I nuovi “antisemiti” secondo il Cdec: Albanese, Di Battista, Vauro… Crozza!
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In corteo sulla via Appia. Il movimento Basta Impianti invade l’ex Ginori-Pozzi
Fotogalleria di Giuseppe Carrella Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna: capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai finestroni, una veranda in lamiera. Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura – probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora. Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco. Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere. Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti, sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo permanente è uno dei passi in avanti. Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente, da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni. Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo. Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”. Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete idrica già compromessa. Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il passaggio del mezzo. Entriamo. Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni. Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente: ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi. Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli, aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale del novanta per cento». Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
ambiente
fotogallerie
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Ferrovieri contro la guerra: bollettino n. 7
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultimo numero del “Bollettino dei ferrovieri contro la guerra”. I piani europei per la mobilità militare, a cui si sta lavorando alacremente anche in Italia, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che i finanziamenti bellici non sono affatto una “bolla speculativa”, ma degli interventi concreti di preparazione alla guerra. Quanto mai preziosa, allora, la puntuale denuncia fatta da questi ferrovieri, soprattutto perché inquadrata in una chiara proposta di lotta: «Non c’è più tempo. I ferrovieri e le ferroviere devono proporre e aderire a un concreto percorso sull’obiezione di coscienza ma, allo stesso tempo, tutto questo non sarebbe sufficiente a fermare la spirale guerrafondaia. Per interrompere il trasporto militarizzato su ferrovia e i lavori sull’infrastruttura serve molto di più. La mobilitazione già in essere sui contratti e accordi a perdere deve diventare tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra». fcg7 fcg8promo
Rompere le righe
Materiali
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 10 03 2026
RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 10 03 2026 La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e DJ Arpon La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e DJ Arpon
riot
60s
riot on sunset
Appello dal Messico per l’anarchico mazateco Miguel Peralta
Riceviamo e diffondiamo questo appello sulla vicenda del compagno Miguel Peralta (qui un riassunto: https://www.ainfos.ca/it/ainfos19532.html), rilanciato dai redattori del progetto “Haiku senza haiku”:   Salute a voi che in qualche modo avete supportato il progetto Haiku Senza Haiku !!! Da questa Primavera iniziamo un dialogo con realtà anarchiche oltre oceano e come proposto da Juan Sorroche, partiamo con un nuovo appello alla poesia di strada e alla scrittura creativa, denominato “Radici e radicalità”. Il compagno che stà preparando questa nuova chiamata internazionale, Miguel Peralta e il suo gruppo di appoggio, ci hanno chiesto di divulgare intanto in italia il comunicato che trovate di seguito e di raccogliere le firme dei gruppi anarchici che vogliono sottoscriverlo. Se siete interessatx mandate una mail entro mercoledì 11 Marzo a: versiscatenati@canaglie.net scrivendo il nome della vostra realtà e la città di riferimento, indicando che volete apporre la vostra firma al manifesto di solidarietà alle compagne Mazatecas, che trovate qui sotto. MESSICO In una sentenza storica per la comunità mazateca di Eloxochitlán, Oaxaca, una Corte Federale ha confermato l’innocenza di Miguel Peralta da tutte le accuse a suo carico e ha stabilito che non si è verificato un delitto chiave. La sentenza riconosce, per la prima volta in oltre un decennio di persecuzioni legali, l’inesistenza del tentato omicidio della presunta vittima, Elisa Zepeda Lagunas. Considerato il contesto degli eventi, la Corte ha ritenuto che le testimonianze accusatorie mancassero di credibilità e sincerità. Miguel dovra’ essere assolto definitivamente dalla Terza Corte Penale di Oaxaca dalle accuse di omicidio e tentato omicidio. Oltre a Miguel, anche altri difensori dei diritti umani