Il divieto di social media ai minori di 16 anni in Australia e le tecniche informatiche dell’ICE negli Stati Uniti
Puntata https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/01/HOD20gennaio26.ogg Scarica: HOD20gennaio26 * sigla (30”) * intro (1/2′) * stacchetto bipbip * social vietati – Australia (kz – 9’40”) * musica 1 * ICE o AI e servizi “relazionali” (esckey – 5/7′) * stacchetto bipbip * outro (1′) * stacchetto chiusura biplungo link articolo valigia blu citato: https://www.valigiablu.it/australia-divieto-social-16-anni-risultati/ LInk non citati ma di argomento sulle tecniche informatiche dell’ICE: https://www.eff.org/deeplinks/2026/01/how-hackers-are-fighting-back-against-ice Crediti dell’immagine di cover dell’articolo Photo by NASA on Unsplash
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La sollevazione nazionale in Iran e le ondate dell’estrema destra
Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il sistematico impoverimento della popolazione. da Machina L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future. Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni politiche di estrema destra. L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie. In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato. Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale radicato nelle condizioni materiali di esistenza.   *** Introduzione Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione dell’opposizione e il contesto geopolitico.   Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione. Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno coperti dalla legislazione sul lavoro. Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore; governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita. Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi; l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento eccessivo delle falde acquifere. Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali, hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di austerità. Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro; la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria. Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della finanziarizzazione. In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale. La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese. L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento «Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti, migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali. La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori, donne e popolazioni marginalizzate.   La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il cuore stesso del potere. Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam. Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati. In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale. Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile. Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione. Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive di protesta. L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime – incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.   L’opposizione di estrema destra ’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra. I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche. Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso, interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso verso la libertà e il benessere sociale. Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran. Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana, inclusi settori delle classi subalterne. Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita, Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento «Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana. La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato. Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica Islamica. In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti, agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di orientarle in una direzione emancipatrice.   Trump e le pedine geopolitiche Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance in Iran. La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle vite in Iran. L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso, l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che considerare simultaneamente limiti e possibilità. Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.                                                            ***   Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua persiana e italiana.
Piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali”  Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del 17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per l’adesione sono in aggiornamento. In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano ragionamenti significativi per un rilancio collettivo. A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla mobilitazione.   Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi calcoli, il popolo resiste.  Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.  Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.  Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo, militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi ministri. Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi, costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero che ci saranno.  La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.  Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova attualità.  Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini.  È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere. Firme in aggiornamento:  Network Antagonista Torinese  Movimento No Tav Torino per Gaza Centri Sociali del Nord Est Giovani Palestinesi d’Italia Non Una di Meno Torino  Spazio Popolare Neruda  Giorgio Cremaschi Potere al Popolo Assemblea Studentesca Torino  Ex Opg  Officina 99 Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari  Ecologia Politica Napoli Cantiere Milano  Quarticciolo Ribelle Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre   Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche Colpo Centro Sociale Talpa e l’Orologio Collettivo Spiraglio Collettivo ohm Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS Cobas Scuola Torino Csoa Ex Snia Viscosa  Coordinamento Antifascista Universitario – Torino  Rifondazione Provinciale Torino  Fronte Popolare Torino Cub  Sinistra Anticapitalista  Radici del Sindacato alternativa in Cgil Vogliamo Tutto  Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia  Partito Comunista dei Lavoratori – Torino Gabrio  Associazione a Resistere Pisa  Cobas   Collettivo Statale 590 Carc  video Intervento di Non Una di Meno Torino Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per costruire un futuro differente. Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura diventa pratica collettiva e non dovere imposto. Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti, ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità, ne pagano il prezzo più alto. La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso: su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma attraverso le categorie che organizzano il pensabile. In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici simboliche e i dispositivi narrativi. Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, strategia colonialista di mutilazione venga anch’esso ucciso. La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo, che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi, restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone, attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza. Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe un pericolo da neutralizzare. Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze plurali e solidali. Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista. Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici, senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità. In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana.  Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima repressivo e contro il governo Meloni. Intervento di Torino per Gaza Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria! Un contributo di Torino per Gaza In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche guerrafondaie del governo. Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47. Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole, intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente. Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in mondovisione. Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato, praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace. Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore. A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono allontanare. Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la Palestina a liberare noi. Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche solo ad immaginare. Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo. Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte. Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto. Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono in questo paese sono nostre compagne di lotta. Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita, mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa. In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento. Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica, quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica, per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del male per tutti i popoli. Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta. Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda, vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza, capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si presentano e di crearne quando è necessario. In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle offrendo una pratica di attivazione concreta. Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato, che si fa più complesso. I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori. Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime. Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta possono davvero riscrivere la storia. Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da costruire per la libertà collettiva. C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è un’opzione. Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi! Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie dell’ askatasuna. L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto grandi mobilitazioni. Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo. Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso. Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa significa? Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica, organizzata, politica e morale è nostra. In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà. Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico. Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo. Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica. Abbiamo le scuole che ci crollano in testa. Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo. E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza. Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.
