La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and
Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le
incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle…
La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and
Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le
incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle deportazioni
ai danni di persone immigrate o semplicemente razzializzate.
L’omicidio di Reene Good, avvenuto il 7 Gennaio a poche centinaia di metri di
distanza da dove fu ucciso George Floyd, è stato seguito il 14 Gennaio da una
sparatoria ai danni di un’altra persona. Nonostante l’escalation della brutalità
federale, talvolta coadiuvata dalla polizia locale, forme di organizzazione dal
basso non esitano a reagire e a restituire al mittente un piccola parte di
questa violenza razzista, dimostrando la capacità di adattare pratiche e
strumenti di lotta ad un attacco in costante mutamento.
Dopo la diretta da Chicago del 19 Dicembre torniamo a parlare con una compagna
che si trova a Minneapolis per ricostruire quanto sta accadendo e inizialmente
ragionare sul ruolo simbolico della città di Minneapolis nella strategia
dell’Immigration and Customs Enforcement.
Qui la prima parte:
Proviamo, inoltre, a capire come si esprime ed evolve la reazione dei gruppi di
risposta rapida contro le milizie dell’ICE, attraverso forme di acculturazione e
autoformazione collettive (qui qualche spunto) e capacità di adattamento alle
tattiche del nemico. Vale la pena mettere in risalto, poi, se il riflesso delle
rivolte per l’omicidio di George Floyd riesca a sedimentare una generalizzata
diffidenza rispetto alle relazioni con le aree progressiste istituzionali a
vantaggio del rafforzamento di relazioni di comunità. Di sicuro, per effetto
delle pressioni delle proteste si registrano negli ultimi anni defezioni tanto
dai corpi di polizia, quanto, più di recente, dai reparti delle milizie
federali: fare lo sbirro paga, ma evidentemente non abbastanza!
Infine, dalla diffusione e pluralità delle azioni messe in campo arriviamo a
ragionare sul ruolo dei gruppi di estrema destra e l’internità dei loro
militanti negli apparati governativi impegnati nella caccia al migrante. Sebbene
al potere, però, di recente l’estrema destra ha ricevuto l’accoglienza meritata
nella città di Minneapolis, dove l’influencer suprematista e islamofobo
Jake Lang è stato assalito dalla folla, senza avere il benché minimo spazio di
agibilità o seguito.
Ascolta qui la parte finale della puntata:
NOTA di aggiornamento: mentre pubblichiamo questo articolo, il 24 gennaio,
all’alba di una giornata di mobilitazione e di sciopero cittadino, gli agenti
della Border Patrol (polizia di frontiera) hanno ucciso, forse meglio dire
giustiziato, un’altra persona, il suo nome era Alex Pretti.
“only good agent is a dead one”
Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto):
Qui l’originale (con un
video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/
ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I
MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID
25 gennaio 2026
Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood
Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per
iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy
Frost, riguardo al suo trattamento in prigione.
In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for
Palestine ha dichiarato:
“Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla
protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo
giorno del suo sciopero della sete.
I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e
legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso
mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato.
Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la
paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna
sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci
impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina.
Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con
azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e
violenza non faranno altro che renderci più forti”.
In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un
testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo:
«Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i
visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno
è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario.
Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare
dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver
bloccato».
Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei
cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood
Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di
sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di
sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer
soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi
associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della
fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado
di camminare.
Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base
RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice
spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate
hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em”
dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton
prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF
Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini
di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un
complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73
persone.
LOTTE CONTRO BIG TECH E SIONISMO
Data di trasmissione
Domenica 25 Gennaio 2026 - 21:00
Le Dita nella Presa
Lotte nei Paesi Bassi contro Microsoft e sionismo; Palantir e il (nuovo)
militarismo; shutdown di Internet in Iran, Tanzania e non solo; aumentano i
progetti per nuovi datacenter, ma aumenta anche l'opposizione alla loro
costruzione.
Apriamo la puntata con una rassegna delle lotte nelle università olandesi
nell'anno scorso in solidarietà con la Palestina, contro le collaborazioni con
Israele e gli accordi tecnologici con Microsoft.
Puntata completa
Palestina
Militarismo
Internet shutdown
Data center
* Per saperne di più su Lotte contro Big Tech e sionismo
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei
palestinesi in Italia
Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi,
Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati
sono stati assolti.
Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano
state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh.
Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro
rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di
terrorismo).
Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne
rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità
dell’impianto accusatorio.
Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente,
erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato
associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della
Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2
del carcere di Melfi.
Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle
richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate
dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio
difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a
questo processo.
Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava
questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa
giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di
Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio
è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la
causa palestinese.
Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze
dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta
alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano
Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito
dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di
drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per
influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a
delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli
imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed
appoggio.
Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si
trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza
che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per
questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente
significativa.
Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad
istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di
provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli
apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della
Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato
i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo
anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è
l’espressione di una precisa volontà politica.
Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di
inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I
casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un
richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in
Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di
accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto
recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea
di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova
e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla
chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al
mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno
dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia).
Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo
successivamente
riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo
all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al
ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA).
In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le
autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e
quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo
per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare
come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di
verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la
tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi
elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti
in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una
diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento
fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della
Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan
ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni
israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia
militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi
trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano
che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro
popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte
Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un
tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo
processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero
sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare
israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?»
Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani
saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino».
Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo
Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è
un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e
non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al
seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto
internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta
evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione
dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i
rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli
interessi economici che legano Italia ed Israele.
Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i
sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante
pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e
l’Europa non sono luoghi sicuri per voi.
In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si
correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del
loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere
liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una
parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire
organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che
vengono scientemente fatte morire di fame e freddo.
Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il
suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo
da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un
passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con
la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo
effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo
combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini.
Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed
Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato
si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia,
le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono
le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello
Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire
l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis.
La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo
capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha
dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi
convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi
interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di
antisionismo con quello di antisemitismo.
Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione
«Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano
sommamente ipocrite.
Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i
palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo
incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria
Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i
cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per
crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre
possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno
li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per
difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate
al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di
circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno
materiale possibile.
Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di
gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA
hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento
del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre
più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di
sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale
padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement
Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense
che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento
utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di
guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed
impossessarsi delle loro risorse.
Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti
della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo
dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali
di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco
militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima
operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha
l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare
nella propria sfera di influenza.
Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo
analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità
con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della
magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi
politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di
stampo coloniale.
Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle
nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni
repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che
hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra.
La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la
ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale,
che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura
di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina.
La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti
episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un
orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un
fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono
emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine.
La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici
forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è
solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di
strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario.
Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici,
omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie
pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione,
attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo
dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso
avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di
questi strumenti offensivi.
L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto
di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari,
per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei
conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di
reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di
beni stranieri.
Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte
quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in
quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere
sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da
cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da
un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere
contro chi detiene il potere.
Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono
l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la
limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare
rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure
d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce
l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei
disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione
degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di
sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto
sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente
l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce
giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i
movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la
Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di
conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i
diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa
aggressione.
Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i
palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il
blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per
affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta
perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa
organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per
uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando
con questa operazione le fantasie più distopiche.
In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione
degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e
manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che
prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa
una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto
la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la
modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione
volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche
un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che
certo non rispettavano la fila…
Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha
sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese
(A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola
d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui
è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si
tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la
sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno
parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere
distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima
necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La
chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un
atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di
Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie
da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio.
Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e
dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere
coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che
siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del
loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a
spada tratta.
Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi
ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire
diversi aspetti che ci legano ad esse.
C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora.
Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la
punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non
siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a
sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare
per noi.
Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza
palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed
il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso
anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche
questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale
all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo
passivo, ma sono parte in gioco.
I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti
della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il
maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro
progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di
Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto
lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e
umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque.
Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina
assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno
dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente
delle cose.
In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla
guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di
sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e
accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per
affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed
autodistruttive della società capitalista.
Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla
repressione.
Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a
Torino
Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action
Per una Palestina libera in un mondo libero.
Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
Perché un’assemblea locale interroga il nostro modo di decidere il futuro Il 15
gennaio, in una sala pubblica di Rivalta di Torino, si è tenuta un’assemblea
dedicata a una nuova […]
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https://pungolorosso.com/2026/01/24/buone-nuove-da-minneapolis-dalla-nostra-america-video/
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 31 gennaio 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(martedì, 27 gennaio 16:00)
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
Porfido – per la critica della società capitalista – ha una biblioteca con oltre
6000 titoli, catalogati e suddivisi per argomenti, riviste, poster, dvd in
prestito. Abbiamo anche una distro di libri in vendita, passate !
Occhio alle nuove uscite Edizioni Porfido, visita il sito
https://porfidotorino.it/
APERTURA PORFIDO
Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino
(mercoledì, 28 gennaio 16:00)
Disponibile Sgomberi Dolci. La violenza contro chi vive in campi rom,
baraccopoli e occupazioni abitative, di Manu Cencetti. 2026 Eris Edizioni
Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle
16:00 alle 19:30.
