(disegno di ottoeffe)
Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila
dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo
aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e
sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di
attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in
due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da
persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati;
affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”,
solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla
procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour,
restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e
Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra
la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte
di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la
fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si
sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti
i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano
disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi
indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in
aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si
limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in
questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma
di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi
forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia
terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno
depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le
convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata,
quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante.
Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di
violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella
popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non
sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di
cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di
mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il
centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare
come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem,
abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si
è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il
geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i
trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un
territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso
della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si
staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben
leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei
ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e
brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da
essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha
ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la
quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e
comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari
continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già
annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura
politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati
per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con
finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano.
Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire
la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha
dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che,
tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un
problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro
unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo
Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella
resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte,
d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione
scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il
rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire
nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è
riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con
la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si
professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in
collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché
spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui
lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con
maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante,
ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo,
indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando
come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre
alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un
costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del
telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità
israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi
componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto
con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto
internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al
mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da
Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è
quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan
continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello.
Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti
contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico
Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno
segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia
non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e
condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho
fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel
nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la
Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza
così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto,
e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la
giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena».
(francesca di egidio)
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Riceviamo e diffondiamo:
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dei momenti di mobilitazione sabato 24 gennaio 2026 a carrara imp
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Fuori Alfredo dal 41 bis: dibattito per rilanciare dei momenti di mobilitazione.
Sabato 24 gennaio 2026 a Carrara
Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini
dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il
limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione
morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41 bis grazie proprio alla
sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per
un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere
in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge (Alfredo Cospito,
dichiarazione durante l’udienza preliminare del procedimento “Sibilla”, 2025).
Ore 16:30 – Dibattito sulla reclusione di Alfredo Cospito in 41 bis al fine di
rilanciare nuovi momenti di mobilitazione
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra, prosegue l’offensiva repressiva
contro il “nemico interno” e particolarmente contro gli anarchici, un nemico da
debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato e il capitalismo. Il regime
detentivo del 41 bis contro i rivoluzionari è tra le massime espressioni di
quest’offensiva. Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della
giustizia potrà esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è
quindi importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare
delle iniziative che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
A seguire aperitivo a buffet per sostenere le spese relative al processo sulla
manifestazione del 28 gennaio 2023 a Trastevere, per cui il “Gruppo
antiterrorismo” della procura di Roma ha ottenuto il rinvio a giudizio di 13
imputati/e per resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi o di oggetti atti
a offendere, con numerose circostanze aggravanti.
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara
E-mail: circolofiaschi@canaglie.org
* * *
Alleghiamo il testo che segue come contributo al dibattito.
Una breve panoramica e qualche considerazione sulla lotta contro il 41 bis e la
repressione anti-anarchica nell’ambito delle politiche di guerra dello Stato
italiano
Un anno fa a Perugia è stata emessa la sentenza di non luogo a procedere al
termine dell’udienza preliminare del cosiddetto procedimento “Sibilla”, diretto
dalla DDAA del capoluogo umbro e coordinato dalla DNAA con sede a Roma, nei
confronti di Alfredo Cospito, attualmente prigioniero nel carcere di Bancali (in
Sardegna), e di altri 11 anarchici e anarchiche. Le accuse: istigazione a
delinquere pluriaggravata, e con finalità di terrorismo, perlopiù in relazione
alla pubblicazione del giornale “Vetriolo” e di altri testi. “Siamo stati
inquisiti non per delle parole in libertà, o qualche scritta sul muro, ma per
quello che siamo: anarchiche e anarchici coerenti. Questa ennesima operazione
repressiva va a colpire, tra le altre cose, un giornale anarchico e
rivoluzionario come ‘Vetriolo’, che in un periodo pregno di rivolte (e quindi di
occasioni da non mancare) e di confusione ideologica ha continuato imperterrito
a fomentare lotta di classe in un’ottica anarchica ed insurrezionale”, scrisse
Alfredo nel 2021. Quella di Perugia è stata l’ultima circostanza in cui il
compagno ha potuto esprimersi, sebbene in videoconferenza dal carcere di Bancali
(in Sardegna), squarciando la coltre di isolamento del regime detentivo previsto
dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Uno tra i regimi carcerari più
afflittivi esistenti in Europa, che gli è stato imposto per metterlo a tacere e
per dare un monito – nell’ambito dell’allora crescente clima bellicista – alle
componenti più avanzate sul terreno della lotta rivoluzionaria e anche a tutte
le forme di conflitto radicale.
