Fascistizzazione dello Stato, genealogie coloniali e congiuntura elettorale a un
mese dai “fatti di Lione”. Intervista con Antonin Bernanos e Carlotta Benvegnù
Da Acta Media
La morte, il 14 febbraio, di un militante fascista a Lione — a seguito di
scontri con militanti antifascisti che assicuravano il servizio d’ordine ai
margini di un’iniziativa di una deputata de La France Insoumise — è stata
interpretata da diverse voci come un «momento Kirk» per la Francia. In altre
parole, questo evento è stato utilizzato dall’estrema destra, in ascesa verso il
potere, per tentare di cambiare paradigma, marginalizzando le componenti
politiche antifasciste e cercando di rovesciare il «barrage elettorale» storico
che, da decenni, impedisce alla dinastia Le Pen di accedere alla presidenza.
Potreste dirci qual è, dal vostro punto di vista, la percezione del momento in
Francia e, più in generale, in che modo le diverse componenti (dai collettivi
antifascisti a LFI) hanno reagito?
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Francia, a nostro avviso è
necessario collocare il momento politico innescato dagli eventi di Lione
all’interno di una sequenza molto più lunga. Siamo nel cuore di un processo che
noi — insieme ad altri — definiamo da diversi anni come una fascistizzazione
dello Stato. Vale a dire una tendenza profonda e duratura delle democrazie
occidentali, particolarmente visibile in Francia, soprattutto per la centralità
che vi occupa il discorso islamofobo. Ciò implica criticare l’idea secondo cui
il fascismo emergerebbe come una rottura brutale con l’ordine repubblicano e
democratico, a seguito della presa del potere da parte dell’estrema destra. Ciò
che osserviamo, al contrario, è un processo graduale, inscritto nelle
trasformazioni ordinarie dello Stato e del campo politico.
Questo contesto è indispensabile per comprendere il trattamento recente —
mediatico e politico — del fascismo e dell’antifascismo. Torneremo più avanti su
questo punto in modo più approfondito, ma è già necessario ricordare che la
criminalizzazione dell’antifascismo in Francia non risale agli eventi di Lione.
Almeno dal 2016, i gruppi antifascisti figurano tra i settori più repressi del
movimento sociale. Si può pensare, ad esempio, all’affaire del quai de Valmy,
dopo l’incendio di un’auto della polizia durante una manifestazione del
movimento contro la legge sul lavoro nel 2016, che ha rappresentato un
importante episodio repressivo contro i gruppi che componevano il
cosiddetto cortège de tête, prendendo di mira in particolare l’Action
Antifasciste Paris Banlieue, diversi dei cui membri sono stati incarcerati
durante e al termine della procedura giudiziaria. Occorre inoltre ricordare lo
scioglimento del Groupe Antifa Lyon et Environ nel marzo 2022, che ha preceduto
quello della Jeune Garde nel giugno 2025. In questo quadro, una figura mediatica
dell’«antifa» si è progressivamente imposta, costruita come minaccia e oggetto
di criminalizzazione. Ciò è vero anche altrove, ma perché proprio a partire da
questo periodo, in particolare in Francia? Perché a partire dal 2016, in
particolare con il movimento contro la legge sul lavoro, i gruppi antifascisti
si sono radicati sempre più nelle mobilitazioni sociali, diventando sempre più
visibili all’interno di un ciclo di lotte che ha contestato sia l’accelerazione
dell’agenda neoliberale sia la normalizzazione di un’agenda islamofoba. La loro
presenza in queste mobilitazioni e in diverse lotte sociali (ecologiste,
sindacali, contro le violenze poliziesche) li ha resi politicamente
irrecuperabili da parte del potere. Non era esattamente così in precedenza,
quando una figura del «buon» antifascista poteva ancora essere mobilitata da una
parte della sinistra o del centro repubblicano. Gli eventi di Lione non hanno
dunque aperto una sequenza totalmente nuova; hanno piuttosto accelerato un
processo avviato da circa dieci anni, offrendo al potere l’opportunità di
portare a compimento la demonizzazione dell’antifascismo.
