[2026-01-27] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (martedì, 27 gennaio 16:00) Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30. Porfido – per la critica della società capitalista – ha una biblioteca con oltre 6000 titoli, catalogati e suddivisi per argomenti, riviste, poster, dvd in prestito. Abbiamo anche una distro di libri in vendita, passate ! Occhio alle nuove uscite Edizioni Porfido, visita il sito https://porfidotorino.it/
[2026-01-28] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (mercoledì, 28 gennaio 16:00) Disponibile Sgomberi Dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative, di Manu Cencetti. 2026 Eris Edizioni Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30.
Come e perché il Rugby italiano va alla guerra…
 Per l’Italia della palla ovale le migliori alleate si confermano le forze armate e le grandi aziende produttrici di armi e sistemi bellici. Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al servizio della collettività”. A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo Vaccari. “L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia. Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito” una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative, tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le attività. “L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali, fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby, nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”. L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023. Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino “Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera. Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in quota”. “Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”. Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17 (Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti). Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito del “Guinness Six Nations”. “Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale, eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”. Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73, Italia 24. Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della “Folgore”. “Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del “Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch, alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a 17. Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale. L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare, la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%). “Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel 2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby. “Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”. Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo “non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni, contribuendo alla crescita individuale e collettiva”. Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la guerra in un paese sempre più armato e belligerante.
Rojava: in partenza anche dall’Italia la “Carovana dei popoli per difendere l’umanità”
In partenza ieri, sabato 24 gennaio 2026, anche dall’Italia la “Carovana dei popoli per difendere l’umanità”, direzione: Rojava, Siria del nord-est. L’iniziativa – alla quale partecipano con mezzi propri internazionalisti/e e curdi/e provenienti da tutta Europa – intende raggiungere via terra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, sotto attacco totale da parte delle milizie jihadiste del governo di Damasco. L’obiettivo è sostenere la Resistenza dei popoli del confederalismo democratico, sotto un duro assedio da giorni, e fare pressione su governi e istituzioni internazionali, finora del tutto silenti davanti ai massacri e alle atrocità compiute in queste settimane dalle bande jihadiste che compongono l’esercito del governo di transizione di Al Jolani/Al Sharaa. In Italia compagne e compagni sono partiti da Torino, hanno fatto tappa a Milano e faranno tappa a Padova. Dopodiché si parte, prima alla volta di Vienna, dove la colonna di auto italiane incontrerà quelle provenienti dal nord Europa, poi tappa a Lubiana e via verso il Medio oriente. All’accoglienza della carovana a Milano, allo SOS Fornace di Rho, dove si è tenuta anche una conferenza stampa, era presente Giuseppe Pizzichillo, compagno del Magazzino 47 di Brescia e nostro collaboratore, che ha realizzato una corrispodenza e due interviste: La corrispondenza, realizzata durante l’attesa della Carovana. Ascolta o scarica. L’intervista a Federico, compagno internazionalista che si è unito alla Carovana. Ascolta o scarica. L’intervista a Ilaria Salis, eurodeputata di Avs presente alla partenza milanese della Carovana. Ascolta o scarica. L’intervista realizzata da Stefano Bertoldi, autore della trasmissione di Radio Onda d’Urto Scuola Resistente, a Nicola di LABAS Laboratorio Assalto Bologna Ascolta o scarica da Radio Onda d’Urto
