Il primo argomento che abbiamo trattato in questa puntata ha riguardato le
condizioni in cui si ritrova uno specifico ufficio postale di Torino e
conseguentemente le precarie condizioni di salute e sicurezza di chi ci lavora,
oltre degli utenti che usufruiscono dei servizi di Poste Italiane. Abbiamo
perciò snocciolato tutte le problematiche trovate nella sede in c.so Palermo 55
a Torino, grazie alla segnalazione che abbiamo ricevuto da SLG CUB Poste ed
abbiamo avuto come ospite telefonico Giovanni Pulvirenti del sindacato stesso.
Con lui siamo andati nello specifico delle numerose problematiche riscontrate in
questo ufficio postale, che vanno da condizioni igienico sanitarie pessime,
assente manutenzione di impianti ma anche della struttura (il vetro di una porta
scheggiato che rischia di cadere da un momento all’altro ad esempio) fino ad
arrivare alla mancanza cronica di personale per mandare avanti l’ufficio
postale. Il sindacato ha segnalato all’ASL tutto questo e ai nostri microfoni ha
denunciato come tutte queste problematiche si inseriscano in un quadro generale
dato dalla privatizzazione di Poste Italiane.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia
dell’avvocato del lavoro Scaglia sul referendum del 22/23 marzo 2026 che ci
chiama a promuovere o bocciare la “riforma Nordio” del 30/10/2025: Norme in
materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte
disciplinare.
Con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati in merito all’argomento:
A – abbiamo inquadrato i 7 articoli, dal 102 al 112, della Costituzione che se
passa il SI verranno modificati;
B – Perché è importante votare NO?
C – Quali conseguenze ci saranno sull’applicazione del diritto del lavoro.
“Il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia
non richiede un quorum del 50%+1 per essere valido, vince chi prende un voto in
più, quindi il tuo voto è decisivo per fermare questa riforma assurda”
Buon ascolto
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Il terzo argomento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Max Lioce del
Collettivo Cuba Va sulla situazione
politico/economica Cubana e sulla possibilità concreta di dare solidarietà in
questo momento difficile per l’isola.
Con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati in merito a questi argomenti:
– abbiamo fatto il punto della situazione politico/economica rispetto anche
all’inasprimento del BLOCCO unilaterale da parte dell’imperialismo statunitense
che ora minaccia l’invasione/attacco come prossimo obbiettivo;
– é stato presentato il progetto Nuestra América Flotilla in partenza in questi
giorni: “Si chiama Nuestra América Flotilla la missione internazionalista che è
stata lanciata per portare cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a
Cuba, stretta nella strangolante morsa del blocco statunitense. L’obiettivo è
rompere l’assedio stelle-e-strisce e sostenere la popolazione cubana contro la
violenza di Washington. La flotta, che porta il nome di un testo fondamentale
del rivoluzionario ed eroe nazionale cubano José Martí, salperà entro qualche
giorno. Ed è un nome che rivela il portato fondamentalmente politico della
missione: è un’iniziativa a difesa della sovranità del popolo e del socialismo
cubano, contro lo strangolamento imposto dall’imperialismo yankee.”
– Cosa possiamo fare noi per dare solidarietà concreta? (i numeri della radio
+39 0112495669 +39 346 6673263 sono utili + https://nuestraamericaconvoy.org/ +
cerca collettivo CUBA VA)
“la solidarietà internazionalista può rompere l’assedio, salvare vite umane e
difendere la causa dell’autodeterminazione cubana“
Buon ascolto
Arsider XXL: UK Edition
Audio briefing of the two-day Avon assault, via Music to Come & Cube Cinema,
processed by your Thursday’s classic into a whirlpool of memories and
hyper-saturated high speed paced debris of sound.