La novità — e forse la specificità francese — sta nel fatto che questa
demonizzazione si estende ormai allo stesso campo istituzionale. Essa trascina
con sé anche La France Insoumise, formazione che, secondo numerosi sondaggi,
potrebbe trovarsi al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2027 di
fronte al Rassemblement national. La France Insoumise era peraltro già oggetto
di una campagna di delegittimazione, in particolare attraverso accuse ripetute
di antisemitismo, oggi ulteriormente intensificate a seguito dei fatti di Lione,
anche in relazione alle sue prese di posizione contro il genocidio in Palestina.
Ma ciò che cambia qui è che l’episodio lionese è stato colto non solo
dall’estrema destra come un’occasione per spostare lo stigma dell’estremismo
verso la sinistra, ma anche da una larga parte del campo politico per proseguire
questa impresa di demonizzazione della France Insoumise. Inoltre, non è solo il
RN: è l’intera Assemblea nazionale che ha osservato un minuto di silenzio per un
militante neofascista — un fatto inedito nella storia della Repubblica, se si
eccettua il periodo del regime di Pétain.
Dal lato dell’«estremo centro», vale a dire del macronismo, la novità consiste
in una svolta strategica: dal barrage républicain si è passati all’esacerbazione
dei poli. Ieri il racconto era semplice: «noi o il fascismo». Oggi diventa: «noi
o la guerra civile». Non si tratta più soltanto della diga contro l’estrema
destra; è la messa in scena di un paese sull’orlo della frattura, di cui loro
sarebbero gli unici capaci di ricomporre i pezzi. La carta giocata non è quindi
più quella del fronte repubblicano, ma quella dell’arbitraggio: presentarsi come
ultimo baluardo, come garante ultimo dell’ordine. Questa svolta interviene in un
contesto di crisi profonda per la maggioranza presidenziale, mentre l’ipotesi di
un secondo turno nel 2027 tra Jordan Bardella e Jean-Luc Mélenchon si imponeva
come uno degli scenari più plausibili. È troppo presto per dire se la scommessa
pagherà. Ma l’evento viene colto come un’opportunità: tentare di riconquistare
una legittimità politica fortemente erosa.
Infine, dal lato de La France Insoumise, al centro di attacchi che non sono più
soltanto mediatici ma anche fisici — decine di sedi prese di mira, locali
danneggiati, ripetute minacce di morte contro i suoi membri — la direzione del
partito ha mantenuto il proprio sostegno alla Jeune Garde e ha rifiutato di
prendere le distanze dal deputato proveniente da questo collettivo, di cui aveva
sostenuto e accompagnato l’elezione. Ha inoltre sostenuto una linea di difesa
dell’antifascismo, pur riducendolo a una postura di «autodifesa popolare»
puramente difensiva e condannando gli autori dei fatti — che appartenevano
tuttavia, è bene ricordarlo, a un settore del movimento antifascista che essa
stessa aveva cooptato nell’organizzazione — e che oggi rischiano pene detentive
molto pesanti.
Da parte nostra — quella dell’antifascismo autonomo, per dirla in breve —
invitiamo ovviamente a sostenere La France Insoumise di fronte al processo di
criminalizzazione di cui oggi è bersaglio. È ormai chiaro che, in questa fase,
al di là della scadenza elettorale, gli attacchi che la colpiscono superano di
gran lunga il suo perimetro: cercano di colpire l’insieme del movimento sociale
e delle opposizioni politiche. Una capitolazione de LFI aprirebbe la strada a
un’offensiva molto più ampia.
Tuttavia, se sosteniamo la LFI nella congiuntura attuale, restiamo comunque
critici nei confronti della strategia che ha portato il gruppo antifascista
Jeune Garde a integrare le sue file fino a far eleggere uno dei suoi ex
portavoce come deputato in un dipartimento storicamente acquisito al
Rassemblement national. Questa scelta corrisponde infatti a un’ipotesi che si
potrebbe definire «strategia antifascista del fronte elettorale». Tale ipotesi
considera l’ascesa dell’estrema destra come il terreno centrale della lotta e
concepisce l’antifascismo principalmente come uno scontro diretto contro di
essa. Lo Stato appare quindi meno come il luogo di produzione della
fascistizzazione e più come una barriera difettosa che bisognerebbe costringere
a svolgere il proprio ruolo. Da qui la prospettiva di un fronte unitario e
interclassista, suscettibile di estendersi, se necessario, fino al Parti
socialiste. Al contrario, noi analizziamo l’estrema destra come una componente
di un processo di fascistizzazione più ampio, che si dispiega all’interno stesso
dello Stato e attraversa una parte delle formazioni politiche, anche a sinistra
— comprese quelle che si rivendicano antifasciste. La sequenza islamofoba del
2015 ne ha fornito un’illustrazione. Ci torneremo.
