In terre sature. Deindustrializzazione e inquinamento selvaggio in Terra di Lavoro
(foto di peppe carrella) Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi criminali. Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni, alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio. L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento, stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire: andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico». Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di stoccaggio e trattamento rifiuti. «Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti. «Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona, l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure, i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il metodo casalese “a strati”». Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli, tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise, viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale ampio, quanto più possibile». A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio, trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica: «Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…». Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)
rifiuti
Un fungo per la Palestina
Scarica la versione letturaScarica la versione stampa “Un fungo per la Palestina” è un incontro con 13 funghi tra una micologia critica e la lotta anticoloniale palestinese in una scrittura e prospettiva femminista intersezionale.Questa zine non vuole spiegare tutto. Vuole piuttosto aprire spazi di risonanza, parlare anche a chi sente che “la Palestina” è lontana, … Continua a leggere Un fungo per la Palestina
General
Nuove misure nei confronti di minorenni, disciplinarmente e bastone sui giovani
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso. È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3 ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a Gaza. Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la città produttiva per la vostra guerra! In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione. A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando alla logica della armi. Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e largo per fare fronte a questi attacchi! Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito! PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI
Tutti contro Agcom
PARAGON, ETERNIT, EPSTEIN “Report” ha rivelato un intreccio di affari, politica e servizi segreti che coinvolge il caso dell’Eternit e la rete internazionale di Jeffrey Epstein. Secondo le ricostruzioni, lo scopo dell’attività del faccendiere americano non era limitato al reclutamento di giovani donne, ma includeva operazioni di influenza politica e giudiziaria condotte in collaborazione con figure di primo piano israeliane. In particolare, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, co-fondatore della società di software di sorveglianza Paragon e figura nota nell’orbita di Epstein, avrebbe offerto assistenza attiva al patron dell’Eternit, Stephan Schmidheiny, per influenzare il suo processo. In uno scambio di email del 2013, Barak, attraverso il suo collaboratore Avner Azulay (ex alto ufficiale del Mossad), discusse strategie di lobbying a Roma in vista di un ricorso in Cassazione di Schmidheiny, condannato per il disastro ambientale dell’amianto. L’intervento fu considerato dai collaboratori di Schmidheiny come “eccellente”. Dopo l’annullamento della condanna da parte della Cassazione nel 2014, un consigliere dell’imprenditore ringraziò calorosamente Azulay e, per suo tramite, lo stesso Barak. https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263 TINDER PER NAZISTI Un investigatore, operando online con lo pseudonimo di Martha Root, ha esposto una rete globale di siti d’incontro per suprematisti bianchi, mettendo in luce circa 8.000 profili utente. La falla ha portato alla diffusione pubblica di oltre 100GB di dati sensibili, tra cui foto e dettagli personali. Le immagini contenevano addirittura metadati GPS, rivelando involontariamente la posizione degli utenti. L’indagine ha anche scoperto che i siti – WhiteDate, WhiteChild e WhiteDeal – sono gestiti dallo stesso estremista di destra con base in Germania, con l’obiettivo di costruire un’intera rete suprematista. https://cybernews.com/security/investigator-exposes-white-supremacist-sites-users IRAN E STARLINK Mentre le proteste continuano in Iran il governo ha raggiunto un nuovo livello di repressione digitale attuando un blackout totale di internet senza precedenti e riuscendo, per la prima volta, a neutralizzare in modo significativo il sistema satellitare Starlink, utilizzato come via di fuga per le comunicazioni durante le proteste. Le autorità hanno implementato tecniche di blocco estremamente sofisticate, di natura militare e presumibilmente fornite dalla Russia, per disturbare localmente i segnali Starlink. Questo ha creato un “patchwork” di connettività, con alcune aree completamente isolate e