mazatecas, ancora sottoposti a mandati di arresto e procedimenti penali per questo crimine inesistente, devono essere assolti. Differenti geografie, 2 marzo 2026. Il 25 febbraio di quest’anno è stata pubblicata la sentenza emessa dalla Prima Corte Collegiale per le Materia Penale di Oaxaca, nella sentenza Amparo Diretto 631/2022, che ha assolto Miguel Peralta Betanzos da tutte le accuse a suo carico dopo un processo durato oltre undici anni. Questa assoluzione è in linea con gli standard internazionali dei processi, della presunzione di innocenza e della protezione dei difensori dei diritti umani indigeni. L’ingiunzione concessa obbliga la Terza Corte Penale di Oaxaca a confermare l’innocenza e l’assoluta libertà di Miguel in merito ai reati di omicidio e tentato omicidio. Inoltre, per la prima volta nel procedimento, una sentenza giudiziaria nega l’esistenza di quest’ultimo reato, presumibilmente commesso ai danni di Elisa Zepeda, e considera il contesto in cui si sono svolti i fatti per ritenere le testimonianze accusatorie inaffidabili, prive di sincerità e viziate da simpatie per i vertici politici locali, dimostrando così la loro intenzione di incriminarlo. Per Miguel, questo rappresenta una piccola finestra attraverso la quale si può intravedere la libertà in lontananza; uno spazio attraverso il quale possiamo sfuggire a questa reclusione, perché, pur essendo liberi, rimaniamo limitati in molti modi. Abbiamo ottenuto una piccola vittoria in questo grande affronto contro lo Stato e i suoi rappresentanti. La nostra comunità ha sperimentato in prima persona razzismo istituzionale, ritardi sistematici, persecuzioni, criminalizzazione, accuse inventate, torture, sfollamenti forzati e incarcerazioni. Ancora una volta, è stato confermato che le menzogne che ci hanno tenuto dietro le sbarre stanno svanendo; non possono più sostenere questa fallacia che hanno creato per soggiogare il nostro popolo e prendere il controllo politico ed economico. Non smetteremo di resistere finché tutti i perseguitati di Eloxochitlán non saranno completamente liberi. Per la comunità, che è stata sottoposta a persecuzioni giudiziarie e alla devastazione del fiume Xangá Ndá Ge da parte dei capi politici locali, questa sentenza conferma, da un lato, la persecuzione e la fabbricazione di accuse volte a inibire l’organizzazione comunitaria e la difesa del nostro territorio. D’altro canto, apre le porte alla giustizia per il resto di coloro che sono stati ingiustamente perseguitati, poiché stabilisce solidi criteri per chiedere il rilascio di 12 difensori dei diritti umani in esilio e di altri 5 che devono ancora affrontare accuse penali per gli stessi crimini. Inoltre, la sentenza contribuisce a combattere la stigmatizzazione e la repressione che ancora prevalgono contro l’intera comunità criminalizzata, che, nel 2025, è stata nuovamente sottoposta a oltre 200 mandati di arresto, a dimostrazione di una recrudescenza della persecuzione da parte dei tre poteri dello Stato di Oaxaca. Questo modello di procedimenti giudiziari di massa contro i difensori dei diritti umani indigeni riflette pratiche di criminalizzazione documentate in vari contesti contro i popoli indigeni che esercitano la loro autonomia e difendono il loro territorio. È importante ricordare che Miguel Peralta era già stato rilasciato nell’ottobre 2019, dopo una difesa estenuante, a causa della mancanza di accuse dirette contro di lui. Tuttavia, le presunte vittime hanno presentato ricorso e la sentenza è stata annullata nel marzo 2022 dalla Terza Camera Penale di Oaxaca, costringendolo all’esilio per quattro anni. Da allora, ha cercato di annullare la conferma della sua innocenza e libertà assoluta da parte della Prima Corte Collegiale, portando il suo caso fino alla Corte Suprema di Giustizia della Nazione, che nel novembre 2024 ha rinviato il caso a tale tribunale per una decisione con una prospettiva interculturale. Per oltre un anno, il caso è stato esaminato dalla Corte Collegiale, con argomentazioni, prove e memorie di amicus curiae presentate, che hanno costretto i giudici ad approfondire il merito della causa. Sulla base di due analisi antropologiche contestuali, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un conflitto socio-politico che ha dato origine a “gruppi antagonisti”. La sentenza chiarisce che le testimonianze di coloro che erano alleati con il capo politico locale, secondo le analisi stesse, suggeriscono “un tentativo di implicare [Miguel]” come parte del gruppo avversario. La sentenza è decisa nel sottolineare gravi incongruenze e contraddizioni nelle prove utilizzate contro decine di membri perseguitati ed esiliati della comunità mazateca. La storia di Eloxochitlán riflette due visioni opposte. Si tratta della difesa dell’autonomia e dell’autodeterminazione da parte di