Con una nota più ottimista, riteniamo che questa sequenza post-lionese, pur
chiarendo il ruolo dello Stato e di una parte della sinistra nel processo di
fascistizzazione in corso (come mostra l’episodio del minuto di silenzio),
potrebbe anche far emergere capacità antifasciste più ampi, sulle quali sarebbe
possibile costruire dinamiche politiche capaci di superare la logica di un
antifascismo dei piccoli gruppi.
Come accennavamo nella prima domanda, pur con le sue specificità, il caso
francese si inserisce pienamente in una congiuntura internazionale più ampia:
dal già citato «caso Kirk» negli Stati Uniti alla lunga sequenza di Budapest,
con le sue molteplici ramificazioni tra la Germania e altri paesi; ma anche alla
criminalizzazione osservata in Inghilterra con il tentativo di scioglimento di
Palestine Action, o ancora alla retorica utilizzata dal governo Meloni contro le
recenti mobilitazioni a Torino e Milano («nemici della nazione», «terroristi»).
Quale riflessione è possibile sviluppare, dalla Francia, su questa congiuntura,
nella quale la cosiddetta «Internazionale nera» sembra sempre più in grado di
esercitare un’egemonia e di proporsi come forza dirigente in un momento in cui
la guerra occupa un posto sempre più centrale — con le torsioni autoritarie che
ne derivano in diversi paesi e la messa in opera di economie di guerra?
Dalla Francia, questa congiuntura permette di riflettere sul modo in cui un
processo di fascistizzazione — inteso non come il prolungamento del fascismo
storico, ma piuttosto come l’attualizzazione di una parte dei suoi fondamenti
(autoritarismo, guerra, suprematismo e gestione razziale) — si accelera, anche
in contesti in cui l’estrema destra non è (ancora) al potere. Essa rivela
soprattutto le dinamiche di fondo, lunghe e profonde, che preparano il terreno
all’estrema destra, al di là dell’emergere contingente della cosiddetta
«Internazionale nera». Queste dinamiche si manifestano attraverso uno
slittamento autoritario progressivo degli apparati dello Stato e di alcuni
partiti politici, tramite pratiche repressive e discriminatorie, e attraverso la
gestione mirata delle popolazioni non bianche, oggi in particolare delle
popolazioni musulmane.
Si tratta, ancora una volta, di ciò che viene chiamato fascistizzazione, e che
deve essere compreso come un continuum: già presente nelle istituzioni, esso si
dispiega attraverso pratiche ordinarie e si accelera in un contesto di guerra,
di crisi economica e di crisi più generale dell’egemonia dell’imperialismo
occidentale. L’esempio dell’islamofobia di Stato in Francia nel 2015 — chiusura
arbitraria di moschee, perquisizioni amministrative, controlli di polizia su
base razziale legalizzati, violenze, incarcerazioni preventive e di massa di
musulmani — mostra che queste dinamiche non dipendono unicamente dall’arrivo
dell’estrema destra al potere, dal momento che in quell’epoca era il Parti
Socialiste a governare, con François Hollande come Presidente della Repubblica.
Ciò non significa che riteniamo che l’accesso al potere del Rassemblement
National sarebbe privo di conseguenze. Oggi, per fare solo un esempio, è
l’estrema destra a proporre le misure più razziste e discriminatorie, come la
soppressione dell’AME (Aide médicale d’État, l’assistenza medica per gli
stranieri in situazione irregolare). Ma nulla garantisce che il centro non possa
seguirla tra qualche tempo, come ha già fatto su molti altri temi. Questa
prospettiva sottolinea inoltre la necessità di sviluppare forme alternative di
sanità autogestita, su cui stiamo riflettendo insieme ad alcuni compagni.
Infine, nel contesto francese, il legame storico tra il processo di
fascistizzazione e la colonialità è piuttosto evidente, forse ancora più che
altrove. Esiste una vera e propria genealogia coloniale del fascismo francese.
