TERZO INCONTRO
Sala Consiliare - Sant’Ambrogio - Piazza XXV Aprile 4
(giovedì, 12 marzo 21:00)
TAV Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano: terzo incontro per capire cosa sta
succedendo nei nostri comuni.
Giovedì 12 marzo - ore 21.00
Sala Consiliare - Sant’Ambrogio
Piazza XXV Aprile 4, accesso via Caduti per la Patria.
— con Assemblea BassaValle a Sant'Ambrogio di Torino, Piemonte.
(disegno di diego miedo)
Sono in calendario in questi giorni a Napoli (entrambe alle ore 18) le
presentazioni di un libro e di una rivista che possono generare riflessioni
“incrociate” interessanti: oggi pomeriggio alla libreria Tamu si parlerà
dell’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale,
dal titolo “Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera” (curato
da Mattia Frapporti e Gioacchino Orsenigo); venerdì allo Scugnizzo Liberato del
libro Corpi urbani contesi. Etnografia dei beni comuni napoletani nella città
turistica, di Martina Locorotondo.
Il numero di Zapruder, a cui hanno contribuito non soltanto storici, ma anche
sociologi, antropologi e studiosi dei media, offre una chiave di lettura
interessante dell’universo-miniera, non solo come luogo di estrazione, ma anche
di produzione di forme di vita e di potere, di organizzazione e di resistenza.
Dall’alternarsi dei saggi, a dispetto dell’eterogeneità dei casi e dei punti di
osservazione, emerge un filo conduttore: la miniera come strumento di analisi
dello sviluppo e della trasformazione delle economie, dei territori e delle
culture.
Così come per tutto ciò che concerne il campo degli studi deindustriali,
fondamentale è l’abbandono della prospettiva eurocentrica, e dell’istintiva
postura secondo cui, una volta sparita (o meglio invisibilizzata) dal mondo
occidentale la fabbrica – e con essa la fabbrica diffusa “sottostante” – questa
non costituisca più un ingranaggio decisivo per il funzionamento del sistema
capitalistico. Lo sfruttamento otto-novecentesco di risorse umane e materie
prime, il prosciugamento dei corpi e delle loro energie, è stato invece solo
delocalizzato verso altri territori, nell’ambito di un tipico processo di
ciclica ristrutturazione del capitale.
È, in un certo senso, proprio questo processo di auto-rinnovamento, di
produzione di crisi e di conseguente riassetto dei sistemi economici attraverso
lo sfruttamento di altri comparti e territori, il filo che lega le due uscite
editoriali. Il libro di Locorotondo, ricercatrice in studi urbani al Gran Sasso
Science Institute de L’Aquila, affronta infatti il tema – su cui esiste ormai
una letteratura rilevante per quantità e qualità – della turistificazione della
più grande città di mare italiana, per molti decenni metropoli industriale e
industrializzata. Lo fa senza trascurare gli elementi fondamentali legati a
questo processo (il lavoro e l’abitare, su tutti), ma interrogandosi, nella
seconda parte del volume, sulle relazioni esistenti anche in termini di
prossimità geografica tra gli spazi “liberati” a Napoli nel decennio 2010-2020
(divenuti poi per delibera comunale “beni comuni a uso civico”) e l’economia
estrattiva del turismo.
L’autrice indaga questa relazione raccontando le storie di uomini e donne che,
pur schiacciati dalla forza propulsiva dell’industria turistica, individuano e
realizzano – in maniera più o meno organizzata – pratiche di resistenza, o anche
solo di sopravvivenza, a beneficio non soltanto di sé stessi, ma di differenti
gruppi sociali (la mensa comunitaria, gli spazi da dedicare alla crescita di
bambini e adolescenti, quelli delle comunità migranti per celebrare le proprie
festività, e così via). Non si tratta, spiega Locorotondo, semplicemente di
processi di mutuo aiuto, ma di (ri)costruzione di modelli che la monocultura
turistica tende a eliminare, imponendone altri basati esclusivamente sul
rapporto venditore-acquirente. Non è solo l’attuazione di pratiche solidali, ma
il tentativo di ripristino di sistemi di convivenza, di produzione di sapere e
di microeconomie alternativi, “nell’orizzonte di possibilità della città […]
altrimenti offuscato da una visione unica, totalizzante, quasi gestaltica del
realismo capitalista”.
