In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con
Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar.
Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si
inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato
energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma
rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo
reale.
L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un
effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni
(qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo
speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene
sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e
inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa
potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito,
il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un
meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea
però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis
inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più
profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai
vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il
rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni.
La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un
meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto
rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più
costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto
funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli
accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O
così oppure ulteriori dazi all’Europa.
Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà
come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise.
Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo.
Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data
center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste
macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano:
tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il
10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta
soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica
necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza
energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila
all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte
dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto
viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda
componentistica, semiconduttori, elettronica.
Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una
merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va
aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso
chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di
Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va
conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che
siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il
profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla
necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare
e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche
tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione
materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra.
Il progetto definitivo della nuova tratta dell’Alta Velocità
Avigliana/Orbassano, ripropone ancora una volta tutte le contraddizioni di
un’opera imposta e profondamente impattante. A fronte di un beneficio dichiarato
pari a […]
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Giornata di stravolgimenti in Piemonte per la gang Sì Tav.
Da Notav.info
A Roma è stato costretto alle dimissioni il biellese Andrea Delmastro Delle
Vedove, lo stesso che appena un anno fa, in gita fuori porta a Chiomonte,
dichiarava che “i No Tav sono come la mafia” e che ha scritto norme del decreto
Sicurezza su misura per colpire il movimento. Peccato che Delmastro sia anche
una buona forchetta e abbia “inavvertitamente” partecipato a una società
proprietaria di un ristorante con quote derivanti dal riciclaggio di una cosca
mafiosa. Evidentemente, di mafia parlava con cognizione di causa.
Il distratto sottosegretario, a sua detta, avrebbe poi involontariamente
spostato le sue quote su società non riconducibili a lui, casualmente proprio
mentre il padre della sua socia veniva condannato. Dopo lo scandalo è stato
infine costretto a dimettersi.
Chi invece non si è dimessa del tutto è la vicepresidente della Regione
Piemonte, Elena Chiorino, che appena un paio di settimane fa veniva ripresa
sorridente, con l’elmetto in testa, davanti alla nuova fresa — che ancora
nessuno ha visto. Era molto felice: evidentemente gli incassi del ristorante
andavano bene. Già, perché anche lei era socia di Delmastro nell’affare.
Al suo posto arriverà il simpatico camerata Marrone. Attendiamo nuovi libri.
A questo punto è quasi inutile continuare a sottolineare l’incredibile frequenza
con cui emergono connessioni tra chi sostiene l’entità Tav e chi viene poi
scoperto con le mani in pasta. La riflessione che vogliamo fare, anche alla luce
della sconfitta referendaria, riguarda la giustizia: carriere separate non
sappiamo, ma strade separate sicuramente. E soprattutto a velocità diverse.
Mentre i soggetti citati non sono neppure stati indagati e con ogni probabilità
non pagheranno mai davvero, qualsiasi gesto di resistenza contro un’opera
imposta e inutile viene represso e punito con rapidità esemplare. Da 35 anni i
processi contro il movimento sono all’ordine del giorno.
La domanda allora è semplice: a chi conviene? La risposta la conosciamo, ma non
si può scrivere.
Ai prossimi politicanti di passaggio: continuate pure a parlare e ad accusare,
ma fate attenzione, perché poi tutto torna indietro.
Voi passate. Vi bruciate, vi riciclate, sparite. Il movimento No Tav dovrete per
sempre metterlo in conto.
Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al
referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema
della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è
sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle
carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in
cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena
una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa,
anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a
sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a
pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”,
non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a
restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione
si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da
aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni
nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa,
vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha
vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di
provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi
sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero
riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula
narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho
capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la
partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per
processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono
il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si
vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è
in gioco il destino del Paese!
Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato
“Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli
argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio
ragionamento e punto di vista.
E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è
concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli
Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann.
No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello
dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un
messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare
sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere
di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul
lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la
mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che
si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da
Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che
a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente
nel mondo.
Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i
laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte
dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a
chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel
capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola,
negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato.
La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di
certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”.
Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”:
“Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia
contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di
classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p.
72).
Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con
ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con
un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la
bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è
quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la
forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello.
Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di
resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza.
Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di
prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità
vitale.
«Torino ha l’ambizione di superare la contrapposizione asfittica tra innovazione
competitiva e coesione sociale. E la tutela ambientale sarà la piattaforma
orizzontale. Non cerchiamo modelli, saremo il modello» Così il sindaco Lo Russo
ha salutato l’approvazione del progetto preliminare del nuovo Piano Regolatore
Generale (PRG) di Torino, passato al vaglio del Consiglio Comunale lunedì 16
marzo.
Si tratta per la città del primo PRG nel nuovo millennio: quello attuale, in
vigore dal 1995, nasceva nel grande vuoto lasciato dal crollo del modello
industriale, chiamato a gestire vaste aree di ex siti produttivi. L’importanza
di questo passaggio, dopo oltre trent’anni, a una nuova versione di quello che
non è solo “un dispositivo tecnico, ma anche un atto politico nel senso più alto
del termine” viene efficacemente riassunta dalle parole dall’assessore
all’Urbanistica Paolo Mazzoleni in Sala Rossa: “Oggi non stiamo semplicemente
portando in approvazione un documento urbanistico. Stiamo proponendo al
Consiglio e alla città un’idea per il suo futuro”.
Il PRG è infatti, insieme al bilancio, uno dei pochi strumenti a disposizione
del Comune per il governo del divenire della città: pianificazione dei servizi
dalla sanità alla mobilità, destinazione d’uso degli spazi urbani, politiche
abitative, modulazione e indirizzo delle attività, da culturali a formative a
industriali, gestione del verde pubblico – insomma, l’orizzonte della Torino di
domani dovrebbe essere già definito in quelle carte. Peccato, certo, che quelle
stesse carte siano rimaste fino all’ultimo termine possibile (la votazione sul
progetto preliminare del Consiglio Comunale) inaccessibili a chi si trova al di
fuori del circuito amministrativo, impedendo dunque una critica puntuale dal
basso del progetto di PRG, visto che a parole l’Amministrazione ha detto tutto e
il contrario di tutto sull’impianto del futuro piano: maggiore flessibilità per
adattarsi più rapidamente alle esigenze di mercato insieme a forte regia
pubblica; centralità tanto dei servizi di prossimità quanto dell’attrattività
per gli investimenti privati; attenzione al commercio di prossimità e apertura a
capitali internazionali; contrasto al consumo di suolo e crescita.