Le sconfitte in Indocina e in Algeria hanno profondamente strutturato la Quinta
Repubblica, così come la storia dell’estrema destra francese e quella del
Rassemblement National, in cui si ritrovano i germi di queste dinamiche. Come
sottolinea Enzo Traverso, esiste una continuità tra colonialità e fascismo: un
continuum fascista che si sviluppa a partire dalle pratiche coloniali (sia prima
del fascismo storico degli anni Trenta, sia dopo, in ciò che si potrebbe
definire postfascismo).
In Francia, durante la guerra d’Algeria, l’estrema destra si posiziona come
avanguardia del campo dell’«Algérie française», in particolare all’interno
dell’Organisation armée secrète (OAS), organizzazione armata contro
l’indipendenza algerina. È all’interno di questa organizzazione, che riuniva
miliziani di estrema destra, militari e poliziotti, che si sono formati i quadri
più importanti di quello che diventerà il Front National (oggi Rassemblement
National). Dopo la vittoria algerina, il potere si trovò costretto a rispondere
alla minaccia di una rivolta fascista e aprì dunque le porte dello Stato — in
particolare nell’esercito e nella polizia — all’estrema destra per canalizzare
queste pulsioni golpiste.
La creazione della BAC (Brigade anti-criminalité), ad esempio — le attuali unità
di polizia incaricate di reprimere quotidianamente le popolazioni non bianche
dei quartieri popolari segregati delle grandi metropoli — è l’erede diretta
delle BNA (Brigades Nord-Africaines), una polizia d’eccezione incaricata della
repressione degli algerini impegnati nella lotta per l’indipendenza. Dopo la
guerra, i capi militari e i prefetti coloniali che avevano gestito la
controinsurrezione coloniale furono tutti reintegrati nella metropoli e
riciclati nei dipartimenti che raggruppavano i quartieri composti in maggioranza
da popolazioni immigrate, provenienti dalle zone postcoloniali. Il mantenimento
dell’ordine francese e la segregazione razziale dello spazio metropolitano si
ispirano direttamente a pratiche repressive sviluppate in Algeria, trasferendo
all’interno del territorio francese metodi di gestione dei colonizzati.
C’è infine un’ultima dimensione della fascistizzazione che ci sembra importante
sottolineare: il fascismo come opzione di gestione della crisi, ma anche — come
ricorda Alberto Toscano — come forma di contro-rivoluzione preventiva. Per dirla
semplicemente, percepiamo un legame tra il ritorno dell’ipotesi neofascista e il
livello di mobilitazione sociale che il paese ha conosciuto nel corso
dell’ultimo decennio: dal movimento contro la Loi Travail, ai Gilets Jaunes,
fino alle rivolte successive alla morte di Nahel Merzouk — per citare solo
alcuni episodi di questa sequenza.
Questa constatazione si ritrova anche a livello internazionale, in particolare
negli Stati Uniti, che hanno conosciuto un ciclo di mobilitazioni molto intense,
dal movimento Occupy Wall Street passando per Black Lives Matter fino alle
mobilitazioni contro la guerra genocidaria a Gaza.
La straordinaria resistenza popolare contro l’Immigration and Customs
Enforcement (ICE), alla quale prestiamo particolare attenzione, ha portato a
vittorie concrete e si è strutturata attraverso comitati di base, scioperi
generali e forme d’azione che combinano blocchi e manifestazioni. Essa accentua
attualmente la crisi di egemonia interna del potere statunitense e si appoggia a
contropoteri che si sono consolidati nel corso degli anni, attraverso
mobilitazioni come Black Lives Matter o gli ultimi storici scioperi nel settore
automobilistico.
La situazione in Palestina illustra anch’essa questa dinamica di
contro-rivoluzione preventiva: incarna al tempo stesso la crisi di egemonia del
progetto sionista e la capacità della resistenza popolare di tenergli testa.
È dunque all’interno di un quadro di crisi profonda — economica, politica e di
egemonia — che leggiamo l’apparizione simultanea della guerra e del fascismo
come opzioni di uscita per i poteri occidentali. Questi due strumenti si
alimentano e si rafforzano reciprocamente. Le offensive imperialiste — per
esempio contro Iran o Venezuela — si inscrivono come risposte alla crisi del
progetto sionista e a quella dell’imperialismo statunitense, sviluppandosi allo
stesso tempo in un contesto di crisi politica ed economica interna.
