Continuiamo a pubblicare gli interventi del convegno di Viterbo “Sabotiamo la
guerra e la repressione” dello scorso 8 febbraio.
Qui i testi in pdf: viterbo-introduzione-terrorismo-yaeesh
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/category/materiali/
INTRODUZIONE:
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE
Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due
giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe
stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi
l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla
radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi
qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se
stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi
definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri,
concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare
e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le
varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di
questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero
molti da fare.
Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato
quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan,
attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della
compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e
antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di
compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché
del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.
Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e
chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma,
mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il
loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche
reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per
andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo
però ci possiamo trovare una “soluzione”.
Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di
vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando
decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora
facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.
Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già
nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna.
Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di
cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa
è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da
oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi
sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più
senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia
imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo
militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del
giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col
sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo
Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non
ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si
schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il
convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i
professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa
perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e
quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il
rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i
vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera,
che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno
soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il
vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di
questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una
volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già
nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e
attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo
ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato
imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre
occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle
forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è
già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il
problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è
compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il
governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti
sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista
delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se
andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo
bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto
centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo
stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati
dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la
riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come
diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei
padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e
quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a
Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato
imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione
internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la
nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia
locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a
tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo
il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in
Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare
queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di
scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di
valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci
troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo
nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in
cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della
Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche
dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte
la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia
dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.
Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta
tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan
al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3
gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona
l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che
rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland
che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele
ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro
contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale
porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di
guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri,
perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario,
necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché
non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si
immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio
dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo
schiacciamento dei proletari.
Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il
sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano
e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione
Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo
sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va
rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che
il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a
livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e
soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi
aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà
internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”,
perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad
Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le
premesse, con la condanna a di Anan.
Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a
sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata
molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai
prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo
sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione
fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista
contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà
un’altra udienza per Ahmad Salem.
Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a
quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più
volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può,
nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va
fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare
a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece
alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come
abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere
conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.
Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto
quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere
il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono
tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità
d’azione e rivoluzione”.
Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più.
L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le
forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a
piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei
pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra
parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al
nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di
unità d’azione tra rivoluzionari.
Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità
di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento
e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto
ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che
richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad
interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo
assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale.
Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una
possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha
effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione
di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade
anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.
Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso
su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo
contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’
fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza
di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione,
perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive
che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo
interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla
frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo
culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a
produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza
del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze
L’USO DELLA CATEGORIA “TERRORISMO” APPLICATA ALLA RESISTENZA PALESTINESE
di Mjriam Abu Samra
Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur
non essendo in Italia al ragionamento
Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del
sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei
confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto
questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un
percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.
E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da
sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le
strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si
espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento
lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso
italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è
fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di
approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei
confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà
storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare
questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di
categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere
riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un
controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di
articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte
anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione
palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al
potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti
all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del
popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.
Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione
viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la
categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due
livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene
applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in
maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un
qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i
rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale
e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite
politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di
tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si
incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.
Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli
anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu
rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva
essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un
dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i
“popoli del terzo mondo”.
Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la
loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze
coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi
vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto
politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli
Stati Uniti.
Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle
Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che
fosse concordata tra tutti i presenti.
L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu
uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del
cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa
definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a
chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla
definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce
proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione
della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo
globale. Perché?
Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la
categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa.
Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione
narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre
una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece
possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di
liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.
Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?
Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe
rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano
nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene
totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di
resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa
strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di
criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato
nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo
mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per
mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle
società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi,
anche in Europa e in Italia.
Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante
per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo
uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la
giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di
sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene
fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può
riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero
essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella
narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche
rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle
camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i
mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste
definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi
per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole
soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal
nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e
colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi
fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su
quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.
Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica,
come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare
più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo
di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.
Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno
delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro
dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le
nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.
Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando
guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato
anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché
appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo
particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e
decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del
quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi
forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e
strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla
legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo
screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche
proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere
all’interno delle società occidentali.
Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina
tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa
appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale
palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo
momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte
queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non
solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche
assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre
categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo
oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e
fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie
islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.
Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale
anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti
anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas,
per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica
islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di
una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera
quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in
questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di
costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano
appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire
un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono
fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di
potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la
realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di
narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un
popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora
più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado
proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli
ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale,
per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le
azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il
diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale
queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale
queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un
potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro
discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto
internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha
dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono
all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su
strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di
definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come
appunto dicevo prima, universali.
Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta
di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la
collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali
centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina,
ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa
narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto
limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento
di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto
di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane
quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare
a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema
internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello
narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che
vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una
visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per
la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello
che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è
questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello
che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta
di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle
nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile
andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre
stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di
dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce
sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si
autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella
che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di
sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte
integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in
Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte
di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che
prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri,
ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per
assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato,
possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che
ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente
indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è
per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società
occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che
si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.
E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa
consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione
pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e
degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto
necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa
consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica,
che spinga le masse al cambiamento.
Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e
sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.
PALESTINA- REPRESSIONE E IL CASO DI ANAN YAEESH
Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma
immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi,
tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi
presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di
repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un
po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza
emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo
processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una
risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto
luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale
abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del
2023.
Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile,
la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse
in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna
mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi
europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più
paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione,
che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più
o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della
Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle
carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia
siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un
paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un
tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere
utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le
realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel
corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di
documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti
visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così
ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su
quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni,
con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno
portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni
repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il
lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per
cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello
dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva
Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila,
relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’
più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un
maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive
sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non
è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da
Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un
palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un
doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che
decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno.
E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato
chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio
e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti
una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato
l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando
a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di
estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato
a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele.
Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo
caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni
passaggi.
L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato
di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci
state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa
estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché
avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è
articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei
indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti
essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta
di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse
le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai
prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in
piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due
palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è
sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad
aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una
serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori
israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non
fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire
all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto
quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o
la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i
modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva
dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le
ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di
testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a
dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto,
è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore
israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha
fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano
con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.
E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità
di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si
va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza
dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il
primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in
Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione
da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche
dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va
riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale
portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare
diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha
portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati
fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata
obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un
annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente,
che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è
legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è
rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è
sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze
coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque
riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella
sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di
terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento
in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli
insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei
gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme
all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono
riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche
in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i
coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi
paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per
intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è
sviluppato il dibattimento su questo binario.
Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due
assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per
Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece
condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state
riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima
persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo
processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare
in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma
più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque
una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo
stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è
un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il
termine, “tattici“, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è
il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi
notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche
minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale
abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese
fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è
importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è
parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo
largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso,
non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un
passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre
più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di
migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è
prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una
grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto
luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla
Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte.
Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro
avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica
del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti
questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte
sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i
documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà
rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che
andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico
che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato
tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di
quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:
il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta
anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per
le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione
repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più
conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.
Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a
conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a
quello di Genova.
Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di
nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un
palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo
nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è
quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di
materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di
questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene
poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione
anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già
detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i
prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile,
partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.
E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova
abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha
avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.
Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre
su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed
è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto.
Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo
le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti,
arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di
persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli
ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura.
Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui
immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per
politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla
rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga
fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a
qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi
ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le
responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire
a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la
grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di
portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto
questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di
tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono
individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per
chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e
riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha
ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo
dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione,
al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente
condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere
in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla
Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia.
Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e
condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli
ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a
ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno
completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle
quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un
elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a
nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito
all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che
va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il
caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è
la tendenza.
Segnaliamo questo importante articolo uscito sulla “New York Review of Books” e
tradotto dal “manifesto”. Al di là delle geremiadi sul Diritto internazionale,
quello che ne emerge non lascia dubbi sul fatto che senza la disfatta di “Furia
Epica” e “Leone ruggente” – quando il delirio di onnipotenza non è solo negli
atti, ma anche nelle parole… – la Dottrina Gaza lascerà alle masse oppresse
dell’Asia Occidentale un’unica alternativa: o la servitù o l’annientamento.
Ricordiamoci che tutto questo avviene con l’appoggio delle basi militari in
Italia (Aviano, Livorno-Pisa, Gaeta, Napoli, Sigonella: la brigata USA
aerotrasportata di Vicenza è già in “preallerta” per l’invio di truppe nel
Golfo).
Dottrina Gaza, colpire la sanità per svuotare la terra
di Neve Gordon
Arma infame In Libano e in Iran. Israele e Usa adottano la strategia della
Striscia: raid su ospedali, ambulanze e soccorritori per distruggere le società.
Interrogati su questi attacchi, Washington e Tel Aviv attingono al «manuale
Gaza»: la colpa è del nemico che si nasconde nelle cliniche. Accuse mai provate
Venerdì 13 marzo, a quasi due settimane dall’inizio del fronte libanese
dell’«Operazione Leone Ruggente», le forze israeliane hanno bombardato Burj
Qalaouiyah, un villaggio nel sud del paese. L’attacco ha distrutto un centro
sanitario, uccidendo dodici medici, paramedici, infermieri e pazienti; il New
York Times ha riferito che «solo un operatore gravemente ferito è
sopravvissuto».
