Appello: facciamo del 15 maggio la giornata della memoria del colonialismo
Riceviamo e diffondiamo: APPELLO A tutti i collettivi e i gruppi, le associazioni, i singoli che si battono a fianco della causa palestinese A tutte e tutti i nemici della guerra capitalista A tutte e tutti i disertori della falsa coscienza occidentale Facciamo del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo eredi. […] La questione fondamentale a cui dobbiamo rispondere fin dall’inizio è cosa stiamo difendendo esattamente, perché gli eserciti non combattono per astrazioni. Gli eserciti combattono per un popolo, gli eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita. Ed è questo che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere orgogliosa della sua storia, fiduciosa nel suo futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico. Discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, 14 febbraio 2026 Sì, vale la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler e dell’hitlerismo e di svelare al molto distinto, al molto umanista, cristiano borghese del XX secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler abita in lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta, è per mancanza di logica e che in fondo, ciò che non perdona ad Hitler, non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa. Aimé Césaire, Discorso contro il colonialismo (1950) …neanche i morti saranno al sicuro se il nemico vince. E questo nemico non ha smesso di vincere. Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940) La lotta sociale è anche una battaglia per la conquista delle coscienze. Se questo è vero da sempre, lo è in modo particolare nella società odierna, in cui i mezzi di comunicazione di massa, insieme alle istituzioni educative e culturali (come la scuola, l’università, la ricerca) svolgono una funzione indispensabile nell’elaborazione del consenso necessario alle élite per attuare i loro piani. Questo è ancora più vero in tempi di guerra. Se per combattere è necessaria la carne da cannone (e da lavoro), una società in guerra ha bisogno del concorso compatto e entusiasta della popolazione, e non può quindi permettere il dissenso. Da questo punto di vista, le atrocità commesse a Gaza dall’indomani del 7 ottobre e la mobilitazione internazionale per la Palestina che ne è seguita, sono stati degli antidoti contro quella mobilitazione per la guerra che le classi dirigenti occidentali, incalzate dall’emergere di nuove potenze capitalistiche e dalle ribellioni dei popoli, hanno aperto a partire dal fronte ucraino (e che va estendendosi rapidamente a tutta l’Asia Occidentale). Quando persino libri di politologi fedeli al regime, pubblicati da autorevoli case editrici, vanno dicendo che il genocidio a Gaza ha aperto una profonda ferita nella coscienza dell’Occidente, conviene credergli. Chi oggi ha vent’anni o meno, sta crescendo con questa verità desecretata: quella parte di mondo che si fregia della sua superiorità democratica e consumistica, farcita di “diritti” d’ogni tipo, ha la responsabilità morale e materiale d’un genocidio trasmesso in mondovisione. Mentre nei diversi Paesi europei si discute o si comincia a reintrodurre la leva obbligatoria, questo stato d’animo non è certo un incentivo a lasciarsi arruolare. Ecco perché la classe dominante corre ai ripari: da un lato con l’esibizione permanente dell’autoritarismo degli altri – Putin, Khamenei o Xi Jinping (che hanno almeno il limite di esercitarlo dentro o attorno ai propri confini, mentre i “nostri” impongono da sempre i loro interessi al mondo intero); dall’altro costruendo una memoria spesso falsificata e sempre selettiva, che parla il meno possibile degli orrori compiuti dalle democrazie liberali o dai loro antenati. L’obiettivo è chiaro: richiudere il prima possibile la ferita palestinese e così arginare il dilagare del disfattismo, che alla lunga renderebbe impossibile la mobilitazione bellica. Se la falsa pax trumpiana a Gaza è stata il primo passo in questo senso – accompagnato