Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia. Come gruppo e nelle
nostre cerchie abbiamo votato “NO” convintamente anche se non ci siamo esposti
pubblicamente, al contrario del referendum dell’estate scorsa dove – per far
emergere il nesso imprescindibile tra cittadinanza e classe. Ma, da quella
giornata ai risultati di oggi, vogliamo ordinare alcune riflessioni a caldo,
coerentemente col nostro posizionamento ancorato ai bisogni, alle lotte e
all’autonomia della nostra gente. Quindi accogliamo con entusiasmo la vittoria
del “NO”.
Da Immigrital
Concordiamo nel merito del voto, su cui non ci soffermiamo sia perché molti ne
hanno parlato meglio di quanto faremmo noi e sia per la volontà di non inserirci
nello scontro scontro tra poteri istituzionali (dove l’accesso ci è precluso a
prescindere).
Riteniamo evidente il tentativo governativo di istituzionalizzare il fascismo e
l’autoritarismo sia contrastando scioperi e lotte che sistematizzando misure
incontrollate già presenti che noi conosciamo bene: dalle decisioni arbitrarie
delle questure – daspo, fogli di via, deportazioni etc – ai decreti sicurezza,
mirando a rendere sistema la violenza quotidiana e strutturale contro i più
marginalizzati, privati di risorse e proprietà. Quindi contro di noi, i nostri
quartieri e la nostra gente. Misure quotidiane da stato di polizia – proprio di
definizione, in quanto bypassano ogni controllo – direttamente legate a
questure, partiti e privati e sperimentate prima su migranti e ultras e che oggi
colpiscono in primo luogo non apparati democratici o realtà politicamente
organizzate ma società più marginalizzata ed esclusa.
In un contesto in cui, almeno dal 2020, l’estrema destra istituzionale (e quella
di strada, dai partiti sdoganata e tutelata), ha costruito un discorso classista
e razzista – contro ad es. i “maranza” – usando ogni mezzo detenuto per
prepararsi a questa “organicizzazione” e istituzionalizzazione fascista. Ogni
singolo discorso e passo politico si muove in quell’ottica. Anche questo quesito
referendario lo leggiamo in questo quadro.
Riconosciamo la necessità democratica di indipendenza della magistratura, che
non significa assenza di politica interna, e il tentativo esterno e partitico di
controllarla. Ma vogliamo andarne oltre: parliamo di democrazia non come
fantoccio sbandierato, ma come processo concreto e quotidiano che parta proprio
dalle zone che più ne sono private esteriormente. Per riequilibrare le
asimmetrie e contrastare le oppressioni dobbiamo costruire la nostra, di
democrazia, intesa come radicale e come nostro potere. Partendo
dall’organizzazione nel lavoro, come già si vede, ma anche nelle strade, nei
quartieri, nelle scuole. Ovunque siamo segregati dall’esterno e ovunque vogliano
che siamo assoggettati all’arbitrio e all’abuso di altri. Per questo: democrazia
e autonomia. Da un lato l’autonomia dentro gli spazi che ci impongono,
dall’altro il conflitto per spezzare le barriere che ci confinano: per accedere
a istruzione, sanità, lavoro equo, casa, sport e professioni di ogni tipo.
Quindi ogni atto e ogni comunicazione di questo governo fascista lo leggiamo
come tentativo di spezzare questa emersione e questa lotta, organizzata in forme
differenti e spesso non canoniche. Piccoli provvedimenti, micro-abusi
quotidiani, intensificazioni delle violenze già sistemiche, fino al tentativo di
istituzionalizzarle.
Se l’esito del referendum su cittadinanza e lavoro è stato uno dei picchi più
bassi e violenti degli ultimi trent’anni della nostra presenza in Italia,
l’ultimo anno ha segnato un crescendo di energia. Dalle piazze per Gaza, che
hanno visto numeri massicci e proteste radicali in ogni singolo comune italiano,
a piccole ma grandi vittorie collegate tra loro. Il rifiuto del genocidio
avallato in ambito partitico e istituzionale, con blocchiamo tutto, o della
guerra -qualsiasi sia il popolo oppresso – come il blocco del treno a Pisa. Non
solo quindi resistendo e opponendosi alle barbarie ma anche scavalcando decreti
sicurezza e criminalizzazione del conflitto. In questo contesto emergono sempre
più prime e seconde generazioni. E se il tentativo è organicizzare il fascismo,
a partire contro chi ha meno risorse e vive quotidianamente le oppressioni e i
decreti, gran parte della società italiana dimostra di opporsi. Dalle
commemorazioni per Ramy, organizzate nel nostro piccolo, al rifiuto di concetti
come “remigrazione”, fino all’antifascismo militante contro i raduni
dell’estrema destra riguardo a questi temi. Questo dimostra che la società non
solo si oppone alla torsione autoritaria, ma che esiste una pulsione democratica
insita nella società stessa che è molto più avanti dei partiti. E in questa
potenziale saldatura tra tradizione democratica di parte della società italiana,
realtà militanti organizzate e le categorie totalmente escluse e soffocate, che
sta nascendo e nascerà la nuova Italia – capace di essere dentro e per la
società, nella contemporaneità e rivolta al futuro. Lo diciamo quindi senza
timore: questi trent’anni di merda soffocante, dove il potere ha tentato
trasversalmente di sfruttarci, incarcerarci ed escluderci, spesso riuscendoci ma
trovandoci giorno dopo giorno con ogni nostra forza a contrastarlo, stanno
finendo. Il tentativo estremo di istituzionalizzare il fascismo usando chi ha
meno potere come capro espiatorio fallirà. E oggi è stato un grosso fallimento
loro, e grande vittoria nostra.
Se la società è disposta a tutelare non solo la democrazia così com’è ma a
sostenere la componente più esclusa e l’accesso a risorse, ricchezze,
immaginazioni e possibilità, democrazia reale e concreta, l’auto-organizzazione
multietnica della gioventù, classe operaia e quartieri popolari, allora Giorgia
Meloni presto andrà a casa. Ogni tassello governativo, dal nostro punto di
vista, è stato una reazione anche alla nostra emersione, e verrà continuamente
contrastato, resistendo ma anche rilanciando. Le nostre vite sono sempre state
una barricata e una lotta giornaliera contro poteri strutturalmente classisti e
razzisti: per questo l’antifascismo continuerà a essere baluardo e lo slancio
sarà sempre teso all’autonomia, nei luoghi dove viviamo ma anche per una nuova
Italia tutta e per tutti.
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato,
stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa
batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti
andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere,
cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo
il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta
significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a
votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2
milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di
percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non
tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli
scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon
numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una
partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non
partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni
classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord
a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i
diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega
è storicamente forte.
A fronte di questi dati si può dire che sia stato sicuramente un referendum
sull’operato del governo e che piegare tutte le dimensioni di conflitto e
opposizione al fronte del No sia stato un boomerang di proporzioni enormi.
Non è però ininfluente il merito del quesito che comunque è stato, giustamente,
interpretato come una manovra per liberare le mani a colletti bianchi e politici
corrotti di vario tipo. Delmastro in questo caso, bisogna dire che abbia aiutato
a chiarificare la questione a tutti. Non parliamo poi di Rogoredo e delle
proposte di scudo penale alla polizia. In definitiva, era abbastanza chiaro il
tentativo di rafforzare la compagine dell’esecutivo, indebolendo un pezzo di
apparato statale che da sempre gioca la sua partita in autonomia e con i suoi
propri interessi: la magistratura. L’intera partita sulla sicurezza si sta
rivelando un pantano e in questo senso le percentuali di posti come Caivano (70%
per il no) parlano abbastanza chiaro.
Quindi vince la sinistra? Lo zombie di Berlusconi è stato ricacciato sottoterra
dal rinfocolato spirito civico costituzionalista naturalmente presente nel Dna
degli italiani? La magistratura è di nuovo il primo partito in Italia? Al di là
della provocazione, ci sembra che bisogna andare un pò più in là di quanto ci
viene “venduto” in queste ore.
Innanzi tutto la guerra. La situazione generale si è sommata ai fattori che
elencavamo prima, quindi all’impostazione data dalla Meloni al referendum. I
costi della sudditanza atlantista e americana dell’Italia si fanno sentire e
incidono come voto di protesta: addirittura alcune prime pagine dei giornali
oggi mettono sul piatto il “sentimento antiamericano”. Questo risultato ci parla
anche di una politicizzazione di numeri significativi di persone, soprattutto
giovani, che non può non farci pensare a quanto successo in autunno con le
mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Il rischio che questo risultato venga
recuperato da un quadro di partiti istituzionali a sinistra che nella sostanza
non hanno nulla di diverso dalla destra c’è e bisogna farci i conti. Così come
il rischio che il quadro della magistratura, del “giudiziario”, si riabiliti
agli occhi della gente come possibile argine allo sfacelo generale della
politica italiana. E anche questa non è una buona cosa.
C’è però un dato ancora più interessante e che, probabilmente in pochi vedono o
vogliono vedere, ossia la realtà di una possibilità: non si vuole ricadere negli
“errori” del passato, maggiore è la coscienza dell’inconsistenza della politica
istituzionale e della leggerissima sfumatura che esiste tra “destra e sinistra”
nel campo dei partiti, e ci si è costruiti un’idea autonoma in merito alla
domanda del perché siamo arrivati a questo punto.
La guerra imperialista contro l’Iran e il modo spudoratamente coloniale in cui
si comporta l’amministrazione Trump, hanno un effetto reale sulla nostra società
e sull’Europa in generale. Indirettamente questo “no” sanziona la sudditanza del
governo Meloni e il suo sovranismo di carta.
Questo referendum ha in qualche modo rivelato un’ “intelligenza popolare” che ha
avuto la capacità di cogliere questo passaggio come un’occasione per “fare male”
al governo e a chi ci ha portati sull’orlo della guerra, più che per dare
consenso a sinistra. A fronte dell’intelligenza dal basso manca però un modo
complessivo da parte di chi vorrebbe rappresentare “l’alternativa reale”,
“l’opzione dal basso”, di costruire le condizioni per offrire a questo pezzo di
società la possibilità di riconoscersi in una dimensione complessiva, “di essere
movimento” e di poter fare affidamento ad altre infrastrutture che dovrebbero
fortificarsi nella società per escludere completamente la tensione verso la
delega.
Le piazze dei prossimi giorni e settimane saranno un termometro importante per
la possibilità di un’attivazione diffusa e per chiedere le dimissioni del
governo, ma è importante non cadere nel tranello di riproporre il solito ritmo,
perché la musica è cambiata, e questo vale per tutti. Se si respira un vento di
cambiamento allora dobbiamo soffiare più forte! A noi rimane il compito di
stimolare e raccogliere questa indicazione senza spaventarsi dell’altezza della
sfida o delle contraddizioni che questa fase porta con sé.
Lo scorso mercoledì 18 marzo, presso il Tribunale di Bologna, si è tenuta la
prima udienza del processo a carico di 6 compagni e compagne per tre fatti
avvenuti durante la mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito contro 41-bis e
ergastolo ostativo. Le imputazioni riguardano il danneggiamento di un cantiere
durante l’occupazione di una gru, l’incendio di due ripetitori e l’interruzione
di una messa. Riceviamo e diffondiamo le righe che seguono, e la dichiarazione
(bella e ricca di spunti) letta in aula da imputate e imputati:
BOLOGNA – SULL’INIZIO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ AD
ALFREDO DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO
Condividiamo con voi queste righe di aggiornamento su uno dei processi per la
mobilitazione a fianco di Alfredo, con lo stomaco chiuso e una forte stretta al
cuore per la morte di Sandro e Sara avvenuta nella notte di giovedì 19 marzo.
Due compagni anarchici che se ne sono andati da un mondo in cui ci sarebbe
invece sempre più bisogno di cuori sinceri, di sguardi attenti e di mani
generose.
Con fermezza e senza indugio ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con
tuttx lx ribelli e rivoluzionarx che lottano ogni giorno contro lo Stato che
reprime, tortura e uccide; contro un sistema guerrafondaio e mortifero e i suoi
aguzzini.
Sempre al fianco di chi lotta, di chi trama nella notte!
Fuoco a ‘sto mondo infame!
A Sandro e Sara, per l’anarchia!
La dichiarazione: dichiarazione Bologna
Abbiamo svolto questa lunga intervista a Youssef Boussoumah, militante di lungo
corso di estrema sinistra, anti-imperialista e decoloniale che oggi contribuisce
al progetto di informazione autonoma Parole d’Honneur e di QG Décoloniale. I
temi trattati partono da una lettura anti-imperialista della guerra all’Iran e
approfondiscono contraddizioni e posture che, da un punto di vista dei
movimenti, rischiano di rendere ambigua la lotta comune contro il nemico
principale, ossia l’imperialismo. Youssef Boussoumah fornisce degli argomenti
basati su una lettura materialista e marxista della storia, storia che ci porta
a dover rispondere presenti a un appuntamento inaggirabile, ossia il sostegno
senza se e senza ma alla lotta contro l’imperialismo che in questa fase sta
attaccando l’Iran e la sua popolazione.
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Questa aggressione imperialista chiaramente si iscrive innanzitutto su due
livelli: il primo, è una volontà condivisa ma principalmente afferente a una
necessità degli USA di mantenere il proprio dominio sul Medio Oriente e
sull’Asia Occidentale. Questo perché nell’ultimo periodo l’imperialismo ha il
sentore di perdere terreno in Asia Occidentale. Lo perde in conseguenza
all’intervento di nuovi attori come la Cina e la Russia. Quindi nella situazione
di difficoltà economica crescente e la perdita di egemonia su un piano mondiale
per Trump si tratta di riaffermare la potenza imperialista in una regione che è
assolutamente vitale. Dopo ritorno sulla questione temporale. Quindi, in maniera
generale, è chiaramente il modo per riaffermare il suo ruolo, per contrastare la
lenta erosione della sua potenza e contrapporsi all’attore maggiore che è la
Cina e, in altra misura, la Russia. La Cina è effettivamente molto presente sul
territorio grazie alle vie commerciali con l’Iran e il suo approvvigionamento di
petrolio dipende molto da questa regione. Quindi l’obiettivo è privare la Cina
del suo apporto energetico, mettere in difficoltà il suo principale concorrente
sul piano internazionale.
Trump al contempo è legato a doppio filo con l’entità sionista in una sorta di
rapporto dialettico in cui il tema oggi è capire chi influenza maggiormente
l’altro. Credo ci sia un cambiamento di interessi da parte di Israele, come
sempre il suo obiettivo è l’espansione dello stato coloniale che vuole
assolutamente imporre come diktat su tutta la regione e, oggi, si contrappone al
solo Stato che crea un ostacolo a questo progetto. Da un lato, ma non
unicamente, c’è la questione della Palestina perche l’Iran è il solo stato che
sostiene la causa palestinese, al di là degli attori subalterni come gli Houti o
come Hezbollah, o altri attori minori, ma l’Iran è il solo Stato che sostiene la
Palestina in quanto tale. Non si tratta soltanto di un sostegno morale, politico
ma si tratta di un sostegno materiale. Non è un segreto dire che effettivamente
l’Iran sostiene materialmente da molto tempo le forze che si oppongono al
colonialismo sionista in Palestina. Un sostegno messo in difficoltà dalla
situazione in Siria con il cambiamento di regime il quale si è allineato con
l’imperialismo, mentre precedentemente questo supporto passava anche tramite la
Siria sino in Giordania e viceversa sino a Gaza.
Dunque, non è unicamente l’interesse sionista a contrapporsi a un avversario che
sostiene la Palestina, ma c’è un elemento che troppo spesso si dimentica e che
invece è fondamentale nella dinamica imperialista, ossia l’Iran costituisce un
elemento perturbatore in Asia occidentale per l’imperialismo. Questo è un dato,
indipendentemente da ciò che si possa pensare dell’Iran, dell’opposizione
iraniana, considerato che in Iran esiste una lotta di classe e ha tutta la
legittimità di esistere come in ogni Paese del mondo. Bene, detto questo, quando
guardiamo all’Iran in quanto tale, al di là degli affari interni che riguardano
gli iraniani, l’Iran è l’unico Stato del Sud globale in grado di mostrare che
anche uno Stato del Sud globale possa mantenere la propria sovranità nazionale e
la propria sicurezza territoriale: due elemente fondamentali per gli stati del
sud. L’iran può garantire questi due elementi nonostante un embargo che dura da
40 anni, nonostante questo tiene testa non solo all’entità sionista ma anche
all’imperialismo. Non è equivalente a Cuba o altre situazioni ma l’Iran in
quanto paese del sud, indipendentemente da ciò che pensiamo del regime, infligge
un reale schiaffo all’imperialismo. Dal momento in cui si possiede una relativa
indipendenza economica è possibile ottenere un certo livello di sviluppo e
questo è inammissibile per l’imperialismo perché, ricordiamolo, l’imperialismo
ha sistematicamente distrutto e si è sistematicamente opposto a tutte le
esperienze di sviluppo autonome. Certo, parliamo sempre di un’autonomia
relativa, ma ci sono diverse sfumature nei Paesi del Sud. Su questo ci tornerò
in seguito perché è un aspetto che molti compagni non comprendono. Quindi
guardiamo all’Iran in quanto tale, perché sapete che occorre distinguere tra
Stato, regime politico e governo, questi tre elementi vanno assolutamente
distinti sennò non possiamo comprendere di cosa si parla, e qua si parla dello
Stato. Siamo militanti anti-imperialisti dunque siamo completamente attaccati
alla preservazione degli Stati dei Paesi del sud e sosteniamo la loro domanda di
sovranità e integrità nazionale.
Altrimenti, senza queste due condizioni, non c’è niente di possibile. Non è
nemmeno il caso di parlare di democrazia in Iran se questi due elementi
dovessero venire meno. Se non sussistono questi due aspetti non è possibile
parlare di democrazia e l’esperienza a livello storico lo dimostra. Purtroppo
nessun Paese del sud storicamente ha potuto stabilire una democrazia e, a meno
che non si pensi che le popolazioni del sud siano completamente incapaci a
mettere in campo la democrazia, bisogna trovare una ragione storica che spieghi
come mai tutti i Paesi che sono riusciti a liberarsi dal colonialismo non hanno
potuto realizzare un sistema democratico pena il mantenimento della propria
sovranità nazionale. Non è una questione secondaria e soprattutto non funziona
all’inverso. Non ci sarà mai democrazia in Iran o nei Paesi del Sud fino a che
non ci saranno sovranità e sicurezza nazionale il che significa assicurare la
difesa delle frontiere, possedere un sistema coercitivo e quindi un esercito.
Altrimenti non comprenderemmo perché in tutti i paesi del sud che hanno tentato
di mettere in piedi una democrazia liberale, che hanno fatto il tentativo senza
assicurare questi elementi, hanno fallito. Possiamo prendere molti esempi:
Lumumba in Congo, Sankara in Burkina Faso, Allende in Cile, Kwame Nkrumah in
Ghana, ecc. tutti questi paesi hanno giocato il gioco della democrazia e nessuno
è sopravvissuto.
Potrei anche parlare dell’Iran di Mossadegh del 1953, nessuno è sopravvissuto,
in quanto senza garantire quei due elementi l’imperialismo ha organizzato colpi
di stato, ha ucciso i leader. E dunque, molto spesso i Paesi del Sud che hanno
voluto assicurare i loro confini e la loro sovranità nazionale, hanno messo in
campo dei regimi che nulla hanno a che vedere con dei regimi democratici
liberali, anzi molto spesso sono regimi autoritari con degli obiettivi molto
chiari: il primo è che nel momento in cui si viene accerchiati dall’imperialismo
non c’è alcuno spazio per la democrazia, anche quando ci sarebbe parte della
popolazione aperta a questo genere di idee. Questo non significa giustificare ma
significa spiegare come funziona e perché possiamo affermare che l’Iran si trovi
esattamente in questa analisi: in quanto è un paese del sud che ha mostrato in
maniera magistrale che questo è possibile.
Dunque, a seguito di questa premessa, torno sulla ragione per la quale sia
l’entità sionista sia l’imperialismo sono contrapposti all’Iran, dunque non
unicamente per la Palestina, ma perché se mai l’esperienza iraniana dovesse
riuscire questo potrebbe sconquassare completamente l’ordine imperialista nella
regione. Immaginiamo che si possa arrivare a una pace anche relativa in Asia
Occidentale, compreso con Israele. Immaginiamo l’Iran solo dal punto di vista
del suo sviluppo economico e dunque le sanzioni sarebbero sospese, sarebbe un
grave problema per l’imperialismo. Questo perché su un piano di indipendenza
economica l’Iran è in grado anche sotto un duro regime di sanzioni di garantire
un importante livello di sviluppo – siamo d’accordo non stiamo parlando di un
sistema socialista – ma questa forma di capitalismo con autosufficienza
economica permette di mettere in pericolo l’ordine imperialista nella regione.
Questo innanzitutto avrebbe un effetto sugli altri Paesi della regione e l’Iran
potrebbe diventare la locomotiva di quei Paesi, incentivando gli altri Paesi
dell’Asia Occidentale, attraverso semplici rapporti commerciali e questo
comporterebbe che il piano coloniale sionista diventerebbe caduco. Bisogna
sottolineare un aspetto, l’imperialismo punta sull’entità sionista, c’è
evidentemente una forma di investimento a lungo termine affinché l’entità
sionista si imponga ma se questo non dovesse funzionare, perché l’entità
sionista non dovesse riuscire a imporsi sul piano militare ed economico nella
regione, in quanto Isrrele ha l’ambizione di diventare il centro imperialista in
Asia Occidentale, se ciò non accade perché c’è un concorrente come l’Iran
sarebbe un grave problema anche per l’imperialismo.
L’Iran ha un potenziale industriale relativo ma un potenziale scientifico
straordinario. L’iran ha investito molto sull’educazione, ad esempio l’iran è un
Paese che produce più ingegneri che l’Europa occidentale, alla NASA la seconda
nazionalità in percentuale è quella iraniana e, a causa delle sanzioni, non
avendo sufficienti posti di lavoro le persone partono e vanno negli USA. Quindi
abbiamo un esempio con l’Iran di ciò che un paese del sud può fare quando cerca
di avere un piano di sviluppo indipendente e questo è proprio ciò che bisogna
assolutamente distruggere per il futuro, in quanto mette in pericolo il progetto
sionista e l’investimento imperialista nella regione e l’imperialismo non fa mai
investimento a fondo perduto. Oggi, dal lato sionista occorre distruggere un
nemico perché il nemico del progetto sionista sono i palestinesi e questa è la
contraddizione principale nella regione, ma si tratta di tenere in
considerazione anche il fatto che nella regione l’Iran rappresenta il
concorrente più legato alla Cina, questo sul piano economico e di sviluppo è un
grande pericolo per l’imperialismo. Questa guerra è portata avanti anche in
relazione a questo e non solo per motivi ideologici, parliamo di motivi infatti
molto concreti e materiali.
Se l’Iran dovesse sopravvivere a questo attacco, in quanto Stato, allora a quel
punto la popolazione iraniana farà i suoi conti con il proprio sistema. Bisogna,
per comprendere la situazione, parlare degli interessi concreti che sono questi,
questa guerra può essere letta come il prodromo della grande battaglia contro la
Cina, contro la quale al momento l’imperialismo non osa contrapporsi in maniera
diretta ma colpendo tutti i suoi alleati e proxy sul piano mondiale. In questo
senso, Trump intende interrompere e interferire nei rapporti anche tra Cina e
Russia, è in questa chiave di lettura che va vista la guerra in Ucraina, in modo
da attrarre nella sua sfera di influenza la Russia neutralizzando i propositi
ucraini, in cambio della sua neutralità. Questa guerra è un preparare il terreno
in quanto l’impero ancora non sa in che modo affronterà la Cina. Dovrà valutare
se immaginare una contrapposizione diretta o meno, dunque per il momento viene
preparato il terreno.
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Questo può essere decostruito in due modi, dipende se ci sentiamo militanti
oppure se guardiamo semplicemente al diritto internazionale, entrambi legittimi.
Dunque se si adotta il punto di vista del cittadino medio è chiaro che il
diritto internazionale oggi impone di denunciare questa guerra, è l’ONU stesso a
dirlo, bisogna denunciare questa aggressione sul piano internazionale in quanto
è un’aggressione completamente illegale – questo certo può fare sorridere che ci
siano aggressioni legali e illegali, ma tant’è. Questa guerra è totalmente
illegale perchè non è né stata dichiarata né validata ed è un’aggressione contro
uno Stato sovrano.
Quindi indipendentemente da ciò che possiamo pensare, e credetemi a volte i
giudici di diritto internazionale rischiano di essere più radicali di certi
militanti, è che un’aggressione internazionale è da condannare. E’ un’azione da
brigantaggio internazionale contro uno Stato sovrano quando l’Iran non ha invaso
nessun Paese, dunque questa guerra deve chiudersi immediatamente. Su questo
livello già si può sostenere facilmente che la guerra deve finire,
indipendentemente dal tipo di regime, se ci piace o non ci piace. O altrimenti
occorrerebbe mettere in discussione tutto il diritto internazionale, anche se
molti dicono che ormai non serve e che sia insufficiente, ma rimane importante
anche quando non viene rispettato o anche se lo critichiamo, in quanto permette
di stabilire un punto di riferimento e da lì in poi si può criticare dicendo che
non sia abbastanza ma se non ci fosse nemmeno questo livello allora sarebbe la
giungla totale. Molte persone si sbagliano, non bisogna assolutamente andare
nella direzione della distruzione del diritto internazionale nonostante dal
nostro punto di vista militante sia insufficiente, in quanto nonostante sia
stato messo in campo dall’imperialismo è avvenuto in un momento in cui
l’imperialismo dell’epoca era messo in difficoltà dall’URSS.
Era all’indomani della seconda guerra mondiale e quindi l’ipotesi sovietica ha
fatto sì che il diritto internazionale, anche se fosse ideato dall’imperialismo,
comportava degli aspetti positivi. Ricordiamo tutte le risoluzioni dell’ONU
adottate negli anni 70, un momento in cui i Paesi del Sud nell’alleanza dei
paesi del sud socialisti era molto forte. Quello che veniva chiamato dai
dirigenti israeliani in maniera denigratoria la “maggioranza automatica”, perché
all’ONU c’era sistematicamente una maggioranza che era data da questa alleanza
tra paesi del sud e paesi socialisti i cosiddetti “non allineati”, il che ha
permesso che molte risoluzioni in favore della Palestina fossero votate.
Risoluzioni iin favore della Palestina e che condannavano l’entità sionista, lo
stato d’apartheid dell’Africa del Sud, e molte altre iniziative
dell’imperialismo. Quindi occorre comprendere che il diritto internazionale è il
frutto di un rapporto di forza è importante. Non si tratta di dire che non sia
necessario.
Detto questo, è incredibile come delle persone possano mettere sullo stesso
piano l’aggressione imperialista, coadiuvata dall’entità sionista che sta
perpetrando il genocidio del popolo palestinese, e lo stato iraniano.
indipendentemente, ancora una volta da cosa possiamo pensare, ma se siamo
militanti anti-imperialisti questo è fondamentale.
