Il paper “Automated Profile Inference with Language Model Agents”
(arXiv:2505.12402) studia una nuova minaccia per la privacy online resa
possibile dai modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM). Questa minaccia,
chiamata inferenza automatizzata del profilo, consiste nell’uso di agenti AI per
raccogliere e analizzare automaticamente le attività pubbliche degli utenti su
piattaforme pseudonime (come forum o social media) al fine di estrarre
informazioni personali sensibili, con il rischio di re-identificare le persone.
WHY I DON’T THINK AI IS A BUBBLE
https://honnibal.dev/blog/ai-bubble
L’autore, sostiene che, al di là delle valutazioni finanziarie, i progressi
tecnici dell’IA non mostrano segni di imminente plateau. Contesta l’argomento
comune secondo cui i miglioramenti derivino solo dallo “scaling” (modelli sempre
più grandi e costosi) e siano quindi destinati a esaurirsi. Honnibal spiega che
questa visione, forse valida per i primi modelli come GPT-1 e GPT-2 (definibili
“fancy autocomplete”), è oggi superata. Il vero salto di qualità è arrivato
dall’integrazione con il reinforcement learning, che ha permesso di creare i
cosiddetti “reasoning models”.
Verso una violenza senza fine in Medio Oriente
da Machina
La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale
guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture
energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito
su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio
dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con
conseguenze difficilmente controllabili.
***
La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28
febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di
centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab,
dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è
rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze
incalcolabili.
Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando
Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state
«annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa
delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non
è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah
Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della
spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della
Rivoluzione Islamica (IRGC).
Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una
struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro
obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi
americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati
del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti
– dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza».
Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di
Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale
liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti
hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici,
probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore
mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras
Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare.
Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il
Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi
Uniti e in Bahrein.
Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto
di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era
già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq
negli anni Ottanta.
Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza
internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti
disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe
evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno
già colpendo il commercio in tutto il Golfo.
Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la
sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di
Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro.
Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani
stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno
Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da
entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la
traiettoria della guerra.
La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e
corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello
Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al
genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di
bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato
la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande
efficacia, proprio infliggendo danni economici.
Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli
iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati
Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con
quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico
iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la
«destabilizzazione».
Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle
affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del
conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione
che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre».
Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente:
costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare;
provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a
scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la
propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la
pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe
«mosso guerra alla civiltà stessa».
Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle
«guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole
d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in
realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare
opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove
possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra
tempistica».
Non potrebbe essere più chiaro.
Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha
prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione
venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito
l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato
così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno
di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il
terzo classificato sono morti».
Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo
iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano.
Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto
nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa
l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della
guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa
parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli
attacchi contro gli ospedali iraniani».
Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da
Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è
così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file
Epstein».
Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo
imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta
volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi.
Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra
Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella
guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni
— infliggere un colpo devastante al regime del terrore».
Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per
assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo
desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi
e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il
quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione
israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze
americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che
lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate».
Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco
plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte
dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele».
Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale,
causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture
energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla
guerra.
Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra
potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che,
nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una
campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i
civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso
Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia».
Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo
sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump
nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati
Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso
statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle
popolazioni coinvolte.
Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul
nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai
evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver
visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald
Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque
anni.
Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia
stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli
obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati.
Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle
sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto
piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele
porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria,
avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere
occupato impunemente.
Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di
sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali
dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare
qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua
aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a
essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche
e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità.
Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto
dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti
membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche
dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i
confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia.
Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio
israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della
Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito,
resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra
israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto
ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e
turbolenze economiche globali.
Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella
recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del
segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump,
«il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e
consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a
intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo
a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale.
L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e
facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito
agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro
l’Iran.
Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando
ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti
alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi,
e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali
con la Spagna.
All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì
l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio
senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una
pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli
alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse.
Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la
sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati
Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza
militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza
di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le
conseguenze o gli esiti.
Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione
pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica
israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica,
interna o internazionale.
Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto
là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile
immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato
iraniano.
Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi
danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo
statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già
inflitto alla regione.
***
Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli
e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo
razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale.
Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre
al potere (2024).
elaborazione di Angelica Ferrara
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto
Usa-Israele.
Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non
scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta
alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione
della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi.
Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente
forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8
settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile
obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista
nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora
chiaro il punto di caduta né la strategia americana.
L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di
origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere
uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia
intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo
definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che
rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in
Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo
quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche
contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista
non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli.
Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel
colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di
come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione
verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica
aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto
altro.
da Radio Blackout
https://www.fanpage.it/attualita/famiglia-nel-bosco-la-mamma-allontanata-dalla-struttura-di-vasto-non-puo-stare-coi-figli-separati-anche-i-bambini/
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano.