ARSIDER X BRISTOL AVONIAN CONNECTION
IL COMMODORO
di seguito il podcast, si vede di merda perchè usiamo wordpress, non ci
giudicate, a volte va così, l’audio però è una bomba: Franco Franco, Copper
Sound a pietrate, Tskali in burnout, Miles e Dalila, I ragazzu del Cube, Povero
Gabbiano, Bubblewrap b2b Arsider, Adriano Cava persino le gemelle Anna e
Giovanna (grazie ragazze!), il codice fiscale di Gringo (404344034030394222),
l’amicizia, il noise e le passioni che superano anche l’assenza di soldi
𝕬 𝖈𝖍𝖔𝖕𝖕𝖊𝖉 𝕬𝖓𝖌𝖑𝖔 - 𝕴𝖙𝖆𝖑𝖎𝖆𝖓 𝕬𝖚𝖉𝖎𝖔 𝕭𝖊𝖆𝖘𝖙
90′ resurfacing through West Country fumes backing up forty-eight hours of sonic
assault in Bristol, compressed into a full backup of sweat and tape saturation.
Cube Cinema, Bristol, March 2026. The president here evaluating the battlefield
It’s the chronicle of an invasion where the Arsider Team and the Misto Mame cell
fuse with Music2Come locals in a full-blast jam, a single body slamming Turin
against the English pavement.
Voice notes snatched from oblivion, wrong-side driving, and the metallic tang of
warm beer on the mics + the urgent need pushing us toward the idea of pressing
arsider one sided dubplates
(disegno di francesca ferrara)
Molti anni fa, in un paese lontano, sorgeva un piccolo villaggio chiamato
Melodia. Per tanto tempo quel villaggio era stato governato da un capo
antipatico e autoritario. Il suo nome era Testa d’uovo. Da bambino aveva avuto
una madre severissima e un padre che lo maltrattava. «Un, due, tre! Testa,
spalle, gambe e piè!», era l’insopportabile marcetta che accompagnava ogni
ordine dato dallo scorbutico genitore al ragazzo, e così nessuno si stupì quando
Testa d’uovo diventò un adulto odioso, ossessionato dall’essere rispettato e
convinto in fondo di una sola cosa: chi comanda deve essere obbedito.
Un giorno Testa d’uovo decise di imparare a suonare uno strumento, pensando che
questo lo avrebbe fatto apprezzare da qualcuno. Si fece comprare così un violino
nero che suonava sempre allo stesso modo. «Ascolta che belle note, pulite e
ordinate!», continuava a ripetere ai suoi amici. «Sarà…», gli rispose un giorno
Occhi Belli, una compagna di scuola a cui aveva provato a dedicare una sonata.
«Ma c’è qualcosa che non va. Il motivo è noioso, ci vorrebbe un po’ di fantasia,
o qualche altro strumento ad accompagnare…».
L’ultima cosa che aveva dentro di sé Testa d’uovo era però la fantasia. E così,
frustrato, rispose così a Occhi Belli. «Non capisci niente, sei solo una
femminuccia! La fantasia non serve a niente, e crea confusione. Questa è vera
musica, e questo è l’unico strumento buono!» (Testa d’uovo non aveva mai
imparato ad accettare le critiche, soprattutto non aveva mai imparato a suonare
nessun altro strumento, e forse per questo non poteva tollerarli).
Col tempo, a furia di suonare la stessa musica semplice, ordinata e sempre,
sempre, uguale, Testa d’uovo riuscì a convincere molte persone delle sue teorie
e addirittura a farsi nominare capo di Melodia. «In discarica tutti gli altri
strumenti», gridava dal terrazzo di casa e faceva scrivere sui manifesti.
«Niente flauti, tamburi, trombe e chitarre. Basta coi cori, le bande e le
orchestre!». I suoi strampalati ordini venivano eseguiti dai Controllori del
suono che si era messo accanto, un gruppo di giovani sempliciotti che mai si
erano sentiti prima di allora così importanti. «Chissà cosa succederebbe se il
violino di Testa d’uovo suonasse con una corda in meno», aveva detto un giorno
uno di loro, dopo aver bevuto un po’ troppo nettare frizzante. «Ma cosa dici,
imbecille!», gli aveva risposto il capo-controllore. «È come se adesso qualcuno
si mettesse a scrivere con la mano sinistra o a dipingere macchine volanti. Il
violino è il violino, così è sempre stato e così sempre sarà».