Torniamo al contesto francese. Quali dibattiti esistono e quali riflessioni sono
in corso sulla sequenza politica attuale e sulle prospettive a medio termine
(pensando in particolare alla scadenza elettorale del 2027)? Lo straordinario ed
eterogeneo ciclo che, dal movimento contro la Loi Travail del 2016, è passato
attraverso la forza e l’estensione dei Gilets Jaunes, attraversando
mobilitazioni antirazziste «culminate» con la rivolta successiva alla morte di
Nahel Merzouk e diversi movimenti contro le riforme governative, sembra essersi
in parte chiuso — probabilmente scontrandosi sia con una repressione violenta
sia con una più generale «fine delle mediazioni», oltre che con limiti
soggettivi.
Nel corso di questo periodo si è assistito alla scomparsa, alla nascita o alla
trasformazione di diverse opzioni politiche — si pensi, ad esempio, al declino
del Comité invisible o all’evoluzione del partito di Jean‑Luc Mélenchon. È stato
tracciato un bilancio di questo decennio oppure, secondo voi, quali lezioni
sarebbe possibile trarne guardando al futuro?
Da qualche tempo stiamo cercando di elaborare proprio questo bilancio. In primo
luogo, ai nostri occhi non è possibile affermare con certezza che il ciclo di
cui parlate sia chiuso: siamo già stati sorpresi più volte da esplosioni sociali
inattese e dalla capacità di sedimentazione e articolazione che movimenti
apparentemente molto distanti sono riusciti a mettere in campo. Ma siamo anche
consapevoli che, anche grazie al contesto internazionale, stiamo entrando in una
nuova congiuntura.
Se si deve trarre un bilancio di questo decennio, esso parte da una
constatazione centrale: l’opzione autonoma, nonostante i tentativi di superare
le impasse di un modello spontaneo e diffuso che era egemonico nel ciclo
pre-2016, e nonostante gli sforzi di autocritica e le sperimentazioni
organizzative intraprese, non è ancora riuscita a reggere i cambiamenti di ciclo
e di temporalità e quindi a capitalizzare e sedimentare in modo duraturo una
forma organizzativa.
Un esempio tra gli altri, che a nostro avviso rappresenta il tentativo più
avanzato di superare il prisma spontaneista, è quello dei Soulèvements de la
Terre. Questa esperienza ha rappresentato una vera svolta organizzativa,
strutturata e coerente. Ma si è rapidamente scontrata con i propri limiti: ha
eccelso in ciò che si potrebbe chiamare un «momento ecologista», ma la fine di
quel momento ne ha comportato il declino.
Molti altri tentativi sono stati condotti negli ultimi anni nel campo autonomo,
cercando sia di rompere con le opzioni tradizionali (trotskiste, maoiste,
marxiste-leniniste, ecc.) sia di superare la dicotomia tra verticalità e
orizzontalità. Per restare vicini a chi scrive, è ad esempio il caso del
progetto Acta, associato alle Brigades de Solidarité Populaire durante la
pandemia. Anche qui, nonostante un successo quasi inatteso nella temporalità del
momento, queste esperienze di auto-organizzazione hanno mostrato i limiti
dell’autonomia nel radicarsi nel tempo e nello strutturare una continuità
organizzativa.
Bisogna quindi constatare che, all’uscita da questo ciclo di mobilitazioni, non
è stata un’ipotesi autonoma a imporsi, ma piuttosto un’ipotesi istituzionale ed
elettorale: quella portata da La France Insoumise. Nessuna opzione di
auto-organizzazione è riuscita a stabilizzarsi o a consolidare durevolmente la
propria presenza.
LFI, tuttavia, non proviene direttamente dal movimento sociale, come è accaduto
ad esempio con Syriza in Grecia o con Podemos in Spagna. Essa incarna quindi
meno un prolungamento del conflitto sociale all’interno delle istituzioni che
uno spostamento di quel conflitto verso la sfera istituzionale. Ovviamente si
tratta di una semplificazione: molte persone partecipano alle lotte sociali da
anni e allo stesso tempo votano e sostengono LFI; le due opzioni non sono
vissute come alternative.
