Avvisi orali contro chi protesta: a Brescia il questore mette nel mirino tre
attivisti. Dopo il corteo per il Rojava del 24 gennaio, CSA Magazzino 47,
Diritti per tutti e …
di Gianni Giovannelli* Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono
trascorsi trent’anni …in modo che le cose presenti ci offendono, le future ci
minacciano; et così nella morte …
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la
tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende
agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione .
Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui
registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si
tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla
complicità e il sostegno degli Stati Uniti .
Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’
ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di
territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani
con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei paòlestinesi e militare
israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore
disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro
firma da Edward Said.
Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha
ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via
preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza,
che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30
contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul
lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro”
del presidente ultraliberista, che secondo i sindacati alimenterà la precarietà,
passerà ora all’esame della camera dei deputati.
Dal dicembre 2023 le politiche di austerità e deregolamentazione volute da Milei
hanno già causato la perdita di quasi 300mila posti di lavoro tra settore
pubblico e privato, secondo il segretariato del lavoro argentino. Dopo
l’approvazione al Senato, sindacati e organizzazioni sociali hanno indetto una
manifestazione generale contro l’approvazione della riforma che in quel momento
era ancora in discussione alla camera alta con una seduta fiume.
Il corteo, partito da Plaza de Mayo, è arrivato successivamente davanti al
Congresso dove era stato attivato dal parte del ministero della Sicurezza il
protocollo anti-blocco. «La patria non è in vendita» e «La fame non è un
privilegio» sono state gli slogan che hanno accompagnato la protesta. Il governo
invece ha parlato di «violenza organizzata», banalizzando le istanze promosse
dalla manifestazione.
Approfondiamo le caratteristiche di questa che i sindacati hanno definito come
«una controriforma scritta negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali»
con Federico Larsen giornalista italo argentino collaboratore del Manifesto e
Radio popolare.
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed
energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del
centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è
seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo
dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a
fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per
l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata
stampa).
Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli
scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi”
ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante),
più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per
l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche
il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la
decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha
tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi
nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un
«terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo
appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente
il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere
quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre
più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia
contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi
tutti in galera (e magari in 41-bis)”.
Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche
dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello
voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e
“pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la
criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una
sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà
di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli
effetti sempre più tangibili della sua economia.
E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla
mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14
milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni
precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera
storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4
milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si
considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato
che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno
“radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra
Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del
governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di
governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza
cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono
molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a
votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che
pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo),
il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla –
potrebbe riservare brutte sorprese.
Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe
pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati
da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si
presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al
malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto
alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa
per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda.
Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione
penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto
sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad
accelerarne il varo?
“Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo
che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde
sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata,
davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni
spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti
a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello
scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto
sicurezza “ex ddl 1660”).
Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra.
Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza
sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno
dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la
guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro
presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione,
prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore
locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente
convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno
al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso
barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta
dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un
attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta
intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente
a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo
bastonate.
Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di
arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato
inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi
ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i
giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle
centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per
passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca
della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti,
feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi
collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono
facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a
differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu
per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di
Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e
sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di
morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando.
Per quanto ci riguarda, bene così.
https://www.invictapalestina.org/archives/60759
L’incendio
«Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi.
«Non puoi».
Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo
esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte
le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare
ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le
sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito
della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi.
Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un
“paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso
di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel
cuore.
Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato.
Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete
costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad
una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente
senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene
presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in
superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi
sentire nell’acqua.
Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le
fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le
fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita.
Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza.
All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o
il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale
queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo.
Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere
di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter
interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby,
tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete
inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli
cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del
Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si
annienta la vita incompatibile con la sua avanzata.
Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo
d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è
quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che
è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe
Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere
è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza
palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non
resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura
addirittura all’interno della cinica conta dei morti.
Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato
di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete
provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come
selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare
attenzione, di capire.
Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a
tutti.
Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere
i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva
che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così
come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona
sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò
che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il
significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione.
Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la
libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in
una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato
rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la
poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono
dell’umanità.
«Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?».
«Perché poi uno come te perde il controllo».
«Non lo perdiamo, lo acquistiamo».
«Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che
dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene».
Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura
rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le
accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade?
Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a
sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto
ne facesse sanguinare a decine o a centinaia?
Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per
ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra
essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che
l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è
stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E
comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue
pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non
sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che
essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è
quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano,
approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così
come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le
città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga.
Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti.
Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se
non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle
proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare
l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno?
Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro.
Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del
“fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe
potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste
nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che
incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è
inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema.
Conservavano la vita.
La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la
rivoluzione.
«Vi fate ingannare dalle regole del cuore».
«No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio».
«Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con
questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere
pericolosi. Voi siete dei terroristi!».
«Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno
uno».
Con una compagna dell’Assemblea Precaria Universitaria di Torino abbiamo parlato
dell’assemblea di ateneo di giovedì 12 febbraio, della contestazione
dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di venerdì 13 e delle
prossime iniziative politiche previste in ambito universitario.
L’assemblea di Ateneo arriva a seguito di un periodo di forte pressione
mediatica contro coordinamenti ed organizzazioni politiche presenti in
università e solidali con i percorsi di lotta in città. Nei giorni successivi
alla manifestazione del 31 gennaio, figure istituzionali e pezzi di governance
dell’ateneo hanno cercato di far prendere posizione dipartimenti e organi
centrali contro il corteo. Nel mentre, proseguono le lotte della componente
precaria e le rivendicazioni a favore dell’autonomia critica e dell’antifascismo
in Università.