Così, per anni, nel villaggio di Melodia fu ascoltata solo la musica,
incredibilmente monotona, che Testa d’uovo imponeva. Chi provava anche solo a
costruirsi da sé uno strumento diverso, e a suonarlo tra amici, veniva punito.
Con il passare del tempo però gli abitanti del villaggio cominciarono a
stancarsi. La musica del violino nero era noiosa, non faceva divertire e non
serviva neanche a far addormentare i bambini. Piano piano alcuni iniziarono a
pensare che era arrivato il momento di riprendere gli strumenti e decidere
liberamente che musica ascoltare e soprattutto suonare.
«Mi ricordo che quando ero bambino mio padre mi suonava una musica bellissima,
credo avesse un flauto». «A casa mia non c’erano soldi e così io e i miei
fratelli avevamo costruito dei piccoli tamburi di latta con le scatole di
pomodoro». «Certo, anche riempendo una bottiglia con i sassolini che potremmo
trovare giù al torrente potrebbe venir fuori un ritmo divertente».
Idee di questo tipo cominciarono a diffondersi sempre più tra gli abitanti di
Melodia, che presero una notte una decisione coraggiosa: distrussero (quasi)
tutti i violini neri costruiti per volere di Testa d’uovo e lo mandarono via su
una nave, lontano dal villaggio, affinché non potesse più tornare a comandare.
Il giorno dopo Melodia si riempì di suoni nuovi. Immediatamente gli abitanti
uscirono di casa e cominciarono a suonare tutti gli strumenti che per anni erano
stati proibiti. Si sentivano chitarre, sassofoni, trombe, pianoforti e mille
accordi differenti. Cominciarono a suonare insieme in bande musicali, e ognuno
strimpellava la musica che gli piaceva, bella o brutta che fosse.
Un giorno alcuni cittadini suggerirono di adottare una regola: se non volevano
che un solo uomo tornasse a comandare, dovevano inventare dei modi diversi di
governare Melodia. Crearono così tre assemblee: ognuna aveva un compito, e messe
insieme avrebbero fatto sì che mai più la musica avrebbe potuto essere decisa da
una sola persona.
In primavera, con il sole e il vento caldo, fu scritto il Grande spartito
musicale del villaggio, che conteneva alcune regole, condivise dopo lunghe
chiacchierate davanti al fuoco l’inverno precedente, per poter scrivere canzoni
in grado di accontentare un po’ tutti. «Una di queste assemblee deve essere
sempre in contatto con il villaggio», disse il vecchio saggio Barba bianca,
mentre sgranocchiava dei biscotti e accarezzava il suo cane. «Deve ascoltare
tutti e trovare delle regole perché ognuno possa scrivere e suonare cose che non
facciano male agli altri. Potremmo chiamarla Musicamento».
«Sì, ma non possiamo far finta che non esistano uomini e musiche malvage», fece
riflettere Naso di cane, proprio lui che odiava norme e obblighi di ogni tipo, e
che aveva cresciuto i propri figli insegnandogli che l’uguaglianza vive nella
libertà. «Temo ci tocchi creare un Gruppo Musicale per controllare che tutti
rispettino le regole».
«Eh già! Così verranno fuori degli altri Testa d’uovo e ci convinceranno di
nuovo a suonare una sola musica, con la chitarra o il contrabbasso stavolta!»,
fece qualcuno da fondo sala.
«Ma cosa dici, non può succedere! Ormai abbiamo capito!», rispose Naso di cane,
mentre Barba bianca meditava e condivideva le ultime gallette col suo fido
pastore maremmano.
Dopo grandi discussioni la proposta di Naso di cane fu solo un po’ modificata e
accettata. Si decise che chi non rispettava le regole poteva essere punito: chi
la faceva più grossa veniva mandato a lavorare nella fabbrica degli strumenti
musicali, oppure costretto a studiare a memoria tutte le canzoni consentite. Il
che, è facile immaginarlo, era molto noioso, e così la maggior parte delle
persone pensò che fosse giusto rispettare le regole.