Tra le vittime, secondo il reportage della giornalista Lylla Younes per Drop
Site, c’era un paramedico che lo scorso autunno aveva parlato a una cerimonia
commemorativa per diversi colleghi uccisi da un attacco aereo israeliano durante
la precedente guerra in Libano. «Anche se venissimo uccisi uno a uno – avrebbe
detto allora – non abbandoneremo il nostro dovere».
LA GUERRA ILLEGALE di Stati uniti e Israele contro l’Iran, lanciata nelle fasi
finali dei negoziati per rinnovare l’accordo sul nucleare, si è rapidamente
estesa al Libano. Hezbollah è entrato in campo il secondo giorno, dopo che un
attacco statunitense-israeliano ha ucciso Ali Khamenei a Teheran. Israele ha
condotto attacchi aerei quasi quotidiani in Libano nei quindici mesi trascorsi
da quando i due paesi hanno firmato una tregua, uccidendo più di trecento
persone, ma dal 2 marzo i suoi aerei da combattimento hanno bombardato senza
sosta il sud del Libano, Beirut e altre città; recentemente ha lanciato
un’incursione terrestre nel sud. Mentre in Iran gli Stati uniti e Israele
operano fianco a fianco, in Libano Israele ha preso l’iniziativa, con gli Stati
uniti che forniscono armi e altro supporto. Il bilancio delle vittime è stato
pesante su entrambi i fronti.
In meno di due settimane, oltre quattro milioni di civili sono stati sfollati
nei due Paesi: fino a 3,2 milioni in Iran e più di un milione in Libano, dove
Israele ha ormai emesso ordini di evacuazione che interessano il 14% del
territorio nazionale. Il bilancio totale delle vittime è già nell’ordine delle
migliaia, con oltre ventimila feriti. Giovedì, secondo una dichiarazione delle
Nazioni unite basata sulle statistiche della Mezzaluna rossa iraniana, solo in
Iran più di 65mila siti civili hanno subito danni.
Tra questi c’è un numero preoccupante di centri medici. La Mezzaluna rossa
riferisce che gli attacchi statunitensi-israeliani hanno finora danneggiato 236
strutture sanitarie. All’11 marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms)
aveva verificato diciotto di questi attacchi, segnalando che da soli hanno
causato la morte di otto operatori sanitari.
Il secondo giorno di guerra, i bombardamenti aerei hanno causato danni
significativi all’ospedale Gandhi di Teheran, dove filmati e foto hanno mostrato
la facciata dell’edificio sfondata e disseminata di detriti, nonché attrezzature
rotte e vetri in frantumi all’interno dei reparti.
Il capo del consiglio medico iraniano, Mohammad Raeiszadeh, ha rivelato sui
media statali che l’attacco ha reso inutilizzabile il reparto di fecondazione in
vitro dell’ospedale; testimoni hanno riferito alla rete televisiva statale
Al-Alam che i neonati e altri pazienti hanno dovuto essere evacuati. In Libano,
le infrastrutture sanitarie sembrano essere oggetto di attacchi ancora più
diretti.
IL MINISTERO DELLA SALUTE ha documentato almeno 128 attacchi israeliani contro
strutture sanitarie e ambulanze nel sud, per lo più affiliate all’Associazione
sanitaria islamica (Iha) della regione, che hanno causato la morte di quaranta
operatori sanitari e il ferimento di oltre un centinaio. All’11 marzo, prima
dell’attacco al centro medico di Burj Qalaouiyah, l’Oms aveva già confermato
venticinque di questi attacchi; altri quarantanove centri di assistenza
sanitaria di base e cinque ospedali avevano dovuto chiudere, ha osservato, «a
seguito degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano».
Il risultato è che i servizi si sono ridotti proprio mentre il bisogno di cure
mediche si intensifica. Gli attacchi alla sanità sembrano pensati per
incoraggiare lo sfollamento di massa: in un’intervista al Guardian, un operatore
di emergenza dell’Iha li ha definiti parte di una campagna «per impedire la vita
nella nostra regione e spingere le persone a fuggire».
Dall’inizio delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury, i critici hanno accusato
Israele di estendere la sua «dottrina di Gaza» – una combinazione di sfollamento
di massa, uccisioni di massa e distruzione di massa delle infrastrutture civili
– ad altre parti del Medio Oriente. (In un certo senso si tratta di un ritorno
alla «dottrina Dahiyeh», dal nome del quartiere nella periferia sud di Beirut
che l’esercito israeliano ha martellato senza pietà durante la guerra del Libano
del 2006. Solo che a Gaza la distruzione non si è limitata a un’area specifica e
alle persone che vi abitavano, ma è diventata il modus operandi dell’esercito in
tutto il territorio).
