Il 21 marzo 1960 migliaia di sudafricani neri decisero di dire “basta” alle pass
laws, l’insieme di norme che regolavano e limitavano la loro libertà di
movimento sotto il regime …
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(mercoledì, 25 marzo 16:00)
Disponibile il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”,
inverno 2026.
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 24 marzo 16:00)
Disponibile Sgomberi Dolci. La violenza contro chi vive in campi rom,
baraccopoli e occupazioni abitative, di Manu Cencetti. 2026 Eris Edizioni
https://www.erisedizioni.org/prodotto/sgomberi-dolci/
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
A ventitré anni dall’assassinio di Dax, continuiamo a ricordarlo non solo come
compagno ma come parte viva di un percorso di lotta che attraversa il tempo e si
rinnova ogni giorno. Dax vive nelle lotte che continuiamo a portare avanti,
nelle case occupate, nelle assemblee, nei quartieri popolari che resistono alla
speculazione e all’abbandono.
Viviamo un contesto segnato da venti di guerra, tensioni internazionali e una
crescente corsa al riarmo. Se la guerra imperialista è sullo sfondo del fronte
esterno, sul fronte interno si cerca di imporre lo stato di polizia per
reprimere il dissenso. La ristrutturazione degli equilibri politici mondiali
vede l’imperialismo impegnato a difendere ed estendere le proprie aree di
influenza, mentre i costi di queste scelte ricadono sui territori, sui quartieri
popolari, sulle vite di tutti e tutte.
Col movimento del blocchiamo tutto l’opposizione alla guerra, il conflitto
sociale e il contrasto alle politiche guerrafondaie si è intrecciato alla causa
di liberazione palestinese, non solo come forma di solidarietà simbolica o
umanitaria, ma come lotta attiva contro il sionismo e la guerra imperialista.
Dentro questo scenario, il ricordo di Dax rappresenta da più di vent’anni un
momento di convergenza, di costruzione di legami e di rafforzamento di un fronte
antifascista che guarda oltre i confini. Non una semplice commemorazione, ma una
tappa di un percorso più ampio di resistenza, che oggi guarda anche al 25 aprile
come una giornata che sappia rilanciare le lotte sociali.
Durante il corteo del 14 marzo sono stati infatti individuati e sanzionati
alcuni luoghi e gli attori legati alla guerra e all’industria bellica: la sede
della RAI, dove è stata data alle fiamme la bandiera israeliana per denunciare
la complicità della principale emittente televisiva nazionale nel silenziare e
censurare un genocidio in corso, mistificando, falsificando e distorcendo la
realtà a favore degli interessi del governo Meloni e di Israele; l’ex caserma
Montello, che sarà trasformata nella nuova ‘Cittadella della Sicurezza‘ dove
sarà ospitata la sede della Polizia Stato di Milano con oltre 2000 agenti di
polizia; il consolato in costruzione degli Stati Uniti, un’altra città nella
città, dove è stata bruciata una bandiera americana e ancora l’OHB, un’azienda
che dovrebbe operare nel civile ma che ha esteso le sue attività alla
produzione bellica, in particolar modo attiva nell’campo delle tecnologie
spaziali legate alla guerra e pertanto sanzionata dal corteo.
Domenica 15 marzo, in contemporanea all’assemblea internazionalista tenutasi al
PalaSharp occupato, si è svolta una giornata di lotta e riappropriazione nella
parte popolare del quartiere ticinese. Una giornata costruita in continuità con
le pratiche quotidiane di chi questo quartiere lo abita e lo difende.
Via Gola, via Pichi, via Borsi: qui da quasi 30 anni si resiste contro
privatizzazione e speculazione. Un’area popolare in cui compagni hanno avuto la
forza e la lungimiranza di riconoscere in anticipo i processi di gentrificazione
e di opporvisi concretamente, costruendo un argine alla speculazione edilizia
che altrove è dilagata. La risposta al vuoto abitativo voluto da Aler e MM con
la complicità di Comune e Regione è l’occupazione per riprendersi un diritto,
quello alla casa, altrimenti negato: le case vuote non sono mai neutre, ma
funzionali alla rendita e all’esclusione.