La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI
Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. da Coniare Rivolta Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il servizio ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione della rete da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile. In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione. Breve storia delle privatizzazioni in Italia La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto. La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.  L’intervento pubblico di indirizzo del sistema produttivo (politiche industriali) nel trentennio post-bellico si articolava lungo due direttrici fondamentali: lo Stato provvedeva da un lato ad interagire con il sistema economico in modo diretto come attore protagonista proprietario, in altri come regolatore discrezionale dell’economia privata. L’intervento diretto, a sua volta, si manifestava tramite due modalità: l’impresa pubblica nazionalizzata (o, se di livello locale, municipalizzata) e le partecipazioni statali. In alcuni dei settori più strategici o a forte rilevanza sociale e universale (come energia elettrica, trasporti, telecomunicazioni e i cardini dello Stato sociale) prevalse la nazionalizzazione completa con la presenza di imprese pubbliche monopoliste o semi-monopoliste; in un’altra amplissima gamma di settori caratterizzati comunque da forte rilevanza economica per lo sviluppo del paese prevalse invece il sistema delle partecipazioni statali in cui lo Stato possedeva, tramite enti pubblici, quote di imprese private sufficientemente rilevanti da consentire la definizione degli indirizzi strategici e delle scelte produttive e occupazionali.  Il processo di privatizzazione avviato in forma massiccia nel 1992 investì entrambe le forme di proprietà pubblica con la progressiva vendita a capitali privati di quasi tutte le imprese pubbliche esistenti, dal settore bancario-finanziario a quello siderurgico, dal chimico all’ alimentare, editoriale, aerospaziale, energetico, delle telecomunicazioni, elettronico, della cantieristica navale, dei trasporti, etc. Anche l’ambito delle infrastrutture a rete fondamentali (elettricità, telecomunicazioni, gas e petrolio, del trasporto stradale e ferroviaria, infrastruttura idrica) è stato segnato profondamente dal processo di privatizzazione che ha portato a massicce operazioni di svendita, dove non soltanto la gestione dei servizi di pubblica utilità è finita in gran parte in pasto al capitale privato ma anche le stessi reti, per definizione monopoli naturali non replicabili, sono state prese d’assalto da investitori di varia natura per lo più legati al mondo in rapida espansione, dagli anni ’90-’00, dei colossali fondi di investimento finanziari. In questi settori, nel corso degli anni, dopo aver smembrato i vecchi monopoli pubblici verticalmente integrati (dove rete e servizio facevano capo ad un’unica società) in società separate, si è proceduto allo spezzatino della separazione-liberalizzazione e privatizzazione. Mentre la gestione dei servizi si è trasformata in oligopoli privati con un mercato spartito da un numero esiguo di enormi società che praticano agili strategie collusive, le reti sono diventate vere e proprie vacche da mungere per estrarre rendite laute e certe a rischio zero da parte dei nuovi proprietari monopolisti. Terna, Tim, Snam, Autostrade sono state per anni e sono tutt’ora il simbolo evidente di questa clamorosa estrazione parassitaria di profitto ai danni della collettività.  