Al mercato delle armi: Italia e Kenya rafforzano collaborazione milionaria in ambito militare
  Il cosiddetto “Piano Mattei” promosso dal governo Meloni per promuovere la cooperazione italiana in Africa? Ad oggi solo, o quasi, si è trattato di implementare attività di collaborazione militare-industriale con alcuni paesi partner del continente. L’ultimo atto del rafforzamento della presenza delle forze armate e delle industrie belliche italiane in territorio africano risale al 13 marzo scorso. A Nairobi, presso il quartier generale delle forze armate keniane, il Capo di Stato Maggiore della difesa, generale Charles Kahariri, ha ospitato una delegazione dell’Aeronautica Militare italiana guidata dal comandante in capo, il generale Luca Goretti. All’incontro erano presenti pure il direttore generale delle Industrie della difesa del Kenya, generale Bernard Waliaula, e l’ambasciatore italiano a Nairobi, Roberto Natali. “Nel corso dell’incontro, le due delegazioni hanno espresso l’intenzione di rafforzare le relazioni militari tra Kenya e Italia attraverso la cooperazione nel settore dell’addestramento, dell’acquisizione di nuovi equipaggiamenti e dello sviluppo di iniziative strategiche presso il Centro Spaziale Luigi Broglio di Malindi”, riporta il sito specializzato Military Africa. Il Capo di Stato Maggiore della difesa keniano ha inoltre invitato l’Aeronautica italiana ad accrescere la collaborazione nel campo delle tecnologie spaziali, della raccolta di immagini geo-satellitari, dell’intervento e gestione in caso di disastri, della produzione di droni e dell’Intelligenza Artificiale legata alle attività militari. “Il generale Charles Kahariri Additionally ha pure enfatizzato la necessità di finalizzare l’Accordo di Cooperazione della Difesa con il governo italiano per rafforzare la partnership tecnologica e migliorare la capacità locale nella manutenzione degli assetti militari”, conclude Military Africa. Il Centro Spaziale “Luigi Broglio” attenzionato al vertice di Nairobi è una base operativa dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) per le attività di lancio e di controllo dei satelliti da terra. Il centro dell’ASI è dotato di sofisticate apparecchiature per la ricezione dei dati satellitari e di tracciamento dei vettori o altri oggetti spaziali. Il Centro si estende su un’area di circa 3,5 ettari sulla costa dell’Oceano Indiano a circa 32 km dalla città di Malindi ed è stato inaugurato nel 1966. Inizialmente la sua gestione fu affidata all’Università di Roma “La Sapienza” attraverso il Centro Ricerche Progetto San Marco. Tra il 1967 e il 1988 lo Space Center è stato utilizzato per il lancio in orbita di nove satelliti: quattro del programma italiano “San Marco”, quattro statunitensi e uno del Regno Unito. Attualmente il Centro ASI collabora con altre agenzie spaziali internazionali: quelle di Kenya ed Egitto; la NASA (USA); l’ESA (Unione europea); il CNES (Francia); CONAE (Argentina). Tra gli accordi di collaborazione sottoscritti ne esiste pure uno con l’operatore commerciale-militare SpaceX del plurimiliardario Elon Musk (oggi alla guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa degli Stati Uniti d’America con l’amministrazione Trump). In passato il Centro di Malindi ha fornito un supporto chiave ai lanci delle navicelle spaziali “Shenzhou”, nell’ambito del programma di realizzazione della stazione spaziale cinese. Nel Centro sono presenti tre Stazioni di Terra con relativi sistemi d’antenna. La prima, in Banda S, è adibita ai programmi dell’ASI. Quella in Banda S/X/L è adibita al controllo dei veicoli di lancio Arianespace e Titan e al supporto alle prime fasi di volo di satelliti commerciali LEOP. La terza stazione in Banda X è adibita alla ricezione di dati di telerilevamento dei satelliti ERS2 (European Remote-Sensing Satellite), SPOT (Satellite Pour l’Observation de la Terre) e Landsat. Il Centro di Malindi è collegato con l’Italia mediante satelliti Intelsat nell’ambito della rete ASI-net. Le funzioni duali, civili-militari, del Centro Spaziale italiano in Kenya sono ampiamente documentate: l’Aeronautica Militare ha collaborato alle sue attività fin dalla sua realizzazione. Il 16 dicembre 2008 ASI ed Aeronautica hanno pure firmato un accordo esecutivo di cooperazione nell’ambito delle attività di conduzione e gestione del progetto satellitare “San Marco”. Sotto il punto di vista operativo, a partire del 2009, il Comando delle forze aeree nazionali ha inviato a Malindi personale qualificato (ingegneri ed esperti informatici) per fornire all’ASI supporto e assistenza al funzionamento delle stazioni e al controllo delle attività di tracciamento satellitare. Interesse in ambito militare per il Centro ASI è stato espresso dalle stesse forze armate del Kenya. In occasione della sua visita ufficiale nello stato africano (13-16 marzo 2023), il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in compagnia del Presidente ASI Giorgio Saccoccia ha incontrato allo Space Center “Luigi Broglio” il ministro della Difesa keniano Aden Bare Duale e il direttore dell’Agenzia Spaziale nazionale James Aruasa. Sei mesi più tardi il ministro Duasa è stato ospite a Roma del ministro della Difesa Luigi Crosetto, di quello delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e dei vertici dell’Agenzia Spaziale italiana. “Il già solido legame tra le agenzie spaziali dei nostri due Paesi verrà ulteriormente rafforzato dopo l’accordo intergovernativo entrato in vigore il 16 dicembre 2020 e che ha una durata di 15 anni con possibilità di rinnovo”, ha dichiarato Urso. “La sicurezza del Sahel e del Corno d’Africa è strategica e le dinamiche regionali si riflettono sul Mediterraneo e sull’Europa: Italia e Kenya devono crescere insieme e cooperare nel settore della Difesa a beneficio della stabilità”, ha invece dichiarato Crosetto a conclusione del vertice con il ministro Aden Bare Duale. Con il fine di rafforzare la cooperazione militare tra Unione europea e Kenya, nel maggio 2024 la Marina Militare di Nairobi ha organizzato una grande esercitazione navale nelle acque di Mombasa (Usalama Baharini 24) a cui ha partecipato la fregata missilistica “Federico Martinengo” della Marina italiana. “Le attività e le esercitazioni svolte hanno contribuito nell’azione di supporto a favore delle autorità del Kenya per un efficace contrasto alla pirateria e a tutte le attività illecite che vengono perpetrate in mare, come ad esempio il traffico di armi e di sostanze stupefacenti”, riporta la nota dello Stato Maggiore della Marina. L’esercitazione ha previsto anche una dimostrazione pratica tra il team specialistico della Brigata Marina “San Marco”, la Marina Militare e la Guardia Costiera keniana. “L’evento ha mostrato la simulazione di un boarding su una imbarcazione con a bordo dei sospetti pirati, che una volta arrestati, sono stati consegnati prima alla Guardia Costiera e successivamente alle forze di polizia locali”. Articolo pubblicato in Africa ExPress il 31 marzo 2025, https://www.africa-express.info/2025/03/31/al-mercato-delle-armi-italia-e-kenya-rafforzano-collaborazione-milionaria-in-ambito-militare/
Processo Sovrano: dopo l’assoluzione la vendetta a orologeria
Una riflessione rispetto alla gravità dell’operazione poliziesca messa in campo dalla procura e digos torinese di Mamme in piazza per la libertà di dissenso Eravamo ancora in cerca delle parole con cui esprimere la felicità per la sentenza del processo Sovrano, e non sarebbe stato facile. La sbornia di emozioni che si è scatenata da quando abbiamo udito le parole in aula: “Visto l’articolo 530 del codice penale assolve (tutti gli imputati) perché il fatto non sussiste del reato a loro ascritto al capo 1“ che in termini giuridici significa: “nessuna associazione a delinquere” è stata inimmaginabile. Per 2 lunghissimi anni, per oltre 50 udienze, il cappio dell’associazione a delinquere e la prospettiva di lunghi anni di pene detentive si era stretto attorno al collo dei 28 imputati, soffocandone la vita e le scelte. L’assoluzione finalmente libera tutti e tutte! E non solo, libera di fatto tutte le lotte sociali che con quella sentenza avrebbero dovuto fare i conti. Le lotte sociali sono dunque ancora lecite in questo paese. Possono essere conflittuali e antagoniste ma non criminali, non è cosa da poco quando un Parlamento sta decidendo di approvare il DDL Sicurezza. La giudice prosegue la lettura del dispositivo per gli altri capi d’accusa: i reati riconosciuti sono pochi e le condanne molto ridimensionate. E’ difficile stare in silenzio per i 20 minuti di lettura dell’intero dispositivo, l’enorme ansia che stava macerando tutti i presenti, gli imputati e un foltissimo pubblico, è finalmente esplosa con altissime grida di giubilo, applausi, cori e qualche sfottò alla PM che aveva imbastito l’intero teorema. E mentre PM e Digos scivolano via in silenzio noi tutti ci riversiamo in strada e ci uniamo al resto di una folla giubilante e festante, che subito diventa corteo. Finalmente risentiamo la voce di Dana che riprende parola e vigore, liberata dallo spettro di finire in carcere per ogni parola detta in un megafono. C’è uno splendido sole che ci accompagna attraverso la città fino all’Aska dove continua la festa. C’è il sole, i ragazzi e le ragazze sono liber3, le lotte sono libere, oggi è bello come un 25 aprile!!! Pensavamo che mentre noi si festeggiava qualcuno nelle stanze istituzionali avrebbe dovuto farsi un esame di coscienza: quanto tempo/lavoro di poliziotti, digossini, magistrati, cancellieri del tribunale sono stati utilizzati per questa inchiesta e questo processo? Quanti soldi pubblici sono stati buttati? Forse non sarebbe il caso di fermarsi a riflettere su come orientare il lavoro della Procura? Lo pensavamo noi, che siamo gente che pensa al bene comune e della collettività. Loro hanno solo pensato alla vendetta. Manco un giorno ci hanno messo, il tempo di tirare fuori le carte dai cassetti e farle firmare. La giustizia ad “orologeria” è un altro classico della nostra questura: quante volte in occasione di avvenimenti come manifestazioni importanti o Festival organizzati dai militanti, o quando è stato annunciato il percorso “Aska Bene Comune”, sono arrivate con inquietante puntualità denunce e misure cautelari volte a creare scandalo. Ieri era il giorno due e alle 6 della mattina la digos si è presentata a casa di 8 militant3 di Askatasuna con 8 denunce e applicazione di misure cautelari: 4 ai domiciliari e 4 agli obblighi di firma, per la loro presenza ad un corteo del 9 gennaio in occasione delle proteste per l’uccisione di Ramy. Gli scontri davanti ad un commissariato erano stati violenti, i/le ragazz3 avevano sfogato una profonda rabbia sociale. Ma i/le ragazz3 presenti erano davvero tanti, una moltitudine appartenente a diversi collettivi e organizzazioni, come ormai da molti mesi in questa città e come viene prontamente ribadito da un comunicato collettivo pubblicato in giornata: https://www.instagram.com/p/DH8F8zfCmCu/?igsh=MWh1bmlvOTJmMDRqZw Com’è possibile allora che gli unici identificati a cui sono state notificate le misure siano i “soliti noti”: militanti molto attivi di Askatasuna? Che forse erano semplicemente presenti? Ad oggi non possiamo saperlo, le carte non sono pubbliche e si attende l’interrogatorio di garanzia. A noi resta il dubbio di una vendetta orchestrata e di un centro sociale che si vuole eliminare, in un modo o in un altro.   Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000  News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
lotte sociali
Sicurezza, il governo forza la mano: un decreto al posto del disegno di legge
Il ddl sicurezza (ex 1660 ora 1236) verrà sostituito da una decretazione di urgenza, senza le necessarie richieste garantite dalla Costituzione. Il provvedimento dovrebbe approdare già venerdì 4 aprile sul tavolo del Consiglio dei ministri Il governo prova a forzare la mano sul ddl Sicurezza e bypassare (per ora) le Camere. Il tanto contestato disegno di legge , approvato lo scorso settembre alla Camera e ora in discussione al Senato, dovrebbe tornare di nuovo a Montecitorio perché negli scorsi giorni la commissione Bilancio di Palazzo Madama ha rilevato problemi sulle coperture finanziarie di sei articoli. Il condizionale è d’obbligo perché, da quanto si apprende, la maggioranza di centrodestra starebbe pensando di trasformare il disegno di legge in un decreto ad hoc, che dovrebbe approdare già domani – 4 aprile – sul tavolo del Consiglio dei ministri. Che, tradotto, significa che il nuovo provvedimento potrebbe entrare immediatamente in vigore, riuscendo così a schivare le lungaggini dell’iter parlamentare. E il ddl, così, potrebbe finire su un binario morto. Un decreto legge che limiterà ulteriormente l’organizzazione delle lotte, il dissenso e attaccherà la democrazia nelle sue fondamenta. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
