La guerra israelo-americana nei confronti dell’Iran non ha fatto i conti con la
messa in campo dell’arma più potente iraniana, ossia la chiusura dello Stretto
di Hormuz e la deflagrazione della crisi energetica a livello mondiale.
Per rispondere alla crisi annunciata Ursula Von Der Leyen al vertice
sull’energia nucleare a Parigi ha dichiarato che l’UE ha sbagliato a rallentare
sul nucleare, immaginando di dare il via a investimenti per i piccoli nuovi
reattori (SMR) per procedere sulla via dell’indipendenza energetica. Di questi
reattori al momento esistono soltanto un paio di esempi in tutto il mondo visti
i costi, i limiti delle tempistiche nella costruzione, i problemi legati alla
sicurezza, la produzione di scorie e l’assenza di una soluzione per esse. Mentre
Meloni mette in piedi un decreto bollette senza garanzie, il Ministro della
Sicurezza Energetica Pichetto Fratin coglie la palla al balzo dell’UE per
sperare in finanziamenti europei – si parla di 200 milioni messi a disposizione
dall’UE per sostenere l’innovazione dei SMR da qui al 2028 – per dare seguito al
nuovo ddl sul nucleare che di fatto, in barba a ben due referendum in cui la
popolazione italiana ha votato contro questa fonte energetica, liberalizza la
possibilità di costruire nuove centrali e accentra i poteri decisionali nelle
mani del governo.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia oggi ha rilasciato 400 milioni di barili
di greggio per calmare i mercati finanziari a fronte della chiusura dei
traffici, il che risulta una semplice misura palliativa che non potrà impedire
l’aumento reale dei prezzi sia sul petrolio che sui suoi derivati, mostrando
ancora una volta la priorità, ossia garantire la possibilità di speculazione
finanziaria in tema energetico.
Ne parliamo con Daniele Gamba, attivo sul territorio biellese in merito ai
progetti di speculazione energetica e membro del Circolo Tavo Burat.
Ad oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della
guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro
l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su
Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel
centro della città.
Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se
l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta,
magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti
con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane
è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è
durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo
conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città
da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide,
è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco
imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è
fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di
saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco
di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la
necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie.
Strategie
Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro
l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni
in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti
attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo
sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice,
poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile.
Dall’altra, si spera di disarticolare la struttura statale e di balcanizzare il
paese seguendo la strategia del caos adottata in Siria. Alcuni partiti kurdi
della recente coalizione non nascondono di essere dentro questa dinamica,
aspettando probabilmente il momento propizio. Di fronte al mancato indebolimento
dello stato iraniano e la scelta di Mojtaba Khamenei come guida suprema della
Repubblica, quindi di una continuità di comando e di uno slittamento su
posizioni meno disponibili a mediazioni, la parte americana valuta l’intervento
diretto con truppe sul terreno. Sembra per ora orientata o all’occupazione dei
terminal petroliferi o dei siti nucleari.
Israele ha messo fretta, come spiega Paola Rivetti in un’intervista, poiché
l’occasione era propizia. Dopo un gennaio di proteste, Russia e Cina impegnate
altrove, Hezbollah meno forte e la fine di Assad, la Repubblica Islamica pareva
indebolita. Parallelamente però la crisi del dollaro è un fatto materiale a cui
la politica di Trump doveva dare risposta, non si può escludere dunque che tra i
vari obiettivi di questo surriscaldamento c’è la necessità di ridisciplinare i
Paesi del Golfo alleati. Come sostiene Alessandro Volpi, infatti “Gli Stati
Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro
e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40
mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare
compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad
accettare le pressioni Usa in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno
ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la
priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi
la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta
dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l’attacco
all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di
condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le
petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva”. E inoltre “Un clima
di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petrolmonarchie alle
società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume
delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo
del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State
Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In
cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui
detengono già circa il 40%”.
La strategia iraniana continua a concentrarsi su di una risposta ad ampio
spettro verso le basi americane nell’area e verso Israele. Nel frattempo si
intensifica il blocco dello stretto di Hormuz, con un suo possibile blocco
totale attraverso la posa di mine navali. Gli altri alleati dell’Iran, quindi
soprattutto Hezbollah e i gruppi iracheni stanno facendo la loro parte. Israele
non ha mai subito un attacco di questo tipo. Per quanto Netanyahu volesse
cogliere l’occasione per spingere il suo progetto sionista togliendo di mezzo
l’ostacolo più importante, è costretto a fare fronte a un attacco dentro i
propri “confini” su civili e target militari. Il 7 ottobre è stato un evento di
significativa portata e ad alto livello di shock ma non in termini di durata e
d’estensione. Israele ha un punto debole nella stessa struttura organizzativa
dello stato sionista, senza il supporto americano e dell’Occidente non potrebbe
far fronte a nessuna delle sue funzioni essenziali. I Paesi del Golfo: colpire
obiettivi ben precisi come basi americane in questi Paesi e infrastrutture
logistiche ed energetiche, oltre a data center, impianti di desalinizzazione
accompagnati dal blocco dello Stretto di Hormuz denotano un ulteriore elemento
di potenza a fronte della confusione dell’aggressore.
Gli USA vorrebbero ora una fine più immediata della guerra, ma come fanno a dire
che hanno vinto? Non c’è un punto di caduta prevedibile: invasione via terra,
bombe tattiche nucleari, accaparramento di risorse e in particolare delle scorte
di uranio, attacchi e estensione della guerra verso obiettivi dei paesi che
vorranno farsi coinvolgere nell’ennesimo esempio di fallimento della politica
estera trumpiana.
Catene del valore
Il potere egemonico si fonda oggi sulla capacità di avere l’esercito più forte
al mondo e sulla finanziarizzazione del dollaro. Il controllo della produzione è
in parte ancora assolutamente attuale ma il problema per gli USA deriva
dall’eccessiva frammentazione e dislocazione della catena del valore. Questo
processo, come spiega Phil Neel, crea bolle di rischio e, su scala globale,
finisce per conferire maggiore potere a certi Stati piuttosto che ad altri,
quelli che gli USA si auspicherebbero. Il problema è infatti il costo dei
processi produttivi globali che, per una fase che ha preceduto l’avvio della
guerra guerreggiata su scala potenzialmente globale, Trump ha gestito attraverso
l’imposizione di dazi e un’economia protezionista, con l’avvio di avventure
coloniali come dimostra l’attenzione posta alla Groenlandia e al Canada oltre al
protrarre il genocidio in Palestina. In questo processo il Sud globale intanto
ha sviluppato i suoi meccanismi di produzione locale e anche i suoi eserciti.
Non si tratta qui di coltivare l’illusione di chi pensa al mondo in scala
multipolare né di difendere interessi campisti ma di rendere conto dei
meccanismi di questa fase avanzata del capitalismo a livello globale. Una delle
prospettive americane per uscire dal piano inclinato, in cui c’è evidentemente
una crisi del potere egemonico, va nella direzione di sviluppare “più guerra”
nei punti di partenza o nei punti strategici delle catene del valore, dove esso
viene effettivamente estratto, oltre ai punti dove ci sono fratture storiche in
cui intervenire e approfondire la crisi, come può essere stato il caso
dell’Ucraina. In questo senso il colpo al Venezuela che ha preceduto l’attacco
all’Iran è indicativo in quanto è stato targettizzato uno dei luoghi in cui il
petrolio rappresenta il centro dei rapporti bilaterali con Paesi come la Russia
e la Cina, obiettivo reale per gli USA.
Di fatto quanto sta accadendo in Iran va letto sia nella sua specificità
regionale sia all’interno della più ampia competizione sistemica tra Stati Uniti
e Cina e quindi un ulteriore tentativo di intervenire sulle catene del valore
cinesi. Se è vero che le dinamiche mediorientali mantengono una loro autonomia,
legata agli equilibri regionali, alla pressione israeliana e alle strategie
statunitensi nell’area, è altrettanto evidente che esse si inseriscono nel
quadro della rivalità globale con Pechino. In questo senso l’Iran assumerebbe
una rilevanza particolare anche per la sua posizione nel sistema energetico che
alimenta l’economia cinese.
Da un lato, come mostrano le ricerche di mercato Kpler effettuate da Politico,
“Sebbene la Cina acquisti petrolio da nazioni di tutto il Medio Oriente, l’Iran
è stato secondo solo all’Arabia Saudita come fornitore l’anno scorso”. Nel 2025,
l’Iran e il Venezuela hanno rappresentato il 17% degli acquisti di greggio da
parte della Cina, che sfrutta la sua posizione di compratore privilegiato data
dall’assenza di domanda per questi due attori sottoposti a sanzioni. Secondo i
dati citati la Cina avrebbe già da tempo iniziato a stoccare petrolio,
raggiungendo un livello record di importazioni, al fine di garantirsi una
coperta più lunga in vista delle accelerazioni caotiche statunitensi. Uno studio
del centro di ricerca sull’energia della Columbia University parla di 11,6
milioni di barili al giorno nel 2025.