Ahmad Salem, dalla richiesta d’asilo all’Alta sicurezza. Oggi nuova udienza del processo
(disegno di sam3) È in calendario oggi, 20 gennaio, al tribunale di Campobasso, la quarta udienza del processo contro Ahmad Salem, ventiquattro anni, palestinese cresciuto nel campo profughi di Al-Baddawi, in Libano. Da oltre sei mesi Salem è detenuto in regime di Alta sicurezza a Rossano Calabro, uno degli istituti storicamente riservati alle persone accusate di terrorismo. L’inchiesta nasce nel maggio 2025, quando Salem si presenta in questura a Campobasso per chiedere asilo politico. Al momento dell’identificazione il giovane dichiara di aver smarrito i documenti, ma sostiene di avere delle fotografie salvate sul suo cellulare. La polizia visiona anche altri contenuti: immagini e video legati alla guerra in Palestina, filmati della resistenza armata e materiali sul genocidio in corso a Gaza. È da lì che prende forma l’impianto accusatorio. In queste brevi clip si vedono giovani, spesso in ciabatte, correre verso un carro armato, collocare un ordigno sotto il mezzo e fuggire tra le macerie. Al termine dell’azione il carro armato esplode. Altri video mostrano miliziani di Hamas all’interno di edifici mentre maneggiano ordigni, oppure combattenti che sparano verso soldati israeliani in mezzo alle rovine. Secondo gli inquirenti, la presenza di quei contenuti costituirebbe un segnale di radicalizzazione e dimostrerebbe una potenziale disponibilità a compiere azioni terroristiche sul territorio nazionale. Su queste basi Salem viene arrestato e accusato di due reati. Il primo è previsto dall’articolo 270-quinquies 3 del codice penale, introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza (Ddl 1660): il solo possesso di materiale ritenuto idoneo alla commissione di atti con finalità di terrorismo viene qualificato come “attività di autoaddestramento”. Una fattispecie nuova, che non punisce né l’uso, né la diffusione di questo materiale, ma solo la detenzione, e che solleva evidenti problemi di compatibilità costituzionale. Il secondo capo d’imputazione riguarda l’articolo 414 del codice penale, istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La pena, in questo caso, può arrivare fino a sette anni e mezzo di reclusione. I video indicati dalla procura come prova dell’autoaddestramento sono in realtà clip propagandistiche delle Brigate Qassam, diffuse online da anni, che mostrano azioni armate contro l’esercito israeliano: combattenti che colpiscono carri armati, maneggiano ordigni o sparano tra le macerie di Gaza. Secondo l’accusa, questi materiali avrebbero un contenuto istruttivo sulle tecniche militari e sull’uso di esplosivi. Per la difesa, invece, si tratta di documentazione informativa e propagandistica della resistenza palestinese, priva di qualsiasi funzione addestrativa. «Anche i video in cui Salem prende posizione, e chiede una mobilitazione contro il genocidio – spiega il suo avvocato Flavio Rossi Albertini – sono assolutamente innocui. Sul piano giuridico poi sono evidenti gli errori interpretativi: anche qualora Salem avesse commesso delle azioni, per il diritto internazionale in queste azioni non si configura alcun reato. Non si tratterebbe di terrorismo ma di diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese in territori occupati. La prefettura e la Digos di Campobasso avevano indicazioni precise su come intervenire, in una dinamica simile a quella del caso Anan Yaesh: prima Israele chiede l’estradizione, poi l’Italia la nega, ma successivamente procede comunque all’arresto. Segno che l’obiettivo reale non fosse consegnarlo, ma neutralizzarlo». In effetti, anche il procedimento contro Salem sembra inserirsi in una cornice più ampia. In Italia, come in altri paesi alleati di Israele, si assiste a un rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione nei confronti degli attivisti che sostengono la causa palestinese. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ha svolto un ruolo diretto nell’inchiesta, occupandosi anche dell’individuazione e duplicazione dei contenuti del telefono di Salem. La stessa struttura è stata protagonista, il 27 dicembre, degli arresti a Genova, Firenze e Milano contro alcuni membri dell’associazione dei palestinesi in Italia, accusati di finanziare Hamas. Questa tendenza segnala il crescente protagonismo degli apparati di sicurezza e una progressiva estensione del perimetro penale: non più soltanto le condotte, ma le opinioni, i materiali informativi, le forme di solidarietà politica. Colpisce in modo selettivo giovani musulmani, migranti e rifugiati, assumendo tratti chiaramente razzializzati e islamofobici. Il carcere di Rossano Calabro, noto per la sua impostazione punitiva e per essere stato a lungo definito la “Guantanamo italiana”, ospita oggi detenuti condannati per terrorismo, ex appartenenti alle Brigate Rosse e persone arrestate nelle più recenti operazioni antiterrorismo. Salem affronta la detenzione facendo leva su una resilienza costruita nei campi profughi palestinesi, e con una consapevolezza politica e storica che il suo legale descrive come profonda. Intorno al suo caso si è sviluppata una mobilitazione: il 9 dicembre 2025 si è tenuto un presidio davanti al carcere, mentre l’eurodeputato Mimmo Lucano ha effettuato un’ispezione parlamentare. Il 16 dicembre alla Camera dei deputati si è organizzata una conferenza stampa che ha portato la vicenda all’attenzione pubblica. Intanto, è bene ricordare che il processo ad Ahmad Salem non rappresenta un’eccezione. Negli ultimi mesi aumentano i procedimenti fondati sui nuovi reati introdotti dal Ddl 1660. Secondo il Ministero dell’interno, solo l’anno scorso oltre duecento persone sono state espulse dall’Italia per presunte condotte legate al terrorismo. (giuseppe mammana)
