> La vita mediatica si dipana attraverso emergenze fittizie che occultano i
> fenomeni in grado di evidenziare situazioni globali da cui discende poi la
> Storia, nel caso delle epurazioni cinesi e delle scelte politico-economiche di
> Xi Jinping di cui abbiamo parlato con Lorenzo Lamperti da Taiwan – e dunque
> dal centro delle dispute internazionali – si è finito con l’evocare potenziali
> sviluppi sia in politica interna cinese, sia nei rapporti con gli altri
> padroni della terra: per un caso poche ore prima di questo intervento da
> Taipei Xi ha parlato con Trump e poi con Putin… e i temi trattati possiamo
> solo immaginarli.
> Allo stesso modo Alessandro Volpi ci spalanca a ogni frase praterie di
> spiegazioni e ricostruzioni di speculazioni dei fondi, di attrazioni forzate
> verso la finanza americana, la spesa per la sicurezza, il decoupling e la
> riconversione di quelli che erano i titoli americani detenuti dai cinesi… come
> si dibatte l’impero finanziario di fronte al pericolo di essere travolto dal
> debito, che ha sempre imposto al mondo.
> Infine è recentissima la notizia che ci porta indietro di 90 anni, quando gli
> eroici aviatori delle squadriglie fasciste bombardarono Barcellona e la
> Catalogna, realizzando carneficine di civili. Individuati dalle schede
> dettagliate del regime che archiviava ogni raid con i nomi degli operatori
> disponibili a perpetrare questo crimine contro l’umanità, scoperchiata la
> verità recuperando i documenti negli Archivi italiani ed esposta la querela da
> parte di residenti italiani in Spagna, il cursus giudiziario per processare i
> responsabili ha subito talmente tanti ritardi, insabbiamenti, ostacoli – sia
> da parte iberica che dai governi di ogni colore a Roma – che non si può
> inscenare il processo a un altro genocidio dei gerarchi fascisti, perché sono
> morti tutti gli indiziati.
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Curioso che nella stessa giornata di un periodo molto concitato Xi Jinping abbia
intrattenuto conversazioni telefoniche sia con Trump che con Putin, proprio dopo
aver eliminato tutti i vertici del’esercito. Chissà, forse temeva che da lì
potesse venire una scalata al suo potere, un candidato non previsto da lui;
certo che il repulisti tra i generali, che ha ridotto anche il potenziale
contropotere del Pla al rango di fedeli allineati alla linea del partito già
precostituendo le linee guida del Congresso del 2027, ridurrebbe la capacità
operativa in caso di un conflitto. Fortuna vuole che allertati dalla definitiva
decapitazione dei vertici dell’esercito, avessimo concordato con Lorenzo
Lamperti di raccogliere la sua analisi sullo stato delle cose in relazione alla
politica cinese.
L’altro possibile centro di potere – economico – era già stato normalizzato e
quindi alla Borsa di Shanghai è permesso di realizzare successi, finché Xi
individuerà una linea ereditaria. Intanto l’obiettivo è di espandere il consumo
interno, implementare il turismo: una crescita duratura, affrontando al contempo
una nuova fase di sviluppo e adattandosi all’evoluzione delle condizioni
esterne. Nonostante i dazi di Donald Trump, nel 2025 le esportazioni cinesi sono
cresciute del 6,1 per cento su base annua, facendo registrare il valore record
di 26.980 miliardi di yuan (3870 miliardi di dollari) e consolidando la
posizione della Repubblica popolare cinese di maggiore potenza commerciale del
pianeta.
La situazione militare infatti fa registrare approcci alla questione taiwanese
improntati alla ricerca di accordi forse meno riconducibili ai rapporti di
forza. Probabilmente anche questa strategia rientra nel tentativo di assumere
come espressione del soft power inclusivo dimostrato dopo l’inizio del nuovo
mandato di Trump da parte del regime cinese, proprio per contrapporsi
all’arroganza americana, mostrando la faccia benevola.
A proposito di soft power, o comunque di maggiore capacità di attrazione di
risorse e alleanze, si sono registrati pellegrinaggi di leader a stringere
accordi e la postura cinese è sicuramente più rassicurante di quella trumpiana.