Se la conciliazione di interesse privato e pubblico dovrebbe passare attraverso
una deregolamentazione urbanistica che elimina l’ostacolo della zonizzazione per
destinazioni d’uso unita a un modello di perequazione, che prevede una
compensazione in base al guadagno previsto sugli investimenti attraverso
progetti di utilità collettiva (che potranno spaziare dall’edilizia sociale alla
manutenzione delle strade ordinarie, rendendo così servizi essenziali un
prodotto indiretto della speculazione), l’armonizzazione tra paradigma della
crescita infinita con ambizioni green sembra volersi porre, a Torino come
altrove, sotto il segno di riqualificazione e rigenerazione urbana. Due
categorie concettuali contigue a cui si ricorre sempre più intensamente:
sintomatico della loro centralità a livello nazionale la messa in cantiere di un
DDL proprio sulla rigenerazione, che mira a promuovere in una cornice comune il
fenomeno attraverso premi volumetrici, incentivi fiscali e l’istituzione di un
Fondo nazionalead hoc da 3,4 miliardi di euro.
Anche se leggermente diverse nella definizione (la riqualificazione ha una
dimensione strettamente legata a interventi fisici, mentre la rigenerazione
investe più dimensioni, compreso il tessuto sociale), nel discorso pubblico sono
spesso usate in modo intercambiabile per intendere operazioni anche molto
diverse per qualità e scala, ma accomunate dal recupero di zone già edificate o
comunque compromesse (es. territori da bonificare) in disuso, spesso raccontate
in termini di “degrado” e “marginalità”, spazi raccontati come “in cerca di
futuro” e da “restituite alla città”.
Non costruire ma trasformare: questa la strategia per contrastare il consumo di
suolo e continuare a fatturare. Un discorso che a prima vista sembra filare.
Torino è costellata di strutture di proprietà pubblica lasciate a far la muffa,
spazi di cui meriterebbe riappropriarsi. Andando però a osservare più da vicino
processi messi in moto durante l’amministrazione Lo Russo licenziati come
“rigenerazione” e “riqualificazione”, il quadro che emerge è nettamente diverso.
Trapasso (parziale o totale, definitivo o temporaneo) del bene pubblico al
privato, massicci investimenti per progetti di dubbia utilità calati dall’alto,
interventi spot e di facciata, sgomberi, militarizzazione degli spazi collettivi
e lotta senza quartiere all’iniziativa dal basso, il meccanismo della messa a
rendita delle macerie deve ancora riuscire a dare saggi significativi della sua
capacità di essere una forza trasformativa positiva per il territorio.
E in una fase di conclamata (e drammatica) crisi climatica, particolarmente
problematici sono i casi in cui questi progetti di restyling interessano le aree
verdi, come su Torino sta succedendo al Meisino e si pianifica di far avvenire
presto al Parco della Pellerina. Il primo fra i cardini della favola
riqualificatoria a cadere a uno scrutinio anche minimo è l’azzeramento del
consumo di suolo: infatti a essere spacciate come edificate o compromesse sono
aree di suolo in larga parte libero e permeabile. Pensiamo al Meisino, dove la
presenza di una cascina diroccata e un ex galoppatoio militare ha fornito
l’appiglio per disseminare strutture sportive e interventi impattanti a macchia
di leopardo su tutta la riserva naturale. Al discorso quantitativo andrebbe poi
accompagnato quello qualitativo, che invece sembra venire omesso del tutto.
Infatti, anche quando la superficie verde viene nominalmente mantenuta, è alto
il rischio che attraverso il cambiamento di vocazione per l’area (chiave di
volta dei progetti di “riqualificazione”) si cambi anche la tipologia di verde
(passando ad es. da verde ecologico a verde attrezzato, per fare riferimento di
nuovo al caso Meisino).
Il mutamento non è un’indolore questione terminologica, ma comporta spesso
accanto al degradamento del suolo anche perdite nette per il patrimonio arboreo
e la biodiversità, con conseguente danno per la salute del territorio.
Va ricordato che degrado e consumo di suolo rimangono la prima causa di frane e
fenomeni alluvionali, e Torino sotto la Giunta Lo Russo si è posta saldamente in
testa (dati ISPRA) alla classifica delle città italiane con più di 100.000
abitanti per percentuale di suolo consumato (nel 2023, oltre il 65%). Dunque, se
anche smettessimo concretamente di cementificare domani costruendo solo dove già
si edifica sarebbe comunque insufficiente: la necessità non prorogabile è quella
di aumentare il suolo libero, non semplicemente di mantenere quello esistente..
Altrettanto omesso dall’Amministrazione è l’aspetto dell’impatto della fase di
cantiere (per quella del futuro ospedale Torino Nord alla Pellerina, si
prevedono ottimisticamente quattro anni), che diventa miracolosamente a impatto
zero.
Le considerazioni di carattere più tradizionalmente ecologico vanno ovviamente
associate agli aspetti sociali del processo: svendita più o meno diretta degli
spazi verdi, espulsione più o meno permanente delle comunità che attraversavano
lo spazio (già anche solo durante i tempi sempre in espansione dei lavori:
pensiamo al Parco della Tesoriera, occupato dall’autunno del 2024 da un cantiere
PNRR fantasma) e unilateralità delle decisioni sono tutti aspetti che mettono in
crisi la narrativa istituzionale.
A tematizzare il nodo tra difesa del verde e riappropriazione degli spazi urbani
sono i moltissimi comitati nati attorno a parchi, pratoni, alberi e alberate. A
Torino parecchi comitati spontanei hanno costituito la rete Resistenza Verde che
il 20 aprile festeggerà tre anni di esistenza vigile e combattiva. Vedere più
nello specifico il caso delle lotte in corso a Torino può forse essere utile per
cominciare a fare chiarezza, oltre le nebbie istituzionali, su cosa si profila
per la città nel nuovo Piano Regolatore.
Il caso del verde pubblico di Torino
La sera di venerdì 6 marzo si è tenuto al CSOA Gabrio un incontro che ha accolto
voci dai diversi comitati impegnati nella difesa del verde urbano di Torino,
mettendole in rapporto con l’orizzonte tracciato dal PRG. A organizzare
l’incontro l’assemblea Un Altro Piano per Torino, nata nel 2023 con l’intento di
studiare, criticare e contestare il processo verso il nuovo Piano Regolatore, e
contestualmente elaborare una proposta alternativa dal basso. Obiettivo
dell’incontro era mettere in relazione le due dimensioni, sostanziando le
analisi dell’assemblea con l’esperienza dei comitati e rileggendo il percorso di
questi alla luce della critica al nuovo PRG, realizzando un utile momento di
aggiornamento, apertura e confronto in un momento critico per Torino. Le diverse
lotte in difesa degli spazi verdi, ciascuna con le proprie specificità, appaiono
legate su almeno su due fronti: la proposta attiva di un contro-modello di verde
non mercificato o mercificabile, e l’opposizione alla riqualificazione, che come
abbiamo visto è termine-spia di un processo di riorganizzazione dall’alto degli
spazi in funzione del maggior profitto nel minor tempo possibile.
