In Minnesota sciopero generale contro l’ICE, centinaia di attività chiuse,
marce, astensioni dal lavoro. Arrestata una bimba di due anni. A Philadelphia
tornano le Black Panther Il Minnesota si è …
di Luna Casarotti – Yairaiha ets* Fragile, disabile, affidato allo Stato: la
storia di una vita spezzata da un carcere che non cura e non protegge Vittorio
Rallo aveva trentadue …
https://www.lindipendente.online/2026/01/22/lagricoltura-israeliana-e-vicina-al-collasso-a-causa-del-boicottaggio/
Diciotto richieste di domiciliari per le proteste in solidarietà con la
Palestina e contro la guerra: dalla Procura un’accelerazione che anticipa il
nuovo pacchetto sicurezza e colpisce giovani, studenti e …
Dall’8 gennaio 2026, dodicesimo giorno delle proteste in Iran, le autorità
iraniane hanno imposto una chiusura quasi totale di Internet, uno scenario
sempre più frequente nel mondo. Domenica un attacco hacker ha interrotto le
trasmissioni della televisione di stato iraniana per mandare in onda un filmato
in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià di Persia che ora vive in
esilio negli Stati Uniti, in cui Pahlavi invita i militari a ribellarsi al
regime iraniano.
Insieme a Ginox, parliamo di Iran, delle proteste delle ultime settimane, del
blocco di internet nel Paese, di cyberwarfare, e della prestigiosa Unità 8200,
corpo di élite dell’esercito israeliano a cui sono demandate le azioni di
controllo dello spazio cibernetico ed elettromagnetico a guardia dei confini
invisibili dello stato ebraico.
Citati nella puntata:
Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran:
dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025 – articolo di Ict Security
Magazine
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Un report di
Roja sulla recente insurrezione di massa
Uprising is “genuine self-organisation by ordinary people” – Interview with
members of Anarchist Front
In queste ultime settimane il Confederalismo democratico, l’esperienza curda di
autogoverno del Rojava,è sotto attacco. Gli scontri tra le Forze siriane
democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di
transizione siriano di Al-Jolani/Al-Sharaa sono durissimi: si tratta di una
guerra che nasce in un clima politico a livello globale che si nutre di violenza
imperialista e coloniale. Le bande di Al Jolani stanno facendo il lavoro sporco
per Erdogan spingendo le SDF oltre il fiume Eufrate e assediando Kobane città
martire che resistette all’assedio dell’Isis nel 2014/2015.
Nonostante svariati cessate il fuoco non rispettati le forze di Damasco hanno
preso la strategica diga di al-Tabqa, Raqqa che si trova vicino ai pozzi
petroliferi ed hanno espulso dai quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafiyah di
Aleppo i cittadini curdi.
Le voci di accordi che prevedono la resa delle SDF che dovrebbero confluire
nell’esercito siriano sono state smentite ,in Rojava c’è la mobilitazione
generale per l’autodifesa ,centinaia di giovani si sono mossi dalla Turchia e
dall’Iraq per sostenere la resistenza curda .Le milizie ex Al nusra ora al
governo a Damasco hanno liberato centinaia di prigionieri dell’Isis dalla
prigionr di Al Aqtan.
La popolazione pur consapevole della delicata situazione è determinata a
resistere e garantire il diritto all’esistenza dell’esperimento del
confederalismo democratico curdo ,non è la prima volta che i curdi si trovano
sotto attacco ,dalla resistenza curda arriva un invito alla mobilitazione e al
sostegno militante al Rojava .
Ne parliamo con una compagna dalla Comune internazionalista in Rojava
all’interno dell’amministrazione autonoma della Siria del nord est
COMUNICATO IN SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA
Ovunque tu sia - everywhere
(venerdì, 23 gennaio 00:00)
LA RIVOLUZIONE IN ROJAVA E' SOTTO ATTACCO
Sono giorni e ore drammatiche quelli che si stanno vivendo nel Kurdistan della
Siria del Nord-Est ovvero nell'autogoverno rivoluzionario dei popoli che vivono
quel territorio, curdi e non solo. Vista la complessità della situazione
proveremo a presentare con ordine ciò che sta succedendo.