misure repressive
Femminicidi in Italia: due studentesse universitarie uccise in meno di 24 ore dagli ex partner. Manifestazioni di Non Una di Meno
Due femminicidi nel giro di 24 ore in Italia. Due studentesse universitarie, entrambe di 22 anni, uccise per mano dell’ex partner. A Roma è stata uccisa Ilaria Sula: l’ex fidanzato Mark Antony Samso l’ha accoltellata in casa sua, ha messo il corpo in una valigia e l’ha scaricato in un dirupo a est della Capitale. L’uomo è stato fermato e ha confessato. Ha confessato anche il 27enne Stefano Argentino, che in strada a Messina ha ucciso la 22enne compagna d’università Sara Campanella. Sono 11 i femminicidi in Italia nei primi 3 mesi del 2025 ma per il ministro Nordio è un problema di etnia: “giovani e adulti di certe etnie non hanno la nostra sensibilità verso le donne”, ha commentato giovedì mattina. A seguito degli ennesimi femminicidi ci sono già state manifestazioni in diverse città italiane, organizzate dal nodo femminista Non Una di Meno congiuntamente a collettivi e realtà universiarie. Proprio Non Una di Meno nella giornata di ieri ha diffuso un comunicato che ricorda come a novembre del 2023 “una grande piazza reagiva al femminicido di Giulia Cecchetin. “Abbiamo detto numerose volte che il fatto che la giovane età di Giulia e del femminicida era un indicatore della gravità e profondità del problema”, fa sapere il nodo femminista che ricorda come -amaramente – nulla sia cambiato. “Oggi, ad aprile 2025, ci troviamo nel giro di pochi giorni, con la notizia di due ragazze che sarebbero state coetanee di Giulia, ammazzate per la stessa mano patriarcale“. Numerose, dunque, le manifestazioni che si sono tenute nella giornata di ieri o che sono state programmate nelle prossime ore e giorni. Mercoledì le piazze di Ferrara, Bologna e Roma. Quest’ultime partecipate da migliaia di persone. Questo giovedì è il turno di Milano, Palermo, Firenze e Terni. Domani, venerdì, manifestazioni a Torino e Pisa. Assemblee organizzative a Pistoia, Asti, Massa-Carrara. Piazza Maggiore gremita mercoledì sera a Bologna per denunciare gli ennesimi femminicidi. Da qui l’intervento che ha aperto la manifestazione. A Roma una giornata di protesta quella di mercoledì, iniziata fin dalla mattina all’interno dell’Università e conclusasi poi con la “passeggiata rumorosa” tra le strade del quartiere San Lorenzo. Il bilancio con Maria di Non Una di Meno Roma. da Radio Onda d’Urto
Impunità per i criminali di guerra e la strategia migratoria europea in Libia
Nuovi documenti dimostrano che la “missione di assistenza alle frontiere” dell’UE in Libia si sta lentamente espandendo e sta entrando in una “fase di consolidamento”. Gli sforzi per “stabilizzare” il paese nordafricano includono una maggiore cooperazione con Frontex. Nel frattempo, a gennaio, un criminale di guerra ricercato è stato arrestato in Italia, per poi essere rilasciato e riportato in Libia su un jet governativo. Questo atto ha reso l’Italia e la dipendenza dell’UE dagli attori del terzo stato per mantenere chiara la loro politica migratoria. I politici in Europa considerano le loro politiche migratorie così essenziali da essere disposte a minare il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole per mantenerle. di Statewatch Riepilogo * La missione dell’UE di assistenza alle frontiere in Libia (EUBAM Libia) è in vigore dal maggio 2013 * Lavora per aumentare la capacità delle “autorità libiche competenti” di affrontare “la criminalità transfrontaliera, tra cui la tratta di esseri umani e il contrabbando di migranti” e il terrorismo. * Documenti trapelati mostrano che l’UE percepisce un rinnovato “appetito” dalla parte libica per la cooperazione * Mentre il nuovo piano operativo della missione era stato rinnovato, il governo italiano stava aiutando un criminale ricercato, Al Masri, a sfuggire alla giustizia. * Lo hanno riportato in Libia, dove ha presumibilmente commesso omicidi, torture e stupri mentre aiutava a “contenere” la migrazione attraverso il Mediterraneo – un chiaro segno dell’Italia e della dipendenza dell’UE dai “forti” locali per far rispettare la loro politica migratoria. * L’impunità di individui come Al Masri è una testimonianza del fallimento legale e morale dell’approccio dell’UE alla migrazione. Valutazione strategica per levata Dal maggio 2013, la missione di assistenza alle frontiere dell’UE in Libia (EUBAM Libia) ha lavorato per migliorare la capacità delle autorità e delle agenzie libiche competenti di gestire i confini della Libia, combattere la criminalità transfrontaliera, tra cui il traffico di esseri umani e il traffico di migranti, e contrastare il terrorismo. Il suo mandato specifico è cambiato nel tempo. L’ultimo aggiornamento, approvato nel giugno 2023, ha introdotto riferimenti specifici alla criminalità transfrontaliera, al traffico di migranti e al traffico di esseri umani e al terrorismo. La missione svolge un ruolo importante nell’estensione dell’approccio dell’UE all’esternalizzazione e al contenimento della migrazione sui contenuti africani. L’anno scorso, EUBAM Libia ha prodotto una valutazione strategica intermedia del suo lavoro (pdf). La relazione è stata diffusa a luglio e funzionari nazionali dell’UE. Evidenzia il presunto successo delle collaborazioni di sicurezza e degli scambi di informazioni della missione con le autorità libiche. Secondo il rapporto, il Ministero dell’Interno libico del governo dell’unità nazionale (GNU) ha un rinnovato “appetito” per la cooperazione con l’UE e le sue missioni in materia di sicurezza. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda le indagini penali e il terrorismo. La relazione allude all’instabile situazione politica nel Sahel come motivazione per questa cooperazione. L’UE deve continuare a promuovere il “senso di proprietà” dei libici in queste materie. Il rapporto trapelato indica generalmente che, al momento della stesura, la missione stava entrando in una fase di “consolidamento”. Esprime che il sostegno dell’UE alle autorità libiche sulla gestione delle frontiere sta avanzando in modi “positivi”. Piano operativo pervaso Tuttavia, un documento più recente visto da Statewatch evidenzia l’impegnativo contesto di sicurezza in cui opera la missione. Ciò include la mancanza di autorità statale nel sud della Libia. Il documento, un piano operativo riveduto per EUBAM Libia, è stato inviato dal Servizio europeo per l’azione esterna al comitato politico e di sicurezza del Consiglio per la discussione a metà gennaio. Entrambi i documenti alludono ai problemi del personale dell’UE a causa delle difficoltà di consegna dei visti. Ciò rende difficile per il personale dell’UE con sede in Libia assumere personale di sicurezza europeo, ad esempio. Gli sforzi di EUBAM per aumentare il controllo delle autorità libiche sui confini del paese dando potere alle sue istituzioni di sicurezza avranno evidenti effetti negativi. Sarà chiaramente a scapito delle migliaia di persone che sperano di fare il pericoloso traversato del Mediterraneo. Il piano operativo fa inoltre riferimento agli sforzi in corso per rafforzare la cooperazione con le agenzie dell’UE per la giustizia e gli affari interni, in particolare Frontex. Il ruolo di Frontex nel facilitare i pullback in Libia attraverso la sorveglianza aerea è stato documentato da Human Rights Watch e da altri. L’UE è molto consapevole delle critiche sul loro approccio alla migrazione nel Mediterraneo centrale, affermando nel piano operativo che: “Il sostegno fornito alle autorità di frontiera libiche dall’Unione europea e dai suoi Stati membri continua ad essere sottoposto a un pesante esame e le accuse di complicità dell’UE nella pratica del respingimento sono state ripetutamente fatte da numerosi gruppi internazionali per i diritti umani, attivisti e politici”. Gestione integrata delle frontiere in Libia L’UE ha istituito EUBAM Libia nel 2013 nel quadro della politica di sicurezza e di difesa comune dell’UE (PSDC). È stato un veicolo centrale per cercare di esportare il modello di “gestione integrata delle frontiere” dell’UE nel paese nordafricano. Nel giugno 2023, il mandato di EUBAM è stato rinnovato fino alla fine di giugno di quest’anno. Come parte della missione, nell’ottobre 2023, è stato firmato un memorandum d’intesa tra EUBAM Libia e funzionari libici. Questo aveva l’obiettivo dichiarato di: “… rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra la missione EUBAM e le istituzioni libiche nella gestione e nella sicurezza delle frontiere libiche e nella lotta contro i crimini di frontiera e il terrorismo”. Nello stesso periodo, la missione è stata discussa nel gruppo di lavoro dell’UE sugli aspetti esterni della migrazione. Una nota della presidenza ungherese del Consiglio dell’UE ha suggerito che in futuro ci sarebbero “invoci di esperti dell’EUBAM su base regolare nelle agenzie libiche, come la Guardia costiera libica”. L’attuale capo missione di EUBAM Libia, Jan Vyàtal, è stato in occasione dell’incontro per fare una presentazione (pdf). Ciò ha affermato che per adempiere al suo mandato di sostenere la gestione delle frontiere e contrastare la criminalità e il terrorismo, la missione ha un “approccio a tre pilastri”. Secondo la presentazione, la missione fa questo attraverso: * Infrastrutture e attrezzature * Modernizzare i punti di controllo * Fornire attrezzature essenziali * Sostenere lo sviluppo delle infrastrutture * Costruzione di capacità * Programmi di formazione * Scambio di conoscenza * Sfrutta le competenze UE/Stati membri, incluso l’impiego di team specializzati e di esperti in visita * Migliorare la capacità * Migliorare le capacità investigative * Migliorare le tecniche di rilevamento * Facilitare la condivisione delle informazioni * Sostegno alle iniziative regionali Gestione integrata delle frontiere La gestione integrata delle frontiere (IBM) è un concetto introdotto per la prima volta dalla Commissione europea nel 2002. È l’assi principale del sistema di controllo delle frontiere e della gestione della migrazione dell’UE e si basa sul “modello di controllo degli accessi a quattro livelli”. Questo è composto da: “… misura nei paesi terzi, come nell’ambito della politica comune dei visti, le misure con i paesi terzi limitrofi, le misure di controllo delle frontiere esterne, l’analisi dei rischi e le misure all’interno dello spazio Schengen e il rimpatrio.” Tra le “misure nei paesi terzi” c’è l’esportazione del modello IBM stesso. È un aspetto integrante della strategia dell’UE di esternalizzazione del controllo delle frontiere e può includere: * il distacco dei funzionari di collegamento europei a Stati non UE per consentire la raccolta e lo scambio di informazioni; * la firma di accordi di riammissione, per facilitare le deportazioni; e * il trasferimento di conoscenze e tecniche di gestione delle frontiere attraverso la formazione di funzionari provenienti da Stati terzi. Diverse politiche e strumenti dell’UE hanno contribuito a formare e rafforzare l’apparato di sicurezza della Libia. Questi sono spesso sottoposti a un’assistenza tecnica per la gestione integrata delle frontiere (IBM). Le fonti di finanziamento hanno incluso il Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa, un fondo multimiliardario istituito nel 2015 per affrontare le “cause profonde” della migrazione nel continente africano. La “finestra di finanziamento” del Nord Africa ha sostenuto molteplici progetti che coinvolgono le autorità di sicurezza di paesi come la Tunisia, il Marocco e, soprattutto, la Libia. Il sostegno dell’UE a progetti integrati di gestione delle frontiere è stato anche parte integrante del cosiddetto guardia costiera libici. Due fasi di finanziamento hanno fornito assistenza tecnica e formazione che hanno fatto sì che l’entità potesse operare nella regione di ricerca e salvataggio marittima libica, che è stata ufficialmente dichiarata nel 2018.