Lo scorso venerdì nell’ambito del World Economic Forum a Davos si è tenuta la
cerimonia della firma della Board of Peace, già annunciata da Donald Trump
nell’ambito della Fase Due dell’accordo di “tregua” tra Israele e le fazioni
della resistenza palestinese. Il BoP si presenta come una “organizzazione
internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance
affidabile” ma dalla cui composizione, in continua evoluzione, si può ben
comprendere il reale scopo: creare un’organizzazione sovranazionale con un unico
capo e pieni poteri coloniali sui territori altrui e che miri a sostituire le
Nazioni Unite.
Un progetto che va molto al di là di Gaza in termini di interesse internazionale
e che in nessun modo coinvolge i palestinesi, né nella futura amministrazione di
Gaza né nella sua ricostruzione, come evidente dal Masterplan di “New Gaza” e
“New Rafah”, presentati da Jared Kushner proprio a Davos.
Ne parliamo con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto e direttore di
Pagine Esteri.
Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il
dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un
efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a
Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale. Uno
sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata
nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata
della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione
della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota
che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici
.Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare
di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del
genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è
stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si
organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il
contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che
si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o
cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo
democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto
assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di
polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi
tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui
radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e
violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi
consiglieri.
Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto”
AGGIORNAMENTO "OPERAZIONE CITY" - COMPLICI CON CHI RESISTE!
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(domenica, 1 febbraio 14:00)
Il 4 marzo 2023 un corteo deciso ha attraversato le strade di Torino in
solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito intrapreso
contro 41 bis ed ergastolo ostativo, portato avanti da oltre 5 mesi. Un
corteo per rispondere alla decisione della Corte di cassazione, che non
esitava a condannare a morte il prigioniero anarchico, dando parere
negativo alla revoca del regime speciale di detenzione.
Per quel corteo la macchina repressiva della questura di Torino si è
attivata contro alcunx compagnx attraverso l’Operazione City. I capi di
imputazione sono molteplici - alcuni anche inediti in questi contesti –
e tra gli altri spicca il reato di devastazione e saccheggio.
Per il processo iniziato il 3 Luglio 2025 nei confronti di un primo
gruppo di imputatx, si attende nei prossimi mesi la sentenza di primo
grado. L'ulteriore sviluppo processuale della medesima operazione vedrà
a breve l’udienza preliminare per un nuovo, più numeroso troncone di
imputatx.
Eredità del codice penale fascista Rocco, il reato di devastazione e
saccheggio è sempre più utilizzato per colpire momenti di piazza, lotte
e rivolte all’interno dei centri di detenzione penali e amministrativi.
Si ricorda il suo utilizzo contro le rivolte avvenute nell’IPM Ferrante
Aporti nell’Agosto 2024, o più recentemente nell’operazione Ipogeo con
la quale sono state disposte diverse perquisizioni tra Puglia e Sicilia
e che ha portato all’arresto di tre compagni. Questi sono solo alcuni
esempi di operazioni che vedono l’utilizzo di questo capo di accusa –
con pene da 8 a 15 anni - nel tentativo di allargarne il campo di
applicazione, mentre parallelamente ne vengono create di nuove, come nel
caso dei decreti e dei pacchetti sicurezza di Minniti, Salvini e
dell’attuale governo per radere al suolo ogni forma di conflittualità.
Sono infatti sempre più numerosi e lampanti gli esempi di repressione
contro qualsiasi forma di dissenso, come la custodia cautelare nei
confronti di studenti minorenni che non rimangono in silenzio di fronte
alla violenza poliziesca e di organizzazioni fasciste, le incarcerazioni
di chi sostiene la resistenza palestinese, di chi si organizza contro i
DL sicurezza o di chi si ribella dentro carceri e CPR, fino ad arrivare
allo sgombero degli spazi occupati. Tutto ciò calato in un contesto di
guerra permanente, in un conflitto globale che grava su persone e
territori per l’accaparramento di capitali e risorse, mentre il numero
dei morti aumenta e gli Stati che ci governano si compiacciono del
proprio operato chiamando all’obbedienza e alla legalità – presto al
sacrificio? - all’interno dei propri confini.
In questo contesto in cui la violenza di Stati e potenti non riesce più
a nascondersi dietro la pantomima di diritto e democrazia, la
solidarietà continua ad essere uno strumento per non essere isolatx ed
annientatx. Con uno sguardo complice rivolto alle resistenze nei
territori colonizzati o invasi, ai prigionieri di Palestine Action in
sciopero della fame nelle carceri inglesi, continuiamo a vederci e ad
organizzarci per togliere campo a un sistema repressivo intento alla
creazione del nemico interno.
