Fotogalleria di Giuseppe Carrella e Gaia Del Piano
Un gruppo di abitanti e attivisti della Rete No America’s Cup è entrato ieri
mattina nei cantieri sulla colmata di Bagnoli, denunciando l’opacità e la
pericolosità degli interventi in atto, un disastro ambientale pianificato e
attuato attraverso lo scorticamento senza precauzioni della colmata e il
prossimo pericolosissimo dragaggio: la sollevazione di sabbia iper-inquinata che
verrà depositata in vasche giganti esposta agli agenti atmosferici.
Lavoratori senza mascherine e altre misure di sicurezza, trasporto di materiale
senza copertura dei camion, una serie di altri inquietanti elementi sono stati
riscontrati dagli abitanti che si sono soffermati con la stampa sul pontile nord
a mostrare il materiale foto e video raccolto: «Fino a questo momento – hanno
spiegato – i presunti sopralluoghi sono stati effettuati soltanto da esponenti
istituzionali, traducendosi in passerelle e patetiche marchette politiche. Da
oggi incominciano i sopralluoghi popolari al cantiere, a cui tutta la
popolazione è invitata a partecipare, in vista del prossimo consiglio popolare
che si terrà a breve nel quartiere».
La pacifica invasione è stata anche l’occasione per richiamare l’attenzione
sulle complicità che il principale sponsor della manifestazione, la MSC, ha con
lo stato genocida di Israele (proprio in queste ore attivisti in tutta Europa
stanno denunciando la compagnia di cargo per il trasporto di materiale bellico
proveniente dall’India e che ha come destinazione il porto di Haifa, dove c’è
una delle più grandi fabbriche di produzione di armi di Israele. La nave cargo
MSC SIENA transiterà nei prossimi giorni nel porto di Gioia Tauro).
Per circa un’ora i manifestanti sono rinasti nel cantiere spingendosi fino
all’ingresso principale per i camion, mentre le forze dell’ordine impedivano
l’accesso a chi provava a raggiungerli. Intorno alle 11 il gruppo si è
ricompattato ed è totnato prima sul pontile e poi nel quartiere per comunicare
al resto degli abitanti ció che era emerso durante la giornata. (rete no
america’s cup)
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026
Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.
È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore
sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con
decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto
possiamo solo immaginarlo.
Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli
altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno
disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando
il traffico di armi.
Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che
possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro
desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno
fermato la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della
storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo,
l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del
nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.
Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare
l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati,
movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa,
da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi
per bloccare questo treno.
Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi
e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi
blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San
Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia
nell’ingranaggio della guerra.
A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il
treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne
siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi
alla guerra e non ai bisogni della società.
Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa
essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in
gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che
il popolo non vuole farne parte.
Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia
a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che
abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà
importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17,
organizziamo insieme nuove iniziative di diserzione, di disarmo, di blocco.
Costruiamo la pace con la lotta.
di Gioacchino Toni da Carmillaonline
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill
Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere
cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto
a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now
(1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai
indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si
proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022)
di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo
stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle
immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video
postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale
del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della
razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica,
permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da
sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre
tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e
il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei
piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo,
cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali
connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che
alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di
battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in
forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp.
X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una
pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro
effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di
confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una
guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della
guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra
ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo
di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente
di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione
per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli
attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la
rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone
a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp.
XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione
ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti
del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di
funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per
contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta
all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per
scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce
al di fuori del suo controllo politico.
> Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere
> sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i
> tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore
> ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato
> in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico,
> anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli
> attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a
> sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive
> più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il
terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti –
umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale
emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il
nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
> In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra
> pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine
> su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno
> guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace
> di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione
> sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi
> tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla
> complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non
> decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli
> spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più
> un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente
> mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza
> corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al
“software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo
il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e
dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e
la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida.
«Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia
tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e
nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e
mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso
per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la
società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a
crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano
l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa
della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata
sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà
condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società
esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di
weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla
politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p.
36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e
tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano
l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione
razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso
collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in
grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
> Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro,
> la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della
> guerra permanente.
> La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi,
> opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la
> polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri
> obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una
> società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente
> specializzata, caotica ed entropica.