A seguito del gigantesco processo di privatizzazione degli ultimi 35 anni, di imprese pubbliche nel sistema produttivo italiano, di dimensione nazionale (escludendo cioè i servizi pubblici locali municipalizzati, anch’essi, peraltro, diffusamente oggetto di strategie di privatizzazione) resta ben poco. Le partecipazioni pubbliche sono in parte di proprietà diretta del Ministero dell’Economia e in parte possedute da Cassa Depositi e Prestiti. Le più importanti e note ad oggi sono ENAV, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Monte dei Paschi, cui si aggiungono le società che gestiscono le reti (Snam, Terna, Autostrade) ed altre società di interesse strategico come Fincantieri e Italgas. Di partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia resta ad oggi un’unica azienda: Ferrovie dello Stato. Le ipotesi sulla privatizzazione della rete ferroviaria È in questo contesto storico segnato dalla cessione totale o parziale degli asset strategici e delle reti infrastrutturali che si inserisce il dibattito di questi mesi sul destino dell’industria ferroviaria italiana e in particolare dell’infrastruttura di RFI. Ad oggi, il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane possiede al 100% sia Trenitalia (che gestisce il trasporto dei passeggeri) sia RFI (Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura). Mentre, la rete è, al momento, in mano al monopolista pubblico, il servizio è in concorrenza con altri operatori. Ma come si è arrivati a questo punto? Il sistema ferroviario, primo in Italia ad essere nazionalizzato nel lontano 1905, come tutti i servizi pubblici infrastrutturali, è stato già oggetto di un vasto processo di liberalizzazione, privatizzazione societaria e mercificazione a partire dal principio degli anni ’90.  Nel 1992, avvenne la separazione interna all’azienda tra area rete e area trasporto (di fatto un anticipo della successiva separazione contabile) e successivamente nel 2000 la separazione societaria tra rete e servizio con la divisione tra RFI e Trenitalia. Nel 2003, infine, venne approvata la normativa di recepimento del primo pacchetto ferroviario europeo del 2001 che diede inizio al processo di liberalizzazione che vedrà dopo poco l’ingresso di nuovi operatori nel settore merci e, successivamente, anche nel settore passeggeri. La gestione dagli anni 2000 verrà integralmente improntata al taglio dei servizi ridefiniti come rami secchi (linee a bassa o media frequentazione), riduzione graduale del costo del lavoro e potenziamento dei segmenti ad elevata profittabilità attesa come l’Alta velocità (caratterizzata da elevata domanda ad alta capacità di reddito). L’entrata di nuovi concorrenti sul mercato ferroviario andrà a rafforzare in modo intenso questo processo di mercificazione. Nel 2012, Nuovo Trasporto Viaggiatori (Italo) entrò nel ricco mercato dell’Alta velocità, erodendo una parte degli utili che nell’ambito dell’impresa pubblica ex-monopolistica costituivano e costituiscono la base per praticare sussidi incrociati finanziando quelle tratte in perdita non finanziate dal contratto di servizio universale coperto dalla fiscalità generale. Di fatto la famigerata concorrenza, dipinta come salvifica dagli epigoni del libero mercato, si eserciterà essenzialmente sulla leva più immediata che definisce il costo di produzione: il costo del lavoro. Basti pensare che il costo medio di un ferroviere della compagnia Italo al momento dell’ingresso del nuovo operatore nel 2012 ammontava a solo il 60% del costo di un ferroviere di Ferrovie dello Stato. E ciò è possibile perché Italo applica soltanto in parte il contratto collettivo nazionale di settore, in quanto un’ampia parte delle condizioni di lavoro è dettata da un contratto collettivo aziendale. Fino ad oggi l’industria ferroviaria ha continuato ad esistere entro un modello ibrido: un operatore pubblico proprietario di rete e servizio vocato ad un’ottica di massimizzazione del profitto, ma con evidenti funzioni di garanzia del servizio universale e di redistribuzione interna delle risorse e degli utili per fini sociali, una concorrenza di operatori privati sul trasporto merci e sul segmento profittevole del trasporto passeggeri.  Gli appetiti degli investitori privati però non si sono mai sopiti e le ferrovie da diversi anni sono oggetto privilegiato di interesse in vista di un processo di privatizzazione sostanziale parziale o completa alternativamente dell’intera società holding FSI o del servizio (Trenitalia) o della stessa rete (RFI). Già nel 2015 il governo Renzi commissionò vari studi di praticabilità dell’operazione di vendita di FSI con l’intenzione di cedere alla Borsa il 40% delle quote di capitale dell’intera holding. L’operazione non andò in porto per resistenze interne allo stesso gruppo dirigente di Ferrovie. Nel settembre 2023 nel documento strategico NADEF, il governo Meloni riapre il dossier privatizzazione di Ferrovie prevedendo di raccogliere fino a 6,7 miliardi dalla vendita del 49% dell’azienda ai privati. A seguire, alcuni mesi dopo, si inizia a discutere di una diversa opzione: la privatizzazione parziale della rete ferroviaria. Nell’autunno 2024 si diffonde l’ipotesi di costituzione di una nuova compagnia controllata da RFI che gestisca la sola infrastruttura AV tramite lo scorporo della rete più profittevole dal resto del sistema infrastrutturale. Infine nei mesi più recenti (estate-autunno 2025) l’Amministratore delegato Donnarumma dichiara che la privatizzazione è ormai dietro l’angolo e che “dal 2026, l’ingresso di fondi privati potrebbe diventare realtà” specificando che “non si tratta di una privatizzazione in senso stretto, ma di una partecipazione di minoranza da parte di investitori istituzionali, italiani e internazionali, attratti dalla solidità e dalla redditività della rete AV con l’obiettivo di reperire capitali privati per finanziare opere strategiche, liberando risorse pubbliche per altri usi”. Si inizia a discutere di modello RAB (regulated asset base) da applicare alle ferrovie sulla falsariga di quanto già avviene in società di rete come Terna. Si tratta di un modello di finanziamento degli investimenti che garantisce all’investitore un margine di profitto crescente al crescere del rischio riducendo drasticamente il rischio di perdita per quegli investimenti, spesso massicci e complessi, tipici delle infrastrutture, che per loro natura sono soggetti ad una forte variabilità di rendimento nel lungo periodo. Nei modelli RAB in generale la definizione di rischio può variare e includere diversi livelli: dal rischio industriale legato ad aspetti relativi all’applicabilità pratica di alcune tecnologie, a rischi “di sistema” legati ad eventuali shock esterni (aumento del costo delle materie prime o instabilità geopolitica) fino al più elementare rischio di mercato ordinario legato alle oscillazioni fisiologiche della domanda. Nel corso del 2024 due documenti europei uno a firma di Enrico Letta sul futuro del mercato unico europeo e l’altro a cura di Mario Draghi sul futuro delle competitività europea rimarcavano entrambi la necessità di avviare percorsi di finanziamento delle grandi infrastrutture (compresa quella ferroviaria) tramite modelli di regolazione basati su una riduzione al minimo dei rischi (de-risking) per gli investitori privati spianando la strada ad un’interpretazione molto ampia del concetto di rischio che finirebbe per garantire ai privati una generosa rendita monopolistica sostanzialmente a rischio zero.  Sembra proprio questo il modello di privatizzazione immaginato per le ferrovie italiane. Nel corso dell’autunno scorso l’ipotesi di scorporo della rete AV dalla rete RFI si è fatta sempre più insistente e sebbene al momento non vi sia un calendario chiaro e definito sembra ormai probabile che nel 2026 questa operazione possa essere concretamente realizzata. Del resto, gli appetiti degli investitori privati non si sono fatti attendere nel manifestarsi.  Già un anno fa si sono svolte alcune riunioni tra la stessa presidente del Consiglio e il plurimiliardario amministratore del fondo nord-americano Black Rock Larry Fink indirizzate a valutare l’interessamento del suddetto fondo per l’acquisto di quote di floride aziende italiane quali Leonardo e Ferrovie. Più di recente sembra si sia palesato un interessamento da parte dei fondi sovrani arabi quali PIF (saudita) e ADIa e QIA (Emirati) già da molti anni attivi nel settore infrastrutture.  La privatizzazione della rete: un disastro sociale, strategico e di sicurezza Come già accennato prima, tutte le argomentazioni liberiste, che hanno segnato il dibattito sulle privatizzazioni negli ultimi decenni, a favore del mercato e del privato incentrate sul pungolo delle forze competitive, sembrano sciogliersi come neve al sole di fronte al caso clamoroso delle reti infrastrutturali. In questo caso parliamo di monopoli naturali non replicabili dove non è possibile esercitare alcuna forma di concorrenza nemmeno di tipo potenziale. La privatizzazione delle reti pertanto ha il drammatico pregio di spostare il dibattito dalle favole sulle virtù di una fantasmagorica concorrenza capitalistica (che nella realtà si manifesta come potere oligopolistico di pochi colossi) alla cruda e semplice realtà della cessione di asset strategici ai grandi monopoli che drenano rendite parassitarie senza alcuna contropartita nemmeno teorica. La questione evidentemente non è soltanto di tipo distributivo, ma anche strategico e di controllo del sistema produttivo. Dal punto di vista distributivo è chiaro che l’ingresso dei privati sulle reti infrastrutturali drena risorse un tempo a disposizione dell’operatore pubblico per effettuare investimenti. Il privato investe al minor costo possibile per ottenere il massimo profitto possibile e non avendo vincoli di reinvestimento dei profitti punta alla mera distribuzione di facili e lauti utili agli azionisti. Nel caso di RFI questo meccanismo verrebbe esasperato dallo sciagurato piano di spezzettare la rete in parte profittevole (l’Alta velocità) su cui andrebbero ad investire i privati e tutto il resto della rete (assai meno redditizia o in perdita) che resterebbe a totale gestione pubblica depotenziando quel meccanismo oggi in essere, per cui con gli utili delle tratte profittevoli si finanzia anche la manutenzione della rete in perdita. Si tratta, però, di quella parte della rete su cui si svolge il servizio ferroviario ordinario, che interessa milioni di pendolari e che, dunque, risponde in maniera più evidente alla nozione di servizio pubblico. Vediamo meglio come funziona il mercato ferroviario per comprendere quali potrebbero essere le conseguenze distributive dell’ingresso dei privati nell’infrastruttura più redditizia I profitti di RFI derivano dai pedaggi che vengono pagati dalle società dei servizi ferroviari merci e passeggeri versati sia dall’operatore pubblico Trenitalia (società separata da RFI ma interna alla stessa holding) sia dagli operatori privati. L’eventuale ingresso di investitori privati sulla rete naturalmente spingerebbe con forza verso un aumento dei pedaggi. Secondo alcune indiscrezioni (qui l’articolo integrale), l’applicazione di un modello RAB alla rete AV attrattivo per gli investitori richiederebbe la fissazione di un canone pari almeno a 12euro a treno/km ben più alto dei valori attuali (pari a circa 9-10euro a treno-km). In un mercato ormai liberalizzato dove già operano compagnie private come Italo è piuttosto inverosimile immaginare un aumento dei pedaggi di tale misura senza pregiudicare i profitti degli operatori privati dei servizi. Basti pensare che all’indomani della liberalizzazione che consentì l’ingresso di NTV Italo sul ricco mercato AV l’autorità dei trasporti addirittura abbassò i pedaggi da 14 euro a 8 euro a treno/km proprio per favorire l’investimento del nuovo operatore privato a discapito degli introiti pubblici di RFI. Oggi si porrebbe un problema simile ed opposto. Come garantire profitti agli investitori privati sulla rete senza pregiudicare troppo i profitti degli operatori dei servizi? La coperta è corta e le soluzioni, tutte a danno della collettività, possono essere solo due. La prima è che i pedaggi aumentino con due possibili esiti: l’aumento dei prezzi dei biglietti (soluzione più probabile) o politiche di sussidi degli operatori a carico della collettività. Della prima ipotesi ha già implicitamente parlato l’AD di ferrovie nella presentazione del piano industriale.  La seconda soluzione è che i pedaggi non aumentino e lo Stato versi invece sussidi a RFI a beneficio anche degli operatori privati di nuovo ingresso.  In ogni caso un danno per la collettività o in quanto utenza dei treni o in quanto cittadini contribuenti. La classica e consolidata prassi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Infine, vi è un tema molto serio di sicurezza e di controllo di asset strategici e vitali per lo sviluppo di un paese. Le reti infrastrutturali (telefonica, elettrica, di trasporto) rappresentano sistemi complessi che permettono l’esistenza stessa delle altre attività economiche e il funzionamento dell’intero sistema produttivo. Sono inoltre fortemente connotate da elementi di sicurezza sia in termini fisici (incolumità dei passeggeri per i trasporti e dei lavoratori del settore negli interventi di manutenzione) sia in termini di gestione e uso di dati (rete telefonica e internet) e di sicurezza delle attività economiche e domestiche (rete elettrica).  Cedere, anche solo in parte, a colossi capitalistici privati la gestione di queste reti non soltanto rappresenta uno scandalo in sé per l’accaparramento privato di risorse pubbliche costruite in decenni di storia con denaro pubblico, ma comporta anche un gravissimo rischio in termini di sicurezza e di capacità di indirizzo strategico e controllo delle attività produttive nel loro insieme. La lotta per la difesa della proprietà pubblica nei settori strategici e socialmente sensibili e nello specifico nelle reti infrastrutturali è quindi insieme una lotta per frenare le ulteriori spinte redistributive in senso regressivo e per difendere la capacità dello Stato di orientare il sistema economico al benessere comune.