Altre analisi invitano invece a ridimensionare la centralità dell’Iran per
l’economia energetica cinese. Come osserva Domenicantonio De Giorgio, docente di
Economia all’Università Cattolica, la narrativa secondo cui le operazioni
militari statunitensi contro Iran e Venezuela avrebbero l’obiettivo di recidere
una componente decisiva dell’approvvigionamento energetico cinese risulta, a
contatto con i dati, ampiamente sopravvalutata. In realtà il greggio sanzionato
rappresenterebbe solo una quota limitata del consumo energetico complessivo
della Cina, un’economia il cui mix energetico rimane fortemente dominato dal
carbone e sempre più sostenuto dall’espansione delle rinnovabili.
Quindi, nonostante ogni teatro bellico che coinvolge direttamente gli Stati
Uniti tenda inevitabilmente a essere letto anche alla luce della grand strategy
statunitense di lungo periodo, che negli ultimi quindici anni ha assunto sempre
più chiaramente i contorni del contenimento della Cina, crediamo che l’analisi
debba essere più sfumata e stratificata. Com’è noto, all’interno
dell’establishment statunitense non esiste una visione unitaria rispetto alla
centralità del Medio Oriente. Accanto al blocco neoconservatore – storicamente
favorevole a un confronto diretto con l’Iran e alla ristrutturazione dell’ordine
regionale – esiste infatti un orientamento trasversale, presente tanto nel campo
repubblicano quanto in quello democratico, che considera il Medio Oriente un
teatro sempre più secondario e potenzialmente dispersivo rispetto alla
competizione strategica principale, quella con la Cina nel Pacifico. Da questo
punto di vista, una parte significativa del complesso militare statunitense vede
le guerre mediorientali come un consumo improduttivo di risorse militari,
finanziarie e politiche che dovrebbero invece essere concentrate nel
contenimento della potenza cinese.
Ma, anche tenendo conto di queste sfumature di punti vista, è facile che in
definitiva sia stata la possibilità di colpire la Cina in maniera indiretta, ad
aver convinto Trump all’azione.
Dal punto di vista di Pechino il conflitto iraniano presenta quindi un carattere
profondamente ambiguo: da un lato rappresenta un potenziale fattore di
destabilizzazione per una regione cruciale per la sicurezza energetica cinese;
dall’altro può trasformarsi in un’opportunità geopolitica nel momento in cui
costringe Washington a disperdere risorse militari e attenzione strategica in un
teatro secondario. In questo senso l’esperienza degli ultimi vent’anni – dalle
guerre in Iraq e Afghanistan fino al sostegno militare all’Ucraina – mostra come
l’impegno statunitense in conflitti prolungati abbia spesso contribuito a
ridurre la capacità di concentrazione strategica degli Stati Uniti nel quadrante
indo-pacifico, offrendo indirettamente spazi di manovra alla Cina.
Allo stesso tempo, tuttavia, esistono rischi concreti per Pechino legati
all’evoluzione della guerra. Il primo riguarda l’eventualità di un crollo del
regime iraniano e la natura del sistema politico che potrebbe emergere da tale
processo: un cambiamento di regime fortemente subordinato agli Stati Uniti
altererebbe profondamente gli equilibri energetici e geopolitici della regione.
Il secondo riguarda invece la vulnerabilità strutturale delle rotte energetiche.
Circa il 45% delle importazioni cinesi di petrolio e gas transitano attraverso
lo Stretto di Hormuz. Proprio per questo motivo Pechino sembra muoversi con
estrema cautela: pur condannando l’escalation militare e ribadendo la necessità
di una soluzione diplomatica, continua a presentarsi come attore mediano tra
l’Iran e i Paesi del Golfo indirettamente coinvolti nel conflitto. La Cina non è
il “padrino” dell’Iran, né sembra intenzionata a esporsi apertamente in sua
difesa; allo stesso tempo, un conflitto limitato che respinga l’offensiva
statunitense senza produrre il collasso dello Stato iraniano potrebbe persino
risultare funzionale agli interessi cinesi nel breve periodo. In questa
prospettiva si collocano anche le notizie relative alla condivisione di
informazioni satellitari e dati di intelligence con Teheran: un sostegno
calibrato che permette a Pechino di testare le proprie capacità di intelligence
bellica senza assumere un impegno diretto a difesa della Repubblica islamica.
Inoltre, l’Iran è il principale sbocco verso Occidente della Nuova Via della
Seta, asse che ne garantisce l’infrastruttura logistica. Alla luce di questo
ragionamento si può dunque aggiungere un ulteriore elemento, molto materiale e
pragmatico, che può spiegare l’azione degli USA in quanto non soltanto motivata
da pressione israeliana quanto più un assecondare una parte come i neocons che
hanno visto in questa guerra una possibilità per iniziare a mettere i bastoni
tra le ruote alla Cina.
Non è immediato immaginare quale possa essere oggi il punto di caduta della
strategia Trump dal momento che l’Iran ha messo in campo un’arma fondamentale
come la chiusura dello Stretto di Hormuz, il che fa pensare che ci potranno
essere conseguenze pesanti a livello globale. Probabilmente le ricadute si
avranno a livello di quei Paesi che sono ancora completamente dipendenti da
scambi anche con l’Asia oltre che con gli USA, laddove il gnl americano non ha
potuto sostituire completamente la fornitura di tali risorse da parte della
Russia a seguito dell’interruzione dei rapporti europei voluta da Trump, dunque
l’Europa. Il prezzo del barile vola così alle stelle, fino a 90-100 dollari (il
record di quest’anno è stato fissato al 2026-03-09 a 119.5) mentre in borsa sono
stati persi 2 mila miliardi dall’inizio della guerra, secondo i dati del
Sole24ore. È anche interessante sottolineare che tutte le recenti mobilitazioni
di massa dall’Europa all’America si sono scatenate con gli aumenti dei prezzi
sulla benzina, dai Gilet Gialli al Messico, e non va sottovalutato il ruolo che
potrebbe assumere un settore produttivo e sociale come quello degli agricoltori
oggi in Europa.
Tenute
Il mondo MAGA è contrariato per la nuova “avventura” trumpiana. Nick Fuentes,
leader della corrente “groyper” salita agli onori delle cronache a seguito
dell’omicidio Kirk, è andato su tutte le furie contro Trump per la sua
dichiarazione “i soldati moriranno” e ha scritto su X: “Trump ha detto: “I
soldati moriranno”. Ok, ma per chi stanno morendo? Chi sta dicendo loro di
morire? Per cosa? Di chi è la decisione? È il Presidente eletto dal popolo degli
Stati Uniti d’America? O è il primo ministro di Israele?”. Il fondo
dell’invettiva prende origine da un chiaro e netto antisemitismo che irriga una
composizione che ha avuto un ruolo importante costituendo la base del consenso
popolare trumpiano. La spaccatura nel partito repubblicano si è resa esplicita
con un’intervista a Fuentes da parte di Tucker Carlson, ex conduttore di Fox
News che oggi tiene un podcast dal titolo “The Tucker Carlson Show” anche lui in
rottura sempre più profonda con le posizioni di Trump che lo ha definito “non un
vero MAGA” , risalente a ottobre scorso in cui Fuentes parlò del pericolo di
ebrei organizzati negli Stati Uniti. La sudditanza nei confronti di Israele pare
essere il perno della critica all’operato di Trump. Non è da poco anche il fatto
che si supponga che la guerra arrivi nel momento giusto per oscurare il
contenuto degli Epstein Files, infatti ci sono correnti che parlano di
“coalizione Epstein” per riferirsi all’alleanza USA-Israele.