Israele, che sia una sorpresa o meno, ha fatto propria l’accusa, lanciando
volantini su Beirut per ricordare agli abitanti della città il «grande successo
a Gaza» dell’esercito israeliano. Una delle caratteristiche più evidenti della
dottrina di Gaza – e della guerra contemporanea più in generale – è trasformare
in obiettivi strutture mediche salvavita come ospedali, cliniche e ambulanze: è
stato proprio lo «smantellamento deliberato e sistematico dei sistemi sanitari e
di supporto vitale di Gaza» che Physicians for Human Rights Israel (Phri) ha
citato per sostenere che la condotta dell’esercito israeliano nella Striscia
rispondeva alla definizione giuridica di genocidio. Le notizie che giungono
dall’Iran e dal Libano sollevano la prospettiva profondamente preoccupante che
Israele speri di replicare quel «successo» all’estero.
*
Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977
garantiscono alle unità mediche una «protezione specifica» oltre alle
«protezioni generali» concesse alle strutture civili durante la guerra. In base
a questi vincoli, le parti belligeranti non possono attaccare le unità mediche a
meno che queste non «commettano, al di fuori della loro funzione umanitaria,
atti dannosi per il nemico».
Ma anche quando le unità mediche commettono tali atti, le protezioni specifiche
obbligano le parti in guerra a soppesare il vantaggio che si aspettano di trarre
da un attacco rispetto al danno che potrebbe causare, a emettere un avvertimento
e a concedere tempo sufficiente per l’evacuazione. Sotto ogni punto di vista,
l’assalto di Israele al sistema sanitario di Gaza ha violato questi principi
innumerevoli volte.
NESSUNO dei trentasei ospedali della Striscia è stato risparmiato. Molti sono
stati sottoposti a un assedio prolungato, spesso mentre ospitavano grandi folle
di sfollati, prima di essere saccheggiati e smantellati. Nel marzo 2024, come
documentato dal Phri, migliaia di pazienti, membri del personale e sfollati
all’ospedale al-Shifa – il più grande di Gaza – hanno subito due settimane di
attacchi «senza cibo, acqua, elettricità o assistenza medica». Quando le forze
israeliane si sono ritirate, «l’ospedale era completamente in rovina» e almeno
ottanta corpi – forse centinaia – giacevano sepolti nei dintorni in fosse
comuni.
Tra ottobre e dicembre 2024, mentre l’esercito israeliano attuava il «piano dei
generali» a Gaza Nord, l’ospedale Kamal Adwan ha resistito a «più di ottanta
giorni di assedio, bombardamenti e ostruzione sistematica dell’accesso
umanitario», secondo le parole del Phri, prima che un raid lo rendesse
«completamente inoperativo».
In uno schema che Israele sembra ora ripetere in Libano, questi attacchi hanno
agito da motore di sfollamenti di massa. In una recente conferenza alla Queen
Mary University di Londra, Guy Shalev, direttore del Phri, ha sottolineato che
l’assalto israeliano al Kamal Adwan era direttamente legato agli sforzi
dell’esercito di spingere la popolazione palestinese verso sud. Quando l’ultima
ancora di salvezza viene distrutta e «le persone non hanno un centro medico in
grado di curare i propri familiari – ha spiegato – se ne vanno». Il danno
generato da questi attacchi ha ripercussioni di ampia portata.
Da marzo 2025, quando Israele ha demolito l’Ospedale dell’Amicizia
Turco-Palestinese, l’unico centro oncologico di Gaza, i 10mila pazienti che la
struttura curava ogni anno non hanno più avuto alcun posto dove andare. «Avere
il cancro a Gaza significa morte, e prima della morte significa tanta sofferenza
e dolore», ha dichiarato l’oncologo palestinese Sobhi Skaik a The Lancet
Oncology.
DATO CHE OGNI ANNO a Gaza vengono diagnosticati altri 2.000-2.500 casi di
cancro, la distruzione dell’ospedale causerà senza dubbio migliaia di morti in
più nei prossimi anni. Questo tipo di analisi può essere esteso al danno causato
dalla distruzione da parte di Israele di cinque delle sette unità di dialisi a
Gaza, compreso l’unico centro nefrologico nel nord di Gaza.
In una lettera al British Medical Journal nel marzo 2025, il medico di Gaza
Abdullah Wajih Kishawi ha riferito che il 44 per cento dei pazienti in dialisi
nella Striscia – quasi cinquecento persone – era morto nell’ultimo anno e mezzo,
a causa di lesioni dirette o perché non era stato in grado di accedere alla
dialisi; poiché il blocco israeliano ha interrotto il flusso di farmaci
immunosoppressori, ha ipotizzato, probabilmente sono morti anche molti dei 450
pazienti sottoposti a trapianto di rene a Gaza. I pazienti in dialisi
sopravvissuti nell’enclave, come ha scritto lo scorso anno il tirocinante medico
di Gaza Amro Hamada, erano bloccati in «un costante equilibrio tra speranza ed
esaurimento».