Qui, per muri e lamiere, non c’è spazio. Al civico 7 di via Gola, dove abitativa
Dax, c’è scritto qualcosa che possiamo affermare ancora a testa alta:
“DAX VIVE IN OGNI CASA OCCUPATA”. Ed è proprio qui, davanti a questa scritta,
che il 16 di marzo si è conclusa l’ultima giornata per ricordare Davide, dopo un
corteo che ha attraversato le strade del suo quartiere.
Un quartiere profondamente antifascista, dove si costruiscono assemblee di lotta
e percorsi condivisi. Nel quartiere l’antifascismo emerge come effetto della
lotta stessa. È nella pratica quotidiana di difesa e solidarietà che gli
abitanti si riconoscono, progressivamente, come antifascisti. Sostenere il
ticinese, sostenere la lotta per la casa, rivendicare e praticare l’occupazione
significa schierarsi dalla parte di chi difende un’idea di città diversa,
accessibile e libera dalla speculazione.
Ripartiamo da qui. Dai quartieri, dalle lotte territoriali, dalla costruzione i
rapporti di forza che siamo in grado di mettere in campo per sviluppare
contro-potere a autorganizzazione dal basso. Continuiamo a lottare per il
diritto alla casa e a un abitare dignitoso che sia contro la guerra e il riarmo.
Perché ogni euro destinato alla guerra è un euro sottratto ai quartieri
popolari, alla sanità, alle scuole e alle nostre vite. In questa fase storica,
caratterizzata da una costante escalation bellica è però necessario costruire
percorsi di convergenza delle lotte territoriali che sappiano mettere in campo
rapporti di forza in grado di inceppare la macchina bellica e di opporsi alla
devastazione che la guerra imperialista, sempre più vicina anche alle nostre
porte, impone. In questo senso dobbiamo fare del 25 arile un’altra giornata di
lotta per il rilancio dell’opposizione sociale contro la guerra e il fascismo
che avanza.
VERSO IL 25 APRILE COSTRUIAMO OPPOSIZIONE SOCIALE: GUERRA ALLA GUERRA!
ANTIFASCISMO E’ ANTICAPITALISMO E’ ANTISIONISMO
https://www.lindipendente.online/2026/03/20/cortei-a-pagamento-zone-rosse-e-proiettili-di-vernice-la-maggioranza-vuole-lennesimo-dl-sicurezza/
https://www.lindipendente.online/2026/03/19/nuovo-rapporto-onu-israele-sta-avviando-una-pulizia-etnica-in-cisgiordania/
La mattina del 18 marzo è stata condotta un’operazione di polizia che ha portato
alla notifica di numerosi procedimenti penali nei confronti di 27 persone a
Milano. tra cui 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle I fatti
contestati risalgono al 22 settembre, giornata in cui, nell’ambito delle
mobilitazioni per la Palestina, si verificò il tentativo di occupazione della
Stazione Centrale.
In quelle settimane, infatti, milioni di persone hanno partecipato a
manifestazioni in numerose città italiane ed europee, chiedendo la fine della
guerra nella Striscia di Gaza e denunciando le responsabilità politiche che
l’hanno resa possibile e che continuano a sostenerla.
Ne abbiamo parlato con una compagna del CSA Lambretta
Al pronto soccorso dell’ospedale Martini i reclusi del CPR di Corso Brunelleschi
transitano quotidianamente in un generale clima di invisibilizzazione e
criminalizzazione. In gravissime condizioni di salute, spesso le persone…
Chi guadagna dal blocco dello Stretto di Hormuz? ENI, ad esempio. Si parla di
dividendi straordinari per la società di Descalzi da quando il petrolio è
stabile sui 90 dollari, con oscillazioni che vanno sino a oltre i 100.
Il numero uno di Eni l’ha annunciato ai suoi azionisti e già solo per le sue
parole il titolo ha visto un rialzo in borsa. Ecco il meccanismo svelato:
finanziarizzazione selvaggia del mercato energetico e dunque gravi conseguenze
sulle tasche dei contribuenti e guadagni stellari per i grandi monopoli
energetici a livello globale.