DOVE_ Il teatro geografico a cui ci stiamo riferendo è il medio- oriente - come
lo chiama l’"Occidente"- un contesto in cui la religione è elemento
etnico-identitario imprescindibile e motivo di guerre da secoli: cristiani
contro musulmani, islamici sunniti contro islamici shiiti, correnti islamiste
integraliste -salafite o meno- contro tutti gli altri, ecc. In questo territorio
si trova il Kurdistan, terra rivendicata da secoli da una popolazione di circa
quaranta milioni di curdi suddivisi in una zona a cavallo tra quattro stati:
Turchia, Siria, Iraq e Iran.
COSA_ Da due settimane, ma con un’accelerazione spaventosa negli ultimi giorni,
l' esercito siriano dell'autoproclamato presidente Al Sharaa-AlJolani, con
l'aiuto di milizie jihadiste e con il supporto militare dell'esercito turco, sta
bombardando e attaccando la popolazione civile della Siria del Nord-Est, il
Kurdistan siriano detto appunto "Rojava": "occidente" in lingua curda. In questo
di territorio da più di 10 anni si sta portando avanti l'amministrazione
autonoma rivoluzionaria: un progetto che si è fatto realtà sconfiggendo lo stato
islamico in tutta la zona a Nord del fiume Eufrate. Una Rivoluzione interetnica,
senza una vocazione nazionalista, basata sui principi del confederalismo
democratico e sulla libertà dei popoli di vivere la propria religione e le
proprie tradizioni. Una Rivoluzione femminista e anti-patriarcale, fondata sulla
liberazione e sull'autodeterminazione delle donne. Una Rivoluzione ecologista e
anti-capitalista contro lo sfruttamento predatorio delle risorse naturali. La
prima rivoluzione di impostazione post marxista-leninista del 21°secolo.
PERCHE'_ Per comprendere ciò che sta accadendo oggi dobbiamo fare un piccolo
passo indietro nella storia. Nell'estate del 2014 con il supporto dell'asse
sunnita formato da Arabia Saudita, Emirati arabi, Qatar e Turchia nasce il
Califfato dell'ISIS, acronimo per stato islamico della Siria e del Levante. Un
califfato jihadista, sunnita e salafita basato su terrore e violenza estrema,
perpetrati dalle sue milizie che in pochi mesi riesce a ottenere il controllo di
un terzo dell' Iraq e due terzi della Siria, reclutando migliaia di europei di
religione islamica a colpi di attentati in tutta europa e diffondendo video
raccapriccianti di persone decapitate. Una marea nera di fascismo religioso che
si infrange sulla resistenza di Kobane, città curda al centro del Rojava. Le
guerrigliere curde dello YPJ e i guerriglieri curdi dello YPG danno vita al
nucleo centrale di difesa che prima blocca l'avanzata dell'ISIS e dopo aver
formato le SDF, coalizione inter-religiosa di musulmani, cristiani, yazidi, con
il supporto dell'aviazione americana, schiaccia progressivamente l'ISIS, prima
nella sua capitale siriana, Raqqa, nell'ottobre del 2017 e poi definitivamente a
Deir-ez-Zor. E' marzo del 2019 quando il Califfato viene sconfitto e vogliamo
ricordare che pochi giorni prima, il combattente internazionalista anarchico
Lorenzo Orsetti "Orso", dopo 2 anni di guerra e 15 operazioni militari, muore
con le armi in pugno in seguito ad un agguato di un miliziano dell'ISIS.
La Turchia, che conta nella sua popolazione circa 20 milioni di persone di etnia
curda, a cui ha sistematicamente negato qualunque libertà, è in guerra con il
partito dei lavoratori curdi, (Partia Karkeren Kurdistani), il PKK, e con tutte
le realtà che professano la libertà per il popolo curdo e quindi ovviamente è
nemico giurato della Rivoluzione del Rojava. Lo stato turco ha attaccato prima
attraverso l'ISIS, e dopo aver perso, ha cambiato strategia e ha tirato fuori
dal mazzo di carte jihadiste un nuovo asso: Al Jolani. Questo jihadista dopo
aver combattuto in Iraq contro gli americani, ha attraversato la galassia
islamista da Al-Qaeda, ad Al Nusra, fino al reclutamento in Hayat Tahrir al
Sham, jiadisti filoturchi. E’ entrato in contatto con i servizi segreti turchi
che lo hanno reso governatore della provincia di Idlib, gli hanno tolto la
mimetica, ripulito il sangue dalle mani e, con giacca, cravatta e gel nei
capelli, lo hanno presentato al mondo come l'uomo nuovo della Siria. Col nome di
Al Sharaa, Al Jolani, milizie sunnite ed esercito turco si sono sbarazzati di
Assad, fuggito in Russia, hanno già portato avanti massacri etnici nei confronti
di cristiani Drusi e Alawiti musulmani ed ora è il turno del Rojava.