Nel sud del paese e nelle periferie meridionali di Beirut migliaia di persone
sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle minacce dei
bombardamenti a tappeto israeliani e delle operazioni militari terresti legate
allo scontro tra Israele e Hezbollah. Interi villaggi sono stati obbligati dai
sionisti a sfollare e molte famiglie si sono spostate verso nord o verso la
capitale, mentre infrastrutture civili e servizi essenziali vengono colpiti o
interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
da Radio Blackout
Da
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/
UNA PROPOSTA CHIARA
Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio
Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di
approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti,
compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra
NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle
politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra
e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti
trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della
popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero
della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già
stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni
radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre
2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello
NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due
fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei
rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi
argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di
guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo
Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei
numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come
la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una
popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima
politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e
le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il
livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le
complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi
snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno
comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è
sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno
spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori
Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a
pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di
quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e
benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra,
prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e
propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un
qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e
confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura
sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di
unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli
stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco
proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la
parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le
relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo
a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che
proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento
teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di
Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton
for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali,
raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in
aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli
interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un
centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre
iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo
dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di
essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato,
questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di
eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni
viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo
allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla
lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo
al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il
quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di
più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e
“gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio
dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo
delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a
ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro,
così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che
un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”
– Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di
persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un
suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di
una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo
cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello
sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella
popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la
sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità
organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”,
tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli
altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte
le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso
al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una
condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione,
fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è
un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di
diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi
personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto
di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il
manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo
tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da
parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per
via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in
questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che
evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno
Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte
sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire
dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva,
anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste
per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa
indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un
fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della
pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è
proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una
tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della
contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle
ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un
potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva,
non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico
di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi
vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una
cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione
altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto
successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare
sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada
giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti,
magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un
genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.
Assemblea Sabotiamo la Guerra
Rete dei comitati e collettivi di lotta
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: fuori-alfredo-dal-41-bis-carrara-pisa-14-18-marzo-2026
Fuori Alfredo dal 41 bis
Iniziative a Carrara e a Pisa, 14 e 18 marzo 2026
Ai servi del potere dico una cosa sola: potete tenermi in galera per il resto
della vita ma rassegnatevi, non riuscirete a togliermi la coerenza e il rispetto
di me stesso, né tanto meno il piacere e la voglia di combattervi.
Alfredo Cospito, 2021
Il 41 bis impiegato contro i rivoluzionari è una tra le principali espressioni
dell’offensiva repressiva avviata dagli ultimi governi. Alfredo Cospito,
anarchico finito in carcere nel 2012 per aver colpito uno dei responsabili del
disastro nucleare che verrà, dopo quasi 10 anni veniva trasferito in regime di
41 bis e al contempo messo a rischio di una condanna all’ergastolo ostativo. La
nuova inquisizione di Stato desiderava un annientamento totale.
Tuttavia, in particolare dopo l’inizio di un lunghissimo sciopero della fame da
parte di Alfredo, si è sviluppato un grande movimento di solidarietà
internazionale, che ha infranto la coltre di silenzio che vigeva su un regime
detentivo prima di allora inviolabile e ostacolato la macchina della
repressione.
Risale allo scorso anno la sentenza di non luogo a procedere nei confronti di
una decina di anarchici, tra cui Alfredo Cospito, inquisiti a Perugia per la
pubblicazione di un giornale anarchico rivoluzionario. Un’inchiesta che era
stata un importante sostegno al trasferimento in 41 bis.
A prescindere da condanne e assoluzioni, sappiamo bene come il ministero della
galera sia capace di scovare sempre nuove motivazioni per mantenere Alfredo in
quella tomba per vivi. Così come sappiamo quanto il 41 bis sia un perno
fondamentale nel sistema carcerario. Lo vediamo oggi con la riorganizzazione del
regime detentivo al fine di concentrare una consistente parte dei detenuti in
alcune carceri in Sardegna.
Con l’approssimarsi della scadenza dei primi quattro anni di applicazione di
questo regime nei confronti di Alfredo, torniamo in piazza contro il 41 bis.
Nell’attuale contesto di guerra la tortura bianca del 41 bis è un monito contro
quanti potrebbero decidere di farla finita con lo Stato e il capitalismo. Contro
tutti i padroni della guerra, dello sfruttamento e delle tecno-scienze,
continueremo sempre a sostenere le ragioni dell’azione diretta e rivoluzionaria.
Presidi
Sabato 14 marzo 2026: Marina di Carrara, piazza Ingolstadt, ore 17:30.
Mercoledì 18 marzo 2026: Pisa, piazza Vittorio Emanuele II, ore 17:30.
Riprendiamo da
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/il-rifiuto-della-guerra-in-ucraina-tra-diserzioni-attacchi-ai-reclutatori-e-solidarieta-diffusa/
Qui alcuni interventi precedenti di “Assembly” già usciti sul giornale “disfare”
utili a contestualizzare la situazione:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2026/03/assembly_disfare-2.pdf
IL RIFIUTO DELLA GUERRA IN UCRAINA, TRA DISERZIONI, ATTACCHI AI RECLUTATORI E
SOLIDARIETÀ DIFFUSA
Buongiorno a tutti, cari compagni!
* Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si
sta
sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina
Mikhailova del
Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono
in SZČ
(abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati»,
non riescono a
«scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni
giorni fa, il capo della
Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della
maggioranza ad
arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori.
Ha anche affermato
che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari
dei centri di
reclutamento».
* Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti
scrive che «i
sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra
una popolazione
stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di
sicurezza
affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza
della
popolazione ucraina stanca della guerra»
* https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html
* Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo
significa. Per
ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più
disposta ad andare al
macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri
interessi immediati.
Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino
il crollo del
fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per
restituire a tutti la
libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare —
continua a essere
rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono
finiti in prigione,
lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine.
* Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione,
sono bastati
appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio
attraverso lo sciopero
generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché
per minare la
posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò
non impedirono
né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della
popolazione, né il
sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della
triplice intesa.
* In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo
aiuto
orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande
campo di
concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è
stata
l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e
ispirata dai nostri
reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire
all’estero attraversando
montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito:
https://solidarityactivities.noblogs.org
* Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in
Ucraina ha
ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole
«socialismo»,
«comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro
rifiuto di
questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla
totale assenza di
qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si
definiscono anarchici
internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per
loro il
mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere
problemi
psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi
unirci attorno a
cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole.
* Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che
oggi, su entrambi i
lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il
territorio, che era
al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di
Kharkiv e
parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’
russi di Kursk e
Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è
praticamente impossibile.
L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione
dei marxisti
di Voronež
* (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è
il risultato della
fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su
quelle rimaste.
Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare
improvvisamente.
Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e
potremo
mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni.
* In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito,
seguite i nostri
aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete
bisogno di
qualcosa!
* --------------------------------------------------------------------------------
* Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи!
Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на
глазах. Как
сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно
мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не
могут
«убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава
Нацполиции Иван
Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев
сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на
военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета
Демпартии США
пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам
среди
уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных
гарантий
безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании
уставшего от войны
украинского населения»
(https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war
donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции?
Нет, не значит.
Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо
больше, чем
даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы.
Революционной
ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое
могло бы
стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и
выбора места
проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в
тюрьмы
государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему
поколению,
попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала
оказалось
достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей
забастовки и
захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под
требовавшим
воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни
неграмотность
большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по
Антанте. В этих
условиях мы видим идеальное время
для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент
вопросе –
как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого
года
стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь»,
вдохновленная
нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки
украинцами.
Больше о ней вы можете узнать на сайте:
https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта
сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически
перестал
уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм»,
«антифашизм» и пр.
Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной
политики)
связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны
тех, кто
причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в
эту игру
нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации,
похоже,
является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы
таких
потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а
не общих
слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с
обеих
сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически
невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к
Харькову
примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов:
https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового
выезда одних
активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что
ситуация не
способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся
возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых
условиях. В
общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями
на
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8
febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro
il mondo-guerra”.
Anche all’indirizzo
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/
Qui il pdf: Futuro anteriore.
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della
penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni.
In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del
servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva
meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella
prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle
componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare
una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte”
dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel
punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del
servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di
rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere
di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in
discussione. Solo si voleva compierlo senza armi.
Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si
chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad
assassinare si fa chiamare patria».
La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di
tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette).
Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese
supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o
fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria
non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni
dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per
«diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la
cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte
della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per
“congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti,
per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino
al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi
di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale,
in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre
volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota
come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della
fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare
– se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già
stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per
«diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato
il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava
«diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto
movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca
cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.
Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della
non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la
“sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle
condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu
“sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono
“congedati”.
Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che
pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere
insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di
solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva
economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza
e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida
pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola
durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi
tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un
discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli
marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era
ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento
concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di
non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido,
passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal
movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che
si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera
ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché
«individuale».
Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni
pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa
molto anche sul piano umano.
In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto
della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di
oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra
in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999.
Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non
sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un
reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche
coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge,
che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di
rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale
scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non
finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali
si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città
di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una
mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai
pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio,
processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena
sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a
presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in
piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi
«mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto
storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che
alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in
quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università,
circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi
individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui
quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio
della guerra.
Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento
di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari
per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare
a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel
movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in
Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite
quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la
sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a
quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano
occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei
supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una
società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto
mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di
fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti
non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a
scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari.
Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una
compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del
’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene,
raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su
quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto
emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la
nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo,
le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra
istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte
significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc
rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì
oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle
del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che
si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel
gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine,
fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era
la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende
il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro
anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato
contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo
palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte.
Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di
massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle
riflessioni sulla non-sottomissione.
Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la
condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della
professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al
mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato».
Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla
leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte
alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei
anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca
moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù
volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente
termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire
la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate
d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a
spegnere le fiamme.
Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune
cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e
sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le
tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i
«signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio –
tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo
internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo
appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non
sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che,
incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la
variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione
rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami.
Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di
sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale.
Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco
scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo
stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo
(condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma
soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai
Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte.
Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima
un’umanità «per tre quarti annegata».
Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica
d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo,
recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi
manuali politici).
La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi.
Carcere di Trento, 11 gennaio 2026
Massimo Passamani
Nel quartiere Pilastro, nella periferia nord-est di Bologna, cresce la
mobilitazione degli abitanti contro il progetto MuBA, una nuova struttura
museale dedicata all’infanzia che l’amministrazione comunale vorrebbe realizzare
all’interno di un’area verde del quartiere. I comitati locali, riuniti nella
campagna “MuBasta”, contestano la scelta di costruire il museo all’interno del
parco del Pilastro, il che significherebbe la devastazione e la cementificazione
di uno spazio molto frequentato dagli abitanti e attraversato principalmente
proprio dai bambini e bambine delle scuole.
Secondo i residenti, il progetto rischia di ridurre uno dei principali spazi
verdi del quartiere e di trasformare un luogo di incontro e socialità in un
intervento urbanistico deciso dall’alto, quando il Pilastro avrebbe bisogno
soprattutto di servizi di prossimità, manutenzione degli spazi pubblici e
investimenti sociali, più che di nuove infrastrutture culturali pensate
principalmente per attrarre visitatori dall’esterno. Alla mobilitazione che
chiede di fermare il progetto e aprire un confronto reale con gli abitanti,
rivendicando il diritto delle comunità a decidere sulle trasformazioni
urbanistiche che riguardano il proprio territorio, il Partito Democratico ha
risposto con una repressione violentissima, schierando la celere nel parco che
nei giorni scorsi ha caricato duramente gli abitanti, arrestato tre attivisti/e
e gasato indiscriminatamente un intero quartiere. Ma il Pilastro non si fa
intimidire e convoca per domani, sabato 7 marzo, una manifestazione cittadina
gioiosa ma determinata.
Ne abbiamo parlato con Sergio, ex-insegnante e abitante del quartiere Pilastro:
A Bagnoli, nella periferia occidentale di Napoli, continua la mobilitazione dei
comitati di abitanti che da anni denunciano la situazione ambientale e sanitaria
dell’area. Il quartiere porta ancora i segni dell’industrializzazione del
Novecento e della lunga storia dell’ex stabilimento siderurgico Ilva, la cui
chiusura negli anni Novanta avrebbe dovuto aprire una stagione di bonifiche e
riconversione mai realmente completata.
Negli ultimi mesi la protesta si è riaccesa attorno ai progetti legati
all’America’s Cup, che dovrebbero trasformare il lungomare e l’area dell’ex zona
industriale in vista dell’evento. I comitati denunciano il rischio che la
manifestazione diventi il pretesto per accelerare interventi urbanistici e
operazioni di valorizzazione immobiliare senza risolvere i problemi strutturali
di inquinamento del suolo e delle acque. La richiesta degli abitanti è che prima
di ogni grande evento o investimento turistico venga garantita una bonifica
reale del territorio e un percorso decisionale che coinvolga la popolazione
locale. Martedì 3 marzo, i comitati popolari di Bagnoli hanno cercato di
accedere al consiglio comunale straordinario – convocato con oltre due anni di
ritardo rispetto alla richiesta degli abitanti – trovandolo blindato dalla
polizia: un chiaro segno della volontà di dialogo del sindaco Manfredi e delle
cordate politiche ed imprenditoriali che vogliono mettere le mani su Bagnoli.
Ne abbiamo parlato con Eddi, dei comitati popolari di Bagnoli:
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie
meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le
proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e
delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah.
Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si
sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e
servizi essenziali vengono colpiti o interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano: