[2026-01-08] Cena sociale di quartiere GRAB @ Circolo “Ost Barriera”
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9 (giovedì, 8 gennaio 07:30) Cena sociale di quartiere Il bere sarà fornito dal circolo OST che ci ospita, non portiamone da fuori per evitare loro accolli Porta un piatto, una posata, un bicchiere, e quello che vuoi trovare a cena Teniamo la piazza più pulita di come la troviamo
I primi film più esplosivi del 2025 che ci sono venuti in mente #05
Come nelle più classiche trasmissioni a fine anno solare si tirano le somme delle “emozioni” provate nei 12 mesi racchiusi nel per altri versi orrido 2025. Tra i conduttori di Delicatessen si è operata una scelta estemporanea, senza meditare troppo sulle tante pellicole viste, probabilmente la preferenza sul film che più ci ha colpito è stata condizionata dalle ultime proiezioni a cui abbiamo assistito, ma i tre/quattro titoli che sentite nominare in questo podcast indicano opere che interpretano l’arte cinematografica ai massimi livelli dei loro generi e contengono molti spunti innovativi e livelli di significato diversi: El jockey di Luis Ortega affronta in modo singolare temi di fluidità sessuale e fragilità maschile inserendoli nelle tinte fosche del suono del tango e del suo inevitabile rapporto tra amore e morte; Sirât di Óliver Laxe immerge nel mondo dei rave tragedie che alludono al conflitto del popolo saharawi, ma usando atmosfere e relazioni da road-movie; The Teacher di Farah Nabulsi mette in scena gli insegnamenti di un maestro impegnato da sempre nella lotta del popolo palestinese sullo sfondo delle macerie non solo delle case del suo villaggio, ma anche della sua esistenza travolta dalla repressione israeliana, e la tragedia si risolve con un colpo di teatro che per una volta infonde speranza… e forse proprio per questa prossimamente potremo parlare di Resurrection di Bi Gan, che formalmente rappresenta una geniale rimeditazione su un’arte che difficilmente può essere colpita a morte.
el jockey
Sirât
The Teacher
[2026-01-24] 365 SCHIAFFI @ TooPiacenza
365 SCHIAFFI TooPiacenza - Piacenza (sabato, 24 gennaio 18:00) Sabato 24 gennaio al "Too Piacenza" festeggiamo un anno di collettivo Schiaffo: Apertura ore 18:00 con: Cisco (electro ragga dj set) A seguire: canti di lotta del Cor'occhio dal Barocchio squat. Inizio concerti ore 20:00 : Caged Plague Bomb Collisione Putiferio
[it, en] Sciopero della fame dei Prisoners for Palestine: appello per Heba Muraisi
Ringraziando chi l’ha fatta, riceviamo e pubblichiamo questa importante traduzione: Qui l’originale: Take Action: Demand Heba is moved to HMP Bronzefield – Prisoners For Palestine https://prisonersforpalestine.org/take-action-demand-heba-is-moved-to-hmp-bronzefield/   Agisci: chiedi che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield Heba Muraisi è al 56° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield [carcere femminile di Bronzfieldt, ndt]   Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede sua figlia da oltre 4 mesi.   In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.     Agisci Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di trasferimento. Di seguito i recapiti:   01784 425690: Numero principale   01932 232300: Numero di telefono alternativo   charlotte.wilson@sodexogov.co.uk   bf.correspondence@sodexogov.co.uk   bfsafercustody@sodexogov.co.uk   socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com   HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.u
Carcere
Stato di emergenza
Babele
Riconoscere il colonialismo@1
La seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono le persone razzializzate, tanto in Palestina quanto in Italia. L’obiettivo non sta tanto nel definire somiglianze e divergenze nelle forme di repressione ed oppressione, al di qua e al di là del Mediterraneo, ma individuare piuttosto terreni comuni capaci di tenere insieme le lotte: non solo nella teoria politica, ma anche e soprattutto nella materialità in cui si manifestano. Nel riconoscere la colonia nei nostri contesti, il tema di questa seconda puntata parte dall’approfondimento della storia e delle forme che assumono i campi di lavoro dei distretti agroindustriali in Italia, grazie alla diretta con una compagna della rete Campagne in Lotta. Il sistema-campo qui prende la forma di un arcipelago di forme abitative formali e informali, create per contenere la forza lavoro e la sua mobilità in chiave estrattiva. Un modello che si è andato formando dalla fine degli anni 80, con l’incremento significativo di immigrazione e di richiesta di manodopera nei distretti agroindustriali, ma la cui storia e genealogia è molto precedente ed è andata di pari passi passo con quella coloniale e di formazione di un’economia capitalista ed estrattivista, in particolare del Sud. I campi sono le struttura che l’istituzione crea a scopo contenitivo e di controllo, che si possono presentare come un campo “umanitario”, ad esempio un centro d’accoglienza. Ghetto è la definizione che chi lo abita gli dà, uno spazio fatto anche di forme di organizzazione, socialità e solidarietà che vanno molto ad là del controllo istituzionale. Nell’andare a fondo dell’argomento non si può che affrontare una delle manifestazioni più evidenti della colonia: i processi di frammentazione o campizzazione dei territori. Analisi che si collega al concetto di “arcipelago Palestina”, un processo di frammentazione dei territori palestinesi iniziato da Israele nel 1948 e che oggi si manifesta in primis nella divisione territoriale (territori del ’48, Cisgiordania, Gaza, campi profughi e diaspora), funzionale al controllo della mobilità, al contenimento e alla carcerazione della popolazione palestinese, così come all’appropriazione di nuovi territori, ma il cui tentativo (spesso fallito) risiede anche nella frammentazione del tessuto sociale palestinese, anche attraverso la moltiplicazione di status giuridici. Una pratica che alle nostre latitudini richiama i vari livelli di cittadinanza, tra chi ha o meno un permesso di soggiorno, e di quale tipo. La componente umanitaria, delegata alla gestione/oppressione delle persone in questi territori, rappresenta un tassello chiave dell’impianto razzista statale: dal ruolo di vari attori del terzo settore nella pacificazione ai fini della capitalizzazione sulla pelle delle persone immigrate nei campi di lavoro come nei lager di stato – alle ONG che operano nei ghetti dell’agroindustria o in Palestina, che creano una completa dipendenza da “aiuti umanitari”, portando ad uno svilimento delle istanze di lotta di chi questi territori li abita. Tracciare la genealogia di alcuni campi di lavoro del Sud Italia ci permette anche di delineare alcune retoriche fondamentali del colonialismo, attuate sia qui, nei confronti del Sud Italia, sia in Palestina: la conquista delle terre giustificata dall’idea di averle rese produttive e fertili, assieme al trasferimento forzato di ampie masse di popolazione locale, trasformandole in nomadi, fornendo così un’ulteriore legittimazione all’occupazione dei territori. Ricostruire una genealogia del sistema campo in Italia ci aiuta a puntualizzare quanto il concetto di colonia non sia delegabile esclusivamente a territori al di fuori dei confini nazionali ma si manifesti anche qui, tanto nelle sue forme oppressive quanto in quelle di lotta e resilienza. Per ascoltare il primo episodio della serie: “La detenzione amministrativa come manifestazione della colonia, in Palestina e nei CPR”  
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Torino: “Tutti liberi subito. Il governo usa la repressione contro gli studenti che si mobilitano per la Palestina”
Questa mattina la questura di Torino ha effettuato perquisizioni a casa di giovanissimi con la conseguente applicazione di 6 misure cautelari ai domiciliari. Giovani che hanno preso parte alla mobilitazione di massa con lo slogan “Blocchiamo tutto” che ha visto manifestazioni oceaniche, blocchi nei principali snodi della logistica e delle infrastrutture dei trasporti, scioperi effettivi dalla fabbrica della guerra, estesa a tutto il nostro territorio nazionale. Il governo Meloni ha tentennato e ha avuto la dimostrazione che la popolazione non è disponibile a rendersi complice del genocidio in Palestina e ad arruolarsi nella guerra di domani. Per questo, dopo pochi mesi, la morsa inizia a stringere laddove si individua che possa fare più male. Creare un precedente come questo, selezionando scientificamente persone minorenni che frequentano collettivi studenteschi e hanno partecipato, insieme ad altre migliaia di giovani, alle manifestazioni dell’autunno è un colpo vile che va nella direzione di voler recidere alla base una prospettiva futura fatta di legami di solidarietà per costruire un vivere migliore. Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’Assemblea Studentesca di Torino Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di 6 nostri compagni di scuola minorenni sottoposti a perquisizioni e agli arresti domiciliari come misura cautelare, in risposta alle mobilitazioni del movimento “blocchiamo tutto”, contro la complicità del governo Meloni nello sterminio dei palestinesi, che ha preso piede in tutta Italia durante l’autunno. Al centro dell’indagine, la contestazione alla giovanile del primo partito di governo, che portava avanti un volantinaggio di propaganda razzista davanti al liceo Einstein. Durante le occupazioni di tutte le scuole d’Italia nelle quali i giovani si sono resi protagonisti del movimento per la Palestina, alla polizia è stato ordinato di recarsi davanti al Liceo Einstein per difendere il volantinaggio, manganellando gli studenti che protestavano, ammanettando un minorenne. La risposta da parte di professori, genitori, studenti di tutte le scuole e della città intera è stata immediata e di massima solidarietà e sdegno verso le modalità repressive del governo. Quello che viene fatto passare come un caso isolato rientra perfettamente all’interno di un piano di disciplinamento giovanile funzionale alla preparazione della società e delle scuole ad un clima di guerra. I messaggi d’odio portati avanti dai volantini che il governo tiene tanto a difendere sono uno degli strumenti che questo usa per riaprire una divisione tra popoli che si era superata con il movimento per la Palestina. Tra i motivi degli arresti i blocchi delle stazioni, avvenuti mentre in tutta Italia si bloccavano porti, autostrade, e blocchi della logistica di guerra. Nel giorno in cui si vota la legge finanziaria, che aumenterà la spesa bellica di 23 miliardi nei prossimi tre anni, e mentre il governo si prepara alla reintroduzione della leva per i giovani, questi arresti domiciliari nei confronti di studenti giovanissimi, non sono casuali, ma una chiara intimidazione ai giovani che si sono mobilitati: non c’è spazio nelle scuole per organizzarsi contro la guerra! Il governo si trova in una situazione complicata e per questo attua misure così aspre, in tutto ciò sappiamo bene che non possiamo fermarci davanti a questo, la posta in gioco è troppo alta. Continueremo ad andare a scuola e a porci le stesse domande sul nostro futuro a testa alta, perchè liberare tutti vuol dire lottare ancora. Vogliamo la liberazione immediata di tutti i compagni! INTIFADA FINO ALLA VITTORIA.
