Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla destinazione finale. Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità. È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e principalmente da quella in Ucraina.
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IL GOVERNO È NEMICO DEI TERRITORI, I TERRITORI RESISTONO! PER UNA PARTECIPAZIONE DI VALLE ALL’ASSEMBLEA DEL 17 GENNAIO A TORINO – ORE 15,00 CAMPUS LUIGI EINAUDI
Il Governo Meloni continua la sua guerra contro il popolo, contro i territori e contro chi si organizza per difendere diritti, ambiente e dignità. Una guerra fatta di decreti repressivi, […] The post IL GOVERNO È NEMICO DEI TERRITORI, I TERRITORI RESISTONO! PER UNA PARTECIPAZIONE DI VALLE ALL’ASSEMBLEA DEL 17 GENNAIO A TORINO – ORE 15,00 CAMPUS LUIGI EINAUDI first appeared on notav.info.
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Non è sicurezza, è repressione: l’Italia entra nell’era dello Stato di polizia
Da Osservatorio Repressione Un attacco sistematico alle libertà costituzionali nel silenzio imposto dall’emergenza permanente. Due nuovi pacchetti sicurezza: ulteriore criminalizzazione del dissenso, fermi preventivi, zone rosse senza limiti, scudo penale agli agenti: la democrazia arretra mentre avanza l’autoritarismo violento di Stato C’è una parola che il governo evita con cura, mentre la pratica la impone ogni giorno: repressione. L’Italia che sta prendendo forma sotto l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è semplicemente più severa; è più povera di diritti, più diffidente verso i cittadini, più aggressiva verso chi dissente. È un Paese in cui la sicurezza diventa il grimaldello per restringere libertà fondamentali, e l’ordine pubblico la scusa per normalizzare l’eccezione. Due nuovi pacchetti “sicurezza” sono pronti a irrompere nell’ordinamento: un decreto legge e un disegno di legge. Sessantacinque misure confezionate dai tecnici del Viminale, pronte a essere selezionate a Palazzo Chigi. Il metodo è noto: rapidità, blindature, riduzione degli spazi di discussione. Il risultato è altrettanto chiaro: una stretta definitiva contro il dissenso. ZONE ROSSE PERMANENTI, DIRITTI A TEMPO DETERMINATO Le città diventano mappe di esclusione. Le “zone rosse” non saranno più eccezioni motivate da urgenze, ma strumenti ordinari, rinnovabili, espandibili, sottratti a un vero controllo. Basterà una segnalazione, persino una denuncia, per essere allontanati da interi quartieri. Il diritto di circolazione viene trasformato in privilegio revocabile. Alle telecamere ovunque si aggiungono tecnologie biometriche negli stadi e nei luoghi pubblici, mentre perquisizioni e controlli nelle manifestazioni diventano prassi liberalizzata. Non servono più motivazioni stringenti: basta la parola “sicurezza”. Così, il sospetto sostituisce la prova; la prevenzione divora la presunzione d’innocenza. IL DISSENSO COME REATO AMMINISTRATIVO È qui che il disegno si fa apertamente autoritario. Fermi “preventivi” fino a 12 ore per chi “potrebbe” disturbare un corteo. Multe fino a 20mila euro per chi manifesta senza autorizzazione, devia un percorso, non si scioglie abbastanza in fretta. Sanzioni amministrative pesantissime, senza le garanzie del diritto penale, pensate per scoraggiare, intimidire, svuotare le piazze. Basta una condanna non definitiva — persino una denuncia — per subire divieti di accesso alle infrastrutture urbane. Il messaggio è brutale: protestare costa caro. E se sei povero, giovane, precario, il costo è proibitivo. MIGRANTI: IL DIRITTO SPECIALE DELL’ECCEZIONE Per i migranti si consolida un diritto speciale, più duro e meno garantito. Nei CPR — luoghi di detenzione amministrativa per persone che non hanno commesso reati — arrivano regole di rango primario dopo il richiamo della Corte costituzionale, ma l’impianto resta punitivo. Addio al gratuito patrocinio automatico contro l’espulsione. Obbligo di “collaborare” all’identificazione. Rimpatri accelerati. Ricongiungimenti familiari