In quella come in altre occasioni gli esponenti della nuova inquisizione di
Stato hanno parlato a gran voce di capacità “istigatorie” e “orientative” in un
ambito come quello del movimento anarchico, da sempre fautore di un’ostinata e
radicale autonomia di pensiero e di azione. Un’affermazione che fa il paio con
l’aver sostenuto nel processo “Scripta Manent”, svoltosi a Torino, delle
condanne per “strage politica” in relazione a una strage senza strage attribuita
senza prove (il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri
di Fossano, 2 giugno 2006), nel paese in cui dagli anni Sessanta le stragi,
quelle vere, le hanno perpetrate sempre gli apparati dello Stato e della NATO,
coadiuvati dai neofascisti.
Assieme alla condanna per associazione sovversiva con finalità di terrorismo o
di eversione dell’ordine democratico nel processo d’appello a Torino (2020),
l’operazione “Sibilla” (2021) è stata determinante nel trasferimento in 41 bis
di Alfredo Cospito, già condannato per il ferimento – in una splendida mattina
di maggio del 2012 – dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, tra i
principali responsabili del nucleare in Italia ed Europa. Un’azione rivendicata
durante il processo tenutosi a Genova l’anno seguente. È quindi venuta meno una
delle basi giudiziarie e repressive che sostenevano l’imposizione di quel regime
di tortura. Tuttavia, naturalmente, non ci facciamo illusioni sulla facoltà del
Ministero della giustizia nel trovare nuove e sempre più “fantasiose”
motivazioni a sostegno della permanenza di Alfredo in 41 bis.
A partire dal trasferimento in 41 bis (5 maggio 2022), veniva avviata una
mobilitazione che nel corso dei mesi seguenti assumeva una dimensione
internazionale. Con l’esito del processo “Scripta Manent” in Cassazione (6
luglio), che rinviava alla Corte d’appello di Torino la definizione dell’entità
delle condanne in relazione alle sole posizioni processuali di Anna Beniamino e
Alfredo Cospito, per i due compagni condannati (anche) per “strage politica” si
prefigurava la seria possibilità di una pena molto estesa. Rispettivamente, a 27
anni e 1 mese e all’ergastolo con 12 mesi di isolamento diurno, come richiesto
dal procuratore generale di Torino. Pertanto, l’imposizione del 41 bis e la
possibile condanna all’ergastolo ostativo significavano un’intenzione di
annientamento totale.
Mesi dopo (20 ottobre 2022) Alfredo iniziava un lunghissimo sciopero della fame
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto solo dopo oltre 180 giorni
(19 aprile 2023) a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla
normativa inerente l’applicazione dell’ergastolo come pena fissa in circostanze
processuali come quella presentatasi a Torino per “Scripta Manent”. Il movimento
di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23, grazie alle
contraddizioni generatesi in pressoché tutti gli ambiti istituzionali e
repressivi, ha quindi impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo e
ampiamente ridotto quella richiesta per Anna, gettato luce sulla natura di un
regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un serio bastone
tra le ruote della macchina della repressione che ci riguarda tutti. Azioni
dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle
carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non
hanno riguardato solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico
recluso.
