STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA
Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora
(sabato, 17 gennaio 11:00)
"Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon,
Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante
e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per
denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri
attraverso ogni forma di repressione.
A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
BENEFIT JUANITO
El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 24 gennaio 15:05)
Giornata benefit per Juan al Paso occupato
<3 Juanito libre y morte alla polgai <3
dalle 15: aperitivo, brulè, vinyl dj set, mostre tematiche su estrattivismo e
guerra, distro e serigrafia: portati una maglia, una mutanda, una pezza da
serigrafare!
dalle 17: approfondimento della situazione di Juan, spiegazione dell'impianto
giudiziario, dna e udienze in videoconferenza,...
confronto tra le varie operazioni contro i movimenti anarchici in italia e
metodi di solidarietà per contrastarle
dalle 19: buffet a offerta libera (è un benefit!)
dalle 21: performance estripdrag "Elena lenguas" da Barcelona
dalle 22 (presto!): inizio concerti con:
-Eversione da Imperia
-Fever, sempre da Imperia
-Garpez da torino
-Forklift da Lovereto/Rovinator (rovereto)
-Mortaio da bell'ano (Calliano)
-Il nodo hc da Trento
a seguire vinili con le Ciliegine Viniliche da TIERNO
ENTRATA OFFERTA LIBERA - È UN BENEFIT DIOCAN
TUTTO IL RICAVATO (coperte alcune spese) ANDRÀ A JUAN, COMPAGNO ANARCHICO IN
GALERA, SOLDI CHE GLI SERVONO PER LE SPESE VIVE E LEGALI
SALUT, AMOR i ANA(L)RCHIA! <3
Come abbiamo anticipato ieri, il progetto definitivo è stato formalmente
depositato dalle Ferrovie ma non è pubblico. Sappiamo però alcune cose perché il
tracciato e parte delle aree di […]
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notav.info.
Migliaia di agricoltorx europex negli ultimi mesi sono scesx in piazza per
protestare contro l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il blocco
sudamericano Mercosur. L’accordo tra Ue e Mercosur – il mercato di libero
scambio sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – è
stato fortemente voluto dalla commissione targata von der Leyen. Nonostante il
no di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, l’intesa tra i due mercati
continentali ha passato il vaglio dell’Ue e verrà ratificata tra una manciata di
giorni. L’accordo ha l’obiettivo di facilitare lo scambio tra Ue e Mercosur,
cancellando i dazi sulla grande maggioranza degli scambi commerciali.
L’approvazione dell’accordo ha scatenato le proteste degli agricoltori. Alle
imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard
elevati, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del
Mercosur, che potrebbero dunque riversarsi in Europa a prezzi molto più bassi
dei costi di produzione europei. Per questo l‘Italia, essendo un Paese agricolo,
si era schierata tra gli Stati contrari. Eppure, con un voltafaccia, Meloni ha
deciso di dare parere positivo all’accordo commerciale, con la maggioranza degli
Stati europei e Ursula von der Leyen si recherà in Paraguay sabato 17 gennaio
per firmare l’accordo.
Meloni si è fatta convincere dall’industria agroalimentare italiana, che d’ora
in avanti trasformerà le materie prime importate dal blocco Mercosur a prezzi
ridotti, a scapito di chi lavora la terra, e di chi si nutre dei prodotti di
tale industria (pasta, mozzarella, sugo di pomodoro, etc). A guadagnarci sarà
anche l’industria chimica tedesca, produttrice di fitofarmaci vietati
severamente in Europa, che esporta anche nei paesi del Mercosur (e che
torneranno nei nostri piatti attraverso i cibi), e in generale le industrie
europee che hanno mercato nei latinoamericani aderenti al Mercosur.
Non solo, 19 dicembre 2025, gli Stati membri dell’UE hanno votato a favore
dell’accordo di trilogo sugli OGM ottenuti mediante nuove tecniche genomiche
(OGM-NGT o TEA). In breve, hanno dato il via libera alla deregolamentazione
degli OGM-TEA, con un accordo finale che non contiene alcuna disposizione per
tutelare ilx agricoltorx e lx consumatorx dai rischi ad essi associati: nessuna
tracciabilità, nessuna etichettatura dei prodotti, nessun metodo di
rilevamento/identificazione, nessuna possibilità per gli Stati membri di vietare
la coltivazione, nessuna modifica al diritto dei brevetti.
Con il brevetto, si lascia mano libera alle multinazionali per il controllo
delle sementi e la possibilità di ingannare i consumatori, inserendo OGM nei
prodotti, non dichiarando nulla in etichetta
Con Antonio, membro di ARI, del Coordinamento Europeo della Via campesina e di
diversi suoi gruppi di lavoro, abbiamo parlato dell’accordo commerciale UE
MERCOSUR e dei prossimi step per quanto riguarda la deregolamentazione degli
OGM-TEA. Ascolta o scarica l’approfondimento.
In Siria dalle macerie del post-Assad si sta consolidando il regime di
Al-Sharaa, sostenuto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, oltre che dalla
Turchia. Il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e l’Esercito Nazionale Siriano
(SNA), a cui si aggiunge una galassia di gruppi ribelli, poco dopo il suo
insediamento in seguito a una repentina vittoria contro Assad, ha iniziato a
prendere di mira le minoranze del Paese, con sfollamenti forzati e massacri di
civili delle minoranze di alawiti, cristiani e curdi.
Negli ultimi giorni l’offensiva di Al-Sharaa contro l’esperienza di autogoverno
dellx curdx ha preso la forma di attacchi nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud
e Ashrafiyeh, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della
Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale,
dal resto della Siria nordorientale.
Dall’inizio di gennaio si è assistito a una forte escalation militare delle
milizie del regime di Damasco, che ha il sostegno di Trump e i soldi dell’Europa
(Al-Sharaa ha ricevuto la visita di Ursula Von der Leyen proprio durante i
giorni dell’offensiva delle sue milizie nei quartieri curdi di Aleppo, e ha da
lei ricevuto un sostegno finanziario da 620 milioni di euro). Mentre l’esercito
siriano attaccava i quartieri curdi di Aleppo, l’esercito turco ha schierato le
sue truppe lungo tutto il confine con il Rojava. Venerdì, il comandante in capo
delle Forze democratiche siriane (SDF), Mazloum Abdi, ha annunciato il
raggiungimento di un’intesa di cessate il fuoco che sta portando all’evacuazione
dellx mortx, dellx feritx, dellx civili intrappolatx verso i territori a
maggioranza curda dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.
Persone provenienti da tutte le parti del Rojava hanno provato a raggiungere
Aleppo per unirsi alla resistenza, ma sono state fermate e bombardate.
Ne abbiamo parlato con una compagna attualmente in Rojava.
IN QUESTA PUNTATA:
► 09:14: “Poesie al telefono” con Tea di Metix Flow, che ci legge Louise Glück
da una falesia della Val di Susa
► 18:39: “Curiosità a caso” con Radiospalla Sol, che ci racconta l’assurda
storia del delfino a cui provarono a insegnare a parlare (e una brevissima di
Riccio che ci svela l’etimologia del/della propoli)
► 34:13: “Un pezzo di storia” con Frey dalla redazione di Vanloon (Radio Città
Fujiko), che ci racconta la storia del musicista Jimmy Thudpucker e del fumetto
“Doonesbury”
► 43:00: la sociologa Chiara Paglialonga ci parla della sua ricerca su sessismo,
violenza e ruoli di genere nei testi delle hit pop, rap e trap degli ultimi anni
► 59:43: “I nomi delle vie, spiegati così così” con piazza Benefica (che in
realtà non esiste) e un’incursione nella toponomastica bolognese con la
misteriosa via Centotrecento
► 1:14:04: Giancarlo Piacci, scrittore e libraio, ci consiglia due canzoni
abbinate a due libri (rubrica da oggi ribattezzata “Retrobottega”): “Cavallo
pazzo” di Larry McMurtry abbinato a “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André e
“Decadenza e fascino” di Eva Baltasar abbinato a “Bruja” dalla colonna sonora di
“Frida Kahlo. The life of an icon”, curata da Rafel Plana
E POI QUESTE CANZONI:
– Davicito59, Junior Caldera, Luxor “Donaltron”
– Molly Nilsson “How Much Is The World”
– Gemitaiz & Coez “Brother & Sister”
– Jimmy Thudpucker “Too Poor”
– Tito Sherpa “Tutto giusto”
– English Teacher “The Worlds Biggest Paving Slab”
– Rafel Plana & AA.VV. “Bruja”
Più info su: www.putage.net
È morto per il freddo all’età di 55 anni Pietro Zantonini, originario di
Brindisi, durante un turno di vigilanza notturna nel cantiere delle olimpiadi
Milano-Cortina.