Il governo italiano vara il decreto che dovrebbe fare abbassare i prezzi del
carburante fino al 7 aprile: una misura con chiaro scopo elettorale e senza
alcun aggancio con la realtà, i benzinai nel caos mantengono prezzi che sfiorano
il 2 euro al litro (solo il 20% dei distributori ha applicato lo sconto) e il
governo pensa a nuovi provvedimenti da varare ma il problema è che mancano i
soldi. Il decreto è stato finanziato tagliando a trasporti e sanità. Il costo
del decreto ammonta a 549 milioni ma addirittura l’ex dirigente di Eni sostiene
che sia una misura fuffa e che per intervenire seriamente occorrerebbero 7
miliardi.
La preoccupazione di Giorgia però, oltre al voto della settimana prossima, è
accodarsi ai 7 vassalli europei di Usa e Israele per farsi cuscinetto per il
passaggio da Hormuz. Arrivano poi le dovute precisazioni dopo le dichiarazioni
di ieri a conclusione del Consiglio Europeo che sottolineano un impegno soltanto
dopo la “tregua”, ma intanto passo dopo passo l’Italia scivola nello scenario
della guerra guerreggiata.
Di seguito riportiamo la trascrizione e l’audio di un’intervista realizzata da
Radio Blackout a Dario di Conzo, docente a contratto all’Università Orientale di
Napoli, dove insegna riforme economiche della Cina contemporanea, sul tema
energetico, speculazione e gestione dei mercati globali.
Una lettura che circola rispetto alla guerra all’Iran da parte degli Stati Uniti
è che sia stata un tentativo di attaccare di fatto la Cina, per colpire quindi i
suoi principali rifornimenti di petrolio prima il Venezuela, poi l’Iran, ma
anche il suo sbocco per la nuova via della Seta. Qual è la situazione effettiva
dei rifornimenti energetici cinesi?
Quello che sta succedendo in Iran va necessariamente letto su su due livelli. Da
un lato c’è una dinamica regionale che è autonoma rispetto al confronto Stati
Uniti e Cina che è legata agli equilibri mediorientali e diciamo anche alla
proiezione esterna di Israele in questo rinnovato progetto di costruzione di una
grande Israele con tutto quello che ha comportato e sta comportando in Palestina
o nel sud del Libano e nonché anche il sud della Siria e poi le operazioni che
avvengono in Iran. E poi dall’altro un piano generale che è sempre valido oggi
nell’osservare la politica estera statunitense: ossia lo scontro di fondo, la
competizione nei confronti della Repubblica Popolare Popolare Cinese. Per quella
che è la mia interpretazione questo secondo livello di scontro con la Cina
rimane sullo sfondo rispetto al teatro attuale in Iran e la dimensione regionale
e il crescente bellicismo di Israele siano appunto il fattore preminente di
quanto stiamo osservando.
Di base c’è un consenso nella politica americana, sia democratici che
repubblicani, nonché il complesso militare industriale che oggi è più opportuno
chiamare complesso militare digitale, rispetto alla Grand Strategy americana,
ossia il contenimento dell’ascesa cinese in quanto viene visto come l’unico
attore a livello internazionale in grado prospetticamente di minacciare
l’egemonia statunitense nell’ordine globale per motivi economici, di capacità di
sviluppo endogeno della tecnologia, nonché sul quantitativo di forze militari e
trasformazione dell’ascesa economica in proiezione militare, soprattutto per
quanto riguarda la dimensione aeronautica e nautica.
Il problema è che oggi come oggi paradossalmente tra Stati Uniti e Israele
l’egemone sembra essere Israele, per egemone intendo la capacità di Israele di
far percepire agli Stati Uniti i suoi propri interessi particolari in Medio
Oriente come gli interessi preminenti anche degli Stati Uniti, motivo per cui
ancora una volta gli Stati Uniti si ritrovano a investire tempo, energia e
risorse in quella che credo anche giustamente viene chiamata terza guerra del
Golfo. Si tratta della terza in 35 anni, alla quale aggiungiamo il lunghissimo
conflitto in Afghanistan e mi dimenticherei sicuramente dei teatri bellici del
XX secolo in quella parte del mondo e in Nord Africa se dovessi elencarli tutti.