altre con accesso intermittente. Il disperato tentativo di controllare il flusso d’informazioni ha un costo economico enorme: secondo le stime, l’interruzione costa al Paese 1,56 milioni di dollari all’ora, per un totale già superiore a 130 milioni di dollari. https://www.forbes.com/sites/zakdoffman/2026/01/13/kill-switch-iran-shuts-down-starlink-internet-for-first-time/?streamIndex=0 AGCOM E CLOUDFLARE L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha inflitto una sanzione di 14 milioni di euro all’azienda tecnologica Cloudflare per non aver ottemperato a un ordine di contrasto alla pirateria online. La multa, che rappresenta l’1% del fatturato globale della società, è stata irrogata poiché Cloudflare non ha adottato le misure richieste per impedire l’accesso a contenuti pirata attraverso i suoi servizi (come la risoluzione DNS e l’instradamento del traffico di rete). L’ordine faceva parte dell’applicazione della legge antipirateria tramite la piattaforma Piracy Shield. L’Agcom sottolinea che Cloudflare gioca un ruolo strategico nella rete, poiché una larghissima percentuale dei siti oggetto di blocco utilizza proprio i suoi servizi per diffondere opere protette illecitamente. Questa decisione segnala l’intenzione dell’autorità di far rispettare rigorosamente la normativa a tutti i fornitori di servizi coinvolti, compresi quelli con sede all’estero. https://xcancel.com/eastdakota/status/2009654937303896492
censura
internet
Agcom
cloudflare
Le contraddizioni dell’inchiesta. Neanche Israele è sicuro delle “prove”: il teorema contro Hannoun nasce dalla guerra
Materiale di intelligence non verificato, raccolto in un conflitto armato, viene usato per criminalizzare la solidarietà con la Palestina. Un precedente gravissimo per i diritti e la democrazia da osservatoriorepressione Non è possibile determinare con certezza l’accuratezza delle informazioni che attribuirebbero presunti finanziamenti ad Hamas all’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese riconducibile a Mohammed Hannoun, arrestato a fine dicembre insieme ad altre otto persone con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. A dirlo, nero su bianco, sono le stesse autorità israeliane. In quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno e trasmesse alla Procura di Genova a inizio luglio, è contenuto un elenco di 266 cosiddette “battlefield evidence”, prove raccolte sul campo di battaglia che dovrebbero attestare legami tra l’associazione italiana e Hamas. A firmare le note allegate è “Avi”, capo della divisione ricerca e valutazione del National Bureau for Counter Terrorist Financing (Nbctf), che ammette come in diversi casi non sia stato possibile stabilire né il luogo né la data di acquisizione dei documenti. Un limite che, secondo l’ufficiale israeliano, non comprometterebbe l’identificazione dei beneficiari dei fondi: a Gaza, sostiene, controlla tutto Hamas e ogni relazione con chi opera nella Striscia equivarrebbe, dopo il 7 ottobre 2023, a fiancheggiamento del terrorismo. Una logica che prescinde dalla verifica giudiziaria. Lo stesso “Mr Avi” spiega che molte informazioni non possono essere condivise neppure con l’autorità giudiziaria italiana per ragioni di sicurezza militare. Nonostante ciò, afferma che la sua conoscenza diretta dei luoghi di sequestro sarebbe sufficiente. Le descrizioni delle circostanze di acquisizione dei materiali, raccolti durante l’operazione “Sword of Iron” tra il 2023 e il 2024, risultano però spesso vaghe: un laptop sequestrato il 22 novembre 2023 conterrebbe “varie informazioni” su organizzazioni attive a Gaza con un collegamento ad Hamas “molto probabile”; documenti requisiti il 16 novembre apparterrebbero a “un’entità di Hamas indefinibile”; un hard disk dell’8 dicembre conterrebbe file “molto probabilmente” riconducibili a un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar. È su questo impianto che le difese dei nove arrestati hanno depositato una memoria durissima, sostenendo l’assoluta inutilizzabilità dei materiali perché affetti da “un cumulo insanabile di deficit” che ne esclude qualsiasi valenza probatoria. Le “prove dal campo” sarebbero prive di una catena di custodia conforme agli standard dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa: mancano l’identificazione di chi ha materialmente raccolto i dati, metadati verificabili e ogni possibilità di controllo indipendente. In un comunicato diffuso nelle ultime ore, i quattordici avvocati del collegio difensivo ribadiscono che “l’aula di giustizia non è un campo di battaglia” e che materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali. Una posizione che richiama un precedente non secondario: nel 2010 la stessa Procura di Genova, allora rappresentata dalla pm Francesca Nanni, chiese e ottenne l’archiviazione di un’indagine per terrorismo pressoché identica, sempre a carico di Hannoun. Secondo i legali, l’inchiesta in corso non riguarda condotte penalmente accertate, ma la circolazione di informazioni prodotte in uno scenario di guerra e da apparati di sicurezza stranieri. Nessun giudice israeliano, sottolineano, ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate, che restano appannaggio dei servizi di sicurezza, operanti sotto il controllo diretto dell’esecutivo e dentro una logica dichiaratamente bellica. Importare questi materiali in un processo penale significa, a loro avviso, abbattere una distinzione essenziale in democrazia: quella tra guerra e giustizia. Il contesto internazionale rafforza il nodo politico-giuridico. Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alla giurisdizione della Corte penale internazionale, anche di fronte a ipotesi documentate di crimini internazionali. È dunque, sostengono i difensori, inaccettabile che lo stesso Stato pretenda di esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali attraverso canali di cooperazione giudiziaria, spesso fornendo documentazione “spontaneamente”, senza neppure una richiesta formale. Su questa indagine pesa anche una gestione mediatica e politica particolarmente esposta. Oggi pomeriggio alla Camera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferirà sull’inchiesta che, a suo dire, avrebbe “svelato il vero volto dei pro pal”. Dichiarazioni che, secondo i legali, contribuiscono a creare un clima colpevolista incompatibile con la presunzione di innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione. Venerdì 16 gennaio il Tribunale del Riesame di Genova dovrà decidere se confermare o meno la custodia cautelare di Hannoun e degli altri otto indagati, trasferiti nel frattempo in carceri speciali perché accusati di terrorismo. Lo stesso giorno, a L’Aquila, è attesa la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, anche loro imputati sulla base di testimonianze raccolte in Israele per fatti non commessi sul territorio italiano. Per i difensori, l’uso di informazioni di intelligence – per di più straniere – come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un “diritto penale del nemico”, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali. Una deriva che, avvertono, non riguarda un caso isolato ma rischia di diventare un precedente. L’esito del Riesame dirà se questa impostazione reggerà al vaglio dei giudici. Ma la domanda resta aperta, e inquietante: come definire un sistema in cui prove di guerra diventano atti giudiziari e il confine tra conflitto armato e Stato di diritto si fa sempre più sottile?
Overjoy 260
Martedì 13 Gennaio 2026 – Overjoy 260 Oggi una zamarrata e una consciousata di preludio, e si comincia con il programma di oggi che include (in ordine sparso) Xana Romeo, Micah Shemaiah, Dubass, Michael Exodus, Jah Defender, The Royals, Lee & Omar Perry, IJawal, Pablo Moses, Gregory Isaacs con Sly & Robbie, Aza Lineage, e in conclusione Wicked Dub Division con Francesco Bearzatti. Shake it to di max!
dub
OverJoy
reggae
roots
[2026-01-21] Assemblea Terrona Transfemminista @ Spazio Popolare Neruda
ASSEMBLEA TERRONA TRANSFEMMINISTA Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (mercoledì, 21 gennaio 19:15) La prossima assemblea si terrà il 21 gennaio, dalle ore 19:15. Durante questa Assemblea ci concentreremo su vari punti, in primo luogo sulla serata di autofinanziamento. Dunque cercheremo di capire, mettendo insieme le nostre idee, come scandire questa giornata. Vorremmo inoltre vedere il configurarsi anche di un’altra iniziativa che contempla la possibilità di organizzare momenti letterari, di letture condivise presso una libreria che ci ha fornito disponibilità del loro spazio in giorni specifici. Dopo la parte prettamente organizzativa proveremo a focalizzarci sulla costruzione politica dell’assemblea, anche nell’ottica di trovare strade alternative in base alla partecipazione delle soggettività in essa. Restano infatti da affrontare i seguenti nodi tematici: • Narrazione e auto narrazione del Sud. • Condizioni materiali e migrazione. • Identita e accento. • Lotte territoriali. • Turistificazione del Sud. • Elemento storico. • Resistenze Queer del Sud. Discuteremo, quindi, su come iniziare e organizzare il percorso politico della nostra assemblea, in relazione ai nodi tematici individuati nelle precedenti assemblee. L'assemblea si svolgerà presso lo spazio popolare Neruda, Corso Ciriè 7. L'assemblea è non mista, quindi, non aperta a persone non terrone e uomini etero Cis.
[2026-01-21] ZUPPE & MINESTRONI - MEZCALEDÌ @ Mezcal Squat
ZUPPE & MINESTRONI - MEZCALEDÌ Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO) (mercoledì, 21 gennaio 18:00) FRULLATE O A PEZZETTONI!? OGNUNX HA LE SUE PATURNIE, VIENI A GIRARE IL TUO MINESTRONE PREFERITO. CUCINA APERTA DALLE 18 -------------------------------------- Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare. SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE! -------------------------------------- COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT BUS : 33 - CP1 - 76 - 44 TRENO : FERMATA COLLEGNO METRO : FERMI -------------------------------------- NO MACI, NO FASCI, NO SBIRRI
BELLAVITA
bellavita
Mezcal occupato
cena
Cena