Tratta Avigliana-Orbassano. Il “Comitato di supporto” e il gioco delle tre carte: interramento, illusioni e rimozioni
Mercoledì 18 marzo in Regione Piemonte è partito il “Comitato di supporto” per la tratta nazionale Avigliana-Orbassano. Hanno partecipato tecnici regionali, rappresentanti di RFI, dei sindaci e degli amministratori, ma […] The post Tratta Avigliana-Orbassano. Il “Comitato di supporto” e il gioco delle tre carte: interramento, illusioni e rimozioni first appeared on notav.info.
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M5S: Cacciabombardieri F-15 USA da Sigonella alla guerra all'Iran
  Secondo quanto dichiarato dai parlamentari di M5S membri delle Commissioni Difesa della Camera dei Deputati e del Senato, oltre a supportare le operazioni di intelligence USA nel Golfo Persico, la base siciliana di Sigonella sarebbe utilizzata in questi giorni per il transito dei cacciabombardieri F-15 "Strike Eagle" dell’U.S. Air Force destinati a bombardare l'Iran. "Segnaliamo quello che sembra essere un salto di qualità preoccupante nell’uso della base siciliana", denunciano i parlamentari M5S. "Ieri (sabato 21 marzo ndr) e anche giovedì (19 marzo) sono transitati a Sigonella anche cacciabombardieri F-15 USA (codici di chiamata Gstdr43 e Gr43) in configurazione ‘tattica’, ovvero di combattimento con armi e bombe montate, non in configurazione trasferimento (‘ferry’) o addestramento (‘training’)". "I tracciati radar non sono significativi perché si fermano a pochi chilometri dalla base: evidentemente i velivoli hanno spento i transponder radar dopo il decollo", aggiungono i parlamentari. "Ma il solo fatto che in Sicilia transitino cacciabombardieri americani in assetto da guerra e non più solo droni da ricognizione, aerei spia e aerei da trasporto truppe e armamenti rappresenta un preoccupante sviluppo". M5S ha chiesto "immediati chiarimenti" alla premier del governo Giorgia Meloni e al ministro della Difesa Guido Crosetto.
[2026-03-24] Creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta @ Centro Sociale Borgesa - Avigliana
CREIAMO CONSAPEVOLEZZA E COSTRUIAMO INSIEME AZIONI DI LOTTA Centro Sociale Borgesa - Avigliana - Via IV Novembre 19 (martedì, 24 marzo 21:00) TAV Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano: creiamo consapevolezza e costruiamo insieme azioni di lotta. Martedì 24 marzo - ore 21.00 Sala Borgesa - Avigliana Via IV Novembre 19, accanto al cinema Fassino. Continuano gli incontri per capire in cosa consiste la tratta Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano del TAV. Mobilitiamoci tuttə per contrastare un’opera inutile e dannosa! Il TAV avanza solo se restiamo fermə. Noi non lo saremo. Assemblea BassaValle
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“Shield of America”: chiudere i conti, o quanto meno provarci
Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura! Seconda parte CHIUDERE I CONTI, O QUANTOMENO PROVARCI Oltre alla questione della gestione delle rotte del traffico, l’operazione contro il Mencho rende visibile anche il secondo elemento alla base di “Shield of the Americas”: la continuazione e l’approfondimento di quell’elemento del politico che accompagna ogni fase di rafforzamento di un dominio egemonico in crisi. Il raid è stato fondamentalmente imposto dagli Stati Uniti al Messico, guarda caso uno dei paesi non invitati al summit in Florida. La morte del boss non inciderà sulla fine della violenza in Messico – al contrario, contribuirà probabilmente ad incrementare la “guerra di frammentazione territoriale” di cui è vittima il paese, ed il governo messicano ne è cosciente. Eppure, se il Messico si fosse rifiutato di dare seguito all’imboccata dell’esercito americano, Trump avrebbe avuto gioco facile a indicare il governo di Claudia Sheinbaum come pavido, nella migliore delle ipotesi, o apertamente colluso con i cartelli, nella peggiore. La prima conseguenza sarebbe stata l’imposizione di ulteriori dazi all’economia