Per l’Italia della palla ovale le migliori alleate si confermano le forze
armate e le grandi aziende produttrici di armi e sistemi bellici.
Venerdì 23 gennaio lo Stato Maggiore dell’Esercito e la Federazione Italiana
Rugby (FIR) hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a “rafforzare la
collaborazione tra le due istituzioni, fondata su valori condivisi quali
coraggio, disciplina, spirito di squadra, rispetto delle regole e impegno al
servizio della collettività”.
A firmare l’accordo il sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito, generale
Salvatore Cuoci, e il vice presidente vicario della Federazione Rugby, Paolo
Vaccari.
“L’intesa riconosce il valore dello sport, e in particolare del rugby, quale
strumento formativo ed educativo, parte integrante dell’addestramento militare e
della crescita personale dei giovani”, riporta l’ufficio stampa dell’Esercito
italiano. “Le caratteristiche proprie del rugby, basate su lealtà, sacrificio e
lavoro di squadra, trovano una naturale convergenza con i principi e le pratiche
della professione militare”. Sport e guerra tornano ad essere, così come ai
tempi del Ventennio, due facce della stessa medaglia.
Il Protocollo d’Intesa prevede in particolare che la FIR “dedichi all’Esercito”
una delle partite del Torneo Sei Nazioni, “assicurando una significativa
visibilità internazionale alla Forza Armata” attraverso specifiche iniziative,
tra cui il cerimoniale pre-partita, la presenza all’interno del Villaggio Terzo
Tempo e attività di rappresentanza istituzionale. È inoltre prevista la
realizzazione di operazioni di comunicazione congiunte per valorizzare le
attività.
“L’Esercito Italiano, compatibilmente con le prioritarie esigenze istituzionali,
fornirà il proprio concorso mediante assetti promozionali in occasione degli
eventi sportivi, il supporto di unità della Forza Armata per attività
addestrative e di team building a favore degli atleti delle Nazionali di rugby,
nonché la messa a disposizione di sedi militari per seminari, workshop e
iniziative formative”, aggiunge lo Stato Maggiore. “L’accordo, della durata di
tre anni, si inserisce nel quadro delle iniziative volte a promuovere la cultura
dei valori, dello sport e del servizio al Paese, rafforzando il legame tra Forze
Armate e società civile. Si prevede inoltre il sostegno allo sviluppo del rugby
dilettantistico di base attraverso l’utilizzo di idonee strutture militari”.
L’intesa punta infine a “consolidare” le attività di cooperazione già avviate
tra la Federazione Rugby e l’Esercito nel gennaio 2023, quando prese il via la
partnership alla vigilia delle gare in Italia del “Guinness Sei Nazioni” e della
preparazione della squadra in vista della Rugby World Cup 2023.
Prima dei mondiali di rugby in Francia, gli atleti convocati effettuarono uno
stage dal 13 al 16 luglio a Corvara (Dolomiti), presso il Villaggio Alpino
“Tempesti”, base dell’Esercito italiano. “Istruttori delle truppe alpine e di
altre unità specialistiche dell’Esercito si sono impegnati in intense attività
addestrative di Team Building in favore della nazionale di Rugby”, spiegò
l’ufficio stampa della Federazione sportiva. “Gli atleti della Nazionale
iniziano la loro giornata alle 6 del mattino schierati per l’alzabandiera.
Divisisi in tre gruppi è stata raggiunta la vetta del Monte Lagazuoi. A seguire
il gruppo al completo si è spostato presso Col Gallina dove ha seguito altre
attività di addestramento fino alla costruzione del bivacco per il pernotto in
quota”.
“Tutti gli atleti – aggiungeva la FIR - sono stati seguiti da personale
qualificato dell’Esercito in varie attività di addestramento tipicamente
militare, apprendendo nozioni di base per la sopravvivenza in montagna e
confrontandosi con attività quali le marce con affardellamento, il primo
soccorso, il mascheramento, l’arrampicata e la topografia con esercizi specifici
e attività di orienteering ponendo il focus anche su attività che avevano come
obiettivo di lavorare su Team Working, leadership e comunicazione efficace”.
Nonostante la dura preparazione psico-fisica a cui sono stati sottoposti i
rugbisti sotto la supervisione delle truppe alpine, i risultati in campo sono
stati a dir poco disastrosi. Alla Rugby World Cup 2023 l’Italia è uscita di
scena dopo il girone eliminatorio, collezionando due striminzite vittorie con
Uruguay e Namibia e due pesantissime batoste con Francia e Nuova Zelanda. Questi
due ultimi incontri si sono conclusi con un 60 a 7 (Francia-Italia) e un 96 a 17
(Nuova Zelanda-Italia): gli Azzurri con le stellette hanno subito cioè un punto
per ogni minuto di gioco (156 punti in 160 minuti).