La reazione al testosterone di Trump in Latinamerica è stata opposta al primo
mandato: la Cina per ora non ha reagito allo stesso modo. Piuttosto ha spostato
l’attenzione altrove nel Sud del mondo, perseguendo alternativamente i propri
affari.
Da ultimo c’è la spesa militare. E forse questo è il vero motivo della chiamata
a tre nel momento in cui scade l’accordo sul controllo della proliferazione
nucleare, che Trump vorrebbe estendere alla Cina.
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La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve è una soluzione di
compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto
lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec ,l’organo di
vigilanza della borsa americana .
Trump deve fare i conti con la realtà della crisi di credibilità del dollaro e
l’aumento del debito federale.
Non si puo’ permettere di spaventare i mercati quando ha bisogno di garantire la
sottoscrizione di quasi novemila miliardi di dollari in scadenza del debito
americano i cui interessi pesano per un 47% del PIL statunitense.
Un altro aspetto preoccupante per la stabilità del dollaro è l’aumento del
prezzo dell’oro causato dagli ingenti acquisti da parte delle banche centrali
che sono in fuga dal dollaro non più ritenuto valuta rifugio. Inoltre la scelta
della nuova premier giapponese Sanae Takaichi di aumentare la spesa militare
peserà sull’espansione del debito pubblico giapponese che è già pari al 250% del
PIL ,comportando un aumento dei tassi del debito e la fine della pratrica del
“curry trade” con cui i fondi comparavano a bassi tassi il debito giapponese per
acquistare il più remunerativo debito USA.
La Cina ha completato il decoupling dall’economia americana liberandosi del
debito in dollari e rilanciando lo Yuan digitale anche come strumento per
regolare gli scambi commerciali.
Si susseguono le bolle speculative in un economia finanziarizzata che vive una
delle crisi più profonde della sua storia con all’orizzonte la soluzione
bellica delle contraddizioni del turbocapitalismo che incombe.
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto
su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle
lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione,
il consumo di suolo, la turistificazione.
Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta
crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una
frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a
Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos,
infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne
paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa
che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati
alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos,
che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella
che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale.
Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry
si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto
l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità,
la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del
territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il
Ponte sullo stretto.
Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di
chi conosce e cura la terra in cui abita.
Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione
civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi
turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
Oltre un milione di metri quadrati di devastazione, quasi un decennio di
cantieri e disagi, per un’opera vecchia e inutile. Il progetto della nuova
ferrovia tra Avigliana e lo Scalo […]
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Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi
lungo…
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo
tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e
agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un
terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della
possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui
campi, sui punti della logistica, tra le strade della città.
In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano
direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra
nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono
sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una
violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima.
Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti
paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna
dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via
Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a
caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è
stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4
aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di
passaggio poiché destinati alla deportazione.
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da
vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici
bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei
e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a
Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un
corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a
Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
LA VERITÀ È CHE STIAMO BENE E CHE CI PIACE STARE INSIEME
ARSIDER POLIZIA E MORALE > DEEP LISTENING > PUGNI IN TESTA > PIETRATE PER 1.4
EURO NETTI AL MESE
+ COLLEGAMENTO HONINGSWAG(NORVEGIA)
Mentre la Striscia continua a contare morti e feriti, la società civile rilancia
una flottiglia internazionale per rompere l’assedio Nella Striscia di Gaza si
continua a morire anche mentre, sulla …
(disegno di diego miedo)
Riprendiamo il filo tracciando gli elementi essenziali di questi mesi trascorsi
ancora all’interno di questa strana camera iperbarica.