Il caso del Parco del Meisino, ferita aperta del territorio a cui abbiamo già
fatto riferimento, mostra plasticamente come è ripensato il verde urbano
all’interno del nuovo paradigma: il “Centro per l’educazione sportiva e
ambientale”, progetto imposto dalla Giunta Lo Russo facendo leva su un presunto
“degrado” dell’area, spaccia come “riqualificazione” la devastazione di quella
che è l’unica riserva naturale urbana di Torino al fine di insediarvi un centro
sportivo polivalente per attività di nicchia (come pump track, disc golf e
addirittura biathlon con carabine laser). I 245 ettari della riserva, oltre al
loro valore per chi li vive da anni, hanno un’importanza riconosciuta anche
dalle istituzioni a livello regionale (come parte delle aree protette del Po
piemontese), comunitario (ospitando una Zona di Protezione Speciale inserita
nella rete Natura2000) e mondiale (come parte del sito MAB Unesco “Collina Po”).
Il progetto, finanziato con 11,5 mln di fondi PNRR, è un’accozzaglia bizzarra di
costosi e inutili interventi, incomprensibile se messo in relazione a necessità
o volontà espresse dal territorio, immediatamente leggibile se inteso come
strumento di intercettazione e dirottamento di fondi.L’afferenza al PNRR ha
altresì permesso al progetto di godere di un iter ultrasemplificato in virtù
delle scadenze stringenti del Piano, risultando così in una chiusura totale e
strutturale alla partecipazione e intervento dei cittadini. L’area essendo posta
alla confluenza tra Dora e Stura sul Po oltre all’alto valore ecologico è anche
ad altissimo rischio idraulico, e soggetta a piene regolari (2000 e 2016 le più
recenti). Il futuro “Centro per l’educazione sportiva e ambientale” avrà dunque
o vita breve e/o costi di manutenzione improponibili, diventando un pozzo nero
di fondi pubblici.
Il Comitato a tutela del Parco, Salviamo il Meisino, si è venuto a formare
spontaneamente all’annuncio del progetto nel 2022. Nonostante i diversi
tentativi di bloccare il progetto, i cantieri si sono aperti ufficialmente a
settembre del 2024, tra blocchi dei mezzi e contestazioni popolari gestite
attraverso il ricorso massiccio e continuato alle forze dell’ordine. I lavori si
trascinano avanti ormai da oltre un anno e mezzo, in uno scenario di
irregolarità, inadempienze ai famosi “tempi stretti” del PNRR e opposizione mai
cessata dei cittadini.All’attività di contrasto e monitoraggio dal basso dei
cantieri sono stati affiancati anche tentativi sul piano legale, approdati in un
ricorso al Tribunale ordinario che non è però stato dichiarato procedibile per
un classico rimpallo di competenza tra Tribunale ordinario e TAR.
Qualcosa si è comunque riuscito a strappare alla devastazione, soprattutto
grazie alla pressione esercitata “sul campo”: è stata ottenuta la rimozione di
alcuni interventi particolarmente impattanti che dovevano avere luogo nelle aree
più sensibili e la messa in salvo dagli abbattimenti di un boschetto. Il danno,
ovviamente, rimane comunque sopra la soglia critica, così come lo spreco di
denaro pubblico. Se proprio c’era voglia di riqualificare, i fondi si sarebbero
potuti almeno destinare dove utile e richiesto (per rimanere in tema di sport,
le ex Piscine Sempione a Barriera di Milano ormai in corso di svendita sarebbero
state un buon candidato).
La futura fase di esercizio rimane un’incognita: il PNRR finanzia la
costruzione, non la gestione (né la manutenzione).. Nel caso probabile in cui a
farsi carico degli impianti siano soggetti privati o società sportive, non lo
faranno certo gratuitamente. Allo spreco di risorse pubbliche e al danno
ambientale si aggiungerebbe così anche una possibile privatizzazione parziale
del Parco che, prima che la Giunta decidesse di “restituire” il parco alla
città, era accessibile a tutti in ogni sua parte. Quello che il caso Meisino
anticipa non è insomma un verde vivo e sociale, ma un finto green ridotto a
terreno di gioco per operazioni speculative.
Anche il progetto di un nuovo ospedale nell’area verde del Parco della Pellerina
sta incontrando opposizione dal basso. Le due realtà che si muovono in questo
senso sono il gruppo di lavoro Assemblea Pellerina/No ospedale nel Parco che
unisce cittadini, comitati e associazioni e il Comitato Salviamo la Pellerina.
Obiettivo comune è portare Comune, Regione, Asl e Inail (l’ente finanziatore) a
cassare il progetto e ripensare la ricollocazione degli ospedali Maria Vittoria
e Amedeo di Savoia. La decisione del sito del nuovo ospedale Torino Nord è
ricaduta sulla Pellerina, tra una serie di sette proposte e quindi in ampia
presenza di possibilità alternative, per una decisione unilaterale degli attori
istituzionali. Le criticità del progetto, illustrate dalla corposa
documentazione predisposta dal gruppo di lavoro, sono enormi.
Prima fra tutti, proprio il consumo di suolo su cui il nuovo PRG vorrebbe tirare
il freno a mano: l’area su cui si intende costruire (la punta estrema nord-ovest
del Parco), impropriamente definita sterrato, è una zona verde di proprietà
comunale. Il progetto prevede un’occupazione di più di 60.000 m2 di suolo
permeabile e senza necessità di bonifiche. Anche qui come per il progetto del
Meisino le istituzioni spingono su una narrazione dello spazio come marginale,
degradato e abbandonato al fine di giustificarne la cementificazione.
E i punti di contatto con il caso Meisino continuano: l’alto rischio idraulico
dell’area (tra le più vulnerabili della città per rischio idrogeologico) e la
falda superficiale presente (confermata anche da recenti carotaggi, realizzati a
ridosso dell’inizio della Conferenza dei Servizi) dove si vorrebbe edificare
porrebbero limiti importanti al progetto dalla fase di cantiere fino a quella di
esercizio: la necessità di costruire la struttura rialzata su piloni di 6 m
sopra il livello dell’esondazione della Dora del 2000, come riportato dal
Progetto di Fattibilità, impedirebbe infatti la costruzione di parcheggi
interrati e la presenza di servizi di medicina nucleare, vista l’impossibilità
di porre gli impianti in un piano interrato per minimizzare la diffusione di
radiazioni.La messa al bando della partecipazione popolare è un altro aspetto
chiave: anche qui la decisione è stata calata dall’alto senza un dibattito
pubblico preventivo e senza il coinvolgimento dei cittadini, che evidentemente
l’Amministrazione ormai intende come meri lettori di comunicati diffusi mezzo
stampa. Alle sessanta pagine di documentazione presentata contro il progetto dai
comitati in difesa della Pellerina durante la Conferenza dei Servizi (conclusasi
alla fine dello scorso novembre l’approvazione del progetto di fattibilità
tecnico-economica) non è stata alcuna reale considerazione.
L’attività di opposizione, nonostante la chiusura istituzionale, continua: il 13
marzo è stato depositato un ricorso straordinario al Consiglio di Stato con cui
si impugna proprio il provvedimento conclusivo della Conferenza di Servizi,
segnando un’altra tappa importante nel percorso della lotta per la il Parco.
