RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 20 01 2026
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Musick To Play In The Dark – Puntata del 20/01/2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
01 Dry Cleaning “Hit My Head All Day” da “Secret Love”
02 Soft Cell “Martin – The Hacker 2025 Remix” da “The Art Of Falling Apart –
Deluxe”
03 Blastromen “Trauma” da “Øera”
04 The Cords “Rather Not Stay” da “The Cords”
05 Thompson Twins “Doctor! Doctor!” da “Into The Gap Live”
06 Tulpa “Let’s Make A Tulpa!” da “Monster Of The Week”
07 The Orielles “Three Halves” da “Only You Left”
08 Mandy, Indiana “Magazine” da “Urgh”
09 Nightbus “Angles Mortz” da “Passenger”
10 Dendrons “Never Getting What You Want” da “Indiana”
Sono fabbricati dall’azienda israeliana Axon Vision e dalla Leonardo DRS,
società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in
Virginia
Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati
Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon
Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con
quartier generale in Virginia.
Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision
ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per
un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e
intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS).
I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle
forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in
scenari bellici.
Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a
pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.),
grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza
Artificiale (AI).
“L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita
alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le
tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente
del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale
dell’esercito Roy Ritfin.
“Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli
Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più
efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin.
“Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la
crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza
Artificiale”.
L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di
Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana.
“Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da
consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con
particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha
dichiarato il management israeliano.
“Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da
parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di
tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due
società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e
processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati
principalmente nel contrasto anti-droni”.
Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate
in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano
state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori
ottici di propria produzione.
Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione
dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano
presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload
modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di
Axon Vision.
Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata
nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido
Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov,
Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per
piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei
Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel
Defense Forces).
Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano
compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico,
IAI - Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems.
Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente.
Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da
un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness).
Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per
più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni
per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90
della fanteria svedese.
Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi
israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di
Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui
blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza.
“Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni,
velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare
nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di
Israele.
L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare
contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023).
Articolo pubblicato in Africa ExPress il 18 gennaio 2026,
https://www.africa-express.info/2026/01/18/usa-israele-nuovi-sistemi-di-intercettazione-droni/
Domenica 25 gennaio dalle ore 17 presenteremo “ La lunga frattura. Dalla crisi
globale al “Blocchiamo tutto” (DeriveApprodi, collana FuoriFuoco) in un momento
in cui la storia non scorre più liscia: si spezza, accelera, si addensa. La
guerra non è più un evento lontano, qualcosa che succede “altrove” e “a
qualcuno”. È diventata un modo di governare il presente: un regime che organizza
l’economia, disciplina i territori, ridefinisce i rapporti sociali e prova a
ricomporre un consenso sempre più fragile con violenza, paura e controllo.
Quando parliamo di “terza guerra mondiale” non stiamo facendo una frase ad
effetto. Stiamo dicendo una cosa semplice: siamo già dentro una guerra globale
diffusa, che non si combatte solo sui fronti ma nelle nostre vite, nelle catene
logistiche, nei porti, nelle scuole, nei quartieri, nei confini, nei dispositivi
di controllo che ci attraversano. Non è una guerra tra Stati: è una guerra che
serve a gestire la crisi del capitalismo e a disciplinare chi vive in basso.
Il libro parte da qui, da questa consapevolezza. Non vuole chiudere una teoria,
ma offrire strumenti per leggere la fase e capire dove si rompono le cose. La
tesi di fondo è chiara: non stiamo assistendo a un declino “naturale”
dell’egemonia occidentale, ma a un tentativo violento di ristrutturazione del
comando globale. La guerra serve a tenere insieme ciò che tende a disgregarsi, a
riorganizzare filiere, a imporre obbedienza dove crescono contraddizioni.
Dentro questo quadro va letta anche la grande ondata di mobilitazioni che ha
attraversato l’Italia, sintetizzata dall’esperienza di Blocchiamo tutto. Non è
stata solo una reazione emotiva al genocidio in Palestina, ma una rottura
materiale: lo sciopero torna a colpire la circolazione, i blocchi interrompono i
flussi, la solidarietà diventa pratica concreta e non solo parola. In quelle
settimane si è incrinato il monopolio statale sulla gestione del conflitto e si
è visto che la guerra può essere ostacolata qui, nei territori da cui parte.
La risposta del potere non si è fatta aspettare: repressione, criminalizzazione,
nuovi decreti, attacco agli spazi sociali, tentativi di isolare e dividere. Non
è un caso: gli spazi sociali, le lotte territoriali, le pratiche di
autorganizzazione sono un problema politico perché producono infrastrutture di
solidarietà, luoghi di incontro, saperi condivisi, strumenti collettivi di
resistenza. E questo, in un regime di guerra, è intollerabile.
Discutere La lunga frattura oggi non è un esercizio accademico: è un modo per
capire come non restare a rincorrere le emergenze. La sfida è costruire un
contropercorso capace di durare, di accumulare forza, di non disperdersi.