In alcuni casi, quando i critici hanno accusato Israele di aver attaccato
illegalmente strutture sanitarie e altri siti protetti a Gaza durante i primi
due anni dell’offensiva nella Striscia, hanno ricevuto come risposta semplici
smentite. Messo alle strette dalla Bbc riguardo all’attacco allora in corso da
parte di Israele contro l’ospedale al-Shifa, il presidente israeliano Isaac
Herzog ha liquidato le notizie come «propaganda di Hamas», nonostante tutte le
prove indicassero il contrario.
In altri casi, attingendo a un copione che avevano ampiamente utilizzato sin
dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, i portavoce politici e militari israeliani
hanno accusato Hamas di abusare delle strutture mediche per nascondere al loro
interno combattenti o armi. Ciò, dopotutto, invoca l’unica eccezione legale che
può annullare sia le protezioni generali che quelle specifiche per queste
strutture.
Il caso di al-Shifa è istruttivo. Settimane prima che Israele inviasse per la
prima volta le truppe nell’ospedale nel novembre 2023, i suoi portavoce hanno
iniziato a costruire un caso legale a sostegno di un attacco. «Le accuse erano
straordinariamente specifiche», ha osservato un’inchiesta del Washington Post.
SECONDO QUANTO riportato dal giornale, Israele sosteneva «che cinque edifici
dell’ospedale fossero direttamente coinvolti nelle attività di Hamas; che gli
edifici sorgessero sopra tunnel sotterranei usati dai militanti per dirigere
attacchi missilistici e comandare i combattenti; e che fosse possibile accedere
ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Il portavoce militare, Daniel
Hagari, ha insistito sul fatto che disponessero di «prove concrete».
In quella conferenza stampa ha presentato un filmato animato in 3D che
descriveva l’ospedale come uno scudo per il quartier generale di Hamas,
mostrando una serie di tunnel sotterranei sotto la struttura che sarebbero stati
utilizzati «per il comando e il controllo delle attività terroristiche». Il Post
ha osservato che l’esercito israeliano «ha diffuso diverse serie di foto e video
che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e
sotto l’ospedale» nel corso della sua prolungata occupazione di al-Shifa,
comprese le riprese di Hagari che esplorava un pozzo di accesso a un tunnel nel
complesso.
L’indagine del giornale ha concluso, tuttavia, sia che «le stanze collegate alla
rete di tunnel…non mostravano prove immediate di un uso militare da parte di
Hamas», sia che nessuna delle riprese mostrava «che fosse possibile accedere ai
tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Anche se le prove che l’esercito
israeliano sosteneva di fornire si fossero rivelate autentiche, sarebbero state
ben lontane dal dimostrare che Hamas avesse abusato dell’ospedale per nascondere
il suo «centro di comando e controllo» – e, a prescindere da ciò, l’attacco
all’ospedale difficilmente avrebbe soddisfatto la soglia di proporzionalità,
dati i servizi che al-Shifa forniva alla popolazione. È stato forse l’esempio di
più alto profilo di uno schema spesso ripetuto.
Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 Israele ha attaccato strutture sanitarie 937
volte nella sola Gaza, senza mai riuscire a fornire alcuna prova concreta che
fossero utilizzate in modo improprio per «atti dannosi per il nemico».
*
Le statistiche relative agli attacchi in corso contro i sistemi sanitari
dell’Iran e del Libano – secondo quanto riportato dai rispettivi ministeri della
sanità – evidenziano una serie di violazioni. Già il 6 marzo il portavoce capo
del ministero della sanità iraniano aveva riferito che gli attacchi
statunitensi-israeliani avevano messo fuori uso nove ospedali, distrutto più di
una dozzina di «centri di pronto soccorso preospedalieri» e danneggiato numerose
strutture sanitarie locali e rurali.
TRA I CENTRI MEDICI di Teheran che hanno subito danni nei primi giorni di
guerra, secondo quanto riportato da Al Jazeera, figuravano l’ospedale Motahari,
specializzato nel trattamento delle vittime di ustioni, e «l’edificio principale
dei servizi di emergenza medica della provincia» nel centro della città. Ad
Ahvaz gli attacchi avrebbero danneggiato un ospedale pediatrico; a Sarab e
Hamedan, come ha osservato il direttore dell’Oms, fonti locali hanno riferito
che sono stati danneggiati i pronto soccorsi.
Lunedì il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in Libano era salito
ad almeno 38. Solo in quella stessa giornata, ha riferito Younes, sei paramedici
sono stati uccisi in attacchi separati contro tre diverse ambulanze, una delle
quali stava rispondendo a una chiamata dopo che un altro attacco aveva colpito
una casa nel villaggio meridionale di Kfar Sir.
«Alcuni dei nostri operatori sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri
mentre erano sul campo, cercando di estrarre le persone dalle macerie», ha detto
a Younes un portavoce dell’Associazione sanitaria islamica. Ha aggiunto che «il
luogo esatto in cui si erano recati per svolgere il loro lavoro di soccorso è
stato nuovamente preso di mira una volta arrivati».
Il Guardian riferisce che dal 2 marzo Israele ha effettuato almeno cinque
attacchi di questo tipo, denominati «double-tap», in cui un primo attacco è
seguito da una pausa durante la quale spesso arrivano i soccorritori, prima che
l’area venga nuovamente bombardata. Diversi studiosi di diritto sostengono che
questa tattica violi probabilmente l’articolo 3 comune alle Convenzioni di
Ginevra del 1949, che vieta di prendere di mira civili, feriti o persone fuori
combattimento.
Quando sono stati interrogati su questi attacchi contro strutture mediche e
altre infrastrutture civili, Israele e Stati uniti hanno ripetutamente attinto
alle risposte del «manuale Gaza». Dopo che un attacco ha ucciso 175 persone, per
lo più bambini piccoli, in una scuola femminile nel sud dell’Iran il primo
giorno di guerra, il presidente Trump ha negato ogni responsabilità, suggerendo
ai giornalisti ancora il 7 marzo che si fosse trattato di un missile iraniano
andato a vuoto.
L’11 marzo il New York Times ha riportato che un’indagine militare in corso
aveva raggiunto una conclusione preliminare secondo cui la scuola era stata
colpita da un missile Tomahawk statunitense. Il giorno precedente, in una
conferenza stampa, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth aveva
accusato l’Iran di «spostare lanciarazzi nei quartieri civili vicino alle
scuole, vicino agli ospedali per cercare di impedire la nostra capacità di
colpire. È così che operano… Prendono di mira i civili. Noi no».
DOPO L’ATTACCO israeliano alla struttura sanitaria di Burj Qalaouiyah, nel
frattempo, un portavoce militare israeliano ha affermato su X che i combattenti
di Hezbollah stavano utilizzando le ambulanze e la struttura medica per scopi
militari. Camuffare un veicolo militare da ambulanza equivarrebbe a un inganno
medico, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale.
Hezbollah (non diversamente da Hamas) fornisce effettivamente vari tipi di
servizi sociali e sanitari alla popolazione locale, e l’Associazione sanitaria
islamica fa effettivamente parte di quella rete di assistenza sociale. Ma
secondo il diritto internazionale si tratta di siti civili e il portavoce non ha
fornito alcuna prova che le ambulanze o le infrastrutture mediche fossero state
utilizzate in modo improprio. Né gli attacchi israeliani si sono limitati alle
strutture dell’Iha: il Guardian riferisce che hanno colpito anche «il servizio
statale di protezione civile, il servizio sanitario dell’Associazione Scout
islamica del movimento Amal, un ente di beneficenza sanitario locale e la Croce
rossa libanese».
In effetti, come ha osservato Drop Site, per il momento la parte implicata in
perfidia medica durante l’attuale guerra è di fatto Israele. Una settimana
prima, i paracadutisti israeliani erano entrati nel cimitero di Nabi Chit, una
città nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, nel tentativo di
recuperare i resti che potrebbero essere appartenuti a un aviatore israeliano
abbattuto e catturato dal gruppo militante Amal quarant’anni fa. Dopo che le
forze israeliane hanno ucciso un combattente di Hezbollah, è scoppiato uno
scontro a fuoco tra le truppe israeliane, i combattenti di Hezbollah e i
residenti locali.
Quando le forze israeliane si sono ritirate, secondo il ministero della salute
libanese, si contavano almeno quarantuno vittime. Intervistati dai giornalisti
della Bbc, del Sydney Morning Herald e del quotidiano arabo londinese Asharq
Al-Awsat, residenti hanno raccontato che alcuni soldati israeliani erano giunti
sul posto a bordo di un’ambulanza libanese indossando uniformi associate
all’Iha.
NON SAREBBE stata la prima volta, nella memoria recente, che le forze israeliane
si fossero rese responsabili di un atto di perfidia medica: nel dicembre 2024
cinque soldati israeliani avevano usato un’ambulanza per entrare nel campo
profughi di Balata, in Cisgiordania, in un raid che aveva ucciso due civili, tra
cui una donna ottantenne; meno di un anno prima, assassini israeliani travestiti
da donne musulmane e da medici avevano fatto irruzione in un ospedale di Jenin e
giustiziato tre palestinesi fuori combattimento.
Negare accuse ben fondate di crimini e accusare i nemici di tali crimini senza
prove serie: questi sono i preludi al passo ancora più radicale di rifiutare del
tutto il diritto internazionale. Forse lo sviluppo più scioccante nella guerra
attuale è che Israele e Stati uniti non si sono nemmeno preoccupati di
giustificare i bombardamenti delle infrastrutture civili. «Nessuna tregua,
nessuna pietà», ha detto Hegseth in una conferenza stampa il 13 marzo, facendo
eco alla famigerata affermazione del presidente Trump, a seguito del rapimento
illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, secondo cui «non ho bisogno
del diritto internazionale».