Un’alternativa concreta a questo tipo di “riqualificazione urbana” imposta
dall’alto arriva invece dall’esperienza del cosiddetto Pratone Parella in via
Madonna delle Salette. Residuo agricolo, poco più di un ettaro, versava in una
condizione di effettivo “degrado” (accumulo di materiale di risulta e rifiuti)
per effetto di un cantiere che vi era stato posto durante la costruzione di un
vicino supermercato. Ciò nonostante, l’area era intesa dal quartiere come spazio
verde, senza ambiguità. Nel 2019 alcuni residenti, oggi comitato Salviamo i
Prati, hanno dato il via a iniziative dal basso per recuperare e poi mantenere
il prato, cercando di coinvolgere il quartiere attraverso momenti di socialità,
piccole manifestazioni e iniziative a carattere culturale (come presentazioni di
libri). Sul pratone continuava però a pendere la spada di Damocle di una
possibile edificazione futura, in quanto ancora classificato come vuoto urbano.
Per metterlo al sicuro, il comitato ha presentato una delibera di iniziativa
popolare, risultata a valle dell’iter nella dichiarazione di inedificabilità del
pratone.
Chiusa la fase di contrapposizione, si è posto dunque il problema a cui tante
lotte territoriali non arrivano: la gestione del dopo. La soluzione individuata
come più praticabile dal comitato è stata quella del Patto di collaborazione con
la città di Torino. Il progetto dei cittadini si è dato come cardine
l’incremento della biodiversità, con un’attenzione rivolta al miglioramento
della qualità del suolo; sono stati piantati alberi, realizzata una zona per
impollinatori, preservato un piccolo boschetto spontaneo. Quando possibile, il
comitato partecipa a progetti del DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie,
Forestali e Alimentari) dell’Università. Continuano anche le iniziative
culturali e gli interventi di manutenzione. Nonostante le tante luci della
vicenda del pratone, qualche ombra e incertezza rimane sull’obiettivo più a
lungo termine del comitato: allargare al quartiere la cura dello spazio, con un
coinvolgimento più diretto di chi frequenta il pratone – un aspetto, questo, che
si sta trovando difficile. Il percorso verso una presa di responsabilità
veramente collettiva nell’autogestione degli spazi rimane, qui come altrove,
complesso.
Per il Parco Artiglieri da Montagna lo stato di cose e le intenzioni
dell’Amministrazione sono invece meno trasparenti, anche alla luce del nuovo
PRG. Il progetto di sacrificare il Parco per la costruzione di un supermercato
nasce sotto Giunta Fassino, che ha ceduto l’area a Esselunga per 99 anni. Il
progetto ha però incontrato soprattutto dal 2022 in poi una vivace e trasversale
opposizione, svelando l’incapacità delle istituzioni di cogliere il valore reale
del Parco per quartiere e città – non solo in quanto area verde ma anche in
quanto spazio di libera aggregazione.
Nonostante la chiara volontà dimostrata dal basso di salvare il Parco, nessuna
amministrazione ha mai voluto trattare con Esselunga per fare marcia indietro.
Il comitato EsseNon, che porta avanti l’opposizione a questo fenomeno
speculativo, èanche e da tempo l’unico soggetto a prendersi cura dell’area verde
– lasciata dal Comune in quell’incuria che accompagna e anticipa i progetti di
svendita. Dalle carte per il nuovo PRG ciò che emerge è che il Parco viene
cartograficamente descritto come area verde, ma soggetta a cambiamento. Un colpo
al cerchio e uno alla botte: riconoscimento del suo status attuale ma senza
garanzie per il futuro. Nonostante dunque anni di opposizione e a oltre dieci
anni dalla cessione a Essenlunga, non pare sarà il nuovo PRG a liberare il Parco
Artiglieri dal limbo della speculazione.
Parimenti aperta e irrisolta rimane anche la questione dei grandi eventi nelle
aree verdi. La prassi ormai consolidata di utilizzare parchi cittadini come
contenitori per manifestazioni di massa a scopo di lucro che se anche
transitorie hanno comunque una certa tendenza a cronicizzarsi mostra bene la
profondità della “tutela ambientale come piattaforma orizzontale” come intesa
dall’Amministrazione. Caso limite è Parco Dora, che gode di uno stato di
occupazione eternamente rinnovato: lo spazio non fa in tempo a riprendersi dal
Kappa Future Festival che già è tempo di allestire per il Salone del Gusto.Su
Piazza d’Armi (già smangiucchiata durante le Olimpiadi del 2006) preoccupa il
delirante progetto di rendervi permanenti le megastrutture del Fan Village delle
ATP Finals, come denunciato da diverse realtà tra cui il comitato No Grandi
Eventi.Mentre l’opposizione alla presenza del ToDays Festival al Parco della
Confluenza (adiacente a una riserva naturale) è riuscita a ottenere che i
concerti non si ripetato più nella zona solo a valle del festival stesso.Le
presunte ricadute positive economiche e d’immagine per città e quartieri sono
ciò su cui l’Amministrazione fa leva per minimizzarne l’impatto: affermazioni
non supportate dai numeri e ancor meno dall’esperienza di chi si vede sottrarre
e compromettere spazi verdi a proprie spese. La questione della destinazione di
suolo pubblico per eventi di interesse privato rimane infatti un punto centrale
nelle rivendicazioni dei cittadini. E se dopo settimane di cantiere, di
allestimento, di montaggio e di evento in sè, gli spazi rimangono ancora chiusi
per il ripristino ambientale, questo non avviene secondo tempistiche
regolamentate dai cicli biologici, ma dalle necessità dell’eventuale grande
evento successivo.
Lavori al parco del Meisino
Che scienza e tecnica vengano chiamate in causa molto selettivamente non è una
novità.
La tecnica, già di per sé non neutra, lo è ancora meno nelle mani di chi ha
pieno interesse nel tenere al di fuori dei processi decisionali sugli spazi
urbani le stesse comunità che li animano.
Il caso dell’alberata di Corso Belgio rimane esemplare: il progetto parte, come
per il Meisino, dalla volontà di intercettare dei fondi (qui non PNRR, ma REACT
EU), avvalendosi di un “esperimento” di sostituzione delle alberate su proposta
proprio di un tecnico comunale. La tecnica di “rinnovo” di intere alberate
nonostante la presenza di singoli esemplari sani (anche molti: 73 sui 77
abbattuti in corso Umbria) è considerata ormai largamente anacronistica e
antiscientifica, ma ancora prevista dal nostro Regolamento del Verde Pubblico e
Privato (art. 45 sul quale è in corso una battaglia portata avanti da cittadini
e comitati per la sua modifica su cui torneremo dopo) e sicuramente pratica
nello snellire i tempi di quei processi di restyling cari all’Amministrazione.
Dall’opposizione spontanea dei residenti al progetto è nato un comitato Salviamo
gli alberi di Corso Belgio che è stato capace di organizzarsi contro l’assalto:
un presidio a salvaguardia degli alberi dai tagli durato tutta l’estate del
2023, senza interruzioni, durante la quale residenti e non di Corso Belgio hanno
vissuto e dormito a turno sotto gli alberi per quattro mesi. Di fronte a questa
vera e propria prova di forza popolare, la difesa del Comune è stata quella di
provare a derubricare chi si opponeva agli abbattimenti come “cretini
ideologizzati” senz’arte e troppo di parte. Qui come altrove attraverso l’accusa
di volersi sostituire ai tecnici e mettere in dubbio le loro competenze non va
letta la difesa di un approccio scientifico e razionale alla gestione del verde,
ma il tentativo di spostare il discorso su un piano meno favorevole ai cittadini
dimostratisi capaci di fare fronte comune alle imposizioni istituzionali.
Il problema è l’indipendenza dei tecnici. Quelli comunali oggi sono destinatari
di incentivi alle funzioni tecniche che li incoraggiano a produrre una marea di
progetti. Quelli assoldati come periti di parte dalle istituzioni, quando
convenute in Tribunale, non sono chiaramente indipendenti. E non lo sono,
spesso, nemmeno quelli nominati come consulenti tecnici d’ufficio dai Giudici.
Nel caso di Corso Belgio, il CTU prof. Beccaro, nell’ambito del ricorso
presentato dal Comitato, ha dichiarato che l’alberata era in regressione, ossia
“senescente”. Il Giudice non ha potuto quindi dare totalmente ragione ai
cittadini, pur riconoscendo il danno alla salute provocato dall’abbattimento.
L’esito parzialmente favorevole ai cittadini è dipeso dagli accertamenti
eseguiti dal prof. Beccaro tramite analisi satellitari sull’intervento “gemello”
a quello di Corso Belgio già realizzato sulle alberate di corso Umbria, da cui
risulta che questo ha “indotto un aumento dei valori di temperatura massima
stagionale di +2°C”. L’ordinanza ha stabilito che se il Comune vuole realizzare
il progetto, lo può fare soltanto per lotti, in 5 anni, cominciando dalle tratte
più ammalorate. Questo, per mitigare il danno, non per azzerarlo. Poiché la
regressione è stata provocata dai tecnici comunali stessi, che hanno evitato per
20 anni di sostituire gli alberi abbattuti, la battaglia del Comitato è
continuata con due petizioni, al Sindaco e agli assessori e al Consiglio
comunale – inascoltate – che hanno chiesto la messa a dimora degli alberi
mancanti. La lotta prosegue con la proposta di deliberazione di iniziativa
popolare per modificare l’art. 45 del Regolamento del Verde (quello sul rinnovo
delle alberate che permette interventi come Corso Belgio e Corso Umbria).
La riscrittura dell’articolo è il risultato dello sforzo collettivo del
Coordinamento per la tutela del Verde di Torino, che mette in rete comitati
spontanei e associazioni. La proposta di modifica mira a inserire nel
regolamento il principio “non si abbattono alberi sani”, articolandolo
attraverso un monitoraggio periodico delle condizioni delle singole piante per
valutarne le condizioni unitamente all’inammissibilità della sostituzione di
un’intera alberata o di un tratto di essa se non in presenza di rischi
comprovati per ogni singolo albero. Di ogni decisione di abbattimento dovrebbe
inoltre venire data immediata comunicazione ai cittadini; dove ci fosse poi
esigenza di sostituire più esemplari di un’alberata, vengono descritte una serie
di strategie per minimizzare l’impatto. La proposta di delibera è stata
presentata sulla scorta di oltre 2500 firme raccolte tra i cittadini di Torino
dai comitati stessi.
Difesa del verde, dunque, ma anche della (e attraverso la) iniziativa popolare.
La proposta di delibera, com’era prevedibile, sta incontrando l’ostilità diretta
tanto dei politici quanto dei tecnici, che rischierebbero (parole loro) di
“vedere limitata la loro discrezionalità”: così ha affermato dalla dirigente
della Divisione Verde Parchi e Tutela Animali dott.ssa Claudia Bertolotto nel
suo irregolare parere di regolarità tecnica – un atto che dovrebbe limitarsi ad
attestare se l’approvazione della delibera da parte del Consiglio comunale violi
o meno la norma, e che è stato invece strumentalizzato per esprimere il
personalissimo parere della dott.ssa sul contenuto. A difesa dell’operato dei
tecnici, l’assessore Tresso ha affermato durante una Commissione che l’art. 45
stabilisce il rinnovo delle alberate come prassi straordinaria e, come tale,
richiede una delibera di Giunta; questo nell’attuale art. 45 attuale non è
previsto da nessuna parte. Non dal Regolamento discende il fatto che i progetti
di corso Belgio e corso Umbria (e del Meisino) siano stati oggetto di delibere
di Giunta, ma da quella sinergia tra tecnici e assessori che più che una
garanzia di buone pratiche è garanzia di esclusione di partecipazione
democratica.
Le istituzioni sembrano interessate a tutelare non tanto il verde, la scienza o
anche la prassi del rinnovo delle alberate nello specifico, quanto un meccanismo
ben radicato nella gestione del conflitto negli spazi urbani: il politico manda
avanti il tecnico nella sua presunta neutralità, e questo a sua volta può
scaricare le responsabilità decisionali sul politico – chiudendo così quel
cerchio al di fuori del quale ci vorrebbero lasciare. Nel caso in cui
l’ostruzionismo amministrativo non bastasse a bloccare l’iniziativa dal basso,
il conflitto coi cittadini potrà agilmente venire riclassificato come problema
di ordine pubblico, depoliticizzando ulteriormente la questione e delegando alle
forze dell’ordine la pacificazione sociale. Così avvenuto in Corso Belgio, come
al Parco Artiglieri e al Meisino. La delibera sull’art. 45 rischia di diventare
l’ennesima istanza popolare accantonata da questa Amministrazione, dietro la
delibera sul risparmio idrico del Comitato Acqua Pubblica Torino, la delibera e
il referendum per la Pellerina e la petizione del Comitato Salviamo gli Alberi
di corso Belgio. Menzione d’onore spetta poi al caso “Vuoti a rendere”, proposta
di delibera promossa da associazioni per il diritto all’abitare che, pur non
partendo da rivendicazioni particolarmente radicali, ha subito un tale massiccia
opera di emendamento (a valle di una vera e propria campagna denigratoria) prima
dell’approvazione da risultare completamente svuotata del contenuto politico. Un
simile processo di svuotamento è quello che comitati e firmatari della delibera
sull’art. 45 vorrebbero evitare ad ogni costo – un processo di svuotamento
politico non dissimile a quello subito da categorie come welfare, sostenibilità,
partecipazione, inclusione, servizi, comunità, cura, accessibilità, e anche
verde, ormai usati come veri e propri cavalli di Troia per veicolare il loro
esatto contrario.
La vera difesa del verde non può basarsi su un discorso meramente quantitativo
di superficie o numero di alberi piantati (su cui è molto facile produrre “falsi
in bilancio”), ma deve integrare una dimensione qualitativa, come avviene nelle
rivendicazioni dei comitati attivi in città e nei propri quartieri a difesa di
un verde sociale, ecologico e di prossimità. Dietro le destrezze terminologiche
e nebbie mediatiche, quella che nei fatti si sta profilando è una città in cui
gli spazi sono ridotti a merce con tanto di “obscolescenza programmata” e tenuti
in costante regime di “riqualificazione” e riorganizzazione sulla base degli
interessi di costruttori e privato forte. Una città in cui i processi
decisionali sono blindati alla partecipazione dal basso e in cui la “regia
pubblica” si riduce in un accentramento di potere decisionale nella Giunta.
È un piano che se nella narrativa istituzionale promette tutto a tutti, in
ambito di certezze concrete a noi ha niente da dare, senza molte idee oltre alla
“grande occasione” di una riconversione bellica giocata tra aerospazio e data
center – tra le otto aree di “grande trasformazione urbana” designate dal nuovo
Piano Regolatore una intera, quella di corso Marche, è pensata come diretta
emanazione della futura Cittadella dell’Aerospazio – e il consolidamento a norma
della deregolamentazione urbanistica con la fine delle zonizzazioni per
destinazioni d’uso.
Dopo l’approvazione del progetto preliminare, si aprono i 60 giorni di tempo
affinché i cittadini possano presentare le proprie osservazioni. Dopodiché, il
testo passerà alla Regione (in cui i tempi di permanenza saranno accorciati
grazie al Cresci Piemonte, una bella azione sinergica tra partiti in
opposizione) e la votazione sul progetto definitivo del PRG dovrebbe tenersi tra
circa un anno. Se difficile sarà incidere in maniera tangibile sul testo o
bloccarne l’approvazione, aperta è comunque la strada della contestazione e del
contrasto tanto ai progetti che ne hanno anticipato il paradigma, come quelli
sul verde, quanto alle sue future applicazioni concrete.
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Marco Ricci, Flaica
Cub Terni, sullo sciopero proclamato da* lavorat* della Dussmann dell’azienda
ospedaliera ternana previsto per il 3/04/2026.
Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo:
elencato le prospettive di lotta
focalizzato le condizioni di lavoro nel territorio
analizzato le motivazioni che hanno portato allo sciopero con un focus
sul CCNL multiservizi
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Rita Di Fazio,
operaia Stellantis e componente della segreteria FMLU CUB di Frosinone, in
merito alla manifestazione che si è fatta il 20 marzo a Cassino per rilanciare
il territorio.
La nostra ospite ci ha spiegato che “abbiamo proclamato sciopero per la giornata
ma non abbiamo partecipato alla manifestazione perché non aveva nessuna
piattaforma /obbiettivo” in un campo così largo che comprendeva anche le
organizzazioni padronali [confindustria], politiche e sindacali che hanno
contribuito alla
De industialozzazione del territorio non c’era spazio per la lotta di classe.
Abbiamo anche fatto il punto della situazione sul declino della Fiat e sulle
mosse azzardate del governo che sta trascinando continuando a fare accordi di
delocalizzazione nonostante la proprietà francese.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della puntata è stato quello del continuo attacco al diritto
di sciopero, nello specifico parliamo dell’ ambito della logistica. Infatti con
Carlo del SiCobas Piacenza, abbiamo analizzato il provvedimento messo in campo
dalla Commissione di Garanzia del diritto di Sciopero che vuole includere i
lavoratori impegnati nel trasporto e smistamento merci, all’ interno delle
categorie considerate “essenziali”. Questo porta ad una serie di riflessioni
obbligatorie su quanto i lavoratori di questo ambito siano stati centrali nelle
lotte per la conquista di condizioni migliori e quanto la politica faccia in
modo negli ultimi anni a difendere chi invece li sfrutta e vorrebbe continuare a
risparmiare sul loro costo. A rendere il tutto ancora più paradossale è il fatto
che proprio qualche giorno prima il Comitato Europeo dei Diritti Sociali, aveva
ritenuto eccessive le misure della legge 146/1990 che regola proprio il diritto
di sciopero delle categorie di lavoratori essenziali. Il nostro intervistato ci
ricorda comunque che questo è solo l’ultimo di una serie di attacchi repressivi
nei confronti dei lavoratori della logistica, che già in passato non si sono
fatti intimorire da provvedimenti che gli erano stati cuciti addosso e che
sicuramente neanche adesso sopprimeranno il loro spirito combattivo.
Buon ascolto
L’8 marzo 2020 nel carcere Sant’Anna di Modena, così come in altri quaranta e
oltre istituti penitenziari della penisola, scoppia una rivolta. La risposta
repressiva dello Stato è immediata e violenta e nelle sommosse di quei giorni
muoiono in totale tredici detenuti.
Di queste persone, quasi tutte di origine straniera, nove erano detenute a
Modena e morirono tra le mura del carcere emiliano o nei successivi
trasferimenti verso altri istituti. Un altro detenuto morì a Bologna e altri tre
a Rieti. Nel frattempo, nel mondo di fuori veniva indetto il cosiddetto
lockdown, una misura inedita ed eccezionale attuata nell’ambito dell’emergenza
pandemica da Covid-19. L’attenzione mediatica sulla pandemia, in quei giorni, fu
inversamente proporzionale a quella riservata alla strage di Modena, la più
grande strage di Stato della storia repubblicana all’interno di un carcere.
Eppure, i media ne parlarono soltanto per pochi giorni, mentre la maggior parte
dell’opinione pubblica era concentrata su altro.
Le inchieste giudiziarie legate a queste morti furono archiviate solo pochi mesi
dopo, concludendo che la causa delle morti era in tutti i casi legata all’abuso
di metadone, prelevato e assunto dai detenuti nelle infermerie del carcere. A
distanza di qualche mese diversi detenuti, a Modena e ad Ascoli Piceno,
cominciarono a presentare esposti e denunce per le violenze subite in quei
giorni dagli agenti penitenziari e per gli omessi soccorsi da parte del
personale sanitario. Una testimonianza preziosissima si trova nel libro di
Claudio Cipriani, Next Stop Modena 2020 (Sensibili alle foglie, 2025). Cipriani,
attualmente recluso presso il carcere di Secondigliano era all’epoca detenuto
proprio a Modena. In conseguenza a queste nuove informazioni, la procura di
Modena dovette aprire un’inchiesta per tortura a carico di decine di agenti
penitenziari, salvo poi chiedere, anche in questo caso, per ben due volte
l’archiviazione. Entrambe le volte, i legali dei familiari dei detenuti hanno
presentato opposizione: la seconda sarà discussa, forse definitivamente, questo
lunedì 30 marzo, presso il tribunale di Modena.
Per ricostruire le vicende giudiziarie, abbiamo intervistato l’avvocato Luca
Sebastiani, del foro di Bologna, legale di due famiglie di detenuti morti nel
carcere di Sant’Anna e responsabile dell’Osservatorio carcere della Camera di
penale di Bologna.