> La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne
> diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima
> analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste
tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende
piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva
da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice
tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è
relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a
piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come
normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in
passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che
legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono
spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma,
il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico
strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa
di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come
un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere
alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti
contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita
che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i
sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
> In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla
> guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico
> significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire,
> subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i
> propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della
> violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra
> ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida
con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è
trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui
l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul
controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di
potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a
creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete
performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di
competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della
politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in
definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione
universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della
società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze
scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
> Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda,
> travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che
> alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la
> politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi,
> di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe
> disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario
> contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in
> definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la
> trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con
> altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata
di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova
antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica”
per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e
comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per
pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della
guerra» (p. 129).
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https://www.lindipendente.online/2026/03/13/non-siamo-zona-di-guerra-a-pisa-i-manifestanti-bloccano-un-treno-carico-di-armi/
La musica degli Assalti Frontali ci ha accompagnato in mille cortei e in mille
lotte durante questi anni.
Grazie alla chiacchierata telefonica con Militant A ne abbiamo ripercorse
alcune, ma abbiamo anche parlato di quelle di oggi con tutte le differenze del
caso.
Molto contenti di averlo ospitato ai nostri microfoni in attesa di ascoltarlo
cantare sabato 14 marzo al CSOA Gabrio.
Qui trovate tutta la puntata di Metix Flow e nella traccia successiva solo
l’intervista.
Buon ascolto!!
Tentare di decrittare la guerra israelo americana contro l’Iran senza ricorerre
a categorie psicoanalitiche è impresa ardua. La dicotomia semplicistica dei
buoni contro i cattivi, che discende dalle rappresentazioni hollywoodiane dei
nemici come sempiterni cattivi senza sfumature, è stata utilizzata fin dai tempi
di Reagan che parlava dell’Unione sovietica come l’impero del male pensando di
essere sul cast di “Guerre stellari”. Nell’ora più buia che stiamo vivendo si
aggiunge un’ aggravante ulteriore costituita dalla overdose di fondamentalismo
che permea le menti dei protagonisti di questa guerra. La deriva messianica
sionista è stata ampiamente constatata durante il massacro di Gaza non fosse per
i deliri di Netanyahu che paragonava i gazawi agli amaleciti ,un antico popolo
che fu sterminato dagli Israeliti per ordine biblico divino (bambini, neonati,
animali e donne incluse), che abitava il Negev .L’ossessione fondamentalista
evangelica che impera nell’amministrazione americana ha oltre che in Trump
sostenuto apertamente dai pastori evangelici, validi interpreti in Hegseth a
capo del ministero della Difesa ,pardon della guerra ,uno psicopatico
suprematista che invoca una nuova crociata e in Rubio il neocon che si presenta
in televisione con una croce sulla fronte il mercoledì’ delle ceneri. Anche JD
Vance non è esente da una visione suprematista ultracattolica che auspica
un’America cristiana, bianca, tradizionalista, chiusa al mondo e guidata da una
presunta missione divina. A queste considerazioni si sommano le perplessità
sullo scopo della guerra contro l’Iran, le difficoltà dell’ammnistrazione Trump
a gestire le conseguenze globali di un’aggressione che si pensava portasse ad un
rapido cambio di regime. Questa sottovalutazione probabilmente deriva dal fatto
che i decisori all’interno delle strutture militari americani si sono formati
in un epoca post guerra fredda in cui gli Stati Uniti sembravano gli unici
regolatori globali in grado di esercitare una potenza militare senza avversari.
Finita questa fase e di fronte ad una guerra non più asimmetrica con uno stato
come l’Iran strutturato e con un esercito organizzato ,con uno scenario globale
che vede l’emergere della potenza cinese e alla fine del ciclo imperiale
americano le mutate condizioni stanno mettendo in crisi le capacità
dell’apparato militare americano .
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio studioso dei paesi dell’Europa orientale ed
analista di questioni strategico militari.
Ambiguità ed equilibrismi per gli stati a maggioranza musulmana sono passaggi
inevitabili dopo l’aggressione degli yankee-sionisti. Da un lato vengono
scombinate alleanze che si erano andate a costituire, o almeno molte
cancellerie a Oriente di Tehran vengono poste in imbarazzo sia per le
conseguenze del più probematico approvvigionamento di idrocarburi, sia per
obblighi, o attese derivanti da accordi di reciproco aiuto o di schieramento.
Con Emanuele Giordana, aprodato a Bangkok nel suo pellegrinaggio attraverso i
territori del Sudest asiatico, abbiamo considerato innanzitutto la situazione
della guerra inopinatamente esplosa nelal sua recrudescenza lungo la Durand Line
tra il Pakistan, stufo dell’ausilio dato ai talebani del TTP dai “cugini” afgani
ormai al potere da 5 anni, proprio grazie all’appoggio di Islamabad. Una
situazione resa complessa dall’appoggio indiano ai talebani di Kabul, ma anche
dal patto di mutuo soccorso siglato dal Pakistan con l’Arabia Saudita, all’epoca
considerato nel suo valore di ombrello nucleare ottenuto dai sauditi e ora
invece si ribalta in un inestricabile rebus per una nazione musulmana e vicina a
Tehran, il cui debito è detenuto dal recente alleato, grande nemico del regime
iraniano.
Una situazione analoga si sta vivendo in Indonesia che ha anche ritardato a
esprimere il cordoglio per la morte di Khamenei – sollevando contro Prabowo il
disappunto di molti indonesiani – e si trova tra l’incudine della fedeltà agli
Usa (e al timore dei dazi di Trump) vs la solidarietà dovuta a un paese
musulmano sotto attacco imperialista giudaico-cristiano. Le prime consegenze
dell’avventata mossa di Trump-Netanyahu è che salterano gli AbrahamsAccord,
l’adesinoe dell’Indonesia al Board of Peace e l’invio di 8000 militari
d’interposizione a Gaza. Non male come primo effetto delal guerra lampo contro
gli ayatollah.
Nel resto del Sudest asiatico la preoccupazione è molta per la carenza di
energia dei paesi minori, mentre la Cina, che poteva venire considerata
l’obiettivo di una guerra mediorientale, si trova nella condizione di poter
reggere più di 6 mesi grazie alal pianificazione e allo stoccaggio di ingenti
quantità di petrolio. Un problema non di poco conto saranno le migliaia di
sfollati e migranti che si riverseranno fuori dagli scenari di guerra e dei
bombardamenti, senza considerare il tracollo dele borse, in particolare in India
Corea, e soprattutto Giappone. Un punto di vista ancora più da incubo per
un’area ancora più vasta di quella in cui le basi americane nel Golfo vengono
prese di mira nei paesi limitrofi all’Iran, allargando verso Est l’estensione
del conflitto, sempre menno circoscritto.
Si sta definendo un complesso militare, tecnologico e finanziario con al centro
l’intelligenza artificiale che incontra le esigenze di aziende e start up
affamate di utili che ancora non arrivano e inquiete per una prossima bolla
speculativa. Assistiamo ad una ipercapitalizzazione (solo Nvidia capitalizza
4600 miliardi di dollari) a fronte di un alto tasso d’indebitamento e profitti
ancora non all’altezza degli investimenti.
Il ruolo da monopolista della maggior produttrice di microprocessori di Nvidia
rischia di essere intaccato da altri produttori di chip specifici per compiti
differenziati come i TPU di Google in uno scontro d’interessi nel quale
s’inserisce il caso Anthropic .Il Pentagono ha definito la società di Amodei
“un rischio per la catena di approvvigionamento” nonostante il contratto da 200
milioni di dollari già stipulato. Il rifiuto di Anthropic di consentire l’uso
del suo sistema definito “Claude” d’intelligenza artificale generativa per la
sorveglianza di massa e per le armi autonome senza supervisione umana ha portato
ad una rottura con il Pentagono ,ma non fa certamente Anthropic un modello di
etica considerando i contratti di collaborazione già in essere anche con
Palantir.
E’ sempre più difficile districare l’utilizzo dual use dell’intelligenza
artificiale ,gli usi civili da quelli militari. Molte applicazioni che
utilizziamo frequentemente derivano da progetti che rispondevano ad esigenze
miitari ,lo scontro con la Cina si gioca anche sulle capacità di produrre
microprocessori avanzati nonostante le limitazioni imposte a Pechino dalle
restrizioni commerciali americane. Gli investimenti massicci del progetto “Star
link” evidenziano un gigantismo nordamericano che comporta la costruzione di
enormi data center estremamente energivori che rischiano anche di diventare in
un contesto bellico obiettivi militari.
Di questo e altro ne parliamo con Daniele Signorelli giornalista freelance di
“Guerre di rete” progetto di informazione su cybersicurezza, sorveglianza,
privacy, censura online, intelligenza intelligenza artificiale.
Questo venerdì sono state pubblicate le Osservazioni del Comune di Avigliana
riguardanti la nuova tratta nazionale Avigliana – Orbassano della “futura” linea
Torino Lione. I documenti sono consultabili liberamente sull’albo […]
The post Cronache dalle “Terre di Mezzo”: Dossier sugli aggiornamenti della
tratta Avigliana-Orbassano first appeared on notav.info.
