Il 28 gennaio, a Salbertrand, sotto la neve che non ha fermato ruspe e autogru,
è stato inaugurato il nuovo ponte sulla Dora Riparia lungo la Strada delle
Gorge. Un’opera […]
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di sacrificio e ingiustizia sociale first appeared on notav.info.
di Enrico Gargiulo* La questione della sicurezza è un tema all’ordine del
giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute
riflettendo su Abolire la sicurezza. Un …
Ieri, venerdì 7 febbraio, si è tenuto lo sciopero internazionale dei porti che
ha coinvolto 21 porti a livello internazionale: da Genova a Livorno, Trieste,
Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari ma
anche Tangeri, Bilbao, fino in Grecia e in Turchia. A Genova è stato lanciato
l’osservatorio sul traffico marittimo di armi. Sin dalla mattinata sono state
bloccate alcune navi di compagnia israeliana, a Livorno la ZIM Virginia è stata
bloccata e, come sostiene l’Unione Sindacale di Base nel suo comunicato “La
stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa
mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare
oggi a Venezia e domani a Ravenna”. In serata manifestazioni si sono tenute in
diverse città italiane contro la guerra, contro il riarmo e contro il genocidio
in Palestina, per chiedere un embargo commerciale su Israele e per opporsi alla
militarizzazione delle infrastrutture del territorio.
Di seguito pubblichiamo alcuni contributi sulla giornata.
da Radio Blackout
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe.
La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri
sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla
denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi
sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao,
da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo
dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno,
Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
Porto di Genova 7 febbraio 2026
..la buona notizia è quella della volontà di mettere in campo un ” osservatorio
sul rispetto della legge 185/90 contro i traffici di armi” ,ci immaginiamo che
qualche resistenza a questo importante progetto ci sarà,in ogni caso il
contrasto alla guerra ed ai suoi traffici non si fermerà.
Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati a
questa mobilitazione internazionale.
Il 30 agosto lo avevamo promesso ,bloccheremo tutto,faremo gli scioperi
generali,arriveremo.allo sciopero internazionale.
Ci sono momenti della storia che la classe operaia ,in questo caso i lavoratori
portuali devono scendere in campo devono riequilibrare un po’ le cose,ecco ci
stiamo provando ,e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui
posti di lavoro,contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al
centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali ,chiediamo
l’inserimento del lavoro usurante a fine pensionistici nel presente dei vecchi
portuali ,e nel futuro dei giovani lavoratori del porto..
Non ci fermeremo mai perché siamo stanchi di lottare,ma solo quando avremo
vinto..
Working class combat
Riceviamo e pubblichiamo volentieri..
Extinction Rebellion si unisce alle voci di dissenso sul nuovo decreto
sicurezza, denunciando il restringimento dei diritti costituzionali e la
legalizzazione di prassi degradanti che vengono portate avanti sempre più spesso
negli ultimi anni. “Una deriva autoritaria senza precedenti di fronte a cui la
disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto
sicurezza, un provvedimento che introduce una serie di misure destinate a
restringere in modo significativo il diritto al dissenso in Italia: dal fermo
preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le
forze di polizia, fino a nuove disposizioni che inaspriscono le pene per le
persone migranti nei CPR e facilitano gli sgomberi degli spazi
occupati.Extinction Rebellion denuncia quello che definisce “una deriva
autoritaria senza precedenti: un decreto che regolarizza la violazione
sistematica del diritto costituzionale a manifestare liberamente il proprio
pensiero ed espone chiunque all’arbitrio delle forze dell’ordine, sotto
indirizzo del governo. Un decreto che legalizza pratiche che vengono già
utilizzate illegittimamente dalla polizia e di fronte a cui la disobbedienza
civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il fermo preventivo anche senza condanna: quando lo Stato diventa accusa e
giudice
Tra le principali novità del decreto vi è l’introduzione del fermo
preventivo nell’ordinamento italiano. La norma rende legale l’accompagnamento e
il trattenimento in Questura fino a 12 ore di persone con precedenti denunce o
“segnalazioni di polizia” per reati contro il patrimonio o contro la persona
prima di cortei e manifestazioni. Non è necessario essere stati processati o
condannati: è sufficiente l’esistenza di precedenti denunce, anche se archiviate
o ritenute infondate dalla magistratura. Extinction Rebellion sottolinea che
tali denunce possono essere state originate dalle stesse forze di polizia,
talvolta in modo strumentale per criminalizzare chi protesta e costruire un
profilo “criminale”. “In questo modo la polizia, sotto indirizzo del governo,
diventa l’organo che formula le accuse e che, senza l’intermediazione della
magistratura, può poi utilizzare quelle stesse accuse per prelevare le persone
dirette a una protesta e trattenerle fino a 12 ore”, afferma il movimento. “Si
tratta di un gravissimo attacco alle libertà di movimento e di manifestazione,
che di fatto regolarizza prassi illegittime già diffuse nelle Questure di tutta
Italia per impedire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e criminalizzare
i movimenti”.