Emergono in queste ore interrogativi pesanti su sicurezza, turni e condizioni di
lavoro: l’uomo infatti svolgeva la sorveglianza da solo, nei pressi di un
gabbiotto riscaldato con una stufetta, con temperature esterne oltre 10 gradi
sotto lo zero. Ogni due ore usciva per effettuare la ricognizione nei pressi del
cantiere dello stadio del ghiaccio. La notte tra il 7 e 8 gennaio, però, ha
chiamato i colleghi per segnalare che si sentiva male. Arrivati i soccorsi,
l’uomo era già morto.
Pietro Zantonini aveva più volte manifestato “preoccupazione e lamentele in
merito alle condizioni di lavoro, ai turni notturni prolungati e alla mancanza
di adeguate tutele”. “Elementi – spiega l’avvocato della famiglia, Francesco
Dragone – che rendono necessario un approfondimento giudiziario e che riportano
al centro dell’attenzione il tema della sicurezza e delle condizioni di lavoro
nei cantieri e nei servizi collegati ai grandi eventi, in particolare in vista
delle Olimpiadi Invernali del 2026”.
Intanto proseguono le proteste e le iniziative di sensibilizzazione contro le
“insostenibili” Olimpiadi di Milano-Cortina, a meno di un mese dal loro inizio:
qui il calendario delle iniziative di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di
Milano.
Luca, del Collettivo Off Topic e di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di
Milano, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
da Radio Onda d’Urto
ASSEMBLEA CITTADINA
via Buniva 19 Torino - -
(mercoledì, 14 gennaio 18:00)
Ci uniamo all'appello del Comitato Vanchiglia Insieme per invitare all'assemblea
VANCHIGLIA CHIAMA TORINO di Mercoledì 14 gennaio alle ore 18 presso la Scuola
Fontana in via Buniva 19.
"Ci rivolgiamo a tutte e tutti coloro che abitano in questa città e che credono
negli spazi sociali liberati dalla logica di mercato, gratuiti, aperti ed
accoglienti.
Ci rivolgiamo a tutti e a tutte coloro che ritengono necessario manifestare il
proprio dissenso per una società che sempre più spinge la gente verso la
solitudine, l'impotenza e la disumanizzazione.
Privare Vanchiglia e Torino dell' Aska vuole dire privare tutte e tutti noi di
uno spazio di libertà, socialità e dissenso.
Militarizzare il quartiere è un atto di violenza contro i cittadini, contro i
lavoratori, contro i bambini che vanno a scuola: è simbolo della prepotenza
senza diritto che ormai dilaga.
Vanchiglia chiama Torino
Per raccogliere lo sconcerto rispetto a questa operazione di repressione, che
rappresenta un attacco alla comunità tutta di questa città.
Per iniziare a ragionare collettivamente sugli spazi fisici o virtuali
attraverso cui connetterci.
Per intrecciare percorsi, condividere pensiero e generare nuove forme di lotta e
resistenza.