Per evitare che il Gruppo Musicale decidesse tutto da solo, si formò anche
un Consiglio degli Scrittori di Musica (di cui facevano parte degli usignoli e
altri appartenenti al Gruppo Musicale). Il Consiglio aveva il compito di
studiare a fondo le musiche inventate per giudicarle con attenzione.
(disegno di francesca ferrara)
Vi spiego qualcosa degli usignoli. Erano uccelli dalle penne bianche e marroni
che da sempre cantavano nei boschi vicino al villaggio. Non erano compositori
del Gruppo Musicale, ma diffondevano nella natura note da secoli e secoli, e
sapevano riconoscere quando una musica era giusta, cioè rispettava le regole
scelte dal Musicamento, e quando invece non lo era. Certo, non tutti gli
usignoli la pensavano allo stesso modo, e a dirla tutta alcuni non erano nemmeno
simpaticissimi. Ma il loro compito era di controllare che le decisioni dei
compositori non fossero dettate dall’arroganza o dall’invidia di voler essere
loro a scegliere se una musica fosse giusta o sbagliata, e così, per molti anni,
pur nella loro superbia e nel loro saltellare in giro credendosi chissà chi,
tutto mantenne un certo equilibrio. La musica non piaceva sempre a tutti, ma la
maggioranza degli abitanti pensava che fosse meglio avere tante canzoni, anche
se non sempre belle, piuttosto che una sola, sempre uguale.
«Certo – disse un giorno ai suoi amici un giovane dagli occhi vispi e una grossa
coppola in testa – sarebbe bello se ognuno potesse suonare quello che vuole,
senza dar troppo conto a nessuno».
«Già…», gli fece eco Chiodino, un personaggio buffo e mingherlino che aveva la
fissa di montare e smontare tutto quello che gli capitava sottomano. «Potremmo
modificare gli strumenti e crearne di nuovi. La musica è di tutti e ci si
dovrebbe poter giocare senza che qualcuno decida cosa si può fare o cosa no».
Penna bianca, una bellissima ragazza con un ciuffo nevoso tra i capelli nero
pece intanto annotava tutto su un pentagramma ingiallito che aveva trovato in un
vecchio cassetto, tra i documenti appartenuti ai suoi nonni. “E se la musica
decidesse da sé?”, aveva appuntato con un grande punto interrogativo in un
angolo del foglio, ma poi si perse a guardare gli alberi mentre gli altri
continuavano a parlare, e seguì da sola i suoi pensieri fino all’alba.
Quegli e altri amici dopo qualche tempo fondarono la Banda della libera musica.
Non erano esattamente ben voluti dalle assemblee che mantenevano l’ordine a
Melodia, né tantomeno dagli usignoli. Dovevano stare attenti a non dire certe
cose ad alta voce, e soprattutto nel diffondere certe idee di uguaglianza e
libertà che davano fastidio a chi temeva che Melodia potesse diventare un grande
villaggio-orchestra, che potesse suonare liberamente tutto il giorno, senza
ruoli, maestri né gerarchie tra strumenti. Bisognava per questo stare attenti a
non ammettere con leggerezza di essere parte della banda: i Musicali, infatti,
avevano deciso a un certo punto che le regole delle melodie dovevano essere
decise solo da loro, perché – così dicevano –avevano il consenso degli altri
abitanti di Melodia.
(disegno di francesca ferrara)
Col passare del tempo le cose andarono peggio.
Le bande musicali furono sempre meno e meno geniali. Alcuni compositori, che
stavano lì solo perché volevano decidere, pur senza capire quasi nulla di note e
spartiti, cominciarono a scrivere musiche sempre più brutte: melodie confuse,
prive di armonia, con testi banali e che dicevano sempre le stesse cose.