Resta però il fatto che i limiti de LFI sul terreno della mobilitazione di
piazza sono visibili, sia come forza di convocazione sia come capacità
organizzativa. Lo si è visto dopo le elezioni legislative, quando l’appello a
scendere in piazza per contestare la formazione di un governo di centrodestra
nonostante la vittoria della sinistra è rimasto relativamente debole. Lo si è
visto anche con la sequenza «blocchiamo tutto» di settembre, fortemente promossa
da LFI ma alla fine molto effimera. Parallelamente, l’idea di un rapporto
dialettico tra LFI e movimento sociale si scontra oggi con la debolezza di
quest’ultimo.
Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa non è tanto decidere
astrattamente se l’opzione istituzionale sia «buona» o «cattiva», né discutere
del sostegno a LFI — che, nella congiuntura attuale, appare quasi un’evidenza
strategica di fronte all’offensiva reazionaria in corso. Ciò che ci importa, e
che cerchiamo di mantenere come bussola metodologica, è analizzare la sequenza a
partire dalle lotte passate — e soprattutto da quelle che verranno.
In questo senso esiste un dibattito negli ambienti autonomi. Quando sfugge al
dogmatismo, esso ruota essenzialmente attorno a una domanda: una vittoria o
almeno un consolidamento della FI può diventare il vettore di nuove lotte oppure
no?
Alcuni sostengono che una sua vittoria elettorale potrebbe aprire una sequenza
di conflittualità intensa, persino pre-rivoluzionaria, tanto lo scontro con il
blocco borghese verrebbe esasperato dall’attuazione del suo programma. Altri
ritengono che, a un livello simile di offensività, la posta principale sarebbe
piuttosto la ricostruzione di dinamiche di resistenza popolare. Altri ancora,
più scettici, traggono le lezioni di esperienze passate — in particolare Syriza
— e ritengono che una vittoria de LFI rischierebbe soprattutto di chiudere la
conflittualità sociale assorbendola nello spazio istituzionale,
indipendentemente anche dalla questione di un’eventuale «tradimento».
In ogni caso, la questione strategica centrale non si limita alla scadenza
elettorale e va oltre il ruolo de LFI o il rapporto da mantenere con essa. Si
tratta piuttosto di capire come permettere a ciò che si è sedimentato nelle
lotte dell’ultimo decennio di consolidarsi.
È in questo senso che osserviamo con attenzione ciò che accade negli Stati Uniti
con le mobilitazioni contro l’ICE, dove vediamo strutturarsi progressivamente
reti di resistenza auto-organizzate che combinano scioperi, pratiche quotidiane
di solidarietà, blocchi, pratiche insurrezionali e anche forme di articolazione
con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti.
Il contesto qui non è esattamente lo stesso, naturalmente. Ma si ritrova una
configurazione simile: una forte densità di lotte accumulate nel corso del
decennio precedente e, allo stesso tempo, la possibilità di uno slittamento
rapido verso un regime neo-fascista utilizzato dal blocco borghese come
strumento di uscita dalla crisi.
L’urgenza per noi è quindi capire come, in una sequenza di polarizzazione
crescente, costruire capacità organizzative in grado di durare nel tempo e di
far fronte a un irrigidimento autoritario. E anche come pensare un antifascismo
che sia allo stesso tempo decisamente autonomo — cioè radicato nelle lotte
sociali e auto-organizzato — ma capace di uscire dall’impasse della sua forma
gruppuscolare.
Estratti dalla puntata del 16 marzo 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
LE BODYCAM E IL POTERE NELLO SGUARDO
Dopo una fase di sperimentazione e di introduzione informale, le bodycam entrano
a far parte dell’arsenale delle forze dell’ordine (e di altre figure preposte al
controllo).
Così come il Taser incarna un modello di gestione degli eventi, allo stesso modo
le videocamere indossabili pretendono di plasmare le operazioni di polizia,
riducendo gli abusi sulla popolazione e tutelando gli agenti da eventuali
inchieste sul loro operato.
