang Yi ha tenuto a margine delle “due
sessioni” – dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza politica
consultiva del popolo cinese -, ha rappresentato un’occasione importante per
comprendere le mosse della Cina nel quadro della rivalità con gli Stati Uniti e
dell’avanzare della crisi scatenata da israele e USA nell’Asia occidentale.
Se Israele spinge verso una ridefinizione dell’ordine regionale in termini di
confini e sovranità, con la ri emersione della retorica del “Grande Israele” –
che si estende tra Cisgiordania, Gaza, Golan e aree di Libano, Siria, Giordania,
Egitto, Iraq – di cui l’Iran a livello geografico non fa parte, ma ne è il
principale ostacolo strategico; per Washington la posta è il confronto con la
Cina: l’Iran è nodo energetico, logistico, finanziario e geopolitico, partner di
Pechino, nonchè Paese chiave della Nuova Via della Seta.
Con Sabrina Moles, di China Files, vediamo quali sono le conseguenze per la Cina
della destabilizzazione del Medio Oriente e dell’attacco contro l’Iran, e
commentiamo l‘inizio a Pechino delle riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale
del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo.
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di Gianni Sartori Dalla “città che aveva sconfitto l’Isis” al nuovo assedio:
l’amarezza per una rivoluzione sotto attacco e il lascito politico del
confederalismo democratico che resiste oltre la sconfitta. …
Dai bombardamenti su 30 obiettivi alle rappresaglie contro basi statunitensi nel
Golfo: l’escalation segna un salto senza precedenti e colpisce soprattutto le
popolazioni civili L’attacco congiunto di Israele e Stati …
Negli ultimi giorni una nuova tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è
tenuta a Ginevra, con l’obiettivo di evitare un’escalation militare legata al
programma nucleare di Teheran. I negoziati, mediati da Oman, si sono conclusi
senza un accordo, ma con accordi per continuare tecnicamente i lavori
a Vienna la prossima settimana. Washington ha chiesto garanzie più stringenti
sull’arresto dell’arricchimento dell’uranio e ispezioni più robuste, mentre
l’Iran insiste nel mantenere il proprio programma nucleare pacifico e nel
rifiutare limiti al suo sviluppo militare.
Sul terreno, la diplomazia convive con una massiccia presenza militare
statunitense nella regione, con gruppi di portaerei e caccia schierati nel Medio
Oriente e una retorica che non esclude un’azione militare nel caso in cui gli
accordi diplomatici falliscano.
Israele gioca un ruolo importante nel quadro: da un lato è fermamente contrario
a qualunque accordo che non includa restrizioni alle capacità missilistiche
dell’Iran o al suo sostegno ai gruppi armati nella regione, e spinge USA verso
una linea più dura. Il governo di estrema destra israeliano cerca di forzare
un’attacco all’Iran per garantire non solo la propria sopravvivenza interna, ma
anche per tentare di chiudere la partita con l'”arcinemico” iraniano. Nessun
accordo definitivo è all’orizzonte, e la tensione resta alta con il rischio di
un’escalation che potrebbe coinvolgere anche Israele.
Un approfondimento registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva,
caporedattrice di Pagine Esteri
Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei
negoziati tenutesi giovedì.
Nella Siria in cui Al Shaara ha stabilito il suo controllo anche nella regione
del Nord-Est tornano ad agire le forze dell’Isis. L’organizzazione
fondamentalista è infatti stata sconfitta territorialmente nel 2019, ma ha
conservato cellule dormienti nel territorio, a cui si sono uniti i miliziani
fuggiti nel mese scorso dal campo di prigionia di Al Hol, dopo che le forze
curde (SDF) si sono ritirate e il controllo è passato alle autorità di Damasco.
In un messaggio audio, diffuso sabato 21 Febbraio sera, il portavoce dell’Isis,
Abu Hudhayfa al Ansari, ha annunciato l’avvio di una «nuova fase di operazioni»
e ha definito Al Sharaa il leader di un «regime apostata» e un «cane da guardia»
della coalizione globale, promettendo che il suo destino non sarà diverso da
quello di Assad.