«Abbiamo cambiato musica – cominciava a bofonchiare qualcuno –, ma queste
canzoni non sono poi tanto migliori di quella di prima. Adesso però ci tocca
pagare non solo uno scrittore, ma tanti!». Non era una frase molto intelligente,
eppure in molti iniziarono a ripeterla. Nel villaggio, in particolare, prendeva
sempre più voce il branco delle Pecore belanti. Le pecore erano sempre state per
conto proprio. Non gli piaceva cantare né suonare, non avevano mai pensato molto
alla musica, ma sentendo ripetere ogni giorno che le nuove canzoni erano
inascoltabili, finirono per crederci e si misero a dirlo a tutti gli altri
animali. E poi c’erano quelli che non avevano mai smesso di rimpiangere la
vecchia musica. «Quando c’era il violino nero – continuava a ripetere Zanna
grigia, un tarchiatello con un pizzetto mefistofelico e un occhio di vetro – la
musica era chiara e forte e nessuna confusione era accettata. Guardate ora che
casino!».
Zanna grigia, Pino appuntito, Tacco di ferro e tutti gli altri, alcuni dei quali
erano stati Controllori del suono ai tempi di Testa d’uovo, cominciarono a dire
che era necessario costruire di nuovo violini neri, proibiti fino a quel momento
perché simbolo di quel periodo così triste e noioso. «Gli usignoli sono solo
uccelli», disse un giorno Tacco di ferro. «Cosa possono mai capirne della musica
e di ciò che vogliono gli abitanti di Melodia!».
Tacco di ferro era una persona abbastanza rozza, e a dire il vero emanava anche
un fastidioso puzzo di muffa. Ma aveva una voce molto forte, gridava sempre e a
furia di ripetere queste sciocchezze riuscì a convincere sempre più persone che
fosse arrivato il momento di cambiare il Gruppo musicale.
La sua vera preoccupazione era in realtà che i suoi amici potessero decidere
tutto e che il valore del Consiglio degli Scrittori di Musica fosse ridotto.
Intanto, le canzoni del Gruppo musicale diventavano sempre più stonate, e più
questo succedeva, più le fanfaronate dei vecchi Controllori trovavano ascolto.
Così, a un certo punto, molti abitanti del villaggio cominciarono a chiedersi se
non fosse tempo di costruire di nuovo i violini neri e tornarono a dare sempre
più potere, nel Musicamento, a Zanna grigia e ai suoi. Questi però avevano un
problema. Visto che il Grande spartito musicale del villaggio era stato scritto
dai rappresentanti degli abitanti dopo la cacciata di Testa d’Uovo, fu
necessario chiedere a ciascuno di loro se davvero fosse giusto modificare la
composizione del Consiglio degli Scrittori, mettendoci dentro quegli abitanti
che facevano parte del Gruppo musicale, che già intanto decideva abbastanza cose
da solo, senza dar conto a nessuno. Fu proclamata così una Grande Consultazione:
ogni cittadino avrebbe ricevuto un pezzettino di pentagramma su cui avrebbe
dovuto scrivere una certa nota per indicare la sua scelta.
Per un po’ di tempo a Melodia non si parlò d’altro, solo che molti abitanti con
il tempo si erano disinteressati alla musica per colpa delle brutte canzoni che
avevano ascoltato, e così non sapevano decidere cosa scegliere. Quel che è certo
è che nessuno, o quasi, aveva dato ascolto a quelli che facevano parte della
Banda della libera musica, che erano stati dimenticati, isolati e avevano dovuto
addirittura cambiare villaggio.
Eppure, non sarebbe stato più facile se tutti avessero avuto la possibilità di
esprimersi senza dover pensare alle regole imposte e imparando gli uni dagli
altri? Nonostante fosse un po’ difficile da immaginare per alcuni, è proprio
quello che si impara facendo parte di una Banda! Troppo pochi erano rimasti
invece quelli che avevano la capacità di fare quello che desideravano in
libertà, perché, in fondo, si erano dimenticati di quanto fosse bello e ne
avevano paura.