compressi. Le navi delle ONG tornano nel mirino, con interdizioni decise dall’esecutivo in nome di una “pressione migratoria eccezionale”. Anticipazione di norme europee non ancora in vigore sui “paesi terzi sicuri”, riduzione del controllo dei giudici sul trattenimento. Traduzione politica: deportazioni più facili, giustizia più debole. MINORI E POVERTÀ EDUCATIVA: PUNIRE INVECE DI CAPIRE Ai ragazzi si risponde con l’ammonimento del questore già tra i 12 e i 14 anni, con sanzioni ai tutori, con arresti in flagranza e misure cautelari. Coltelli, stupefacenti, perfino veicoli confiscabili: la guerra simbolicacontro il disagio giovanile ignora le cause sociali e investe tutto sulla punizione. È l’ennesima scorciatoia: meno scuola, più manette. SCUDO AGLI AGENTI, SILENZIO SUI CONTROLLI Mentre i diritti dei cittadini arretrano, le tutele per le forze di polizia avanzano. Arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza presunta di cause di giustificazione. Niente sospensione dal servizio. Premi di carriera. Nelle carceri si rafforzano le operazioni sotto copertura. L’equilibrio dei poteri si inclina: chi controlla viene controllato meno. L’IPOCRISIA AL POTERE La destra che oggi riempie le carceri di dissenzienti è la stessa che versa lacrime di coccodrillo per la repressione in Iran. Denuncia gli autoritarismi lontani mentre costruisce, passo dopo passo, un ecosistema repressivo domestico. È un doppio standard morale che non regge alla prova dei fatti. Il vicepremier Matteo Salvini rivendica il pacchetto come una vittoria politica. È una vittoria, sì — contro la democrazia liberale, contro il conflitto sociale, contro l’idea che la sicurezza nasca da diritti più forti e non da libertà più deboli. UN PAESE DA INCUBO (SE NON REAGIAMO) Questo non è ordine: è normalizzazione dell’eccezione. Non è sicurezza: è paura amministrata. Non è tutela: è punizione preventiva. Se passa l’idea che il dissenso sia un problema di polizia, allora la politica ha già abdicato. La domanda non è se queste norme renderanno l’Italia più sicura. La domanda è quanto spazio resterà alla libertà quando la sicurezza diventa una clava e il cittadino un sospetto permanente. La risposta dipende da quanto saremo disposti a difendere, oggi, ciò che domani potrebbe non esserci più.
Pioggia di denunce, zone rosse permanenti, più militari e nuovi pacchetti sicurezza in arrivo
https://www.lindipendente.online/2026/01/14/la-repressione-dei-movimenti-per-la-palestina-colpisce-in-tutta-italia-decine-di-denunce/ https://www.lindipendente.online/2026/01/15/zone-rosse-permanenti-e-fermi-a-chi-manifesta-arriva-lennesimo-decreto-sicurezza/ https://www.ilsole24ore.com/art/strade-sicure-quanti-sono-militari-utilizzati-e-cosa-potrebbe-cambiare-12-domande-e-risposte-AIxYukp?utm_source=firefox-newtab-it-it&
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72HOURS BAGS E ANSIA DA FINE DEL MONDO
Dopo aver visto insieme alla Commissaria europea per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi nella Commissione von der Leyen cosa mettere nel kit di sopravvivenza per essere autosufficienti per 72 ore in caso di crisi, leggiamo un opuscolo dal titolo “We are all very anxious”, scritto dall’Istituto per la Coscienza Precaria e pubblicato su Crimethinc. Il sottotitolo recita “sei tesi sull’ansia e sul perché essa impedisce efficacemente la militanza, e una possibile strategia per superarla”. Ogni fase del capitalismo ha il proprio affetto reattivo dominante.” Nel testo, l’Istituto spiega come l’emozione prevalente in questa fase del capitalismo sia l’ansia e come essa sia il segreto di Pulcinella di una società basata sulla precarietà (lavorativa, esistenziale, ambientale…), dopo altre fasi del capitalismo basate su altri affetti particolari che le tenevano insieme. Secondo l’Istituto, nel XIX secolo, la narrazione dominante era che il capitalismo portasse a un miglioramento delle condizioni di vita. Il segreto pubblico di questa narrazione era la miseria della classe operaia. La