Il tempo del processo a breve segnerà una nuova sequenza in cui verranno
esaminati i testimoni delle difese degli imputati. In questo lasso temporale, in
cui abbiamo osservato la deposizione degli accusati che hanno prestato il
consenso a sottoporsi alle domande delle parti sono emersi con evidenza i
passaggi operativi della Mattanza. I poliziotti di Santa Maria hanno tentato
invano di scaricare la responsabilità sui colleghi del Gruppo d’Intervento
Rapido e sugli altri provenienti da altri istituti per dare una mano. Tentativi
inutili di fronte all’evidenza delle dichiarazioni, anche poste ingenuamente
come quella dell’agente che ha dichiarato di aver indossato per l’occasione le
scarpe da ginnastica perché aveva capito l’obiettivo reale della perquisizione
straordinaria e con la gomma (forse) avrebbe inferto colpi meno importanti. Ci
sono state confessioni evidenti, una proviene da un agente di Santa Maria che ha
operato il 6 aprile 2020:
Presidente: no, perché io cercavo di capire il suo racconto, cercavo di seguire
il suo racconto quando lei diceva di avere ecceduto, allora il pubblico
ministero le faceva le domande in relazione al livello della forza che lei ha
utilizzato per i colpi, io invece le chiedevo se questo eccesso lei lo individua
anche rispetto al colpire persone un po’ alla cecata, mi passi il termine, cioè
anche indipendentemente…
Imputato: no, chiunque in quel momento faceva anche una mezza azione anche
insignificante, cosa, io colpivo. Presidente: quindi questo è l’eccesso.
P.M.: senta, mi scusi, non siamo riusciti a capire, io le ho chiesto il numero
orientativo di persone che ha picchiato, non ho capito se… perché sa, uno riesce
pure a dire 10, 30, 50, 100, 1000, insomma.
Imputato: no.
P.M.: c’è la possibilità di fare queste considerazioni?
Imputato: no, in quel momento non riuscivo a capire niente, non riuscivo a
contare le persone, non riuscivo a calcolare le persone, non ho idea.
…
Presidente: va bene, non ci sono altre domande. Le parti civili? Nessuna
domanda. Le difese. Chi deve fare domande? Nessuno?
Imputato: dottoressa, ribadisco il mio perdono, perdonatemi per quello che ho
fatto.
Presidente: sì, abbiamo inteso.
Imputato: perdonatemi tutti quanti, vi chiedo scusa a tutti per quello che è
accaduto.
Per noi è necessario ribadirlo per non perderne memoria: il personale del
carcere ha reclamato la rappresaglia già dal 5 aprile sera, dopo la mediazione
conclusa in modo pacifico con i detenuti del reparto Nilo. Così il potere
penitenziario regionale si è mosso rapidamente per non perdere il fronte
interno, scomposto e scollegato dal comando. Tutti ne erano al corrente, i
messaggi tra il provveditore dell’amministrazione in carica durante gli anni
dell’emergenza pandemica, Antonio Fullone (premiato per la carriera e
ricompensato perché ora direttore della Scuola Superiore dell’esecuzione penale
“Piersanti Mattarella”) e il capo del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria del governo Conte, Francesco Basentini, sono a nostro giudizio
prova evidente:
Parte Civile: Non so se – dicevo – possiamo dare per scontato il contenuto dei
messaggi che lei ha inoltrato al dottor Basentini il 5 e il 6 aprile oppure
vuole che li rilegga un attimo? Devo porre delle domande su questi.
Imputato: magari se me li rilegge nel momento in cui fa la domanda, posso essere
più preciso.
Presidente: quelli che lei ritiene di chiamare.
Parte Civile: benissimo, vado rapido. Allora il 5 aprile risulta che lei scrive
al dottor Basentini alle 23:51, quindi al termine della protesta del 5 aprile:
“Dobbiamo chiudere l’emergenza sanitaria e il rischio contagio ci dà un’ottima
motivazione”. Il dottor Basentini le risponde: “Antonio, aspettiamo cosa dice il
ministro, non vorrei che…”. “Va bene”. Il 6 aprile alle 16:48 lei scrive al
dottor Basentini: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con
150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel
reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per
riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori
regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire
l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria
ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”.
“Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini.
__________________________
QUI le puntate precedenti del Diario
di Marco Sommariva* Non è che quanto accadutomi ieri (5 febbraio) a Genova-Pegli
era successo tempo fa negli Stati Uniti dando la stura a un potere che oggi dà
sfogo …
Decreto e disegno di legge: scudo penale, fermo preventivo, zone rosse, stretta
su minori e migranti. E un Paese che si abitua all’eccezione
Il pacchetto-sicurezza che il governo ha approvato in Consiglio dei ministri non
è semplicemente un insieme di norme tecniche. È un messaggio politico compatto,
e in parte brutale, che racconta una precisa idea di società: una società in cui
l’ordine pubblico diventa la lente principale attraverso cui leggere i
conflitti, le periferie, le migrazioni, perfino l’adolescenza. Un pacchetto
diviso in due atti, un decreto legge immediatamente esecutivo e un disegno di
legge che seguirà il percorso parlamentare, ma con un obiettivo comune: spostare
ulteriormente in avanti la soglia del controllo e rendere normale ciò che fino a
ieri era considerato eccezionale.