+++
Come ti sei trovato a rappresentare alcuni dei familiari dei detenuti morti al
Sant’Anna nel marzo 2020 e quali iniziative legali hai portato avanti fino a
qui?
Ho seguito questa causa perché uno dei ragazzi morti, Hafedh Chouchen, era un
mio assistito. Lo seguivo da un po’, era un ragazzo solare, energico,
entusiasta, che di lì a brevissimo sarebbe uscito, parliamo di qualche
settimana. Aveva anche trovato un lavoro: anche per questo, conoscendolo, ho
sempre avuto molti dubbi che avesse partecipato alla rivolta. Ho avvisato io i
genitori, che non conoscevo, ho avuto non pochi problemi per trovare il numero,
e una traduttrice francese, in più non mi conoscevano e gli ho dovuto dire che
loro figlio era morto. È stato un momento drammatico, che non sarebbe spettato a
me, ma per il quale mi hanno sempre ringraziato. Se le mie erano supposizioni,
loro ne erano e ne sono convintissimi: Hafedh non ha mai alzato un dito nei
confronti di nessuno, non era una “testa calda” ed era entusiasta di uscire.
Anche per questo, oltre che per la sua dignità, siamo alla costante ricerca
della verità su quanto accaduto quel giorno e sul perché nessuno lo ha soccorso
in tempo.
Da un punto di vista giuridico, quali sono gli aspetti più gravi della vicenda?
I punti oscuri sono molteplici e su questi il giudice non ha chiarito alcunché:
l’indagine, pur complessa di base e con tantissimi elementi portati dalle
difese, fu archiviata con un’ordinanza di un paio di pagine, rispolverando il
cosiddetto “rischio eccentrico”, un’interpretazione giuridica, utilizzata
prettamente in materia di sicurezza sul lavoro, che porta a escludere alla
radice eventuali responsabilità del datore di lavoro, in caso di comportamenti
abnormi e imprevedibili dei dipendenti.
Una decisione e una motivazione che ci hanno lasciato perplessi e che non
risponde alle tante lacune che avevamo individuato, come l’assenza di
un’indagine sull’eventuale ritardo nei soccorsi nei confronti del mio assistito
che, per il nostro medico, gli avrebbero salvato la vita. Non si tratta di un
aspetto secondario, soprattutto considerando che la procura di Modena ha
ritenuto ab origine di non indagare questo aspetto fondamentale: quando è stato
conferito l’incarico al consulente tecnico d’ufficio nominato dall’accusa, e gli
sono stati formulati i quesiti da sciogliere, le difese dei familiari non erano
presenti. E non erano presenti perché, contrariamente a quanto previsto dal
codice di procedura penale, non sono stati avvisati: un’altra circostanza che
abbiamo stigmatizzato e sulla quale non abbiamo ricevuto risposta. Tra l’altro
alcuni di questi ragazzi avevano persino familiari nel nostro paese, come
Baakili Ali, la cui sorella vive e risiede in Italia da tanti anni.
Poi c’è tutto il tema, inesplorato, di come e dove venisse conservato il
metadone. Perché in quelle grosse quantità? Era davvero chiuso in un armadio
blindato in infermeria? E, dato che è stato aperto con le chiavi dai detenuti,
chi aveva queste chiavi, chi le ha consegnate ai detenuti, perché e a che ora?
La rivolta scoppia verso l’ora di pranzo, alle quattro uscivano gli ultimi
infermieri che erano ancora all’interno del carcere, ma già alle tre il 118 ha
dichiarato che uscivano detenuti sotto l’effetto smisurato del metadone, alcuni
dei quali venivano soccorsi perché stavano andando in overdose. Dunque, già alle
tre, quando gli infermieri erano ancora all’interno dell’istituto, la farmacia
era stata assaltata: perché non si è ritenuto di indagare questo aspetto? E
ancora: perché, ben sapendo che i detenuti avevano oramai a disposizione quasi
venti litri di metadone, il carcere è stato lasciato in mano agli stessi, che
per l’appunto ne stavano abusando, fino a tarda sera, e non si è intervenuti?
Hafedh, per esempio, è morto proprio in quelle ore e probabilmente poteva essere
salvato.
Non va tralasciato infine il tema telecamere, alcuni dei cui filmati non sono
stati acquisiti in quel procedimento, mentre altre ancora non avrebbero
registrato a causa di un presunto blackout elettrico. Su quest’aspetto, che a
noi non convince affatto, preferirei non entrare nei particolari, perché è uno
dei principali argomenti su cui abbiamo basato l’opposizione alla richiesta di
archiviazione nel processo “parallelo” relativo alle presunte torture poste in
essere da decine di agenti della penitenziaria ai detenuti.
A che punto è il ricorso in Cedu e su quali aspetti mette a critica le
motivazioni dell’archiviazione di procura e tribunale modenese? Un’eventuale
riapertura delle indagini in Italia riguarderebbe soltanto alcune delle persone
decedute o tutte quante? Le inchieste nelle procure delle altre città (Ascoli
Piceno, Bologna, Rieti, Alessandria, Verona e Parma) sono definitivamente
archiviate?
La Corte Europea ha dichiarato ammissibili i motivi di ricorso che ho presentato
insieme al compianto professor Valerio Onida e alla professoressa Barbara
Randazzo. Sono susseguite memorie, predisposte da noi e dall’avvocatura dello
Stato, che difende lo Stato italiano, nostra controparte, e la causa è stata
trattenuta in decisione alla Corte. Quindi, potrebbe arrivare in qualsiasi
momento, ormai sono diversi mesi che aspettiamo. Se questo possa avere ricadute
sul resto del processo, dipende da cosa deciderà la Corte. È chiaro che questa
possibilità c’è e in astratto non è detto che sia solo circoscritta alla
posizione di Hafedh: anzi, potrebbe porre le basi per una richiesta di
riapertura delle indagini nei confronti di tutti. È quello che auspichiamo.
Il 30 marzo si deciderà sull’archiviazione o rinvio a giudizio dell’inchiesta
riguardante le torture da parte degli agenti, sorta a seguito di diversi esposti
di persone detenute a Modena all’epoca dei fatti. Cosa ritieni rilevante
evidenziare di questo procedimento?
Tecnicamente il 30 marzo si decide sull’archiviazione e non sul rinvio a
giudizio perché la procura ha depositato una nuova richiesta di archiviazione
dopo aver espletato le indagini che erano state indicate dal giudice delle
indagini preliminari nell’estate del 2024, in conseguenza del rigetto della
prima richiesta di archiviazione e dell’accoglimento della nostra opposizione. A
fronte di questa nuova richiesta noi abbiamo depositato di nuovo una opposizione
e il Gip deciderà su quella. Il giudice potrà archiviare oppure può disporre
nuove indagini o ancora, come da noi richiesto, predisporre l’imputazione coatta
nei confronti degli indagati, “obbligando” di fatto il pubblico ministero a
chiedere il rinvio a giudizio per alcuni di loro. È un’ipotesi percorribile e
che noi auspichiamo, ma parliamo di una decisione che avrebbe un peso notevole,
vista la delicatezza del processo. Noi saremo lì, faremo valere le nostre
ragioni, le sosterremo davanti al giudice, peraltro abbiamo svolto delle
indagini difensive che ci hanno fornito degli elementi processuali interessanti.
