Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da
individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi:
Il gancio:
” the west Is the best” (J.M.)
linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper
maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è
gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che
sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad
agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci
sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci
tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata.
Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di
materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta.
Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo
sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola
tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona
di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.
Le crochet :
« The west Is the best » (J.M.)
Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à
traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant
des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples
courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une
question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions
qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de
l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous
maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée.
Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin
d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres
formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point
d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble.
Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres
occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain
où essayer de donner vie à tout cela.
The hook:
‘The West Is the Best’ (J.M.)
Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and
skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and
complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both
individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook
onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach
ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity
that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In
order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and
materials on the routes where we can experiment with other forms of life and
struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the
road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and
semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are
looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.
El gancho:
«The west is the best» (J.M.)
Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar,
atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas,
urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los
espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de
voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que
se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la
mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene
aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer
tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las
rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos
intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder
encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas
de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos
buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.
SENZA CONSENSO E’ STUPRO: BLOCCHIAMO IL DDL BONGIORNO!
Murazzi - Lungo Po murazzi, lato destro
(domenica, 15 febbraio 15:00)
Domenica 15 febbraio mobilitazione cittadina contro il disegno di legge sul
reato di violenza sessuale.
Il DDL proposto in queste settimane dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno
cancella il consenso dalla legge sul reato di violenza sessuale e rappresenta un
gravissimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro
che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale.
Questo DDL ha già ricevuto l’approvazione della commissione giustizia al Senato
e - se diventasse definitivamente legge - si tratterebbe di un enorme
arretramento e peggioramento rispetto all’attuale norma contro la violenza di
genere e sessuale, che di fatto aprirebbe la strada alla normalizzazione e
all’istituzionalizzazione dello stupro.
Non possiamo accettarlo!
Dopo la partecipatissima assemblea tematica, scendiamo in strada per un primo
momento di mobilitazione cittadina contro il DDL Bongiorno: ci vediamo domenica
15/02 alle 15 ai Murazzi
Se vuoi saperne di più o vuoi aiutarci a diffondere l’informazione, scarica il
volantino che trovi a questo link:
https://www.slideshare.net/slideshow/blocchiamo-il-ddl-bongiorno-cosa-succede-con-il-nuovo-ddl-sulla-violenza-sessuale/285981895
Nuovamente con noi Giovanni Del Ponte, scrittore per ragazzi, per parlare del
suo terzo libro “Gli Invisibili. Il castello di Doom Rock” in occasione dello
spettacolo “Il Manoscritto di Doom Rock”, ispirato al romanzo e messo in scena
da Claudio Ottavi. L’argomento della puntata è il bullismo scolastico, tema del
romanzo.
Buon ascolto!
il sito
https://www.giovannidelponte.com
Podcast Animali narranti condotto da Giovanni
https://share.google/s4m6IF3hjuxNJuiVh
I brani audio sono stati tratti dallo spettacolo del Piccolo Teatro d’Arte con
regia di Claudio Ottavi www.ilpiccoloteatrodarte.org
Ringraziamo anche i giovani attori.
Quella riportata sotto è la struttura del “Consiglio di Pace” promosso da Trump,
per come è stata rivelata da “The Times of Israel”. Come già sottolineato
(https://ilrovescio.info/2025/10/03/ubu-re-nellera-della-tecnocrazia/), siamo
oltre la più fervida letteratura distopica. Siamo al grottesco dotato di poteri
mostruosi. Nessun imperatore nella storia – nemmeno il Caligola messo in scena
da Camus – ha mai pensato di autoincoronarsi Presidente a vita del Consiglio di
Amministrazione della Pace per governare il mondo intero (da notare che Gaza non
viene nominata nemmeno di sfuggita). Un club con ingresso a pagamento su cui il
Presidente ha ogni potere di controllo. E soprattutto nessuno nella storia aveva
mai pensato di riunire nello stesso Board un “governo tecnocratico” a
rappresentare un popolo sottoposto a genocidio insieme al governo che il
genocidio lo sta compiendo. L’entrata nel Consiglio di Amministrazione da parte
del regime sionista avviene proprio nei giorni in cui emerge che l’esercito
israeliano ha utilizzato a Gaza anche armi termiche e termobariche fornite dagli
Stati Uniti. Chiamate “bombe a vuoto” o “aerosol”, capaci di generare
temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius (6.332 gradi Fahrenheit), queste
armi hanno fatto evaporare – lasciando al loro posto pezzi di carne e mucchi di
cenere – centinaia di gazawi. Provando a immaginare l’inimmaginabile (i corpi
inceneriti, i loro inceneritori ancora in carica, accolti a braccia aperte da
chi ha fornito loro gli strumenti di incenerimento), possiamo leggere il finale
dello statuto: «Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che
deve essere approvato dal Presidente». Il sigillo della ridicolaggine assassina.