Questo fa sì che gli Stati Uniti continuano a concentrarsi di più sul Medio
Oriente per essere più corretti rispetto a investire nel contenimento della
Cina. Insomma, quando parliamo di investimento non è solo distrazione, di
risorse militari da quelle che sono le basi americane nell’Asia Orientale e, più
in generale nell’area pacifica, in favore del trasferimento delle porte aerei.
Il tema credo sia anche politico simbolico per tutti quegli attori, per quelle
piccole o medie potenze regionali, che ci sono in Asia, che sono per motivi
molto diversi storicamente più vicine agli Stati Uniti che alla Cina, che è
anche il grande paese che costruì in passato la sua sinosfera e la sua capacità
di essere attore preminente nelle relazioni internazionali dell’Asia, parliamo
delle Filippine, la Corea del Sud, il Giappone, in parte anche Australia,
Indonesia, Thailandia, per certi aspetti il Vietnam e soprattutto Taiwan. Ormai
anche a sproposito tutto quello che succede viene riportato rispetto al progetto
cinese, che è chiaramente reale, di riprendere Taiwan, però in qualche modo è
oggi utilizzato molto come il prezzemolo
Quanto descritto, quindi una sorta di schizofrenia tra Grand Strategy americana,
sulla quale mi sembra ci sia un consenso condiviso, e quella che poi è la
praticità, la realtà delle iniziative americane, è qualcosa che credo faccia
piacere a Pechino: nonostante la Cina abbia abbandonato il principio di
“nascondere i propri talenti e coltivare se stessi”, cioè quindi una postura
internazionale umile e senza farsi troppo notare e in favore di una maggiore
assertività internazionale, durante gli ultimi tre mandati dell’amministrazione
Xi Jin Ping. Allo stesso tempo io credo che Pechino sia contenta di vedere che
gli Stati Uniti, invece che investire nella reindustrializzazione interna, nella
capacità competitiva in termini tecnologici, industriali, continuino a spendere
una quota sempre più alta di PIL e tantissime risorse in termini aggregati, cioè
siamo arrivati a 1000 miliardi di dollari di spese militari annuali per gli
Stati Uniti. La Cina è circa molto meno di un terzo, credo si aggiri intorno ai
150 miliardi di dollari di spese militari. Io credo che alla Cina faccia piacere
vedere questo investimento non indirizzato direttamente nel continente che più
li riguarda.
Allo stesso tempo la guerra in Iran può rappresentare, e in parte già
rappresenta, sempre di più un problema per per la Repubblica Popolare. Le due
variabili sono il tempo di durata del conflitto e, chiaramente, l’esito. L’Iran
e lo Stretto di Hormuz sono dei luoghi molto rilevanti per l’offerta energetica
globale. Il 20% di gas e petrolio del mondo passa di lì. Per quanto riguarda la
Cina quasi il 50% del suo rifornimento viene e passa dallo stretto di Hormuz e
quindi è chiaro che nel medio lungo periodo il protrarsi di questa situazione
potrebbe rivelarsi un problema. Tuttavia la relazione tra Cina e Iran è
asimmetrica: sono due attori che nel sistema internazionale odierno hanno un
interesse convergente, seppur con intensità e storie completamente diverse, che
è quello di superare l’unipolarismo americano con tutto quello che comporta.