La lotta imperialista non è una lotta che dà degli assegni in bianco a qualunque
regime – per inciso, non mi piace usare la parola “regime” perché perlomeno in
Francia ha un aspetto denigratorio, se parliamo di Macron nessuno parla di
“regime di Macron”. L’Iran è una Repubblica Islamica, se parliamo di “regime”
nel senso del potere iraniano, ecco, a questo sistema di potere non stiamo dando
un assegno in bianco. Ma bisogna parlare degli esempi storici della lotta
anti-imperialista, pensiamo a Lenin che difendeva la monarchia afghana
dall’impero britannico, non perché considerasse formidabile la monarchia ma
perché si tratta di individuare un aggressore, quindi l’imperialismo in quanto
tale, e i Paesi dominati. Quello che dobbiamo auspicare è che questi Paesi
dominati possano accedere a un altro tipo di dimensione, per quanto ci riguarda
a un sistema socialista.
Ma non può esistere socialismo in Iran o altrove fino a che l’aggressività
imperialista non sarà messa in difficoltà, fratturata, vinta. Prendiamo
l’esempio degli anni 70, un periodo in cui l’imperialismo era in difficoltà –
non ho detto vinto – ma ha dovuto retrocedere a causa di formidabili sconfitte
ricevute in particolare in Africa, come in Algeria per i movimenti di
liberazione dal colonialismo. Non bisogna dimenticare il Vietnam. L’esplosione
di lotte non è data dal fatto che l’imperialismo in quel momento era diventato
più “gentile” ma perché aveva subito dei colpi, ad esempio in Vietnam. Spesso
non viene fatto il legame tra la situazione interna, anche nei paesi del nord
imperialista, e il costo che subisce l’imperialismo dovuto a fatti esterni, ma
il legame è diretto. Lo abbiamo visto nella storia, quando c’è stato un
presidente debole negli USA questo ha permesso l’avanzamento delle lotte
dell’America Latina, questo è stato dato dall’indebolimento del sistema
imperialista, dunque noi abbiamo interesse affinché l’imperialismo si
indebolisca relativamente all’esito delle nostre lotte. In questo senso, in Iran
non ci sarà democrazia senza che l’imperialismo subisca un colpo.
Non dico che andrà a sprofondare ma dico che un piccolo fallimento può aprire
degli spazi di agibilità per le lotte. L’obiettivo dell’Iran è dunque quello di
preservare la propria integrità nazionale. Oggi la minaccia per l’Iran non è
soltanto la fine del governo attuale, la scommessa non sta sul piano della fine
del regime della Repubblica Islamica, ma sul piano del rischio della distruzione
dello Stato come lo abbiamo visto in Libia, in Siria, come abbiamo visto in
altra misura in Algeria. Ci sono senza dubbio delle dinamiche interne, non si
tratta come dicono alcuni di “dimenticarci” di cosa vuole la popolazione. Non si
tratta di questo.
A volte però rispetto all’agenda locale e nazionale l’imperialismo riesce a
applicare i suoi interessi e a deviare delle lotte popolari. Questo è avvenuto
in tutti i Paesi che ho citato, anche in Libano, non dimentichiamo la guerra
civile libanese. Quindi gli anti-imperialisti non possono mettere in alcun caso
sullo stesso piano l’imperialismo dominante con lo stato iraniano. Questa
confusione, nei casi in cui si verifica, proviene da una cattiva analisi del
concetto di imperialismo. L’imperialismo, schematizzando al massimo, riguarda
tutti i Paesi a livello globale in quanto tutti, nessuno vi si può sottrarre,
vengono coinvolti su scale diverse dalla dimensione di espansione e di attività
dell’imperialismo. Ci sono alcuni paesi che tentano di sottrarsi in maniera
relativa, come la Corea del Nord, come Cuba, indipendentemente ancora una volta
da cosa si pensi nel merito di quei Paesi. Quindi cos’è l’imperialismo? Una
visione orizzontale dell’imperialismo è completamente stupida. L’imperialismo è
come un treno: un treno con una locomotiva con dei vagoni di prima, seconda e
terza classe e via di seguito. Quindi oggi essere anti-imperialisti è prima di
tutto essere razionali e significa essere conseguenti, ossia innanzitutto
contrapporsi alla locomotiva e al vagone di prima classe. Se non si va in questa
direzione non si ottiene nulla. Ciò che ha creato confusione è che ultimamente
una parte dei militanti ha messo tutto sullo stesso piano, a forza di mettere
tutto sullo stesso piano, dalle forze di opposizione e il potere di Ghaddafi in
Libia e l’imperialismo per esempio, abbiamo questi risultati: la Libia non
esiste più, la Siria non esiste più.
Non dico che non ci fossero delle dinamiche interne che avevano ragione di
opporsi al potere siriano o di Ghaddafi. La questione non sta su questo piano. E
nei confronti dei militanti che dall’interno si oppongono a questi regimi non si
tratta di delegittimare la loro azione ma purtroppo è chiaro che la loro azione
non è stata in grado di dissociarsi dall’intervento imperialista. Questo è il
problema: in nessun caso ci si può appoggiare sull’imperialismo dominante per
opporsi a un potere locale perché tutti perdono in questo gioco. Quindi gli
anti-imperialisti devono opporsi all’imperialismo dominante. Esiste una
gerarchia nell’imperialismo e non è una gerarchia che si struttura sul criterio
morale di quanto un sistema sia più “cattivo” di un altro. E’ una questione di
strategia, in questo senso personalmente sono maoista. Si tratta di pura logica
di buon senso.
Il maoismo ha perlomeno mostrato un certo numero di questioni rispetto alla
lotta contro l’imperialismo. La gerarchia non si stabilisce da un punto di vista
morale e il problema è che molti militanti reagiscono da un punto di vista
morale. Ma noi facciamo politica, non della morale. Abbiamo avuto degli esempi
in Cina, il movimento rivoluzionario comunista ha fatto delle alleanze con la
borghesia locale contro l’occupazione giapponese. Durante la seconda guerra
mondiale bisognava opporsi al fascismo e i militanti comunisti internazionalisti
non hanno esitato a allearsi con l’URSS, non perché apprezzassero l’URSS ma
perché l’obiettivo in quel momento era distruggere la macchina fascista, il
nemico principale era il fascismo. Altrimenti si diventa paragonabili a quei
gruppi che nel 1939 dicevano “Né Stalin né Hitler”. Ci sono dei momenti in cui
si stabiliscono delle gerarchie, ma non significa che sia sul piano della
morale, ma perché bisogna opporsi al nemico principale e oggettivamente il
nemico principale è l’imperialismo in quanto tale. L’imperialismo non è soltanto
circoscrivibile all’azione militare ma è un modo di produzione. Oggi viviamo in
un modo di produzione imperialista, non capitalista.
Il nostro agire deve essere guidato dall’efficacia in base a questa gerarchia.
Per riprendere uno slogan maoista “proletari di tutti i popoli e nazioni
oppresse unitevi”, non voleva dire che alla testa di certe nazioni dominate vi
fossero dei leader socialisti, anzi c’erano leader autoritari e repressivi,
questo vale anche per il regime iraniano, questo autoritarismo interno e
repressione interna, come ho detto è anche dovuto all’accerchiamento dell’Iran.
Ma la domanda da porci è cosa dobbiamo fare noi che siamo all’esterno? Dobbiamo
vedere la contraddizione principale.
C’è una contraddizione tra l’imperialismo dominante e i popoli della periferia e
i loro alleati delle forze anti-imperialiste nei Paesi del Nord. E questa
contraddizione è fondamentale e non impedisce che ci siano delle contraddizioni
interne, di classe, come ovunque nei Paesi del sud. Ma la contraddizione è nei
confronti dell’impero dominante ed è fondamentale nella situazione attuale. Non
comprenderla significa sbattere contro un muro. Quindi i militanti
anti-imperialisti devono sostenere le forze progressiste in Iran. Parlo però
delle forze progressiste in Iran che sono reali, come il partito comunista
Tudeh, che non nega il fatto che sia necessario difendere lo stato iraniano in
quanto tale. Così come nella storia quando si è trattato di sostenere il Vietnam
nella guerra si è fatto, ma non era un governo democratico liberale, era un
governo che ha avuto anche forme repressive nei confronti di correnti interne.
Era chiaro che ci fosse un’opposizione interna al governo di Ho Chi Minh ma
anche chiara quale fosse la contraddizione principale, sia internamente che
esternamente. Non capisco perché oggi ci sia stata questa oscillazione, d’un
tratto un’oscillazione verso un approccio ambiguo su questo piano. Ma pensiamo
anche a Sankara, non era un modello di democrazia liberale in senso borghese del
termine, ma non impediva che occorresse assolutamente difendere Sankara perché
il suo progetto politico era quello di rovesciare l’imperialismo.