I processi che si articolano nell’ambito dei beni comuni cittadini vengono ben
descritti nel libro, ma anche efficacemente problematizzati, fornendo elementi
utili per costruire un bilancio della complessa stagione del “neomunicipalismo”
napoletano. Un tema è, per esempio, la difficile “espansione” dei beni comuni,
intesa non solo come conquista e sottrazione di spazi all’economia dominante
(oggi il turismo, domani chissà), ma come estensione di pratiche e modelli
all’esterno delle mura di questi spazi, verso il resto della città e dei suoi
abitanti. Emergono così alcune domande: ha la forza, così com’è strutturato il
modello dei beni comuni, per contrastare la brutale espansione della città
turistica? Quali sono i motivi per cui questo modello non è riuscito a
elaborare, negli anni, efficaci strategie di contrattacco, arenandosi su quelle
di resistenza? Ha davvero avuto così tanta importanza il riconoscimento
istituzionale di questi spazi e pratiche, considerando che l’atteggiamento
indolente tenuto dalle giunte de Magistris nei confronti del fenomeno turistico
ha avuto un ruolo non secondario nella creazione di un contesto che ormai
circonda e minaccia quelle stesse esperienze?
Naturalmente, la lettura incrociata del libro e della rivista pone anche altre
questioni, difficili da sintetizzare. Su tutte, i mutevoli rapporti tra spazio
urbano, uomo e macchina (il lavoro, per esempio, riorganizzato sulla base di
nuove recinzioni materiali e non: dalla miniera ad altissimo tasso tecnologico,
all’industria turistica basata sulle piattaforme); le conseguenze, comuni ai
differenti modelli di industria estrattiva, in termini di dipendenza economica
di interi territori da queste economie, di distribuzione ineguale delle
ricchezze, di processi di sradicamento; la ciclicità di strategie di resistenza
comunitarie, differenti a seconda dei contesti storici e geografici (dalle
rivolte dei minatori inglesi degli anni Ottanta alle pratiche di resistenza
informale degli abitanti del centro storico di Napoli – e attenzione a non
circoscriverle ai soli attivisti consapevoli, dimenticando quelle spontanee, non
sostenute da una lettura complessiva e politica, ma non per questo meno
frequenti ed efficaci, da parte di tante altre possibili inesplorate
“soggettività contese”).
Un’ultima questione su cui è importante spendere qualche parola è la prospettiva
a partire da cui questi contributi sono stati concepiti: nel più dei casi (e
totalmente, nel caso del libro di Locorotondo, che di uno dei tre spazi
raccontati nel volume è attivista) si tratta di una prospettiva politica, che
può fornire un contributo analitico “interno” ai movimenti, in connessione con
la molteplicità di pratiche ed esperienze che vi maturano. Una ricerca che va
fatta con rigore ma in punta di piedi, nella consapevolezza di dover interagire
con una collettività, proponendo non soluzioni ma contenuti, al fine di
stimolare domande e poi – eventualmente – risposte collettive. (riccardo rosa)
westside gunn – nigo louis
curren$y & the alchemist – kool & the gang
larry young – alive
rimera – oh no! they blew up sunrise mountain
boldy james & rome stretz – tricky
rah’s story – remi banks
the garden – call this # now
orcrd – cobretto 2+
young smoke – let go
clickhead & doye – triggerman
confine feat. ozone dehumanizer – randy orton
strebla – consumato
ayegi – bless/fix
franco franco & kinlaw – pitstop2024
tavernellopapi – adam sandler
koolgrap & nas – fast life
vid kudo & charles t – città e infrastrutture
industry – you are an angel
guinneissik – hrutal buggs
https://pungolorosso.com/2026/03/10/poche-balle-litalia-e-gia-in-guerra-contro-liran/
https://pungolorosso.com/2026/03/10/bombardano-scuole-ospedali-impianti-di-desalinizzazione-dellacqua-petrolchimici-ecco-come-usa-e-sionisti-liberano-liran/
A Chiomonte c’è aria di “grandi novità”. Mentre sottoterra si scava – molto più
lentamente di quanto non ci raccontino – sulla superficie i lavori non si
fermano mai. Ma […]
The post Tra propaganda e conflitto, torna il TAV delle “grandi opportunità”
first appeared on notav.info.
Accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la
protesta contro la stazione elettrica di Terna. Comitati e associazioni
denunciano la criminalizzazione del dissenso e rilanciano la solidarietà …
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/06/rapporto-antisemitismo-vauro-crozza-conte-notizie/8314821/?utm_term=Autofeed&utm_campaign=Echobox2021&utm_medium=social&utm_content=fattoquotidiano&utm_source=Facebook&fbclid=IwY2xjawQYHvVleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe4TsiqQZiYaMGVWh4XDvWhDcss1E6BrnZL4vFlqbCKnxqfAfGF2a2jdWfuFs_aem_e3DjNA5ab1jzRVSjJhT7tw#Echobox=1772823534
Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora
incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo
regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna:
capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute
serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente
inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai
finestroni, una veranda in lamiera.
Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra
Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto
un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex
Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici
tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati
della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome
scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il
cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura –
probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in
una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora.
Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano
maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco.
Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il
sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere.
Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza
dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe
esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi
siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole
rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e
sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti,
sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo
permanente è uno dei passi in avanti.
Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile
per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente,
da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi
promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come
tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e
dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio
di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia
al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al
contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il
tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del
concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni.
Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di
desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi
ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli
ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo
l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i
martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo.
Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune
persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e
Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le
maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è
un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono
incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere
poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli
della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre
parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”.
Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito
un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti
di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti
del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il
territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione
Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e
statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite
cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione
geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali
reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono
l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da
nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che
appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete
idrica già compromessa.
Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da
Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della
strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata
sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che
svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il
furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il
passaggio del mezzo. Entriamo.
Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è
quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci
vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in
parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di
quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni.
Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la
commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente:
ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della
pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica
che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi.
Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha
spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la
bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già
dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli,
aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro
campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano
carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale del novanta per cento».
Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte
mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie
erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa
che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente
è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il
bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultimo numero del “Bollettino dei
ferrovieri contro la guerra”.
I piani europei per la mobilità militare, a cui si sta lavorando alacremente
anche in Italia, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che i finanziamenti
bellici non sono affatto una “bolla speculativa”, ma degli interventi concreti
di preparazione alla guerra. Quanto mai preziosa, allora, la puntuale denuncia
fatta da questi ferrovieri, soprattutto perché inquadrata in una chiara proposta
di lotta: «Non c’è più tempo. I ferrovieri e le ferroviere devono proporre e
aderire a un concreto percorso sull’obiezione di coscienza ma, allo stesso
tempo, tutto questo non sarebbe sufficiente a fermare la spirale guerrafondaia.
Per interrompere il trasporto militarizzato su ferrovia e i lavori
sull’infrastruttura serve molto di più. La mobilitazione già in essere sui
contratti e accordi a perdere deve diventare tutt’uno con la mobilitazione
antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra».
fcg7
fcg8promo
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 10 03 2026
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Riceviamo e diffondiamo questo appello sulla vicenda del compagno Miguel Peralta
(qui un riassunto: https://www.ainfos.ca/it/ainfos19532.html), rilanciato dai
redattori del progetto “Haiku senza haiku”:
Salute a voi che in qualche modo avete supportato il progetto Haiku Senza Haiku
!!!