Tuttavia l’Iran per la Cina rappresenta il 13-14% delle importazioni totali tra
gas e petrolio che non è una cifra bassa, però in qualche modo non è l’unico
fornitore. A differenza di quanto è avvenuto in Venezuela dove c’era una
condanna netta nell’identificare gli Stati Uniti come cattivi e il Venezuela
come come buoni e Maduro come una vittima di un rapimento e di un atto contro il
diritto internazionale, oggi in quanto sta succedendo nel Golfo Persico tra
Iran, Israele e Stati Uniti con il coinvolgimento di tutti gli attori
dell’Arabia Saudita, Emirati Arabia Uniti, Oman, Qatar, porta a una doppia
condanna: si condanna sia l’Iran, sia si condanna chiaramente quanto stanno
facendo Israele e Stati Uniti. Questo penso avvenga perchè l’Iran a sua volta
fa una guerra asimmetrica dichiarando di fatto guerra all’economia mondo, con la
chiusura dello Stretto e con la chiusura di aeroporti internazionali come Dubai,
Doha, Abu Dhabi, che persone comuni come noi frequentano poco, però sono dei
segnali di inversione di quella di quella tendenza del mondo piatto, liscio e a
cui noi siamo sempre di più abituati. Stanno mettendo sotto scacco l’economia
globale, o diciamo oltre la rilevanza di quell’area del mondo, danneggiano la
Cina, ma attenzione, danneggiano molto anche noi in Europa. Il conflitto si sta
espandendo, lambendo Cipro, arrivando in Oman, non si può ignorare ciò che
accade tra Afghanistan e Pakistan, per cui il teatro bellico nel mondo inizia a
essere una fetta molto ampia proprio in termini geografici e si sta creando un
effetto domino molto pericoloso, non solo in termini generali per la guerra e
per i suoi riverberi nell’ordine economico. Chiaramente se questa guerra
all’economia globale si protrae per troppo tempo per la Cina diventa un problema
perché a mio avviso la Cina è l’attore che nell’attuale ordine economico del XX
secolo, dal suo ingresso nel WTO, ha avuto la capacità di guadagnarne di più. Ed
è questo stesso il motivo per cui gli Stati Uniti, con le buone o con le
cattive, stanno provando a riformare quest’ordine con una serie infinita di
iniziative che non riguardano solo l’ultima amministrazione Trump.
L’altro punto che sollevavo, ossia che l’esito conta, per quanto ad oggi non sia
possibile fare previsioni al nostro livello ma è ovvio che se Israele e Stati
Uniti sostituissero la Repubblica Islamica con un regime, con un ordine
democratico o meno che sia, che subordina l’Iran a all’economia mondo guidata
dagli Stati Uniti quello per la Cina sarebbe un problema perché significa
eliminare un partner, un impegno agli Stati Uniti, un fornitore di energia, in
ogni caso al momento questo scenario non sembra molto probabile. Detto questo la
Cina ha la capacità di commerciare con attori che sono molto fedeli agli Stati
Uniti, per cui questa prospettiva probabilmente non escluderebbe completamente
dei legami economici tra Cina e Iran in uno stato di regime change. Chiaramente
li riformerebbe a maggior vantaggio dell’Iran rispetto a quello che avviene
oggi, praticamente la Cina è l’unico compratore di gas e petrolio dall’Iran,
cioè circa l’80%, detto questo sono variabili che poi nel tempo potrebbero
modificare anche la postura di Pechino, credo però concordiamo tutti, è stata
molto moderata.
Come si spiega la capacità della Cina di reggere a questo colpo, in quanto al
momento sembra in grado di limitare l’impatto dell’attacco degli Stati Uniti
all’Iran sui suoi settori interni, energetici e di approvvigionamento. E quali
differenze di gestione e pianificazione del settore energetico tra Cina e
dimensione “occidentale”, per non parlare dell’Europa..
Un elemento che io trovo interessante del modello di sviluppo economico cinese è
il fatto che la Cina di tutti i settori che ha liberalizzato non ha mai
liberalizzato la strategicità e la centralità del settore energetico, che va
dalle rinnovabili fino all’ampio utilizzo del carbone. Quindi tutto il settore
energetico è dominato dalla filiera statale, da imprese di stato per quanto
riguarda la firma dei contratti di esportazione la raffinazione, la
distribuzione e quindi la costruzione del prezzo dell’energia, del gas e del
petrolio in Cina è in qualche modo governato da un misto tra leggi di mercato –
perché in parte chiaramente governano l’acquisto di queste fonti energetiche e
non. Ricordiamo che la Cina è il primo compratore al mondo di di energia e allo
stesso tempo però non ha mai ceduto al settore privato o tanto peggio
finanziarizzato il settore energetico, per cui in qualche modo questi shock la
danneggiano, ma a differenza nostra credo abbia maggiori elementi per temperare
gli aspetti più negativi o scioccanti delle crisi energetiche.