L’inconfondibile Armand Robin scrisse alla Gestapo, il 5 ottobre 1943: «È
esattissimo che io vi disapprovo di una disapprovazione per la quale non esiste
nome in nessuna delle lingue che conosco (e certamente neppure nella lingua
ebraica, che voi mi fate desiderare di studiare). Voi siete degli assassini,
signori; e aggiungo anche (è un punto di vista cui tengo molto) che siete degli
assassini ridicoli».
STATUTO DEL CONSIGLIO DI PACE
Preambolo
Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di
buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso
hanno fallito;
Riconoscendo che una pace duratura mette radici quando le persone sono messe
nelle condizioni di assumere il controllo e la responsabilità del proprio
futuro;
Affermando che solo una partnership sostenuta e orientata ai risultati, fondata
sulla condivisione degli oneri e degli impegni, può garantire la pace in luoghi
dove essa si è dimostrata troppo a lungo irraggiungibile;
Deplorando che troppi approcci alla costruzione della pace favoriscano una
dipendenza perpetua e istituzionalizzino la crisi invece di aiutare le persone a
superarla;
Sottolineando la necessità di un organismo internazionale per la costruzione
della pace più agile ed efficace; e
Decidendo di costituire una coalizione di Stati volenterosi, impegnati nella
cooperazione pratica e nell’azione efficace,
guidati dal giudizio e nel rispetto della giustizia, le Parti adottano il
presente Statuto del Consiglio di Pace.
Articolo 1: Missione
CAPITOLO I – FINALITÀ E FUNZIONI
Il Consiglio di Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la
stabilità, ristabilire una governance affidabile e conforme alla legge e
garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Il Consiglio di Pace svolgerà tali funzioni di costruzione della pace in
conformità al diritto internazionale e secondo quanto approvato ai sensi del
presente Statuto, inclusi lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche
applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace.
CAPITOLO II – ADESIONE
Articolo 2.1: Stati membri
L’adesione al Consiglio di Pace è limitata agli Stati invitati a partecipare dal
Presidente e ha inizio con la notifica del consenso dello Stato a essere
vincolato dal presente Statuto, in conformità al Capitolo XI.
Articolo 2.2: Responsabilità degli Stati membri
(a) Ogni Stato membro sarà rappresentato nel Consiglio di Pace dal proprio Capo
di Stato o di Governo.
(b) Ogni Stato membro sosterrà e assisterà le operazioni del Consiglio di Pace
in conformità con le rispettive autorità legali interne. Nulla nel presente
Statuto deve essere interpretato come conferimento al Consiglio di Pace di
giurisdizione all’interno del territorio degli Stati membri, né come obbligo per
gli Stati membri di partecipare a una specifica missione di costruzione della
pace senza il loro consenso.
(c) Ogni Stato membro servirà un mandato non superiore a tre anni dall’entrata
in vigore del presente Statuto, soggetto a rinnovo da parte del Presidente. Il
mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con oltre
1.000.000.000 di dollari USA in fondi in contanti al Consiglio di Pace entro il
primo anno dall’entrata in vigore dello Statuto.
Articolo 2.3: Cessazione dell’adesione
L’adesione termina al verificarsi della prima delle seguenti condizioni:
(i) scadenza del mandato triennale, soggetta all’Articolo 2.2(c) e a rinnovo da
parte del Presidente;
(ii) recesso, ai sensi dell’Articolo 2.4;
(iii) decisione di rimozione da parte del Presidente, soggetta al veto di una
maggioranza dei due terzi degli Stati membri; o
(iv) scioglimento del Consiglio di Pace ai sensi del Capitolo X.
Uno Stato la cui adesione termina cessa anche di essere Parte dello Statuto, ma
può essere nuovamente invitato a diventare Stato membro ai sensi dell’Articolo
2.1.