La rappresaglia dello Stato dopo la mobilitazione l’abbiamo vista negli ultimi
anni con alcune operazioni repressive, particolarmente “Scripta Scelera” dalla
DDAA di Genova (mirata contro il quindicinale “Bezmotivny”), “City” dalla
procura di Torino e “Delivery” dalla DDAA di Firenze (che ha coinvolto compagni
tra Faenza, Pisa, Carrara e le Alpi Apuane), nonché con l’avvio di indagini e
processi a Roma, Milano, Bologna, in Sardegna e altre località. Analogamente,
gli organi antiterrorismo e la magistratura stanno tutt’oggi dando seguito agli
esiti finali del processo “Scripta Manent” anche nei confronti dei compagni
condannati per istigazione a delinquere (sempre con l’aggravante della finalità
di terrorismo) in relazione alla pubblicazione dell’ultima edizione di “Croce
Nera Anarchica” e alla gestione di alcuni siti internet. Si vedano in questo
senso la perdurante reclusione di Lello Valitutti agli arresti domiciliari e il
recente mandato di arresto europeo per Gabriel Pombo da Silva, in Spagna, che ha
già trascorso decenni nelle carceri tedesche e spagnole, dove peraltro ha
scontato 2 anni e 8 mesi in eccesso. Un arresto, quest’ultimo, che nonostante le
forze repressive nostrane abbiano “cantato vittoria” strombazzando la notizia
tramite i mass-media, non è stato convalidato dalla magistratura spagnola (che
ha solo imposto alcune restrizioni).
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra e i profitti per gli armamenti
crescono a dismisura, mentre si sprecano le parole a giustificazione del
genocidio a Gaza, mentre assistiamo alle consuete chiacchiere sulle stragi sul
lavoro a difesa degli interessi dei padroni, mentre con l’attuazione
dell’ennesimo decreto sicurezza viene portato un ulteriore attacco al conflitto
sociale… prosegue l’offensiva repressiva contro il “nemico interno”, nel caso
degli anarchici un nemico da debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato
e il capitalismo, senza compromessi né mezze misure. Il 41 bis contro i
rivoluzionari è precisamente una tra le massime espressioni di quest’offensiva.
Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della giustizia potrà
esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è quindi
importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare dei
momenti di mobilitazione che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
Alpi Apuane – Carrara, gennaio 2025
La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti
sicuritari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i
ragazzi e poi li punisce La morte di Youssef …
La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative.
“Sgomberi dolci” il libro di Manu Cencetti Sgomberi dolci è un’espressione che
suona come un ossimoro. E infatti …
di Gianni Sartori Tra aspirazioni all’autodeterminazione (legittime, ma ormai
fuori tempo massimo) e bramosie imperialiste, il vaso di coccio della
Groenlandia rischia di andare in frantumi… Vorrei tanto sbagliarmi, ma …
Poco prima di cominciare la trasmissione del 15 gennaio siamo stati raggiunti da
questo audio, che avevamo richiesto nei giorni precedenti per poter sostenere la
lotta degli hunger-striker di Palestine Action. Per una volta la notizia era
positiva: Elbit System è stata estromessa da una grossa commessa governativa.
Abbiamo montato al volo l’audio e inserito in trasmissione.
Si collega anche all’intervento di Vincenzo Scalia, docente a Firenze con cui
abbiamo analizzato la globalizzazione dello Stato di Polizia che esperiamo in
Italia, ma in tutto simile ai processi che in Usa incarna Ice, o in Francia lo
stato di emergenza che vede gli Rcs protagonisti mai revocata dal Bataclan… e
così in tutto il mondo la polizia è estensione dell’esperienza di guerra nei
paesi già flagellati dai conflitti.
Laura Silvia Battaglia poi ci ha introdotti in un mondo in cui ci siamo potuti
immergere, sia con uno sguardo geopoliticamente illuminante su un’intera area,
su cui lo Yemen getta una luce particolare, spiegando con precisione le
strategie dele potenze locali, sia considerando i meccanismi che regolano la
gestine del potere tra le famiglie e i clan, le cui alleanze reggono un paese
frammentato da sempre.
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FRAPPORSI TRA I PROFITTI DELL’INDUSTRIA BELLICA INGLESE E IL GENOCIDIO SIONISTA
SI PUÒ
Palestine Action ha prodotto azioni che hanno colpito nel segno senza fare
alcuna vittima, né ferire nessuna persona, muovendo non solo critiche e
indignazioni contro un efferato sterminio da parte di un nazionalismo
confessionale animato da un’ideologia di sopraffazione genocidaria. E lo ha
fatto procurando danni ad apparecchiature e impianti dell’industria bellica
complice illegale dei massacri sionisti.