Mentre da noi, e ciò mi rende attonito, c’è un regime di finanziarizzazione
dell’energia che fa sì che fondamentalmente qualsiasi shock esterno crei
grandissimi margini di profitto per la borsa di Amsterdam in particolare, e per
tutti gli operatori che ne fanno parte, per cui c’è quasi una struttura di
incentivi interna al nostro sistema che predilige l’avvento di shock perché
permette a chi detiene la proprietà dell’energia finanziarizzata di speculare e
guadagnare di più e fare i famosi “extra profitti”, che appunto è una brutta
parola “extra” a mio avviso perché non è nient’altro che una dinamica
normalissima, anzi costruita. Quindi noi il giorno dopo che scoppia la guerra in
Iran ci ritroviamo a pagare di più la benzina, quella stessa benzina che il
nostro sistema complessivo ha acquistato mesi fa e ad altri pezzi ma su di essa
c’è una proiezione degli shock energetici nel nostro mercato in media tutta
speculare perché il prezzo su questi mercati finanziari non è fatto dalla
domanda e dall’offerta reale, quindi dalla chiusura o meno dello stretto di
Hormuz, ma è fatto sull’aspettativa futura del prezzo e i cosiddetti futures
finanziari. Questi applicati all’energia che, a mio avviso, dovrebbe essere un
bene comune, crea delle situazioni di mercato che innanzitutto non sono di
mercato, ma sono di mera mera speculazione finanziaria, e che paghiamo tutti
noi.
Tutti non intendo solo quel 10% di persone che sono in condizione di povertà in
Italia e un altro 20% tra cui molti di noi che è prossimo a una situazione di
povertà in termini reddituali che ovviamente dovendo riscaldare la casa,
utilizzare l’energia o fare il pieno della macchina per andare al lavoro quindi
tutte spese che in qualche modo alieniamo da altro o non abbiamo più risparmi,
ma è un danno anche per tutto il nostro settore industriale, col quale io
empatizzo relativamente, però ciò implica che continui a perdere competitività
negli ultimi anni a favore di altri modelli di sviluppo economico, tra cui la
Cina, che invece continua a avere dei prezzi mediani dell’energia molto più
bassi.
Quindi il fatto che non vi sia più la possibilità contingente di acquistare gas
e petrolio che passano dallo Stretto associato a quanto sta avvendendo
dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, che adesso non è più
spettacolarizzato come prima, che ci ha portato a distanziare la Russia
smettendo di comprare risorse energetiche, fa sì che noi sperimentiamo ormai da
4-5 anni una costante crisi energetica che è un dramma collettivo, quasi mi
verrebbe da dire interclasse, per tutto il sistema Italia.
La nostra classe politica l’unica cosa che può fare è scontare il costo delle
accise, cioè togliere una parte delle tasse che noi paghiamo come consumatori
tramite l’aumento del prelievo fiscale e lo restituisce ai consumatori
attraverso il taglio dell’accise, un qualcosa di necessario ma che il governo ha
fatto nell’ordine dei 25 centesimi e in chiave elettorale, ma che non elimina il
problema che spero di aver ben descritto a monte e questa è anche una frattura
tra il modello cinese e il nostro capitalismo selvaggio, però il dominio del
settore energetico è qualcosa che nel caos odierno secondo me fornisce loro un
vantaggio importante.
Dal Texas un precedente pericoloso: la protesta contro l’ICE trasformata in
terrorismo interno mentre l’amministrazione Trump tenta di ridefinire
l’antifascismo come minaccia nazionale Negli Stati Uniti si apre un passaggio …
Il primo argomento che abbiamo trattato in questa puntata ha riguardato le
condizioni in cui si ritrova uno specifico ufficio postale di Torino e
conseguentemente le precarie condizioni di salute e sicurezza di chi ci lavora,
oltre degli utenti che usufruiscono dei servizi di Poste Italiane. Abbiamo
perciò snocciolato tutte le problematiche trovate nella sede in c.so Palermo 55
a Torino, grazie alla segnalazione che abbiamo ricevuto da SLG CUB Poste ed
abbiamo avuto come ospite telefonico Giovanni Pulvirenti del sindacato stesso.
Con lui siamo andati nello specifico delle numerose problematiche riscontrate in
questo ufficio postale, che vanno da condizioni igienico sanitarie pessime,
assente manutenzione di impianti ma anche della struttura (il vetro di una porta
scheggiato che rischia di cadere da un momento all’altro ad esempio) fino ad
arrivare alla mancanza cronica di personale per mandare avanti l’ufficio
postale. Il sindacato ha segnalato all’ASL tutto questo e ai nostri microfoni ha
denunciato come tutte queste problematiche si inseriscano in un quadro generale
dato dalla privatizzazione di Poste Italiane.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia
dell’avvocato del lavoro Scaglia sul referendum del 22/23 marzo 2026 che ci
chiama a promuovere o bocciare la “riforma Nordio” del 30/10/2025: Norme in
materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte
disciplinare.