È arrivato il momento di guardarsi negli occhi, di riflettere insieme e
costruire un posto migliore.
Il futuro è qui. Comincia adesso."
(disegno di otarebill)
Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino,
Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano
Portelli.
* * *
A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella
ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica
impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA
Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima,
Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare
stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del
Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le
campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al
patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una
nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro
vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo
perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle
richieste dei clienti.
Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente
con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si
celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la
lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non
si è concluso.
Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale
corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana
otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I
benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza
segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge.
La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore
mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di
Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava
contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si
scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo
massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei
baraccati devastati dall’eroina.
Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon
papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra
finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la
città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di
Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il
Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a
consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura,
affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex
comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per
rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di
moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e
automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di
cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi
centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso
è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole
regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle.
Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello
successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot
i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene
del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane
che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti
diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al
Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di
adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula
magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a
Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio
privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se
la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune
di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati
Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines,
già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di
lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta
differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba.
Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano
nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire.
“La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”,
gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande
manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata
un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il
Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a
Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso
il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che
volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci
si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e
contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli
“Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo
quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno
del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha
visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le
lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco,
in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane
quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di
cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a
imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e
nel buio incatenarli.
“La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al
mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa.
Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato,
espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare
in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con
una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora:
un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più
controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in
gioco per capire come e dove agire.
Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del
popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei
debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle
concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra
per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei
creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i
debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e
c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei
debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la
giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella
purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che
subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è
proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui
si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati,
colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno
restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
di George Monbiot* Detenzione preventiva infinita, regime da terrorismo e
silenzio istituzionale: lo sciopero della fame dei prigionieri di Palestine
Action mette sotto accusa lo Stato britannico. Rischiano concretamente di …
La Repubblica Islamica ha sempre dato prova di creatività nel sopravvivere. Ma
questa volta deve affrontare richieste che non possono essere placate con
concessioni materiali.
Di Lior Sternfeld, tradotto da +972 Magazine
Il 28 dicembre sono scoppiate proteste antiregime in diverse città iraniane, che
in pochi giorni si sono diffuse in tutta la Repubblica Islamica, diventando la
più significativa ondata di disordini dal 2022, anno della rivolta “Donna, Vita,
Libertà”. A differenza dei precedenti cicli di proteste, questa volta non c’è
stata una questione predominante. I manifestanti hanno gridato slogan contro la
carenza d’acqua, il crollo della valuta, la corruzione del governo e le
avventure militari regionali del regime con uguale furia.
La simultaneità e la proliferazione geografica delle proteste – che hanno
coinvolto oltre 100 città e paesi – è particolarmente rivelatrice. Non si è
trattato di azioni coordinate da un’opposizione organizzata, ma piuttosto della
combustione spontanea di una società che ha raggiunto il punto di rottura. Dalle
periferie povere di Teheran ai quartieri della classe media di Shiraz, dalle
città curde dell’ovest alle zone baluchi nel sud-est, gli iraniani sono scesi in
piazza per chiedere conto a un regime che non è più in grado di fornire nemmeno
i servizi di base, come un approvvigionamento idrico affidabile.
Che un’altra ondata di proteste avrebbe travolto l’Iran non è stata una grande
sorpresa. Negli ultimi dieci anni, il deterioramento delle condizioni economiche
del Paese ha ripetutamente alimentato disordini a livello nazionale.
L’iperinflazione, attualmente stimata tra il 42 e il 48% annuo, e il crollo
effettivo della valuta nazionale hanno devastato il tenore di vita.
Il valore del rial è crollato da circa 40.000 per dollaro all’inizio del 2018,
prima dell’attuazione della campagna di sanzioni “massima pressione”
dell’amministrazione Trump, a un tasso di cambio reale stimato oggi di quasi 1,5
milioni di rial per dollaro. Questa caduta libera dell’economia ha coinciso con
la crescente visibilità – e le conseguenze sempre più rovinose – della
corruzione statale.