Questo ha mosso il governo laburista britannico a collocare il gruppo di
attivisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, in modo che gli
arrestati subiscono detenzioni pregiudiziali da un anno; la censura della
repressione nei confronti di questa campagna fa languire nel silenzio persino i
detenuti in sciopero delal fame, alcuni da più di due mesi.
Ma il 14 gennaio una notizia ha dato il segno che a qualcosa è servito questo
strenuo impegno di azione diretta e contrapposizione: Elbit System, la fabbrica
di armi che approvvigiona Idf, è stata esclusa da un contratto da 2 miliardi di
sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici
ogni anno. A seguito di questo tre hungerstriker hanno sospeso il loro sciopero
della fame, avendo ottenuto almeno una delle ragioni delal lotta; altri
attivisti proseguono fino all’ottenimento di tutte le richieste minime di
garanzie di diritti fondamentali.
La svolta nel braccio di ferro con le autorità di Downing Street inizia il 9
gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria
hanno incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su
richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie
e le raccomandazioni terapeutiche.
Ma il risultato principale sono le 500 persone che si sono iscritte per
intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale
genocida. Intanto quattro sono le fabbriche di armi israeliane chiuse in GB
negli ultimi 5 anni di azione diretta. La nostra interlocutrice, attivista in
Inghilterra sottolinea come un’altra vittoria riguardi il trasferimento di Heba
Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia.
GLI YEMENITI CERCANO DI RIMANERE INDIPENDENTI TRA I PROTETTORI PIÙ CONVENIENTI
La regione prospiciente il Golfo di Aden per risorse e controllo di rotte è
particolarmente sensibile a qualunque seppur minimo cambiamento che possa
avvenire tra area del Mar Rosso e il Corno d’Africa, addirittura Haftar in
Cirenaica si preoccupa quando i Saud si mostrano interessati a ciò che capita in
Libia dopo aver cacciato i filoemiratini da Aden. Tutto è collegato e in Yemen
la rifrazione di qualunque crisi mediorientale si amplifica e produce sensibili
cambiamenti nell’egemonia territoriale. Ed è indispensabile una guida come Laura
Silvia Battaglia per mettere insieme le informazioni utili per connettere la
vita yemenita con le potenze dell’area… e non solo.
Il territorio da decenni risponde in modo clanico ad alleanze che si appoggiano
a seconda della convenienza internazionale a una o all’altra potenza regionale.
L’espansionismo israeliano è l’elemento che sta apportando ulteriore
effervescenza a una situazione incancrenita da anni di conflitti che si stavano
gradualmente componendo nella disputa tra Houthi e Saudi, spartendosi la zona
occidentale: San’a e Taizz agli sciiti, attualmente alleati dell’Iran (ma non
così collegati da poter temere tracolli a seguito delle difficoltà di Tehran), e
Aden ai Sauditi che intendono respingere gli emiratini anche dall’Est del paese,
perché il porto di Mukalla è troppo importante per l’esportazione del gas
estratto tra Seiyun e il confine con l’Oman. Gli Emirati da qualche anno
controllano l’isola di Socotra che rispetto alla sponda africana è più
decentrata e meno utile rispetto al porto di Berbera per gli interessi
israeliani, che infatti hanno apportato nuova destabilizzazione riconoscendo il
Somaliland, per avversare gli Houthi. Questa mossa, aggiunta alla palese
alleanza tra Tel Aviv e Dubai (non a caso al centro di ogni approccio
diplomatico alla composizione dele guerre), ha spinto Riyad a sgomberare la
costa yemenita dell’Oceano indiano da presenze emiratine, comportando la fuga di
al-Zubaidi a Dubai, in prospettiva di un eventuale confronto con lo Stato
Ebraico che sta allungandosi fino addirittura al Madagascar come sfera di
influenza, cercando di cavalcare la rivolta della Generazione Z malgascia.