Cosa ne è dell’inchiesta a carico invece dei detenuti per devastazione e
saccheggio e resistenza? Pensi che la sua evoluzione possa dipendere da quella
del 30 marzo e dell’esito della Cedu?
Stando a quello che a me consta – difendo alcune persone anche in quel processo
– non ci sono stati sviluppi processuali su quel fronte: non sappiamo se è stato
archiviato, se è ancora in indagine a distanza di sei anni dai fatti. In ogni
caso a noi e penso a nessun altro è stato notificato altro dall’ultima proroga
delle indagini preliminari, che però è datata diversi anni fa. E la cosa mi
sorprende un po’.
Perché per la maggior parte della popolazione italiana questa storia sembra
essere finita nel dimenticatoio?
Per due ragioni molto semplici: la prima è che, nonostante stiamo parlando della
tragedia più importante della storia repubblicana avvenuta all’interno di un
carcere, è datata 8 marzo 2020, lo stesso giorno in cui ci fu il primo Dpcm che
impose il
lockdown. Eravamo tutti distratti su altro. Ricordo ancora Daria Bignardi di
fronte al carcere di San Vittore a Milano in diretta per dare disperato ascolto
e spazio a queste rivolte, ma era un tema che in quel momento non interessava
quasi a nessuno. E così è stato per mesi.
In più, e questo spiace ammetterlo, il fatto che la stragrande maggioranza delle
persone decedute abbia origine straniera, e non abbia la propria famiglia in
Italia, ha facilitato il calare del sipario. Pensate a quanto sia stata utile e
imprescindibile per ottenere la verità la battaglia portata avanti da Ilaria
Cucchi, o dalle famiglie Aldrovandi e Regeni, solo per citarne alcune. Qui non
c’era nessuno a chiedere risposte, se non fosse per il comitato costituitosi a
Modena, per qualche associazione e me, in qualità di difensore di una delle otto
famiglie coinvolte. Se a Modena fossero morti otto italiani, l’eco mediatico
sarebbe stato diverso dal principio.
Qual è l’attuale situazione nel carcere di Modena? Il personale penitenziario,
sanitario e i vertici del Dap in servizio all’epoca, sono ancora in servizio
presso lo stesso carcere o altrove?
Il carcere di Modena è un carcere vecchio, ha delle carenze strutturali che
erano state segnalate anche prima della rivolta. È un carcere sovraffollato come
quasi tutti quelli italiani. I detenuti, come in tutto il territorio nazionale,
aumentano e la situazione, come in ogni carcere, è al collasso.
Non ho notizie di che fine abbia fatto chi ci lavorava quel giorno. Di certo
posso dire che avrei voluto contro-esaminare molti tra gli agenti a
dibattimento, per vagliare, davanti a un giudice terzo e imparziale, la loro
versione dei fatti. Ma questa possibilità ci è stata preclusa con
l’archiviazione, basata solo sugli atti di indagine per lo più predisposte dalla
stessa penitenziaria. L’unica cosa che so, perché l’ho appresa dalla stampa, è
che il comandante della polizia penitenziaria in capo quel giorno è stato
promosso a svolgere la medesima funzione nel carcere di Parma, che essendo un
istituto che ospita il 41-bis è considerato uno dei carceri più importanti in
Italia.
Nel carcere di Modena, come denunciato da diversi detenuti anche prima del 2020,
e da numerosi atti di autolesionismo posti in essere dagli stessi, la sofferenza
psichica trattata e inferta attraverso l’uso di sedazione e psicofarmaci è un
elemento ricorrente. Come fa il DAP a esimersi dalla responsabilità delle
tossicodipendenze all’interno di un carcere?
Il tema è di carattere generale e delicatissimo. Le statistiche ci dicono che
quasi un terzo dei detenuti in Italia è tossicodipendente: dunque non dovrebbe
essere in carcere, ma in una struttura adeguata. Ancora più allarmante è la
percentuale di detenuti che quotidianamente prende psicofarmaci: secondo
Antigone, in alcune strutture si arriva anche al settanta per cento, e più di un
detenuto su dieci ha una diagnosi psichiatrica grave.
Basta entrare una volta all’interno di un istituto per rendersi conto di questo,
e del fatto che le carceri non possono essere umanamente sopportabili da chi ha
problematiche di questo tipo. Non deve stupirci perciò il numero altissimo dei
suicidi in carcere o di gesti autolesionistici che ogni anno va ad aumentare.
Solo a Modena nel 2025 ce ne sono stati cinque, così come aumentano gli episodi
di violenza. Ogni carcere è una bomba pronta a esplodere, ormai da decenni, ed è
questo che è successo lì. (intervista di -ellera)
di Rita Rapisardi* A Torino dal 31 marzo in vigore sei nuove zone rosse I numeri
della militarizzazione dopo oltre tre mesi li dà il sindacato appartenenti
polizia Siap: 2,8 …
All’inizio sembrava il contatto di una potenziale fonte dell’Agenzia spaziale
italiana. Poi, però, in una conversazione è stato gettato un amo: un link
malevolo. Perché? Quali i moventi? Ipotesi su un’esperienza che poteva finire
male
L'articolo Il rischio di abboccare: come si è cercato di infettare il computer
di un giornalista di IrpiMedia proviene da IrpiMedia.
Il 27 marzo 1980, a Milano, scattano due arresti destinati a inserirsi nel solco
dell’inchiesta giudiziaria più controversa della fine degli anni Settanta. Su
mandato del giudice istruttore romano Achille …
Riceviamo e diffondiamo:
solidarity collectives
STAFFETTA RADIOFONICA IN SOLIDARIETÀ CON MONICA CABALLERO
Radio Blackout - FM 105.250 - streaming http://www.radioblackout.org/streaming
(sabato, 28 marzo 19:30)
Radio Blackout si unisce a una staffetta radiofonica indetta da alcune radio
compagne di Abya Yala, per chiedere la liberazione di Monica Caballero,
prigioniera anarchica cilena, in occasione dell'udienza alla corte d'appello di
Santiago del Chile per la sua libertà vigilata già negata in due udienze
precedenti nonostante il suo caso rispecchi i requisiti necessari per ottenerla.
Una staffetta in solidarietà con tutt le prigionier anarchich e contro tutte le
gabbie degli stati.
Libertà per Monica e fuoco alle galere!
Radio Blackout si collegherà solo dalle 19:30 se volete ascoltare tutta la
staffetta potete sintonizzarvi già dalle 16:00 su:
https://radio.latina.red/lazarzamora.mp3