Articolo 2.4: Recesso
Qualsiasi Stato membro può recedere dal Consiglio di Pace con effetto immediato
mediante comunicazione scritta al Presidente.
CAPITOLO III – GOVERNANCE
Articolo 3.1: Il Consiglio di Pace
(a) Il Consiglio di Pace è composto dai suoi Stati membri.
(b) Il Consiglio di Pace vota su tutte le proposte all’ordine del giorno,
incluse quelle relative ai bilanci annuali, all’istituzione di entità
sussidiarie, alla nomina di alti dirigenti esecutivi e alle principali
determinazioni politiche, come l’approvazione di accordi internazionali e
l’avvio di nuove iniziative di costruzione della pace.
(c) Il Consiglio di Pace si riunisce in sedute deliberative almeno una volta
all’anno e in ulteriori occasioni e luoghi ritenuti opportuni dal Presidente.
(d) Ogni Stato membro dispone di un voto.
(e) Le decisioni sono adottate a maggioranza degli Stati membri presenti e
votanti, previa approvazione del Presidente, che può anche esprimere un voto in
caso di parità.
(f) Il Consiglio di Pace terrà inoltre riunioni regolari non deliberative con il
Consiglio Esecutivo.
(g) Gli Stati membri possono essere rappresentati da un alto funzionario
alternativo, previa approvazione del Presidente.
(h) Il Presidente può invitare organizzazioni regionali di integrazione
economica a partecipare ai lavori.
Articolo 3.2: Presidente
(a) Donald J. Trump fungerà da Presidente inaugurale del Consiglio di Pace e
separatamente da rappresentante inaugurale degli Stati Uniti d’America.
(b) Il Presidente ha autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere
entità sussidiarie.
Articolo 3.3: Successione e sostituzione
Il Presidente designerà in ogni momento un successore. La sostituzione potrà
avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o incapacità, determinate da
voto unanime del Consiglio Esecutivo.
Articolo 3.4: Sottocomitati
Il Presidente può istituire sottocomitati e definirne mandato, struttura e
regole.
CAPITOLO 4. Consiglio Esecutivo
Articolo 4.1: Composizione e rappresentanza del Consiglio Esecutivo
(a) Il Consiglio Esecutivo è selezionato dal Presidente ed è composto da leader
di statura globale.
(b) I membri del Consiglio Esecutivo restano in carica per mandati di due anni,
sono soggetti a revoca da parte del Presidente e possono essere rinnovati a sua
discrezione.
(c) Il Consiglio Esecutivo è guidato da un Direttore Esecutivo nominato dal
Presidente e confermato da un voto di maggioranza del Consiglio Esecutivo.
(d) Il Direttore Esecutivo convoca il Consiglio Esecutivo ogni due settimane per
i primi tre mesi successivi alla sua istituzione e, successivamente, con cadenza
mensile, nonché in ulteriori occasioni qualora il Direttore Esecutivo lo ritenga
opportuno.
(e) Le decisioni del Consiglio Esecutivo sono adottate a maggioranza dei membri
presenti e votanti, incluso il Direttore Esecutivo. Tali decisioni entrano in
vigore immediatamente, fatta salva la facoltà del Presidente di esercitare il
veto in qualsiasi momento successivo.
(f) Il Consiglio Esecutivo determina il proprio regolamento interno.
Articolo 4.2: Mandato del Consiglio Esecutivo
Il Consiglio Esecutivo:
(a) esercita i poteri necessari e appropriati per attuare la missione del
Consiglio della Pace, in conformità con il presente Statuto;
(b) riferisce al Consiglio della Pace sulle proprie attività e decisioni con
cadenza trimestrale, in conformità all’Articolo 3.1(f), nonché in ulteriori
occasioni che il Presidente potrà determinare.
CAPITOLO V – DISPOSIZIONI FINANZIARIE
Articolo 5.1: Spese
Il finanziamento delle spese del Consiglio della Pace avviene tramite contributi
volontari degli Stati membri, di altri Stati, di organizzazioni o di altre
fonti.
Articolo 5.2: Conti
Il Consiglio della Pace può autorizzare l’istituzione di conti nella misura
necessaria allo svolgimento della propria missione. Il Consiglio Esecutivo
autorizza l’adozione di sistemi di controllo e di meccanismi di vigilanza in
materia di bilanci, conti finanziari e erogazioni, nella misura necessaria o
opportuna a garantirne l’integrità.