da una discreta stretta repressiva, in Italia e non solo – il secondo passaggio non può che essere l’illegalizzazione di ogni supporto alla resistenza palestinese, fino a farne un vero e proprio reato di opinione. Mentre gli arresti e le persecuzioni dei tanti Yaeesh, Shahin, Hannoun, Salem hanno preparato il terreno, nei giorni scorsi il governo italiano, con l’appoggio di una parte dell’opposizione, ha varato il famigerato disegno di legge che equipara antisionismo e antisemitismo. Un’equiparazione assurda, infame, insostenibile, basata sulla definizione di “antisemitismo” data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), una di quelle agenzie di propaganda sionista che intendono trasformare la memoria degli orrori di ieri in una clava a difesa degli orrori di oggi, e rendere la fedeltà allo Stato d’Israele una specie di prerequisito di “agibilità democratica”. Dove leggi simili sono passate anni fa – come in Gran Bretagna o in Germania – una manifestazione può essere impedita per la semplice esibizione di una bandiera palestinese, o peggio ancora se grida «Palestina libera dal fiume al mare». Nella Repubblica Federale Tedesca, dove il sionismo obbligatorio è stato imposto fino alle più estreme conseguenze, firmare una carta in cui si riconosce lo Stato d’Israele è addirittura una condizione per l’ottenimento della cittadinanza da parte degli immigrati. Se anche un bambino capirebbe l’insostenibilità dell’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo – ancora più grottesca in Italia, dove viene imposta né più né meno che dagli eredi di chi ha promulgato le leggi razziali e collaborato alle deportazioni in Germania – la forza della propaganda non sta certo nella sua logica, ma nella ripetizione asfissiante di alcune formule ad effetto, opportunamente accompagnate dalla censura di ogni posizione dissidente. Una sorta di maleficio che è stato preparato anche con le varie giornate della Memoria selettiva (27 gennaio) o del Ricordo falsificato (10 febbraio), e che va rotto in modo sistematico. Per questo pensiamo che alla lotta in senso stretto debba accompagnarsi, da parte nostra, anche una battaglia culturale. Se continuare a intervenire nelle diverse giornate di cordoglio comandato ci sembra perciò importante, crediamo che incalzare il nemico sul suo stesso terreno non basti, e che sia necessario dotarsi di spazi in cui (ri)costruire una memoria nostra: quella di chi lotta dalla parte di tutti gli oppressi, senza distinzioni di colore o nazionalità. Il 15 maggio, com’è noto, è il giorno della fondazione dello Stato d’Israele. Per i sionisti si tratta della giornata dell’Indipendenza, in cui gli ebrei avrebbero riconquistato la propria sovranità dopo secoli di persecuzioni. Per i palestinesi il 15 maggio è invece il giorno della Nakba («catastrofe»), in cui fu sancita definitivamente l’occupazione della Palestina, con circa 800.000 profughi costretti a lasciare per sempre le proprie case con l’inizio della cosiddetta «prima guerra arabo-israeliana» (il culmine di una pulizia etnica che comincia già alla fine del ‘47). Se questa data è già, in tutto il mondo, una giornata di mobilitazione dei palestinesi e dei loro solidali, la nostra proposta è rafforzarla, rendendo il 15 maggio la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Una giornata, cioè, in cui insieme alla tragedia dei palestinesi venga ricordato lo sterminio secolare di centinaia di milioni di “nativi” americani, asiatici, africani; la deportazione e schiavizzazione di almeno 10 milioni di persone dall’Africa; la sistematica distruzione delle strutture sociali, politiche ed economiche in India e in Cina; lo spaccio di alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti e aprire le frontiere; la guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei mercanti e dei soldati di Sua Maestà britannica; lo sterminio degli Herero da parte della Germania; il Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di sterminio da Leopoldo II del Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da parte di Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi francesi in Nordafrica, Madagascar e Indocina; le guerre statunitensi alla Corea, al Vietnam del Nord, all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre sporche» degli USA in America latina… E infine, per quanto riguarda “noi”, le «imprese» italiane nei Balcani e in Africa, con gli orribili primati del primo bombardamento aereo di una città (Tripoli, 1911) e dell’uso dei gas contro la popolazione civile (Etiopia, 1935-36). Una giornata di mobilitazione che non si limiti al passato e tenga ben desta la memoria del presente: un passato che non passa ma prosegue con il cappio del debito stretto al collo del Sud del mondo e nelle varie guerre – “dirette” e per procura – che gli Stati occidentali continuano a muovere ovunque per i propri interessi di potenza e i profitti di un pugno di nababbi, dal Congo all’Asia Occidentale, dal Sudan all’Iran, dal Kurdistan all’America latina… E che non dimentichi tutti coloro che hanno resistito al colonialismo e all’imperialismo: i Toussaint Louverture, gli Omar Mukhtar, i Patrice Lumumba e i Thomas Sankara… Mentre ci impegniamo a organizzarci per il prossimo 15 maggio, facciamo appello a tutti gli ingrati disertori del “benessere” occidentale a rilanciare questo appuntamento, ciascuna alla propria maniera, con i propri contenuti, il proprio linguaggio, la propria sensibilità. Organizzando per il 15 maggio delle iniziative che vadano in questa direzione: memoria e solidarietà con gli oppressi palestinesi nella memoria solidale e internazionalista con tutti gli oppressi del mondo. Il 15 maggio organizziamo incontri, presentazioni di libri, dibattiti. Allestiamo mostre documentarie e fotografiche. Scendiamo in strada. Siate e siamo la cattiva coscienza di questa civiltà assassina e marcia che non ha proprio nulla da insegnare al resto del mondo, ma ha molto da imparare anche su se stessa. Se ciò che l’Europa non perdona ai nazisti è di aver fatto all’uomo bianco ciò che era sempre stato riservato ai popoli colonizzati, non c’è solo una memoria, ma anche una coscienza da recuperare – e una ferita che non deve richiudersi, ma allargarsi il più possibile. Trento, marzo 2026 Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Post scriptum: Invitiamo a far circolare questa proposta anche attraverso testi e comunicati diversi dal nostro, con altre firme ecc. Non ci interessa avere la “primogenitura” su alcunché, ma contribuire a far crescere la consapevolezza e la voglia di lottare.
Rompere le righe
Stato di emergenza
Forlì, 30 marzo: Presidio al carcere (in occasione della sentenza sull’archiviazione della strage del Sant’Anna)
Riceviamo e diffondiamo: CONTRO OGNI MURO, CONTRO OGNI GABBIA! SALUTO AL CARCERE DI FORLÌ!! Per rompere l’isolamente di chi è rinchiusx, per non dimenticare che le prigioni sono il frutto di una società ingiusta, spietata, basata sul privilegio che rinchiude ed elimina chi gli è scomodx o contrarix! Lunedì 30 marzo (data della sentenza sull’opposizione all’archivizione per il massacro del carcere Sant’Anna di Modena, nel marzo 2020) ore 18:00 Carcere la Rocca, Forlì, lato viale Corridoni ************************************************************** L’8 marzo 2020 lo Stato italiano ha inaugurato l’esperimento sociale securitario della pandemia con la strage più sanguinosa nelle carceri di tutta la storia repubblicana: 14 morti, subito etichettati come tossici e subito dimenticati. Il 30 marzo 2026 ci sarà l’esito del ricorso fatto dai familiari delle vittime del carcere Sant’Anna di Modena, dove ne hanno ammazzati 8, contro l’archiviazione del caso. Al di là di risvolti giuridici – perchè per noi chi spedisce la gente in galera e poi prova a darsi un tono democraticamente accettabile con la farsa della “giustizia” è comunque complice di oppressione e di morte – ci pare fondamentale non lasciare che la strage del Sant’Anna (così come le botte, le torture, le sevizie in tanti carceri lungo tutto il