Ciò che contraddistingue l’attuale ondata di proteste, tuttavia, non è solo ciò
che chiedono i manifestanti, ma anche la crescente incapacità del regime di
placarle. Una delle strategie di lunga data della Repubblica Islamica è stata
quella di assorbire i disordini attraverso una combinazione di repressione e
concessioni: lasciare che le proteste covassero sotto la cenere prima di
reprimerle violentemente, offrendo contemporaneamente concessioni materiali.
Le proteste nazionali del 2017-18 e del 2019, ad esempio, scatenate dal
peggioramento delle condizioni economiche, sono state represse con brutalità, ma
hanno anche portato a modeste concessioni sotto forma di sussidi per il
carburante e il cibo, adeguamenti di bilancio e modifiche delle politiche
economiche. Allo stesso modo, dopo la rivolta del 2022, lo Stato ha
effettivamente sospeso l’applicazione dell’obbligo dell’hijab nel tentativo di
indebolire lo slancio del movimento.
Studenti dell’Università di Tecnologia Amirkabir protestano contro la Repubblica
Islamica a Teheran, Iran, 20 settembre 2022. (Darafsh/CC BY-SA 4.0)
Da quando la rivolta del 2022 si è placata, l’Iran ha dovuto affrontare
molteplici shock politici, economici, sociali e geopolitici. Tra questi figurano
la morte improvvisa del presidente Ebrahim Raisi e di altri alti funzionari in
un incidente elicotteristico; l’elezione di un presidente riformista per la
prima volta dal 2005; la reintroduzione delle sanzioni dell’ONU nel settembre
2025; l’effettivo crollo dell’intera struttura di potere regionale del regime,
da Hezbollah in Libano al regime di Assad in Siria; e il primo scontro militare
diretto dell’Iran con Israele nel 2024.
Di conseguenza, la guerra di 12 giorni del giugno 2025 ha distrutto uno dei
pilastri fondamentali dell’immagine che il regime aveva di sé stesso. Nonostante
anni di retorica aggressiva, il conflitto ha dimostrato a molti iraniani che il
Paese era effettivamente indifeso contro Israele, che gli aerei israeliani
potevano bombardare Teheran e altre città impunemente e terrorizzare la
popolazione, senza incontrare alcuna resistenza significativa da parte
dell’esercito iraniano. Sebbene la guerra abbia temporaneamente favorito un
senso di solidarietà nazionale tra il regime e coloro che altrimenti ne
sarebbero stati critici, questa riconciliazione non è durata a lungo.
Al momento della stesura di questo articolo, gli scontri a Teheran si stanno
intensificando e le manifestazioni continuano a diffondersi, con almeno 45
manifestanti uccisi e oltre 2.000 arrestati. Il regime iraniano ha mantenuto il
potere per oltre quattro decenni offrendo concessioni tattiche quando
necessario, ma anche senza esitare a ricorrere alla forza brutale. Questa ondata
di proteste sfida quella strategia di sopravvivenza in modo nuovo. Se in passato
le rivolte potevano essere contenute attraverso concessioni specifiche, ora la
richiesta è quella della responsabilità stessa. E quando i fallimenti accumulati
hanno eroso anche la capacità dello Stato di fornire acqua, nessuna concessione
tattica può essere sufficiente.
RAGGIUNGENDO IL PUNTO DI ROTTURA
All’inizio di dicembre 2025, la crisi idrica in Iran, prevista da tempo, ha
raggiunto proporzioni catastrofiche. Il fiume Zayandehrud a Isfahan, un tempo
linfa vitale per l’agricoltura della regione, era prosciugato da mesi. Nel
Khuzestan, i residenti hanno riferito di ricevere acqua corrente solo due giorni
alla settimana. Nei quartieri popolari della zona sud di Teheran, le famiglie si
sono svegliate con i rubinetti completamente asciutti, costringendole ad
acquistare acqua in bottiglia a prezzi esorbitanti o a fare la fila per ore
davanti agli autocarri dell’acqua comunali.