Prendere parte significa contrapporsi al riarmo, alla retorica della sicurezza,
alla competizione tra poveri e alla delega. Significa costruire pratiche
collettive di sabotaggio, blocco, solidarietà organizzata, reti di mutuo
appoggio, spazi di formazione e condivisione dei saperi: strumenti comuni che
rendano possibile una lotta popolare duratura e non episodica. In questa
prospettiva, la lotta contro le basi militari e la militarizzazione non è un
tema “di nicchia”: è una questione strategica, perché il controllo dei territori
e delle infrastrutture è parte integrante della guerra globale. Per questo è
importante tenere insieme lavoro, quartieri, scuola, università, grandi opere,
repressione e libertà di movimento, senza lasciare che il potere ci divida in
compartimenti stagni.
Il corteo del 31 gennaio a Torino non è un appuntamento tra i tanti. È un
passaggio dentro un percorso che vuole costruire continuità, non frammentazione.
La piattaforma lo dice in modo chiaro: contro il governo della guerra, contro
l’attacco agli spazi sociali, ma soprattutto per rilanciare, per tenere insieme
ciò che vogliono dividere, per trasformare la resistenza in progetto. Una
mobilitazione popolare, larga, plurale, che metta in relazione le differenze e
le specificità territoriali, e che non si esaurisca in una giornata.
Presentiamo La lunga frattura pensando a quello che succede in Rojava e
prendendo parte al movimento di solidarietà che lo sostiene. In Siria del
Nord-Est la difesa del confederalismo democratico è parte della stessa
battaglia, perché mette in crisi il monopolio statale sulla guerra e sull’ordine
politico. L’attacco continuo a quell’esperienza non è un fatto “regionale”: è un
segnale dell’avvitamento globale che colpisce ogni forma di autonomia sociale.
Difendere il Rojava significa sostenere l’idea che un altro modo di vivere e
organizzarsi è possibile anche nel cuore della guerra.
Libreria popolare Paulo Freire
Spazio antagonista Newroz
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Di seguito una breve introduzione audio ai contenuti del volume realizzata da
Radio Blackout:
Maurice Pianzola
Edizioni Tabor, Valsusa, dicembre 2025, pag 224, 12€
Thomas Müntzer (1490?-1525) è una delle figure più denigrate, rimosse e, al
tempo stesso, più emblematiche e folgoranti della storia moderna occidentale. Ma
chi fu davvero Magister Thomas? Al confine tra romanzo storico e saggio
politico, Maurice Pianzola ripercorre la breve vita di questo «giovane tedesco»
immerso nei travagli del suo tempo. Le innovazioni tecnologiche e le espressioni
artistiche, il disciplinamento e la proletarizzazione dei lavoratori, lo
spossessamento delle autonomie comunitarie. E, ovviamente, la Riforma
protestante, le sue correnti radicali, millenariste, anabattiste, e la
sollevazione popolare che sfociò nella “grande guerra dei contadini” del 1525,
l’evento «più radicale della storia tedesca» (Karl Marx). È a questa rivoluzione
che Müntzer consacrò la sua vita, torturato e decapitato a poco più di
trent’anni al fianco delle centinaia di migliaia di contadini che con lui si
erano sollevati in armi, scontrandosi con le armate dei principi, abbattendo
castelli e conventi, sfidando l’ordine del mondo per realizzare sulla Terra il
«Regno della giustizia divina» in cui «omnia sunt communia», ogni cosa è in
comune.
SOMMARIO
Introduzione. Un giovane
I. La vergine e il pastore
II. Uno scarpone su una picca
III. Lo stupore di un figlio del secolo
IV. «Bisogna sapere e non credere a ogni venticello»
V. «Contro coloro che spolpano le dimore delle vedove»
VI. «Io affilo la mia falce»
VII. Per salutare l’anno nuovo
VIII. Thomas Müntzer dal martello
IX. Un viaggio di propaganda e organizzazione
X. Difendersi o attaccare?
XI. I Dodici articoli
XII. Su! Su! Su!
XIII. I castelli bruciano
XIV. Dieci giorni
Nota biografica sull’autore
Nota bibliografica dei curatori
Breve commentario bibliografico [1958
È molto più efficace porsi le domande giuste che trovare risposte consolatorie.
da No Ponte
È stato questo il motivo ricorrente della discussione che si è svolta presso il
Parco ecologico San Jachiddu nella giornata di domenica. L’iniziativa, indetta
dall’Assemblea No ponte, si è strutturata in due sessioni – una sul ripensamento
del concetto di Sud e la seconda sulle vertenze al momento in atto nei territori
meridionali – e ha visto la partecipazione di numerose decine di persone
provenienti, oltre che da Messina, da varie città della Sicilia e della
Calabria. Le decine di interventi che si sono susseguiti hanno cercato di
liberarsi dalle retoriche vuote che da decenni parlano di un Sud che deve
rincorrere il Nord, assumendo piuttosto il punto di vista del Sud come luogo di
speculazione per politiche predatorie e coloniali che nulla lasciano agli/alle
abitanti.
Il ponte sullo Stretto, come da tempo si sostiene, è manifestazione la più
tipica di tali politiche, politiche che favoriscono blocchi di potere esigui, ma
molto influenti. La recente indicazione di Pietro Ciucci e Aldo Isi come
commissari, espressione di una governance straordinaria, appare come la più
lampante dimostrazione che questa vicenda è tutt’altro che conclusa e che ciò
che più sta a cuore al governo è la continuazione dell’iter piuttosto che la
realizzazione dell’opera, nonostante tutta l’impostazione su cui era fondato il
DL 35/2023, a partire dalla reviviscenza del contratto, si sia palesemente
dimostrata inefficace.