messicana, ma abbiamo già detto quanto l’operazione di gennaio contro Maduro – costruita dopo una lunga campagna mediatica improntata proprio sull’accusare il governo venezuelano di collusione con il narcotraffico – abbia dimostrato a tutti i paesi latinoamericani che gli Stati Uniti sono assolutamente disposti ad impiegare la forza militare contro le articolazioni statali non allineate ai piani di recupero del controllo egemonico statunitense. La prima missione ufficiale di “Shield of the Americas”, lanciata a metà marzo, aiuta a chiarire ulteriormente questo intreccio tra recupero del controllo sulle catene del valore, disciplinamento degli attori che governano la circolazione e messa in crisi delle opzioni politiche progressiste – e, se non apertamente anti-imperialiste, quantomeno non pienamente allineate agli interessi statunitensi. Si tratta di una vasta operazione militare avviata in Ecuador, un paese travolto da livelli di violenza straordinari proprio perché divenuto uno dei principali punti di transito dei flussi – legali ed extra-legali – che attraversano il continente, in particolare della cocaina proveniente da Colombia e Venezuela e diretta verso il mercato americano (e asiatico). Significativamente, quando il presidente Daniel Noboa – espressione di un liberismo autoritario apertamente allineato agli interessi statunitensi – aveva proposto l’apertura a una presenza militare americana strutturale come soluzione “risolutiva” alla crisi di violenza del paese nel novembre 2025, l’elettorato ecuadoriano aveva risposto al referendum con un netto rifiuto. Un elemento che ci ricorda come popoli e le forze politiche latinoamericane siano sì terreno materiale di una guerra che si combatte sulla loro pelle, ma niente affatto soggetti passivi e che, al contrario, continuino a opporre resistenza alla subordinazione diretta delle proprie vite e, soprattutto, della sovranità politica e militare dei propri paesi agli Stati Uniti e al loro apparato militare, storicamente percepiti – a ragione – come tra i principali responsabili delle fratture e delle violenze che attraversano il continente. Nel più puro stile di Trump, Noboa ha ignorato il responso popolare e ha comunque lanciato l’operazione, che coinvolge decine di migliaia di soldati e poliziotti ecuadoriani insieme a forze scelte statunitensi, con intelligence, supporto tecnologico e copertura aerea americana. Al di là alla militarizzazione dello spazio pubblico (città, paesi, autobus, autostrade), tuttavia, le operazioni non sembrano svolgersi nelle zone urbane o rurali in cui si è concentrata la maggior parte della violenza legata all’attività di bande extra-legali e cartelli della droga. Gli attacchi ecuadoriano-americani, soprattutto sotto forma di bombardamenti aerei e di incursioni di terra, si sono invece registrati nelle regioni boschive al confine con la Colombia, zone di frontiera dove sono attive le formazioni armate extra-legali colombiane Comandos de la Frontera e Coordinadora Nacional Ejercito Bolivariano. Sia i CDF che la CNEB discendono dalle FARC, la più grande organizzazione guerrigliera del continente, smobilitatasi formalmente nel 2016 dopo l’accordo di pace con lo Stato colombiano. Queste dissidenze, composte in larga parte da quadri medi e bassi dell’ex-guerriglia, continuano a combattere contro il governo, mantengono forme di controllo territoriale su ampie porzioni del paese e sono coinvolte nella produzione e nel traffico di cocaina. La relazione tra forze rivoluzionarie e narcotraffico in America Latina è lunga e stratificata, ma un elemento va segnalato: quasi tutte le organizzazioni guerrigliere hanno finito per riarticolare a proprio vantaggio i meccanismi di controllo territoriale e di estrazione della rendita legati al narcotraffico. Questo si è tradotto, nella pratica, nell’imposizione di una tassazione sulla produzione e sulla movimentazione della cocaina, inserendosi così nella circolazione del valore