Bel Paese ogni giorno) non venga dimenticata, nè perdonata. Inoltre, ci pare importante tornare a parlere di galera e parlarne con chi se la vive, da reclusx ma non solo, perchè lo Stato italiano continua ad armarsi di strumenti legali per sbattere sempre più gente in galera (pacchetti sicurezza, decreti Cutro e Caivano etc.) in previsione di anni di incandescenza sociale, visti il presente di miseria e tristezza in cui ci troviamo e il futuro di fame, guerra e catene sempre più vicini. Il carcere è l’espressione massima di una società ingiusta, che prima ti condanna ad essere un emarginatx, unx stranx, unx poverx, unx sconfittx, un alinex, un delinquentx, un terrorista e poi ti condanna a startene in gabbia, per non disturbare il banchetto del libero mercato, del patriarcato, della democrazia con il manganello che pattuglia le strade. Il carcere è un buco nero nella nostra società, e così lo vogliono i governanti: luoghi che devono incutere timore, eterno ricatto per chi sogna di evadere dagli schemi, chi vuole infrangere la pace sociale fondata sulla diseguaglianza strutturale; al suo interno marciscono individui che ci dipingono come mostri, quando chi bombarda e stermina e se la ride pure in mondovisione, fa il presidente o il ministro. Il 4 Maggio ci sarà inoltre il rinnovo o il rifiuto del regime di detenzione 41bis per il compagno anarchico Alfredo Cospito che il potere vuole utilizzare come monito per tuttx lx compagnx che non si rassegnano: murare vivo lui, primo anarchico nella storia d’Italia in questo regime carcerario infernale, per terrorizzarci tuttx. La lotta di Alfredo, con quasi 6 mesi di sciopero della fame, ha fatto scoprire al mondo intero l’infamia del 41bis e le strade, in quei lunghissimi mesi, si sono incendiate, di giorno e di notte, di rabbia e di solidarietà. Oggi lo Stato si vendica e condanna compagnx solidali che si sono battutx in quei giorni febbrili, con pesantissime richieste di anni di galera (chiesti, per esempio, fino a 12 anni, a Torino, nell’operazione City). Scendiamo in strada anche per lui e per tuttx lx compagnx prigionierx nel mondo, nostrx fratelli e sorelle, colpevoli del più bel delitto mai sognato e mai commesso, la libertà! Fino a che di ogni galera non resteranno che macerie!!
Iniziative
Carcere
Stato di emergenza
[2026-03-27] Workshop di danza Dabke palestinese @ Sporting Dora
WORKSHOP DI DANZA DABKE PALESTINESE Sporting Dora - Corso Umbria 83 (venerdì, 27 marzo 20:15) @yalladabka arriva a Torino! 🗓 Ci vediamo venerdì 27 marzo alle 20:15 Allo @sportingdoratorino 📍Corso Umbria, 83 - Torino Balleremo insieme al ritmo della #Dabke palestinese🇵🇸 Per info e prenotazioni: Contattaci o scrivici su WhatsApp al 380 193 7096 / 3517613116 Yalla habib* ti aspettiamo 😎
torino
[2026-03-27] Camminare nei conflitti @ Presidio No TAV San Giuliano di Susa
CAMMINARE NEI CONFLITTI Presidio No TAV San Giuliano di Susa - San Giuliano di Susa (venerdì, 27 marzo 18:00) Camminare nei conflitti è un laboratorio con Dean Spade costruito con il presidio notav di san giuliano e aperto a chi vuole condividere e scoprire nuovi strumenti per lottare insieme in tempi difficili Dean Spade è un anarchico, scrittore e professore associato alla seattle university school of law. Attivista transgender, è da più di vent'anni impegnato nei movimenti radicali statunitensi abolizionisti e per la giustizia trasformativa. In questa chiacchiera ci guiderà attraverso riflessioni e strumenti utili per attraversare i conflitti che spesso crepano le nostre comunità che resistono al capitalismo e alle altre oppressioni sistemiche, per imparare a coglierli come opportunità di crescita e trasformazione collettiva. La chiacchiera sarà in inglese con traduzione simultanea, la partecipazione è libera e gratuita. A seguire momento di convivialità bellavita, porta quello che vorresti mangiare e condividere. Il luogo è freddino la sera e non totalmente accessibile per chi ha problemi di mobilità, per esigenze e altre info non esitare a contattarci via messaggio al telegram del presidio https://t.me/PresidioSanGiuliano