Le crisi di Somaliland e Sudan si riverberano in Yemen soprattutto perché
assimilati dalle mire interessate di vari attori: Israele in primis e poi gli
Emirates, che sono alleati tra loro, mentre Turchia ed Somalia ed Etiopia da un
lato ed Egitto, Sauditi ed Eritrea dall’altro cercano di mantenere sfere di
influenza in questo rivolgimento globale. Una pericolosa partita strategica che
coinvolge l’intera sicurezza dell’area tra Rif Valley, Mar Rosso e Golfo di
Aden, di Oman fin oltre lo Stretto di Ormuz.
Tutto ciò crea una spaccatura tra gli yemeniti, già profondamente divisi tra
separatisti (in particolare nel Sud ed Est) filoemiratini e governativi di
San’a, e il Consiglio di Transizione meridionale di Aden (sciolto nell’acido a
Riyad questa settimana); bisogna poi considerare la diaspora costituita in
particolare dai fratelli musulmani. Da un anno si assiste a trattative tra
Houthi e Saudi: una distensione vantaggiosa per tutti.
Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni
per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per
l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena
per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data
la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente
contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato:
evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte
d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non
hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia
di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente
anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità
dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo
la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la
nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più!
I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI!
Compagni e compagne
Per continuare a scrivere al compagno:
Juan Antonio Sorroche Fernandez
C. C. di Terni
strada delle Campore 32
05100 Terni
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Di seguito il volantino distribuito già dal giorno dopo (all’udienza aquilana in
cui è stato condannato Anan Yaeesh e altrove):
Sempre al fianco di Juan, Anan, Alì e Mansour
Ieri, 15 gennaio 2025, il nostro amico e compagno Juan è stato condannato in
primo grado dal tribunale di Brescia a 5 ulteriori anni di reclusione. L’azione
di cui è accusato è un attacco esplosivo avvenuto nel 2015 nella stessa città
contro la POLGAI, una struttura che collabora con le polizie di vari Paesi nelle
tecniche di antisommossa e controguerriglia.
Quando i dispensatori di terrore di Stato si vedono restituire una piccola parte
della loro violenza, polizia politica e magistratura lavorano senza sosta per
trovare i responsabili di un tale affronto – nessuno osi contrastare il
monopolio borghese e statale della violenza! –, al punto che è la terza volta
che Juan viene indagato per la stessa azione. Questa volta la farsa giudiziaria
è riuscita a condannare il nostro compagno.
Qual è la massima espressione del monopolio statale della violenza? La guerra. E
mentre i diversi complessi scientifico-militar-industriali ci stanno trascinando
verso la terza guerra mondiale – di cui il genocidio in corso a Gaza è la più
brutale anticipazione –, le retrovie di questa mobilitazione totale devono
rimanere pacificate. Per questo la stretta repressiva verso ogni pratica di
lotta non simbolica (pensiamo alle misure repressive contro le manifestazioni in
solidarietà col popolo palestinese, al drastico aumento di pene per i blocchi
stradali, per le azioni di contrasto ai cantieri delle Grandi Opere o anche solo
per la diffusione di testi ritenuti “istigatòri”). Per questo le manganellate
contro gli studenti o le rappresaglie padronali-giudiziarie contro i facchini.
Per questo le precettazioni in caso di sciopero. Per questo le continue
inchieste contro compagne e compagni. Per questo il 41 bis applicato ad Alfredo
Cospito. Per questo l’attacco alle idee e alle pubblicazioni anarchiche.
In tempi di guerra finiscono le pantomime garantiste. Lo Stato mostra il suo
grugno e il suo maglio. I confini tra fronte esterno e fronte interno si fanno
sempre più sfumati; l’immigrato in lotta si confonde con l’antagonista, le
sollevazioni nelle periferie incalzano i movimenti antimilitaristi nel ventre
della bestia.
Oggi, 16 gennaio, si celebra invece nel tribunale dell’Aquila l’ultima udienza
del primo grado di giudizio contro il prigioniero palestinese Anan Yaeesh,
insieme ai coimputati Mansour e Alì, durante la quale probabilmente ci sarà la
sentenza.
