Iran. Terra bruciata
Iran. Terra bruciata A più di tresettimane dall’inizio dell’attacco israelo-statunitense all’Iran, il presidente statunitense Donald Trump ha giocato con scarso sccesso la carta di scaricare sugli alleati NATO e sull’UE la riapertura dello stretto di Hormuz. Una guerra iniziata con attacchi contro obiettivi militari e di sicurezza ha fatto il salto di qualità: con la distruzione sistematica delle infrastrutture civili da cui dipendono 90 milioni di persone. Elettricità. Acqua. Ospedali. Le condizioni fondamentali della vita stessa. In Iran e nell’isola di Khārk continuano i bombardamenti. Sullo sfondo i negoziati mediati da Pakistan, Emirati ed Egitto. Realtà o farsa? Ne abbiamo parlato con Ahmad Rafat, giornalista iraniano Ascolta la diretta:
L'informazione di Blackout
Iran
“Il B(l)ekkino”- Puntata N°6 (24/03/2026)- La Saga del B(l)ekkino Capitolo 6
“Steamboy” Scaletta: -“Raid by the Airship”- Steve Jablonsky (“Steamboy Orig…”; 2004); -“Intro”- Gorillaz (“Demon Days”; 2005); -“Opportunity”- The Charlatans (“Some Friendly”; 1990); -“dlp 1.1.7”- William Basinski (“The Disintegration Loops”; 2002); -“Sphere”- Federico Albanese (“The Houseboat and the …”; 2014); -“Chase”- Giorgio Moroder (7″; 1978); -“Your Time Is Gonna Come”- Led Zeppelin (“Led Zeppelin”; 1969); -“Science Fair”- Black Country, New Road (“For the First…”; 2021); -“I Wanna Be Your Lover”- La Bionda (“I Wanna Be Your L…”; 1980); -“Guerra”- Litfiba (“Desaparecido”; 1985); -“La torre di Babele”- Edoardo Bennato (“La torre di Babele; 1976); -“The Freeze”- Spandau Ballet (“Journeys To Glory”; 1981); -“Babylero”- Coil (“Horse Rotorvator”; 1986)
31 marzo, Cesena: presentazione delle tre giornate “Giornate abolizioniste” (a Bologna, dal 10 al 12 aprile)
Riceviamo e diffondiamo: Militarizzazione, criminalizzazione, violenza, razzismo e un’economia di guerra dettata da interessi imperialisti e coloniali minano alla radice le nostre esistenze e il significato stesso delle parole libertà e solidarietà. Di fronte alla crescente morsa repressiva e coercitiva dello stato sui nostri corpi e sulle nostre vite, sentiamo la necessità di incontrarci per costruire insieme percorsi di lotta e di resistenza collettivi. Venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 aprile, in occasione della visita a Bologna di attivistx internazionali tra cui Ruthie e Craig Gilmore, stiamo organizzando delle giornate dedicate alle lotte abolizioniste contro carcere, repressione e tutte le gabbie che ci opprimono. L’abolizionismo per noi è un progetto politico rivoluzionario, che prevede lo smantellamento di tutte le istituzioni, le forme e le figure della violenza e della cultura suprematista cis-etero patriarcale: dal regime carcerario alle frontiere, dalla polizia agli eserciti, dal controllo sociale alla criminalizzazione del dissenso. Costruire comunità, cura collettiva, autodeterminazione di persone e popoli, libertà di movimento è al centro delle nostre lotte. Abbiamo immaginato tre giornate di incontri, assemblee, laboratori e momenti di discussione e confronto collettivo: non per riformare l’esistente ma per costruire assieme alternative radicali per cambiare tutto. Per far questo, ci piacerebbe confrontarci con voi attorno a alcune domande che abbiamo elaborato e che saranno al centro delle assemblee di sabato e domenica: ·    Cosa aggiunge la prospettiva abolizionista alle nostre lotte? ·    In che modo il punitivismo e la carceralità entrano nei nostri movimenti e nelle nostre pratiche di lotta e auto-organizzazione? Quali problemi e contraddizioni ci troviamo ad affrontare? ·    Come possiamo pensare l’intersezionalità delle nostre lotte e quali strategie possiamo adottare per amplificare queste intersezioni e connessioni nel breve, medio e lungo termine? Per organizzare al meglio le assemblee e programmare gli interventi, almeno quelli iniziali, vi chiediamo per favore di darci conferma della vostra partecipazione, anche solo a una parte dell’iniziativa, rispondendo a questa email. La partecipazione è prevista solo in presenza. Sotto vi copiamo il programma generale delle tre giornate, con indicazioni di luoghi e orari. Per qualunque richiesta o informazione scriveteci a: giornateabolizionistebo@canaglie.org. Potete seguirci anche qui: https://www.instagram.com/p/DV5r1aBiHHY/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA== Programma: venerdì 10 aprile – Vag: 17.30 – chiacchera con Ruthie e Craig Gilmore sabato 11 aprile – Lazzaretto occupato: 09:30 – assemblea di apertura delle giornate 12:00 pranzo solidale 14:00 – assemblea pomeridiana domenica  12 aprile – Scipione dal ferro 10:30 – laboratori 13:00 pranzo solidale 15:00 – assemblea di chiusura delle giornate
Iniziative
28 marzo. No ai treni di guerra!