Con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati in merito all’argomento:
A – abbiamo inquadrato i 7 articoli, dal 102 al 112, della Costituzione che se
passa il SI verranno modificati;
B – Perché è importante votare NO?
C – Quali conseguenze ci saranno sull’applicazione del diritto del lavoro.
“Il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia
non richiede un quorum del 50%+1 per essere valido, vince chi prende un voto in
più, quindi il tuo voto è decisivo per fermare questa riforma assurda”
Buon ascolto
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Il terzo argomento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Max Lioce del
Collettivo Cuba Va sulla situazione
politico/economica Cubana e sulla possibilità concreta di dare solidarietà in
questo momento difficile per l’isola.
Con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati in merito a questi argomenti:
– abbiamo fatto il punto della situazione politico/economica rispetto anche
all’inasprimento del BLOCCO unilaterale da parte dell’imperialismo statunitense
che ora minaccia l’invasione/attacco come prossimo obbiettivo;
– é stato presentato il progetto Nuestra América Flotilla in partenza in questi
giorni: “Si chiama Nuestra América Flotilla la missione internazionalista che è
stata lanciata per portare cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a
Cuba, stretta nella strangolante morsa del blocco statunitense. L’obiettivo è
rompere l’assedio stelle-e-strisce e sostenere la popolazione cubana contro la
violenza di Washington. La flotta, che porta il nome di un testo fondamentale
del rivoluzionario ed eroe nazionale cubano José Martí, salperà entro qualche
giorno. Ed è un nome che rivela il portato fondamentalmente politico della
missione: è un’iniziativa a difesa della sovranità del popolo e del socialismo
cubano, contro lo strangolamento imposto dall’imperialismo yankee.”
– Cosa possiamo fare noi per dare solidarietà concreta? (i numeri della radio
+39 0112495669 +39 346 6673263 sono utili + https://nuestraamericaconvoy.org/ +
cerca collettivo CUBA VA)
“la solidarietà internazionalista può rompere l’assedio, salvare vite umane e
difendere la causa dell’autodeterminazione cubana“
Buon ascolto
Arsider XXL: UK Edition
Audio briefing of the two-day Avon assault, via Music to Come & Cube Cinema,
processed by your Thursday’s classic into a whirlpool of memories and
hyper-saturated high speed paced debris of sound.
ARSIDER X BRISTOL AVONIAN CONNECTION
IL COMMODORO
di seguito il podcast, si vede di merda perchè usiamo wordpress, non ci
giudicate, a volte va così, l’audio però è una bomba: Franco Franco, Copper
Sound a pietrate, Tskali in burnout, Miles e Dalila, I ragazzu del Cube, Povero
Gabbiano, Bubblewrap b2b Arsider, Adriano Cava persino le gemelle Anna e
Giovanna (grazie ragazze!), il codice fiscale di Gringo (404344034030394222),
l’amicizia, il noise e le passioni che superano anche l’assenza di soldi
𝕬 𝖈𝖍𝖔𝖕𝖕𝖊𝖉 𝕬𝖓𝖌𝖑𝖔 - 𝕴𝖙𝖆𝖑𝖎𝖆𝖓 𝕬𝖚𝖉𝖎𝖔 𝕭𝖊𝖆𝖘𝖙
90′ resurfacing through West Country fumes backing up forty-eight hours of sonic
assault in Bristol, compressed into a full backup of sweat and tape saturation.
Cube Cinema, Bristol, March 2026. The president here evaluating the battlefield
It’s the chronicle of an invasion where the Arsider Team and the Misto Mame cell
fuse with Music2Come locals in a full-blast jam, a single body slamming Turin
against the English pavement.
Voice notes snatched from oblivion, wrong-side driving, and the metallic tang of
warm beer on the mics + the urgent need pushing us toward the idea of pressing
arsider one sided dubplates