Cosa venne fuori dalla Consultazione io non l’ho mai saputo, anche se mi piace
pensare che gli abitanti di Melodia abbiano preferito ascoltare qualche canzone
in più, piuttosto che sempre la stessa. Ciò che spero davvero, naturalmente, è
che ognuno di loro possa tornare a sentirsi libero di suonare la musica che
preferisce. (gaia tessitore)
Più pene, CPR sempre più simili a carceri, sorveglianza diffusa e stretta sul
dissenso: la maggioranza spinge per un salto ulteriormente repressivo Il
cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto …
Nella comunità di Aggah, in Nigeria, gli sversamenti di petrolio hanno
avvelenato fiumi e falda. Quando piove, invece, l’area si allaga: secondo i
residenti a causa di infrastrutture costruite male dalle compagnie petrolifere
L'articolo Nigeria, la maledizione dell’acqua proviene da IrpiMedia.
La Commissione di Garanzia estende la Legge 146/1990 all’intera filiera
logistica. I sindacati di base: “Non è una scelta tecnica ma politica. Pronti
alla mobilitazione generale” L’11 marzo 2026 segna …
COMUNICATO STAMPA
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di
approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui
controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è
regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990
ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori,
vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata
alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per
spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi.
Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di
conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di
spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle
autorizzazioni.
Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da
quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui
esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti
italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i
porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe
contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo
assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene
logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra
di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della
Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in
violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito
per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più.
Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della
Guardia di Finanza.
Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000
munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri
& Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un
traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico
era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le
autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo
i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di
munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio
televisivo.
Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50
tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di
circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile,
700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di
Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti.
Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati
sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del
sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla
campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna
Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte
di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels
& Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una
fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso
dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al
Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato
l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a
Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di
essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod.
Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di
coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra
generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel
sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa.
Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua
violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che
comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi
e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato
attraverso i porti e gli aeroporti italiani.
Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti
perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano
sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni
sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così
delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi,
rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai
rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in
sanguinosi e disumani conflitti armati.
Per contatti e informazioni:
* Gianni Alioti, 348 9026909
* Carlo Tombola, 349 6751366
I Cayos Cochinos, al largo della costa dell’Honduras, sono abitati da oltre due
secoli dal popolo Garifuna, comunità afro-indigena con un legame profondo con il
mare e il territorio.
Come racconta ai microfoni di Radio Blackout Wilman Arzu, la svolta arriva nel
1993, quando il governo dichiara l’area riserva naturale affidandone la gestione
a una fondazione privata, escludendo di fatto gli abitanti locali. Da allora,
denunciano i Garifuna, si moltiplicano restrizioni alla pesca, limitazioni alla
mobilità e episodi di violenza e intimidazione. Parallelamente, l’arcipelago
diventa location di reality show internazionali come Supervivientes e L’Isola
dei Famosi, con un impatto significativo sull’ambiente e sulla vita della
comunità.
Le tensioni per il controllo del territorio arrivano presto anche sul piano
internazionale: nel 2003 l’Organización Fraternal Negra Hondureña OFRANEH
presenta una petizione alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani,
dichiarata ammissibile nel 2007. Nel 2020 la Commissione emette un rapporto di
merito con raccomandazioni allo Stato honduregno, rimaste però senza attuazione,
fino alla decisione — nel 2023 — di deferire il caso alla Corte Interamericana
dei Diritti Umani.
Il 4 marzo 2026 arriva così una sentenza storica: la Corte condanna l’Honduras
per la violazione dei diritti della comunità Garifuna, tra cui la proprietà
collettiva, la consultazione previa e la partecipazione alle decisioni sul
territorio. I giudici stabiliscono che la creazione dell’area protetta e le
restrizioni successive sono avvenute senza un adeguato consenso libero e
informato, e riconoscono anche l’impatto negativo di turismo e produzioni
televisive sulle pratiche tradizionali. Tra le misure ordinate: la restituzione
di diritti territoriali, indagini sulle violenze denunciate e garanzie di
partecipazione nella gestione dell’area.