prima ondata di movimenti sociali moderni nel XIX secolo era un sistema per combattere la miseria. Tattiche come scioperi, lotte salariali, organizzazione politica, mutuo soccorso, cooperative e fondi di sciopero erano modi efficaci per sconfiggere il potere di miseria garantendo un certo minimo sociale. Quando la miseria ha smesso di funzionare come strategia di controllo, il capitalismo è passato alla noia. Se ogni fase del sistema dominante ha un sentimento dominante, ogni fase di resistenza ha bisogno di strategie per sconfiggere o dissolvere questo effetto. Se la prima ondata di movimenti sociali era una macchina per combattere la miseria, la seconda ondata (degli anni ’60-’70, o più in generale, degli anni ’60-’90) era una macchina per combattere la noia. Questa è l’ondata da cui sono nati i nostri movimenti e che continua a influenzare la maggior parte delle nostre teorie e pratiche. Ascolta la puntata. Citati nella puntata 72 hours survival kit – Video della Commissione europea In case of crisis or war – Brochure Svezia What to do in case of crisis – Brochure Lettonia We are all very anxious – Crimethinc.
capitalismo
fine del mondo
ansia
Dentro e fuori i confini. La violenza come sicurezza e lo stato d’emergenza permanente
(disegno di otarebill) L’arresto di Mohammed Hannoun e di altre otto persone solidali con la Palestina non rappresenta un episodio isolato, né una deviazione imprevista del sistema giudiziario italiano. È un evento che chiarisce la direttrice intrapresa dallo Stato non solo nei confronti del movimento palestinese, ma anche delle altre forme di dissenso che provano a mettere in discussione i fragili equilibri e le tendenze dell’ordine geopolitico attuale. Sono arresti, peraltro, coerenti con la consolidata traiettoria di subordinazione dell’Italia – non certo una novità di questo governo, ma caratteristica dell’intero establishment politico – alle politiche israeliane di criminalizzazione e disumanizzazione dei palestinesi, e in continuità con il processo in corso contro Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, detenuti da oltre due anni sulla base di accuse di terrorismo formulate da Israele. La continuità tra questi casi non è un dettaglio tecnico: rivela la scelta politica di sostenere attivamente un sistema di oppressione che oltrepassa il contesto palestinese e affonda le proprie radici nella storia del Nord globale, nelle sue relazioni imperiali e nei meccanismi di disciplinamento sociale. I più recenti interventi repressivi in Italia (il processo in corso contro i tre palestinesi, la tentata espulsione dell’Imam di Torino, l’arresto di Ahmad Salem, la criminalizzazione delle proteste contro La Stampa, la chiusura del centro sociale Askatasuna, il decreto Delrio) si inseriscono in una strategia transnazionale riconoscibile. In Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti osserviamo da mesi un uso crescente e convergente degli strumenti giudiziari e amministrativi contro attivisti palestinesi e contro i movimenti solidali con la Palestina. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente: affonda le proprie radici nella storia stessa dello Stato moderno, che ricorre alla forza quando non è più in grado di governare o contenere il dissenso. È in questo contesto che gli eventi italiani vanno analizzati. Non è necessario soffermarsi sulla fragilità dell’impianto accusatorio nei confronti dei cosiddetti “colpevoli di Palestina”, né sulla sua evidente natura politica, rivelata non solo dall’assenza di rigore investigativo, ma anche dall’approccio apertamente orientalista e islamofobo ormai istituzionalizzato. È invece importante evidenziare il significato politico del ruolo svolto da Israele nella costruzione dell’accusa, dal momento che il materiale probatorio è prodotto quasi integralmente dai suoi apparati. Non siamo di fronte a una semplice collaborazione giudiziaria, ma a un processo di delega di una funzione sovrana a uno stato straniero. È Israele a determinare la definizione di “terrorista”, quali relazioni risultino sospette e quali parole siano da considerare come una minaccia; L’Italia recepisce queste definizioni e le fa proprie, talvolta in evidente contraddizione con le normative nazionali e internazionali, attribuendo loro valore processuale e applicandole sul proprio territorio. Questo dato non è rilevante perché presuppone un’autonomia violata del potere giudiziario – che è parte integrante dell’apparato statale e dei suoi interessi politici – ma perché smaschera la finzione della separazione dei poteri e dell’indipendenza decisionale. Quando l’ingerenza coloniale diventa così visibile, quando le relazioni tra i livelli differenti delle catene di comando non possono essere dissimulate, emerge una frattura che rivela la struttura gerarchica dell’ordine internazionale e l’intreccio dei meccanismi statali che lo compongono. Gli arresti e la repressione generalizzata in Italia e nel resto d’Europa non sono semplicemente una “stretta a destra”, ma manifestazione delle pratiche di gestione di questa fase storica da parte di un ordine internazionale fondato sull’imperialismo. Nonostante la retorica della svolta postcoloniale del secondo dopoguerra, i rapporti tra il Nord globale e gli stati “non allineati” sono rimasti definiti sulla base dell’uso della forza e sulla violazione sistematica delle sovranità. L’aggressione statunitense contro il Venezuela – con il sequestro e il processo farsa al presidente Maduro – è solo l’ultimo esempio di questa strategia, già evidente con i vari colpi di stato, i cambi di regime forzati, l’attacco e l’occupazione di Afghanistan e Iraq dell’ultimo trentennio. In questo scacchiere Israele occupa una posizione tutt’altro che secondaria. Israele, infatti, non esporta semplicemente intelligence o cooperazione militare: esporta un modello coloniale di gestione del dissenso fondato sulla criminalizzazione preventiva, sull’equiparazione tra solidarietà politica e minaccia alla sicurezza, e sull’impiego sistematico di narrative orientaliste e razziste che vengono universalizzate tramite il diritto e le legislazioni che le incorporano, come nel caso del decreto Delrio. La capacità israeliana di orientare la narrativa giudiziaria e mediatica europea non deriva da una coercizione esplicita, ma dall’allineamento volontario degli stati europei, che interiorizzano queste categorie in quanto funzionali alla stabilizzazione del proprio assetto interno. Gli stati del Nord globale non subiscono il modello repressivo israeliano: lo adottano e lo integrano, riconoscendovi un repertorio efficace di controllo sociale e contenimento del dissenso. Questa dinamica rinvia a un nodo teorico cruciale: il ruolo attribuito al diritto e l’illusione che questo possa operare come garante per il mantenimento degli equilibri interni ed esterni, nonché per la limitazione del ricorso alla violenza. È necessaria una critica radicale di queste strutture istituzionali e legislative (e discorsive) che dissimulano rapporti di forza radicalmente ineguali in un’apparente condizione di democrazia e parità di diritti. Benjamin scrive che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola, una verità che l’ordine politico si adopera a occultare. La prepotenza imperialista viene presentata come un’eccezione, come un’anomalia temporanea dovuta al presentarsi di condizioni straordinarie, in un sistema che pretenderebbe di garantire giustizia universale e tutela dei diritti, esattamente come avviene con le politiche di repressione domestiche. L’omicidio di Renee Nicole Good da parte di un agente Ice negli Stati Uniti è stato trattato come un episodio isolato e giustificabile, narrato attraverso paradigmi di eccezionalità, come se non ci fosse continuità e sistematicità nelle pratiche violente della polizia americana, che solo pochi anni fa uccideva nella stessa città George Floyd, e continua ad attuare azioni repressive verso studenti e gruppi razzializzati spesso incarcerati e deportati.   