Il cuore della fragilità dell’area MAGA è da iscrivere in uno scollamento totale
tra guida americana e parte bassa della classe che questi personaggi disgustosi
strumentalizzano per costruire il loro spazio di potere e di fama. Negli USA da
anni c’è un’urgente questione di classe e questo comporta una crisi profonda
della società con aumento di suicidi, uso di sostanze e rincorsa all’armamento
individuale. In questo quadro Trump ha avuto la capacità di costruire una figura
che potesse attirare questo genere di composizione con la narrazione relativa al
rendere ancora grande l’America ma non è da considerarsi un outsider pazzo: è un
uomo che ha le spalle coperte dai grandi capitali finanziari legati alla Big
tech e alla Silicon Valley, vero cuore del capitalismo americano e reale
possibilità di tenuta dell’imperialismo americano, come gli Epstein files
dimostrano e come dimostra il fatto che figure chiave del grande capitale
finanziario e dell’industria tecnologica non hanno voltato le spalle a Trump
nella guerra all’Iran, anzi lo sostengono. Chi conta nella Silicon Valley vuole
un intreccio più stretto tra Stato e grandi capitali, il che significa un solo
punto di sbocco: la guerra. Meno Stato per più Stato è l’equivalenza che vale
oggi, il che significa rilanciare l’economia e la valorizzazione capitalistica
su ciò che permette di garantire profitto, riarmo, investimenti energetici e
high tech. Se si producono armi poi, per non cadere in una crisi di
sovrapproduzione, vanno usate. Non a caso oggi figure come Peter Thiel,
fondatore di Palantir, tecnologia utilizzata anche in questa guerra, è un sereno
sostenitore di questo attacco considerato come necessario. Come racconta Nafez
Ahmed in questa inchiesta “L’indagine di Byline Times ha rilevato che le tre
figure più importanti di Palantir Technologies, la società di analisi dei dati
di intelligenza artificiale al centro dell’intelligence utilizzata per
giustificare gli attacchi USA-israeliani contro l’Iran, hanno sostenuto
pubblicamente esattamente il confronto militare che ne è seguito, con una che lo
descrive come un’opportunità di investimento. I cofondatori di Palantir, Peter
Thiel e Joe Lonsdale, hanno entrambi sostenuto pubblicamente che il conflitto
con l’Iran è inevitabile, con Lonsdale che ha detto che sperava di “investire in
Iran” dopo un cambio di regime. Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha previsto che
la guerra con l’Iran avrebbe dimostrato il valore del sistema d’arma autonomo
dell’azienda.” Lo scontro tra Pentagono e Anthropic dimostra come l’AI stia
velocemente assumendo un ruolo di primo piano nella gestione militare degli
obiettivi di guerra. Anthropic produce Claude, come racconta Carola Frediani in
questo articolo, famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni, Claude è
nel sistema integrato di Palanthir, utilizzato nella guerra in Iran. Prima
ancora pare sia stata utilizzata nella cattura di Maduro, andando contro ai
“principi” del fondatore – italiano – Dario Amodei che aveva stabilito dei
criteri per l’utilizzo di questo strumento: ossia che non dovesse assolvere a
una funzione di sorveglianza di massa su cittadini americani e non per farne un
sistema di direzione d’arma che escludesse la supervisione umana. Questi
paletti, considerati troppo progressisti e democratici per la cerchia di Pete
Hegseth, hanno fatto sì che Anthropic venisse messa “fuori legge” definendolo un
“rischio per la catena di approvigionamento”, etichetta che si usa per aziende
russe o cinesi per escludere rischi di influenza esterna. In ogni caso, questa
contraddizione interna rappresenta una cima di un iceberg ben più profondo in
cui il complesso militare industriale fa uso di intelligenza artificiale per la
guerra e il che potrebbe aprire una faglia nei settori di chi vi lavora
assumendo un ruolo dirimente dato che i grandi capitali puntano sulla
transizione tecnologica come elemento fondamentale per la riproduzione egemonica
americana.
Andare a segno in breve tempo con l’uccisione di Ali Khamenei per gli USA poteva
sembrare un colpo ben riuscito a pochissimi giorni dall’inizio della guerra.
Eppure non c’è stata la caduta del sistema statuale e territoriale. Non ha
creato una situazione di frattura interna in cui Israele e USA si sarebbero
potuti inserire come sono stati soliti fare nella storia. Non si è scatenato il
caos e la popolazione non ha colto l’occasione per riprendere a protestare:
l’effetto immediato è stato serrare i ranghi e tenere. Le figure intorno a
Khamenei e alla sua struttura sono solide, si pensi a Ali Larijani, attuale
segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale: un uomo con una
lunghissima carriera istituzionale, considerato tra i conservatori uno dei più
pragmatici. Paola Rivetti evidenzia che anche da lui la linea viene mantenuta:
non ci si siede al tavolo con Trump. È emblematica in questo senso la vicenda
intorno alle dichiarazioni del presidente Pezeshkian, come sottolinea Al Jazeera
“L’interpretazione di Trump delle osservazioni di Pezeshkian «è totalmente
falsa»”. Hamidreza Gholamzadeh, direttore del think tank iraniano Diplo House,
afferma che l’interpretazione di Trump dei commenti di Pezeshkian come una
«resa» è «totalmente falsa». Quello che il presidente iraniano intendeva nel suo
videomessaggio preregistrato, in cui diceva che l’Iran avrebbe smesso di
prendere di mira i paesi vicini a meno che non fosse attaccato da lì, era in
realtà “la stessa cosa che era in atto negli ultimi sette giorni – l’Iran non
sta attaccando o prendendo di mira i suoi vicini, l’Iran sta attaccando le
risorse americane o israeliane nella regione”. Regolarmente dall’inizio della
guerra la propaganda imperialista (immediatamente ripresa dai giornali nostrani)
riporta notizie che vogliono fare propendere per una situazione in miglioramento
per gli USA, cosa che non viene mai confermata (come per il caso dei curdi
iraniani). A riprova di ciò, Al Jazeera continua: “Gholamzadeh ha detto che
l’Iran sta chiedendo ai suoi vicini “di smettere di collaborare con gli Stati
Uniti o il regime israeliano e di non consentire loro di usare la loro terra o
il loro spazio aereo per attaccare l’Iran”, descrivendo la richiesta come
qualcosa di “molto normale” e “legale”.” Nonostante ci sia voluto del tempo
prima che venisse designata la successione alla guida suprema la Repubblica
Islamica non ha ceduto. Probabilmente questa iniziativa ha invece sbloccato una
situazione di stallo nella necessaria successione a Khamenei che era gravemente
malato.
Nei giorni in cui si attendeva la nomina chi ha pensato a una “svolta moderata”
per il successore a Khamenei non aveva chiara la storia dell’Iran e, anzi, come
viene sottolineato da Alberto Negri in un articolo del Manifesto La rivoluzione
stringe i ranghi e si fa dinastia, è abbastanza scontato che in tempo di guerra
non ci siano spazi per trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran
(come forse spererebbero gli americani). D’altro canto in questi giorni abbiamo
visto da parte degli USA la volontà di giocare tutte le carte per destabilizzare
il regime, come ad esempio la propaganda americana sull’entrata in guerra della
colonna curda (per quanto andrebbe approfondito come realmente i gruppi curdi
nel territorio stiano immaginando una prospettiva in cui collocarsi nello
scenario di accelerazione generale). Come spiega Negri, con la candidatura di
Mojtaba, figlio di Khamenei, si sarebbe fatta una contraria alla tradizione
storica iraniana, infatti la formula repubblicana istituita dal 1979 prevede che
ogni carica della gerarchia della Repubblica Islamica venga eletta e che non
venga attuata una linea dinastica, anche per differenziarsi dalla monarchia
ereditaria dei Palhevi. In ogni caso, non si è trattato di una svolta
“moderata”, infatti Mojtaba è una figura che ha avuto un ruolo importante
all’interno delle Guardie Rivoluzionarie, molto vicino ai pasdaran e all’ala
militare: proprio in quanto figlio della storia recente dell’Iran che ha visto
una tenuta del regime durante l’attacco da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel
1980, un passaggio che determinò un approfondirsi del sentimento nazionalista
iraniano. Come sottolinea Rassa Ghaffari in un’intervista svolta da Radio
Blackout e ripubblicata su Infoaut qui, “Khamenei non era un uomo solo al
potere, come Ghaddafi in Libia”. Il figlio, per quanto non si volesse immaginare
una linea dinastica, mantiene dunque una continuità nei termini di solidità
dell’infrastruttura che fino ad ora ha consentito all’Iran di non essere
balcanizzato, nonostante i tentativi esterni facendo leva sulla grande
eterogeneità interna, e di non rendere legittima un’opzione che veda
all’opposizione figure della cerchia dello scià che, nonostante gli sforzi
americani in termini materiali di finanziamenti e propaganda, non vede uno
spazio effettivo nel contesto attuale, se non essere sporadicamente appellato da
alcune anime della diaspora iraniana.
