Le terre alte bruciano //Insostenibili Olimpiadi
Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio. Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento. LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA) I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in accelerazione. L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali insostenibili. Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata. Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti. Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro perché economicamente insostenibili. Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina, parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci italiane dipende dall‘innevamente artificiale. Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire dall’archivio storico dell’Associazione. In ultimo, qualche lettura e riflessione. La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore, proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso. Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio Unesco. Citati nella puntata Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – Associazione proletari escursionisti Nevediversa – Legambiente Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del futuro – Sofia Farina Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
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[2026-02-12] Cena sociale di quartiere GRAB @ Spazio Popolare Neruda
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (giovedì, 12 febbraio 20:00) Cena sociale di quartiere Porta quello che vuoi trovare Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
DATI SANITARI AFFIDATI AD AZIENDE LEGATE ALL’INTELLIGENCE ISRAELIANA
LE AZIENDE SANITARIE ITALIANE AFFIDANO LA PROPRIA CYBERSICUREZZA AD IMPRESE LEGATE ALLE UNITA’ SPECIALI DELL’IDF La pandemia ha accelerato i processi di digitalizzazione della sanità, tanto che le viene dedicata una delle voci principali del PNRR. Questa enorme mole di dati però corre il rischio di venire utilizzata per “fini secondari”. Un caso eclatante di utilizzo secondario dei dati sanitari è quello di ELITE, la piattaforma in dotazione all’ICE che usa i dati di Medicaid per compilare le deportation list. Ma chi controlla i dati sanitari italiani ed europei I fascicoli sanitari elettronici di milioni di persone che hanno avuto accesso alle cure in italia, lo stesso tipo di dati che negli Stati Uniti l’ICE utilizza per deportare le persone senza documenti, sono nelle “cassaforti digitali” di aziende israeliane legate alle unità speciali dell’esercito sionista, in particolar modo all’unità 8200, la stessa che ha progettato LAVENDER, l’intelligenza artificiale usata da Israele per colpire i palestinesi.
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IL PM PADALINO, IL FINANZIERE MAGNACCIA E LE FATTURE
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino, andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera, da PM anti-notav al trasferimento […] The post IL PM PADALINO, IL FINANZIERE MAGNACCIA E LE FATTURE first appeared on notav.info.
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Macerie su Macerie – PODCAST 9/02/26 – Vacanze “post-army”: l’IDF in Val di Susa
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo assurdo turismo. Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre. Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine settimana.
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Contro ogni fascismo: quali prospettive oggi? iniziativa a 100celle aperte, roma
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di opporvisi. A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria. Sabato 28 febbraio h 17.30 iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e Freshnesss A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa, consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/
Iniziative
Carcere
Le insostenibili olimpiadi
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane, speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione della precarietà e militarizzazione del territorio. Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare, associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse, giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio. Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500 alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di espulsione dei ceti popolari dal quartiere. In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti di cui 4 ospedalizzati. Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
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“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno” Iniziative in molte città d’Italia
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare contro il DDL Bongiorno. Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti Torino Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale. Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto, pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso manifestato al momento dell’atto. Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza, urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente profonde. Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa, pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni impianto normativo sulla violenza. Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi, chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto. Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie, sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società. Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e transcidi ogni anno. Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata. Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale. Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire. Senza consenso è stupro. Organizziamoci insieme. Verona GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥 A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi. Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di ricadere su chi la violenza la vive. Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura. Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA Giornaliste Unite Libere Autonome). Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme e dare spazio a nuovi immaginari. Ci troviamo alle 20.30 nella sala di ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile. Scrivici se vuoi partecipare! In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B : -41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi -51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi -21, fermata Fiera B, 11 min a piedi -53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi -61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici. Cuneo Roma: Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio: la cultura dello stupro. In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser. Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15 febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza. Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma. Senza consenso è stupro! Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle scuole, nei posti di lavoro, nella città. Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo! Bologna: Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con la costruzione dello sciopero dell’8/9M! Ordine del giorno: – Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in programma nel prossimo mese di lotta! – 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə di @hamsaye_bologna – 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri antiviolenza contro il DDL Bongiorno – Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici. con amore e rabbia 💜🔥 Asti: Assemblea di auto formazione aperta a tuttə Mercoledì 11 Febbraio H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie. Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale. Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso manifestato al momento dell’atto. Chi decide per noi, per i nostri corpi? Chi viene protetto e perché? Le nostre vite contano. Le nostre parole contano. Tivoli: La rete chiama, noi rispondiamo. Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il significato del consenso. Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere: è diritto, autodeterminazione, libertà. Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e delle soggettività più esposte. 📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in tutta Italia. Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra. Trento: Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento! Messina: Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale. Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤 𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚. Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono firmatari e vincolati) e dalla Cassazione. Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’ 𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”. Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova a dover provare di non essersela cercata. 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle. E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del sostegno diretto alle vittime.
Ossessione decoro. La lotta alle scritte sui muri di Torino
(disegno di mario damiamo) Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri: il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino, ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+ Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua bellezza”. L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le “vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di “riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025). La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro “gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”. Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”, “educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta “ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse: aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi – falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze. IL CONFLITTO COMUNISTA “Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”, vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di “grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata da tolleranza, connoterà altre proposte future. Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni: “Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22 febbraio 1978). Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata, che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni: “Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”; secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985). LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO” Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato: la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare, copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”: “Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada: “Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”. Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una fortezza militare che a un teatro. Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come “sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e la città punterà sempre di più sulle loro risorse. NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale, che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità, scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono sempre più disprezzate. Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per “rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano. L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016, a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro incubo principale. A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione. Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr. (alessandra ferlito)
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