Riferendosi agli attacchi di Israele contro l’Iran e il Libano, Benjamin
Netanyahu ha affermato il 12 marzo che «il drastico cambiamento nel nostro
potere rispetto a quello dei nostri nemici è la chiave per garantire la nostra
esistenza. Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza
regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare
i pericoli da noi e garantire il nostro futuro». I termini «legge» e «ordine
giuridico» non sono stati menzionati nemmeno una volta.
QUESTE SONO le parole di uomini ubriachi del proprio potere. La dottrina Gaza è
un riflesso diretto di questa ebbrezza, e la distruzione totale delle strutture
sanitarie è solo una delle sue manifestazioni, che ora si possono vedere in
tutto il mondo.
La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un gruppo di oltre trenta
organizzazioni che lavorano per proteggere gli operatori sanitari, i servizi e
le infrastrutture, ha documentato una media di dieci attacchi al giorno contro
unità mediche nel corso del 2024, un aumento di nove volte rispetto al 2016,
anno in cui il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato una risoluzione che
«condannava fermamente gli attacchi contro le strutture mediche e il personale
in situazioni di conflitto».
A determinare questo aumento non sono state solo le guerre di Israele nei
territori palestinesi occupati e in Libano, ma anche quelle in Sudan, Ucraina e
Myanmar. Mentre l’attuale guerra erode ulteriormente l’ordine internazionale del
dopoguerra, dovremmo chiederci quali nuovi strumenti possiamo sviluppare per
proteggere il mondo da uomini per i quali solo la forza fa la ragione.
Questo articolo è apparso originariamente su The New York Review of Books
(da “il manifesto”, 25 marzo 2026)
È arrivata la sentenza definitiva per Alice: 12 mesi di arresti domiciliari
senza possibilità di messa in prova per i fatti dell’8 dicembre 2017. Quella
notte, Alice e altri due […]
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ALDO DICE 26X1 NELLA RESISTENZA UNA STORIA COMUNISTA, CON I GAP, SENZA TREGUA
Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9
(venerdì, 27 marzo 18:00)
PRIMO INCONTRO DEL CICLO "ALDO DICE 26X1 NELLA RESISTENZA UNA STORIA COMUNISTA"
CON I GAP, SENZA TREGUA
I GAP NELLA RESISTENZA TORINESE
27/03 AD OST BARRIERA IN VIA PIETRACQUA 9
Viviamo in una fase del capitalismo sempre più barbarica, dove l'occidente tutto
sul fronte esterno ricorre sempre più spesso alla guerra, come stiamo vedendo
ora in America Latina ed in Medioriente, mentre sul fronte interno taglia la
spesa sociale e aumenta a dismisura la repressione, dall'ICE di Trump al decreto
antisemitismo del governo Meloni.
È quindi necessario riprendere la Storia di chi non solo oppose alla guerra e al
fascismo, ma si fece anche portatore della funzione rivoluzionaria e
progressista che la resistenza ha avuto, andando oltre la caduta del regime
fascista, gettando le basi e organizzandosi anche per la costruzione di quella
di un paese socialista. Un esempio lampante di ciò furono i GAP, Gruppi d'Azione
Patriottica, piccoli nuclei composti da militanti scelti del PCI, e Dante di
Nanni, partigiano comunista nato il 27/03 del 1925 e morto per mano dei
nazifascisti nel 1943.
Riprendere la storia della Resistenza, e di come i comunisti agirono in essa,
non significa fare un mero esercizio di memoria storica, ma significa
riappropriarsi di un esempio concreto e più che mai attuale di chi, anche
giovanissimo, compí la scelta della lotta, della resistenza, e dell' opposizione
al fascismo e alla guerra. Combattendo non per tornare indietro ma per andare
avanti, convinti che l'alternativa alla barbarie non era solo urgente ma anche
necessaria. Esattamente come oggi.
Ripercorreremo, insieme ai docenti di storia e filosofia Michelangelo Caponetto
e Marco Meotto, il ruolo della resistenza comunista all'interno di Torino. Un
ruolo sempre più sminuito e romanticizzato nelle ricostruzioni moderne ma il cui
impatto fu, senza ombra di dubbio, determinante nella liberazione di Torino e
dell'Italia intera.
A seguito musiche degli Egin!
Oltre 400 spedizioni militari e 224mila tonnellate di greggio e gasolio
dall’Italia dopo il 7 ottobre: il report accusa Roma di complicità nelle
operazioni a Gaza Nonostante le dichiarazioni ufficiali …
Sabato 28 marzo 2026 ore 15.00 da Piazzetta De Andrè (corso Torino – via Don
Balbiano – Piazzale Cesare Pavese-corso Laghi e ritorno in Piazzetta De Andrè)
Lettura della Passione […]
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lavori per la connessione TAV Avigliana - Orbassano first appeared on
notav.info.