Benché la resistenza condotta da Anan nei territori palestinesi sia legittima
persino secondo la carta straccia del Diritto internazionale; benché sia noto a
tutti che nelle carceri israeliane si pratica sistematicamente la tortura contro
i prigionieri palestinesi, la resistenza armata contro il colonialismo genocida
sionista per i giudici italiani diventa “terrorismo”, la stessa accusa mossa a
Juan per l’azione contro la POLGAI. Ricordiamo allora che questa struttura è
attiva a Brescia dal 1974 (anno della strage di Piazza della Loggia) e che tra
le polizie con cui collabora vi è anche quella israeliana. E ricordiamo che in
provincia di Brescia (Ghedi) si trova uno snodo fondamentale di
quell’imperialismo occidentale attivamente complice della strage senza fine del
popolo palestinese: una base NATO in cui sono stipate bombe nucleari in grado di
disintegrare popolazioni intere. Il cerchio si chiude.
Dopo la condanna di Juan dunque, nell’esprimergli la nostra solidarietà e
vicinanza, non possiamo che avere in testa ancora di più lo stesso pensiero:
Per un’Intifada mondiale delle oppresse e degli oppressi. Per trasformare la
guerra dei padroni in guerra ai padroni.
compagne e compagni
Qui in pdf: Juan-Anan sentenze
Avevamo segnalato forti proteste nel Regno Unito contro l’identità digitale
obbligatoria. Apprendiamo con piacere che adesso il governo ha fatto un passo
indietro: https://www.lindipendente.online/2026/01/14/obbligo-di-identita-digitale-dopo-le-proteste-il-regno-unito-cambia-idea/
MITICA TOMBO-LATE DELLA DYNAMO DORA @CSOA GABRIO
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(sabato, 24 gennaio 19:30)
…pensavate di averla scampata eh? Oppure è da mesi che vi domandate: ma la
tombola della Dynamo Dora non si fa più? Ebbene ci rivolgiamo a chi ha
conservato l’odio per tutto l’anno passato, chi ha coltivato invidia e disprezzo
durante le feste e chi ha desiderato lanciare ingiurie nell’anno nuovo: state
all’erta perché torna la mitica TOMBOLA DELLA DYNAMO DORA! Chi ha detto che si
può fare solo prima di natale? Infatti questa non è semplicemente una tombola ma
una TOMBO-LATE! Ricchi Premi e grandi giochi musicali per allietare la vostra
serata…Ovviamente ci saranno succulente pietanze a riempire gli stomaci per cui
prenotatevi per la cena al 327 2970437Vi aspettiamo quindi il 24 gennaio dalle
19:30 al Csoa Gabrio in via Millio 42 per urlare AMBO al primo numero estratto e
lanciare quintali di bucce di mandarini a chi vince. venite puntuali e ditelo a
chi volete!
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali
sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso.
Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di
Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli)
della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni
monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di
sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste,
l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca,
dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza.
Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione
e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli
del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione
del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran!
Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta!
Contro i padroni di casa nostra!
Qui in pdf: Materiali Iran
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Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai
Consigli!”
“Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo
iraniano”.
Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle
nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi,
lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue:
Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche
di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai
lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati
fantoccio del regime.
Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di
salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per
gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra
protezione.
Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non
diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i
nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie.
Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi
industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra
contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le
fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere.
Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve
essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah
è finito. Tutto il potere ai Consigli!”
(*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti
impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della
produzione di macchine per l’industria.
=======
Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di
Teheran e delle Periferie
Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente
la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da
disuguaglianze, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e
la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone
oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie.
Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e
soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in
prima linea in queste lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle
Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti,
consapevoli e organizzate.
Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei
lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né
affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo.
Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non
dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli
interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società
civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la
continuazione della violenza e della repressione da parte del governo.
Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non
attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai
diritti del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e perpetrato l’uccisione di persone.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe.
=============
Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati
nel loro undicesimo giorno.
Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di
polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno
continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.
Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di
25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati
arrestati.
Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini,
sono stati uccisi.
Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401
(settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza
per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti
e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.
Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un
futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà,
l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana.
Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e
inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da
disuguaglianza, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la
partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli
oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e
autoritarie imposte dall’alto.
In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti,
donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste
lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani
sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e
organizzate.
Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via
verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede
nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere,
né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere.
Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello
nazionale.
Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di
lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele.
Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e
all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la
continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il
potere.