un’assemblea comunitaria, nonché della difesa territoriale contro l’imposizione partigiana e la devastazione del fiume causata da una delle presunte vittime, Manuel Zepeda Cortés. Questo caso ha dimostrato come il sistema giudiziario penale possa essere utilizzato come meccanismo punitivo contro coloro che difendono il proprio territorio ed esercitano la propria organizzazione comunitaria. La criminalizzazione di Miguel Peralta e dell’Assemblea di Eloxochitlán non è un caso isolato, ma piuttosto parte di un tentativo di indebolire l’esercizio dell’autonomia e dell’autodeterminazione. Ci auguriamo che, senza ulteriori indugi, la Terza Corte Penale si conformi alla sentenza, emetta un’assoluzione definitiva e consenta la fine della persecuzione dopo oltre un decennio di procedimenti, aprendo la strada alla giustizia. (Firmato:) Miguel Ángel Peralta Betanzos Gruppo di supporto in solidarietà con Miguel Peralta Mazatecas per la libertà
Carcere
Musick To Play In The Dark – 10/03/2026
Musick To Play In The Dark – Puntata del 10/03/2026 Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a. Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout 105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte. Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave, facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel math rock. Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste. Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie. Spegnete la luce, la musica inizia… PLAYLIST 01 Robohands “Hermit Pt.III” da “Oranj” 02 Mammal Hands “Alia’s Abandon” da “Circadia” 03 Motrik “Flood Tide” da “Earth” 04 Clark “Escape The House II” da “We Bury The Dead” 05 Paperclip Minimiser “II A2” da “II A2” 06 Coil “2nd Son Syndrome” da “Astral Disaster” 07 Alan Vega “Love Cry – Demo” da “Alan Vega” 08 Alan Vega “Ghost Rider” da “Collision Drive” 09 The Orielles “To Undo The World Itself” da “Only You Left”
musick
Sulla chiusura del dibattimento in primo grado per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino@0
L’11 febbraio 2026, al tribunale di Torino si è concluso il primo grado del processo relativo alla morte di Moussa Balde, avvenuta il 23 maggio 2021 nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Torino. Moussa era stato trasferito al CPR dopo aver subito una violenta aggressione razzista a Ventimiglia, e lì era stato messo in isolamento, dove si è suicidato pochi giorni dopo. Il tribunale ha per la prima volta riconosciuto una morte avvenuta in un centro di detenzione amministrativa come un omicidio condannando l’ex direttrice del centro, gestito dalla multinazionale GEPSA, a un anno di reclusione con sospensione della pena per omicidio colposo, e al versamento di un indennizzo alla famiglia. Sono stati però scagionati sia il medico allora responsabile della gestione sanitaria nel CPR, sia la prefettura e la questura, da cui dipende tutto il sistema di detenzione amministrativa. Con Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Balde, abbiamo commentato il processo e le sue implicazioni, approfondendo le responsabilità materiali dello stato nella morte di Moussa e in tutte le altre morti in CPR, da quella di Ousmane Sylla a quella più recente di Simo Said. Abbiamo poi mandato in onda i contributi audio della madre e del fratello maggiore di Moussa, Djenabou e Thierno Balde. Qui è possibile leggere una dichiarazione della famiglia Balde in reazione al verdetto. A quasi cinque anni dall’omicidio di Moussa, nello stesso CPR torinese, dopo la chiusura dovuta alle rivolte del 2023 e la riapertura della scorsa primavera, i detenuti sopravvivono alle stesse intollerabili condizioni. Sia gli atti di autolesionismo che quelli di collettiva protesta sono diffusi e quotidianamente ignorati dalla gestione. Sanitalia, attuale gestore del centro, mantiene i reclusi nella fame e nella sedazione sotto psicofarmaci. Chi sta male viene portato in ospedale solo per prassi, ma poi quasi automaticamente riportato indietro nelle identiche condizioni di partenza. Le persone recluse ci parlano di tentativi di suicidio e di proteste stroncate da violenti pestaggi delle forze di polizia e poi di trasferimenti in carcere. Chi alza la testa viene fatto sparire. Nonostante ci sia molto chiaro come nessuna giustizia esista tra le stanze dei tribunali ma che – piuttosto – essa si troverà solo nel fuoco che chiuderà i CPR: parlare ad Harraga del processo per la morte di Moussa Balde ci permette, non solo di ricordare lui, restituire le parole della sua famiglia, ma anche di attualizzare all’oggi da un lato le politiche mortifere del razzismo di stato e dall’altro la quotidiana resistenza e lotta delle persone razzializzate.
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moussa balde
sanitalia
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