Dall’abuso alla norma: pratiche illegittime ora legalizzate
Pratiche simili sono già state applicate in passato con Extinction Rebellion in
diverse città, tra cui Roma, Bologna, Brescia, Padova e Venezia. In queste
occasioni, manifestazioni nonviolente sono state interrotte o addirittura fatte
saltare con l’uso della forza: centinaia di persone sono state fermate e
trascinate malamente, caricate sugli autobus e trattenute nelle celle delle
Questure per otto o dieci ore, nonostante avessero consegnato spontaneamente i
documenti di identità (come previsto dalla legge). “Quello che oggi diventa
legale con questo decreto, viene praticato illegittimamente dalle Questure di
tutta Italia da anni. E ciò che accade una volta in Questura – durante i fermi –
è a sua volta una prassi illegittima: perquisizioni corporali abusive e
immotivate, rilievi biometrici e, prelievo di oggetti personali – compresi
farmaci e telefoni – e impossibilità di comunicare con avvocati e familiari”,
riporta il movimento. I fermi si concludono spesso con denunce per reati come
manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) o violenza privata (art. 610
c.p.) – a volte anche senza la manifestazione vi sia mai stata – e che vengono
regolarmente archiviate dalla magistratura per assenza di reato. A queste si
aggiunge spesso l’emissione di fogli di via fino a quattro anni, misura prevista
dalla legge 159/2011 per reati gravi come quelli di mafia ma utilizzata
regolarmente anche contro persone incensurate per allontanarle dalle città.
Negli ultimi anni Extinction Rebellion ha presentato e vinto ricorsi per
l’annullamento di fogli di via illegittimi e ha denunciato le Questure di
Bologna, Brescia e Roma per sequestro di persona, abuso d’ufficio e trattamenti
degradanti nei confronti di attivisti. “La libertà non è mai garantita: va
difesa ogni giorno”, afferma il movimento, richiamando una frase attribuita a
Hannah Arendt. “La democrazia si difende contestando le leggi ingiuste: un fermo
illegittimo, una denuncia pretestuosa, un foglio di via immotivato alla volta.
Ed è ciò che continueremo a fare, a partire dal nuovo decreto sicurezza”.
Riceviamo e diffondiamo:
A Padova due morti in 36 ore, ecco la “normale” amministrazione carceraria
Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due
Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio
anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”,
pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie
di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile
dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.
Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade
negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli
accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie
per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi
lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”.
Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non
funziona bene, e noi non ci crediamo.
Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai
tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente
ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante
è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che
amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano
pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un
po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più
schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che
chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla
determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi
con loro.
Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci
incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina,
una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere
punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza
di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci
un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli
“politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta
dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce,
che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria
respirabile.
“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati.
Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che ci insegnano e
vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa
praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più
pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è
tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto
abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate.
Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per
accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza
accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli
di mezzo per questo.
Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli
operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in
blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano
dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere
sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era
rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle
persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare
ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde
un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere
nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di
impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della
sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di
Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel
fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio
psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi
inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma
normale, perfetta, amministrazione.
Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un
sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza
nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del
territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi
sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì
dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra
le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali.
Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo
stato. Ma i debiti saranno saldati.
Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte,
portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia”
italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle
galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.
Qui in pdf: A Padova due morti in 36 ore
> La vita mediatica si dipana attraverso emergenze fittizie che occultano i
> fenomeni in grado di evidenziare situazioni globali da cui discende poi la
> Storia, nel caso delle epurazioni cinesi e delle scelte politico-economiche di
> Xi Jinping di cui abbiamo parlato con Lorenzo Lamperti da Taiwan – e dunque
> dal centro delle dispute internazionali – si è finito con l’evocare potenziali
> sviluppi sia in politica interna cinese, sia nei rapporti con gli altri
> padroni della terra: per un caso poche ore prima di questo intervento da
> Taipei Xi ha parlato con Trump e poi con Putin… e i temi trattati possiamo
> solo immaginarli.
> Allo stesso modo Alessandro Volpi ci spalanca a ogni frase praterie di
> spiegazioni e ricostruzioni di speculazioni dei fondi, di attrazioni forzate
> verso la finanza americana, la spesa per la sicurezza, il decoupling e la
> riconversione di quelli che erano i titoli americani detenuti dai cinesi… come
> si dibatte l’impero finanziario di fronte al pericolo di essere travolto dal
> debito, che ha sempre imposto al mondo.
> Infine è recentissima la notizia che ci porta indietro di 90 anni, quando gli
> eroici aviatori delle squadriglie fasciste bombardarono Barcellona e la
> Catalogna, realizzando carneficine di civili. Individuati dalle schede
> dettagliate del regime che archiviava ogni raid con i nomi degli operatori
> disponibili a perpetrare questo crimine contro l’umanità, scoperchiata la
> verità recuperando i documenti negli Archivi italiani ed esposta la querela da
> parte di residenti italiani in Spagna, il cursus giudiziario per processare i
> responsabili ha subito talmente tanti ritardi, insabbiamenti, ostacoli – sia
> da parte iberica che dai governi di ogni colore a Roma – che non si può
> inscenare il processo a un altro genocidio dei gerarchi fascisti, perché sono
> morti tutti gli indiziati.
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Curioso che nella stessa giornata di un periodo molto concitato Xi Jinping abbia
intrattenuto conversazioni telefoniche sia con Trump che con Putin, proprio dopo
aver eliminato tutti i vertici del’esercito. Chissà, forse temeva che da lì
potesse venire una scalata al suo potere, un candidato non previsto da lui;
certo che il repulisti tra i generali, che ha ridotto anche il potenziale
contropotere del Pla al rango di fedeli allineati alla linea del partito già
precostituendo le linee guida del Congresso del 2027, ridurrebbe la capacità
operativa in caso di un conflitto. Fortuna vuole che allertati dalla definitiva
decapitazione dei vertici dell’esercito, avessimo concordato con Lorenzo
Lamperti di raccogliere la sua analisi sullo stato delle cose in relazione alla
politica cinese.
L’altro possibile centro di potere – economico – era già stato normalizzato e
quindi alla Borsa di Shanghai è permesso di realizzare successi, finché Xi
individuerà una linea ereditaria. Intanto l’obiettivo è di espandere il consumo
interno, implementare il turismo: una crescita duratura, affrontando al contempo
una nuova fase di sviluppo e adattandosi all’evoluzione delle condizioni
esterne. Nonostante i dazi di Donald Trump, nel 2025 le esportazioni cinesi sono
cresciute del 6,1 per cento su base annua, facendo registrare il valore record
di 26.980 miliardi di yuan (3870 miliardi di dollari) e consolidando la
posizione della Repubblica popolare cinese di maggiore potenza commerciale del
pianeta.