Così oggi in Iran, lo stato iraniano opponendosi all’imperialismo permetterà
alle forze progressiste iraniane nel futuro di imporre la propria agenda. Ma il
contrario, se lo stato iraniano sarà distrutto, non ci sarà nessuna agenda per
nessuno, non ci sarà niente per nessuno. A maggior ragione che l’Iran è un
mosaico di popoli e il grande rischio è chiaramente la guerra civile. Ciò che ha
impedito la guerra civile in Iraq dopo l’invasione del 2003 è il fatto che c’era
l’Iran, non tanto per ragioni religiose in quanto la maggior parte della
popolazione è sciita, ma per il fatto che lo stato iraniano ha impedito che la
guerra civile fosse completamente distruttiva in Iraq. Se lo stato iraniano
dovesse implodere sarebbe la guerra civile in tutta la regione e non ci sarebbe
nessun orizzonte socialista da immaginare, né liberazione per le donne, ma ci
sarebbe un orizzonte di disordine imperialista sul quale regnerebbe l’entità
sionista per suo conto, ossia per conto degli USA che sono il nemico principale.
E l’Iran l’ha ben compreso, non siamo nel campo della morale.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
L’Iran non è uno stato-nazione, la maggior parte dei dirigenti iraniani non sono
persiani, sono azeri dunque non siamo nel quadro dello stato-nazione. Mentre il
potere all’epoca dello scià era organizzato intorno all’identità persiana, al
tempo vi fu il tentativo da parte della monarchia di distruggere il passato
musulmano. Quindi in Iran c’è una questione identitaria che bisogna tenere in
conto, considerando anche che all’origine della dinastia dei Pahlavi di fatto ci
furono gli inglesi, dato che il fondatore faceva parte della brigata dei
cosacchi e quell’identità venne completamente fabbricata dagli inglesi.
In questo caso furono gli inglesi ma l’invarianza da individuare è che
l’imperialismo in un dato momento può anche fare del “bricolage” con le identità
presenti su un territorio, costruire ad hoc un sistema politico basato su
un’identità sostanzialmente fatta artificialmente. La Repubblica Islamica quindi
rompe con lo stato-nazione persiano. L’identità attorno alla quale si istituisce
il nuovo sistema è l’islam. La Repubblica Islamica pone la questione identitaria
e l’appartenenza alla civiltà arabo-musulmana in maniera generale, questa forma
di governo è chiaramente una teocrazia autoritaria e naturalmente repressiva.
Vi è un clero ma è un sistema molto complesso, in quanto esiste anche un
parlamento e assume anche per certi aspetti delle forme democratiche. Non
significa che si tratti di una democrazia socialista o altro, ma è un sistema
che si distingue profondamente dalle petrolmonarchie del Golfo per esempio, in
quanto sono totalmente teocratiche mentre l’Iran è quantomeno una repubblica.
Paradossalmente le petrolmonarchie non sono oggetto di così dure critiche,
probabilmente perché si pensa che stia nell’ordine delle cose.
In Iran non è aggirabile il fatto che ci sia tutta una parte della popolazione
che sostiene il potere, ma nella dimensione del potere ci sono delle
contraddizioni interne, ci sono delle opposizioni, quelle che l’occidente chiama
“moderati” a differenza dei “radicali” ma rappresentano delle sfumature di
contestazione e di opposizione come esistono in tutti i Paesi.. o forse anche
più dure che per esempio in Francia. A parte l’eccezione della France Insoumise
abbiamo abbastanza l’impressione che non ci siano particolari sfumature
all’interno del panorama politico francese..
Detto questo, non possiamo capire l’evoluzione della teocrazia in Iran se non
prendiamo in considerazione l’atto fondamentale che è avvenuto quando la
Repubblica stava emergendo, ossia la guerra con l’Iraq. A questa guerra sono poi
succeduti 40 anni di guerra di sanzioni. Le sanzioni occorre ricordarlo sono una
forma molto violenta di arma e non si può analizzare ciò che succede oggi in
Iran senza tenere conto di questi passaggi. La guerra è stata portata avanti
dall’Iraq evidentemente con il supporto e lo slancio da parte dell’occidente e
dei regimi arabi. Questo ha portato al rafforzamento della teocrazia e quello
che va sottolineato è che sta agli iraniani decidere. Lo slogan che si sente
dire alle nostre latitudini “Né scià né mollah” è uno slogan fortemente
europeocentrico che fa uso dell’espressione “mollah” che trovo anche
particolarmente denigratoria.
La popolazione iraniano oggi per il 25% circa sostiene la natura del Paese,
quindi la Repubblica Islamica. A fronte di questa percentuale il resto andrebbe
analizzato nella complessità in quanto non si tratta di un blocco omogeneo né
organizzato come si vorrebbe dall’Occidente. C’è una parte, una percentuale
minima, che sostiene il ritorno dello scià, soprattutto una fetta di popolazione
che detiene i mezzi finanziari e poi c’è tutta una parte della popolazione che
cerca di vivere normalmente. Il problema è quando da parte di uomini politici
anche di sinistra in Occidente viene sottolineato che il problema per l’Iran è
il fatto di essere una teocrazia.
Il problema dell’Iran non è il fatto di essere una teocrazia, inoltre dipende se
il “nostro” dispiacere per il fatto che lo sia voglia dire che si auspica per
gli iraniani (per quanto stia a loro decidere) una democrazia in termini
socialisti o in termini liberali. Il punto è che l’imperialismo produce
autoritarismo e produce repressione, non si tratta di deresponsabilizzare gli
attori politici iraniani interni ma queste sono le condizioni oggettive per
tutto ciò che ho detto prima. Un altro elemento da tenere in conto quando si
analizza lo stato iraniano è la presenza di 14 o 15 frontiere intorno ai suoi
confini e la presenza di numerosissime minoranze etniche: curdi, baluchi, arabi,
azeri. Il che è una ricchezza ma significa anche una difficoltà in quanto molto
spesso questa molteplicità viene strumentalizzata dall’imperialismo. In questo
senso ritorna la questione dell’integrità dello stato. Anche sul piano religioso
l’imperialismo può giocare un ruolo a fronte del fatto che all’interno dell’Iran
ci sono maggiormente sciiti ma anche non sciiti o altre religioni.
In fondo la questione da porre per chi vive in Europa è quale dovrebbe essere
l’alternativa per gli iraniani: innanzitutto sono loro a dover decidere, in
secondo luogo se la nostra proposta è la democrazia liberale certamente non è
possibile dato che non si tratta di democrazia nel miglior senso del termine ma
di imperialismo. La questione è qual è il nostro compito? Il compito dei
militanti anti-imperialisti nelle metropoli imperialiste? Possiamo chiaramente
dire che siamo contro la repressione e il regime autoritario ma dobbiamo farlo
senza unire le nostre voci a chi di fatto nella storia ha permesso che avvenisse
questo tipo di sviluppo del regime, in questa direzione. Bisogna risalire ai
tempi della distruzione dell’Iraq.
Risaliamo all’epoca della narrazione su Saddam Hussein, il dittatore per il
quale anche gran parte della sinistra e dell’estrema sinistra è caduta nella
trappola di sostenere l’invasione americana e, quindi che si voglia o no, la
distruzione dell’Iraq. Abbiamo visto che dopo la distruzione del regime iracheno
non si è aperta un’epoca storica di democrazia in cui le forze progressiste
hanno avuto modo di prendere il potere. Abbiamo invece visto che sulle macerie
irachene si sono installati e sviluppati dei mostri come Al Qaeda, come Daesh
che sono il risultato diretto di questa guerra. Nel sostenere le forze di
opposizione progressiste in Iran da qui occorre anche fare attenzione a capire
quali sono le forze realmente progressiste e quelle che invece vengono sostenute
dall’esterno, dalla CIA ad esempio.
Sono dinamiche non nuove in questa regione, un gruppo considerato di opposizione
alla Repubblica Islamica per esempio, i Mojahedin-e Khalq, aveva trovato rifugio
in Iraq all’epoca di Saddam Hussein e intervennero nella guerra contro il
proprio Paese, quindi l’Iran, avevano a disposizioni armi date dal regime di
Saddam, ma una volta che l’Iraq è stato distrutto si sono messi in collegamento
direttamente con i servizi americani, costruendo legami anche con le
petrolmarchie del Golfo. Una forza legata all’imperialismo non può essere in
alcun modo considerata accettabile, abbiamo visto i danni che questo produce in
Libano e in Siria. Questo è motivo di grande confusione alle nostre latitudini
anche rispetto a ciò che è avvenuto in Siria. Non ci si può appoggiare
all’imperialismo statunitense per affossare un regime. E’ un modo di fare che
viene definito “dégagisme”, ossia un atteggiamento che intende “spazzare via”
costi quel che costi, non è possibile però ragionare nei termini in cui prima si
manda via e poi si decide cosa fare. Nessuna forza progressista e
anti-imperialista può appoggiarsi all’imperialismo, questo è inaccettabile.
Questo proviene da un errore di fondo che è un errore di analisi e che non
porterà a nulla di buono per la popolazione, né per gli iraniani né per i
curdi.
C’è un principio rivoluzionario che si chiama invece “disfattismo”, bene, noi ci
auspichiamo la disfatta del nostro imperialismo. Chiaramente ci auspichiamo la
disfatta dell’imperialismo americano e quello europeo viene di conseguenza
perché sono evidentemente legati. Il nostro compito principale è sostenere uno
stato sovrano che nonostante tutto resiste all’imperialismo. La distruzione
dell’Iran significherebbe la distruzione di tutta la regione e soprattutto delle
forze di opposizione e di resistenza all’imperialismo, in quanto se non ci fosse
l’Iran oggi il progetto sionista di Israele avrebbe già occupato interamente il
Libano mettendo in campo un regime vassallo dell’imperialismo, ma ciò non
avviene perché c’è una forte resistenza all’interno.