notav
BELLAVITA
bellavita
presidio
lotta
Invasione del Libano,Israele punta alle risorse idriche del fiume Litani
l ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che l’esercito ha ricevuto l’ordine di accelerare la demolizione delle abitazioni libanesi nei villaggi di prima linea vicino al confine, “in linea con il modello applicato a Rafah e Beit Hanoun nella Striscia di Gaza”, città in gran parte rase al suolo durante l’aggressione genocidaria israeliana a Gaza. Ha inoltre sostenuto che le Forze di Difesa Israeliane sono state incaricate di distruggere i ponti sul fiume Litani — situato a circa 30 km dal confine con Israele — per impedire a Hezbollah di “spostarsi verso sud” con armi. All’inizio della settimana, attacchi aerei israeliani avevano già distrutto due ponti sul fiume, interrompendo i collegamenti tra il sud del Libano e il resto del Paese. La distruzione dei ponti punta ad isolare il sud del paese che sembra ritornare ai tempi del 1982 ,quando Sharon scateno’ l’operazione pace in Galilea l’invasione contro Olp .Oggi l’obiettivo è Hezbollah ,in un contesto diverso dove l’unica costante è il fallimento dello stato libanese , ma forse Israele aspira alla conquista del controllo delle risorse idriche del fiume Litani , obiettivo della sua idropolitica coloniale fin dagli anni’20. La strategia israeliana sembra puntare ad una e vera e propria pulizia etnica anche con lo svuotamento dei quartieri sciti a sud di Beirut come Dahieh, nel tentativo di isolare Hezbollah dalla sua base sociale ,ma questa strategia rischia di rafforzare il consenso al partito di dio per quanto indebolito militarmente dalla precedente aggressione ,visto dalla popolazione scita come l’unico oppositore all’invasione israeliana . Si contano già un migliaio di vittime e decine di migliaia di profughi ,la crisi umanitaria si aggrava nel contesto di uno stato indebolito da una crisi economica e finanziaria che ne mette in discussione l’integrità. Ne parliamo con Eliana Riva giornalista
L'informazione di Blackout
libano
Beirut
guerra invasione israeliana
Litani
La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap) valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
L'informazione di Blackout
guerra
altavisibilita
inflazione
recessione
Iran: mentre si rafforza l’ala militare il regime chiama all’unità nazionale
L’ assassinio di Larijani fa uscire di scena una figura di potenziale mediatore anche se dal punto di vista della repressione interna è stato molto attivo, sta emergendo una leadership legata ai guardiani della rivoluzione (IRGC),si rafforza quindi l’ala militare che controllava già pezzi importanti dell’economia iraniana .Questa generazione non ha vissuto il trauma della guerra con l’Irak ma ha partecipato alla guerra in Siria ,quindi teme oltremodo la prospettiva di una guerra civile . E’ molto meno legata alla sfera religiosa e più tollerante rispetto a manifestazioni esteriori relative all’abbigliamento oppure all’hijab ,ma molto attenta a reprimere il dissenso organizzato. Il sistema delle “bonyad”(fondazioni benefiche parastatali),che gestiscono enormi patrimoni immobiliari e l’economia informale e i privilegi che hanno generato anni di sanzioni costituiscono l’impalcatura economica che sostiene il regime e parte del suo consenso. Di fronte alla minaccia dell’ aggressione nel messaggio di Mojtaba Khamenei per il Newroz,il capodanno persiano, si parla del rafforzamento dell l’unità nazionale, e si sottolinea anche il significato della coincidenza di Nowruz di quest’anno con Eid al-Fitr,la festa musulmana della fine del ramadan.La continuazione delle tradizioni agisce come una forma di resistenza culturale contro gli effetti destabilizzanti della guerra e si evoca l’identità persiana invocando l’unità nazionale. Ne parliamo con Tara Riva analista geopolitica italo iraniana
L'informazione di Blackout
Iran
Trump
guerra contro l'iran
Guardianidella rivoluzione
Catania, LUPo sotto sgombero.
Pillola di HH_23.03.2026 A Catania parte il grande spettacolo della “rigenerazione urbana”: polizia, ruspe e fondi PNRR. E’ in atto lo sgombero della L.U.P.O. Quasi 4 milioni di euro per distruggere la palestra occupata e rifare piazza Pietro Lupo: giardino “tecnologico”, info point turistico e parcheggi. La città intelligente, dicono. Mentre si cabla l’arredo urbano, si vuole cancellare uno spazio autogestito di socialità estranea alle logiche del controllo e del profitto. “Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità“. “Fanno il deserto e lo chiamano decoro, ma non si può demolire un’idea”. Qui i primi aggiornamenti dax compagnx della L.U.P.O.: Per aggiornamenti, seguire il canale t.me Materiale Piroclastico
guerra
Scuola neoliberale e docenti tiranni
(archivio disegni monitor) A chi osserva l’istituzione dal suo interno la scuola appare come un ircocervo, o disordinato corpo di pratiche, regole e convenzioni che si sono cristallizzate nei decenni con le diverse riforme e convivono nonostante le contraddizioni. Nell’arco di una stessa giornata un insegnante può costringere gli studenti a stare in piedi accanto alla porta dell’aula per punizione, rivendicare la democrazia degli organi collegiali, stipulare piani di studio per allievi cui è stato diagnosticato un disturbo del comportamento secondo la classificazione del manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La coercizione dei vecchi tempi, la difesa degli organi democratici istituiti negli anni Settanta e gli interventi personalizzati sugli studenti stabiliti dalla legislazione del nuovo millennio coesistono nel medesimo, confuso spazio istituzionale. In un saggio contenuto in un libro del 2021 (La relazione educativa, a cura di Alessandro Mariani) Massimo Baldacci, studioso di pedagogia, sostiene che a causa di un “accavallarsi dei cambiamenti della scuola”, “una fase sopravviene sulla precedente prima che questa sia esaurita”. Baldacci individua nell’istituzione contemporanea la sopravvivenza di aspetti della scuola fascista, e classista, della riforma Gentile e la persistenza residuale delle trasformazioni democratiche realizzate quando era forte il movimento operaio. Più recente incrostazione è quella della “scuola neoliberista” che, secondo Baldacci, non mira più alla formazione di “cittadini critici” ma di “produttori competenti”, incentivando le eccellenze e la selezione dei meritevoli. La linea neoliberale è ormai dominante e forse il governo attuale si distingue per l’abilità di aggregare i valori aggiornati del capitalismo alle nostalgie reazionarie: la riforma del voto in condotta ne è una prova. Di recente due opere – un film e una raccolta di saggi – hanno ragionato sull’egemonia e sulla storia della scuola neoliberale. Il film D’istruzione pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre propone una storia delle riforme neoliberali dagli anni Novanta a oggi: da Berlinguer a Moratti, Gelmini e Renzi. Il film alterna la descrizione delle riforme all’osservazione di aule, uffici e corridoi di un istituto di Torino, soffermandosi sulla figura del dirigente e di alcuni docenti della secondaria di primo grado. Il libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, raccoglie saggi di docenti e accademici attenti a descrivere gli aspetti peculiari della nuova scuola trasformata in azienda, come l’ossessione per la valutazione, le contraddizioni della formazione dei docenti, l’esito dei finanziamenti imposti dal Pnrr. D’istruzione pubblica e Contro la scuola neoliberale propongono, in sintonia, un disegno complesso di scuola neoliberale e sono due opere organiche ai movimenti di docenti che negli anni hanno lottato contro le diverse riforme. La diminuzione dei finanziamenti statali è solo uno degli aspetti affrontati e non il più rilevante. La scuola neoliberale, secondo entrambe le opere, è un’istituzione che pensa e si comporta come un’azienda in competizione sul territorio, trasformando gli studenti in clienti. Questa istituzione appare sempre più ibrida, ovvero disponibile alla collaborazione con i privati: aziende e fondazioni si insinuano con insistenza nei percorsi didattici e nelle proposte educative. Ancora, la scuola neoliberale indebolisce la trasmissione delle conoscenze a vantaggio dell’acquisizione delle competenze, ovvero s’impegna a modellare soggetti docili e adeguati a un mondo del lavoro precario e flessibile. Infine, la scuola neoliberale s’impegna a liquidare il potere dei docenti prosciugando il ruolo degli organi democratici a vantaggio della figura apicale di un dirigente sempre più simile a un capo d’impresa. Sia il libro che il film hanno il merito di mostrare il ruolo complice della sinistra nel decennale processo di trasformazione della scuola. È un merito importante perché un quadro di lungo respiro – e spietato nei confronti delle forze progressiste – permette all’osservatore di non concentrarsi solo sulle derive reazionarie del governo vigente. La critica al ruolo della sinistra è utile a corrodere ipocrisia e illusioni di un sistema scolastico che si vorrebbe attento alle diversità. Non vi è alcuna emancipazione, per esempio, nella variazione personalizzata degli strumenti didattici a partire da diagnosi formulate grazie alle classificazioni delle discipline mediche e psichiatriche. Anziché richiedere più insegnanti, compresenze  in aula e gruppi classe ridotti in modo da esaudire davvero le esigenze degli allievi, la scuola neoliberale consente agli studenti bisognosi l’impiego di strumenti compensativi (più tempo per le prove, la disponibilità di consultare schemi, e altro ancora) affinché tutti possano partecipare alla medesima procedura valutativa. “Inclusione”, in questo senso, corrisponde a una cieca fiducia in una competizione meritocratica accessibile a tutti. Così, alla fine della selezione, la responsabilità del fallimento va attribuita all’individuo che non s’è impegnato abbastanza. Le tesi di fondo del film e della raccolta di saggi sono valide ed è importante insistere sulla collaborazione delle forze progressiste nel modellare il volto dell’economia e della società odierna. Le due opere, tuttavia, mostrano limiti nella costruzione formale del discorso e nelle modalità dello sguardo adottate. D’istruzione pubblica è un documentario a tesi dove una voce narrante accompagna lo spettatore lungo un tracciato critico definito e stringente. Da qui discende uno sguardo filmico poco incline all’esplorazione e poco sensibile nei confronti degli studenti, mere comparse in un montaggio didascalico. I saggi di Contro la scuola neoliberale sembrano più interessati a ponderare le letture accademiche sull’interpretazione della fase attuale del capitalismo, e intervenire nel dibattito teorico, ma mostrano scarsa attenzione alla formazione concreta dei ragazzi e al rapporto con loro. Tale approccio – tutto concentrato sulle tesi da dimostrare e le teorie da elaborare – spinge le due opere a una polemica contro le derive dei saperi pedagogici che vengono piegati e rielaborati dalle esigenze della scuola neoliberale. In questa lettura i docenti “democratici”, fautori di una didattica e pedagogia innovative, sarebbero impegnati in un conflitto contro i docenti “autoritari”, legati alle desuete pratiche della scuola novecentesca. Scrive Lo Vetere nel primo saggio di Contro la scuola neoliberale: “Il dibattito pedagogico corrente ama voltolarsi nell’antinomia metafisica tra pedagogia democratica e pedagogia autoritaria, tra desiderio di innovazione e resistenza luddista, tra riformismo e gentilianesimo”. Un conflitto sterile, secondo gli autori di entrambe le opere, perché sarebbe proprio la tradizione democratica della pedagogia – ormai deviata, fuorviata – a consentire l’accelerazione delle riforme neoliberali. Gli autori, così, liquidano le critiche alla “tirannia degli insegnanti” perché queste sarebbero funzionali alla trasformazione dell’istruzione in un addestramento aziendale. Chi osserva aule e corridoi ogni giorno, tuttavia, può notare che i professori tiranni, aguzzini, guardiani della morale ci sono, e sono la maggioranza. Che la scuola neoliberale sia dolce, attenta alle diversità, più semplice per gli studenti, è un mito. Certo gli studenti imparano meno rispetto a un tempo – hanno ragione gli autori –, eppure sono sottoposti a un regime sottilmente coercitivo, soffocante, ossessivo nella richiesta continua di prestazione, e in ultima istanza vessatorio. Non vedere questo aspetto comporta un duplice