LE AZIENDE SANITARIE ITALIANE AFFIDANO LA PROPRIA CYBERSICUREZZA AD IMPRESE
LEGATE ALLE UNITA’ SPECIALI DELL’IDF
La pandemia ha accelerato i processi di digitalizzazione della sanità, tanto che
le viene dedicata una delle voci principali del PNRR. Questa enorme mole di dati
però corre il rischio di venire utilizzata per “fini secondari”. Un caso
eclatante di utilizzo secondario dei dati sanitari è quello di ELITE, la
piattaforma in dotazione all’ICE che usa i dati di Medicaid per compilare le
deportation list. Ma chi controlla i dati sanitari italiani ed europei
I fascicoli sanitari elettronici di milioni di persone che hanno avuto accesso
alle cure in italia, lo stesso tipo di dati che negli Stati Uniti l’ICE utilizza
per deportare le persone senza documenti, sono nelle “cassaforti digitali” di
aziende israeliane legate alle unità speciali dell’esercito sionista, in
particolar modo all’unità 8200, la stessa che ha progettato LAVENDER,
l’intelligenza artificiale usata da Israele per colpire i palestinesi.
https://www.lindipendente.online/2026/02/06/limmagine-simbolo-del-poliziotto-ferito-a-torino-e-stata-rielaborata-con-lia/
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino,
andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera,
da PM anti-notav al trasferimento […]
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notav.info.
PUNTATA di UNIVERSO SONORO con MANU DUBSIDE & DJ ISARO’
Viaggi “post-army”, li chiamano. Vere e proprie fughe per dimenticare le
atrocità commesse dai soldati israeliani nella perenne guerra contro la
popolazione palestinese, tradizionalmente verso l’India e l’Himalaya. Oggi però
queste mete si avvicinano e l’Italia è diventata una nuova tappa di questo
assurdo turismo.
Vacanze “defaticanti”, così vengono definite in questo caso, con una magia del
linguaggio atta a nascondere il fattore atroce e derubricare il ruolo dentro a
un sistema di sterminio a una questione lavorativa come le altre.
Di questo, e delle recenti mobilitazioni, parleremo con un compagno dalla Val di
Susa, dove un gruppo di soldati dell’IDF si trovava a sciare la scorso fine
settimana.
https://ilmanifesto.it/ce-solo-acqua-salata-come-le-lacrime-di-gaza?t=xSKzzj42CqmykZ7drzdEz
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle
Aperte
Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte
Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito
aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di
opporvisi.
A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e
dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra
differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in
campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria.
Sabato 28 febbraio h 17.30
iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e
Freshnesss
A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma
Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa,
consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/
Si è svolta a Milano sabato 7 una manifestazione nazionale che non si è limitata
a dire no ai Giochi, ma ha messo in discussione l’intero immaginario politico
che li accompagna: grandi eventi come acceleratori di trasformazioni urbane,
speculazione immobiliare, compressione dei diritti sociali, normalizzazione
della precarietà e militarizzazione del territorio.
Il corteo è stato il punto di caduta di una mobilitazione che si è strutturata
in tante iniziative sul territorio sostenuta da una piattaforma ampia e plurale
composta da movimenti e spazi sociali, reti dello sport popolare,
associazionismo di città e montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la
casa, sindacati di base, partiti della sinistra radicale, movimenti di
solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse,
giovani e giovanissime. E soprattutto: abitanti dei quartieri popolari e
comunità di montagna, lavoratrici e lavoratori, precari, che da anni lottano per
la difesa di territori e ambienti, denunciando malgoverno e assenza di
trasparenza su grandi eventi e grandi opere imposte per interesse di pochi a
danno dei molti, privatizzando interi pezzi di città pubblica e saccheggiando le
risorse naturali comuni, come acqua e paesaggio.
Il corteo è partito con la “marcia dei larici”, a rappresentazione dei 500
alberi di Cortina abbattuti per fare posto alla inutile pista da bob. Lungo il
percorso è stata denunciata la presenza dell’ICE e di Israele, è stata fatto un
sanzionamento pirotecnico al villaggio olimpico sorto privatizzando l’ex scalo
ferroviario di Porta Romana; è stata segnalata la chiusura e la privatizzazione
del mercato comunale di piazza Ferrara a Corvetto, simbolo dei piani di
espulsione dei ceti popolari dal quartiere.
In questo contesto, abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi
scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la
tangenziale est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente
dispositivo di polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città
per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello
Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San
Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti
sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme
verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp).
6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a
piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 feriti
di cui 4 ospedalizzati.
Ne parliamo con un compagno del Comitato insostenibili olimpiadi.
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la
violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha
chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare
contro il DDL Bongiorno.
Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti
Torino
Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova
versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega
Giulia Bongiorno.
Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone
trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza
patriarcale.
Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e
pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di
tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto,
pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a
prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza,
urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente
profonde.
Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa,
pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e
sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni
impianto normativo sulla violenza.
Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle
nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale
significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi,
chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto.
Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza
sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le
soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza
istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie,
sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società.
Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive
nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel
climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e
transcidi ogni anno.
Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata.
Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale.
Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə
amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e
non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire.
Senza consenso è stupro.
Organizziamoci insieme.
Verona
GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥
A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa
sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi.
Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso
libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando
la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà
contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di
ricadere su chi la violenza la vive.
Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura.
Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura
la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a
interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA
Giornaliste Unite Libere Autonome).
Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per
portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme
e dare spazio a nuovi immaginari.
Ci troviamo alle 20.30 nella sala di
ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona
Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile.
Scrivici se vuoi partecipare!
In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B :
-41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi
-51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi
-21, fermata Fiera B, 11 min a piedi
-53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi
-61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi
Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici.
Cuneo
Roma:
Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che
era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio:
la cultura dello stupro.
In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza
sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser.
Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la
campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15
febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza.
Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma.
Senza consenso è stupro!
Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della
produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle
scuole, nei posti di lavoro, nella città.
Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
Bologna:
Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con
la costruzione dello sciopero dell’8/9M!
Ordine del giorno:
– Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in
programma nel prossimo mese di lotta!
– 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə
di @hamsaye_bologna
– 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri
antiviolenza
contro il DDL Bongiorno
– Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero
Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici.
con amore e rabbia 💜🔥
Asti:
Assemblea di auto formazione aperta a tuttə
Mercoledì 11 Febbraio
H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti
Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla
senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie.
Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale.
Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale
che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Chi decide per noi, per i nostri corpi?
Chi viene protetto e perché?
Le nostre vite contano. Le nostre parole contano.
Tivoli:
La rete chiama, noi rispondiamo.
Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta
la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il
significato del consenso.
Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere:
è diritto, autodeterminazione, libertà.
Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e
delle soggettività più esposte.
📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in
tutta Italia.
Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra.
Trento:
Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi
insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento!
Messina:
Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una
riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale.
Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non
solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤
𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤
𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚.
Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di
genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito
dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono
firmatari e vincolati) e dalla Cassazione.
Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo
di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲
𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼
𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’
𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”.
Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e
inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova
a dover provare di non essersela cercata.
𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare
decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore
istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci
colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo
che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle.
E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza
che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del
sostegno diretto alle vittime.
(disegno di mario damiamo)
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato
negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri:
il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in
cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post
Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto
sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino,
ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno
successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre
aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i
nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci
cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo
estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il
post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno
corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+
Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato
con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua
bellezza”.
L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti
della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro
pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le
“vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto
e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello
shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A
innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che
l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi
mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di
“riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e
mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il
decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di
pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a
Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle
pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista
locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025).
La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che
mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro
“gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte
che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento
cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad
hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha
sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”.
Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce
mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”,
“educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta
“ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse:
aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai
funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi –
falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi
può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa
ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze.
IL CONFLITTO COMUNISTA
“Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La
volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi
Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e
mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase
rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia
che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata
pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione
dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”,
vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel
suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle
frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere
dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale
contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i
messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un
malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era
un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la
repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto
interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza
venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e
storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di
“grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe
salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata
da tolleranza, connoterà altre proposte future.
Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di
Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla
presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma
anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito
politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che
diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e
si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse
frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una
maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si
criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che
voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni:
“Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati
che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22
febbraio 1978).
Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a
guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata,
che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli
interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni:
“Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La
Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”;
secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i
suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985).
LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO”
Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si
concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In
particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in
allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte
diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato:
la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento
repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la
finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi
riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare,
copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti
di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il
decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino
Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo
puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché
gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla
pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra
il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento
internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”:
“Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per
annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada:
“Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di
mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”.
Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero
anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla
quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della
notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente
dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione
drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce
alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che
chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste
circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre
Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto
compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la
richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una
fortezza militare che a un teatro.
Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come
quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si
autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore
all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come
“sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre
più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo
via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e
la città punterà sempre di più sulle loro risorse.
NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI
All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di
espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora
considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il
progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività
frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di
agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse
ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non
repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing
the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel
progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale,
che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore
artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è
imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai
contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità,
scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate
vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono
sempre più disprezzate.
Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per
le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si
rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle
davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi
di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali
del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per
gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera
d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i
festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per
“rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e
l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano.
L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere
in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva
un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa
anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo
spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016,
a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un
intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd
annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro
dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso
anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla
di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà
però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro
colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche
saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi
un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore
socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte
politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro
incubo principale.
A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole
a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e
nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte
diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione
torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali
continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più
controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono
però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i
limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal
democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di
Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la
polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a
causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo
scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione.
Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer
riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un
articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di
rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a
coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni
di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo
fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto
triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia
costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre
occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr.