Noi ci troviamo quindi davanti a un pericolo maggiore che prende le forme
fasciste nella sua espressione imperialista, non si tratta di dire che siamo di
fronte al fascismo storico perché ci sono delle differenze, ma che questa
violenza imperialista ricorda la brutalità fascista. Oggi l’Iran rappresenta un
punto di appoggio per la resistenza al rullo compressore imperialista che mette
in atto una violenza inedita, come il genocidio ancora in corso in Palestina.
L’Iran in questo senso non è secondario. Bisognerebbe fare un piccolo sondaggio
di cosa pensa la popolazione a Gaza di questa guerra. Non significa che i
palestinesi sarebbero allora per loro natura dei sostenitori di un regime
autoritario e repressivo, ma all’ora attuale occorre sapere da che parte stare.
Potremmo fare un parallelismo per noi europei con la Seconda Guerra mondiale.
Come fare per resistere a forme di violenza inedita che arrivano sino
all’impresa genocidaria. Come fanno i popoli a resistere? Sicuramente non è
gridando da qui “Né scià né Mollah” che potremo bloccare il rullo compressore
dell’imperialismo che non punta solo al regime change ma punta alla distruzione
totale della regione e alla sua balcanizzazione.
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
C’è stata una mobilitazione anche al di là delle frontiere iraniane della
popolazione sciita in risposta alla guerra imperialista, si spiega, anche se non
sono uno specialista nella storia delle religioni, a partire dall’aspetto
contestatario dello sciismo. Già all’emergere dello sciismo nella sua storia è
possibile individuare questo aspetto quasi insurrezionale, oltre a una natura
che tende alla giustizia.
Lo sciismo è una religione ma è anche un’ideologia politica. C’è un forte
aspetto politico e per le popolazioni sciite della regione l’Iran può in qualche
modo rappresentare il portabandiera di questa appartenenza che non si limita a
un elemento religioso ma anche politico di contrapposizione a un ordine
imperialista che tra l’altro a tratti si appoggia a una maggioranza sunnita.
L’islam politico e lo sciismo è un elemento perturbatore dell’imperialismo ed è
stato anche messo in luce da un certo numero di pensatori marxisti. Si
differenzia infatti la teocrazia iraniana dal regime saudita o dalle forme di
governo in cui la corrente maggioritaria è afferente al waabismo.
Il waabismo in particolare, è una forza evidentemente legata all’imperialismo,
per alcuni infatti si tratterebbe quasi di una forma di eresia. Per quanto
riguarda l’Iran il fatto che sia una “repubblica” e non una “monarchia” va anche
letto in correlazione al fatto che si fondi su una dimensione sciita che ha da
sempre avuto questa natura contestataria.
Per l’Occidente la religione ha una natura fortemente reazionaria legata allo
sviluppo del capitalismo e alla modernità a partire dal 1492, una modernità che
prende avvio e si struttura a partire da eventi come le crociate che hanno avuto
un forte carattere ideologico religioso. Abbiamo però anche numerosi esempi
nella storia occidentale di fenomeni religiosi dalla natura contestataria. Ad
esempio, i contadini tedeschi di Thomas Muntzer oppure le correnti protestanti
nella dimensione cattolica, a queste correnti si sono legate rivolte.
Questa dimensione religiosa e politica non la vediamo solo in Iran ma anche in
Palestina e in Libano dove ci sono organizzazioni che hanno un riferimento
religioso. Queste organizzazioni beneficiano del sostegno della maggioranza
della popolazione. L’aspetto della religione, in particolare dello sciismo, che
riguarda la lotta alle ingiustizie si rivede in queste organizzazioni. Ad
esempio il jihad islamico palestinese si può inserire in questa analisi.
L’incontro tra militanti di estrema sinistra e di militanti con un referente
religioso, appartenenti a organizzazioni sì religiose ma che pongono come
condizione l’essere esplicitamente anti-imperialiste, è stato un elemento molto
importante.
Tra l’altro un elemento interessante è anche vedere che la maggior parte del
sostegno alla Palestina, pur essendo sunniti, è arrivato dal mondo sciita.
Questo ci fa capire come questa adesione non sia completamente schiacciata sul
piano religioso altrimenti questo non sarebbe stato possibile, esiste un lato
politico della lettura che fanno queste dimensioni della fase.
Inoltre, occorre sottolineare che per gli sciiti se guardiamo a cosa accade per
esempio in Pakistan o altrove, c’è una percezione di essere una minoranza
oppressa che è oppressa da un ordine imperialista in questo senso l’Iran può
rappresentare un rovesciamento di quest’ordine.
Per quanto riguarda noi oltre ad avere un pensiero anti-imperialista è
importante sostenere anche uno sguardo decoloniale. Questo permette di
accogliere anche delle riflessioni non eurocentriche e di dare dignità al ruolo
dell’elemento religioso nelle forme di contestazione nel mondo, di cui la storia
è pregna di esempi. Dall’America Latina, in Colombia sino all’Africa in Kenya.
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
In generale penso che ci sia una paralisi del pensiero politico in Occidente.
Questo è un fatto. I pochi pensatori politici che emergono rimangono rinchiusi
in una griglia di lettura che ripropone uno schema specifico, di una sorta di
rigidità ideologica. Questa rigidità ideologica è molto problematica, per noi
militanti decoloniali si tratta di un pensiero eurocentrico. Ed è sorprendente
perché se guardiamo ai primi pensatori del marxismo, Marx stesso, Lenin, Engels,
hanno posto questo tema evitando a ogni costo la rigidità ideologica.
I primi pensatori erano molto più aperti a questa contaminazione di riflessioni
e di pensiero derivante anche da altri Paesi e dalle lotte anticoloniali
rispetto a oggi. Siamo in un certo senso oggi, ed è abbastanza triste dirlo
perché immediatamente ricorda l’immaginario proposto da personaggi come
Huntington, ma siamo di fronte a una guerra di civiltà. Credo però che ci sia un
aspetto “civilizzatore” che si è appropriato di molte correnti di pensiero che
affondavano le radici nel materialismo in Occidente. Gli USA hanno avuto un
ruolo importante in questo.
Questo è un problema nell’ottica di darsi come obiettivo l’alleanza reale con i
paesi del sud globale e con i musulmani in Europa. Occorre dunque opporsi alla
creazione dello stigma da parte del sistema dominante in Europa, che arriva
addirittura a creare delle identità ad hoc che circoscrivono il musulmano. Non
bisogna stare in silenzio su questo fenomeno in quanto militanti di sinistra e
non cadere nella trappola dicotomica di ciò che è religioso e ciò che non lo è.
Oggi, anche a fronte della storia europea, sarebbe assolutamente stupido
arroccarsi su una sorta di “anticlericalismo” o di “ateismo da battaglia”,
perché priverebbe di vedere una leva che parte da un’aspirazione
all’universalismo, una sorta di giustizia e di benessere universale, che la
religione, anche lo stesso cattolicesimo, porta con sé.
Per noi, noi che afferiamo al progetto di Parole d’Honneur e di QG Décoloniale,
il nostro media, ci iscriviamo in un pensiero decoloniale che non vuole mettere
al centro l’”indigeno” in quanto tale ma mettere al centro la questione
dell’islam. Questo è importante perché in Occidente è lì che sta la
contraddizione, non è la principale, ma fa parte della difficoltà di cui sopra.
Come disse Sultan-Galiev che si impegnò in maniera organica nella rivoluzione
bolscevica, era un azero dell’Azerbaijan che fu anche oppositore sia di Lenin
che di Stalin, disse che ci sono molte forme e molte vie per giungere al
socialismo. Nel senso che non si tratta di conformarsi all’ideologia ma di
conformarsi all’aspirazione al socialismo, vi è una dimensione di esplorazione e
ricerca che è fondamentale. E’ un lungo cammino, ma un cammino assolutamente
essenziale.
In questa strada di aspirazione al socialismo non può non esserci uno spazio
fondamentale per la lotta all’imperialismo e alla modernità, in quanto il
concetto di modernità nasce ed è per forza impregnato di un’ideologia
occidentale. Oggi a fronte della guerra all’Iran sarebbe molto grave dirsi
anti-imperialisti e non rispondere all’appuntamento con la storia. Occorre
abbandonare in questo senso una postura morale e paternalista, in definitiva
eurocentrica.
Per rispondere all’appuntamento con la storia bisogna sostenere la disfatta
dell’imperialismo contro l’Iran, perché in caso contrario vedremmo anche la
distruzione del movimento palestinese e i grandi genocidi nella storia sono
stati commessi sempre in favore di grandi guerre imperialiste.
* Ondakeiki, Orion Music Workshop, The Bug vs Ghostdubs, “MICHELONE’S TAPE
TASTE” (33′ 03”)
* “MICHELONE’S TAPE TASTE” , Jean Swarz, Balance 3 (Luciano Lamanna/Davice
Ricci), Otay:Onii, Boredoms, The Winter Family
di Marco Sommariva* Da Napolitano a Mattarella, da Meloni a La Russa: quindici
anni di dichiarazioni identiche mentre nei cantieri, nei campi e nella logistica
si continua a morire. Tra …
Riceviamo e diffondiamo:
APPELLO
A tutti i collettivi e i gruppi, le associazioni, i singoli che si battono a
fianco della causa palestinese
A tutte e tutti i nemici della guerra capitalista
A tutte e tutti i disertori della falsa coscienza occidentale
Facciamo del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte
le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno
resistito
Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni
agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati
da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua,
ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la
civiltà comune di cui siamo eredi. […] La questione fondamentale a cui dobbiamo
rispondere fin dall’inizio è cosa stiamo difendendo esattamente, perché gli
eserciti non combattono per astrazioni. Gli eserciti combattono per un popolo,
gli eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile
di vita. Ed è questo che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le
ragioni per essere orgogliosa della sua storia, fiduciosa nel suo futuro e che
mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.
Discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio
alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, 14 febbraio 2026
Sì, vale la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler
e dell’hitlerismo e di svelare al molto distinto, al molto umanista, cristiano
borghese del XX secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler
abita in lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta, è per mancanza di logica e
che in fondo, ciò che non perdona ad Hitler, non è il crimine come tale, il
crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro
l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora
riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa.
Aimé Césaire, Discorso contro il colonialismo (1950)
…neanche i morti saranno al sicuro se il nemico vince. E questo nemico non ha
smesso di vincere.
Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940)
La lotta sociale è anche una battaglia per la conquista delle coscienze. Se
questo è vero da sempre, lo è in modo particolare nella società odierna, in cui
i mezzi di comunicazione di massa, insieme alle istituzioni educative e
culturali (come la scuola, l’università, la ricerca) svolgono una funzione
indispensabile nell’elaborazione del consenso necessario alle élite per attuare
i loro piani. Questo è ancora più vero in tempi di guerra. Se per combattere è
necessaria la carne da cannone (e da lavoro), una società in guerra ha bisogno
del concorso compatto e entusiasta della popolazione, e non può quindi
permettere il dissenso.
Da questo punto di vista, le atrocità commesse a Gaza dall’indomani del 7
ottobre e la mobilitazione internazionale per la Palestina che ne è seguita,
sono stati degli antidoti contro quella mobilitazione per la guerra che le
classi dirigenti occidentali, incalzate dall’emergere di nuove potenze
capitalistiche e dalle ribellioni dei popoli, hanno aperto a partire dal fronte
ucraino (e che va estendendosi rapidamente a tutta l’Asia Occidentale). Quando
persino libri di politologi fedeli al regime, pubblicati da autorevoli case
editrici, vanno dicendo che il genocidio a Gaza ha aperto una profonda ferita
nella coscienza dell’Occidente, conviene credergli. Chi oggi ha vent’anni o
meno, sta crescendo con questa verità desecretata: quella parte di mondo che si
fregia della sua superiorità democratica e consumistica, farcita di “diritti”
d’ogni tipo, ha la responsabilità morale e materiale d’un genocidio trasmesso in
mondovisione. Mentre nei diversi Paesi europei si discute o si comincia a
reintrodurre la leva obbligatoria, questo stato d’animo non è certo un incentivo
a lasciarsi arruolare. Ecco perché la classe dominante corre ai ripari: da un
lato con l’esibizione permanente dell’autoritarismo degli altri – Putin,
Khamenei o Xi Jinping (che hanno almeno il limite di esercitarlo dentro o
attorno ai propri confini, mentre i “nostri” impongono da sempre i loro
interessi al mondo intero); dall’altro costruendo una memoria spesso falsificata
e sempre selettiva, che parla il meno possibile degli orrori compiuti dalle
democrazie liberali o dai loro antenati.
L’obiettivo è chiaro: richiudere il prima possibile la ferita palestinese e così
arginare il dilagare del disfattismo, che alla lunga renderebbe impossibile la
mobilitazione bellica. Se la falsa pax trumpiana a Gaza è stata il primo passo
in questo senso – accompagnato da una discreta stretta repressiva, in Italia e
non solo – il secondo passaggio non può che essere l’illegalizzazione di ogni
supporto alla resistenza palestinese, fino a farne un vero e proprio reato di
opinione.
Mentre gli arresti e le persecuzioni dei tanti Yaeesh, Shahin, Hannoun, Salem
hanno preparato il terreno, nei giorni scorsi il governo italiano, con
l’appoggio di una parte dell’opposizione, ha varato il famigerato disegno di
legge che equipara antisionismo e antisemitismo. Un’equiparazione assurda,
infame, insostenibile, basata sulla definizione di “antisemitismo” data
dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), una di quelle agenzie
di propaganda sionista che intendono trasformare la memoria degli orrori di ieri
in una clava a difesa degli orrori di oggi, e rendere la fedeltà allo Stato
d’Israele una specie di prerequisito di “agibilità democratica”. Dove leggi
simili sono passate anni fa – come in Gran Bretagna o in Germania – una
manifestazione può essere impedita per la semplice esibizione di una bandiera
palestinese, o peggio ancora se grida «Palestina libera dal fiume al mare».
Nella Repubblica Federale Tedesca, dove il sionismo obbligatorio è stato imposto
fino alle più estreme conseguenze, firmare una carta in cui si riconosce lo
Stato d’Israele è addirittura una condizione per l’ottenimento della
cittadinanza da parte degli immigrati.
Se anche un bambino capirebbe l’insostenibilità dell’equiparazione tra
antisemitismo e antisionismo – ancora più grottesca in Italia, dove viene
imposta né più né meno che dagli eredi di chi ha promulgato le leggi razziali e
collaborato alle deportazioni in Germania – la forza della propaganda non sta
certo nella sua logica, ma nella ripetizione asfissiante di alcune formule ad
effetto, opportunamente accompagnate dalla censura di ogni posizione dissidente.
Una sorta di maleficio che è stato preparato anche con le varie giornate della
Memoria selettiva (27 gennaio) o del Ricordo falsificato (10 febbraio), e che va
rotto in modo sistematico. Per questo pensiamo che alla lotta in senso stretto
debba accompagnarsi, da parte nostra, anche una battaglia culturale. Se
continuare a intervenire nelle diverse giornate di cordoglio comandato ci sembra
perciò importante, crediamo che incalzare il nemico sul suo stesso terreno non
basti, e che sia necessario dotarsi di spazi in cui (ri)costruire una memoria
nostra: quella di chi lotta dalla parte di tutti gli oppressi, senza distinzioni
di colore o nazionalità.
Il 15 maggio, com’è noto, è il giorno della fondazione dello Stato d’Israele.
Per i sionisti si tratta della giornata dell’Indipendenza, in cui gli ebrei
avrebbero riconquistato la propria sovranità dopo secoli di persecuzioni. Per i
palestinesi il 15 maggio è invece il giorno della Nakba («catastrofe»), in cui
fu sancita definitivamente l’occupazione della Palestina, con circa 800.000
profughi costretti a lasciare per sempre le proprie case con l’inizio della
cosiddetta «prima guerra arabo-israeliana» (il culmine di una pulizia etnica che
comincia già alla fine del ‘47). Se questa data è già, in tutto il mondo, una
giornata di mobilitazione dei palestinesi e dei loro solidali, la nostra
proposta è rafforzarla, rendendo il 15 maggio la giornata della memoria di tutte
le vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Una giornata, cioè,
in cui insieme alla tragedia dei palestinesi venga ricordato lo sterminio
secolare di centinaia di milioni di “nativi” americani, asiatici, africani; la
deportazione e schiavizzazione di almeno 10 milioni di persone dall’Africa; la
sistematica distruzione delle strutture sociali, politiche ed economiche in
India e in Cina; lo spaccio di alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti
e aprire le frontiere; la guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei
mercanti e dei soldati di Sua Maestà britannica; lo sterminio degli Herero da
parte della Germania; il Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di
sterminio da Leopoldo II del Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da
parte di Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi
francesi in Nordafrica, Madagascar e Indocina; le guerre statunitensi alla
Corea, al Vietnam del Nord, all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre sporche» degli
USA in America latina… E infine, per quanto riguarda “noi”, le «imprese»
italiane nei Balcani e in Africa, con gli orribili primati del primo
bombardamento aereo di una città (Tripoli, 1911) e dell’uso dei gas contro la
popolazione civile (Etiopia, 1935-36).
Una giornata di mobilitazione che non si limiti al passato e tenga ben desta la
memoria del presente: un passato che non passa ma prosegue con il cappio del
debito stretto al collo del Sud del mondo e nelle varie guerre – “dirette” e per
procura – che gli Stati occidentali continuano a muovere ovunque per i propri
interessi di potenza e i profitti di un pugno di nababbi, dal Congo all’Asia
Occidentale, dal Sudan all’Iran, dal Kurdistan all’America latina… E che non
dimentichi tutti coloro che hanno resistito al colonialismo e all’imperialismo:
i Toussaint Louverture, gli Omar Mukhtar, i Patrice Lumumba e i Thomas Sankara…
Mentre ci impegniamo a organizzarci per il prossimo 15 maggio, facciamo appello
a tutti gli ingrati disertori del “benessere” occidentale a rilanciare questo
appuntamento, ciascuna alla propria maniera, con i propri contenuti, il proprio
linguaggio, la propria sensibilità. Organizzando per il 15 maggio delle
iniziative che vadano in questa direzione: memoria e solidarietà con gli
oppressi palestinesi nella memoria solidale e internazionalista con tutti gli
oppressi del mondo.
Il 15 maggio organizziamo incontri, presentazioni di libri, dibattiti.
Allestiamo mostre documentarie e fotografiche. Scendiamo in strada.
Siate e siamo la cattiva coscienza di questa civiltà assassina e marcia che non
ha proprio nulla da insegnare al resto del mondo, ma ha molto da imparare anche
su se stessa.
Se ciò che l’Europa non perdona ai nazisti è di aver fatto all’uomo bianco ciò
che era sempre stato riservato ai popoli colonizzati, non c’è solo una memoria,
ma anche una coscienza da recuperare – e una ferita che non deve richiudersi, ma
allargarsi il più possibile.
Trento, marzo 2026
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Post scriptum: Invitiamo a far circolare questa proposta anche attraverso testi
e comunicati diversi dal nostro, con altre firme ecc. Non ci interessa avere la
“primogenitura” su alcunché, ma contribuire a far crescere la consapevolezza e
la voglia di lottare.
Riceviamo e diffondiamo:
CONTRO OGNI MURO, CONTRO OGNI GABBIA!
SALUTO AL CARCERE DI FORLÌ!!
Per rompere l’isolamente di chi è rinchiusx, per non dimenticare che le prigioni
sono il frutto di una società ingiusta, spietata, basata sul privilegio che
rinchiude ed elimina chi gli è scomodx o contrarix!
Lunedì 30 marzo (data della sentenza sull’opposizione all’archivizione per il
massacro del carcere Sant’Anna di Modena, nel marzo 2020)
ore 18:00
Carcere la Rocca, Forlì, lato viale Corridoni
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L’8 marzo 2020 lo Stato italiano ha inaugurato l’esperimento sociale securitario
della pandemia con la strage più sanguinosa nelle carceri di tutta la storia
repubblicana: 14 morti, subito etichettati come tossici e subito dimenticati. Il
30 marzo 2026 ci sarà l’esito del ricorso fatto dai familiari delle vittime del
carcere Sant’Anna di Modena, dove ne hanno ammazzati 8, contro l’archiviazione
del caso. Al di là di risvolti giuridici – perchè per noi chi spedisce la gente
in galera e poi prova a darsi un tono democraticamente accettabile con la farsa
della “giustizia” è comunque complice di oppressione e di morte – ci pare
fondamentale non lasciare che la strage del Sant’Anna (così come le botte, le
torture, le sevizie in tanti carceri lungo tutto il Bel Paese ogni giorno) non
venga dimenticata, nè perdonata. Inoltre, ci pare importante tornare a parlere
di galera e parlarne con chi se la vive, da reclusx ma non solo, perchè lo Stato
italiano continua ad armarsi di strumenti legali per sbattere sempre più gente
in galera (pacchetti sicurezza, decreti Cutro e Caivano etc.) in previsione di
anni di incandescenza sociale, visti il presente di miseria e tristezza in cui
ci troviamo e il futuro di fame, guerra e catene sempre più vicini. Il carcere è
l’espressione massima di una società ingiusta, che prima ti condanna ad essere
un emarginatx, unx stranx, unx poverx, unx sconfittx, un alinex, un delinquentx,
un terrorista e poi ti condanna a startene in gabbia, per non disturbare il
banchetto del libero mercato, del patriarcato, della democrazia con il
manganello che pattuglia le strade. Il carcere è un buco nero nella nostra
società, e così lo vogliono i governanti: luoghi che devono incutere timore,
eterno ricatto per chi sogna di evadere dagli schemi, chi vuole infrangere la
pace sociale fondata sulla diseguaglianza strutturale; al suo interno marciscono
individui che ci dipingono come mostri, quando chi bombarda e stermina e se la
ride pure in mondovisione, fa il presidente o il ministro.
Il 4 Maggio ci sarà inoltre il rinnovo o il rifiuto del regime di detenzione
41bis per il compagno anarchico Alfredo Cospito che il potere vuole utilizzare
come monito per tuttx lx compagnx che non si rassegnano: murare vivo lui, primo
anarchico nella storia d’Italia in questo regime carcerario infernale, per
terrorizzarci tuttx. La lotta di Alfredo, con quasi 6 mesi di sciopero della
fame, ha fatto scoprire al mondo intero l’infamia del 41bis e le strade, in quei
lunghissimi mesi, si sono incendiate, di giorno e di notte, di rabbia e di
solidarietà. Oggi lo Stato si vendica e condanna compagnx solidali che si sono
battutx in quei giorni febbrili, con pesantissime richieste di anni di galera
(chiesti, per esempio, fino a 12 anni, a Torino, nell’operazione City).
Scendiamo in strada anche per lui e per tuttx lx compagnx prigionierx nel mondo,
nostrx fratelli e sorelle, colpevoli del più bel delitto mai sognato e mai
commesso, la libertà!
Fino a che di ogni galera non resteranno che macerie!!
WORKSHOP DI DANZA DABKE PALESTINESE
Sporting Dora - Corso Umbria 83
(venerdì, 27 marzo 20:15)
@yalladabka arriva a Torino!
🗓 Ci vediamo venerdì 27 marzo alle 20:15
Allo @sportingdoratorino
📍Corso Umbria, 83 - Torino
Balleremo insieme al ritmo della #Dabke palestinese🇵🇸
Per info e prenotazioni:
Contattaci o scrivici su WhatsApp al
380 193 7096 / 3517613116
Yalla habib* ti aspettiamo 😎
CAMMINARE NEI CONFLITTI
Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa
(venerdì, 27 marzo 18:00)
Camminare nei conflitti è un laboratorio con Dean Spade costruito con il
presidio notav di san giuliano e aperto a chi vuole condividere e scoprire nuovi
strumenti per lottare insieme in tempi difficili
Dean Spade è un anarchico, scrittore e professore associato alla seattle
university school of law. Attivista transgender, è da più di vent'anni impegnato
nei movimenti radicali statunitensi abolizionisti e per la giustizia
trasformativa.
In questa chiacchiera ci guiderà attraverso riflessioni e strumenti utili per
attraversare i conflitti che spesso crepano le nostre comunità che resistono al
capitalismo e alle altre oppressioni sistemiche, per imparare a coglierli come
opportunità di crescita e trasformazione collettiva.
La chiacchiera sarà in inglese con traduzione simultanea, la partecipazione è
libera e gratuita.
A seguire momento di convivialità bellavita, porta quello che vorresti mangiare
e condividere.
Il luogo è freddino la sera e non totalmente accessibile per chi ha problemi di
mobilità, per esigenze e altre info non esitare a contattarci via messaggio al
telegram del presidio https://t.me/PresidioSanGiuliano
l ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che l’esercito ha
ricevuto l’ordine di accelerare la demolizione delle abitazioni libanesi nei
villaggi di prima linea vicino al confine, “in linea con il modello applicato a
Rafah e Beit Hanoun nella Striscia di Gaza”, città in gran parte rase al suolo
durante l’aggressione genocidaria israeliana a Gaza.
Ha inoltre sostenuto che le Forze di Difesa Israeliane sono state incaricate di
distruggere i ponti sul fiume Litani — situato a circa 30 km dal confine con
Israele — per impedire a Hezbollah di “spostarsi verso sud” con armi. All’inizio
della settimana, attacchi aerei israeliani avevano già distrutto due ponti sul
fiume, interrompendo i collegamenti tra il sud del Libano e il resto del Paese.
La distruzione dei ponti punta ad isolare il sud del paese che sembra ritornare
ai tempi del 1982 ,quando Sharon scateno’ l’operazione pace in Galilea
l’invasione contro Olp .Oggi l’obiettivo è Hezbollah ,in un contesto diverso
dove l’unica costante è il fallimento dello stato libanese , ma forse Israele
aspira alla conquista del controllo delle risorse idriche del fiume Litani ,
obiettivo della sua idropolitica coloniale fin dagli anni’20.
La strategia israeliana sembra puntare ad una e vera e propria pulizia etnica
anche con lo svuotamento dei quartieri sciti a sud di Beirut come Dahieh, nel
tentativo di isolare Hezbollah dalla sua base sociale ,ma questa strategia
rischia di rafforzare il consenso al partito di dio per quanto indebolito
militarmente dalla precedente aggressione ,visto dalla popolazione scita come
l’unico oppositore all’invasione israeliana .
Si contano già un migliaio di vittime e decine di migliaia di profughi ,la crisi
umanitaria si aggrava nel contesto di uno stato indebolito da una crisi
economica e finanziaria che ne mette in discussione l’integrità.
Ne parliamo con Eliana Riva giornalista
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di
petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un
dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono
un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi
d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo (
200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce
uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro
indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del
debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di
una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La
credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si
rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad
incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei
petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la
chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo
del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi
intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che
porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a
breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della
fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione
dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità
attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un
forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap)
valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti
segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione
e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra.
Ne parliamo con Alessandro Volpi economista