Contestualmente è ormai ufficiale il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria che
prevedono la smobilitazione delle basi militari nel paese entro un mese: da
lunedì i soldati americani si sono ritirati dalle basi di Qasrak, Al Shaddadi e
Rmelan.
Dietro all’abbandono militare del paese da parte statunitense c’è la visita alla
Casa Bianca di Al Shaara a Novembre 2025, data in cui quest’ultimo aveva
promesso l’ingresso della Siria nella coalizione anti-Isis. Non dimentichiamo
che l’attività di Ahmad al Shaara , prima di insediarsi al governo di Damasco,
arrivava proprio dalle frange dello stato islamico: sotto il nome di Abu
Muhammad Al-Jawlani, al Shaara fa ingresso nelle fila del network
salafita-jihadista locale e dando vita a una formazione satellite, denominata
“Fronte di soccorso del Levante” (Jabhat al-Nusra li-Ahli al-Shām, Jan),
unificata poi da al-Baghdadi nel 2013 nello “Stato islamico dell’Iraq e del
Levante”, mossa che portò al-Jawlani a riaffermare la propria fedeltà ad
al-Qa‘ida, primo passo di un percorso che avrebbe condotto al-Nusra a
trasformarsi in una formazione pienamente autonoma e indipendente.
Resta di fatto che l’apparente uscita di scena statunitense lascia intravedere
ancora una volta degli interessi più complessi sul Medio Oriente, di cui la
Siria è uno nodo strategico.
A fare da sfondo, che tanto sfondo non è, a questi giochi di potere c’è un
sempre crescente malcontento da parte della popolazione che ha visto un aumento
di mobilitazioni sul lavoro, sui servizi, sul caro vita, sulla terra e sui
diritti sociali. Queste potranno sul tavolo rivendicazioni solo in superficie di
carattere economico, ma che lasciano intravedere, come sottolinea Lorenzo
Trombetta sul Manifesto, l’approfondirsi della politicizzazione delle condizioni
materiali di vita.
Ne parliamo con Marco Magnano, giornalista di base a Damasco:
In questo approfondimento facciamo un punto su questioni aperte, problemi e
prospettive della Siria contemporanea, a partire dalla visita del nuovo
presidente Aḥmad al-Sharaʿ alla Casa Bianca il 9 novembre scorso, il primo
incontro tra un presidente siriano e uno americano dall’indipendenza del paese
dalla Francia, nel 1946.
Abbiamo parlato con Hani El Debuch, Dottorando in Storie, Culture e Politiche
del Globale (UniBo), direttore della Special Task Force on Syrian Heritage
presso il Heritage International Institute e collaboratore di UNHCR in diversi
scenari di crisi, di questa visita, della situazione politica generale del paese
e del rapporto tra Siria ed Israele, che occupa le Alture del Golan dal 1967 e
ha effettuato una serie di attacchi e di manovre strategiche a partire dalla
caduta dell’ex presidente siriano Bashar Al-Assad
Gli omicidi da parte di Israele di Fuad Shukr, il massimo leader militare di
Hezbollah, a Beirut, e del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, a Teheran,
hanno sollevato nuovamente lo spettro di una guerra regionale che coinvolga
avversari regionali – una guerra che potrebbe potenzialmente trascinare gli
Stati Uniti nella mischia. Prendendo di mira […]
La guerra dello Yom Kippur del 1967 diede a Israele l’opportunità di occupare
Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza, oltre alla penisola del Sinai in Egitto
e alle alture del Golan in Siria, che rimangono occupate ancora oggi. Da allora,
sono stati elaborati vari piani per annettere una parte o l’intera Cisgiordania
e Gaza, spingendo […]
La guerra a Gaza, come tutte le guerre contemporanee, possiede più di una
dimensione da analizzare per cercare di comprendere quello che sta avvenendo.
Per molti versi la complessità delle guerre attuali può essere descritta come
una struttura a cerchi concentrici in cui ogni cerchio è contenuto in un cerchio
maggiore con il quale si […]