[2025-12-31] Capodanno NoTav @ Nuovo presidio San Giuliano
CAPODANNO NOTAV Nuovo presidio San Giuliano - San Giuliano di Susa (mercoledì, 31 dicembre 20:30) CAPODANNO NO TAV AL PRESIDIO DI SAN GIULIANO! Ore 20,30 cena condivisa - porta ciò che vorresti trovare! Ore 23,00 partenza dal Presidio di San Giuliano per brindare iniseme al nuovo anno in tutti i presidi No Tav! A seguire musica al Presidio di San Giuliano https://www.facebook.com/notav.info
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Il 2025 in dodici articoli
(disegno di cyop&kaf) GENNAIO “Vi dovete integrare!”. Critica dei discorsi conservatori dopo la morte di Ramy Elgaml La parola integrazione, infatti, è talmente diffusa che il suo uso è scontato e, di fatto, normalizzato. Anche in contesti progressisti, dove tutt’al più si fanno distinguo ma non si mette in discussione l’idea che “ci si debba integrare”. La mia visione radicalmente critica della parola integrazione è dovuta al fatto che il suo significato è interpretato in termini prevalentemente, per non dire esclusivamente, culturalisti. Integrarsi, in sostanza, equivale a mettere da parte la propria cultura – di base concepita come “nazionale” – per accettare quella del paese di arrivo. Questioni materiali come le diseguaglianze economiche e giuridiche – banalmente, la dipendenza da un permesso di soggiorno per poter vivere in modo stabile in un luogo –, le asimmetrie di potere, la segregazione occupazionale e abitativa non sono prese in considerazione o, quantomeno, non sono considerate centrali. La partita dell’integrazione si gioca al tavolo della cultura. Come se le persone fossero portatrici di una sorta di abito culturale ben definito e identificabile, trasmesso loro dalla famiglia di appartenenza, la quale, a sua volta, non sarebbe altro che l’espressione coerente di valori e comportamenti tipici della comunità nazionale di provenienza. (leggi l’articolo) FEBBRAIO La sentenza sulla Terra dei Fuochi e l’archivio delle lotte ambientali Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni politici e mediatici che hanno presieduto allo svolgersi di uno dei più grandi disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano due: “Siete manovrati dalla camorra” e “Se vi ammalate è colpa dei vostri stili di vita”. Noi che ci siamo stati sulle discariche, che abbiamo denunciato la camorra e lo Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue articolazioni criminali, tossicologiche e sanitarie, sapevamo che erano accuse strumentali. Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali scaricavano le proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro complicità o indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando la repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi, altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo, e ve l’abbiamo detto in tutti i modi. (leggi l’articolo) MARZO La legge SalvaMilano, la fine della città pubblica e l’autocrazia Possiamo chiamare il decennio milanese dall’elezione di Pisapia al Covid (2011-2020) l’epoca d’oro della rigenerazione urbana alla milanese, in cui è stato progettato e realizzato un modello di crescita urbana profondamente classista, basato sull’attrazione di fondi finanziari, la “lussificazione” della città e l’espulsione dei ceti meno agiati, la distruzione sistematica del welfare urbano e la glorificazione della rendita immobiliare. La città si è trasformata inseguendo la massima valorizzazione del metro quadro, ed è stata quindi densificata in barba al consumo di suolo, al rispetto dei vuoti che garantiscono vivibilità, luce e aria, privatizzando spazi e servizi pubblici. Per dispiegare indisturbati una tale quantità di violenza urbana e sociale sui cittadini è stato necessario fare due cose: esercitare un controllo assoluto sulla comunicazione – affiancando la propaganda alla censura – ed erodere le leggi urbanistiche che ancora ostacolano l’aggressione degli interessi privati al tessuto urbano privando gli abitanti del diritto all’abitare e alla stessa vita civile. (leggi l’articolo) APRILE Il bosco tra le piste Porsche è salvo, ma non l’ha salvato la Regione Puglia Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti con nuove piste e impianti su duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco mediterraneo ed espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il consenso della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che riconoscevano in questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito di interesse comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa comunitaria, la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia della biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico” connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza  pubblica. Infatti, alla distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di elisoccorso attrezzato con eliporto e strutture sanitarie, un centro polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto riguardo la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e Brindisi sono sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi estivi hanno interessato i terreni limitrofi all’anello di Porsche non hanno visto i soccorsi di NTC. (leggi l’articolo) (disegno di leMar) MAGGIO Riflessioni sul referendum per la riforma della legge sulla cittadinanza L’ottenimento della cittadinanza formale non è sufficiente in sé per essere considerati italiani. Lo racconta bene Salwa, ventitré anni, d’origine egiziana: «È vero che ho preso la cittadinanza italiana ma mi guardano da straniera, da terrorista. È vero che lo Stato mi ha riconosciuta come italiana, ma alla fine è un pezzo di carta, la gente non mi riconosce; quindi, mi sento come se non valesse. Dal punto di vista burocratico mi ha facilitato un sacco di cose però non vengo vista come un’italiana quindi è una presa in giro». A causa del colore della pelle, del nome o del cognome che si ha, della religione che si professa, degli abiti che si indossano, molte persone, incluso chi nasce e/o cresce in questo paese, sovente non sono riconosciute come cittadine e cittadini alla pari, sebbene loro e spesso anche i loro genitori, se non addirittura i loro nonni, abbiano un passaporto italiano. Una situazione di discriminazione sostanziale che non permette a tanti e tante di sentirsi pienamente parte di un paese di cui sono sempre più linfa vitale. (leggi l’articolo) GIUGNO L’incubo della sicurezza. Appunti e visioni a Torino “Blitz” è termine così inflazionato da oscurare la sua provenienza: abbreviazione di “Blitzkrieg”, guerra lampo. Vedo immagini di un’occupazione in quartiere – soldati con i fucili automatici in grembo, ronde di polizia e carabinieri – e ricordo Gerusalemme. Alla Porta di Damasco c’era il presidio fisso dell’esercito, soldati israeliani controllavano gli snodi principali fra le vie della città vecchia. Dietro transenne sostavano due soldati, accanto alla torrefazione fra i banchi del pane e dei pomodori. Le truppe presidiavano le strade in nome della guerra al terrorismo, ma il terrorismo era una giustificazione: la guerra era contro chi viveva sotto occupazione, senza cittadinanza e diritti. (leggi l’articolo) LUGLIO Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti? Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. (leggi l’articolo) AGOSTO Malinconico agosto Facce di gente normale che incontri per strada; facce che senza volere comunicano, parlano, si lamentano o urlano senza aprire bocca; e ti muovono qualcosa dentro, una sensazione più forte della solita noia o delusione che questi ritorni mi provocano. Perché colgo un’aura di malinconia che quei volti emanano – una tristezza profonda, insondabile, eppure evidente, irredimibile. Naturalmente nessuno evoca esplicitamente questo senso di malinconia, ognuno tiene coscienziosamente in piedi la rappresentazione della propria vita agostana, tra spezzoni di vacanze e complicate reunion familiari al capezzale di vecchi con l’Alzheimer. Ma il messaggio mi arriva dentro, diretto, potente; e mi sembra inequivocabile – frutto della misteriosa telepatia del quotidiano, quella per cui basta incrociare uno sguardo per indovinare un dolore o un pezzo di vita. (leggi l’articolo) (disegno di federica pagano) SETTEMBRE Chiacchiere e detersivo. Manfredi cancella il piano su Bagnoli proprio mentre dice di applicarlo Al consiglio comunale è stata presentata una informativa del sindaco sulla rigenerazione dell’ex area industriale e sull’organizzazione della Coppa America di vela, che arriverà a Bagnoli nel 2027. Un’iniziativa che pone innanzitutto una questione di metodo, considerando che da tempo immemore non si dedicava un consiglio ad hoc a uno dei temi più importanti della città. Il sindaco e la sua giunta, su questo, almeno non peccano di ipocrisia: su Bagnoli, infatti, il consiglio comunale è del tutto svuotato dalle sue prerogative, che sono assegnate al commissario straordinario (lo stesso