Un’inchiesta del portale mediorente.net rivela il coinvolgimento di cittadini
italiani nelle operazioni militari a Gaza. Nessuna indagine, nessuna
trasparenza: solo omissioni e responsabilità rimosse Novecentoventotto cittadini
italiani. Non un numero …
Riceviamo e diffondiamo:
Presentazione del progetto “Haiku Senza Haiku” e del nuovo appello
internazionale “Radici e Radicalità”, nato dal dialogo cartaceo tra Miguel
Peralta, anarchico prigioniero nelle carceri del cosiddetto Messico e Juan
Sorroche, compagno detenuto in quella che ancora chiamiamo Italia.
In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con
Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar.
Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si
inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato
energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma
rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo
reale.
L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un
effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni
(qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo
speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene
sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e
inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa
potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito,
il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un
meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea
però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis
inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più
profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai
vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il
rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni.
La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un
meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto
rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più
costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto
funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli
accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O
così oppure ulteriori dazi all’Europa.
Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà
come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise.
Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo.
Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data
center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste
macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano:
tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il
10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta
soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica
necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza
energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila
all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte
dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto
viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda
componentistica, semiconduttori, elettronica.
Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una
merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va
aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso
chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di
Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va
conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che
siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il
profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla
necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare
e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche
tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione
materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra.
Il progetto definitivo della nuova tratta dell’Alta Velocità
Avigliana/Orbassano, ripropone ancora una volta tutte le contraddizioni di
un’opera imposta e profondamente impattante. A fronte di un beneficio dichiarato
pari a […]
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Giornata di stravolgimenti in Piemonte per la gang Sì Tav.
Da Notav.info
A Roma è stato costretto alle dimissioni il biellese Andrea Delmastro Delle
Vedove, lo stesso che appena un anno fa, in gita fuori porta a Chiomonte,
dichiarava che “i No Tav sono come la mafia” e che ha scritto norme del decreto
Sicurezza su misura per colpire il movimento. Peccato che Delmastro sia anche
una buona forchetta e abbia “inavvertitamente” partecipato a una società
proprietaria di un ristorante con quote derivanti dal riciclaggio di una cosca
mafiosa. Evidentemente, di mafia parlava con cognizione di causa.
Il distratto sottosegretario, a sua detta, avrebbe poi involontariamente
spostato le sue quote su società non riconducibili a lui, casualmente proprio
mentre il padre della sua socia veniva condannato. Dopo lo scandalo è stato
infine costretto a dimettersi.
Chi invece non si è dimessa del tutto è la vicepresidente della Regione
Piemonte, Elena Chiorino, che appena un paio di settimane fa veniva ripresa
sorridente, con l’elmetto in testa, davanti alla nuova fresa — che ancora
nessuno ha visto. Era molto felice: evidentemente gli incassi del ristorante
andavano bene. Già, perché anche lei era socia di Delmastro nell’affare.
Al suo posto arriverà il simpatico camerata Marrone. Attendiamo nuovi libri.
A questo punto è quasi inutile continuare a sottolineare l’incredibile frequenza
con cui emergono connessioni tra chi sostiene l’entità Tav e chi viene poi
scoperto con le mani in pasta. La riflessione che vogliamo fare, anche alla luce
della sconfitta referendaria, riguarda la giustizia: carriere separate non
sappiamo, ma strade separate sicuramente. E soprattutto a velocità diverse.
Mentre i soggetti citati non sono neppure stati indagati e con ogni probabilità
non pagheranno mai davvero, qualsiasi gesto di resistenza contro un’opera
imposta e inutile viene represso e punito con rapidità esemplare. Da 35 anni i
processi contro il movimento sono all’ordine del giorno.
La domanda allora è semplice: a chi conviene? La risposta la conosciamo, ma non
si può scrivere.
Ai prossimi politicanti di passaggio: continuate pure a parlare e ad accusare,
ma fate attenzione, perché poi tutto torna indietro.
Voi passate. Vi bruciate, vi riciclate, sparite. Il movimento No Tav dovrete per
sempre metterlo in conto.
Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al
referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema
della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è
sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle
carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in
cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena
una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa,
anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a
sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a
pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”,
non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a
restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione
si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da
aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni
nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa,
vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha
vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di
provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi
sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero
riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula
narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho
capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la
partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per
processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono
il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si
vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è
in gioco il destino del Paese!
Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato
“Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli
argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio
ragionamento e punto di vista.
E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è
concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli
Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann.
No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello
dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un
messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare
sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere
di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul
lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la
mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che
si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da
Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che
a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente
nel mondo.
Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i
laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte
dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a
chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel
capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola,
negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato.
La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di
certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”.
Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”:
“Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia
contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di
classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p.
72).
Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con
ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con
un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la
bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è
quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la
forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello.
Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di
resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza.
Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di
prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità
vitale.