La scelta di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a
rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che
incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine
pubblico e sulla costruzione del “nemico interno”. Il disegno di legge, invece,
ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico,
quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una
strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le
fondamenta.
Uno dei punti centrali è lo scudo penale, definito in modo tecnicamente più
prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo,
potenzialmente più pervasivo. Non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come
ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene
esteso a tutti i cittadini. Il principio è che chi commette un reato in presenza
di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto
nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con
garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe
portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa
valutazione del pubblico ministero. La decisione finale sulla giustificabilità
resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per
rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di
legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso
chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un
contesto percepito come minaccioso. In un Paese già attraversato da una retorica
di paura, e da un razzismo sociale che spesso decide chi sia credibile e chi no,
uno scudo penale esteso rischia di produrre un effetto selettivo. Non protegge
genericamente “i cittadini”: protegge soprattutto chi è già riconosciuto come
cittadino pieno, e tende a rendere ancora più vulnerabile chi viene percepito
come estraneo, giovane, marginale, migrante.
L’altro pilastro è il fermo di prevenzione, che entra nel decreto nella versione
rivista dopo i rilievi del Quirinale. Ed è importante notare questo passaggio,
perché racconta la dinamica con cui la soglia del possibile viene spinta sempre
un po’ più avanti. La bozza originaria era più aggressiva, più apertamente
orientata al sospetto. La riscrittura introduce paletti: il fermo, in occasione
di manifestazioni pubbliche, potrà durare al massimo dodici ore e potrà
riguardare solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi
o oggetti atti a offendere. Non basterà più, almeno formalmente, l’idea vaga che
qualcuno “possa” essere pericoloso, né l’abbigliamento ritenuto idoneo al
travisamento. Il trattenimento dovrà essere comunicato tempestivamente al
magistrato di turno, che potrà verificare se sussistano le condizioni di legge
e, in caso contrario, ordinare l’immediato rilascio. Questa è la versione che
prova a rispettare l’articolo 13 della Costituzione. Ma resta un fatto enorme:
si introduce un meccanismo che trasforma la piazza in un luogo dove la libertà
personale può essere compressa in via preventiva. La protesta, anziché essere
tutelata come diritto, viene trattata come un contesto eccezionale, un
territorio in cui la logica non è più “punire chi commette un reato” ma
“trattenere chi potrebbe commetterlo”. È esattamente qui che la
criminalizzazione del dissenso diventa concreta: non perché si vieti formalmente
di manifestare, ma perché si crea un regime in cui partecipare a un corteo
significa accettare un rischio ulteriore, una possibilità di essere fermati e
trattenuti, soprattutto se si appartiene a categorie già marcate come sospette.
Il decreto interviene anche sul tema dei controlli di polizia con l’introduzione
di un illecito penale specifico per chi non si ferma all’alt delle forze
dell’ordine e fugge mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Anche qui la
misura può apparire, a prima vista, ragionevole: nessuno vuole inseguimenti
pericolosi o fughe che mettono a rischio vite. Ma dentro l’architettura
complessiva, questa norma assume un’altra funzione: aumenta l’area della
punibilità legata non tanto a un danno effettivo quanto al comportamento, alla
dinamica dell’interazione con la polizia. E quando si moltiplicano le occasioni
di controllo, come accade con le zone rosse e con la gestione securitaria dello
spazio urbano, si moltiplicano anche le situazioni in cui un gesto, una
reazione, una paura possono trasformarsi in un reato.