USA: Minneapolis sotto tiro. L’ICE spara ancora e uccide
Un altro morto a Minneapolis: nuovo omicidio da parte degli agenti dell’ICE. Bambini arrestati e piazze sotto attacco da Osservatorio Repressione Minneapolis è di nuovo una scena del crimine. Oggi, sabato 24 gennaio, nel primo pomeriggio, agenti federali dell’ICE hanno aperto il fuoco nel quartiere di Eat Street, a sud della città. Un uomo è stato colpito a pochi metri di distanza, davanti a un locale all’angolo tra Nicollet Avenue e 26th Street. È morto. È la terza sparatoria che coinvolge agenti federali a Minneapolis in poche settimane. La terza. Non un incidente, non una “tragica fatalità”: una sequenza. I video circolati mostrano una dinamica agghiacciante: più colpi sparati, l’agente praticamente faccia a faccia con la vittima, un’esecuzione in pieno giorno. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, come da copione, tace sulle circostanze. Nessuna spiegazione, nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzio armato. Sul posto, la rabbia è esplosa immediatamente. Decine di persone hanno circondato l’area urlando contro la polizia di Minneapolis, accusata di proteggere gli agenti federali: «State difendendo degli assassini». Non è uno slogan. È una constatazione politica. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha parlato di una situazione “ripugnante” e ha chiesto il ritiro immediato degli agenti federali dallo Stato. Ma mentre arrivano dichiarazioni indignate, sul terreno resta una realtà brutale: l’ICE agisce come una forza di occupazione, spara, arresta, deporta. E lo fa con una crescente sensazione di impunità. Solo nelle ultime ore, mentre la città era paralizzata da uno sciopero generale sociale contro i raid federali, è emerso un altro episodio che definire mostruoso è poco: una bambina di due anni è stata fermata insieme al padre mentre tornavano a casa dopo aver fatto la spesa. Nonostante un ordine di un giudice federale che imponeva il rilascio immediato della minore, gli agenti hanno caricato padre e figlia su un aereo diretto in Texas, verso un centro di detenzione per immigrati. Solo dopo, sotto la pressione legale, la bambina è stata riportata in Minnesota e consegnata alla madre. Il padre resta detenuto. Questa non è “sicurezza”. È sequestro di persona istituzionalizzato. Nel frattempo, circa cento membri del clero — pastori, preti, leader religiosi — sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis–St. Paul. Si erano inginocchiati cantando inni e recitando il Padre Nostro, denunciando le deportazioni in corso. Li hanno ammanettati uno a uno, con temperature polari. La repressione non distingue: colpisce migranti, bambini, attivisti, religiosi. Chiunque osi mettere in discussione l’operato federale diventa un bersaglio. E mentre l’ICE spara e arresta, la Casa Bianca gioca con la propaganda. Una foto dell’attivista per i diritti civili Nekima Levy Armstrong — arrestata durante una protesta in una chiesa — è stata ritoccata e rilanciata in versione manipolata: lei, afroamericana, appare più scura di pelle e in lacrime. Alla denuncia pubblica, la risposta ufficiale è stata cinica e rivelatrice: «L’applicazione della legge continuerà. I meme continueranno». È il linguaggio del potere quando ha smesso di fingere. Intanto trapelano documenti interni che autorizzerebbero gli agenti federali a entrare nelle abitazioni senza mandato giudiziario. Una violazione frontale del Quarto Emendamento della Costituzione statunitense. Non un eccesso isolato, ma una scelta strategica: trasformare lo Stato di diritto in un optional, sostituirlo con il terrore amministrativo. Il Minnesota oggi è attraversato da uno sciopero generale sociale: attività chiuse, scuole vuote, lavoro sospeso, consumi bloccati. È la risposta di una comunità che ha capito una cosa semplice: non si tratta più solo di immigrazione. Si tratta di che tipo di società si vuole vivere. Una società in cui un’agenzia federale può sparare per strada, deportare bambini, arrestare chi prega, manipolare immagini e violare la Costituzione senza conseguenze. L’ICE non sta “applicando la legge”. Sta producendo violenza politica. Sta testando i limiti di ciò che può fare uno Stato quando decide che alcune vite valgono meno di altre. Minneapolis resiste, sciopera, si solleva. Perché quando lo Stato spara e rapisce bambini, non restare neutrali non è una scelta ideologica: è una necessità morale e politica.