Da questa Primavera iniziamo un dialogo con realtà anarchiche oltre oceano e
come proposto da Juan Sorroche, partiamo con un nuovo appello alla poesia di
strada e alla scrittura creativa, denominato “Radici e radicalità”.
Il compagno che stà preparando questa nuova chiamata internazionale, Miguel
Peralta e il suo gruppo di appoggio, ci hanno chiesto di divulgare intanto in
italia il comunicato che trovate di seguito e di raccogliere le firme dei gruppi
anarchici che vogliono sottoscriverlo.
Se siete interessatx mandate una mail entro mercoledì 11 Marzo a:
versiscatenati@canaglie.net
scrivendo il nome della vostra realtà e la città di riferimento, indicando che
volete apporre la vostra firma al manifesto di solidarietà alle compagne
Mazatecas, che trovate qui sotto.
MESSICO
In una sentenza storica per la comunità mazateca di Eloxochitlán, Oaxaca, una
Corte Federale ha confermato l’innocenza di Miguel Peralta da tutte le accuse a
suo carico e ha stabilito che non si è verificato un delitto chiave.
La sentenza riconosce, per la prima volta in oltre un decennio di persecuzioni
legali, l’inesistenza del tentato omicidio della presunta vittima, Elisa Zepeda
Lagunas.
Considerato il contesto degli eventi, la Corte ha ritenuto che le testimonianze
accusatorie mancassero di credibilità e sincerità.
Miguel dovra’ essere assolto definitivamente dalla Terza Corte Penale di Oaxaca
dalle accuse di omicidio e tentato omicidio.
Oltre a Miguel, anche altri difensori dei diritti umani mazatecas, ancora
sottoposti a mandati di arresto e procedimenti penali per questo crimine
inesistente, devono essere assolti.
Differenti geografie, 2 marzo 2026.
Il 25 febbraio di quest’anno è stata pubblicata la sentenza emessa dalla Prima
Corte Collegiale per le Materia Penale di Oaxaca, nella sentenza Amparo Diretto
631/2022, che ha assolto Miguel Peralta Betanzos da tutte le accuse a suo carico
dopo un processo durato oltre undici anni. Questa assoluzione è in linea con gli
standard internazionali dei processi, della presunzione di innocenza e della
protezione dei difensori dei diritti umani indigeni.
L’ingiunzione concessa obbliga la Terza Corte Penale di Oaxaca a confermare
l’innocenza e l’assoluta libertà di Miguel in merito ai reati di omicidio e
tentato omicidio. Inoltre, per la prima volta nel procedimento, una sentenza
giudiziaria nega l’esistenza di quest’ultimo reato, presumibilmente commesso ai
danni di Elisa Zepeda, e considera il contesto in cui si sono svolti i fatti per
ritenere le testimonianze accusatorie inaffidabili, prive di sincerità e viziate
da simpatie per i vertici politici locali, dimostrando così la loro intenzione
di incriminarlo.
Per Miguel, questo rappresenta una piccola finestra attraverso la quale si può
intravedere la libertà in lontananza; uno spazio attraverso il quale possiamo
sfuggire a questa reclusione, perché, pur essendo liberi, rimaniamo limitati in
molti modi. Abbiamo ottenuto una piccola vittoria in questo grande affronto
contro lo Stato e i suoi rappresentanti. La nostra comunità ha sperimentato in
prima persona razzismo istituzionale, ritardi sistematici, persecuzioni,
criminalizzazione, accuse inventate, torture, sfollamenti forzati e
incarcerazioni. Ancora una volta, è stato confermato che le menzogne che ci
hanno tenuto dietro le sbarre stanno svanendo; non possono più sostenere questa
fallacia che hanno creato per soggiogare il nostro popolo e prendere il
controllo politico ed economico. Non smetteremo di resistere finché tutti i
perseguitati di Eloxochitlán non saranno completamente liberi.