Le zone rosse, infatti, tornano come uno strumento centrale. Si prevede la loro
istituzione nelle aree considerate più a rischio, come le stazioni, con
l’obiettivo dichiarato di prevenire degrado e criminalità. Ma la logica reale è
quella della selezione: stabilire che esistono luoghi della città dove la
presenza stessa diventa un problema, dove alcune persone sono tollerate e altre
no. Le zone rosse non risolvono il disagio, non curano le cause della
marginalità, non riducono la violenza sociale. La spostano, la nascondono, la
reprimono. E soprattutto producono un effetto culturale: rendono normale l’idea
che la città sia attraversabile in modo diverso a seconda di chi sei, di come ti
vesti, di quanti anni hai, di che faccia hai, di che accento hai.
Dentro questo impianto trova spazio anche l’ossessione contemporanea per
l’“emergenza minori”, che il governo usa come chiave narrativa per legittimare
una stretta punitiva. La norma introduce un divieto più netto di vendita ai
minori di diciotto anni di coltelli e oggetti atti a offendere, e prevede
sanzioni amministrative fino a dodicimila euro per i venditori, compresi quelli
online, con la possibilità di sospensione o revoca della licenza. Ma non si
ferma qui. Viene introdotta la possibilità di arresto in flagranza e di adozione
di misure cautelari anche per i minori trovati in possesso di coltelli. E
soprattutto vengono previste sanzioni amministrative “collaterali” molto
pesanti: un minorenne sorpreso con una lama in tasca potrà vedersi sospesi
patente o passaporto e, nel caso di stranieri, addirittura il permesso di
soggiorno. Questo è un passaggio gravissimo, perché costruisce un diritto
differenziale: lo stesso comportamento produce conseguenze diverse a seconda
dello status giuridico. E quando il permesso di soggiorno diventa un’arma
sanzionatoria, la sicurezza non è più un tema penale: diventa un meccanismo di
disciplinamento sociale e di esclusione.
È in questo punto che l’etichetta “maranza”, evocata come se fosse un fenomeno
naturale, rivela la sua funzione politica. Non descrive: designa. Non analizza:
marchia. E marchiare significa produrre una classe pericolosa. Il giovane,
soprattutto se periferico e spesso se migrante o figlio di migranti, viene
trattato come un soggetto da neutralizzare prima ancora che da comprendere. La
politica, invece di affrontare la crisi educativa, la povertà, l’abbandono
scolastico, la segregazione urbana, sceglie la scorciatoia del codice penale. È
più semplice, più comunicabile, più vendibile in televisione. Ed è anche più
devastante.
Nel disegno di legge restano inoltre misure pensate per la cosiddetta
“responsabilizzazione dei genitori” dei minori coinvolti in atti di delinquenza.
La formula sembra ragionevole, quasi morale. In realtà è una costruzione
classista e punitiva: significa trasferire la colpa, rendere la devianza un
fatto familiare, punire economicamente chi spesso è già fragile. È la stessa
logica che attraversa l’intero pacchetto: non curare le cause, ma punire i
sintomi, e farlo nel modo più visibile possibile.
Parallelamente, il pacchetto interviene sull’immigrazione con una doppia
strategia. Nel decreto trovano spazio norme per rendere più rapide ed eseguibili
le espulsioni di immigrati irregolari, in particolare di coloro che non
rispettano l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni contenuto nel foglio
di via. Alla seconda inosservanza, i questori potranno direttamente provvedere
al rimpatrio. Il tema viene presentato come efficienza amministrativa, ma in
realtà aumenta il potere discrezionale e riduce l’area delle garanzie. Quando il
rimpatrio diventa un automatismo accelerato, il rischio è che la persona
scompaia dal campo dei diritti e venga trattata come un oggetto logistico.
Nel disegno di legge restano invece le norme che stringono le maglie sui
ricongiungimenti familiari e quelle che riprendono, con una forma giuridica più
elaborata, l’ossessione del blocco navale. Si prevede infatti la possibilità di
interdire l’attraversamento delle acque territoriali per periodi compresi tra
trenta giorni e sei mesi in presenza di minacce all’ordine pubblico o alla
sicurezza nazionale. È una norma volutamente elastica, costruita su concetti
vaghi come “minaccia” e “ordine pubblico”, che possono essere allargati a
seconda del clima politico e mediatico del momento. Ed è proprio questa vaghezza
che rende la misura pericolosa: non perché sarà usata ogni giorno, ma perché può
essere usata quando conviene, e perché intanto sposta l’orizzonte. La migrazione
viene definitivamente trattata come una questione di difesa, non di diritti, e
il mare come un confine militare, non come uno spazio di soccorso.