Il cambiamento climatico ha giocato un ruolo significativo in questa crisi: la
deforestazione e la desertificazione hanno subito una drammatica accelerazione
e, con inverni sempre più secchi, il manto nevoso sui monti Zagros e Alborz,
fonte di gran parte dell’acqua dolce dell’Iran, è diminuito drasticamente.
Tuttavia, la crisi idrica è anche il risultato di decisioni politiche, il
culmine di decenni di cattiva gestione. Il regime ha dato priorità a progetti
agricoli ad alto consumo idrico e allo sviluppo industriale in regioni con
scarsa disponibilità d’acqua per motivi di clientelismo politico, ignorando gli
avvertimenti degli scienziati ambientali e omettendo di investire nella
conservazione o nella riparazione delle infrastrutture idriche fatiscenti, dove
si stima che il 20-30% dell’acqua venga perso a causa di perdite prima di
raggiungere i consumatori.
In particolare, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che
controlla vasti interessi economici tra cui l’edilizia e l’agricoltura, è stato
implicato nella costruzione illegale di dighe e in progetti di deviazione delle
acque che servono i suoi interessi commerciali, devastando al contempo le
comunità locali.
Per molti iraniani, la scarsità d’acqua è diventata la prova più tangibile che
il sistema non è solo corrotto o mal gestito, ma fondamentalmente incapace di
governare. L’Iran dispone di notevoli risorse idriche, ma la cattiva gestione ha
creato una scarsità artificiale. La consapevolezza che la loro sofferenza non è
inevitabile, ma il risultato diretto delle scelte politiche del regime, ha
mobilitato coloro che un tempo speravano ancora in una riforma graduale.
Una delle principali linee di frattura del momento attuale è la questione dei
negoziati sul nucleare con l’Occidente e la prospettiva di un allentamento delle
sanzioni. Il presidente Masoud Pezeshkian, che ha esortato la classe politica ad
ascoltare i manifestanti e a rispondere alle loro richieste, è stato eletto in
parte proprio per perseguire tale apertura con le potenze occidentali. Tuttavia,
dopo quattro decenni di sanzioni, l’economia iraniana ha sviluppato
meccanismi che le hanno permesso di funzionare, dando origine a nuove élite
benestanti e erodendo al contempo la tradizionale classe media: élite che
potrebbero opporsi a qualsiasi accordo proprio perché esso sconvolge uno status
quo a loro vantaggioso.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. (Ayoub Ghaderi/CC BY 4.0 Deed)
La crescente consapevolezza da parte di molti iraniani che, a causa degli
estremisti di Teheran e dell’impossibilità di fidarsi delle intenzioni di Donald
Trump, non si intravede alcun accordo all’orizzonte, potrebbe spiegare il senso
di disperazione che ha alimentato questa ondata di proteste.
È in questo contesto che va interpretata l’escalation delle manifestazioni, che
coinvolgono tutte le fasce d’età, le classi sociali, le etnie e i settori. Le
rivendicazioni sono molteplici: libertà civili, politica economica, svalutazione
della moneta, carenza d’acqua, infrastrutture fatiscenti e perdita di qualsiasi
percorso credibile per tornare alla normalità. Tuttavia, tutte convergono verso
un’unica richiesta fondamentale: la responsabilità.
Qui risiede sia la sfida che l’opportunità che il movimento di opposizione
iraniano deve affrontare. Le precedenti ondate di proteste hanno articolato
richieste più limitate e tangibili – sussidi, salari, adeguamenti politici –
alle quali il regime ha potuto rispondere con concessioni limitate. La
responsabilità, al contrario, non è qualcosa su cui si può negoziare. Quali
concessioni può offrire un sistema quando è la sua stessa legittimità ad essere
messa in discussione?