Ascolta la diretta
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart
previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della
repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste
ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate:
https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/
Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società
e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue
occidentale – che Gaza si avvicina.
Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza
di Eliana Riva
Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di
intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e
identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni
apprese negli ultimi due anni di combattimento»
Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra»,
interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un
cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli
ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese
negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post.
I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da
sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in
gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno,
spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano
il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa
quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni,
uccidendo chiunque fosse all’interno.
EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della
necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente
della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di
dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare
la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più
morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero
processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale.
La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in
ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a
Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare.
Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o
guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco,
compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano.
I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei
villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi
o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della
«quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza
non sono terminati.
UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che
rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato
nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani
emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a
Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi
di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati
per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà
trasferito.
I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di
recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle
azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali
nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già
presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il
legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le
proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del
«battle-tested»: armi testate in combattimento.
Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il
vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur
implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima
rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i
sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare»
l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo»
le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi
e persone da colpire.
ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli
aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a
Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate
derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa
israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti
militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di
tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli
Usa.
(“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
AGGIORNAMENTO PROCESSO MOUSSA BALDE E CENA BENEFIT
Csoa Gabrio - Via Francesco Millio, 42
(domenica, 22 febbraio 18:30)
L'11 Febbraio si conclude il processo di primo grado per la morte di Moussa
Balde all'interno del CPR di Torino.
La sentenza condanna per omicidio colposo la direttrice dell'ex ente gestore
Gepsa e assolve il responsabile sanitario della struttura e i poliziotti.
Escluse dal processo i rappresentanti di prefettura, questura, stato e tutta
l'infrastruttura che ha portato alla morte di Moussa.
Nelle stesse giornate è stato approvato il nuovo patto UE sulle migrazioni ed
asilo che normalizza le strutture di detenzione amministrativa e introduce altre
restrizioni per le persone richiedenti protezione internazionale, in uno dei
maggiori attacchi al diritto di asilo e alla libertà di movimento cui abbiamo
assistito negli ultimi tempi.
Intanto nei CPR si continua a morire, come ci ricorda la morte di un giovane nel
centro di Bari, mentre le persone che provano a opporre resistenza, come i
medici di Ravenna che si appellano alla tutela della salute per impedire i
trattenimenti, vengono criminalizzati dalle istituzioni.
Domenica 22 Febbraio alle 18:30 ci ritroviamo al CSOA Gabrio per collegarci con
la famiglia di Moussa e discutere della sentenza con uno dellx avvocatx che ha
seguito il caso, cercando di approfondire le novità introdotte dalla riforma UE
e dalle nuove leggi del governo Meloni. A seguire cena benefit per la cassa Mai
più CPR mai più lager.
Per prenotazioni scrivere a +393341640007
Per un mondo senza più frontiere e lager
Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) di Tarique Rahman ha vinto le prime
elezioni legislative che si sono svolte dopo la destituzione della prima
ministra Sheikh Hasina avvenuta nell’estate del 2024 a causa delle grandi
proteste antigovernative guidate dagli studenti e studentesse universitari.
Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il
figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la
principale rivale politica di Hasina. Il partito islamista Jamaat-e-Islami
arrivato per ora secondo con 48 seggi: il partito era stato vietato durante i
governi di Hasina e ne fanno parte anche molti degli studenti che hanno
contribuito a destituirla.Gli studenti protagonisti della rivolta contro Hasina
hanno costituito un partito il National citizen party (Ncp) con l’ambizione di
rompere il monopolio dei due storici partiti di massa bangladesi, Awami League e
Bnp. Le cose non sono andate come previsto, anche grazie a una strategia di
alleanze apparentemente inspiegabile: a pochi mesi dall’apertura delle urne,
l’Ncp aveva annunciato a sorpresa l’entrata nella coalizione di partiti guidata
da Jamaat-e-Islami, formazione islamica radicale a lungo bandita dalla politica
bangladese.
Il governo di transizione di Yunus ,pur deludendo alcune aspettative di
riforma,ha comunque garantito il passaggio pacifico al processo elettorale non
scontanto .
Ne parliamo con Matteo Miavaldi caporedattore dall’India e responsabile
dell’Asia per l’agenzia d’informazione China Files,collaboratore del “Manifesto”
Riceviamo e diffondiamo.
Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/
“UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO
PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO
Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la
costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla
polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria
e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo
giudiziario.
In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca
introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso”
repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini
chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore.
Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello
Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della
Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle
manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di
Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773.
L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per
neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi
pubblicamente.
Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del
21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia
Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di
“bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti
o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale).
La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni
sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste
aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di
ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine
amministrativa di controllo sociale.
Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone
genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il
proprio pensiero e dissenso.
Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente
e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella
città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un
provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare
condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di
infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e
riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati.
Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è
pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure
repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente.
Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili
insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per
cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa
alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei
provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di
conflittualità sociale che resistono nel paese.
L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle
forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di
misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal
popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non
quello di scendere in piazza.
Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di
difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo
non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i
propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi
di pochi calpestando i diritti di tutti.
La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o
poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di
guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che
questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che
questo accada.
Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro
anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La
prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo
dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che
restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo
stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi
di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato.
22 maggio 1915
[…] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei
carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da
sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la
sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in
permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad
inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni,
specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e
notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i
quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla
guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla
censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina
degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento
di imbastire dei futuri prossimi processi!
29 maggio 1915
Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto
precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di
precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della
mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni;
eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono
tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata
così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il
governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha
dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se
l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più
noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni.
[…]
La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le
magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della
concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi
tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I
primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la
dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto
postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali
per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione
dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il
Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica,
più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La
guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per
coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà
l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non
superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i
condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto
chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.