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che definisce “antifa” una
organizzazione terroristica domestica riaccende un nodo giuridico e politico già
emerso durante il suo primo mandato: negli Stati Uniti non esiste infatti un
quadro legale che consenta di designare gruppi interni come terroristi, a
differenza di quanto avviene per organizzazioni straniere. Esperti di politica
interna sottolineano come “antifa” non sia un’organizzazione strutturata, ma una
galassia fluida e decentralizzata di attivisti, priva di gerarchie, iscritti o
leadership, rendendo la definizione stessa difficilmente applicabile sul piano
legale.
In questo contesto si inserisce anche un passaggio decisivo: in Texas, un gruppo
di manifestanti è stato riconosciuto colpevole di aver fornito supporto al
terrorismo e di altri reati, in un caso molto seguito in cui l’accusa ha
sostenuto che attivisti anti-ICE facessero parte di una cellula “antifa”.
Il processo, legato a una protesta del 4 luglio al Prairieland detention center
nei pressi di Fort Worth, rappresenta la prima volta in cui il governo
statunitense porta in tribunale l’idea di “antifa” come organizzazione
terroristica. Un precedente che molti osservatori considerano un banco di prova
cruciale per il Primo Emendamento e per l’uso estensivo delle leggi
antiterrorismo contro il dissenso politico.
Ne parliamo con la giornalista Giovanna Branca, che scrive per il Manifesto ed è
coautrice del podcast Sindrome Americana.
La consegna in Germania della prima maxi-talpa destinata ai cantieri della
Torino-Lione segna un nuovo passaggio simbolico nell’avanzamento dell’opera.
La Tunnel Boring Machine è lunga oltre 200 metri e progettata per scavare fino a
10 chilometri sotto la montagna, servirà per la realizzazione del tunnel di
base.
Parallelamente, procede l’iter per la tratta nazionale Avigliana-Orbassano,
segmento chiave di connessione tra il tunnel internazionale e il nodo di Torino.
Il progetto – circa 24 chilometri, in gran parte in galleria e con un costo
stimato attorno ai 3 miliardi di euro – è entrato nella fase di Conferenza dei
servizi, passaggio decisivo per l’approvazione definitiva.
Intanto, in Val di Susa i cantieri procedono in quella che sembra a tutti gli
effetti un’accelerata iniziata a partire dal post-covid.
Di questo a tanto altro abbiamo parlato con una compagna dalla Valle. Ascolta
qui:
Più info e aggiornamenti su NoTav Info.
La guerra imperialista all’Iran solleva una serie di livelli e di percezioni
popolari che impongono uno sguardo che tenga conto della complessità dei
territori coinvolti.
Di queste prospettive, delle contraddizioni e della capacità di tenuta della
Repubblica Islamica abbiamo parlato con Montassir Saki, autore di un libro in
via di traduzione anche in italiano in merito agli itinerari dei giovani europei
partiti in Siria nel 2011 e con Tara Riva, analista italo-iraniana specializzata
in Medio Oriente e Iran.
Montassir Saki Tara Riva
La guerra all’Iran viene letta anche come un tentativo da parte degli USA di
adottare una Grand Strategy di contenimento dell’ascesa cinese dal punto di
vista tecnologico e non solo, colpendo i Paesi che riforniscono la RPP di
petrolio. Nonostante gli impatti della guerra sull’ambito energetico globale
siano evidenti la Cina dimostra una capacità di reggere le interferenze in
materia energetica grazie alla sua gestione e pianificazione in tale ambito.
Non si può dire lo stesso del contesto “occidentale”, dove il limite maggiore è
dato dalla quasi totale finanziarizzazione dell’energia e dell’aggancio dei
prezzi alla Borsa di Amsterdam. A livello nostrano, a fronte del neonato decreto
per lo sconto sulle accise dei carburanti, un decreto palliativo che non risolve
i rincari in quanto durerà venti giorni soltanto, è chiaro che non esista alcun
tipo di ragionamento prospettico sul tema energetico, ma anzi si continui ad
agevolare la speculazione.
Ne parliamo con Dario Di Conzo, docente a contratto all’Università di Napoli
“L’Orientale” dove insegna “Riforme economiche della Cina Contemporanea”