Se anche all’interno del regime potessero esserci settori più aperti a una
prospettiva di allentamento delle rigidità in un quadro globale di alleanze e
assedio di fatto, con la guerra questi settori sembrano essersi richiusi. Il
regime non si teneva solo su Khamenei e la strategia iraniana di estendere la
guerra mostra che questo convenga all’Iran e non a USA e Israele che, nel
frattempo, si trovano in una situazione di potenziale contraddizione per
obiettivi leggermente diversi e interessi che potrebbero in qualche modo
allontanarsi. La guerra uccide però le possibilità di opposizione rivoluzionaria
dal basso all’establishment ma al contempo finché l’imperialismo rimarrà come il
paradigma globale, sarà davvero molto difficile immaginare processi di reale
“democratizzazione” (non nell’accezione attuale del termine) dei Paesi del Sud
globale. Le necessità sono altre e la storia dei movimenti anticoloniali insegna
che le ingerenze esterne hanno portato al fallimento dei processi rivoluzionari,
indebolimento, uccisione dei leader e instaurazione di regimi autoritari. Un
processo che dalla seconda metà del 900 arriva alle Primavere Arabe, dove si è
verificato il rischio per i movimenti che aprono alle influenze e alle logiche
di dominio esterne che emergono e si inseriscono in quei contesti è quello di
finire come la Siria. Oggi siamo davanti a una situazione diversa, l’Iran non ha
nulla a che vedere rispetto alla dimensione irachena che ha visto lo svilupparsi
di una crisi profonda determinata dalle guerre scatenate dagli USA nel 1991 e
nel 2003, con l’eliminazione di Saddam Hussein. Un periodo durante il quale si è
creato il terreno per un discorso ambivalente, al contempo nazionale e
internazionale, del jihad come resistenza a questi interventi, come viene
spiegato da Saki Montassir nel suo libro La révolution et le jihad.
Organizzazioni islamiste che hanno ricevuto finanziamenti dagli americani in
maniera conclamata sono accresciute in situazioni di caos in quanto prodotto del
mondo contemporaneo e in Iraq queste opzioni sono diventate la resistenza
nazionale islamica contro l’invasione statunitense, con tutte le derive e le
storture del caso. In Iraq non c’era però un’infrastruttura statale e una
solidità religiosa, culturale, profonda come in Iran, il che ha permesso un
regime change che andasse nella direzione degli interessi americani nell’area,
così come accaduto più di recente in Siria.
Emerge, infine, un rapporto del National Intelligence Council (Nic) che sostiene
che un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a
rovesciare la leadership iraniana. Per questo la dimensione propagandistica e di
immaginario assume un ruolo centrale oggi e le dichiarazioni su Truth di Trump
dimostrano una necessità a modellare l’opinione pubblica riportando notizie a
metà, false e manipolate per far passare il messaggio che l’Iran sia debole e
pronto alla resa. Scrive Marina Catucci sul Manifesto che “Secondo il documento,
i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti
proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida
suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington
Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano
reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e
l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana
riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».” La
narrazione di Trump deve fare uso dunque di una guerra di meme, di video e di
contenuti virtuali che possano delineare un immaginario diverso dalla realtà
delle cose.
Immaginari
La dimensione religiosa è fondamentale, infatti la morte di Khamenei ha
significato una perdita di un riferimento spirituale per il mondo sciita che si
estende ben oltre i confini dell’Iran. Comunità sciite si trovano in Pakistan,
la seconda per numero dopo l’Iran, in Bahrain, Libano, Yemen, Arabia Saudita e
India. Le proteste significative di parte della popolazione nei territori in cui
sono presenti basi o ambasciate americane è indicativa. Il tema è leggere questa
fase come l’atto di “resistenza esistenziale” che va portato sino in fondo.
Hezbollah è sceso in campo, nonostante non ci fosse particolare solidità per
loro vista la posizione del governo del Libano, al fianco dell’Iran e il suo
leader Naim Qassem ha fatto un discorso che ha toccato la profondità della
questione che si è aperta con questa guerra: “Dopo un anno e tre mesi, il nemico
continua la sua aggressione, dopo l’accordo di cessate il fuoco del 2024 noi
abbiamo rispettato l’accordo assieme allo stato libanese. Abbiamo accettato la
via diplomatica. La pazienza ha però un limite. Le violazioni della tregua da
parte di Israele sono state, secondo i dati Onu, oltre 10mila fino a questa
escalation. Invece di opporsi all’aggressione israeliana il governo libanese si
oppone alla resistenza. Ora siamo davanti a una difesa esistenziale. La nostra
decisione è di fare fronte a Israele: non abbiamo alcuna intenzione di
arrenderci. Incombe la necessità sul governo libanese di operare per la
sovranità nazionale e di proteggere il suo popolo e il nostro diritto alla
resistenza.. è un’aggressione contro tutto il Libano”.
A fronte di una dimensione complessa ed eterogenea, viene portata avanti una
resistenza che nei fatti esiste anche sui piani bassi, tra le fila di una
popolazione che non è inerme né avulsa dalle critiche e contraddizioni di un
sistema come quello iraniano, ma che sostiene nella concretezza materiale
quotidiana uno sforzo complessivo all’opporsi a quello che di fatto è
l’imperialismo americano e il progetto sionista per l’area. In questo quadro si
rende ancora più evidente e visibile la crisi totale e imbarazzante del
cosiddetto occidente collettivo, dei “valori” occidentali, il degrado insito
nella cultura e nel sistema politico occidentale. Un occhio di riguardo va
dedicato al fanatismo religioso della teocrazia USA che in questa fase rafforza
il sodalizio con l’oltranzismo religioso sionista e di estrema destra:
l’amministrazione Trump è completamente impregnata di queste posizioni che si
incarnano in figure precise con ruoli anch’essi ben specifici. Pensiamo a Pete
Hegseth, segretario alla difesa, e al capo dello stato maggiore il generale Dan
Caine. I due, oltre a dichiarare ormai giorni fa il controllo dei cieli iraniani
entro una settimana, sono l’emblema del fanatismo religioso. Ne parla Luca
Celada in un articolo sul Manifesto dal titolo Teocrazia USA contro gli
ayatollah: il disegno è divino, dove riporta che si registrano centinaia di
messaggi da parte di comandanti che per tenere alto il morale delle truppe
parlano della guerra all’Iran come parte di un “disegno divino” e di Trump come
“unto dal Signore” per il ritorno di Cristo in terra. Insomma, un delirio a
tutto tondo che non rimane confinato a circuiti da sette religiose avulse dalla
società ma che ricopre ruoli fondamentali nella sfera decisionale di come deve
proseguire la guerra e definisce il mandato americano. Ad ogni livello di
governo infatti sono stati inseriti integralisti cristiano-evengelici avventisti
che da sempre fanno parte della coalizione e della base di consenso trumpiana.
Ad esempio, nell’articolo di Celada si cita Mike Johnson, lo speaker della
Camera che per riferirsi ai membri dell’opposizione parla di “possessione
demonica”, oppure a Mike HuckAbee governatore dell’Arkansas che, oltre a essere
un ex telepredicatore, è l’attuale ambasciatore a Gerusalemme con forti legami
con il movimento dei coloni. A sostegno di tutta questa dimensione ci sono
fondazioni come la Heritage Foundation che grazie a fondi importanti direziona e
modella pensiero reazionario e integralista. Al contempo in Israele cresce il
fervore messianico e si prega per la vittoria militare.
In altre forme e su altri livelli anche l’attacco ai simboli dell’imperialismo
americano in Medio Oriente mostra la fragilità e la precarietà su cui si fonda a
livello ideologico la propagine imperialista nei Paesi del Golfo. La propaganda
USA e occidentale messa in campo per narrare gli attacchi a Dubai o in Qatar
mostrano quanto la dimensione delle petromonarchie sia di fatto una cristalliera
che dimostra tutta la sua debolezza: gli articoli fin sui quotidiani italiani
che cercano di normalizzare le “giornate di shopping nei grattacieli di Dubai”
nonostante le notti di paura per i missili, ne sono un esempio. Ma l’esempio più
lampante di questo passaggio ulteriore nella narrazione della guerra oggi, e
della bassezza soggettiva di cui è impregnato il capitalismo mondiale, è l’uso
dei social nei racconti degli attacchi, delle influencer che raccontano le loro
notti da incubo. È una dura e cruda realtà che lancia un messaggio “non è più il
tempo in cui dal tuo lettino in spiaggia puoi rimanere indifferente al massacro
dell’umanità”. La propaganda imperialista si impegna a utilizzare tutti gli
artifici retorici in suo possesso per descrivere questi luoghi come stabili e
ancora in qualche modo inattaccabili, eppure la loro precarietà è ormai su tutti
gli schermi. Non è un caso che in tutti i Paesi del Golfo la parte che permette
la riproduzione della società con il proprio lavoro schiavile davanti agli
attacchi che infiammano le raffinerie si godono lo spettacolo. Sono territori
che da un punto di vista ecologico non hanno da offrire possibilità di vita per
l’umano, a meno che non si attuasse un modello di organizzazione sociale capace
di sintonizzarsi con l’ecosistema, a causa delle loro asperità e risorse
limitate. Aver rivolto l’attenzione soltanto ai giacimenti di petrolio e mai al
limite materiale dovuto alla scarsità di risorse naturali utili alla
sopravvivenza umana in determinati territori oggi arriva a un punto in cui la
contraddizione esplode. Droni iraniani colpiscono in Bahrain per la prima volta
un impianto di desalinizzazione, in un’area in cui centinaia di impianti di
desalinizzazione si trovano lungo la costa del Golfo Persico e la regione
dipende molto dalla loro acqua, considerarli obiettivi di guerra significa aver
compreso la fragilità su cui si fondano questi Paesi. Il capitale finanziario
che incarnano sarà in grado di sopperire al granello di sale che rischia di
ostacolare l’ingranaggio della riproduzione, come la mancanza di acqua?
Non siamo pronti
Spingendo il ragionamento ancora un passaggio successivo, l’elemento del
virtuale pone delle questioni non scontate. I numerosi giochi di simulazione,
svolti anche ad alti livelli, che inscenano guerre guerreggiate tra Paesi
dell’Occidente con il resto del mondo indicano uno scenario, ossia “non siamo
ancora pronti”. Seppur siano simulazioni, nell’epoca in cui il virtuale assume a
tratti un carattere materiale e sostanziale, un elemento del genere è perlomeno
indicativo. L’andamento delle prime fasi della guerra all’Iran dimostrano uno
scenario inaspettato. La situazione russo-ucraina ricorda che non è una guerra
lampo l’opzione più praticabile sul piatto, conflitti di questo tipo si
trasformano in guerre di logoramento, mostrando una difficoltà da parte di chi
le ha preparate e poi scatenate a determinare la fuoriuscita come in passato.
Nonostante queste evidenti difficoltà se guardiamo all’Europa la volontà delle
élites rimane quella di farsi stampella dell’imperialismo americano. La corsa al
riarmo dell’ultimo anno, il sostegno continuo dell’Ucraina attraverso pacchetti
di armi, i nuovi piani europei della Ursula con l’elmetto che addirittura parla
di riempire l’Europa di Small Modular Reactor per sopperire alla crisi
energetica, sono una chiara presa di posizione. Oggi a fronte della situazione
in Iran alcuni Paesi, come Francia e Germania ma anche Gran Bretagna seppur
fuori dall’UE, si mostrano immediatamente disponibili a farsi coinvolgere nel
conflitto aperto. Macron apre alla deterrenza nucleare con la facilità con cui
si beve un bicchier d’acqua e le dichiarazioni di Merz non vanno nella direzione
di condannare l’attacco americano e di Israele. Al tempo stesso l’incapacità e
l’assenza di sostanza politica da parte di questi capi di Stato hanno dato
l’impressione ancora una volta di essere un piede dentro e un piede fuori dalla
guerra, frenando sul sostegno militare per la paura delle ripercussioni sui
mercati. Anche Meloni si ispira a questa posizione annunciando che non c’è
coinvolgimento italiano nella guerra mentre da Sigonella partono i droni
americani e tra i pacchetti di aiuti all’Ucraina spuntano anche i decreti per
gli “amici del Golfo”.
Un focus specifico val la pena dedicarlo al ruolo del governo Meloni. Con tutta
la buona volontà l’immagine del nostro Paese a livello globale non è
assolutamente credibile, basti pensare che nessuno aveva avvisato l’Italia
dell’attacco. Italia che si considera amica privilegiata di Trump ma che al
tempo stesso dimostra di non aver saputo minimamente costruire un livello di
consenso radicato nella popolazione, in particolare sui temi cari alla Meloni
come la sicurezza e la crisi, la guerra e la sovranità nazionale. A livello
europeo gli unici a fare un discorso apertamente anti americano sono i partiti
di estrema destra come Afd in Germania, Le Pen in Francia, cogliendo una sorta
di “nazionalismo antiamericano” che si è diffuso a livello popolare nella
drammatica situazione di crisi sociale generale e crisi del sistema di valori
(se mai lo sia stato) occidentale. Non è il discorso dei liberali progressisti
democratici che si intestano l’opposizione alla dimensione reazionaria e
conservatrice di Trump, bensì un chiaro e netto rifiuto nei confronti
dell’ingerenza esterna e all’esposizione alle conseguenze concrete che la crisi
egemonica americana non ha saputo nascondere. Si traduce in una richiesta di
protezione e di sovranità su un piano popolare a cui le destre tentano di
rispondere in maniera sconclusionata anche perchè il problema alla base è la
mancanza di risorse materiali a livello europeo per scendere su un terreno di
mediazione e di soluzione palliativa rispetto alla dimensione di rivendicazione
basilare di migliori condizioni materiali per sé.
Queste suggestioni devono aprire lo sguardo rispetto a quale sia il bisogno e la
proposta implicita che si snoda in questa composizione sociale trasversalmente
al di là dei confini nazionali europei, considerando l’area come una dimensione
in cui ci sono differenze di liquidità e disponibilità economica ma che
rimangono minime. I temi sono la necessità di sovranità alimentare, energetica e
territoriale. Che la sfida oggi sia la costruzione di un’infrastruttura in grado
di reggere alle necessità tecniche, all’esplosione demografica, al collasso
ecoclimatico, al bisogno di produzione di energia e al bisogno di sussistenza,
sono infatti alcuni spunti che anche Phil Neel illustra nei suoi testi quando
pone la questione di cosa significhi concretamente immaginare una transizione a
una società senza classi, comunista. Un limite della “sinistra” e dei movimenti
in questa fase è proprio quello descritto da Houria Bouteldja come una mancanza
di capacità a delineare un immaginario, un sogno di parte desiderabile di massa
e che sia concorrenziale alle destre. Manca una “passione identificatoria” che
possa tradurre le esigenze della classe in una proposta che sia una sorta di
“patriottismo internazionalista”. La Palestina ha in qualche modo fatto
intravvedere nella pratica questo tipo di orizzonte, una bussola capace di
orientare e di fare sintesi tra la necessità di un radicamento nazionale e una
prospettiva internazionalista. Aggregarsi intorno a un “sogno” che abbia la
capacità mobilitativa sul piano dell’immaginario ma che possa anche saper
rispondere ai bisogni materiali proletari. In qualche modo riappropriarsi del
concetto di “patria” significa per Bouteldja fare un discorso molto chiaro in
merito alla crisi dei servizi e del welfare: essa viene percepita dai proletari
bianchi come una perdita di sovranità e occorre fare capire che la giustizia
sociale non può che passare tramite l’ esproprio dei capitali della borghesia,
il che porterebbe a un risultato molto più appetibile che semplicemente
contendersi le briciole con i razzializzati. Per farlo occorre ristabilire la
“sovranità popolare”, che poi per noi può voler significare il contropotere. In
Italia oggi occorre rendere visibile il tradimento della destra al governo.
Questa dinamica, conclude Bouteldja, non può funzionare se non viene tenuta
insieme a un discorso internazionalista e profondamente anti imperialista,
anteponendo una visione organicamente materialista della complessità delle
dinamiche nella società e nei rapporti tra alto e basso per far fronte alla
debolezza insita dei complottismi.
E noi
Che prepararsi alla guerra sia fondamentale per “difendersi” da possibili
minacce è il refrain che ha accompagnato la narrazione mainstream in questi
ultimi due anni, dall’Ucraina in poi. Questa narrazione va smontata ma
soprattutto è evidentemente monca dal momento che lo stesso Iran accarezza
l’idea che la stessa Europa possa diventare “obiettivo” legittimo se si unirà a
USA e Israele. Nelle fasce proletarie europee, in particolare in quei Paesi
recentemente colpiti dall’onda lunga del colonialismo occidentale è fresco il
ricordo di cosa significhi essere considerati complici della politica
colonialista americana ed europea. La fase di Blocchiamo Tutto ha per forza di
cose coltivato un terreno in cui non c’è spazio per ambiguità di sorta in una
fase come questa: occorre schierarsi contro la guerra e soprattutto contro la
guerra condotta dall’imperialismo americano utile a spianare la strada al
progetto sionista. Non c’è spazio per discorsi che non fanno il paio con il
fatto che esista una sola parte da supportare: ossia i subalterni che si
ribellano e si ricompongono con gli strumenti a loro disposizione. E se la via
scelta da questi non è corrispondente ai valori di una dimensione della
“sinistra” – nella sua migliore accezione del termine – significa soltanto una
cosa: tirarsi su le maniche e costruire il terreno per alleanze strategiche in
cui l’obiettivo comune è liberarsi dall’imperialismo e dal dominio occidentale
capitalistico. Ciò non significa che le élites asiatiche o mediorientali non
siano insitamente pregne e immerse in un sistema globale capitalista né che la
rigidità può essere posta da una supposta opzione che starebbe fuori dal sistema
capitalista rappresentata da quel blocco che viene sbrigativamente definito dei
BRICS o che si assumerebbe il compito di rappresentare l’alternativa. All’oggi
non esiste alternativa praticabile e materiale: esiste soltanto uno spiraglio,
una frattura che va allargata il più possibile per contribuire a dare la
spallata necessaria al dominio americano e al processo di insraelinizzazione
della società. Con tutti i mezzi possibili e cogliendo tutte le occasioni.
Questo non significa che condividere pezzi di strada in maniera strategica con i
soggetti e gli attori coinvolti nell’obiettivo comune implichi una fase
costituente in cui si costruisce un programma comune, la sfida sta nel
fortificare un programma in grado di dare una gerarchia precisa capace di
immaginare una società di uguaglianza e solidarietà reali. Ne siamo ben lontani
ma vedere da lontano l’obiettivo permette di comprendere i passi da compiere.
Nel breve periodo non vanno messe da parte le indicazioni poste dal movimento
reale che ha superato quello formale nei mesi di settembre ottobre: la pratica
del blocco, della partecipazione di massa a forme di rottura capaci di
coinvolgere ma al contempo di essere efficaci, ci sembrano le caratteristiche
dirimenti. Il tutto andrà misurato con gli sviluppi della fase oggettiva.
Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate
L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto
una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: il
rapporto tra ambienti dell’estrema destra e settori delle istituzioni militari.
Non si tratta semplicemente di un episodio giudiziario circoscritto, ma di un
caso che solleva interrogativi più ampi sulle dinamiche di socializzazione,
sulle culture organizzative e sulla permeabilità di alcuni contesti
istituzionali alla propaganda neofascista.
Secondo quanto ricostruito da Rita Rapisardi su il manifesto, nelle oltre
centocinquanta pagine degli atti dell’inchiesta condotta dai Ros emerge che il
circolo Edoras, luogo di ritrovo del gruppo Avanguardia Torino, era frequentato
abitualmente anche da alcuni militari dell’Esercito italiano in servizio. Gli
investigatori parlano esplicitamente di un proselitismo che avrebbe fatto
“breccia anche tra i militari in servizio attivo, connotati da idee estremiste”.
Nessuno dei militari individuati risulta formalmente indagato nel procedimento,
ma la loro presenza ricorrente agli eventi organizzati dal gruppo appare come un
elemento significativo nel quadro investigativo.
Il circolo Edoras era uno dei luoghi in cui si incontravano militanti e
simpatizzanti dell’organizzazione, guidata da Enrico Forzese – ex esponente di
Fratelli d’Italia – e Mattia Borsella, entrambi tra gli indagati nel
procedimento per apologia di fascismo. Qui si tenevano incontri politici,
momenti di socialità militante, concerti e conferenze che vedevano la
partecipazione di esponenti dell’area neofascista nazionale e internazionale.
Tra gli episodi documentati nell’inchiesta figura, ad esempio, una serata del
giugno 2024 con la presenza della comunità Raido di Roma e l’esibizione della
band identitaria La Vecchia Sezione, evento organizzato per celebrare la ripresa
dell’attività militante dopo la pausa estiva.
Non si trattava soltanto di momenti culturali o conviviali. Secondo la
ricostruzione investigativa, il gruppo era coinvolto anche in azioni di
propaganda militante in città, come affissioni di manifesti e esposizione di
striscioni. In una di queste occasioni uno dei militari presenti sarebbe stato
fotografato dietro uno striscione con la scritta «Non è bastato il piombo della
feccia rossa. Giorgos e Manolis vivono in noi», in riferimento ai due militanti
del partito neonazista greco Alba Dorata uccisi nel 2013. Il materiale raccolto
dagli inquirenti descrive inoltre rituali di iniziazione, cori nazisti e
razzisti, saluti romani e propaganda antisemita. In una conversazione
intercettata nel dicembre 2023, due attivisti arrivano perfino a definire Torino
“la capitale europea del nazismo”, rivendicando contatti con gruppi analoghi
presenti in diversi paesi del continente.
Questo quadro investigativo suggerisce che Avanguardia Torino non fosse soltanto
un piccolo gruppo locale, ma una realtà inserita in una rete internazionale di
organizzazioni dell’estrema destra radicale, impegnate in attività di propaganda
e reclutamento. In questo contesto, la presenza di militari in servizio – anche
se non coinvolti penalmente – assume un significato politico e sociologico che
va oltre il singolo episodio.
Per comprendere la portata di fenomeni come questo è utile guardare anche alle
ricerche sociologiche sulla cultura militare. In un lavoro intitolato
Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane,
i sociologi Charlie Barnao e Pietro Saitta hanno analizzato il processo di
socializzazione all’interno della brigata paracadutisti Folgore, uno dei reparti
più prestigiosi dell’esercito italiano. Il loro studio, basato su
un’autoetnografia e su numerose interviste, sostiene che l’apprendimento
dell’aggressività e della disciplina gerarchica non sia un semplice effetto
collaterale della vita militare, ma un processo deliberato e funzionale agli
obiettivi dell’istituzione. Secondo gli autori, la caserma funziona come una
vera e propria “istituzione totale”, in cui l’individuo viene progressivamente
risocializzato attraverso rituali, pratiche disciplinari e modelli di
comportamento collettivi. Il percorso di formazione si sviluppa attraverso tre
fasi principali. Nella prima fase, quella della separazione, il nuovo arrivato
viene privato dei riferimenti della vita civile e sottoposto a una serie di
pratiche destabilizzanti che mirano a uniformare il gruppo e a cancellare le
identità precedenti. Nella fase successiva, definita di transizione, l’allievo
vive in una condizione di incertezza e pressione psicologica in cui il
principale punto di riferimento diventa la figura dell’istruttore, dotato di un
potere quasi assoluto sulla vita quotidiana dei subordinati. Infine, nella fase
di aggregazione, il soldato viene reintegrato nella comunità militare con una
nuova identità, sancita da rituali e simboli di appartenenza.
All’interno di questo processo assumono un ruolo centrale alcune pratiche
rituali che rafforzano la gerarchia e lo spirito di corpo. Tra queste gli autori
descrivono la cosiddetta “pompata”, una serie di piegamenti sulle braccia
imposta come punizione o come rito identitario. La pratica non ha soltanto una
funzione disciplinare, ma contribuisce a interiorizzare un modello di relazione
basato sulla subordinazione all’autorità e sulla celebrazione della durezza
fisica. Barnao e Saitta interpretano questi meccanismi alla luce delle teorie
sulla personalità autoritaria sviluppate da Theodor Adorno nel dopoguerra. Il
tipo di personalità che emerge da questo processo educativo è caratterizzato da
forte sottomissione all’ordine gerarchico, esaltazione della forza e della
disciplina, tendenza alla rigidità ideologica e predisposizione all’aggressività
verso chi viene percepito come esterno o nemico. Un altro elemento che emerge
dalla ricerca riguarda la crescente continuità tra cultura militare e cultura di
polizia. Negli ultimi decenni – osservano gli autori – si è sviluppato un
processo di reciproca contaminazione: da un lato l’azione di polizia tende a
militarizzarsi, dall’altro le forze armate assumono sempre più spesso funzioni
tipicamente poliziesche. Questa trasformazione è favorita dalla
professionalizzazione dell’esercito, dalla mobilità del personale tra diversi
corpi dello Stato e dall’utilizzo di unità militari in operazioni di ordine
pubblico o sicurezza interna.
Alla luce di queste considerazioni, il caso Avanguardia Torino non può essere
ridotto alla presenza di qualche militare con simpatie estremiste. Piuttosto,
mette in evidenza un nodo più complesso: la possibile intersezione tra reti
politiche radicali e specifiche subculture istituzionali. Non significa
affermare che le forze armate italiane siano attraversate da un fenomeno diffuso
di neofascismo, ma suggerisce che alcuni ambienti possano rappresentare terreni
particolarmente sensibili per il reclutamento o l’influenza ideologica da parte
di gruppi dell’estrema destra.
La storia europea insegna che il rapporto tra apparati coercitivi dello Stato e
ideologie autoritarie è sempre stato delicato. Per questo il problema non
riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, ma anche la
qualità dei meccanismi di controllo democratico, della formazione istituzionale
e delle culture professionali che attraversano gli apparati armati. La presenza
di militari in ambienti apertamente neofascisti, anche quando non assume rilievo
penale, rappresenta in ogni caso un segnale che interroga la capacità delle
istituzioni democratiche di vigilare su se stesse.
In questo senso, l’inchiesta torinese ricorda che la difesa dello stato di
diritto non si gioca soltanto nelle aule di tribunale o nelle leggi che vietano
la ricostituzione del partito fascista. Si gioca anche nelle culture quotidiane
delle istituzioni, nei valori che vengono trasmessi nei luoghi di formazione e
nella capacità delle democrazie di impedire che ideologie autoritarie trovino
spazio proprio all’interno degli apparati chiamati a difenderle.