senza rinunciare – almeno formalmente – alla propria legittimazione politica. Una dinamica che le ha poste spesso in conflitto diretto con i cartelli, proprio sul terreno del controllo dei flussi e della rendita. Il punto più interessante, tuttavia, è un altro. Sia i CDF che la CNEB – organizzazioni che Stati Uniti ed Ecuador classificano come “narcoterroriste”, in continuità con la definizione già utilizzata per le FARC e, più recentemente, per il governo venezuelano – sono oggi coinvolte in un complesso processo di negoziazione politica con il governo colombiano di Gustavo Petro. Il governo Petro rappresenta una delle principali espressioni istituzionali, nel continente, di una linea apertamente critica nei confronti dell’ingerenza statunitense in America Latina: il suo agire politico ha rappresentato al tempo stesso un punto di frizione concreto con l’imperialismo americano e uno dei pochi tentativi, pur tra contraddizioni evidenti, di costruire da sinistra un margine di autonomia politica nella regione. Il progetto progressista colombiano si trova tuttavia oggi in una fase decisiva, segnata dall’avvicinarsi delle elezioni e dalla necessità di consolidare risultati politici concreti. In questo quadro, il governo ha investito in maniera significativa sulla strategia della “pace totale”, e le trattative con i Comandos de la Frontera e la Coordinadora rappresentano uno dei principali punti di forza di questo progetto. Il processo di negoziato prevederebbe lo scioglimento delle due organizzazioni armate, la consegna delle armi e la rinuncia al narcotraffico in cambio di garanzie di reinserimento civile dei combattenti e di sviluppo di alternative economiche nelle regioni di confine tra la Colombia e l’Ecuador: in particolare, la costruzione di progetti agricoli e infrastrutturali capaci di sostituire la coltivazione della coca, sottraendo i contadini locali al ricatto materiale che li lega all’economia illegale. Proprio sulla riuscita di questo negoziato e sulla capacità di sottrarre territori e popolazioni alla logica della guerra permanente e aprire spazi materiali per una diversa organizzazione economica e sociale, alternativa tanto alla militarizzazione quanto all’economia illegale che ne costituisce uno dei principali presupposti, si gioca nei prossimi mesi la credibilità e la sopravvivenza politica del governo Petro. Sebbene le operazioni di combattimento di “Shield of the Americas” fossero formalmente previste sul territorio ecuadoriano, le forze armate di Noboa, insieme all’esercito statunitense, hanno però lanciato diversi raid aerei oltre la frontiera colombiana, colpendo gli accampamenti dei Comandos de la Frontera in territorio colombiano. Nel corso di queste operazioni sarebbe stato assassinato, attraverso un’incursione mirata, anche il portavoce della Coordinadora, figura centrale nel processo di negoziazione in corso con il governo colombiano. Questo passaggio segna un obiettivo politico piuttosto chiaro: destabilizzare e, nei fatti, sabotare il processo di “pace totale” promosso dal governo Petro, proprio a ridosso di una fase elettorale decisiva. Il risultato, almeno parziale, è già sotto gli occhi: le trattative sono state sospese dagli stessi gruppi armati, interrompendo un percorso che, pur tra mille contraddizioni, aveva contribuito a ridurre i livelli di violenza in alcune aree del paese ed il costo politico per il governo Petro sotto elezioni sarà, probabilmente, molto alto. CHI RESISTE E NOI Speriamo che questi elementi abbiano contribuito a chiarire quelle che riteniamo saranno le prossime mosse degli Stati Uniti e dei governi reazionari del continente latinoamericano. Ci troviamo di fronte a una linea d’azione che ricorre all’uso dispiegato della forza militare per perseguire tre obiettivi strategici tra loro strettamente intrecciati. Il primo è il riacquisto, almeno parziale, del controllo sulle catene di produzione del valore: sia attraverso l’appropriazione diretta