[1] L’Italia è stata responsabile del trasferimento di tali fondi e ha svolto un ruolo centrale nel sostenere la guardia costiera libica. L’approccio del paese alla migrazione in tutto il Mediterraneo centrale è stato coerente dal 2017, quando è stato concordato il memorandum d’intesa Italia-Libia sulla migrazione. Il memorandum è stato rinnovato nel 2020. Appello all’UE di sostenere la giustizia internazionale Alcune settimane dopo che il nuovo piano operativo di EUBAM è stato discusso dai funzionari del Comitato politico e di sicurezza dell’UE, il governo di Giorgia Meloni era impegnato ad aiutare il capo della polizia giudiziaria libica, Osama Almasri Najim, viaggiare dall’Italia alla Libia. Al Masri è ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) per crimini di guerra e crimini contro l’umanità tra cui omicidio, tortura e stupro, risalenti al 2015. È stato arrestato a Torino il 19 gennaio mentre partecipava a una partita di calcio, ma è stato poi riportato a Tripoli su un aereo del governo italiano. All’arrivo, fu accolto da un esuberante gruppo di uomini, cantando e visibilmente felicissimo del suo ritorno. Tre settimane dopo, l’11 febbraio 2025, David Yambio era al Parlamento europeo per parlare in una conferenza stampa. Yambio è il fondatore di Refugees in Libia, un’organizzazione che sostiene rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia “che sono sottoposti a violenza e resi vulnerabili attraverso innumerevoli mezzi”. Yambio ha espresso la sua schiacciante delusione per la decisione del governo italiano di ignorare il mandato di arresto internazionale per l’uomo che presumibilmente lo ha torturato in una prigione libica. Ha invitato l’UE a sostenere le attività e il mandato della CPI. Al Masri, un criminale di guerra ricercato Yambio non è l’unico critico del sostegno dato ad Al Masri dal governo di Giorgia Meloni. L’avvocato internazionale Omer Shatz ha condannato le azioni dell’Italia e ha sottolineato che potrebbero essere lette come una silenziosa confessione di collusione con Al Masri. Shatz sostiene che la decisione dell’Italia di ignorare il mandato della CPI dimostra, ancora una volta, la complicità del paese nei crimini contro i migranti commessi dalle autorità e dalle milizie libici. Tali crimini sono stati facilitati dall’approccio dell’UE alla migrazione nel Mediterraneo centrale. Ci sono anche ramificazioni più ampie della decisione del governo italiano. È arrivato in un momento in cui la CPI deve già affrontare sfide senza precedenti alla sua legittimità. Un certo numero di stati europei sono rimasti non impegnativi o hanno attivamente criticato i mandati di arresto della CPI per i politici israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, per crimini di guerra commessi a Gaza. Un recente ordine esecutivo firmato da Donald Trump impone sanzioni ai dipendenti e agli agenti della corte. Escludere i migranti ad ogni costo L’apparente decisione personale di Meloni di ignorare il mandato di arresto della CPI e aiutare Al Masri a fuggire in Libia è un segno della dipendenza dell’Italia (e per estensione dell’UE) sugli uomini forti della sicurezza locale per influenzare il controllo della migrazione per conto dell’UE. L’UE sembra non aver condannato direttamente il mancato rispetto da parte del governo italiano del mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Un portavoce “riaffermato da tutti gli Stati membri dell’UE si era impegnato a cooperare con la corte”, secondo euronews, nonostante la ricerca che suggerisce il contrario, almeno per quanto riguarda i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant. L’impunità di individui come Al Masri è una testimonianza del fallimento legale e morale dell’approccio dell’UE alla migrazione. L’obiettivo di lunga data dell’UE è quello di impedire ai migranti di raggiungere il territorio europeo, ad ogni costo. Questo obiettivo sembra non avere limiti, anche se ciò comporta l’erosione dell’autorità già fragile della CPI, come l’ordine liberale basato sulle regole (così-desse) sconcertato in un crescente autoritarismo di destra. Dello stesso autore: Kiri Santer La documentazione * Valutazione strategica interinale (ISA) EUBAM Libia 2024 (Consiglio). 12008/24, LIMITE, 5 luglio 2024, pdf) * Presentazione su EUBAM Libia (Consiglio doc. WK 13216/2024 INIT, LIMITE, 21 ottobre 2024, pdf) Nota [1] Il SRR libico è stato comunicato all’Organizzazione marittima internazionale nel 2018.     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
migranti
Il neofascismo indisturbato visto da Varese
A inizio marzo nella città lombarda sono comparsi dei volantini che promettono improbabili ricompense in cambio di informazioni su un “ragazzo nordafricano” accusato di un’aggressione. E vengono indette manifestazioni per “strappare” la città “al degrado e all’invasione”. Una retorica non isolata che tiene insieme realtà come CasaPound e Do.Ra.. C’è chi prova a resistere, scendendo in piazza di Chiara Pedrocchi  da Altreconomia “Duecento euro di ricompensa. Stiamo cercando il ventenne nordafricano che ha aggredito l’ottantenne uomo del trenino – il nonno dei Giardini Estensi”: sembra il Far West e invece è Varese, e questa frase è stata scritta su alcuni volantini affissi nella stazione di Casbeno e in giro per la città a inizio marzo. Fanno riferimento all’aggressione ai danni dell’uomo che gestisce il trenino nel parco pubblico fuori dal palazzo del Comune, avvenuta a fine febbraio. L’anziano ha deciso di sporgere denuncia, delegando la ricerca dell’uomo che l’ha picchiato alle forze dell’ordine. Ma i volantini stanno circolando lo stesso e sono sintomo dell’aria che tira nella provincia lombarda.  Un primo punto di vista dal quale guardare al volantino è legato a un razzismo sistemico che autorizza lo scatenarsi di una caccia all’uomo. Lo fa senza che venga fornito nessun dettaglio aggiuntivo sulla persona in questione: in questo modo ogni ragazzo nero può essere additato come colpevole, e diventare vittima di una cieca violenza razziale. Il secondo piano riguarda una forma di sfiducia nelle istituzioni: se la vittima dell’aggressione già ha denunciato, non è corretto che altri si arroghino il diritto di prendere l’iniziativa e decidere, di fatto, del destino del giovane.  