Da osservatorio repressione
Prosegue la narrazione sensazionalistica sull’avanzamento della Torino-Lione.
Come avevamo già anticipato con “Acchiappa la talpa”, mercoledì 11 marzo è stata
presentata al raggruppamento di imprese UXT (Itinera, Ghella e Spie Batignolles)
e alla direzione lavori IS2P (FS Engineering, ARX, Systra, Setec), nello
stabilimento della società tedesca Herrenknecht, la prima fresa destinata allo
scavo del Tunnel di base del Moncenisio, lato italiano.
La macchina, una TBM da 35 milioni di euro, lunga quanto due campi da calcio
(per l’esattezza 235 metri) e del peso di 3.200 tonnellate, sarà utilizzata per
scavare la seconda discenderia e proseguire con lo scavo della galleria sud del
tunnel di base, già iniziato sul lato francese, avanzando poi sotto la montagna
fino a Susa. Si tratta di uno dei macchinari più mostruosi previsti per la
realizzazione dell’opera e rappresenta, nelle intenzioni dei promotori, un
passaggio altamente simbolico verso l’avvio dello scavo della galleria
principale.
Secondo quanto annunciato in pompa magna da TELT, la fresa verrà trasportata nei
prossimi mesi in Val di Susa per essere assemblata nel cantiere di Chiomonte.
Per trasferirla smontata interamente via autostrada serviranno circa 150 tra tir
e trasporti eccezionali (a questo è servito lo svincolo A32, finito di costruire
a gennaio). Solo dopo questa lunga fase di montaggio la macchina potrà entrare
in funzione: l’avvio degli scavi dal lato italiano viene infatti indicato non
prima dell’inizio del 2027.
Quello che è certo è che, come ci è stato riferito da anche da alcuni No Tav,
sono già in corso le operazioni preparatorie per accogliere il macchinario, non
solo nel piazzale antistante il tunnel geognostico (che dovrà comunque essere
abbassato di 7 metri), ma anche nella martoriata area archeologica e fuori dal
cantiere.
cancello zona archeologica percorso maddalena percorso maddalena-volto di roccia
trivella zona traliccio Terna trivella la fresa nuovi container zona necropoli
L’evento è stato celebrato dalle istituzioni come un ulteriore passo avanti
nella realizzazione dell’opera e per il rilancio occupazionale del Piemonte
(proprio come dicevamo ieri). Ma al di là della retorica ufficiale, i cantieri
della Torino-Lione continuano a procedere tra cronoprogrammi più volte
modificati (sono in ritardo di “soli” 18 anni), varianti progettuali (senza VIA
e VIS) e costi complessivi che nel corso degli anni sono cresciuti in maniera
esponenziale.
A darsi sonore pacche sulle spalle, ovviamente, c’erano la vicepresidente della
Regione Elena Chiorino (Fratelli d’Italia), il presidente Daniel Bursaux e il
direttore generale Maurizio Bufalini per conto di TELT, William Masi, presidente
di UXT (che ha candidamente dichiarato che non ci “dovrebbero essere problemi di
dispersione” durante la triturazione delle rocce di amianto), il console
italiano a Friburgo, Pietro Falcone (ma perché? chi diavolo è?), e in
collegamento il ministro Salvini e il suo omologo francese Philippe Tabarot (che
sembra un insulto in piemontese).
Nel frattempo, la realtà quotidiana in Valsusa restituisce un quadro ben diverso
da quello raccontato nella propaganda istituzionale: quello di un territorio
progressivamente trasformato in un’unica area di cantiere, con ampie porzioni di
valle devastate, case e terreni espropriati ad aziende agricole, allevatori e
proprietari, oltre ad una presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine a
presidio delle aree interessate dai lavori. Nel frattempo, nelle poche aree
industriali rimaste le fabbriche chiudono o, quando va bene, gli operai vengono
messi in cassa integrazione per la mancanza di lavoro. Come sempre, ci sono
lavoratori considerati di serie A e lavoratori di serie B, sacrificabili.
Nei cantieri si parla di 3.300 persone impegnate nei cantieri tra Italia e
Francia, ma non si dice mai nulla sulle condizioni di lavoro: i tipi di
contratto (determinato, intermittente, specializzato?), il grado di esposizione
ad agenti pericolosi per la salute (polveri, amianto, acqua contaminata,
temperature altissime?), la presenza di lavori usuranti. Inoltre, quanti tra i
circa 900 lavoratori italiani (picco massimo previsto) sono realmente valsusini,
visto che quest’opera avrebbe dovuto rilanciare l’economia della valle?
Da oltre trent’anni la realizzazione della Torino-Lione incontra l’opposizione
di una parte significativa della popolazione locale e di tutti coloro che
abbiano un minimo di spirito critico e capacità di fare due calcoli, continuando
a denunciare l’inutilità dell’opera, i suoi costi economici e ambientali e il
modello di sviluppo che questa infrastruttura rappresenta.
La consegna della fresa è solo un capitolo e questa rimane una grande opera
imposta dall’alto, sostenuta da malavitosi e ingenti finanziamenti pubblici che
sarebbero necessari in istruzione, sanità e trasporto pubblico locale, nonchè
accompagnata da militarizzazione e un dispositivo di controllo del territorio
sempre più pesante, che negli anni sta trasformato la Val di Susa in una vera e
propria zona di sacrificio.
Di fronte alla retorica dell’inevitabilità e dell’irreversibilità, resta aperto
uno dei nodi centrali che il Movimento No Tav pone da decenni: quale sia
l’utilità reale di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, così come è
stato sollevato recentemente anche per la tratta Avigliana-Orbassano.
Con l’arrivo della talpa si apre dunque una nuova fase del racconto mediatico
dell’opera. Ma in Valsusa, accanto ai cantieri e alle celebrazioni
istituzionali, continua anche la mobilitazione di chi da anni si oppone alla
Torino-Lione e alle sue conseguenze sul territorio. Perché la partita sul TAV
non si gioca solo nei cantieri o nei palazzi della politica, ma soprattutto
nella capacità dei territori di continuare a opporsi a un’opera ritenuta
inutile, dannosa e imposta.
Quindi…avanti No Tav!
da Notav.info
di Sandro Moiso da Carmilla online
Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168,
15 euro
> E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di
> quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del
> mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine
> di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la
> cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei
> famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema
> teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga,
> Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)
Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il
bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un
leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una
esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e
azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia
politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto
che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere
non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più
estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.
Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio
Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta
imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del
tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter
reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:
> le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione
> Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le
> implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia
> dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre
> iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli
> obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto
> di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà
> dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare
> di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica
> originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il
> teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz
> sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il
> corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra
> diventa un fine in sé1.
Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non
solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più
diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati
dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di
Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi
coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di
Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono
profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo
con una parte dell’attuale regime.
Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di
spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio
coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i
giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio
un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte
operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di
sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui
prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti
anni a questa parte.
Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i
peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi
socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di
superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le
proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli
interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate
nelle lotte di liberazione.
Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno
invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza,
corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non
soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma
anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati
liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso
sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo
di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a
nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i
nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e
gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di
tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con
cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).
Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle
narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS),
giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia
liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo
fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico
l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e
imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si
mascheri.
Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia
di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi
nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana
memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e
dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito
all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste
all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della
guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della
collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.
Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma
ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di
valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli
avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione,
alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza
nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da
coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di
milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine
capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al
termine del Primo conflitto imperialista mondiale.
In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli
intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che
avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto
alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono
incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo
essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le
speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale,
avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal
peccato fascista e imperialista.
Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve
momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro
alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi
avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale.
Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della
cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati
mandatari.
Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei
lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli
delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con
forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento
della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero
troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure
di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali
cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al
Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono
per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle
metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi
coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee
riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo
in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.
Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in
istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi
potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello
definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un futuro
massacratore di proletari come Sukarno2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza
“tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un
avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.
Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione
del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per
non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le
banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti
ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti
come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se
non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice
partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe
tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui
battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.
Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito
comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale
e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del
testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità
interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità
di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.
Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei
fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le
soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan
Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una
straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa
del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla
contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a
Gaza.
Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in
Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro
orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza
una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano
dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente
politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie
impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel
vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale
hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di
produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla
disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più
ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze
del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi
bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari
emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e
interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.
E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel
testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti
interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un
super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky,
citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una
moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere
planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi
artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel
testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.
Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad
una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato
avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una
crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno
sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo
l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive
conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da
cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come
al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del
pianeta era avvenuta tra USA e URSS.
Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo
commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace
universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a
rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e
delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta
infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di
una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.
Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad
agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse
petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione
venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del
controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse
dell’Iran.
Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco
(l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno
condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita,
«scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella
nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la
parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la
presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che
la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli
abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle
possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno
intravedere, ma anche interne allo stesso.
Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di
Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo
allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento
della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come,
nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo,
anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a
Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i
legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso
degli ultimi decenni dovuta alla predominanza dell’etnia cinese al suo interno4.
Facendo scrivere sul «Washington Post» che:
> Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la
> guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale
> guerra (finanziata con la spesa in deficit in un momento in cui il debito
> pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà
> gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più
> significativi, in particolare […] Russia e Cina.
> La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi
> del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al
> barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le
> sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a
> finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre
> rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare
> intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente
> Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con
> l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati
> utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e
> l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente
> rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e
> militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli
> Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti
> dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che
> contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore
> manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che
> stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più
> destabilizzante del primo.
> Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti
> stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina
> stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro.
> L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli
> Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui
> intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e
> comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici
> mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il
> 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina
> erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump
> sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano
> e ridurlo in mille pezzi.
> È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a
> questo punto, punterei su Russia e Cina5.
Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per
qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il
pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha
cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del
modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia
instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in
Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori
petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto espulse,
lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di
qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella
“difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.
Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di
ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in
nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui
articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si
tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino
del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di
risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o
Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora
monarchica e fascista).
Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle
maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze
con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche
dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e
pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere
insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli
interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione
della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e
viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza
di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere
di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere
privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.
Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere,
ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con
incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi
settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che
indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più
ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.
In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!»,
invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta
direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a
dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza
e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un
movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con
l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati
oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.
Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino
alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di
schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è
mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi
nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche
satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe,
anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un
recente articolo su Cuba:
> Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i
> cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che
> sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti
> pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino
> Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al
> castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli
> del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i
> sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate,
> infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei
> fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle
> bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.
Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano,
dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la
necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di
questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso
la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la
rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia
nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando
vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore
malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser implacabilmente
classisti.
Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può
costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della
lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima
costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra
le classi, fuori e dentro i confini nazionali.
Poiché soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione
si manifesti apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora
l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla
rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche,
ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un
asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti
dell’inquisizione politica e della repressione.
Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi
e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro
le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto
securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi
diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti
dei singoli, come a Minneapolisi, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin
da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre
più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i
loro cittadini e la comunità umana.
Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si
occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere
accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di
individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe
in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe
internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti
dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla
natura.
Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e
determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi
maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza
per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni
che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure
chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad
affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque
sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato
nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune.
Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile
della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come
fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.
Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e
non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti
al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se
fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate
americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto
potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei
pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere
in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.
Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo
dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un
ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in
nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria
sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti,
costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali
rappresentanti degli stessi.
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D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.
C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He
Wants—and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.
Si veda in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista
di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro
mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021.
L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo
2026.
Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La
Stampa» 7 marzo 2026.
M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption
benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China,
«Washington Post» 9 marzo 2026.
Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda
qui.
Mentre nelle carceri italiane si moltiplicano processi e indagini per pestaggi e
torture – da Santa Maria Capua Vetere a Torino, da Casal di Marmo al Beccaria –
il governo …
Nel territorio tarantino ci sono diverse esperienze di resistenza dal basso.
La scorsa settimana a seguito dell’ennesima morte sul lavoro di un operaio
dell’ex-Ilva di Taranto è stato convocato uno sciopero di 24 ore e insieme a
Virginia del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti abbiamo fatto un
aggiornamento sulla situazione della fabbrica e del territorio, sottolineando le
gravi conseguenze sulla salute e i limiti delle azioni messe in campo dai vari
attori che dovrebbero prendersi carico di un impianto completamente da mettere
in sicurezza e da bonificare.
Arriva la notizia di un presidio permanente nella piazza del paese Ginosa in
provincia di Taranto a seguito della volontà di realizzare un progetto di
termovalorizzatore. La questione dell’agricoltura, delle aree interne e della
gestione dei rifiuti sono temi all’ordine del giorno per il territorio che si
trova quasi al confine con la Basilicata. Con Maria del Comitato No
Termovalorizzatore facciamo il punto della situazione.
Domani, giovedì 12 marzo, al tribunale di Alessandria è prevista l’udienza
preliminare del processo per disastro ambientale colposo legato all’inquinamento
da PFAS: i giudici dovranno decidere se autorizzare il procedimento nei
confronti di due ex dirigenti dello stabilimento chimico di Spinetta Marengo. In
altre parole, si stabilirà se ci sono gli elementi sufficienti per aprire il
dibattimento vero e proprio.
In concomitanza il Comitato Stop Solvay e le associazione del territorio hanno
convocato un presidio a partire dalle 9:30.
Ricordiamo che i PFAS sono sostanze chimiche di sintesi usate da decenni in
prodotti industriali e di consumo. Sono estremamente persistenti nell’ambiente e
nell’organismo umano — tanto da essere definiti ‘inquinanti eterni’ — e possono
avere effetti sulla salute, dall’interferenza endocrina ai rischi oncologici.
Studi locali indicano che circa l’8‑9% della popolazione residente entro pochi
chilometri dallo stabilimento di Spinetta Marengo presenta livelli nel sangue
superiori ai valori soglia, e la maggior parte ha comunque tracce misurabili.
Lo stabilimento di Spinetta Marengo, storico polo chimico prima di Montedison,
poi di Solvay, oggi è gestito da Syensqo, società che ha ereditato le attività
chimiche avanzate e continua a produrre composti fluorurati. La vicenda ha
mobilitato cittadini e associazioni, tra cui il Comitato Stop Solvay, da anni
impegnato nella tutela della salute pubblica e dell’ambiente.
Ne parliamo con Viola Cereda del Comitato Stop Solvay, ripercorrendo la storia
del sito industriale e approfondendo le implicazioni dell’udienza preliminare:
Ricostruiamo la giornata di mobilitazione dell’8 marzo a Città del Messico, dove
decine di migliaia di donne hanno attraversato le strade fino allo Zócalo in una
delle manifestazioni femministe più grandi dell’America Latina. Nonostante la
piazza oceanica, Pontiroli racconta di aver percepito un leggero calo sia nella
partecipazione sia nel livello di organizzazione dei collettivi presenti
rispetto agli anni passati.
Al centro della protesta restano le rivendicazioni contro la violenza
strutturale di genere e l’inerzia delle istituzioni: in Messico, secondo i dati
del Segretariato esecutivo del sistema nazionale di sicurezza, nel 2024 sono
stati registrati circa 839 femminicidi, mentre se si considerano tutti gli
omicidi di donne la cifra supera le 3.000 vittime l’anno. Le organizzazioni
femministe ricordano inoltre che in media vengono uccise circa 10 donne al
giorno e che la grande maggioranza dei casi resta impunita o non arriva a
sentenza.
La giornata è stata attraversata da performance, cori e slogan — tra cui “No
estás sola” e “No se va a caer, lo vamos a tirar”. Nel finale del corteo alcune
manifestanti hanno cercato di rimuovere le barriere metalliche installate dal
governo a protezione dei palazzi istituzionali attorno allo Zócalo. A presidiare
l’area un massiccio schieramento di polizia, composto in gran parte da agenti
donne vestite di viola — il colore simbolo del movimento femminista in Messico —
che hanno risposto con numerosi lanci di gas lacrimogeni per disperdere i gruppi
rimasti nella piazza.
Ne parliamo con la giornalista, da Città del Messico Sofia Pontiroli
@credit fotografie di copertina e dell’articolo di Sofia Pontiroli, Città del
Messico, 8 Marzo 2026
di Paolo Persichetti* Svolta al processo di Alessandria, mentre le difese
chiedono una nuova perizia, la corte da la parola ai consulenti storici. Nel
frattempo un testimone evoca le «orge» …
Pestaggi, lesioni, minacce e violenze sui detenuti stranieri tra i 15 e i 19
anni. L’inchiesta della Procura di Roma arriva mentre il decreto sicurezza
rafforza le tutele per le …
Prosegue la narrazione sensazionalistica sull’avanzamento della Torino-Lione.
Come avevamo già anticipato con “Acchiappa la talpa”, mercoledì 11 marzo è stata
presentata al raggruppamento di imprese UXT (Itinera, Ghella e Spie […]
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