Articolo 6
(a) Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possiedono personalità
giuridica internazionale. Essi dispongono della capacità giuridica necessaria al
perseguimento della loro missione (inclusa, a titolo esemplificativo e non
esaustivo, la capacità di stipulare contratti, acquisire e alienare beni mobili
e immobili, promuovere procedimenti giudiziari, aprire conti bancari, ricevere
ed erogare fondi pubblici e privati, nonché assumere personale).
pratiche orientate ai risultati(b) Il Consiglio della Pace assicura la
concessione dei privilegi e delle immunità necessari all’esercizio delle
funzioni del Consiglio della Pace, dei suoi enti sussidiari e del relativo
personale, da stabilirsi mediante accordi con gli Stati nei quali il Consiglio
della Pace e i suoi enti sussidiari operano, ovvero attraverso altre misure
adottate da tali Stati in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici
interni. Il Consiglio può delegare l’autorità a negoziare e concludere tali
accordi o intese a funzionari designati all’interno del Consiglio della Pace e/o
dei suoi enti sussidiari.
Articolo 7
CAPITOLO VII – INTERPRETAZIONE E RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE
Le controversie interne tra e all’interno dei membri, degli enti e del personale
del Consiglio della Pace, relative a questioni attinenti al Consiglio della
Pace, dovrebbero essere risolte mediante una collaborazione amichevole, in
conformità con le autorità organizzative stabilite dal presente Statuto; a tal
fine, il Presidente è l’autorità finale in merito al significato,
all’interpretazione e all’applicazione del presente Statuto.
CAPITOLO VIII – MODIFICHE ALLO STATUTO
Articolo 8
Le modifiche allo Statuto possono essere proposte dal Consiglio Esecutivo oppure
da almeno un terzo degli Stati membri del Consiglio della Pace che agiscano
congiuntamente. Le proposte di modifica sono trasmesse a tutti gli Stati membri
almeno trenta (30) giorni prima della loro messa ai voti. Tali modifiche sono
adottate previa approvazione con una maggioranza dei due terzi del Consiglio
della Pace e pratiche orientate ai risultati confermata da parte del Presidente.
Le modifiche ai Capitoli II, III, IV, V, VIII e X richiedono l’approvazione
unanime del Consiglio della Pace e la conferma del Presidente. Una volta
soddisfatti i requisiti pertinenti, le modifiche entrano in vigore alla data
indicata nella risoluzione di modifica o, in mancanza di tale indicazione,
immediatamente.
CAPITOLO IX – RISOLUZIONI O ALTRE DIRETTIVE
Articolo 9
Il Presidente, agendo per conto del Consiglio della Pace, è autorizzato ad
adottare risoluzioni o altre direttive, in conformità con il presente Statuto,
al fine di attuare la missione del Consiglio della Pace.
CAPITOLO X – DURATA, SCIOGLIMENTO E TRANSIZIONE
Articolo 10.1: Durata
Il Consiglio della Pace continua ad esistere fino a quando non venga sciolto in
conformità al presente Capitolo, momento in cui il presente Statuto cesserà
altresì di avere efficacia.
Articolo 10.2: Condizioni per lo scioglimento
Il Consiglio della Pace si scioglie nel momento in cui il Presidente lo ritenga
necessario o opportuno, oppure alla fine di ogni anno solare dispari, salvo
rinnovo da parte del Presidente entro e non oltre il 21 novembre di tale anno
solare dispari. Il Consiglio Esecutivo stabilisce le norme e le procedure
relative alla definizione di tutti i beni, le passività e le obbligazioni in
caso di scioglimento.
CAPITOLO XI – ENTRATA IN VIGORE
Articolo 11.1: Entrata in vigore e applicazione provvisoria
(a) Il presente Statuto entra in vigore con l’espressione del consenso a essere
vincolati da parte di tre Stati.
(b) Gli Stati che sono tenuti a ratificare, accettare o approvare il presente
Statuto mediante procedure interne convengono di applicarne provvisoriamente le
disposizioni, salvo che abbiano informato il Presidente, al momento della firma,
dell’impossibilità di farlo. Gli Stati che non applicano provvisoriamente il
presente Statuto possono partecipare ai lavori del Consiglio della Pace in
qualità di Membri senza diritto di voto, in attesa della ratifica, accettazione
o approvazione dello Statuto in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici
interni, previa approvazione del Presidente.