limite: non si coglie il fondamento dell’esperienza d’apprendimento odierna, non s’afferra la natura capillarmente coercitiva, seppure ipocrita, del capitalismo contemporaneo. Se gli studenti non sono più cittadini critici in formazione, ma carne da macello per il lavoro precario, allora la scuola deve insegnare loro a comportarsi bene, non protestare, essere mansueti e flessibili – e i docenti sono i nuovi direttori di una pedagogia oppressiva. Non è un caso che in queste opere non vi sia alcuno spazio per la voce degli studenti. La loro presa di parola non interessa, eppure è quanto di più auspicabile in questo momento. Che cosa pensano gli studenti? Qual è il loro rapporto con la scuola? E non è solo interessante la voce critica – e in un certo senso attesa, decodificata, per quanto ricca di speranza – degli studenti dei licei disposti a occupare gli istituti. È necessario ascoltare la voce degli studenti dei tecnici e dei professionali, tanto nelle metropoli quanto delle province di questo paese. Non sono degli zombie alienati come molti credono: vi sono in loro più pulsazioni di quante ve ne siano nel corpo docente, e hanno idee, esigenze e slanci vitali, per quanto agli adulti spesso illeggibili. Anche gli atti vandalici contro gli oggetti nei laboratori di un professionale o contro gli arredi di un tecnico sono messaggi importantissimi, che dovrebbero essere letti e interrogati, e non meramente puniti. Se la scuola non fa altro che costruire un’architettura dell’obbedienza alla barbarie, insegnando a eseguire ordini in uno stato di insensibilità, senza chiedere, capire o criticare il perché e il per che, allora questi gesti non vengono da criminali nati o bruti da civilizzare, ma dai prodotti della fabbrica-scuola. Dobbiamo difendere la scuola pubblica dallo smantellamento messo in atto dal capitalismo neoliberale, non c’è dubbio. Questa difesa – che deve essere strenua e appassionata – non deve però rimuovere una contraddizione che disorienta: la scuola pubblica va difesa dagli attacchi del capitale affinché siano gli studenti a smantellarla, a smantellarci. Anziché addestrare gli studenti per competenze, è opportuno insegnare loro come liberarsi di noi docenti e della scuola. Fino a che ai ragazzi sarà impedito di sentire la scuola come uno spazio di crescita di cui hanno bisogno, ma come una caserma, un carcere, un luogo di costrizione, di performance valutate, di ordini immotivati da eseguire per non essere puniti, allora servirà il lavoro di noi docenti per dissodare il terreno verso la dissoluzione dell’istituzione scolastica. I docenti, che sempre più ripetono di trovarsi a fare scuola nonostante la scuola, con i tempi della didattica rosicchiati da attività inutili ma obbligatorie, le incombenze burocratiche, la disarticolazione, hanno il compito di insegnare questo agli studenti: a fare scuola nonostante la scuola, a individuarne le contraddizioni e mappare le incoerenze, perché sono proprio queste incoerenze che creano aperture nelle maglie, che ci permettono ancora di agire. Vi è un’immagine forte e vivace in D’istruzione pubblica, anche se forse i registi non lo sanno: alla fine suona la campanella di giugno e i ragazzi, finalmente liberi, corrono fuori, urlanti, a godersi l’estate. L’energia utopica della conclusione rovescia, in modo imprevisto, l’intero discorso del film. (francesco migliaccio, chiara romano)
scuola
COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO NO TAV SUSA – MOMPANTERO
Il seguente comunicato intende rendere pubblico quanto accaduto a Susa nell’ultimo mese. Spinto dalla preoccupazione riguardante le possibili, pesanti ricadute sulla salute degli abitanti a causa della futura installazione dei […] The post COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO NO TAV SUSA - MOMPANTERO first appeared on notav.info.
post
documenti
[2026-03-28] Apertura Porfido @ Centro di Documentazione Porfido
APERTURA PORFIDO Centro di Documentazione Porfido - Via Tarino 12/c, Torino (sabato, 28 marzo 16:00) Disponibile: NEXT STOP MODENA 2020 – Viaggio tra le carceri di Claudio Cipriani https://www.sensibiliallefoglie.it/next-stop-modena-2020/ Il Centro di Documentazione Porfido è aperto Martedì, Mercoledì e Sabato dalle 16:00 alle 19:30.