E poi c’è il terzo piano di analisi. Riguarda il fatto che l’episodio non è un caso isolato, ma assume un significato preoccupante quando contestualizzato in un clima di odio e di violenza che con questo volantino è arrivato, di fatto, a mettere a rischio l’incolumità di un’intera categoria di persone. Basta cercare su Instagram “Notizie locali”, la pagina a cui il volantino dice di rivolgersi, per capire lo sguardo politico di chi c’è dietro l’iniziativa. La stessa pagina, infatti, ha ricondiviso nelle proprie storie la locandina della manifestazione organizzata in Piazza della Repubblica a Varese sabato 29 marzo alle 18. La piazza, messa su dal Comitato Difendiamo le nostre città, con sottotitolo “la città soffoca: strappala al degrado e all’invasione”, ricalca la manifestazione avvenuta a Busto Arsizio (VA) il 26 gennaio. Tra i gruppi che hanno aderito alla manifestazione del 29 marzo ci sono anche CasaPound e Do.Ra, ovvero gruppi di matrice neofascista e neonazista.   Sempre sulla pagina Notizie locali vengono inoltre costantemente promosse delle vere e proprie ronde anticrimine. Altre pagine collegate, come onlylocalnews e I 100 uomini della legalità, hanno condiviso un video in cui si invitano tutti a unirsi e organizzare “sistemi di difesa o camminate contro il degrado”. Le ronde in questione hanno tutta l’aria di aspirare a una forma di giustizia privata, che in Italia è illegale. Nonostante questo, gli uomini che chiamano all’azione su Varese si dichiarano “a fianco delle forze dell’ordine nella consapevolezza che non ci è stato chiesto, ma che comunque qualcosa di buono si può fare”.  È il risultato di una narrazione che da anni individua nelle persone immigrate i soggetti responsabili di tutti i problemi. È quello che sostiene anche Giorgio Maran, sindacalista e attivista nel gruppo Collettiva: “I problemi ci sono ma derivano dalla crisi sociale in corso: ad esempio, solo questa settimana, ci sono stati 50 nuovi accessi alla Casa della carità della parrocchia Brunella, dove le persone vanno a ritirare un pasto caldo. Ma gli immigrati non sono che il capro espiatorio di questa situazione: quando mancano i presidi minimi di cittadinanza, come casa, reddito minimo, supporto psicologico, servizi educativi e politiche all’altezza delle necessità, si creano situazioni che vengono chiamate di degrado, ma che sono sintomo di problemi più profondi”.  È stato proprio il gruppo Collettiva a lanciare, per primo, la proposta di una manifestazione in opposizione a quella di Piazza della Repubblica, e avente slogan “Varese è antifascista. E scende in piazza, unita”. L’appuntamento è stato dato in Piazza Monte Grappa, sempre il 29 marzo, alle 16.30. Alla manifestazione antifascista hanno aderito diverse realtà attive sul territorio, come Fridays For Future, Anpi, Cgil, VAcheLotta e partiti come il Movimento 5 stelle, Sinistra italiana e il Partito democratico, compreso il sindaco Davide Galimberti. “Antifascisti, dicono loro, antitaliani diciamo noi”, ha detto la portavoce del Comitato difendiamo le nostre città.  Ma nella piazza antifascista non c’è nessuna forma di antitalianità. C’è, se mai, un diverso concetto di sicurezza e di cura della propria città. Varese non è che un esempio di un conflitto che si sta allargando a macchia d’olio in tutta Italia. “Negli ultimi mesi sta accadendo che diverse sigle dell’estrema destra stiano trovando una propria ragione d’essere, un proprio mercato della politica nel rafforzare alcune parole d’ordine agitate anche dalla destra di governo”, dice Valerio Renzi, giornalista che da anni si occupa di destre radicali e culture di destra.  Aggiunge Renzi che “questa propaganda dei fatti e questo rilancio di forme di vigilantismo è un fenomeno abbastanza preoccupante. Lo vediamo con Cicalone che organizza a Roma ronde in metropolitana contro i borseggiatori, nelle aggressioni che ci sono state a Milano, lo vediamo anche a Varese. Non mi sembra un meccanismo di competizione tra la destra radicale e la destra di governo, ma mi sembra piuttosto sia un gioco di sponda tra chi dalla propria postazione al governo si incarica di agitare queste parole d’ordine e chi le sostiene dal basso”.  > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
antifascismo
Jihadisti “di ritorno” anche in Bashur?
A Dohouk (in Bashur – Kurdistan del Sud – nel nord dell’Iraq) le celebrazioni tradizionali dell’Akitu sono state funestate da un attacco di probabile natura jihadista. Mentre in Siria gli ascari di Ankara devastavano le tombe dei caduti di FDS, YPJ e YPG. di Gianni Sartori Il 1 aprile due persone sono state ferite alla testa da alcuni colpi d’ascia durante le celebrazioni per il nuovo anno (Akitu) della comunità assiro-cristiana nel Kurdistan autonomo nel nord dell’Iraq. Al momento le due vittime (un giovane e una donna anziana che versa in gravi condizioni) sono ancora ricoverate all’ospedale in osservazione. L’Akitu, festa di primavera le cui origini risalgono all’antica Mesopotamia, viene da sempre celebrato dalla comunità assiro-cristiana come inizio del nuovo anno (equivalente del Newroz curdo, in marzo). Mentre la polizia locale (Assayech) sta indagando per stabilire se l’episodio (inusuale per il Kurdistan autonomo) rientri effettivamente nelle azioni terroristiche di natura islamista, per Ali Tatar, governatore di Dohouk, il grave episodio “non dovrà comunque intaccare la coesistenza pacifica nel Kurdistan”. Attualmente la comunità cristiana dell’Iraq non supera i 400mila individui (all’epoca di Saddam si aggirava intorno al milione e mezzo). In passato molti sono espatriati per paura delle violenze settarie. Soprattutto nel 2014 con la conquista di Mosul da parte delle milizie dello Stato islamico. Stando alle agenzie, alcune cellule jihadiste sarebbero ancora operative (più o meno in clandestinità) in diverse aree isolate dell’Iraq. Intanto in Siria – per non essere da meno – le bande turco-jihadiste si dedicano al vandalismo, distruggendo le tombe dei combattenti delle forze arabo-curde (FDS, YPJ, YPG). Già in altre occasioni il cimitero dei martiri della città di Manbij veniva sistematicamente devastato dalle truppe di occupazione turco-jihadiste. E ora la cosa si è ripetuta. Come hanno dovuto amaramente constatare i parenti dei caduti al momento dell’ultima visita di Aïd el-Fitr (30 marzo, fine del Ramadan). Il Consiglio delle famiglie dei martiri di Manbij ha denunciato che “mentre in città fervevano le celebrazioni, le tombe dei nostri cari venivano dissacrate”. Causando una profonda sofferenza tra i familiari di quanti si erano sacrificati combattendo contro gli invasori.     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
Dal mondo
Adolescence
Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza, soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata di Marco Sommariva* In un articolo di Stefania Garassini pubblicato qualche giorno fa su Avvenire, leggo che Adolescence – la miniserie tv britannica che affronta il tema della violenza tra i teenager, appena uscita e già la più vista sulla piattaforma Netflix – conta “quattro episodi girati tutti in tempo reale (un’ora circa di durata corrisponde esattamente a un’ora di vicenda narrata) e con inquadrature continue che seguono i personaggi in ogni loro movimento con l’effetto di immergere completamente lo spettatore nella storia, evitando di dare alcun giudizio su quanto accade”. Adolescence è la storia dello sconvolgimento di una famiglia quando il figlio tredicenne, Jamie, viene arrestato per l’omicidio di una sua coetanea, compagna di scuola. Stefania Garassini prosegue spiegandoci che “sono diversi e tutti cruciali i temi che la serie affronta, dal bullismo, alle dinamiche tossiche all’interno dei social media, all’incomunicabilità tra genitori e figli. Un oceano di dolore che lambisce le vite di tutti i personaggi, senza che sia possibile identificare con certezza un colpevole per il disastro cui si assiste. […] Adolescence invita ad allargare lo sguardo su un mondo adulto che non sembra avere più gli strumenti per capire quanto sta accadendo nelle menti e nei cuori dei propri figli, troppo spesso soli, totalmente immersi nel mondo dei social, dove la derisione e la vergogna possono nascondersi anche dietro le parole e le emoji apparentemente più innocue”. Su un altro articolo pubblicato da Avvenire, questa volta a firma di Marco Pappalardo, vengono riportate le parole di una studentessa alla quale il giornalista ha chiesto un parere su Adolescence: “Non ero pronta a vedere una storia così violenta eppure così normale oggi. La necessità di sentirsi accettati non si nega e non è solo della mia generazione. Avere le proprie idee, diverse dagli altri, è difficile. Devi essere brava a scuola, educata, obbediente a casa, tra i compagni furba e vestita in un certo modo; devi piacere e condividere storie nel posto giusto. Senza uno di questi requisiti, la vita potrebbe diventare un inferno e per colpa dei social non c’è un posto dove nascondersi. Mi ha sconvolta l’incapacità del protagonista di capire che aveva un’altra scelta. Mi ha spaventato che nessuno abbia chiesto aiuto agli adulti e che essi siano così ciechi e sordi. Questa serie non dà speranze!” Nell’articolo di Pappalardo, quello sopra non è l’unico commento per bocca dei giovani; altri dicono la loro, come per esempio un certo Marco: “Il contrasto a casa riesce ad isolarci, facendoci sentire soli, impotenti uditori di liti tra adulti. Così giungono delle “consolazioni” che ci distruggono: droga, bullismo, alcool, azzardo, atti criminali. Mi fa riflettere la fragilità umana e la delicatezza dei rapporti”. Da giorni, sono tantissimi a occuparsi di questa miniserie tv di Netflix: il Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, Il Messaggero, Il Mattino, Il Fatto Quotidiano, Il Foglio, Libero, Internazionale, L’Espresso, eccetera. Oltre ai due articoli già citati, Avvenire ne ha pubblicati altri su Adolescence, tra cui quello di Massimo Calvi, il quale ci fa notare che “Il vero motivo per cui tutti in questi giorni stanno parlando di Adolescence […] non risiede probabilmente nella sua elevata qualità di regia e recitazione, e nemmeno nella complessità del tema affrontato, aspetti che in ogni caso ne stanno decretando uno straordinario successo. La ragione più profonda che tiene sulla bocca di tanti la storia del giovane Jamie è legata al fatto che dopo aver visto la serie per intero si manifesta pressante il bisogno di parlarne. Perché è necessario liberarsi di qualcosa, trovare il modo di espellere il disagio condividendolo, superare il trauma attraverso le parole e lo scambio. Adolescence è sì un pugno nello stomaco, come in tanti hanno rilevato – o meglio, sono quattro cazzotti, quante le puntate della serie – ma è soprattutto una forma di abuso, un racconto talmente disturbante per un genitore da richiedere di essere elaborato il prima possibile”. Ora, anche giustamente, qualcuno di voi s’aspetterà una mia disamina su Adolescence così che anch’io possa liberarmi di qualcosa, trovare il modo di espellere un disagio, superare un trauma attraverso la scrittura di un articolo. No. La mia disamina sarà leggermente diversa, verterà sull’adolescenza di altre epoche cui fanno cenno alcuni scrittori e scrittrici a me cari, anche per capire se, in passato, tutto filava liscio o meno; quindi, tranquilli, non si parlerà della mia adolescenza o di quella “dei miei tempi”. Intanto, inizierei col dire che sono d’accordo con Laura Pariani quando nella sua raccolta di racconti Il pettine, scrive che “L’adolescenza è una brutta età. […] come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di coloro che sono destinati a riceverti…” In Autunno tedesco, Stig Dagerman scrive della Germania dell’immediato dopoguerra, quella del 1946, e dei giovani ci racconta questo: “I ventenni gironzolano per le stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcosa d’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino […]. Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto”. Mi verrebbe da dire che gli adolescenti d’oggi hanno perso tutto senza, prima, aver mai conquistato nulla, ma forse la faccio troppo semplice, e allora mi limito a scrivere che questi disperati tentativi di furto da parte di adolescenti e queste ragazzine brille che si attaccano al collo di qualcuno, mi ricordano un po’ troppo da vicino i nostri figli; fosse così, significherebbe che siamo riusciti a devastarli come fossero usciti da una guerra mondiale. Nel libro Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, si racconta la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”, a iniziare dall’abbandono delle case di ‘Ain Hod nel 1948, per il campo profughi di Jenin: “[…] il corpo di Jolanta era stato devastato dai nazisti, che l’avevano costretta a dare gli ultimi anni della sua adolescenza in pasto agli appetiti sessuali delle SS. Quell’incubo le aveva salvato la vita ma l’aveva resa sterile. Avendo perso ogni membro della sua famiglia nei campi di