COME_ Con la disinvoltura criminale tipica dell'amministrazione USA, in questi
anni incarnata da Trump -un Joker con tanto di valigetta nucleare- gli Americani
dopo aver usato il popolo curdo in funzione anti-ISIS, lo abbandona al sultano
Erdogan. L'Europa, debolissimo oggetto geopolitico barcolla inebetita, navigando
a vista tra i mari in tempesta di guerra russo-ucraina, guerra dei dazi,
rigurgiti xenofobi nazional-sovranisti e attacco frontale trumpiano sulla
Groenlandia. Nella propria cecità parlando con Al Jolani di "una Siria
INCLUSIVA" Von der Layen e Costa, il 9 gennaio scorso, sono volati a Damasco e
hanno portato in dote 620 milioni di euro in cambio del rimpatrio di più di un
milione di profughi siriani!
A noi non resta che portare, per ciò che è possibile, la nostra solidarietà ad
un popolo in lotta per l'orgogliosa e fiammeggiante Rivoluzione del Rojava.
Erbiji Soresha Rojava -"viva la Rivoluzione del Rojava"
MEZCAL OCCUPATO
SABATO 24 GENNAIO
PRESIDIO IN PIAZZA VITTORIO VENETO ore 15:00_ TORINO
Lo Stato sotto accusa: la Corte riconosce la tortura e condanna nove agenti, tra
cui una ispettrice, per le violenze nel carcere di Sollicciano C’è stata tortura
nel carcere di …
Gli impianti accusatori crollano: revocati i daspo a Milano e annullate le
misure cautelari agli studenti del liceo Einstein di Torino Mentre la
repressione contro le mobilitazioni in solidarietà con …
Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le
responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma
del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche,
energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.
«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il
corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo,
insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista
per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul
disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.
È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università.
Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla
striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte
per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed
espulso.
Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità
dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle
armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo
della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente,
l’industria della ricostruzione.
Contro la cultura della morte
Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto
sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra
prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre –
dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso
(Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno
e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili
Cruise.
Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei
diritti umani.
Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in
America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A
Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di
accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un
progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in
Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la
prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo
progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».
Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi
sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area
mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più
recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica
delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo
italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione
dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.
Freedom flotilla
Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la
marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione
italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal,
e nel, nostro Paese.
È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom
flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati,
difensori dei diritti umani e giornalisti.
La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia
marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di
Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due
giorni di detenzione, espulsi.
Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di
interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta
nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino
Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo,
sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava
monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal
cancro. È stato una figura straordinaria».
Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il
blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del
diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e
farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».
Handala, il bambino di spalle
A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di
Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti
di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.
Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli
italiani, ma anche di quelli palestinesi».
Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio
dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone:
inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10
anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la
schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il
suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo
volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai
palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.
«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».
Genocidio, crimine collettivo
«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo
centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per
raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene
denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale
Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre
scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze
politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e
finanziari».
In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste
sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo
tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre
scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia
del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima
con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e
l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.
La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online
aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul
canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha
approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei
palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto
internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi
relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è
successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.
L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni
con Israele, ma le mantiene floride.
Armi e addestramento
Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti
che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa
dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e
Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i
palestinesi in Cisgiordania.
«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico
di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa,
aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia
F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte
delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione
di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.
Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del
Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore
delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della
Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione
dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.
Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha
acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada,
produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono
montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello
dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il
controllo del territorio di Gaza.
Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia
da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina
militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.
Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone
usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».
Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export
dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di
vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le
nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi
israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei
di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita
di missili anticarro Spike.
Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export
di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la
nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si
addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.
In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era
accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».
Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo
di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di
Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite
d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li
usa sistematicamente».
Cyber security
Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber
security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la
vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende
private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende
israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori
umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda
israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono
presenti ovunque.
C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe,
un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a
Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del
Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike
Pompeo, ex capo della Cia».
Banche, media, energia
Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche:
Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice:
«Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di
armi. Non solo italiano, ma internazionale».