Articolo 11.2: Depositario
Il testo originale del presente Statuto, nonché ogni sua modifica, è depositato
presso gli Stati Uniti d’America, che sono designati quali Depositari del
presente Statuto. Il Depositario provvede tempestivamente a fornire a tutti i
firmatari del presente Statuto una copia certificata conforme del testo
originale, nonché di ogni modifica o protocollo aggiuntivo ad esso.
CAPITOLO XII – RISERVE
Articolo 12
Non possono essere formulate riserve al presente Statuto.
CAPITOLO XIII – DISPOSIZIONI GENERALI
Articolo 13.1: Lingua ufficiale
La lingua ufficiale del Consiglio della Pace è l’inglese.
Articolo 13.2: Sede
Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possono, in conformità con il
presente Statuto, istituisce una sede centrale e uffici sul territorio. Il
Consiglio della Pace negozierà, ove necessario, un accordo di sede e accordi
disciplinanti gli uffici sul territorio con lo Stato o gli Stati ospitanti.
Articolo 13.3: Sigillo
Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere
approvato dal Presidente.
IN FEDE DI CHE, i sottoscritti, debitamente autorizzati, hanno firmato il
presente Statuto.
La sentenza di Bari inchioda CasaPound: non è “folklore”, non è “movimento”, è
riorganizzazione fascista. E chi governa non può più far finta di niente. C’è un
punto in cui …
Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹
Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della
stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la
città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco
probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi,
all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde,
con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento,
mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff
degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.
L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori
controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime
settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di
buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio,
giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa.
Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva
comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di
stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse
intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale
venivano sospesi fino a metà marzo.
Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno
sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di
auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore,
area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena
di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono
svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari
negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura
temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno
ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria
di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci
fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio
2020.
NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI
A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata
la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del
nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna
a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a
Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della
città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una
serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO)
nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate
di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state
immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di
mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi
approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande
evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione
temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di
relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.
La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata
in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra
gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari
Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello
sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti
abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono
abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della
montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua
riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata
incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla
partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come
si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San
Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est
milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp.
LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO
Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato
alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati
della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei
Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il
quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si
sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro
teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere,
reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme
dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine
e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per
l’occasione.
La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori
dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di
personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di
interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi
sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste
Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri
sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere.
Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal
CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere
ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva
Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare
a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole
e timidi sorrisi con le ragazze in corteo.
Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la
parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono
indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e
sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi,
indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto
colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito:
«E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme,
qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica,
dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le
Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per
Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha
poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era
abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante
la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa
facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che
un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme».
Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport,
ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film
Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate
alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero
scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro
insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano
si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone
bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro.
QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO
Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per
protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta
Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire.
Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti,
reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello
sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti
della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO.
In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di
cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli
alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di
apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne
sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere».
Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato
il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille
euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una
città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono
in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non
stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole
d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa.
Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta,
dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della
Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In
prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere,
hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione»
nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione
«ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex
mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati,
trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via
Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy
Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle
finestre.
In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi
mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per
riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre
la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte
si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La
voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth,
quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che
sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la
gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della
tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo
alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta
guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E
se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere».
La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la
trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa
governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la
risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla
facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla
collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi
notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e
per la successiva giornata dedicata allo sport popolare.
A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive
della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle
azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era
scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è
tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina)
________________________
¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del
triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due
anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio
Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul
paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna
Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio,
Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul
territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un
materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle
resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa,
Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a
Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui
il programma completo.
Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e
merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di
Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A
fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava
mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà
settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera
statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro
materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione
Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il
Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito
delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto
manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di
un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose
(IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.
Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è
interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di
navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa,
tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan,
fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal
ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira
sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo
al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per
permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri,
con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di
materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6
km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove
vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già
manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni
ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando
la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.
Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia
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«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare
ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di
migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del
Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che
saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei
fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del
comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il
cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno
in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di
vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci
sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come
compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli
scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta
energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi,
per essere completata, in teoria, entro il 2030.
IL CANALE DEI NAVICELLI E CAMP DARBY
La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al
Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare
statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di
missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari
del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.
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Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori Il ponte girevole. Foto di Linda
Maggiori
Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500
attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree
del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di
pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai
cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di
armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di
“consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia
logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila
euro, pagati dagli Stati Uniti.
«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della
volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che,
formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata
come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere
comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.
La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per
conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al
100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e
controllo sulla navigazione nel Canale.
Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30
settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo
contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non
ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla
Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o
controllo su ciò che passa».
Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia
logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale,
detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col
fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.
Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato
altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri
nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra.
«L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di
“Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL
Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma
che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San
Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la
militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di
Diritti in Comune.
IL RIARMO PASSA DAI BINARI
Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito
satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori
Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo
sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che
collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine
2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino
alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.
«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato
comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A
questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo
Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega
l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria
Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati
44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi
militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».
A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una
settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo
erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo,
per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri
contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono
serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il
riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione
Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per
Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di
euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari
1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è
quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice
uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e
Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si
interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un
importante polo produttivo di Leonardo.
Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del
2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi
pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra
gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta
concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di
incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono
amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato.
Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le
comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle
Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby,
scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di
circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base
americana.
L’AEROPORTO MILITARE DI PISA E IL NUOVO HANGAR
L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi.
Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e
l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare
della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il
Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni
di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super
Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan,
costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.
«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento
esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia
per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso
questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA
nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più
insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono
trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo
sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.
LA BASE EX CISAM
Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare
della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco
naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado.
Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che
copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal
Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e
interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si
aggira sui 520 milioni di euro.
Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i
lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie
e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un
presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori
non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale.
«Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano
economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione
dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta.
«Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di
riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM)
che dovrebbe essere dismesso e bonificato.
Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base,
tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni
negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby,
ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al
Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che
sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo.
Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e
delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su
34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da
alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un
centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col
Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto
Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un
autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo
elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a
scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una
città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura
civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove
sorge sia restituita alla cittadinanza.
Conferenza stampa ieri mattina a Napoli per lanciare la manifestazione in difesa
degli spazi sociali e di libertà in Campania.
da Radio Onda d’urto
Nelle ultime settimane attacchi sono arrivati a Officina 99, Gridas,
Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, Cprs e Banchi Nuovi, nel mirino del
disegno repressivo del governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi
autogestiti. Da qui il corteo regionale di sabato, ore 15, piazza Garibaldi a
Napoli.
Davide, compagno napoletano degli spazi sociali
COMUNICATO
“I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani,
al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi
sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal
governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti”, è quanto si
legge nell’appello di lancio della manifestazione in difesa degli “spazi sociali
e di libertà” promossa dai movimenti di lotta della regione Campania e che
sfilerà a Napoli questo sabato 14 febbraio dalle 15:00 a piazza Garibaldi.
Tantissime le sottoscrizioni arrivate dal mondo delle battaglie sociali,
ambientali e sindacali, ma anche dall’accademia, dal mondo dell’arte e della
musica, oltre che dell’associazionismo. Ospiti d’onore i 99 Posse, che si
esibiranno dal camion del corteo insieme a molti altri artisti. Ad aderire alla
manifestazione, tra gli altri, c’è il Global Movement to Gaza, tra i promotori
della Flotilla e delle piazze oceaniche dello scorso autunno in favore del
popolo palestinese.
“Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a
lavoratorə, disoccupati, studenti, precari, persone migranti, artisti, solidali
e tutti coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre
vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi
sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle
la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta”, è quanto i promotori
affermano in una nota congiunta.
di Haidi Gaggio Giuliani Lettera aperta di Haidi Giuliani: dissenso,
repressione, democrazia “La storia si ripete sempre due volte: la prima come
tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel …
Il ddl Meloni non “gestisce” l’immigrazione: fabbrica paura, criminalizza il
soccorso e usa i migranti come prototipo per comprimere diritti e democrazia C’è
una verità che andrebbe stampata a caratteri …
Un salto di qualità nella guerra ai diritti: interdizione delle acque fino a sei
mesi, confisca delle navi, protezione umanitaria smontata e ricongiungimenti
demoliti. Salerni: “Si certifica il potere discrezionale …
Il 12 febbraio 2008 la polizia irrompe all’interno del reparto di interruzione
volontaria di gravidanza del II Policlinico di Napoli dopo aver ricevuto la
segnalazione di un presunto “feticidio”. Secondo …