L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non
attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti
del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe
La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione
7 gennaio 2026
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed
esterni – Collettivo Roja (*)
(*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto
di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla
spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022
– di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”.
https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives
https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja
Aggiornamento, 9 gennaio
Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto
giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento –
soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo
giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei
negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai
partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade
e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso
dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un
osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46
città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano
mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della
polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti,
spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per
molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979.
La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica
vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale
shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di
dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli
omicidi.
Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la
Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente –
si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse
appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi
emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza,
comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una
transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento
senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela.
I. La quinta insurrezione dal 2017
Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste
diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle
strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si
tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi,
l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema
politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la
maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne,
le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal
crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal
collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi
della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e
cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno
2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento
drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale
costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo
è rivendicare migliori condizioni di vita.
Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste
iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con
la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del
carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta
degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha
raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha
posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali
delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti.
L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione
sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di
proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con
sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al
governo.
II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne
Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne
sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al
Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti”
— ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti
pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro
soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo:
usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o
in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025
hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.
Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva
già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui
social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del
sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la
guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini
occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una
rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una
campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e
alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela
la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere
mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una
reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo
gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e
ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di
sicari statunitensi e israeliani.
Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”,
che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una
maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste
sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco
sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso
la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto
orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività
politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità
discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria
popolazione.
“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per
riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di
anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe
scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna
lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un
“pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero
altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e
solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei
governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.
Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle
proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La
corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione
iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il
pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia
popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento
e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.
Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che
sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno
sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando
frontalmente l’apparato repressivo.
Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la
violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di
sollevarsi contro di essa.
Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e
paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni:
vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di
un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si
paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo
orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della
Repubblica islamica.
III. La diffusione della rivolta
Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo
inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di
telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in
un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati,
venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran.
La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle
università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono
diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.
Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica.
Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati:
giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.
Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar
(l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e
simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come
“piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime
risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta
era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti
riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si
affrettarono a liquidarla come reazionaria.
Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine
non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto
riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche
qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri
urbani in tutto il Paese.
IV. La geografia della rivolta
Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni
marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e
del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan,
Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak
di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla
Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della
guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione
ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli
Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è
stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per
Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian
Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza
durante l’insurrezione del 2022.
Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era
espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle
proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la
loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.
Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise
dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e
fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan
e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah).
Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70
minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la
violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di
sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i
feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il
bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si
approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.
La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle
città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che
vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e
Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione
e repressione.
Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie
istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del
“freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di
spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar,
università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più
lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.
V. L’impatto della guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di
compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora
più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili
iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello
spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di
deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca
incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale
produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone
attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento
sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica
tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.
La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni
statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi
petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando
l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.
Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre,
quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso
circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale”
del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello
sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il
basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta
nazionale.
Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia,
esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera
è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che
trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del
petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e
immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati.
Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno
di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo
delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita
quotidiana delle persone.
Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati,
lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro,
il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta
“ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato
e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato
stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione
diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei
profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una
ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe,
l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle
sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.
Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale
organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni:
una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione
legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la
liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.
I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e
all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della
Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione
finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo
occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e
trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a
vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe,
insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione
globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso
la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti
industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso
viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria
che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e
del petrolio.
VI. Le contraddizioni
Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per
il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo
stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della
Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e
pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche
amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la
vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il
principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International,
divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio
annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari,
finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e
Israele.
Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione
tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di
organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione
sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia
— visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del
2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza
precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci,
che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e
anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene
rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione
nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da
Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo
unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere
successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero.
Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno
spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista,
approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione
politica dei popoli dell’Iran.
La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di
un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una
vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un
discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla
repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo
reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di
sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come
libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente
appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente
progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono
persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente
qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.
Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica
Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e
modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica
degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi”
rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e
su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme
di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le
regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono
in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione
contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.