Dovrebbero trovare spazio anche provvedimenti sui flussi migratori con
respingimenti coatti, misura su cui il Quirinale avrebbe espresso riserve. E
questo dettaglio, apparentemente tecnico, è politicamente rivelatore. Il
Quirinale interviene raramente in modo esplicito, e quando lo fa significa che
la soglia di compatibilità costituzionale è stata spinta troppo in avanti. Ma la
dinamica è ormai collaudata: si propone una versione estrema, si subiscono
rilievi, si corregge quanto basta per farla passare, e alla fine resta comunque
un impianto più duro di quello precedente. È la politica come avanzamento
graduale dell’eccezione.
In mezzo a tutte queste misure, c’è anche l’inasprimento delle pene per alcuni
reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione, con l’aumento dei minimi
e dei massimi edittali. Anche qui, il messaggio è semplice: più carcere, più
severità. Ma l’effetto reale è discutibile, perché la storia della giustizia
penale insegna che l’inasprimento delle pene non riduce automaticamente i reati.
Serve piuttosto a rafforzare un’immagine di governo “duro”, a produrre una
sensazione di controllo. E intanto si continua a caricare un sistema carcerario
già in crisi, mentre la criminalità vera, quella economica, quella organizzata,
quella che divora risorse pubbliche e diritti, resta spesso ai margini della
narrazione securitaria.
Alla fine, ciò che emerge è un disegno coerente. Il dissenso viene trattato come
un problema di ordine pubblico, la marginalità come un rischio, la giovinezza
come un allarme, la migrazione come una minaccia. E su questa base si costruisce
un sistema in cui la polizia ha più strumenti, più margini di discrezionalità,
più possibilità di intervento preventivo, mentre il cittadino – soprattutto
quello che non rientra nei canoni del cittadino “giusto” – ha meno spazi, meno
tutele, meno presunzione di innocenza sociale.
Il punto più inquietante, però, non è la singola norma. È il clima che queste
norme producono e consolidano. Perché un Paese non diventa autoritario solo
quando vieta formalmente la protesta o quando sospende apertamente la
Costituzione. Diventa autoritario quando si abitua all’idea che la libertà sia
condizionata, che l’eccezione sia normale, che alcune persone siano sospette per
natura, che la forza sia più credibile del diritto. E quando ci si abitua, il
passo successivo non fa più scandalo.
Questo pacchetto-sicurezza non promette davvero più sicurezza. Promette qualcosa
di più preciso e più inquietante: la chiusura progressiva degli spazi di
agibilità politica e sociale. Non è una semplice espansione dei poteri di
controllo, è un tentativo di ridisegnare il perimetro di ciò che è legittimo
fare, dire, attraversare, contestare. È la trasformazione della piazza, della
strada, della periferia e perfino dell’adolescenza in territori sotto sospetto,
dove la libertà non è più un diritto pieno ma una concessione revocabile.
E soprattutto, questo impianto costruisce e consolida nuove “classi pericolose”,
come si faceva nei momenti peggiori della storia europea: giovani, poveri,
migranti, figli delle periferie, figure sociali trattate non come cittadini ma
come presenze da disciplinare. Il dissenso viene riscritto come disturbo, la
marginalità come minaccia, la differenza come rischio. È un ritorno a una logica
da Ancien Régime, dove l’ordine non coincide con la giustizia ma con la
gerarchia, e dove lo Stato non garantisce diritti: seleziona corpi, controlla
territori, punisce identità.
Il punto, allora, non è solo che “il controllo raramente torna indietro”. Il
punto è che, una volta normalizzata questa cultura politica, ciò che non torna
indietro è la soglia stessa della democrazia. Perché quando lo Stato si abitua a
governare attraverso paura e repressione preventiva, non sta proteggendo la
società: sta insegnandole a respirare in meno spazio.
da osservatorio repressione
Comunicato di giornalist3 e operator3 dell’informazione contro la campagna
mediatica orchestrata da molte/i colleghe/i e testate giornalistiche contro
associazioni e gruppi palestinesi in Italia. Come giornaliste/i e operatori
dell’informazione, condanniamo …