IL FATTORE ESTERNO
Israele e Stati Uniti hanno un peso rilevante nei calcoli dei manifestanti
iraniani, anche se non nel modo in cui molti osservatori occidentali suppongono.
Sebbene i funzionari israeliani non abbiano nascosto il loro desiderio di un
cambio di regime in Iran, e nonostante le recenti dichiarazioni bellicose di
Benjamin Netanyahu, le prove concrete di un imminente attacco militare sono
limitate. La guerra di 12 giorni di giugno ha dimostrato la schiacciante
superiorità militare di Israele, ma, contrariamente a quanto si potrebbe
pensare, il risultato più importante ottenuto da Netanyahu in quel conflitto
potrebbe risiedere proprio nel fatto che le capacità nucleari dell’Iran non sono
state distrutte. Il persistere della minaccia iraniana è fondamentale per la
sopravvivenza politica del primo ministro.
Nel frattempo, a Washington, il presidente Trump ha pubblicamente minacciato un
intervento qualora le forze di sicurezza iraniane dovessero intensificare la
repressione e uccidere i manifestanti. Il rapimento da parte
dell’amministrazione del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie
conferisce certamente credibilità alle minacce di Trump, ma ha anche attivato
profonde ansie iraniane riguardo all’intervento straniero.
Un’azione militare israeliana o americana mentre gli iraniani scendono in piazza
andrebbe quasi certamente a vantaggio del regime, consentendogli di dipingere le
rivendicazioni interne come destabilizzazione sostenuta dall’estero. La memoria
politica iraniana è lunga: il colpo di Stato del 1953 della CIA e dell’MI6
contro Mosaddeq, che i funzionari britannici e americani giustificarono come un
modo per salvare l’Iran dal caos, inaugurò invece 25 anni di dittatura. Il
parallelo con la discussione aperta di Trump sul controllo delle risorse
petrolifere del Venezuela non sfugge agli iraniani, che vedono le promesse di
“liberazione” come una copertura per il dominio imperiale.
Ecco perché lo slogan «Morte al tiranno, che sia re o leader [supremo]» risuona
con tanta forza. Gli iraniani rifiutano la Repubblica islamica, ma anche le
alternative sostenute dall’estero e promosse da figure in esilio come Reza
Pahlavi, figlio dell’ex scià, che dalla comodità della sua casa vicino a
Washington, D.C. chiede ai manifestanti di combattere fino alla fine. Sebbene
gli slogan pro-Pahlavi siano apparsi più frequentemente rispetto alle passate
ondate di proteste, in linea di massima la maggior parte degli iraniani sembra
desiderare sovranità, democrazia e responsabilità, non un ritorno alla monarchia
o la sottomissione agli interessi strategici delle potenze straniere.
Non è ancora chiaro se questa ondata avrà successo laddove altre hanno fallito.
Il regime conserva un notevole potere coercitivo, l’opposizione rimane
frammentata e l’intervento straniero rischia di ostacolare piuttosto che
favorire le aspirazioni democratiche. Tuttavia, la convergenza di collasso
economico, catastrofe ambientale, umiliazione regionale e legittimità esaurita
suggerisce che l’Iran potrebbe essere entrato in una nuova fase.
Ciò non significa che la Repubblica Islamica sia sull’orlo del collasso: essa ha
ripetutamente dimostrato la sua creatività nel trovare modi per sopravvivere. La
questione non è se il cambiamento avverrà, ma quale forma assumerà e a quale
costo per il popolo iraniano.
Foto di copertina: Gli iraniani si radunano bloccando una strada durante una
protesta a Kermanshah, Iran, l’8 gennaio 2026. (Kamran / Middle East Images /
AFP via Getty Images)
APERICENA CONDIVISO A SAN DIDERO
Presidio NO TAV San Didero - Piazzale SS25
(martedì, 13 gennaio 19:30)
Tornano gli apericena condivisi del Martedì a San Didero.
Il ritrovo è alle 19.30, chi può porti qualcosa da mangiare e bere da
condividere e i proprio piatti e bicchieri.
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