Riprendiamo da
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/13/note-sulla-crisi-venezuelana-e-sullantimperialismo/
Qui in pdf: Note-sulla-crisi-venezuelana-e-sullantimperialismo
Note sulla crisi venezuelana e sull’antimperialismo
In questi giorni molto è stato detto sull’attacco statunitense condotto contro
il Venezuela, culminato nel ”prelievo” del Presidente Maduro e di sua moglie.
Pare che l’operazione, denominata Risolutezza assoluta, abbia causato almeno
ottanta morti accertati. Si tratterebbe perlopiù del personale di sicurezza, in
parte cubano, addetto alla protezione dello stesso Presidente nella sua
residenza di Caracas. Se gli analisti e i media internazionali si sono
immediatamente insospettiti per la reazione praticamente inesistente degli
apparati di difesa venezuelani, tra i più armati dell’America Latina, tanto da
far pensare ad un tradimento di una parte dell’alta gerarchia chavista, il dato
di fatto è che gli yankee hanno portato a termine l’operazione in poco meno di
due ore e quaranta minuti. Un’operazione accurata di cui Trump, assieme al
Segretario di Stato Marco Rubio, di fatto primo incaricato e protagonista
dell’operazione, ha fatto bella mostra.
L’attacco ha preso le mosse dalla neutralizzazione delle difese aeree
venezuelane, per far intervenire poi in sicurezza gli elicotteri e le unità
incaricate di prelevare Maduro e sua moglie. Contemporaneamente venivano
bombardati siti militari e civili, tra questi la più grande base militare del
Venezuela, una base aerea di La Carlota, il Parlamento e altri obiettivi negli
stati di Miranda, Aragua e La Guira.
Con Maduro detronizzato, il testimone è passato alla sua ex-vice Rodriguez, una
tipa tosta, a detta di Trump, novello restauratore della Dottrina Monroe (o
Donroe?), a cui era stato affidato il Ministero degli Idrocarburi, quindi la
gestione della Compagnia petrolifera di Stato (PSDVA), e, sempre durante
l’ultimo anno, anche la guida di un percorso di apertura diplomatica nei
confronti degli Stati Uniti, al fine di garantire una continuità del regime
anche nel caso in cui saltasse Maduro. Che questo canale di dialogo – di cui non
si sa granché, all’infuori di supposizioni molto ideologiche, date in pasto alla
propaganda occidentale, secondo le quali Rodriguez avrebbe accordato gli
investimenti petroliferi americani in cambio della garanzia di un’esilio sicuro
per Maduro – sia andato in vacca – lo stesso Rubio lo avrebbe interrotto – è
piuttosto evidente. A detta del New York Times comunque, l’Amministrazione Trump
sarebbe rimasta positivamente sorpresa dalla gestione del settore petrolifero
portata avanti dalla Rodriguez, poi considerata, anche per la sua moderazione,
una valida alternativa a Maduro. Dopo la nomina a Presidente ad interim e
l’immediato giuramento di fedeltà a Maduro, sequestrato nell’«attacco
terrorista» a stelle e strisce, in aperta violazione del diritto internazionale,
la Rodriguez ha aperto ad una collaborazione con gli americani, alquanto
pressanti e minacciosi, che è ancora prematuro valutare dettagliatamente, ma ci
torneremo più avanti.
C’è stata poi una marcia indietro degli statunitensi. In prima battuta Trump
aveva espresso l’intenzione di gestire direttamente la transizione politica, ma
Rubio, a poche ore di distanza, ha rettificato: meglio far leva sulle strutture
politiche del regime chavista ancora in piedi e sulla loro collaborazione,
piuttosto che impantanarsi in imprese in stile Iraq. Da qui il siluramento della
Premio Nobel Machado, personaggio veramente irrilevante dal punto di vista degli
equilibri politici venezuelani e con scarso seguito popolare. I vuoti di potere
frutto dello smantellamento di un ordine politico e sociale interno, sovente
piuttosto precario, generano caos, cosa che Trump e i suoi, per non indispettire
la loro base MAGA e avventurarsi in imprese che comporterebbero ingenti sforzi
economici e boots on the ground per chissà quanti anni, non possono affatto
permettersi.
L’offensiva arriva oltre quattro mesi intensi di attacchi al Venezuela: raid
contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, a cui è seguita la chiusura
dello spazio aereo, il blocco navale, il sequestro di petroliere, il
trasferimento della portaerei Ford dal Mediterraneo, un attacco ad
un’infrastruttura portuale e il dispiegamento della flotta statunitense nei
Caraibi. Tralasciamo le assurde accuse rivolte al Presidente Maduro, ilCartel de
los Soles e l’inchiesta federale avviata nel 2020, che aveva portato ad un
mandato di cattura nei suoi confronti e ad una taglia arrivata a 50 milioni di
dollari.
Andiamo quindi al sodo, agli obiettivi reali dell’operazione, parzialmente
esposti nell’ultimo documento sulla strategia nazionale di sicurezza
statunitense. Da una parte, lo si va ripetendo un po’ ovunque, «il ritorno a
casa degli USA», nell’Emisfero occidentale, che comprende appunto le Americhe;
riaffermazione, come si diceva, della Dottrina Monroe, che nello scorso secolo è
stata rafforzata dalla proiezione di potenza garantita dalle portaerei e dalle
basi militari yankee disseminate per il globo. Cosa comporti questo ritorno nel
continente è chiaro. Il controllo del ”giardino di casa”, dell’America Centrale
e Meridionale, e, dove questo non risulta immediatamente possibile, l’influenza
diretta sugli stati proxy dell’America Latina, eventualmente con regime change
annessi e connessi, non sono esclusivamente finalizzati a consentire un afflusso
di risorse e materie prime – largamente presenti nella porzione meridionale del
continente – rapido, semplice e a basso costo, ma anche a contenere il nemico
numero uno, anzi, stando al documento di sicurezza sopra citato, che vede nel
fronte interno la minaccia principale, il numero due: la Cina. C’è da dire che
probabilmente, il cambio di regime non era essenziale per gli Stati Uniti;
risultava sufficiente imprimere un cambio deciso all’indirizzo politico del
regime chavista, anche e soprattutto sbarazzandosi di Maduro. Il pretesto della
lotta al narcotraffico farà anche infuriare i paladini del diritto
internazionale – gente come Francesca Albanese, momentaneamente di tendenza
anche tra i sinistri e i sedicenti radicali – ma non occorre essere degli
analisti – le cui capacità d’individuare le cause a monte delle guerre, come
sostiene giustamente Emiliano Brancaccio (L’arte di non capire la guerra al fine
di perpetuarla, Il manifesto, 04/01/2026),vengono frequentemente sopravvalutate
– per comprendere che si tratta di orpelli ideologici o, al massimo, di
motivazioni ad uso e consumo dei fronti interni, dell’opinione pubblica e delle
organizzazioni internazionali.
In questi giorni, sulle più importanti testate giornalistiche è stato più volte
fatto notare che, fino a poche ore prima dell’attacco americano, Maduro era
impegnato a consolidare e stringere nuovi accordi con un inviato cinese. Ma, se
è vero che la Cina c’entra – eccome se c’entra – lo sguardo in questo senso va
proiettato oltre i confini del Venezuela.
I recenti avvenimenti rompono le uova nel paniere al Dragone non tanto per gli
approvvigionamenti di greggio, che costituiscono solo il 7% delle sue
importazioni totali, quanto per i progetti connessi alla sua proiezione
commerciale in America Latina. La Cina, da almeno un decennio, aveva
incrementato gli investimenti per integrare l’America Meridionale nelle sue
Nuove Vie della Seta. L’egemonismo di Trump, e le pressioni su Messico, Colombia
e in parte Brasile, tendono a mettere in serio pericolo i piani cinesi. Oltre ad
Argentina, Bolivia, Cile ed Ecuador – i Paesi dell’area che nutrono meno
simpatia per Pechino – Messico e Brasile stanno prendendo misure
protezionistiche contro l’invasione di merci cinesi sui loro mercati, naturale
conseguenza dei dazi americani. Ma non è finita qui. L’America Meridionale è
ricca di terre rare e minerali attorno a cui ruota parte della strategia cinese.
Il semi-monopolio di queste risorse permette a Pechino di contenere l’Occidente
e le sue industrie tecnologiche di punta, mantenendole in uno stato di effettiva
dipendenza. Come se non bastasse, l’Amministrazione Trump ha promosso
un’iniziativa, denominata Pax silicia, di coalizione tra Paesi intenzionati a
liberarsi da questo stato di dipendenza. Insomma, anche a questo livello, se il
Sud-America tornasse sotto il controllo americano, la strategia cinese potrebbe
essere messa in crisi.
Comunque Colombia, Messico, Cuba e Brasile non hanno per nulla preso bene
l’attacco americano al Venezuela. Non è escluso che il Brasile di Lula possa
fare da collante tra questi Paesi e i Brics, onde assicurargli un minimo di
protezione dalle mire espansionistiche statunitensi. D’altra parte questa
alleanza è stata promossa proprio da Cuba e Messico, che fino a poche settimane
fa avevano mostrato una propensione al dialogo con gli americani, evidentemente
impraticabile alla luce degli eventi venezuelani.
Le cause della crisi venezuelana non si fermano certo qui, ma, almeno per ora,
non risulta possibile analizzarle più approfonditamente. Valutare eventi di
questo genere a caldo può risultare fuorviante, sopratutto se ci si dota di una
molteplicità di fonti, la cui attendibilità – sarebbe ipocrita non ammetterlo –
può lasciare spesso a desiderare.
In conclusione due note soltanto su alcuni appelli antimperialisti formulati
recentemente – non vale la pena ricondurli alle rispettive sigle politiche e
sindacali – in solidarietà con la popolazione venezuelana, ma, in più di un
caso, anche col governo chavista.
Il Venezuela e il suo governo, così come l’elite chavista e le sue strutture,
non sono e non saranno mai un bastione di resistenza all’imperialismo, a meno
che non si voglia far coincidere quest’ultimo con un generico antiamericanismo.
Roba che può andar bene agli stalinisti, si spera non ai sinceri rivoluzionari
internazionalisti, nonostante le differenze tra loro riscontrabili.
Non esistono stati che possano dirsi portatori di una politica autonoma,
sganciata da connessioni dreitte con altre potenze imperialistiche globali.
L’imperialismo è scontro tra stati che si contendono la spartizione di
plusvalore, risorse, territori, zone di influenza, rotte commerciali, accesso a
forza lavoro a basso costo, ecc.
Il Venezuela, lo si è mostrato brevemente, è parte di un terreno più ampio di
scontro tra due blocchi, ancora non pienamente definiti, ugualmente
imperialisti, ed ha rapporti con altri attori minori anch’essi legati a doppio
filo a questi schieramenti (Iran e Cuba, per fare qualche esempio).
Posto questo, si tratta allora di capire che significato abbia solidarizzare
genericamente con la popolazione venezuelana e, poiché il proletariato nemmeno
in quell’area del globo è ancora capace di agire autonomamente, in quanto classe
per sé, portatrice di interessi propri e antitetici a qualsiasi tipo di stato e
governo nazionale, domandarsi se mediante questo genere di dichiarazioni non ci
si stia schierando piuttosto con una classe dominante nazionale, di fatto
nemmeno così restia a venire a patti col nemico dichiarato di sempre; il ché non
sorprende. Nel 2007 Chavez espropriava parzialmente o in toto le attività della
compagnie petrolifere americane (Exonn Mobil, CoconoPhilips e Chevron), ma anche
europee (Total ed Eni) per nazionalizzarle; oggi però Chevron è ancora attiva e
ha grossi interessi in Venezuela. Poco tempo fa lo stesso Maduro si era detto
disponibile ad accordarsi con le compagnie per avviare nuovi investimenti
beneficiando congiuntamente della collaborazione reciproca.
A seguito dell’operazione americana, i grandi fondi d’investimento americani e
le compagnie petrolifere sono pronte a valutare le possibilità d’investimento;
anche perché ci vorranno decine di miliardi e almeno cinque anni per
massimizzare la produzione di greggio venezuelano, oggi ferma a un milione di
barili al giorno, contro i venti degli Stati Uniti e i dieci dei sauditi.
Se non altro, il controllo sulle riserve e sull’estrazione di greggio
venezuelano consentirà di rafforzare l’ancoraggio del dollaro al petrolio,
aumentando la richiesta della valuta per gli scambi di greggio, permettendo
quindi agli Stati Uniti di stampare denaro a gettito continuo; cosa non più
scontata – i petrodollari nascono negli anni Settanta dagli accordi coi sauditi
– dato che la Cina sta sfruttando la sua posizione di Paese importatore di
grandi quantità di greggio per internazionalizzare lo yuan.
Checché ne dicano i sostenitori del chavismo, dell’antimperialismo ridotto ad
antiamericanismo, gli sfruttati del Venezuela non troveranno in nessun governo,
vecchio o nuovo, un loro amico.
La popolazione venezuelana, il proletariato venezuelano non saranno mai liberi
finché non si assisterà al rovesciamento del capitalismo mondiale; un compito
che non può essere delegato a nessun governo nazionale e a nessuno schieramento
imperialista considerato, di volta in volta, meno peggio dell’altro, ma che può
essere assunto unicamente dai proletari di tutto il mondo, uniti dai loro
interessi altrettanto internazionali, passando necessariamente per la lotta
contro le classi dominanti di ”casa propria”.
Ci viene segnalata questa atroce vicenda, che è anche uno squarcio aperto sul
Messico contemporaneo:
https://nodosolidale.noblogs.org/2025/12/14/yorch/
Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2025/12/13/pisa-19-dicembre-ore-18-presidio-di-solidarieta-con-anan-yaeesh-ali-irar-e-mansour-doghmosh/
e diffondiamo
Riceviamo e diffondiamo:
PER I “COLPEVOLI DI PALESTINA”
Nel giorno in cui, presso il tribunale de L’Aquila, verrà probabilmente emessa
la sentenza contro Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Dogmosh, palestinesi
processati per “terrorismo” con l’accusa di aver lottato contro lo Stato
coloniale d’Israele sulla base di “prove” confezionate dai servizi israeliani e
“confessioni” estorte sotto tortura da agenti del Mossad
Mentre nel Regno Unito continua lo sciopero della fame dei prigionieri di
Palestine Action (organizzazione messa fuori legge per “terrorismo” per il
sabotaggio dell’industria bellica) e dei loro solidali – e la prigioniera Heba
Muraisi è in gravi condizioni dopo più di 70 giorni di sciopero
Mentre lo Stato italiano, schifosamente complice dello Stato colonialista e
genocida d’Israele, continua ad arrestare i “colpevoli di Palestina”: dopo
l’imam torinese Shahin, è toccato a 9 membri dell’Associazione Palestinesi in
Italia di Genova, accusati di “finanziare Hamas”
Mentre il palestinese Ahmad Salem e il tunisino Tarek Dridi sono ancora in
carcere, il primo per aver inneggiato su internet alla “resistenza palestinese”,
il secondo per la sua partecipazione alla manifestazione del 5 ottobre 2024 a
Roma
Mentre si moltiplicano aggressioni e minacce degli Stati Uniti in tutto il
mondo, dal Venezuela al Medio Oriente passando per l’Africa, e l’UE si riarma e
fomenta la guerra con la Russia
Mentre, dopo la falsa tregua, lo Stato israeliano continua a massacrare i
palestinesi (circa 500 morti dall’11 ottobre) e a distruggere le loro case e
territori a Gaza e in Cisgiordania
ROMPIAMO IL SILENZIO PER TUTTI I “COLPEVOLI DI PALESTINA”:
se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli” ce
l’hanno ancora di più
ROMPIAMO IL SILENZIO SULLA FALSA TREGUA IN PALESTINA
ESPRIMIAMO SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO PALESTINESE E LA SUA RESISTENZA, IN TUTTE
LE SUE FORME
PRESIDIO DI CONTROINFORMAZIONE
TRENTO, PIAZZA D’AROGNO
Venerdì 16 gennaio dalle 17.30
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento
Pubblichiamo di seguito il contributo di Nicoletta Dosio sull’udienza tenutasi
questo lunedì nei confronti di Giorgio Rossetto presso il tribunale di Imperia.
12 gennaio, Imperia. Siamo scesi dalla Valle in […]
The post Sorveglianza speciale: Giorgio Rossetto condannato a cinque mesi e sei
giorni di reclusione first appeared on notav.info.
Diritti umani a corrente alternata: repressione per chi protesta in Italia,
solidarietà di facciata per chi lo subìsce altrove. La destra che applaude le
rivolte in Iran è la stessa …
(foto di peppe carrella)
Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la
Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte
all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata
da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi
criminali.
Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni,
alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e
lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che
scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla
mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti
del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio.
L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento,
stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono
verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a
Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea
pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un
contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le
campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle
grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire:
andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si
occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle
camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione
del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando
anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa
industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli
anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico».
Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un
mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla
fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi
negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di
sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in
parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di
stoccaggio e trattamento rifiuti.
«Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona
industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non
lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare
è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e
l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti.
«Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona,
l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti
di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si
costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme
alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella
devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure,
i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che
abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più
grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti
secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il
metodo casalese “a strati”».
Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex
Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a
destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si
confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena
dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica
di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato
in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce
energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a
raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali
visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli,
tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco
dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise,
viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari
prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di
nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage
System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare
energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di
fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti
sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una
procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda
è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al
tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al
primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt
alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero
fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque
l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su
un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale
ampio, quanto più possibile».
A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo
sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo
scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha
preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i
roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della
ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti
hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando
arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio,
trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se
dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica:
«Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e
pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…».
Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una
poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa
in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni
necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un
cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro
ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di
utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe
per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il
massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello
il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti
significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in
questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza
dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)
Scarica la versione letturaScarica la versione stampa “Un fungo per la
Palestina” è un incontro con 13 funghi tra una micologia critica e la lotta
anticoloniale palestinese in una scrittura e prospettiva femminista
intersezionale.Questa zine non vuole spiegare tutto. Vuole piuttosto aprire
spazi di risonanza, parlare anche a chi sente che “la Palestina” è lontana, …
Continua a leggere Un fungo per la Palestina
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito
a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito
delle manifestazioni per la Palestina di ottobre …
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito
a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito
delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso.
È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il
movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra
carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi
mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3
ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città
blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a
Gaza.
Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della
guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la
città produttiva per la vostra guerra!
In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del
mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano
agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione.
A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno
iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando
alla logica della armi.
Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e
ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e
largo per fare fronte a questi attacchi!
Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e
chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito!
PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI
Sotto la regia della Turchia, il governo jihadista di Damasco prepara
l’offensiva contro l’autogoverno democratico del nord-est siriano e la
Rivoluzione del Rojava Gli jihadisti al potere a Damasco hanno …
PARAGON, ETERNIT, EPSTEIN
“Report” ha rivelato un intreccio di affari, politica e servizi segreti che
coinvolge il caso dell’Eternit e la rete internazionale di Jeffrey Epstein.
