Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti
Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno
autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la
realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione
di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio.
Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure
si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per
l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra
comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata,
assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni,
cementificazione, spopolamento.
LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA)
I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del
secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più
frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che
trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in
accelerazione.
L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature
sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre
più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una
singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia
elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali
insostenibili.
Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi
lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata.
Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti.
Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro
perché economicamente insostenibili.
Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina,
parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi
alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve
artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci
italiane dipende dall‘innevamente artificiale.
Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre
alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire
dall’archivio storico dell’Associazione.
In ultimo, qualche lettura e riflessione.
La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina
delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una
valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore,
proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una
petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso.
Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal
pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio
Unesco.
Citati nella puntata
Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 –
Associazione proletari escursionisti
Nevediversa – Legambiente
Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del
futuro – Sofia Farina
Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di
Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(giovedì, 12 febbraio 20:00)
Cena sociale di quartiere
Porta quello che vuoi trovare
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
LE AZIENDE SANITARIE ITALIANE AFFIDANO LA PROPRIA CYBERSICUREZZA AD IMPRESE
LEGATE ALLE UNITA’ SPECIALI DELL’IDF
La pandemia ha accelerato i processi di digitalizzazione della sanità, tanto che
le viene dedicata una delle voci principali del PNRR. Questa enorme mole di dati
però corre il rischio di venire utilizzata per “fini secondari”. Un caso
eclatante di utilizzo secondario dei dati sanitari è quello di ELITE, la
piattaforma in dotazione all’ICE che usa i dati di Medicaid per compilare le
deportation list. Ma chi controlla i dati sanitari italiani ed europei
I fascicoli sanitari elettronici di milioni di persone che hanno avuto accesso
alle cure in italia, lo stesso tipo di dati che negli Stati Uniti l’ICE utilizza
per deportare le persone senza documenti, sono nelle “cassaforti digitali” di
aziende israeliane legate alle unità speciali dell’esercito sionista, in
particolar modo all’unità 8200, la stessa che ha progettato LAVENDER,
l’intelligenza artificiale usata da Israele per colpire i palestinesi.
https://www.lindipendente.online/2026/02/06/limmagine-simbolo-del-poliziotto-ferito-a-torino-e-stata-rielaborata-con-lia/
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino,
andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera,
da PM anti-notav al trasferimento […]
The post IL PM PADALINO, IL FINANZIERE MAGNACCIA E LE FATTURE first appeared on
notav.info.
PUNTATA di UNIVERSO SONORO con MANU DUBSIDE & DJ ISARO’
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le
atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la
popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però
queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo
assurdo turismo.
Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del
linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a
un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre.
Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di
Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine
settimana.
https://ilmanifesto.it/ce-solo-acqua-salata-come-le-lacrime-di-gaza?t=xSKzzj42CqmykZ7drzdEz
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle
Aperte
Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte
Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito
aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di
opporvisi.
A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e
dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra
differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in
campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria.
Sabato 28 febbraio h 17.30
iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e
Freshnesss
A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma
Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa,
consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata
a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico
che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane,
speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione
della precarietà e militarizzazione del territorio.
Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata
in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale
composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare,
associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la
casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di
solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse,
giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e
comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per
la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di
trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a
danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le
risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio.
Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500
alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il
percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un
sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo
ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione
del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di
espulsione dei ceti popolari dal quartiere.
In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi
scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la
tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente
dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città
per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello
Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San
Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti
sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme
verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp).
6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a
piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti
di cui 4 ospedalizzati.
Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la
violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha
chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare
contro il DDL Bongiorno.
Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti
Torino
Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova
versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega
Giulia Bongiorno.
Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone
trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza
patriarcale.
Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e
pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di
tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto,
pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a
prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza,
urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente
profonde.
Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa,
pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e
sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni
impianto normativo sulla violenza.
Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle
nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale
significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi,
chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto.
Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza
sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le
soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza
istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie,
sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società.
Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive
nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel
climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e
transcidi ogni anno.
Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata.
Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale.
Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə
amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e
non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire.
Senza consenso è stupro.
Organizziamoci insieme.
Verona
GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥
A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa
sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi.
Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso
libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando
la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà
contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di
ricadere su chi la violenza la vive.
Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura.
Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura
la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a
interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA
Giornaliste Unite Libere Autonome).
Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per
portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme
e dare spazio a nuovi immaginari.