E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori
sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il
genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte
forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I
motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con
Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».
«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del
4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa
britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord.
Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana
fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È
una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la
maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.
Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa
con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati
più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non
siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.
Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7
ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo
orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il
diritto internazionale acque interne palestinesi.
Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata
giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il
“concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o
cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».
Università e ricerca
Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori
università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo
importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e
tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.
Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo,
della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria
e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di
pulizia etnica.
Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.
Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di
israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è
nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza
araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le
distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia
all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la
guerra».
Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso
militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette
insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche
da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta
realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la
Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona
parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche
la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.
In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La
Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso
militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due
scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da
guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso
di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori
degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele
si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme
pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande
capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a
Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte
accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece
di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui
territori, forniscono aiuti ai militari».
Shock economy
Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende
di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi
sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo
palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che
gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei
luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e
per i ricchi occidentali».
E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo
continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale
e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.
Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e
urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del
sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne
convinco, e me ne vergogno».
Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni
Consolata,
https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/
(disegno di cyop&kaf)
Lo sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti, da cui prende
le mosse anche questa rubrica, va ampliandosi. Non vi partecipano soltanto i
familiari delle persone uccise dal carcere, ma anche i familiari dei detenuti
che vivono un calvario all’interno del sistema penitenziario a causa di
patologie non conciliabili con la detenzione, per mancanza di cure fisiche e
psicologiche. Vi sono inoltre ex detenuti che hanno vissuto l’oscurità delle
celle e che condividono la propria storia. Tutti sono benvenuti a partecipare,
ogni contributo è importante. Le riunioni si svolgono ogni venerdì dalle 19:00
alle 21:00. Il link per accedere alla riunione settimanale viene pubblicato
qualche giorno prima dell’incontro sul gruppo Telegram “Morire di carcere” e su
quello Whatsapp “Sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti”
. Adesioni e lettere possono essere inviati all’indirizzo e-mail
dell’associazione Yairahia Ets (yairaiha@gmail.com). Avvocati, volontari, membri
di associazioni, garanti delle persone private della libertà sono invitati a
unirsi e a condividere il proprio punto di vista.
* * *
Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave
forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato
la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo
gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua
vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a
trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato
sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre
mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era
diventata sempre più precaria. Vittorio soffriva di gravi disturbi psichiatrici,
aveva subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e gli era stata
diagnosticata una doppia personalità. Era portatore di handicap e affetto da
condizioni che lo rendevano estremamente vulnerabile. Viveva fasi alterne, con
momenti di apparente stabilità e altri di profondo scompenso. Questa fragilità
era nota alle istituzioni. Esistevano documenti che attestavano
l’incompatibilità di Vittorio con il regime carcerario e la necessità di una
sorveglianza continuativa ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di altri
casi, Vittorio non aveva indicazioni di detenzione in cella singola, ciò che era
essenziale per la sua sicurezza era la sorveglianza continua, che però nei
giorni precedenti alla sua morte non gli è stata garantita.
Nel corso degli anni, la famiglia di Vittorio aveva chiesto aiuto a tutte le
autorità competenti. Era stato richiesto più volte il suo trasferimento in una
comunità o in una struttura adeguata, dove potesse essere curato e seguito in
modo appropriato. Anche l’avvocato aveva inviato numerose comunicazioni formali.
Nessuna di queste richieste ha mai ricevuto risposta. Prima di arrivare nel
carcere di Viterbo Mammagialla, Vittorio era detenuto a Reggio Emilia. Dopo il
trasferimento a Viterbo, secondo la famiglia, la sua situazione è
progressivamente peggiorata. Durante le videochiamate con il padre e la sorella
Vittorio mostrava segni sul corpo: un occhio nero, o un taglio sull’addome, per
esempio. Screenshot di quelle immagini sono stati conservati dalla famiglia.
Vittorio raccontava di essere stato picchiato da alcuni agenti della casa
circondariale.
Il 24 ottobre 2025, suo padre, profondamente preoccupato, si è recato dai
carabinieri a Pomezia per sporgere denuncia. In quell’occasione ha riferito che
il figlio appariva spaventato, provato, in evidente difficoltà psicologica, e ha
mostrato le fotografie dei segni sul corpo. Solo dopo la morte di Vittorio,
quando il padre è stato nuovamente in caserma per denunciare il carcere, la
famiglia ha scoperto che le fotografie non erano state allegate alla denuncia e
che, fatto ancora più grave, la denuncia presentata il 24 ottobre non risulta
mai essere stata trasmessa né formalmente avviata.