VII. L’orizzonte
L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una
delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano
internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse
della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni
ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della
crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova
esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se
l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa
congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire
la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella
repressione.
Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica
collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per
Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di
proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale
dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti
locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e
connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e
cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non
è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà
anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale
alternativa.
Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere
appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che
strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o
interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia
appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che
lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più
razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla
Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente,
ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa
di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché
provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla
gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con
le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata
l’autodeterminazione.
Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista
di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via”
astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi
e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da
leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi
l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli
all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio —
interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a
partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità
indipendenti.
Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe,
anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia
organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per
riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione
sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità
con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il
movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di
destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei
monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex
riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei
cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.
Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può
contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre
l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”,
prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le
forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco
politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il
dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega
l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la
Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in
nome della lotta contro un nemico esterno.
Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979:
Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
Il primo argomento della puntata è stato quello degli istituti scolastici
tecnico professionali. Infatti in compagnia telefonica di Maria Teresa, docente
dell’ istituto Bodoni-Paravia di Torino, abbiamo approfondito le motivazioni che
hanno spinto questo collegio di istituto a presentare una mozione che riguarda
la “filiera tecnologico professionale”. Quest’ ultima, che prevederebbe un
percorso strutturato in 4 anni di didattica + 2 di formazione professionale, è
entrata a fare parte dei percorsi che possono proporre gli istituti
tecnico-professionali a studenti* e famiglie; il problema è che in diverse
scuole questo cambiamento è avvenuto naturalmente, come se fosse obbligatorio
accettare questo cambiamento dall’ alto quando non è in realtà così. La nostra
ospite ci ha spiegato perché lei e i suoi colleghi sono contrari a questo nuovo
modello, che vorrebbe una scuola che forma sempre meno culturalmente e che
dietro all’ attrattiva di trovare facilmente un futuro impiego, diventerebbe
solo più disorganizzata e più pronta a sfruttare studenti per percorsi
lavorativi già dal secondo anno.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Francesco Latorraca,
segretario provinciale del SiCobas Torino sulla lotta dei lavoratori della
Pirelli di Settimo Torinese. Infatti quelli che sono assunti dall’azienda in
subappalto Hunecon di fatto svolgono le stesse identiche mansioni
(movimentazione e calandratura) dei loro colleghi assunti direttamente da
Pirelli, ma con la differenza che vengono pagati molto di meno e godono di
ancora meno tutele, perchè inquadrati con il famigerato CCNL Multiservizi.
Questo ha dato il via ad uno sciopero perdurato per 3 giorni e che ha creato
danni non da poco. Nonostante questa prima grossa dimostrazione di forza
operaia, la lotta contro il colosso industriale si prospetta essere ancora
lunga, sulle motivazioni di ciò e quelle più nel dettaglio dello sciopero
sentiamo le parole di Latorraca.
Buon ascolto
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Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Eleonora
dell’Assemblea Precaria Universitaria (APU) sul confronto assembleare tenutosi
il 13/01/2026 al PoliTo in aula 10A.
Abbiamo analizzato la situazione del precariato della ricerca che da quest’anno
è praticamente stato espulso dal politecnico di Torino come dall’università in
genere a causa delle scelte economiche e politiche del governo che, come
sappiamo, scommette tutto sul riarmo lasciando un vuoto anche qui.
Buon ascolto
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Il quarto approfondimento della puntata lo abbiamo fatto trasmettendo la
registrazione di parte della conferenza stampa dello Slai Cobas di Taranto il
12/01/2026 presso la sede sindacale:
“Questa mattina alle 10 abbiamo tenuto una conferenza stampa in sede sull’ilva.
La conferenza stampa era stata indetta per la situazione all’Ilva ma è stata
fatto anche una dichiarazione a fronte della morte dell’operaio avvenuta in
stabilimento sempre il 13/01/2026.lo slai cobas naturalmente ha aderito allo
sciopero immediato e domattina (14/01/2026) sarà alle portinerie per far andare
avanti denuncia e lotta”. Qui il comunicato completo redatto dallo Slai Cobas di
Taranto.
Buon ascolto