Ci troviamo alle 20.30 nella sala di
ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona
Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile.
Scrivici se vuoi partecipare!
In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B :
-41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi
-51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi
-21, fermata Fiera B, 11 min a piedi
-53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi
-61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi
Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici.
Cuneo
Roma:
Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che
era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio:
la cultura dello stupro.
In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza
sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser.
Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la
campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15
febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza.
Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma.
Senza consenso è stupro!
Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della
produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle
scuole, nei posti di lavoro, nella città.
Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
Bologna:
Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con
la costruzione dello sciopero dell’8/9M!
Ordine del giorno:
– Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in
programma nel prossimo mese di lotta!
– 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə
di @hamsaye_bologna
– 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri
antiviolenza
contro il DDL Bongiorno
– Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero
Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici.
con amore e rabbia 💜🔥
Asti:
Assemblea di auto formazione aperta a tuttə
Mercoledì 11 Febbraio
H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti
Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla
senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie.
Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale.
Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale
che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Chi decide per noi, per i nostri corpi?
Chi viene protetto e perché?
Le nostre vite contano. Le nostre parole contano.
Tivoli:
La rete chiama, noi rispondiamo.
Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta
la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il
significato del consenso.
Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere:
è diritto, autodeterminazione, libertà.
Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e
delle soggettività più esposte.
📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in
tutta Italia.
Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra.
Trento:
Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi
insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento!
Messina:
Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una
riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale.
Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non
solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤
𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤
𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚.
Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di
genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito
dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono
firmatari e vincolati) e dalla Cassazione.
Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo
di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲
𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼
𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’
𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”.
Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e
inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova
a dover provare di non essersela cercata.
𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare
decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore
istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci
colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo
che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle.
E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza
che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del
sostegno diretto alle vittime.
(disegno di mario damiamo)
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato
negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri:
il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in
cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post
Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto
sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino,
ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno
successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre
aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i
nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci
cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo
estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il
post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno
corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+
Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato
con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua
bellezza”.
L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti
della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro
pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le
“vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto
e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello
shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A
innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che
l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi
mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di
“riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e
mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il
decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di
pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a
Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle
pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista
locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025).
La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che
mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro
“gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte
che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento
cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad
hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha
sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”.
Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce
mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”,
“educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta
“ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse:
aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai
funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi –
falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi
può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa
ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze.
IL CONFLITTO COMUNISTA
“Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La
volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi
Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e
mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase
rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia
che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata
pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione
dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”,
vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel
suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle
frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere
dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale
contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i
messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un
malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era
un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la
repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto
interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza
venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e
storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di
“grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe
salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata
da tolleranza, connoterà altre proposte future.
Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di
Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla
presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma
anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito
politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che
diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e
si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse
frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una
maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si
criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che
voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni:
“Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati
che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22
febbraio 1978).
Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a
guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata,
che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli
interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni:
“Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La
Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”;
secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i
suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985).
LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO”
Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si
concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In
particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in
allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte
diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato:
la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento
repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la
finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi
riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare,
copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti
di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il
decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino
Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo
puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché
gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla
pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra
il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento
internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”:
“Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per
annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada:
“Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di
mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”.
Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero
anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla
quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della
notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente
dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione
drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce
alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che
chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste
circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre
Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto
compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la
richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una
fortezza militare che a un teatro.
Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come
quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si
autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore
all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come
“sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre
più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo
via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e
la città punterà sempre di più sulle loro risorse.
NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI
All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di
espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora
considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il
progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività
frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di
agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse
ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non
repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing
the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel
progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale,
che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore
artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è
imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai
contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità,
scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate
vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono
sempre più disprezzate.
Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per
le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si
rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle
davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi
di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali
del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per
gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera
d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i
festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per
“rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e
l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano.
L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere
in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva
un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa
anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo
spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016,
a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un
intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd
annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro
dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso
anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla
di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà
però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro
colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche
saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi
un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore
socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte
politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro
incubo principale.
A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole
a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e
nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte
diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione
torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali
continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più
controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono
però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i
limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal
democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di
Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la
polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a
causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo
scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione.
Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer
riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un
articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di
rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a
coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni
di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo
fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto
triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia
costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre
occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr.
(alessandra ferlito)