delle risorse strategiche (come in Venezuela), sia mediante un controllo più stretto e militarizzato dei flussi di trasporto e delle infrastrutture logistiche che ne garantiscono la circolazione. Il secondo riguarda la selezione e il disciplinamento degli attori extra-legali che operano dentro questi processi: non la loro eliminazione indiscriminata, ma la loro ristrutturazione funzionale, anche a costo di intensificare la violenza che si abbatte sulla popolazione – principalmente le donne e le comunità contadine ed indigene – già esposta agli effetti devastanti del narcotraffico e delle economie illegali. Il terzo è lo scaricamento del costo politico di queste operazioni sugli assetti istituzionali “scomodi”, su quei paesi che non si allineano pienamente agli interessi statunitensi o che mantengono, pur tra contraddizioni, posizioni critiche nei confronti dell’imperialismo americano. Si tratta di una strategia che tende a ridefinire l’intero spazio latinoamericano come terreno diretto della competizione globale. Non sarà, fortunatamente, un passaggio automatico né privo di ostacoli: la sua piena dispiegazione dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di chiudere in maniera favorevole altri fronti aperti, a partire dallo scontro con l’Iran. È solo in questa condizione – cioè liberando risorse politiche, militari e strategiche – che Washington potrà concentrare con maggiore intensità la propria iniziativa nel continente. Speriamo che ragionare in questa prospettiva possa aiutarci a prepararci allo scenario che i prossimi mesi consegneranno all’America Latina, a riconoscere che la prossima guerra americana – frammentata, indiretta, ma non per questo meno reale né meno distruttiva – si giocherà in larga misura proprio lì, e a individuare i terreni concreti su cui i movimenti e le/i militanti rivoluzionarie europee potranno costruire un sostegno reale. In poche parole: se queste sono le direttrici dell’attacco, dove individuare la resistenza? C’è un elemento che fa esplodere le contraddizioni interne al campo imperialista, proprio perché sfugge a qualsiasi possibilità di essere ricondotto alla retorica della “guerra alla droga”: la volontà dell’amministrazione reazionaria di Trump di stringere la morsa intorno a Cuba. A differenza di Messico e Colombia, Cuba non è inserita nei flussi del narcotraffico, e proprio per questo l’establishment statunitense non riesce ad applicare con efficacia la stessa narrazione che gli consente di massimizzare la pressione politica contro altri governi della regione. Qui il livello del conflitto si mostra per ciò che è: apertamente politico. La rivoluzione cubana viene presa di mira per ciò che rappresenta storicamente: un’esperienza di rottura che ha resistito per decenni all’imperialismo americano e che ha sostenuto, politicamente, militarmente ed economicamente, altre opzioni di resistenza nel continente, dalle formazioni guerrigliere colombiane alle lotte popolari messicane, fino al processo bolivariano venezuelano. In questo caso non è possibile mascherare l’assedio americano dietro categorie discorsive securitarie o emergenziali, in quanto l’obiettivo esplicito è la distruzione di un’esperienza politica nemica. Non è un caso che attorno alla difesa di Cuba si stia organizzando, in molti paesi dell’America Latina, una forma di solidarietà straordinaria. Dal Messico sono partite decine di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, mentre diverse petroliere hanno sfidato il blocco imposto dagli Stati Uniti; allo stesso tempo, si è messo in movimento un convoglio solidale che riprende pratiche già viste in altri contesti, come quella della Global Sumud Flotilla: l’uso diretto dei corpi per rompere un assedio e rendere visibile, senza mediazioni, la brutalità dell’intervento imperialista. Sostenere Cuba, in questo quadro, rappresenta una delle prime e più efficaci leve per produrre difficoltà concrete agli Stati Uniti e, auspicabilmente, costringerli a pagare un costo politico crescente. Anche perché, in un contesto segnato da un progressivo logoramento del consenso interno all’amministrazione Trump in seguito all’aggressione contro l’Iran, un intervento militare diretto contro l’isola risulterebbe difficile da giustificare e da sostenere senza copertura ideologica della “guerra alla droga” o di una narrativa difensiva credibile, ed esporrebbe apertamente la natura del conflitto e i limiti stessi della proiezione imperialista statunitense. In un recente articolo1 Raúl Zibechi ha sottolineato come, in America Latina e non solo, si viva «un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare». Zibechi mette sul tavolo una questione reale: le forme di resistenza da cui guardare e a cui portare sostegno non stanno solo nelle organizzazioni storiche, ma nelle pratiche di resistenza territoriale diffuse che si sono sviluppate, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle comunità contadine e indigene. Noi crediamo che, di fronte all’attuazione in America Latina dello stesso piano di riacquisto del dominio egemonico che gli Stati Uniti stanno dispiegando in Medio Oriente – e che, riprendendo Zibechi, possiamo leggere come un piano dai tratti apertamente genocidari – guardare a queste esperienze di resistenza locale sia certamente necessario e interessante, ma rischi di non essere sufficiente rispetto alla scala dello scontro che si sta aprendo. In altre parole, prendere in considerazione le vittorie e le capacità di tenuta di queste comunità è importante, ma difficilmente essere possono costituire, da sole, un argine efficace all’avanzata di un dispositivo politico, economico e militare di questa portata. Pur da una prospettiva che ha sempre riconosciuto, sottolineato e combattuto i limiti della politica istituzionale e della forma-stato, e che non ha mai smesso di criticarne le illusioni, ci sembra necessario tenere insieme più livelli: guardare anche a quelle esperienze di governo, da un lato, e di resistenza rivoluzionaria più strutturata, dall’altro, che – pur in forma spuria, piena di contraddizioni e con tutti i limiti del caso – possono rappresentare un punto di appoggio, anche parziale, anche temporaneo, dentro una fase che si annuncia molto dura e un argine anche solo temporaneo e localizzato all’avanzata dell’imperialismo americano. Il problema più urgente che dobbiamo porci alle nostre latitudini è, però, precedente: non abbiamo – ad oggi – la forza di incidere anche solo in minima parte sugli equilibri di questa partita e sui suoi effetti. È un problema serio. Se è vero infatti che per la Palestina si è progressivamente sviluppata una mobilitazione internazionale molto forte che ha contribuito – anche se, ovviamente, in misura minima rispetto allo sforzo della resistenza palestinese – a incrinare il campo di possibilità di Israele e a far pagare un costo politico, e a tratti materiale, all’imposizione del programma genocidario, quella mobilitazione poggiava su una relazione storica di solidarietà e riconoscimento con il popolo palestinese. Una relazione che teneva insieme generazioni diverse, dai/le militanti legati alle forze rivoluzionarie palestinesi degli anni ’70 alle giovani generazioni delle periferie europee, passando per ampi strati di società genuinamente disposti a mobilitarsi contro l’orrore che quotidianamente si andava consumando in mondovisione. Per la guerra in Iran, la costruzione di un terreno simile appare già più difficile – eppure non è impossibile, nella misura in cui l’intervento americano e israeliano viene da più parti letto come prosecuzione del medesimo dispositivo di guerra e sterminio già dispiegato in Palestina, e nella misura in cui le altissime ricadute materiali dell’aggressione si stanno facendo sentire in Europa sotto forma di impressionanti aumenti del prezzo del carburante. Per quanto riguarda l’America Latina, invece, la situazione è più complessa. Le relazioni storiche di solidarietà con le forze rivoluzionarie del continente e con Cuba scontano oggi una certa “storicizzazione”, sia nelle traiettorie individuali e nell’anagrafica delle militanti e dei militanti che le hanno sostenute, sia nell’immaginario complessivo dei movimenti. Al contrario, maggiore attenzione hanno suscitato – almeno in alcuni settori – le forme di resistenza territoriale e di “immaginazione di un nuovo mondo” di cui parlavamo prima. Tuttavia, queste esperienze tendono a configurarsi come un orizzonte piuttosto confuso e velleitario di aspettativa e immaginario che come un riferimento politico nei cui confronti possano essere immediatamente praticabili il riconoscimento e la solidarietà: pur essendo costruite su metodi da cui abbiamo molto da imparare, non sono né immediatamente riproducibili né sufficientemente comprensibili alle nostre latitudini. Né sembrano in grado, da sole e nella loro diversità e molteplicità, di costituire un punto di aggregazione sufficientemente forte da poter consentire un’identificazione diffusa e un sostegno strutturato. Nominare, anche solo in parte, questi limiti è necessario per iniziare a lavorarci. A noi spetta il compito, per quanto limitato, di provare a uscire da questa impasse: ricostruire i legami, chiarire i riferimenti, individuare i punti di intervento possibili. Perché è proprio su questi terreni che si giocherà concretamente la possibilità di rallentare, inceppare o almeno rendere più costosa l’avanzata dell’offensiva imperialista in America Latina. Con l’umiltà di non poter determinare gli esiti della partita, ma con la consapevolezza che essa si giocherà e, quindi, per non rassegnarci ad essere tra gli spettatori inermi della guerra che viene e che si consumerà principalmente sulla pelle dei popoli latinoamericani. 1. https://comune-info.net/la-tormenta-e-le-nostre-alternative/ ↩︎
Più forti della morte
Già pubblicato in https://circoloculturaleanarchicofiaschi.noblogs.org/2026/03/21/piu-forti-della-morte/ Più forti della morte C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna. (Sara Ardizzone) La nostra capacità di dire e comunicare non consente di avventurarsi sui sentieri inesplorati della responsabilità per i rischi assunti in prima persona. Ogni discorso in questa direzione resta inevitabilmente provvisorio, insufficiente. Ricercare concretamente la libertà – nella sua forma autentica e integrale, non nelle contraffazioni elargite e imposte dallo Stato – significa entrare nella dimensione del rischio connaturato alla ricerca stessa. In questo luogo le nostre scelte, spesse volte selvagge e solitarie, marcano il solco di una strada senza ritorno. La libertà è una qualità che si sperimenta mettendosi a rischio. Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni. I pennivendoli prezzolati, dalla cui carta straccia abbiamo appreso il fatto, scrivono a più riprese dello scoppio di un ordigno. Le preoccupate prese di distanza, volte sempre a garantire un’incolumità vergognosa, non ci appartengono. Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni “trapelate” non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura. È anzitutto una guerra. Sara e Sandro sono un esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo, dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte. Sara e Sandro sono e saranno per sempre un pezzo del nostro cuore, un cuore che non può che rifiutarsi di provvedere a scrivere un necrologio. Le odierne farneticazioni dei signori dell’inquisizione e della repressione vanno a braccetto con quelle dei padroni della guerra e dello sfruttamento. Gli stragisti, i massacratori, i produttori di morte gridano allo scandalo per le bombe degli anarchici. Con Sara e Sandro abbiamo condiviso l’inestinguibile passione per il pensiero e l’azione anarchici. Con loro alcuni di noi hanno vissuto, condividendo l’intensità febbrile di momenti che nessun orologio potrà mai scandire. Con loro, quando siamo stati inquisiti dalla macchina della repressione di Stato, abbiamo mantenuto la nostra dignità e consolidato la tenacia delle nostre scelte. Ne siamo certi: quelle nostre giornate infinite non diverranno mai un ricordo sbiadito. Momenti che non si basavano sulle chiacchiere ideologiche, ma sulla convinzione dei nostri percorsi, sui sentimenti, sulla fiducia reciproca, sulla gioia della vita. Tutti noi che li abbiamo conosciuti profondamente sappiamo che non esisteranno mai delle parole adeguate a descriverne la modestia, la dolcezza, la dignità. Ecco perché la volontà rivoluzionaria di Sara e Sandro ha la forza di andare oltre il tempo, vincendo la sofferenza e il dolore. La loro passione per la vita sarà più forte della morte. La loro integrità sarà sempre un monito contro ogni oppressore. (Sara Ardizzone) 21 marzo 2026 Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara) Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno) Danilo Cremonese e Valentina Speziale Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini) Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari) Biblioteca Anarchica Sabot (Roma) Natascia Savio Luigi di Faenza Qui in pdf: piu forti della morte
Stato di emergenza
La parola della settimana. Guai
(disegno di ottoeffe) Ovunque giocherai combineremo guai per difendere te! (coro ultras napoli)  La settimana scorsa ho passato un po’ di tempo con M., un amico che non vedevo da un po’. M. ha due grossi baffi, un bel po’ di tatuaggi e vive la vita come se fosse in una puntata di South Park. Al momento è di stanza in Irlanda, ma ha divieto di risiedere in almeno un paio di paesi dell’Unione europea in cui ha vissuto in precedenza. È un ottimo cuoco, fa lo chef in un albergo importante e ha messo su un gruppetto di lavoro niente male. All’interno del gruppo c’è un ebreo ungherese, filonazista, che però vorrebbe vedere Orban morto perché ha proibito di fumare erba per strada. M. è molto innamorato di J., ragazza dolce e con una pazienza infinita, che lo ha supportato e sopportato per tanti anni a dispetto dei guai da lui combinati. Di tanto in tanto lei lo molla, ma sono troppo innamorati e finora sono sempre tornati insieme. Questa volta, però, pare sia diverso, e così se ti incontra in questo periodo, M., che prima di dodici ore filate passate a bere non è mai ubriaco, ti chiede come sta il tuo cuore, e poi ti dice: «Il mio è rotto». Guai,  non devi dirlo mai che adesso non lo sai se poi mi amerai tutta la vita.  Tu dimmi solo se adesso sei con me oppure non mi vuoi ed è finita.  In napoletano l’espressione “fare il guaio” si utilizza per indicare una gravidanza non prevista, anche se non necessariamente non desiderata. La responsabilità dell’atto viene attribuita quasi tutta al maschio (“ha fatto il guaio”), tanto che un amico divenuto papà a meno di vent’anni fu soprannominato da altri amici, appunto, Guaio. Ho messo incinta la mia ragazza pe’ troppo amore se pò sbaglia’, mo’ ce vulesse ‘nu colpo ‘e genio e tutt’ cos’ se pò accuncia’. Vorrei sposare la mia ragazza, vorrei affrontare la vita in due ma comme faccio senza ‘na lira, senza ‘nu posto pe’ fatica’. […] Papà aiutame, papà aiutame, so’ troppo giovane e sul’ io me pozz’ perdere! Papà aiutame, papà aiutame, chistu problema sul’ tu m’o può risolvere, papà! (tony marciano, ho messo incinta la mia ragazza) Sempre a Napoli, si dice “guaio ‘e notte” per una persona talmente difficile da gestire e sopportare da paragonarla non semplicemente a un guaio, ma a un guaio che arriva nel momento meno opportuno. In gergo di strada, invece, “fare i guai” indica il commettere reati: non è troppo importante se si parla di fare il palo in una base, fare piccoli furti o rapine in banca, sempre di guai si tratta (al massimo gli si accosta un aggettivo, tipo “sta facendo guai seri”, o “quello fa guai grossi”). «’Cca parlano tutte quante ‘e vuje…». «Over’?». «Site guagliun’ cu ‘e palle, e me servite. Pecché nun ve luvate ‘a miezo e trasite dint’a banda cu mico? Avite sorde, motociclette, tutto chello ca vulite…». (Pisellino scuote la testa) «Io già v’aggio apparato ‘na vota, pecché chisti ‘cca ve vonno male tutt’ quant’ dint’a zona… state facenno troppi guai!». «No, nuje vulimm’ sta sule nuje. Nun vulimm’ sta sotto a nisciuno. A nuje sti ‘ccose nun ce piaciono, ‘e sta sotto ‘a gente. Nuje simm’ sul’ pe’ nuje, e basta». (dialogo tra zì vittorio, marco e pisellino in gomorra – il film) Il condottiero gallo Brenno, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo, era il capo della tribù celitca dei Senoni. Nel 390, partendo da Senigallia, nelle Marche, mise a ferro e fuoco Roma, tanto che nella capitale dell’impero il 18 luglio, il dies Alliensis (dal fiume Allia, dove le truppe romane furono sconfitte) fu per molti secoli sinonimo di sciagura e inserito addirittura nei calendari imperiali come “dies nefastus”. Nella foga distruttrice Brenno e i suoi bruciarono l’archivio di stato, massacrarono i senatori e razziarono le campagne circostanti per molti chilometri. Leggenda vuole che Brenno accettò dai romani un riscatto di mille libre d’oro puro per interrompere l’assedio. Qualcuno tra i tribuni, però, mentre avveniva la pesatura dell’oro su un’enorme bilancia, protestò perché la riteneva truccata. Brenno non si scompose, si avvicinò e in segno di spregio piazzò la sua enorme spada sul piatto il cui peso avrebbe dovuto essere pareggiato con l’oro, rendendo il calcolo ancora più discutibile. Poi fulminò i romani con uno sguardo e disse serafico: «Vae victis!» (guai ai vinti), lasciando intendere che a dettare le condizioni di resa sarebbe stato lui e nessun altro (la parte più noiosa della storia è che, secondo quanto raccontato da Tito Livio, Marco Furio Camillo si oppose in seguito alla concessione del riscatto, in quanto stabilito illegalmente durante la sua assenza da Roma: sosteneva che «non auro sed ferro recuperanda est patria!», cioè che non con l’oro ma con il ferro si sarebbe ripreso Roma, così riorganizzò le truppe e mise in fuga il povero Brenno, costringendolo a tornare in Gallia). Cercai di non guardare il tubo di metallo sulla punta della Woodsman. Una fiamma brillò nel fondo dei suoi occhi, piccola, debole, quasi fumosa, parve farsi più grande e più chiara. Naso bianco guardò il pavimento ai suoi piedi. Lanciai uno sguardo all’interruttore della luce ma era troppo lontano. Rialzò gli occhi molto lentamente. Cominciò a svitare il silenziatore. Lo tenne in mano svitato, lo lasciò cadere in tasca. Si alzò tenendo in mano le due pistole, una per mano. […] Venne verso di me attraverso la stanza: «Credo che questo sia il tuo giorno fortunato», disse. «Devo andare in un posto a vedere una persona». […] Mi girò delicatamente intorno, andò alla porta, la aprì pochi centimetri e fece per uscire attraverso la piccola apertura, sorridendo di nuovo. «Devo vedere una persona», disse passandosi la lingua sulle labbra. «Non ancora», dissi io, e scattai. Colpii la porta con forza e lui fece in tempo a ritirare la mano ma non riuscì a sfilarsi. Lo tenni schiacchiato con tutta la mia forza. Mi aveva concesso una tregua e tutto quello che dovevo fare era starmene tranquillo e lasciarlo andare. Ma anche io avevo una persona da vedere e volevo vederla per primo. Mi guardò biecamente, grugnì e cercò di liberare la mano dalla porta. Mi spostai di colpo e lo colpii alla mascella con quanta forza avevo. Vacillò, lo colpii di nuovo. Batté la testa contro il legno. Lo colpii una terza volta. In vita mia non ho mai colpito più forte. Allora levai il mio peso dalla porta e lui scivolò verso di me con gli occhi ciechi, le ginocchia molli. Lo presi, lo lasciai cadere e restai in piedi sopra di lui ansante. […] Poco tempo dopo i suoi occhi si aprirono tremolanti e mi guardarono. Mormorò tristemente: «Perché ho lasciato St. Louis?». (raymond chandler, specialista in guai). a cura di riccardo rosa
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