Ritorniamo a parlare di questa tecnologia grazie al contributo di Laura Carrer,
che in una recente inchiesta pubblicata su IrpiMedia ha analizzato il potere di
uno sguardo probatorio che può essere attivato e disattivato a piacimento da chi
lo opera:
Leggi l’inchiesta su IrpiMedia
CASAL DEL MARMO E DECRETO CAIVANO
Le violenze recentemente emerse nel carcere minorile romano di Casal del Marmo
non sono un episodio isolato, ma il prodotto di fenomeni che interagiscono tra
di loro, come la militarizzazione dei circuiti minorili apportata dal Decreto
Caivano e la sponda politica agli abusi commessi dalle forze dell’ordine.
Partendo dal contributo di un compagno del Quarticciolo, quadrante romano
interessato dall’altro aspetto operativo del “modello Caivano”, ovvero la
riscrittura del tessuto sociale dei quartieri da parte di agenzie vicine al
governo Meloni, cerchiamo di esplorare diversi aspetti ricorrenti e sistemici
che emergono dagli abusi sui giovani rinchiusi a Casal del Marmo:
NEUROTECNOLOGIE IN AMBITO MILITARE
Un recente editoriale pubblicato sul sito di analisi militare Cogs of War, a
cura di Łukasz Kamieński (professore di Studi sulla Sicurezza presso
l’Università di Cracovia), analizza il potenziale delle neurotecnologie
applicate in ambito militare e suggerisce l’urgenza di una loro adozione.
Partiamo con la lettura di questo testo, riprendendo una riflessione sulla
segmentazione di specie introdotta con i potenziamenti tecnologici:
“Lo slancio civile crea sia opportunità che urgenza. Non solo i dispositivi
neurologici di consumo sono tecnologie a duplice uso facili da militarizzare, ma
l’impennata globale della ricerca e sviluppo commerciale alimentata
dall’intelligenza artificiale ne potenzierà anche le applicazioni pratiche.”
Nella seconda parte, proseguendo con la lettura commentata di questo editoriale,
affrontiamo la relazione tra tecnologie di consumo e apparato militare,
concludendo con un accenno a Cortical Labs, azienda australiana che ha
introdotto strutture computazionali basate su chip composti da neuroni umani
innestati su basi di silicio: da “gli umani usano le macchine” a “le macchine
usano gli umani”?
All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran,
si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si
amplia il raggio degli obiettivi colpiti. Le immagini che arrivano sono poche, e
questo contribuisce ad abbassare l’attenzione mediatica e la percezione della
gravità della situazione. Non vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come
spesso viene riportato attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città
di Teheran è sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che
cresce di giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in
ginocchio l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla
popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco
all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili
conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere.
Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti
bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa
850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra.
Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre
aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A
questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì
mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale,
richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli
attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato
un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli
obiettivi israeliani.
Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il
Manifesto.
Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di
Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie
israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e
difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come
annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non
si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della
reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni,
abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la
sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare
migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo
quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni dei
paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio nel
conflitto.
Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante
di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono
mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station,
associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si
può seguire: https://www.instagram.com/nationstation__?igsh=MXExeHFhdjVraWdneg==
Premeditazione, torture e droga: l’inchiesta smonta la favola delle “mele
marce”. 31 capi d’accusa per Cinturrino, 43 capi d’imputazione: non un errore,
ma un metodo Ci sono vicende che non …
di Marco Sommariva* Sono sempre più numerose le persone che, di fronte a certa
cronaca, sono ormai incapaci di percorrere lo spazio che separa la ginnastica
d’obbedienza da un gesto …
Venerdì notte c’è stata una protesta all’interno del CPR di Torino di corso
Brunelleschi. In una delle stanze dell’area gialla, il fuoco è stato usato come
strumento di protesta in risposta ad un pestaggio da parte delle forze
dell’ordine. Agenti con scudi e manganelli sono intervenuti colpendo più volte
le persone recluse, e in seguito tre persone sono state portate in carcere.
All’esterno del CPR, diverse persone si sono ritrovate in presidio per esprimere
solidarietà a chi stava resistendo all’interno.