La parola della settimana. Proiettile
(disegno di ottoeffe) ‘A terra ‘lloc’ è fertile ma volano proiettili aggio fatt’ ‘o sanghe friddo comme fosse ‘o rettile. […] Te fanno fa’ ‘a fine d’e nire ‘mmiez ‘e naziskin, te lassano int’o garage ‘mmiezo ‘e plastiche d’e motorin’. […] (uomodisu, indians) Per la terza volta in pochi mesi un agente del corpo federale americano Ice ha ucciso una persona a Minneapolis in circostanze sconcertanti. L’uomo, trentasette anni, è stato sparato più volte da un militare distante pochi metri fino a che non è stato raggiunto letalmente da un proiettile al petto. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è subito affrettato a precisare che l’uomo era armato (capirai che novità, negli Stati Uniti) ma non ha fornito nessun dettaglio – almeno fino al momento della scrittura di questa rubrica – sugli eventi.  Poche ore prima, nell’ambito delle proteste in corso in città contro l’Ice e contro la violenza militare ormai incontrollata, circa cento preti erano stati arrestati all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, dove si trovavano per denunciare la deportazione di alcuni migranti detenuti. Alcuni video mostrano i manifestanti inginocchiati a pregare, poi l’arrivo della polizia, e quindi l’arresto.  Come si evince chiaramente dai suoi scritti, Camilo Torres non intende esaurire la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres, dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo. […] Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza, l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani siano obbligati a partecipare alla lotta armata. (giorgio barberis e francesco ingravalle, introduzione a liberazione o morte!, di padre camilo torres) In questi mesi abbiamo saputo tutto dell’agenzia federale americana anti-immigrazione. Ci hanno detto che hanno arrestato un uomo con sua figlia piccola e li hanno trasportati da Minneapolis al Texas, opponendosi tra l’altro all’intervento di un giudice federale che ne aveva ordinato il rilascio. Ci hanno spiegato l’allargamento in termini di numero di agenti e di potere di intervento che gli è stato attribuito dall’amministrazione Trump, e il conflitto tra poteri scatenato dalla sua impunità di fatto. Meno dettagliati appaiono i resoconti delle manifestazioni che si stanno via via diffondendo anche in altre città, in cui non di rado i manifestanti si scontrano fisicamente con i militari e/o con la polizia, come accaduto proprio a Minneapolis dopo il ferimento di un venezuelano che cercava di fuggire ed è stato sparato, per questo, alla gamba.  So’ fernut’ ‘e tiempe ‘e pappa, cacca e nanna, ma qua ann’ d’e miracoli? D’e grazie ‘e Dio? Mo’ ‘o patapata ‘e l’acqua acchiapp’, at’ che grandine. Pallottole vaganti ‘e ‘sti cape vacant’ ca te fanno veni’ ‘o spanteco ‘sti guappe te fanno jitta’ ‘o sanghe. (la famiglia, fuje) Sabato mattina ero in metropolitana in modalità spleen, sotto il diluvio, in ritardo sia per il mio appuntamento che per la parola di questa settimana, quando una signora ha richiamato il suo cane che leccava le scarpe di un altro passeggero – «Bob!». Non credo di aver mai conosciuto nella mia vita un cane che si chiamasse Bob, ma ho conosciuto abbastanza bene, intorno ai vent’anni, Dylan, e mi è venuta così in mente A Hard Rain’s a-Gonna Fall, il cui protagonista ha tra l’altro gli occhi come i miei. La canzone – anzi all’inizio era una poesia, che non avrebbe dovuto essere musicata – è stata scritta durante l’epoca del grande rischio nucleare, ma direi che è buona per tutte le stagioni, con il suo riflettere sulla capacità umana di distruggere tutto ciò ci passa tra le mani, noi stessi compresi.  Ricordavo un verso in cui il figlio dagli occhi blu cammina per la terra desolata, e descrive un mare riempito da proiettili e non da pesci (sicuramente nel mio fanatismo avrò pensato a qualcosa tipo la crisi missilistica e alle armi nucleari che viaggiavano via mare). In realtà leggo che l’espressione usata è pellets of poison, che dovrebbe essere qualcosa tipo “granuli di veleno” che “riempiono le acque”. L’area di Bagnoli […] per cui è prevista una massiccia movimentazione di terreni pesantemente inquinati da Ipa e Ocb, è adiacente al mare del golfo di Pozzuoli. È facilmente prevedibile, che Ipa e Pcb, attualmente relegati nei suoli e nei sedimenti marini, se mobilizzati