Per la comunità, che è stata sottoposta a persecuzioni giudiziarie e alla
devastazione del fiume Xangá Ndá Ge da parte dei capi politici locali, questa
sentenza conferma, da un lato, la persecuzione e la fabbricazione di accuse
volte a inibire l’organizzazione comunitaria e la difesa del nostro territorio.
D’altro canto, apre le porte alla giustizia per il resto di coloro che sono
stati ingiustamente perseguitati, poiché stabilisce solidi criteri per chiedere
il rilascio di 12 difensori dei diritti umani in esilio e di altri 5 che devono
ancora affrontare accuse penali per gli stessi crimini. Inoltre, la sentenza
contribuisce a combattere la stigmatizzazione e la repressione che ancora
prevalgono contro l’intera comunità criminalizzata, che, nel 2025, è stata
nuovamente sottoposta a oltre 200 mandati di arresto, a dimostrazione di una
recrudescenza della persecuzione da parte dei tre poteri dello Stato di Oaxaca.
Questo modello di procedimenti giudiziari di massa contro i difensori dei
diritti umani indigeni riflette pratiche di criminalizzazione documentate in
vari contesti contro i popoli indigeni che esercitano la loro autonomia e
difendono il loro territorio.
È importante ricordare che Miguel Peralta era già stato rilasciato nell’ottobre
2019, dopo una difesa estenuante, a causa della mancanza di accuse dirette
contro di lui. Tuttavia, le presunte vittime hanno presentato ricorso e la
sentenza è stata annullata nel marzo 2022 dalla Terza Camera Penale di Oaxaca,
costringendolo all’esilio per quattro anni. Da allora, ha cercato di annullare
la conferma della sua innocenza e libertà assoluta da parte della Prima Corte
Collegiale, portando il suo caso fino alla Corte Suprema di Giustizia della
Nazione, che nel novembre 2024 ha rinviato il caso a tale tribunale per una
decisione con una prospettiva interculturale.
Per oltre un anno, il caso è stato esaminato dalla Corte Collegiale, con
argomentazioni, prove e memorie di amicus curiae presentate, che hanno costretto
i giudici ad approfondire il merito della causa. Sulla base di due analisi
antropologiche contestuali, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un conflitto
socio-politico che ha dato origine a “gruppi antagonisti”. La sentenza chiarisce
che le testimonianze di coloro che erano alleati con il capo politico locale,
secondo le analisi stesse, suggeriscono “un tentativo di implicare [Miguel]”
come parte del gruppo avversario. La sentenza è decisa nel sottolineare gravi
incongruenze e contraddizioni nelle prove utilizzate contro decine di membri
perseguitati ed esiliati della comunità mazateca.
La storia di Eloxochitlán riflette due visioni opposte. Si tratta della difesa
dell’autonomia e dell’autodeterminazione da parte di un’assemblea comunitaria,
nonché della difesa territoriale contro l’imposizione partigiana e la
devastazione del fiume causata da una delle presunte vittime, Manuel Zepeda
Cortés.
Questo caso ha dimostrato come il sistema giudiziario penale possa essere
utilizzato come meccanismo punitivo contro coloro che difendono il proprio
territorio ed esercitano la propria organizzazione comunitaria. La
criminalizzazione di Miguel Peralta e dell’Assemblea di Eloxochitlán non è un
caso isolato, ma piuttosto parte di un tentativo di indebolire l’esercizio
dell’autonomia e dell’autodeterminazione. Ci auguriamo che, senza ulteriori
indugi, la Terza Corte Penale si conformi alla sentenza, emetta un’assoluzione
definitiva e consenta la fine della persecuzione dopo oltre un decennio di
procedimenti, aprendo la strada alla giustizia.
(Firmato:)
Miguel Ángel Peralta Betanzos
Gruppo di supporto in solidarietà con Miguel Peralta
Mazatecas per la libertà