Manfredi); il quale in assoluta autonomia, e spalleggiato dal governo, ha fatto scelte dalla portata storica, che hanno sì “sbloccato” l’impasse dovuta a trent’anni di devastazioni amministrativo-ambientali, ma a carissimo prezzo per i cittadini. Tra queste scelte, vale la pena ricordarne un paio: la prima è la cancellazione di uno dei punti cardine del piano regolatore, ovvero il ripristino della morfologia della costa con una grande spiaggia libera da Nisida a Pozzuoli; la seconda è la permanenza e l’utilizzo della colmata per i cosiddetti “grandi eventi”, con l’inaugurazione di una stagione di frizzi e lazzi che finirà per sottrarre buona parte di quella linea di costa ai cittadini. (leggi l’articolo) OTTOBRE L’inizio di una cosa. Cronache e spunti dai giorni del Blocchiamo tutto Il movimento è partito dai palestinesi in Italia, e dagli studenti universitari e medi. È stato alimentato da chi aveva fatto della Palestina la propria causa ben prima del 7 ottobre, che è riuscito a connettersi con chi, magari, è venuto al mondo più o meno negli anni in cui nasceva la campagna del Bds. Per mesi lo hanno tenuto in piedi insegnanti, ricercatori universitari, sanitari. E poi è salito di livello con il coinvolgimento dei sindacati, con l’avanguardia rappresentata dai portuali, improvvisamente coperta dai media grazie alla Flotilla. L’esplosione di quest’ultimo mese si deve, però, anche al fatto che potentati di ogni genere – dal terzo settore alle gerarchie universitarie, fino al circo dello star system internazionale – hanno capito che parlare a favore della Palestina oggi può farti guadagnare terreno nell’opinione pubblica. Le manifestazioni oceaniche di questi giorni, ma anche l’incertezza radicale sulla tenuta di questa “intifada”, sono il prodotto di questo miscuglio. La domanda da porci è: che ruolo abbiamo avuto “noi” fino a questo momento, e che ruolo possiamo avere d’ora in poi? Ci sarà un seguito che possiamo propiziare, facilitare, spingere? Che ognuno declini il “noi” come preferisce. (leggi l’articolo) NOVEMBRE Oltre il banco degli imputati. La resistenza palestinese sotto processo a L’Aquila Di fronte a noi non si presenta una linea d’accusa chiara, coerente, dotata di un impianto che si sostenga su basi fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a fronte della detenzione di Anan (da oltre diciannove mesi in regime di alta sicurezza) e di un’imputazione così pesante, quella di terrorismo internazionale (articolo 270-bis c. p.), che pesa sulla vita dei tre imputati, non ci sia ancora un impianto probatorio ben definito. Uno dei vulnus più importanti che ha segnato tutta la linea accusatoria, fin dalle prime udienze, è stata la totale mancanza di contesto geopolitico degli elementi portati in aula rispetto a ciò che accade da anni in Palestina, alla sua lunga storia genocidaria, alla realtà dei Territori Occupati e alla relativa struttura di apartheid e, soprattutto, al diritto alla resistenza del popolo palestinese. Eppure, nel frattempo, non possiamo non dire che fuori da quell’aula di tribunale non sia successo nulla. Anzi! Sul piano politico, più di un passaggio si è intrecciato direttamente con la storia stessa di questo processo. (leggi l’articolo) DICEMBRE La fiera dell’ipocrisia. Intellettuali progressisti e non violenza Nonostante il tentativo decoloniale questi intellettuali ricadono nella contraddizione storica che la caratterizza: nel momento stesso in cui si fanno portavoce di parole d’ordine rivoluzionarie, partendo dalla cosiddetta solidarietà alla lotta anticoloniale palestinese, lo fanno, di nuovo, imponendo le categorie analitiche e discorsive dello stesso sistema che, invece, la visione rivoluzionaria tenta di trasformare. Si fa un gran parlare, in questi giorni, in Italia, delle pratiche di dissenso individuate da attivisti di differenti estrazioni. La linea generale è che ogni protesta è giusta e va sostenuta fino a quando non sfoci nella violenza. Un coro unanime dei nuovi volti della solidarietà neoliberale si è alzato per ribadire che la non-violenza è imprescindibile per farsi ascoltare. Condanne di vario genere e prese di distanze non richieste si sono affrettate a spiegarci ciò che è giusto o sbagliato, a definire cosa è violento e cosa no. Ma che cosa è la violenza? Chi la definisce? Come si stabiliscono i parametri secondo cui giudicare? Qual è il contesto che definisce un’azione violenta? (leggi l’articolo)
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