Non è andata meglio la partnership FIR-forze armate il 24 febbraio 2025, in
occasione dell’incontro a Roma tra le nazionali di Italia e Francia, nell’ambito
del “Guinness Six Nations”.
“Alla presenza del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine
Masiello e dell’omologo francese, general Pierre Schill, il tricolore Italiano e
quello d’oltralpe, seguiti dalle insegne dell’Esercito e della Federazione
Italiana Rugby sono arrivati dall’alto con i paracadutisti della brigata
Folgore”, ricordano i vertici militari italiani. “Le note dell’inno nazionale,
eseguito dalla Banda dell’Esercito, precedute dall’ingresso in campo della
fanfara dei bersaglieri e degli atleti militari che hanno portato in campo
l’ovale della partita, hanno trasportato giocatori e spettatori nel clima
competitivo dell’incontro. Fuori dal campo di gioco, i tanti tifosi hanno avuto
la possibilità di avvicinarsi ai vari stand messi a disposizione dall’Esercito
Italiano, tra questi una mostra di veicoli, il simulatore di volo dell’Aviazione
dell’Esercito, una palestra di roccia, una stazione con istruttori del Metodo di
Combattimento Militare e un percorso ginnico dedicato al military fitness”.
Uno sfoggio di potenza bellica che non ha per nulla intimidito gli atleti
d’oltralpe. Il punteggio finale dell’incontro non lascia dubbi: Francia 73,
Italia 24.
Federazione Rugby ed Esercito insieme anche per gli incontri della nazionale
femminile. In occasione della partita tra Italia e Scozia del “Guinness Six
Nations”, svoltosi a Parma il 24 aprile 2024, la bandiera tricolore, le insegne
della FIR, della Scozia e la palla ovale sono stati portati sul campo da gioco
da una rappresentanza di allievi e ufficiali dell’Accademia Militare
dell’Esercito, con tanto di inni nazionali eseguiti dalla banda dei parà della
“Folgore”.
“Il calcio d’invio è stato anticipato al mattino da una partita ufficiale del
“Trofeo del Ducato”, tappa ufficiale del campionato nazionale di Rugby Touch,
alla quale ha partecipato la squadra del gruppo sportivo dell’Accademia Militare
che ha avuto l’opportunità di confrontarsi con altre realtà sportive rugbistiche
del nord Italia”, ricorda lo Stato Maggiore. Per la cronaca l’incontro
Italia-Scozia si è concluso con una sconfitta di misura per le Azzurre di 10 a
17.
Il 28 luglio 2023 in occasione del triangolare Under 20 delle rappresentative
femminili di Italia, Irlanda e Scozia tenutosi a L’Aquila, la collaborazione
della FIR si è estesa alle grandi aziende del comparto militare industriale.
L’evento è stato organizzato infatti insieme a Thales Alenia Space Italia, la
joint venture tra due gruppi europei leader del settore aerospaziale militare,
la francese Thales (67%) e l’italiana Leonardo SpA (33%).
“Thales Alenia Space opera dal 1983 sul territorio di L’Aquila e dopo il
terremoto del 2009 ha ricostruito un nuovo stabilimento che ha inaugurato nel
2013, simbolo di una rinascita industriale nonché del proseguimento di un
cammino nell’alta tecnologia, con nuove opportunità e nuove ambizioni
industriali che pongono l’azienda in assoluto primo piano nel comparto spaziale
europeo”, ricorda enfaticamente l’ufficio stampa della Federazione Rugby.
“Quest’anno Thales Alenia Space celebra 40 anni di attività spaziale e 10 anni
dall’inaugurazione del nuovo stabilimento”.
Le Azzurrine hanno vinto il triangolare in terra abruzzese, anche se il torneo
“non era valido per il riconoscimento della presenza internazionale”, come ha
specificato la stessa Federazione Rugby. Poca importa. Quel che è necessario è
invece rimarcare in ogni occasione che la palla ovale in Italia si è affidata
ormai agli artigli delle forze armate. “La collaborazione con la FIR – enfatizza
lo Stato Maggiore - è volta a promuovere attivamente su tutto il territorio
nazionale i valori che il mondo del rugby e l’Esercito condividono, sinonimo di
impegno, disciplina e rispetto: aspetti che mettono alla prova le nuove
generazioni, le aiutano a superare limiti, nutrire speranze e realizzare sogni,
contribuendo alla crescita individuale e collettiva”.
Il rugby per affermare la cultura della “difesa” e legittimare e normalizzare la
guerra in un paese sempre più armato e belligerante.
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