Gli episodi di violenza, così come le rivolte e le proteste, non sono eventi
isolati nei CPR ma vanno letti nella cornice di violenza sistemica e sistematica
che questi luoghi rappresentano. Questo periodo, in particolare, appare segnato
da una forte sofferenza per chi si ritrova recluso, e rende ancora più evidenti
le responsabilità dei diversi attori coinvolti. Tra questi, l’ente gestore,
Sanitalia, che nei giorni successivi alla protesta ha distribuito cibo andato a
male, causando malori tra le persone recluse; il medico che lavora all’interno
del CPR, che si è rifiutato di chiamare un’ambulanza e di prestare cure a chi in
quel contesto ne aveva bisogno. Si aggiunge il ruolo di chi lavora negli
ospedali, che rimanda le persone nel CPR senza una reale presa in carico
sanitaria, e dell’ASL, che convalida le detenzioni all’interno di queste
strutture.
Proprio per questo, giovedì scorso c’è stata una nuova visita alla direzione
generale e amministrativa all’ASL di via San Secondo. L’obiettivo era
visibilizzare il ruolo dell’ASL nel sistema di violenza quotidiana dei CPR: un
ruolo che contribuisce, attraverso le convalide, alla detenzione di centinaia di
persone ogni anno nel centro di corso Brunelleschi, e che si manifesta anche
nella mancata presa in carico sanitaria delle persone recluse.
Ne abbiamo parlato con una compagna dell’assemblea no CPR di Torino.
CINEFORUM - DIVINE INTERVENTION
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(giovedì, 19 marzo 20:30)
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9
(giovedì, 19 marzo 20:00)
Cena sociale di quartiere
Porta quello che vuoi trovare
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
Il circolo Ost barriera ci ospita e mette il servizio bar
Nuovo provvedimento della Procura della Repubblica contro Giorgio, compagno
autonomo e attivista No Tav. Il 14 marzo avrebbe finito di scontare un periodo
di detenzione domiciliare iniziato a gennaio 2025 […]
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Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo denuncia la criminalizzazione della protesta
dopo lo sgombero del Presidio degli Ulivi e rilancia il sostegno a chi ha difeso
per mesi il territorio dalle …
Questa puntata è stata fatta in strada con il progetto “Radio Carretta
Carretta”, la qualità dell’audio a volte viene un po meno.
A giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo che
attraverso nuove tecnologie e la ufficializzazione di pratiche finora “illegali”
ma usate da tutti i paesi, rende i confini europei ancor più sorvegliati. Nuovi
sistemi di riconoscimento e raccolta dati dei migranti, respingimenti e
deportazioni più veloci, allungamenti della reclusione nei cpr, queste alcune
delle “novità” inserite nel patto. Ma questi strumenti, seppur sempre più
tecnologici e raffinati, sono sempre stati presenti e ogni Stato li ha
utilizzati a più riprese contro i “nemici” del momento, dai delinquenti comuni
ai briganti fino ai detenuti politici. Il ruolo delle colonie interne ed esterne
è stato fondamentale per la delocalizzazione della detenzione amministrativa,
per il processo di colonizzazione e per la creazione dell’idea di uno Stato
forte e intransigente. Una chiacchiera a due voci
Questa puntata è stata fatta in strada con il progetto “Radio Carretta
Carretta”, la qualità dell’audio a volte viene un po meno.
Nella prima diretta presentiamo la casa editrice Fuochi d’Inverno, nata dalla
collaborazione epistolare di due compagni colpiti dalla repressione. Una casa
editrice che valica i muri detentivi e che attraverso le parole cerca di evadere
anche dal “razionale” proponendo storie di resistenza e ribellione in cui il
sogno e l’impossibile diventano armi
https://ilrovescio.info/2026/02/03/e-uscito-larpione-sogno-di-un-inuk-pescatore-di-groenlandia-di-iqallijuq-nuummi-edizioni-fuochi-dinverno/
https://radioblackout.org/podcast/storia-di-un-gabbiano
L’esperienza del Colporteurs nel XVIII secolo. Venditori ambulanti di libri che
partendo dalle Alpi hanno distribuito libri in tutto il mondo fomentando, a
proprio modo, quel che è stato rinominato il Secolo dei Lumi. Un lavoro
stagionale che si fondava su una fitta rete familiare e di conoscenze, un lavoro
ecologicamente adatto al mondo della montagna. Ne parliamo con Dami autore
dell’articolo “Spacciatori di carta. I colporteurs e il mercato ambulante del
libro, dalle Alpi al mondo intero” uscito sul Nunatak n.79
(https://nunatak.noblogs.org/post/2026/02/16/nunatak-n-79-inverno-2025-26/)