Ci incontriamo domenica 1 Febbraio alle h14 a Radio Blackout per un
aggiornamento su “operazione City”, per ragionare insieme sulle vecchie
e nuove strategie repressive messe in campo dalla controparte e per
organizzare la solidarietà nei confronti delle e dei compagni imputati.
Per informazioni o organizzazione di eventi benefit scrivi alla mail:
operazionecity@anche.no
In Piemonte si stanno intensificando due vertenze che coinvolgono centinaia di
lavoratrici e lavoratori in settori diversi ma accomunati da scelte aziendali
che scaricano i costi delle riorganizzazioni produttive su chi vive del proprio
salario. Dai servizi alla manifattura, i padroni avanzano con piani industriali
che privilegiano la riduzione dei costi, lasciando sui territori incertezza e
mobilitazioni.
Nel caso della multinazionale dei call center Konecta, la decisione di chiudere
le sedi di Asti e Ivrea e di accentrare le attività su Torino riguarda oltre
mille addetti. La ristrutturazione viene legata anche ai processi di
digitalizzazione e automazione, che consentono alle imprese di difendere i
propri margini, ma che mettono a repentaglio le condizioni di vita di centinaia
di famiglie tra trasferimenti forzati ed esuberi. La difficoltà di confronto ai
tavoli istituzionali ha ulteriormente aggravato la tensione.
Parallelamente, la crisi della Primotecs di Avigliana, nel settore automotive,
mette a rischio circa 158 posti di lavoro. La prospettiva di chiusura ha spinto
lavoratori e sindacati a mobilitarsi, chiedendo un confronto che non si limiti
alla gestione degli esuberi ma apra a ipotesi di rilancio produttivo.
Nei due audio che seguono, Alberto Revel della SLC CGIL e Toni Inserra della
FIOM CGIL intervengono sulle rispettive vicende.
Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge
torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità
locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati
accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le
coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento
oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi
alle infrastrutture e interruzioni della viabilità.
Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry
all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè
dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema)
dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di
CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la
presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di
esporsi al rischio (GeaAgency).
Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche
di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più
vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con
l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una
normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del
paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri
compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per
preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela
resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di
insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli.
La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici
strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed
erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche
attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua.
Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e
l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come
il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro,
firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per
citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del
territorio.
Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi
infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni
enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono
viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è
la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il
terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le
guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Border of Peacedi Trump a
Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo
sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a
conflitto neanche concluso.
In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane,
alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi
opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al
cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing),
significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla
sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza
solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e
l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il
problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe
ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in
manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle
infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima.
Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della
crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene
trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di
sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti
ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo,
in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La
catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul
trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che,
ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di
Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e
provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”.
Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi
della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura
predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo.
Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà
l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente
in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa
ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della
crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente
allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi
emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è
possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica
globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in
fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica
mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente.
L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale:
forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei
rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la
circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come
supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che
siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa
prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove
amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)
Mattinata interstiziale in assenza di Dj Post Pony.
tracklist:
crys cole – making conversation
bellows – 02
zia mohiuddin dagar & zia fariduddin dagar – miyan ki todi, alap (partI)
annea lockwood – fractured ground
the shadow ring – the garden party
nobile – un’immagine ingrandita di una foresta distorta
more eaze, pardo & glass – le grand souffle celeste
dry bones – sleepers / leaner
hiele – no further north
velv.93 – true blue
emer – nobody speak
seekersinternational – trailbyfire
rainstick – Heavens Gate
rdl shellah – bad wine
joe lila raff – eat the prorridge
klein – surprise for balley
not3909093 – mpd police (unreleased)
lord tusk – nightmare city
mu tate – wanting less (estratti)
olli arni – dimensional scrolling
onda keiki – culla il mio petto
APERICENA CONDIVISO
Presidio NO TAV San Didero - Piazzale SS25
(martedì, 27 gennaio 19:30)
Tornano gli apericena condivisi del Martedì a San Didero.
Il ritrovo è alle 19.30, chi può porti qualcosa da mangiare e bere da
condividere e i proprio piatti e bicchieri.
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LIBERE MERENDE PER LIBERI SPAZI
Piazza Santa Giulia - Piazza Santa Giulia, 10124, Torino
(mercoledì, 28 gennaio 16:00)
Merenda autoprodotta da TIENDITAPOPULAR a sostegno di ASKATASUNA
Produttorci e produttori della collettiva TIENDITAPOPULAR offrono merenda con
autoproduzioni alimentari, anche senza glutine, the caldo e spirito di lotta.
Bambini di sei anni a lezione di irruzione militare: fucili, “elementi ostili” e
propaganda armata. A MagicLand si normalizza la violenza delle forze di
occupazione, travestita da didattica Uomini in …
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gennaio almeno 86 persone sono state …
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