La situazione militare infatti fa registrare approcci alla questione taiwanese
improntati alla ricerca di accordi forse meno riconducibili ai rapporti di
forza. Probabilmente anche questa strategia rientra nel tentativo di assumere
come espressione del soft power inclusivo dimostrato dopo l’inizio del nuovo
mandato di Trump da parte del regime cinese, proprio per contrapporsi
all’arroganza americana, mostrando la faccia benevola.
A proposito di soft power, o comunque di maggiore capacità di attrazione di
risorse e alleanze, si sono registrati pellegrinaggi di leader a stringere
accordi e la postura cinese è sicuramente più rassicurante di quella trumpiana.
La reazione al testosterone di Trump in Latinamerica è stata opposta al primo
mandato: la Cina per ora non ha reagito allo stesso modo. Piuttosto ha spostato
l’attenzione altrove nel Sud del mondo, perseguendo alternativamente i propri
affari.
Da ultimo c’è la spesa militare. E forse questo è il vero motivo della chiamata
a tre nel momento in cui scade l’accordo sul controllo della proliferazione
nucleare, che Trump vorrebbe estendere alla Cina.
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La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve è una soluzione di
compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto
lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec ,l’organo di
vigilanza della borsa americana .
Trump deve fare i conti con la realtà della crisi di credibilità del dollaro e
l’aumento del debito federale.
Non si puo’ permettere di spaventare i mercati quando ha bisogno di garantire la
sottoscrizione di quasi novemila miliardi di dollari in scadenza del debito
americano i cui interessi pesano per un 47% del PIL statunitense.
Un altro aspetto preoccupante per la stabilità del dollaro è l’aumento del
prezzo dell’oro causato dagli ingenti acquisti da parte delle banche centrali
che sono in fuga dal dollaro non più ritenuto valuta rifugio. Inoltre la scelta
della nuova premier giapponese Sanae Takaichi di aumentare la spesa militare
peserà sull’espansione del debito pubblico giapponese che è già pari al 250% del
PIL ,comportando un aumento dei tassi del debito e la fine della pratrica del
“curry trade” con cui i fondi comparavano a bassi tassi il debito giapponese per
acquistare il più remunerativo debito USA.
La Cina ha completato il decoupling dall’economia americana liberandosi del
debito in dollari e rilanciando lo Yuan digitale anche come strumento per
regolare gli scambi commerciali.
Si susseguono le bolle speculative in un economia finanziarizzata che vive una
delle crisi più profonde della sua storia con all’orizzonte la soluzione
bellica delle contraddizioni del turbocapitalismo che incombe.
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto
su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle
lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione,
il consumo di suolo, la turistificazione.
Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta
crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una
frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a
Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos,
infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne
paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa
che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati
alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos,
che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella
che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale.
Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry
si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto
l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità,
la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del
territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il
Ponte sullo stretto.
Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di
chi conosce e cura la terra in cui abita.
Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione
civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi
turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
Oltre un milione di metri quadrati di devastazione, quasi un decennio di
cantieri e disagi, per un’opera vecchia e inutile. Il progetto della nuova
ferrovia tra Avigliana e lo Scalo […]
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Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi
lungo…
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo
tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e
agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un
terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della
possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui
campi, sui punti della logistica, tra le strade della città.
In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano
direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra
nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono
sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una
violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima.
Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti
paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna
dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via
Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a
caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è
stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4
aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di
passaggio poiché destinati alla deportazione.
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da
vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici
bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei
e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a
Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un
corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a
Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
LA VERITÀ È CHE STIAMO BENE E CHE CI PIACE STARE INSIEME
ARSIDER POLIZIA E MORALE > DEEP LISTENING > PUGNI IN TESTA > PIETRATE PER 1.4
EURO NETTI AL MESE
+ COLLEGAMENTO HONINGSWAG(NORVEGIA)