No ai treni di guerra! Sabato 28 marzo ore 16 a Porta Susa – lato corso Bolzano Presidio contro la militarizzazione delle ferrovie Le ferrovie sono sempre più al servizio della guerra. Un fiume di soldi pubblici sono stati destinati al trasporto bellico, sottraendoli agli investimenti necessari per rendere più comodi e sicuri i treni che student e lavorator* pendolari usano quotidianamente. In questi anni il trasporto ferroviario è diventato sempre più pericoloso, perché i tagli del personale e l’esternalizzazione dei lavori di manutenzione espongono chi lavora e chi viaggia a rischi enormi. Da Viareggio a Brandizzo si allunga l’elenco delle stragi. Non sono incidenti ma omicidi, i cui responsabili siedono nei consigli di amministrazione delle ferrovie e sui banchi dei governi. Con i nuovi investimenti nella logistica di guerra le ferrovie, possibile obiettivo di droni e bombardamenti, diventeranno sempre più pericolose. Il 17 dicembre 2025 è stato approvato dal Parlamento europeo il pacchetto sulla mobilità militare dell’Ue. Una sorta “Schengen militare”. Libero e facile passaggio per le armi che viaggiano su rotaia, mentre profughi e migranti muoiono lungo le frontiere. Questo pacchetto ha come scopo la preparazione delle infrastrutture a dual use entro il 2027. Alla mobilità militare sono stati destinati 17,65 miliardi di euro per potenziare i corridoi prioritari eliminando i punti di strozzatura lungo i percorsi e predisporre gli strumenti per identificare e proteggere le infrastrutture strategiche. Grazie al dual use, doppio uso civile e militare, un treno pieno di esplosivi viaggerà accanto ad un treno passeggeri. Per quanto riguarda l’Italia, i progetti sono compresi nei 1,74 miliardi (oltre il 50% destinati al trasporto via ferro) previsti dal Connecting Europe Facility nell’ambito dell’Action Plan 2.0 militare europeo. Dopo le stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Udine (Palmanova), gli interventi sono concentrati nelle stazioni di Genova e La Spezia. In particolare il finanziamento dell’Unione Europea prevede 28.774.201,50 euro erogati a RFI per lo scalo di Genova Sampierdarena – Parco Fuori Muro e 9.274.599,00 euro erogati all’Autorità del sistema portuale del Mar Ligure Orientale per lo scalo di La Spezia Marittima. È interessata anche Milano Smistamento, dove sono in corso lavori per il nuovo terminal intermodale, che potrebbe assumere importanza nei traffici militari, vista la collocazione geografica (asse Reno-Alpi, vicinanza coi valichi). In Piemonte la linea ad alta velocità in costruzione tra Torino e Lyon è indicata come snodo nevralgico di un corridoio militare, che dovrebbe terminare a Kiev. I soldi sprecati per i treni che trasportano carri armati, munizioni, cannoni potrebbero essere impiegati per rendere più comodi e sicuri i treni che prendiamo ogni giorno per andare a lavorare e a studiare. La terza guerra mondiale è ormai in corso. Le basi militari statunitensi in territorio italiano sono snodi fondamentali per la logistica e l’intelligence delle guerre che, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano stanno incendiando aree sempre più estese del mondo a noi vicino. Non possiamo stare a guardare. Non possiamo accettare che la guerra diventi un’opzione tra le altre. Le basi delle guerre sono a due passi dalle nostre case. Dipende da noi gettare sabbia e non olio nella macchina militarista. Se permettiamo che un treno carico di armi passi in mezzo alle nostre case siamo complici dell’omicidio di uomini, donne e bambini uccisi da quelle armi. Un giorno qualcuno a noi caro potrebbe morire se quel treno avesse un incidente. La guerra è già qui. Fermala è possibile. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Federazione Anarchica Torinese – Assemblea antimilitarista c.so Palermo 46 riunioni ogni martedì h.20,30 www.anarresinfo.org
Appuntamenti
antimilitarismo
logistica bellica
treni di guerra
Musick To Play In The Dark – 24-03-2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a. Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout 105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte. Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave, facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel math rock. Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste. Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie. Spegnete la luce, la musica inizia… PLAYLIST 01 Theo Vandenhoff “April Showers” da “April Showers” 02 Fini Tribe “Detestimony” da “The Sheer Action Of Fini Tribe 1982-1987” 03 The Reds, Pinks And Purples “New Leaf” da “Aknowledge Kindness” 04 The Bevis Frond “Horrorful Heights” da “Horrorful Heights” 05 State Of Art “Show Me” da “Dancefloor Statements 1981-1982” 06 Pictish Trail “Life Slime” da “Life Slime” 07 Memorials “Dropped Down The Well” da “All Clouds Bring Not Rain” 08 Jah Wobble & Jon Klein “Who Wins?” da “Automated Paradise” 09 Clubdrugs “Overdose” da “Overdose” 10 Art Boulevard “Indoor Life” da “1987-1985 A Story Backwards” 11 Audio Chaos “Parlami” da “Parlami”
musick
SUL REFERENDUM E OLTRE IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
“Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia” è il titolo che racchiude l’intento del comunicato di Immigrital, realtà di giovani di origine migrante e operaia che si mobilita contro il razzismo sistemico, istituzionale e relazionale, da cui siamo partiti per ragionare sul contesto sociale e istituzionale Italiano che precede e persiste il referendum sulla giustizia. Il No popolare, schiacciante con due milioni di elettori in più per il no, ha visto un’affluenza al 59%, un picco nuovo di attivazione che ha bocciato la campagna elettorale governativa ancora più che la riforma. È un duro colpo contro il governo Meloni, ma è difficile definirlo una vittoria sociale su tutti i fronti. La parzialità di un discorso che incentri tutto il focus sulla difesa della giustizia fa acqua da tutte le parti: l’evidenza della differenza di partecipazione che ha interessato questo quesito referendario va messa a confronto invece con l’affossamento del referendum abrogativo sulla cittadinanza, sia per mancato raggiungimento del quorum, sia perché molti dei voti positivi sui quesiti sul lavoro avevano invece risposto no al quesito sulla cittadinanza. Lascia quindi ragionamenti aperti su chi si è mobilitato per andare a votare a fronte dell’eveidente limite di un voto che esclude tutta la popolazione senza cittadinanza, così come parte della popolazione carceraria. Se questa sconfitta referendaria non ha a suo tempo permesso l’accesso alla cittadinanza a molti, così che tanti giovani continueranno a dover conoscere le questure italiane fin dall’infanzia e la segregazione interna allo stato delle prime e seconde generazioni. Allo stesso modo, sottolinea una giustizia a due velocità, dove i quartieri popolari si configurano come laboratori di sperimentazione repressiva e mostrano plasticamente la parzialità della giustizia italiana e il volto di quella magistratura che, a questi microfoni, l’avvocato Novaro definiva “avvocatura di polizia”. Ne parliamo con Elon di Immigrital:
L'informazione di Blackout
altavisibilita
stato di polizia
referendum giustizia
immigrital
Rivendicazione dell’incendio di un camion dell’esercito in solidarietà con gli studenti in sciopero (Lüneburg, Germania, 5 marzo 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/03/16/rivendicazione-dellincendio-di-un-camion-dellesercito-in-solidarieta-con-gli-studenti-in-sciopero-luneburg-germania-5-marzo-2026/ Rivendicazione dell’incendio di un camion dell’esercito in solidarietà con gli studenti in sciopero (Lüneburg, Germania, 5 marzo 2026) Lüneburg: incendiato un camion dell’esercito tedesco del tipo «Elefant» – Solidarietà con gli studenti in sciopero! Studenti e studentesse! Siete in piazza perché non intendete diventare carne da cannone. Lo “sciopero studentesco contro il servizio militare obbligatorio” sta mobilitando migliaia di persone. In segno di solidarietà con il vostro sciopero, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2026 abbiamo dato fuoco a un camion da trasporto del tipo “Elefant” dell’esercito tedesco all’interno di uno stabilimento di riparazioni a Lüneburg. Nessuno ci proteggerà dai presunti pericoli, né i politici né, tantomeno, il potenziamento delle forze armate o il riarmo. A voi studenti viene rimproverato di essere egoisti e di dover invece difendere la vostra “patria”. Sono sciocchezze! La guerra va sempre a vantaggio dei ricchi e dei potenti, a prescindere dallo Stato di appartenenza, e non di chi viene costretto a indossare l’uniforme e mandato al fronte. Ciò che ci può davvero aiutare è allearci tra noi e, per esempio, scioperare. Se non sei uno studente e ti stai chiedendo cosa puoi fare contro tutto questo, le possibilità sono molteplici: Se lavori in un’azienda o nel settore della ricerca che collabora con l’industria degli armamenti e l’esercito, rendi pubbliche queste informazioni, rallenta i processi e danneggia la produzione, rifiuta di lavorare. Che si tratti di aziende tecnologiche, di costruzioni, dell’università o della scuola, la guerra viene preparata e gestita in innumerevoli luoghi. Sabotiamo insieme la guerra! [Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/713716 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/03/16/rivendicazione-dellincendio-di-un-camion-dellesercito-in-solidarieta-con-gli-studenti-in-sciopero-luneburg-germania-5-marzo-2026/]
Rompere le righe
Azioni
Contro i re e le loro guerre: 27 e 28 weekend No Kings a Roma
Il processo autoritario e guerra fondaio si combatte insieme: per questo No Kings Italy, il 27 e il 28 Marzo, raccoglie a Roma una coalizione di più di 700 realtà contro i re e le loro guerre: “I “Re” non sono solo i leader internazionali che guidano guerre e processi autoritari. Sono: le oligarchie economiche e finanziarie, i giganti del tech, le multinazionali che impoveriscono il lavoro,i poteri urbani che espellono poveri e migranti.”, si legge sul comunicato di chiusura dell’assemblea che il 3 Marzo ha segnato il via ai lavori. La prima stoccata al Governo Meloni, che con il referendum ha ricevuto prima di tutto un forte NO popolare alle politiche autoritarie e securitarie è solo un primo passo nella direzione della costruzione di un’opposizione a uno Stato che in nulla rappresenta la sua popolazione. La mobilitazione che nasce dai percorsi “Stop Rearm Europe” e la rete contro il DDL Sicurezza “No DDL paura” tracciano un internazionalismo con vocazione locale. La volontà è la creazione di una mobilitazione transnazionale che, a partire dalle esperienze territoriali delle lotte sociali, ambientali, sul lavoro e antirazziste, confluisca contro la compressione dei diritti sociali e dei processi autoritari che interessano l’Italia e l’Europa e che culminano con le guerre imperialiste “dei re” che ora infestano il Medio Oriente. La data, infatti, cade in concomitanza con la manifestazione No Kings U.S.A., che il 28 di Marzo lanciano una mobilitazione diffusa nel paese contro le politiche di Trump, l’imperialismo in Medio Oriente e l’invasione dell’ICE nei territori. Ne abbiamo parlato con Stella dei Centri Sociali Del Nord Est:
L'informazione di Blackout
manifestazione nazionale
imperialismo
anti autoritarismo
NoKings
STRANGER THINGS@1
Due trasmissioni dedicate alla serie più amata dai ragazzi e dalle ragazze negli ultimi anni. La trama, i pensieri dei ragazzi e tanta bella musica. Buon ascolto! 16 marzo 2026 23 marzo 2026 Un ringraziamento speciale va a : Stefano, Alessio piccolo, Christian, Lucrezia, Alessio e Daniela, Stefano, Diana ed Ernesto.
Presidio davanti al carcere di Pescara “Sono Tarek fate arrivare la mia voce”
Ripubblichiamo l’articolo degli Attivisti dell’Assemblea per la Palestina apparso sulla rivista Voci da Dentro che racconta il presidio al carcere per Tarek, ragazzo arrestato dopo un corteo per Gaza. Per tutta la sera un vento gelido e salmastro tagliava la faccia come una lama. Davanti a noi, la facciata in cemento armato del carcere di San Donato, a Pescara. Per una coincidenza feroce, siamo a pochi giorni dall’anniversario della morte di un ragazzo egiziano di 24 anni, suicidatosi in quel carcere nel febbraio 2025. Ed eccoci qui, arrivati da diverse parti d’Abruzzo, con il megafono stretto nelle mani intirizzite, a far giungere la nostra solidarietà a chi è inghiottito dentro quell’opprimente blocco di cemento armato. In alto, sul lato che dà sulla strada, una finestra con le sbarre ritaglia l’unico rettangolo di luce. Da dietro le sbarre, la sagoma di un uomo protende le braccia verso l’esterno. Più che il volto — che rimarrà sempre in penombra — è ben visibile la forza disperata della sua voce. Una voce che ha l’urgenza di venir fuori tutta d’un fiato, prima di essere ributtata dentro. «Sono Tarek. Fate arrivare la mia voce».  Tarek Dridi, originario della Tunisia, è stato arrestato dopo la manifestazione del 5 ottobre 2024, quando, per la prima volta dopo il 7 ottobre, migliaia di persone si mobilitarono a Piazzale Ostiense, a Roma, in solidarietà con la Palestina, denunciando il genocidio in corso. Quella mattina Tarek, in realtà, non aveva preso parte alla mobilitazione: si trovava semplicemente in un bar vicino alla piazza. Fu quando vide le cariche della polizia che si frappose tra il cordone degli agenti che caricava e la folla. In quel frangente così concitato si alzò la maglia e si tagliò il petto con una lametta. Un gesto estremo di protesta, come fanno spesso coloro che passano per i CPR e le carceri. Un gesto che però, nel processo con rito abbreviato, è stato ribattezzato come resistenza aggravata. La sua voce ci arriva a tratti, inghiottita dal rumore del traffico: «Stiamo subendo, stiamo soffrendo. La gente qui sta morendo. I diritti non esistono proprio, qui le condizioni sono disumane, non funziona niente: la sanità non funziona, non abbiamo nemmeno l’acqua calda. Per noi è difficile anche fare il Ramadan. Conoscete la mia storia: dopo il 5 ottobre sono stato condannato ingiustamente. Resisto fino alla fine, io sono più forte di loro. Mi fido di voi. Se state con me, la mia condanna non mi interessa! Vi ringrazio per la solidarietà. Vi voglio bene. Io resisto ancora, lo sapete! Palestina libera! Libertà.» VOCI DAL PRESIDIO  Nel corso del presidio, durante un collegamento telefonico, l’avvocato Leonardo Pompili ci restituisce alcuni passaggi: «Tarek si è cucito la bocca per protestare contro le condizioni in cui è costretto a vivere, che lo consumano fisicamente e psicologicamente. Ora fortunatamente sta un po’ meglio, ma sta comunque attraversando l’inverno senza indumenti adeguati, e questo aggrava ulteriormente la sua situazione». Sappiamo che il trasferimento improvviso a Pescara ha pesato molto sulla psiche di Tarek. A Roma, infatti, aveva costruito quel minimo di legami e relazioni capaci di farlo sentire meno solo. Qui, a rendere tutto più duro, è il taglio sistematico dei contatti con l’esterno: al momento, infatti, a Tarek non vengono concesse autorizzazioni né per i colloqui né per ricevere pacchi. Sul piano processuale, a dicembre, nella prima udienza d’appello, si è aperta formalmente la strada a una perizia sulle sue condizioni cliniche, rimaste fuori dal processo di primo grado (chiuso con una condanna a 4 anni e 8 mesi). Nonostante fossero state presentate le cartelle cliniche pregresse, il primo giudice non le ha prese in considerazione, né le ha sfogliate, essendo sporche e sgualcite. Un dettaglio che rivela lo sguardo, spesso classista, che finisce per ignorare come Tarek, senza fissa dimora, vivesse in condizioni di forte indigenza: quelle carte spiegazzate non erano un atto di incuria, ma la traccia materiale della sua condizione. «Ancora oggi i periti non sono riusciti ad avere una copia integrale della cartella clinica di Tarek — continua a spiegarci Pompili — perché in carcere non sarebbe disponibile il personale incaricato di fare le fotocopie. Tutto questo risulta ancora più surreale se si pensa che la richiesta non arriva da un perito della difesa, ma da un ausiliare di un perito della Corte. Una mancanza gravissima, dato che la perizia clinica completa sarà determinante nelle valutazioni in appello». «Ci sono molti punti da ridiscutere — aggiunge Pompili —: la sentenza, profondamente ingiusta, ricostruisce gli eventi in modo non lineare e attribuisce a Tarek condotte non supportate dagli atti: l’autolesionismo sarebbe stato letto come resistenza a pubblico ufficiale senza prove che in quel momento si stesse opponendo a un arresto; e l’accusa di lesioni, legata all’uso di ombrelli e bottiglie contro le forze dell’ordine, non sarebbe confermata dai filmati depositati agli atti». CONCLUSIONI: FAR ARRIVARE LA VOCE  Una casa circondariale a un passo dal cuore di Pescara dovrebbe essere impossibile da ignorare. E invece può diventare invisibile, come se non riguardasse nessuno. Quella finestra, quelle braccia protese verso l’esterno strappano via l’illusione: il carcere non è solo un Altrove. È qui, dentro la città, dentro le nostre vite. E si regge, in modo persino banale, su quanta indifferenza siamo disposti a tollerare. Il vento, il freddo gelido che taglia come una lama, non sono solo metafore aleatorie. In questa storia sono la perfetta espressione di quello che si prova di fronte alla violenza di un sistema che si dice rieducativo e che, alla fine dei conti, si riduce nella punizione e nell’abbandono delle persone detenute. I colloqui negati, i pacchi bloccati, i contatti tagliati non sono disfunzioni di un sistema organico carente — che come problema esiste — quanto piuttosto il funzionamento normale di un dispositivo afflittivo, che ha nell’isolamento della persona detenuta il suo strumento più raffinato. L’iter burocratico-giudiziario — sordo, cieco, lento quando fa comodo — finisce per pesare come una pena aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza ma eseguita ogni giorno. La storia di Tarek non è solo la sua storia. È la storia di tanti che riempiono le carceri, poveri cristi senza un santo in paradiso a cui appellarsi, che affidano a gesti estremi l’ultima possibilità di scegliere sulla propria vita e, non ultimo, di far arrivare un messaggio fuori. La sua storia è venuta a galla perché c’era una rete politica pronta a raccoglierla, a non lasciarla affogare tra quelle pareti. Una rete che ricorda che quel giorno, a Piazzale Ostiense, Tarek ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto in un tempo in cui prendere posizione per la Palestina viene fatto pagare a un prezzo sempre più caro. Una scelta come quella di Tarek non poteva che diventare bersaglio di una repressione che in questo paese si è fatta sempre più capillare, infiltrandosi nei dispositivi legislativi e trasformando la solidarietà nei confronti della Palestina in qualcosa da scoraggiare. E la lista è lunga: Anan Yaeesh, partigiano della resistenza palestinese, rinchiuso a Melfi. Ahmad Salem, in regime AS2 a Rossano, per aver condiviso un video che chiamava a mobilitarsi contro il genocidio a Gaza. Mohamed Hannoun, in carcere perché la sua raccolta fondi solidale è stata letta come finanziamento ad Hamas. Per questo è importante continuare a stare nei tribunali e in ogni altro posto necessario, perché le persone che si trovano ad affrontare questo calvario non si sentano sole. Le braccia di Tarek ci ricordano quanto tutto questo ci sia vicino.  Tarek esiste, resiste come può, e noi restiamo al suo fianco. «Se state con me, la mia condanna non mi interessa». Assemblea per la Palestina Pescara, sulla rivista di Voci di dentro