Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate
L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto
una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: …
[IT] Stiamo avendo dei problemi hardware con uno dei server di posta stamattina,
attendiamo aggiornamenti dal provider.
[EN] We’re having some hardware issues with one of the email servers today.
We’re waiting for updates and an ETA from the provider.
di Federica Borlizzi* Dalla detenzione amministrativa nei CPR al caso dei medici
di Ravenna, il corpo migrante diventa il laboratorio in cui lo Stato sperimenta
la sospensione dei diritti e …
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle
infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi
(Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato
diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il
conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14
voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed
Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing
KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo
dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è
presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il
rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari
del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente
movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar.
“Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di
andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico,
principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A
dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento
in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento
di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari,
rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni
di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno
sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto
rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima
tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del
personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130
dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait.
Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento
presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che
avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia
Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di
stanza proprio nello scalo siciliano.
di Rita Rapisardi* Oltre 400 attivisti colpiti dopo le proteste per Gaza.
Sanzioni fino a 5mila euro e nuovi reati trasformano il diritto di manifestare
in un rischio legale. Gli …
di Dario Morgante*
Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la versione dell’agente
ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una sequenza di pochi secondi
diventata il frame mediatico che ha alimentato la narrazione dell’emergenza e
aperto la strada al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni. A circa un mese
dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata da Dario Morgante per VD News
«Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste
parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video
del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a
Torino e che ritrae l’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. A
circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News,
basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in
discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito
alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a
dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo
ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta
verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso
autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane
precedenti. Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle
strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era
ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e
interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica
e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19.04 del 31 gennaio da un
cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della
Difesa Guido Crosetto alle ore 20.15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo
decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con
il Quirinale. Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di
polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi
per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al
pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti
nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle
sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità
(fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico
collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane,
facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i
disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.
Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti
domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del
Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico
ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima
contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte
dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le
indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato
formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia
squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina
Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di
alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino. Inoltre,
sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici,
tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva
«spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e
«trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi
soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione
collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi
ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto,
una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta.
«Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un
post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i
manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si
allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone». Secondo
la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno
finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui
cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un
video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente
precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19.03 e G.V. si trova su
corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un
semaforo. Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in antisommossa si
compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di
alcuni oggetti. Tra loro — sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza
dagli altri agenti — ci sarebbe anche Calista. La registrazione precede di circa
un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la
comparsa del martello (19.04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile
con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del
momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come
sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del
fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi
metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho
visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le
recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il
guardrail». Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di
agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un
palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di
G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non
sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e
uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per
continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione
perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la
stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello. «A quel
punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono
diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era
ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è
stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la
sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi.
«Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo
dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa
ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente
trasformata in materiale utile alla deriva sicuritaria ormai abbondantemente
intrapresa dal Governo Meloni.
*da VDNEWS e osservatorio antirepressione
(disegno di ottoeffe)
La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no,
certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla
politica e sulla società)
Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un
inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a
qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo
cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba
indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da
una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e
che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori
abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di
culto con fiori e stronzaggini varie.
(credits in nota 1)
Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una
canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato
a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che
ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli
piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto
ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni
dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per
cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella,
Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele
“musica da matrimonio di camorra”.
So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per
Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non
mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e
core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta
l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando
addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da
Nobel di frasi in dialetto.
Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa
vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo
(vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione
identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia
purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il
patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È
guerra di classe, nada mas.
Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo?
Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano?
Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il
napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo
pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si
permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi
vogliono loro? (gianfranco gallo)
(credits in nota 2)
Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha
telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia
sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso
questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece
questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma
ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere.
https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/
Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per
pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani:
Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha
svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa
emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non
si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non
era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita,
dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo
parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da
solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero
all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti
perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali
di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale.
Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate
ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è
il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una
zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia.
(daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it)
Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o
della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino
scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più
chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off
topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona
occasione per approfondire:
L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in
Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i
laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’
goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di
comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol” è quasi sordo e
cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile
proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è
gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di
calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi:
è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette
feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo
tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi,
rivistacontrasti.it)
(credits in nota 3)
(a cura di riccardo rosa)
__________________________
¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio
Corbucci (1963)
² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986)
³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere,
di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
di Dario Morgante* Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la
versione dell’agente ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una
sequenza di pochi secondi diventata il …
Delle nuove immagini mettono definitivamente fine alla narrazione vittimista che
la destra, i media mainstream, il governo e la procura avevano diffuso dopo
l’agguato portato a Lione, in Francia, lo …
I Comuni di Avigliana, Rivoli, Caselette e Sant’Ambrogio, insieme all’Unione
Montana Bassa Valle Susa, ribadiscono il loro no al progetto “definitivo” della
tratta Orbassano-Avigliana. (Precisazione: mettiamo definitivo tra virgolette
proprio […]
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In Val di Susa le donne sono da sempre protagoniste delle lotte per la difesa
del territorio, dei diritti e della giustizia sociale. L’8 marzo scendiamo in
piazza per affermare […]
The post L'8 marzo lotto in valle! first appeared on notav.info.
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Ciclofficina Malabrocca - Largo Vitale 113 - Torino
(venerdì, 13 marzo 18:00)
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attraversabile da tutt*, passa a trovarci per autoriparazioni e guai di facile
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no abilismo.