(alessandra ferlito)
Continua il viaggio di Rolling nel magico mondo del neo-soul. Nelle ultime due
puntate abbiamo ascoltato l’album d’esordio di Erykah Badu, Baduizm; abbiamo
ascoltato e parlato delle sperimentazioni musicali e del contenuto dei testi,
aprendo un’ampia parentesi sull’influenza della Five Percent Nation e più in
generale dell’islam politico nella comunità Afroamericana.
Continuiamo l’ascolto di questi album fantastici e continuiamo con la Badu,
cogliendo l’occasione per aprire nuove parentesi e collegamenti sulla cultura da
cui ha preso ispirazione e che ha contribuito a creare.
In questa e nelle prossime puntate ascoltiamo Mama’s Gun e parliamo di
Afrofuturismo.
Riprendiamo questa intervista a Havin Guneser, un punto di vista situato che
offre uno sguardo sui molteplici aspetti che vanno analizzati in questa fase per
comprendere la situazione in Rojava, svolta da Radio Onda d’Urto.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici
dell’assemblea dell’Academy of Social Science, già portavoce della campagna
“Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan” e autrice del libro “L’arte
della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025).
Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel
mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan.
Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle
milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione
autonoma della Siria del nord-estall’interno di quella che il movimento di
liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale.
Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere
come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per
sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare
l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio
oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli.
Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media
mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro
l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine,
abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di
liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il
ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca
di Imrali.
Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano
Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin
Guneser
Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda
d’Urto ad Havin Guneser:
Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare
quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in
tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e
all’accordo di cessate il fuoco?
Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto
nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato
nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo
sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni
circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due
anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con
l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria
e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i
curdi, il popolo curdo.
Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto
molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli
e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e
territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato
molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che
sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti
all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia
Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come
saranno le cose in Medio Oriente.
E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i
combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio
Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte
davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro
sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o
luoghi simili. Questo è un livello.
Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100
anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono
stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo
quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da
altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato
illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato
dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su
come risolvere i conflitti in Medio Oriente.
Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni.
Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare
nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono
attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono
o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un
massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo
mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato
un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a
cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico
adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella
regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di
questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh.
Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi
affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran,
sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente.
Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale,
sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata
nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze
che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse.
Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo
dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente
importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento.
È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi
jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e
anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In
sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la
capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche
al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e
abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli
amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un
soffio.
Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato
accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il
Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno
capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra
tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più.
Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto
complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è
collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il
paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le
spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona,
dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati
nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e
dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è
stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli
propone.
Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto,
l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano
un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le
potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono
“avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei
colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo.
Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci
sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che
cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il
Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più
decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere
qualche guerra per conto loro.
Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche
l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente
anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di
formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto
un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori
pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro i
turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del
Medio Oriente.
Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale
stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul
riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati
dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra
forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i
loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi
nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo
basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno.
Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché
una volta iniziato è impossibile fermarlo.
Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in
Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo
più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo,
l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno
Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione
autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle
forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo
dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in
Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole
e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di
impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente.
Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un
punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come
entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci
saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro.
Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma
l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e
negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso
la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno,
mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro
determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle
donne e la nazione democratica nella regione.
Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo
che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero
fretta di concludere tutto molto rapidamente.
Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto
il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo
piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto
un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con
grande sicurezza.
Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria
del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di
propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo
attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle
East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche
diversi media occidentali. Perché?
Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho
già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere
l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti
milioni di dollari sulla sua testa.
Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema
mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha
permeato ogni angolo delle procedure statali.
Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a
parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato
all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne
sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria.
Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le
élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a
ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi,
con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto
rapidamente.
E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel
– ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto
obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo
modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i
buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti,
ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose
più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si
sono trasformati.
Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di
dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi
sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire,
abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante
dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio
nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano
le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e
assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad
Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la
combattente fosse giovane.
Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile
all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non
dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando
di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa
del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è
tutta una questione di “campismo”.
Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in
questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale
potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è
molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante
esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far
capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo.
Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro
del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti
a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo.
Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del
rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste
settimane?
Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di
Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla
Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando
la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan
stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo
in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i
curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante
il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo
Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una
guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero
diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente
sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente,
mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non
favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di
trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione.
Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è
successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un
complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri
ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio,
il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha
dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli
attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento
e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme
genocidio, di una resistenza e lotta in Siria.
Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15
febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del
Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono
state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono
state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi.
Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede.
Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con
le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe
trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire,
quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e
dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era
nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi.
Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose
stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che
lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti
gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che
non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in
ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era
così. Questa informazione non era stata divulgata.
Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte
di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati
Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui
anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano
presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare
tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo
desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile,
realistico, diciamo… Quello realistico sul campo.
Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di
non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma
anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che
costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50
anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra
mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’.
E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto
il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio
Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema
mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere
presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema
capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo
paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la
modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di
cui stiamo parlando.
La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il
futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in
grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta
facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del
confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio
Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri
aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia
dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.