PROIEZIONE E APERITIVO: PINOCCHIO DI DEL TORO
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(giovedì, 19 marzo 18:00)
❤️🔥Un passo alla volta, aggiustiamo il csoa, col vostro supporto❤️🔥
Ci vediamo giovedì 19 marzo in quel del CSOA Gabrio.
h 18:00 ricco aperitivo con tè caldo a 5 euro e bar aperto!
h 19:30 proiezione
Prenotatevi per l'aperitivo al numero +393467466802
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero
offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al
Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di
colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui
viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran.
L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e
a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga
missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C
“Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione
aeronavale di Sigonella.
Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza
pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per
sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture
della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio.
Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del
drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e
raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di
Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar.
L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite
la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo
monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe
stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati
sull’Isola da Centcom.
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una
quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una
postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo
dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe
pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola.
“Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha
dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio
libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte
nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa
guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe
vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed
impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la
missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del
governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da
Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità
dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso
delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche.
MOTEUR RAOUL, MOTEUR!
L’entusiasmo di tutti i giovani dalla fine degli anni Cinquanta a oggi – e in
particolare i cinefili sempreverdi e anarcoidi – sta tutto in quella carica
compresa nell’invito all’operatore di riprendere la realtà filmica in quanto
pregna di realtà, che il genio Godard pone nel desiderio di esprimere finalmente
pure lui sullo schermo quella contravvenzione alle regole che da sempre prorompe
dietro l’etichetta “Nouvelle Vague”.
Linklater è senz’altro parte di questa schiera di appassionati di quel cinema,
né di papà, come dicevano i redattori dei “Cahiers du Cinéma”, né del cinema
delle major hollywoodiane, a cui come prestatore d’opera conferisce il proprio
mestiere, per poi realizzare i film che gli stanno a cuore; e lo fa con la
passione che tutti i boomer come lui provano verso pellicole come À bout de
souffle. Il suo film intitolato come il movimento cinematografico nato in quella
Parigi che preparava il ribaltamento delle convezioni è pensato come una sorta
di making of del primo capolavoro di Jean Luc Godard, ricalcando le scene con
tenerezza e nostalgia, attribuendo un omaggio acritico a quel mondo che si
affanna a ricostruire con precisione, offrendolo a tutti gli amanti di quel
cinema francese come se si venisse catapultati nella “realtà filmica” di quelle
tre settimane dell’estate 1959; immersi nei giochi relazionali della scanzonata
crew del film che avrebbe rivoluzionato il modo di fare cinema e di percepire la
realtà negli anni a venire.
Erano giovani che avevano vissuto la Seconda guerra mondiale, inviati poi come
colonizzatori in Algeria; intellettuali amanti dell’altro cinema americano
(Nicholas Ray, Bogey, Hitch…), o dei noir à la Melville e delle pellicole del
maestro Bresson, per la redazione dei “Cahiers” Rossellini era un idolo, per il
neorealismo che li ispirava. Il fumo delle sigarette che avvolgeva il set erano
anche metafora della Exception culturelle: pur amando certo cinema americano, la
rilevanza della cultura europea– e francese in particolare – era sottolineata
con prepotenza e si poteva cogliere anche nella predilezione delle marche di
sigarette, o nella protagonista Jean Seberg, americana e diversamente libera
rispetto al principale attore parigino Jean-Paul Belmondo.
L’operazione ricostruzione un po’ nostalgica è riuscita perfettamente. Ma
aderendo alle motivazioni messe in scena – ed è abbastanza evidente che il
regista texano ha introiettato la teoria dei “Cahiers” – probabilmente JLG si
sarebbe aspettato che non si procedesse a un racconto lineare e a una
ricostruzione pedissequa dello spirito della Nouvelle Vague attraverso la
ricostruzione del set di Fino all’ultimo respiro, ma che Linklater ricreasse una
situazione di reale spaesamento rispetto alle forme narrative ormai in uso da
più di sessant’anni, cogliendo l’occasione per proporre nuove interpretazioni
attuali di un racconto Nouvelle Vague. Ma forse da un lato le rivoluzioni
culturali sono appannaggio di chi ha meno di 30 anni e… l’eccezione culturale è
ancora un ostacolo invalicabile.
RIMANDATO BENEFIT PRIGIONIERI PALESTINESI
Balòn - Piazzetta Borgo Dora
(sabato, 14 marzo 11:00)
Causa pioggia rimandato a sabato 21 marzo
La brutta notizia della tua scomparsa è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
Questa mattina leggevamo su molte testate giornalistiche di un terribile
incidente d’auto a Villardora e mai […]
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