A conclusione della lunga giornata abbiamo deciso di darci un nuovo appuntamento
di riflessione e approfondimento tra qualche settimana. Ci rivedremo a Cosenza,
affinché il percorso comune inaugurato con la piattaforma “Il Sud unito contro
il ponte” possa allargarsi a realtà di altri territori e regioni. Abbiamo
inoltre individuato l’8 agosto quale data per il tradizionale corteo estivo, che
verrà accompagnato da una tre giorni di riflessione e da un concerto alla fine
della manifestazione.
UNIVERSO SONORO con MANU DUBSIDE & MASSIMO DJISARO’
Puntata
https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/01/HOD20gennaio26.ogg
Scarica: HOD20gennaio26
* sigla (30”)
* intro (1/2′)
* stacchetto bipbip
* social vietati – Australia (kz – 9’40”)
* musica 1
* ICE o AI e servizi “relazionali” (esckey – 5/7′)
* stacchetto bipbip
* outro (1′)
* stacchetto chiusura biplungo
link articolo valigia blu citato:
https://www.valigiablu.it/australia-divieto-social-16-anni-risultati/
LInk non citati ma di argomento sulle tecniche informatiche dell’ICE:
https://www.eff.org/deeplinks/2026/01/how-hackers-are-fighting-back-against-ice
Crediti dell’immagine di cover dell’articolo Photo by NASA on Unsplash
Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a
pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il
sistematico impoverimento della popolazione.
da Machina
L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause
delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione
delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future.
Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il
regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di
visioni politiche di estrema destra.
L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla
restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di
nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro
reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da
una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie.
In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un
intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente
pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come
ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità
umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra
nazionalismo e culto del mercato.
Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici
geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o
destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale
radicato nelle condizioni materiali di esistenza.
***
Introduzione
Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo
l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano
contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni
ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il
monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere
suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica
Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione
dell’opposizione e il contesto geopolitico.
Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica
La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della
rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la
repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze
etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la
guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche
transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli
anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di
dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione.
Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo
neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il
controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di
denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di
fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni
dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di
qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state
implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore
iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno
coperti dalla legislazione sul lavoro.
Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore;
governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo
oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita.
Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale
è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più
grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi;
l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento
eccessivo delle falde acquifere.
Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della
moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un
terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà
assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o
al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal
governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali,
hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di
austerità.
Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato
diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro;
la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi
inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo
e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata
è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per
l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o
trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato
di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria.
Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la
fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente
oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza
organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al
saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul
prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette
l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della
finanziarizzazione.
In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato
vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade
oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di
sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la
pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale.
La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è
rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese.
L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della
benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di
centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del
settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento
«Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti,
migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali.
La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle
politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud
Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della
benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha
dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con
Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di
affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire
il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori,
donne e popolazioni marginalizzate.
La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza
La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave
crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono
iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a
partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati
storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche
questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le
proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il
cuore stesso del potere.
Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti
esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la
partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e
degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le
proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni
occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam.
Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei
marginalizzati e dei disoccupati.
In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or
Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle
recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani
tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun
reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in
quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale.
Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente
stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in
età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile
scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e
dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile.
Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e
alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di
diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale
dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la
sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il
paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione.
Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste
alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei
diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste
notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si
ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive
di protesta.
L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei
primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni
sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese
noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime –
incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno
ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della
magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe
senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri
del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale
inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.
L’opposizione di estrema destra
’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la
maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra.
I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla
rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià
dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione
autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è
diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato
dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso
orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a
leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi
esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche.
Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le
proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso,
interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci
costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti
mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso
verso la libertà e il benessere sociale.
Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il
monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti
nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come
una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della
diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza
sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha
apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran.
Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica
del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel
mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei
mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il
nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di
estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana,
inclusi settori delle classi subalterne.
Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di
fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande
difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita,
Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con
l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è
tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida
o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento
«Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il
salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un
impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana.
La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze
sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e
risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente
l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente
pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo
le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la
dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata
tra nazionalismo e culto del mercato.
Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a
sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da
parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano
orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la
percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica
Islamica.
In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico
condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti,
agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente
mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla
sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire
attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di
orientarle in una direzione emancipatrice.
Trump e le pedine geopolitiche
Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in
relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già
evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come
l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è
attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica
Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra
in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei
BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di
vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente
inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance
in Iran.
La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di
qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa
agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo
multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di
estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime
della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in
un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti
questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle
vite in Iran.
L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle
proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a
una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo
iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo
rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso,
l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che
considerare simultaneamente limiti e possibilità.
Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici
della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.
***
Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente
di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua
persiana e italiana.
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