detenzioni
Siria, le forze governative s’impadroniscono del nord-est curdo
L’esercito siriano avanza nel territorio controllato dai curdi . Le Forze Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di ritiro, attacando città chiave e giacimenti petroliferi. Gli Stati Uniti hanno esortato le truppe siriane a interrompere l’avanzata attraverso il territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, mentre continuano degli scontri con le forze a guida curda per il controllo di postazioni strategiche e giacimenti petroliferi lungo il fiume Eufrate. Durante il fine settimana, le forze governative siriane si sono impossessate del giacimento petrolifero di al-Omar, il complesso del gas Conoco nel governatorato di Deir Az Zor e della diga di Tabqa, nel governatorato di Raqqa. L’operazione è stata annunciata come un risultato militare, ma il suo significato arriva ben oltre le mappe e le linee militari. Tocca la struttura stessa dell’economia politica della Siria e la fragile architettura degli accordi mentre le Forze Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di ritiro, attaccando città chiave e giacimenti petroliferi. Nel frattempo, la perdita di controllo delle SDF sulle aree ricche di risorse riduce la loro indipendenza finanziaria e vincola la governance nelle zone precedentemente autonome. Ne parliamo con Murat Cynar
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È nato un nuovo blog anarchico: ISPIRA-AZIONE
Riceviamo e diffondiamo: https://ispiraazione.noblogs.org/?page_id=57 ISPIRARE L’AZIONE… Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti, ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce, scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e lo stato. L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in atto. La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante. L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere l’ordine leviatanico che governa questo mondo. Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo società. Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove, tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle coscienze. È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite. Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione di competenze pratiche e informatiche. È completamente anonimo e tale vuole rimanere, per la sicurezza di chi lo cura e di chi vi contribuisce, perciò caldeggiamo l’utilizzo di Tails, i sistemi di anonimizzazione come i servizi di TempMail e l’uso di chiavette criptate per salvare materiale scaricato (consultare il manuale nella sezione dedicata). Vista la tendenza sempre più diffusa delle polizie di ogni stato a reprimere la semplice parola nel timore che si trasformi in qualcos’altro di ben più pericoloso, crediamo sia importante affinare pratiche di sicurezza collettive per spezzare l’illusione di un controllo infallibile a darci nuovo respiro. Per comunicazioni dirette (e criptate) al blog è disponibile un form di contatto in basso a sinistra, oppure è possibile contattarci all’indirizzo e-mail “ispira-azione[at]autistici.org” (disponibile chiave PGP nella pagina “Contatti”).
Materiali
Siria: Rojava sotto attacco. Jacopo Bindi: è uno scontro politico tra opzioni diverse per il Medio Oriente
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese. da Radio Onda d’Urto Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di Al-Jolani/Al-Sharaa. “Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco – dagliUsa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est. Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine settimana è iniziata l’escalation. Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis. L’Amministrazione autonoma ha dichiarato la mobilitazione generale, invitando tutta la popolazione a mantenersi pronta per difendere città, strade e quartieri dall’avanzata del nemico. Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqaper, ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia dellaprigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti dell’organizzazione Isis. Una rivolta sarebbe in corso nel campo di Al-Hol, dove vivono decine di migliaia di familiari, mogli e bambini, dei miliziani di Daesh. Scontri sono stati segnalati anche nelle aree di Ain-Issa e al-Shaddadi. Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo, da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e petrolifere, sui confini. Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito della resistenza di Kobane deve sollevarsi!”. “Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18 gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem. “L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, un’opzione politicafondata sull’autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato, militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze imperialiste e coloniali per i loro interessi. Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica.
Salari stagnanti divorati dall’inflazione ,regali ai padroni
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. A fronte della stagnazione dei salari e alla crescita dell’inflazione senza piu’ meccanismi automatici di protezione del potere d’acquisto dei lavoratori ,si assiste dal 2014 ad un trasferimento di risorse a vario titolo alle imprese per quasi 40 miliardi. Ne parliamo con l’economista Andrea Fumagalli
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