Secondo le ricostruzioni, lo scopo dell’attività del faccendiere americano non
era limitato al reclutamento di giovani donne, ma includeva operazioni di
influenza politica e giudiziaria condotte in collaborazione con figure di primo
piano israeliane.
In particolare, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, co-fondatore della
società di software di sorveglianza Paragon e figura nota nell’orbita di
Epstein, avrebbe offerto assistenza attiva al patron dell’Eternit, Stephan
Schmidheiny, per influenzare il suo processo. In uno scambio di email del 2013,
Barak, attraverso il suo collaboratore Avner Azulay (ex alto ufficiale del
Mossad), discusse strategie di lobbying a Roma in vista di un ricorso in
Cassazione di Schmidheiny, condannato per il disastro ambientale dell’amianto.
L’intervento fu considerato dai collaboratori di Schmidheiny come “eccellente”.
Dopo l’annullamento della condanna da parte della Cassazione nel 2014, un
consigliere dell’imprenditore ringraziò calorosamente Azulay e, per suo tramite,
lo stesso Barak.
https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263
TINDER PER NAZISTI
Un investigatore, operando online con lo pseudonimo di Martha Root, ha esposto
una rete globale di siti d’incontro per suprematisti bianchi, mettendo in luce
circa 8.000 profili utente. La falla ha portato alla diffusione pubblica di
oltre 100GB di dati sensibili, tra cui foto e dettagli personali. Le immagini
contenevano addirittura metadati GPS, rivelando involontariamente la posizione
degli utenti. L’indagine ha anche scoperto che i siti – WhiteDate, WhiteChild e
WhiteDeal – sono gestiti dallo stesso estremista di destra con base in Germania,
con l’obiettivo di costruire un’intera rete suprematista.
https://cybernews.com/security/investigator-exposes-white-supremacist-sites-users
IRAN E STARLINK
Mentre le proteste continuano in Iran il governo ha raggiunto un nuovo livello
di repressione digitale attuando un blackout totale di internet senza precedenti
e riuscendo, per la prima volta, a neutralizzare in modo significativo il
sistema satellitare Starlink, utilizzato come via di fuga per le comunicazioni
durante le proteste. Le autorità hanno implementato tecniche di blocco
estremamente sofisticate, di natura militare e presumibilmente fornite dalla
Russia, per disturbare localmente i segnali Starlink. Questo ha creato un
“patchwork” di connettività, con alcune aree completamente isolate e altre con
accesso intermittente. Il disperato tentativo di controllare il flusso
d’informazioni ha un costo economico enorme: secondo le stime, l’interruzione
costa al Paese 1,56 milioni di dollari all’ora, per un totale già superiore a
130 milioni di dollari.
https://www.forbes.com/sites/zakdoffman/2026/01/13/kill-switch-iran-shuts-down-starlink-internet-for-first-time/?streamIndex=0
AGCOM E CLOUDFLARE
L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha inflitto una sanzione
di 14 milioni di euro all’azienda tecnologica Cloudflare per non aver
ottemperato a un ordine di contrasto alla pirateria online. La multa, che
rappresenta l’1% del fatturato globale della società, è stata irrogata poiché
Cloudflare non ha adottato le misure richieste per impedire l’accesso a
contenuti pirata attraverso i suoi servizi (come la risoluzione DNS e
l’instradamento del traffico di rete). L’ordine faceva parte dell’applicazione
della legge antipirateria tramite la piattaforma Piracy Shield. L’Agcom
sottolinea che Cloudflare gioca un ruolo strategico nella rete, poiché una
larghissima percentuale dei siti oggetto di blocco utilizza proprio i suoi
servizi per diffondere opere protette illecitamente. Questa decisione segnala
l’intenzione dell’autorità di far rispettare rigorosamente la normativa a tutti
i fornitori di servizi coinvolti, compresi quelli con sede all’estero.
https://xcancel.com/eastdakota/status/2009654937303896492