in area prospiciente il mare, possano diffondervisi. Gli Ipa, combinandosi con il cloro (Cl), producono dei derivati, gli Ipa clorurati, che sono più tossici dei composti d’origine. In particolari condizioni (combustione incompleta) possono formarsi diossine, sostanze notoriamente cancerogene-mutagene. Inoltre, gli stessi Ipa e Pcb, se si combinano con lo stagno (Sn) o il mercurio (Hg), formano sostanze altamente tossiche. […] Ricordiamo un caso di grave inquinamento ambientale prodotto dalla combinazione di composti organici con mercurio, nella Baia di Minimata, Giappone. L’inquinamento, di origine industriale, provocò la malattia di Minamata, scoperta per la prima volta nel 1956, determinò gravi intossicazioni negli abitanti e fece incrementare notevolmente l’incidenza di decessi per cancro nella popolazione della baia (Timothy, 2001). Fu causata dal rilascio, dal 1932 al 1968, di metilmercurio nelle acque reflue da parte dell’industria chimica Chisso Corporation. Il metil-Hg, altamente tossico e cancerogeno, si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia, entrando nella catena alimentare e causando così l’avvelenamento degli abitanti del luogo, inclusi numerosi decessi. […] I danni ambientali e sulla salute della popolazione sono persistiti per decenni e continuano ancora oggi ad avere effetti, anche sociali, sulle comunità locali. (benedetto de vivo e maurizio manno, bonifica di bagnoli: perché è rischioso il dragaggio dei sedimenti marini)  I lavori della vergogna sulla colmata vanno avanti a Bagnoli: i cittadini protestano (c’è un presidio quotidiano a piazza Bagnoli, dalle 17:00), Bassolino e De Luca fanno ammuina, le inchieste giornalistiche si moltiplicano, ma il sindaco-commissario Manfredi non chiarisce le modalità che appaiono davvero grossolane con cui si sta operando su un terreno inquinatissimo, preparandosi a fare ancora peggio sui fondali marini. Intanto, camion carichi di materiale dall’aspetto poco rassicurante se ne vanno a centinaia avanti e indietro da giorni, perdendo polveri in giro per il quartiere. Eppure, ci sono tanti scienziati che in questi anni ci hanno spiegato che il miglior modo per riparare un danno ambientale fatto dall’uomo è usare la natura. E ce ne sono altri, di scienziati, di tutt’altro tipo ma non meno brillanti, che ci hanno raccontato che il modo migliore per fare la cosa migliore è rivoltarsi. Il 7 febbraio ci sarà a Bagnoli una grande manifestazione cittadina.  Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte! In alto, catena di teste superbe! Con la piena del secondo diluvio laveremo le città dei mondi. Il toro dei giorni è screziato. Lento è il carro degli anni. La corsa il nostro dio. Il cuore il nostro tamburo. Che c’è di più divino del nostro oro? Ci pungerà la vespa d’un proiettile? Nostra arma sono le nostre canzoni. Nostro oro sono le voci squillanti. Prato, distenditi verde, tappezza il fondo dei giorni. Arcobaleno, dà un arco ai veloci corsieri degli anni. Vedete, il cielo ha noia delle stelle! Da soli intessiamo i nostri canti. E tu, Orsa maggiore, pretendi che vivi ci assumano in cielo! Canta! Bevi le gioie! Primavera ricolma le vene. Cuore, rulla come tamburo! Il nostro petto è rame di timballi. (vladimir majakovskij, la nostra marcia) a cura di riccardo rosa
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[2026-02-01] The Art of Disobedience & workshop @ Csoa Gabrio
THE ART OF DISOBEDIENCE & WORKSHOP Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino (domenica, 1 febbraio 15:00) THE ART OF DISOBEDIENCE - DOM. 01/02 dalle 15 workshop serigrafia by GILA dalle 17 workshop graffiti (se hai già esperienza porta la bomboletta o il tappino che vorresti trovare) dalle 19 presentazione e proiezione di THE ART OF DISOBEDIENCE Un viaggio crudo e autentico dentro l'universo di Geco, uno dei writer più discussi e iconici della scena underground italiana. Il film racconta la disobbedienza come forma d'arte, il writing come atto politico, identitario e irriducibile alle regole. Tra notte, città e anonimato, The Art of Disobedience esplora il confine sottile tra illegalità ed espressione artistica, lasciando spazio a riflessioni su libertà, spazio pubblico e controllo. Non una celebrazione, ma uno sguardo diretto su ciò che significa scegliere di non obbedire.
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