Collocare l’intensificarsi dei provvedimenti repressivi dentro un quadro giuridico ordinario non solo legittima la coercizione del dissenso, ma rende egemoniche e indiscutibili le politiche autoritarie dei singoli governi, cercando di far “digerire” le più evidenti forzature del sistema imperialista come deviazioni destinate a essere riassorbite in un presunto equilibrio internazionale. Lungi dal costituire un argine alla violenza e all’ingiustizia, il progressivo rinnovamento degli ordinamenti giudiziari diventa lo strumento attraverso cui la violenza viene ridefinita come sicurezza, e normalizzata nei meccanismi di governo. La questione non è più domandarsi perché lo Stato reprima con più o meno intensità in un determinato momento, ma interrogarsi su quali implicazioni questa repressione abbia per chi si organizza politicamente: quali margini di contraddizione si aprono, quali illusioni devono essere decostruite e quali strategie riformulate. Se la repressione è un indicatore della crisi del sistema, è proprio in quella crisi che si colloca lo spazio della possibilità politica. Per Gramsci “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Anche nella crisi che attraversiamo appare evidente come i poteri, incapaci di produrre consenso, abbiano abbandonato la mediazione e governino apertamente attraverso la coercizione. Gli arresti degli ultimi mesi, la chiusura degli spazi sociali, le intimidazioni nelle università, la censura crescente testimoniano questa traiettoria. La questione palestinese ha avuto, negli ultimi due anni, la capacità di destabilizzare, almeno in parte, il discorso ufficiale dell’Occidente. Ha riaperto ferite coloniali che si credevano chiuse, ha esposto la complicità delle democrazie liberali e smascherato la loro natura oppressiva, ha mostrato la strumentalità del paradigma dei diritti umani, ha riportato al centro categorie – colonialismo, resistenza, liberazione, imperialismo – che erano state marginalizzate. Il sistema reagisce tentando di impedire che la solidarietà si possa trasformare in coscienza politica salda e organizzata. Questa fase va attraversata cercando di non rimanere schiacciati. La retorica del rispetto dei diritti umani è ormai uno strumento difensivo buono solo per quelle aree politiche che lo utilizzano per nascondere le proprie complicità; lo spontaneismo delle recenti mobilitazioni di piazza ha mostrato di non avere sufficiente capacità di riproduzione politica; il sentimentalismo della solidarietà occasionale è buono per i mercanti delle organizzazioni internazionali e gli enti del terzo settore. Ciò che serve è organizzazione politica: un lavoro costante di produzione di senso, di costruzione di legami e di continuità tra i momenti alti e quelli bassi della mobilitazione. Un lessico capace di sottrarsi all’umanitarismo strumentale e di riportare al centro la dimensione storica e politica della questione palestinese, così come delle altre questioni internazionali. Un’analisi in grado di individuare le connessioni concrete tra ciò che avviene nei singoli paesi e l’evolversi dell’ordine globale. Conoscere il sistema almeno quanto esso conosce sé stesso è indispensabile. Rosa Luxemburg avvertiva che “le sconfitte, se comprese fino in fondo, rappresentano la scuola più feconda dei movimenti rivoluzionari”, perché obbligano a confrontarsi con la realtà, a confrontarsi con i rapporti di forza, a distinguere desideri e possibilità, a uscire dalle illusioni paralizzanti. Ciò che sta accadendo per opera dei governi e dei tribunali di mezza Europa, e degli Stati Uniti e in tanti altri posti del mondo “democratico” costringe a una chiarezza di visioni e di intenti: trasformare la fase repressiva da spazio di paralisi a momento di riorientamento strategico. Decostruire la narrazione, non farsi ingabbiare nella dicotomia “umanitario-terrorista”, non permettere che sia la criminalizzazione selettiva a stabilire i confini del discorso. (mjriam abu samra)
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