sterminio, Jolanta si era imbarcata da sola per la Palestina alla fine della Seconda guerra mondiale. Non sapeva nulla della Palestina né dei palestinesi, seguiva solo il richiamo del sionismo e le lussureggianti promesse di una terra di latte e miele. Voleva un rifugio. Voleva fuggire dai ricordi di tedeschi sudati che contaminavano il suo corpo, dai ricordi di fame, dai ricordi di depravazione. Voleva fuggire dalle urla di morte che popolavano i suoi sogni, dalle canzoni ormai spente di sua madre e suo padre, di suo fratello e delle sorelle, dalle grida senza fine degli ebrei agonizzanti”. Non sarà che i nostri figli vorrebbero “semplicemente” scappare dalle urla di morte che popolano i loro sogni, dalle grida di chi agonizza in questi nostri tempi in cui la ricchezza dei miliardari è cresciuta nel 2024 di duemila miliardi di dollari, tre volte più velocemente del 2023, mentre tre miliardi e mezzo di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno?  Non solo, non è che i nostri figli vengono devastati sempre più spesso dagli appetiti sessuali degli adulti o si devastano vicendevolmente pensandosi protagonisti di quei video pornografici da cui si fatica a star distanti e che nessuno ha insegnato loro a studiare, analizzare, verificare, decifrare? Tra il 1963 e il 1966, Jim Carroll – poeta e musicista – racconta in un diario gli anni della sua adolescenza, scritti che poi diventeranno il libro culto Jim entra nel campo di basket. Quando uscì negli Stati Uniti, rappresentò un caso letterario, suscitando l’entusiasmo di Jack Kerouac; racconta la vita on the road di un ragazzino straordinariamente intelligente, un libro autobiografico, un racconto fedele della sua adolescenza segnata da una precoce dipendenza dall’eroina e dall’esperienza della prostituzione: “Poi ci siamo noialtri ragazzi di strada che cominciamo a cazzeggiare da molto giovani, sui tredici, e crediamo di poter tenere la testa sopra l’acqua e di non prendere l’abitudine. Funziona raramente. Ne sono la riprova io. Così dopo due o tre anni di controllo, finisco nell’ultimo atto: con la scimmia e niente altro da fare che passare tutta la giornata a caccia di droga. In qualunque maniera, va bene tutto, ragazzi. Non ci sono Coste Azzurre e non ci sono mamme ricche da cui correre. Sai quando ci sei dentro definitivamente perché è la volta che svegliandoti la mattina te lo dici chiaro e tondo, senza mezzi termini: Oggi o mi trovo la mia dose o finisco a farmi spaccare il culo ai Tombs, non ci sono cazzi”. Non so dalle vostre parti cosa stia succedendo, ma qui, dalle mie – a Genova – lo spaccio di stupefacenti è così diffuso che il più conosciuto quotidiano locale, ha dedicato ultimamente numerosi articoli “all’inferno del crack nel Centro città” e, credetemi, sono tantissimi i ragazzi che si alzano da letto decisi a qualsiasi cosa, anche a farsi “spaccare” pur di avere la propria dose giornaliera; fosse così, significherebbe che siamo riusciti a bucarli, intossicarli, stordirli e mortificarli come certi ragazzi eroinomani newyorkesi dei primi anni Sessanta, e senza neppure aver la consolazione di ritrovarli ostili alle mode e alle comparsate televisive come lo era Jim Carroll, appunto. Nel 1967 viene pubblicato Ora d’aria, la storia di un gruppo di detenuti in un carcere statunitense dove la vita scorre senza tempo: qualcuno è arrivato da poco, qualcuno è dietro le sbarre da anni, qualcuno ci resterà per sempre. Il carcere descritto da Malcolm Braly, l’autore, è un mondo straordinariamente simile a ciò che sta fuori, capace di farci comprendere che tutti, sotto certi aspetti, siamo prigionieri delle nostre esistenze. Braly, abbandonato dai genitori ancora bambino, si dedicherà fin dall’adolescenza a piccole attività criminali, perlopiù rapine, che lo porteranno presto in riformatorio; dei suoi primi quarant’anni, diciassette li trascorrerà nelle più dure prigioni americane: “Si svegliò. Mentre la sensazione del sogno scivolava via, lui ne riconobbe i contorni adolescenziali e gli venne un desiderio nostalgico per quel mondo perduto, le cui aspettative troppo alte avevano avvelenato la sua vita di adulto quando ne aveva scoperto il grigiore”. E forse qui troviamo un altro aspetto su cui bisognerebbe fermarsi a ragionare un bel po’: le aspettative troppo alte di quel mondo adolescenziale che avvelenano la vita adulta quando se ne scopre il grigiore. Chi genera queste aspettative troppo alte? I genitori? Magari per provare a rifarsi dei propri fallimenti? Magari nel tentativo di “perfezionare” i figli senza rendersi conto che, invece, questa loro deleteria ricerca di perfezione distruggerà i ragazzi? O certe ideologie? Magari quelle che ti promettono ricchezza e benessere se competi contro tutto e tutti e in continuazione? O forse è lo stato? Magari con le sue promesse di sconfiggere nemici, conquistare terre, anche fosse “solo” occupandole culturalmente? Riprendo la frase di Laura Pariani – “L’adolescenza è una brutta età. […] come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di coloro che sono destinati a riceverti…” – e mi domando se, noi che di questi adolescenti siamo genitori zii nonni e insegnanti, siamo attendibili o se siamo soltanto corpi che attraversano i giorni con modalità talmente anonima e passiva da garantire agli altri un minimo di credibilità unicamente quando viene pubblicato il nostro necrologio, o se magari la nostra affidabilità l’abbiamo esaurita perché interamente impegnata nel soddisfare il nostro bisogno di far sapere al mondo intero ogni cosa noi si pensi e si faccia postando tutti i nostri palpiti, o se siamo così presi a dispiacerci per i figli adolescenti e per chiunque altro esclusivamente per ignorare noi stessi, la nostra inattendibilità. L’adolescenza è l’unico periodo della vita in cui non si è sopraffatti dalla nostra adolescenza, è un santuario dove alcuni trascorrono tutto il loro tempo anche mentre i capelli s’ingrigiscono. Forse perché è quel periodo della vita tanto bello quanto tormentato, in cui l’innocenza dell’infanzia non è ancora stata contaminata dall’età adulta e si riesce ancora a immaginare un futuro a colori. Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza, soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
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