In quella denuncia si evidenziava che Vittorio era fragile, disabile e con
precedenti episodi di autolesionismo. Il padre spiegava che i comportamenti
aggressivi del figlio si manifestavano solo nei momenti di grave scompenso
psichico e che, in quelle circostanze, Vittorio veniva sottoposto a violenze
fisiche o all’isolamento. Da ragazzo aveva già tentato due volte di togliersi la
vita, prima di arrivare a Viterbo e anche per questo avrebbe dovuto essere
costantemente monitorato. Negli ultimi tempi, però, secondo la famiglia, non
mostrava segnali di intenti suicidari. Stava anzi aspettando i suoi cari: un
colloquio era fissato per il lunedì successivo. Da tempo Vittorio era stato
collocato in infermeria, un reparto che dovrebbe garantire maggiore attenzione e
protezione per i detenuti più fragili. Secondo la famiglia, tuttavia, anche lì
Vittorio sarebbe rimasto spesso solo.
L’11 dicembre 2025, nel corso della giornata, intorno alle ore 19:00, secondo
alcune informazioni riferite alla famiglia, ci sarebbe stato un litigio in
cella, seguito dal trasferimento del detenuto con cui Vittorio avrebbe litigato.
Questi elementi vengono riportati esclusivamente per la ricostruzione delle ore
precedenti alla morte. Alle 23:50 dell’11 dicembre arriva ai familiari la
telefonata: Vittorio è morto, “a seguito di un gesto estremo”.
Dopo il decesso è stata aperta un’indagine dell’autorità giudiziaria. Al momento
le attività investigative sono coperte da segreto istruttorio, circostanza che
non consente alla famiglia e ai legali di accedere agli atti o di ottenere
chiarimenti immediati. Gli accertamenti medico-legali sono in corso e i relativi
esiti, compreso quello dell’autopsia, dovranno essere depositati entro un
termine massimo di sessanta giorni, come previsto dalle procedure. Solo allora
sarà possibile chiarire le cause della morte e ricostruire l’accaduto.
Secondo quanto riferito, Vittorio aveva assunto la terapia poche ore prima. Era
seguito con farmaci e iniezioni per la regolazione dell’umore, regolarmente
annotate nella cartella clinica restituita alla famiglia. I familiari faticano a
comprendere come abbia potuto compiere un gesto del genere, considerando la sua
condizione clinica, l’assenza di segnali premonitori e il fatto che stesse
aspettando l’incontro con i suoi cari.
Vittorio era una persona fragile, disabile, affidata allo Stato. Numerosi
documenti imponevano una sorveglianza più accurata, per non parlare
dell’incopatibilità evidente con la detenzione. Nei giorni e nelle ore che hanno
preceduto la sua morte, quella sorveglianza, in ogni caso, non c’è stata. La sua
morte non è però un episodio isolato. Il carcere di Viterbo Mammagialla è stato
negli anni teatro di pestaggi, denunce e morti mai chiarite. Nel caso di Andrea
Di Nino, dopo la sua morte un altro detenuto ha denunciato le violenze che
Andrea avrebbe subito all’interno del penitenziario. Anche Hassan, alcuni mesi
prima di morire, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti di
essere stato picchiato da agenti, mostrando ferite evidenti e manifestando paura
per la propria vita. Un altro episodio avvenuto sempre a Viterbo riguarda
Giovanni Delfino, morto nel 2019. In quel caso i sanitari avevano riferito che
l’aggressore, noto per precedenti episodi di violenza grave, avrebbe dovuto
essere detenuto in cella singola e sotto stretta sorveglianza, ma che queste
indicazioni non erano state rispettate. Il Tribunale civile di Roma ha
riconosciuto gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria,
condannando il ministero della giustizia a risarcire la famiglia della vittima,
sottolineando che la morte non si sarebbe verificata se le prescrizioni dei
sanitari fossero state seguite.
Oggi anche la famiglia di Vittorio Rallo chiede verità, affinché questa morte
non venga archiviata né considerata, e sarebbe davvero grave, inevitabile. (luna
casarotti, yairaiha ets)
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(mercoledì, 28 gennaio 19:00)
Cena sociale di quartiere
Porta quello che vuoi trovare
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo