Israele compie un altro passo verso l’annessione dei territori occupati
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione . Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla complicità e il sostegno degli Stati Uniti . Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’ ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei paòlestinesi e militare israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro firma da Edward Said. Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Blackout Inside
La riforma del lavoro di Milei ulteriore tassello del progetto ultraliberista del “loco”
Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza, che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30 contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro” del presidente ultraliberista, che secondo i sindacati alimenterà la precarietà, passerà ora all’esame della camera dei deputati. Dal dicembre 2023 le politiche di austerità e deregolamentazione volute da Milei hanno già causato la perdita di quasi 300mila posti di lavoro tra settore pubblico e privato, secondo il segretariato del lavoro argentino. Dopo l’approvazione al Senato, sindacati e organizzazioni sociali hanno indetto una manifestazione generale contro l’approvazione della riforma che in quel momento era ancora in discussione alla camera alta con una seduta fiume. Il corteo, partito da Plaza de Mayo, è arrivato successivamente davanti al Congresso dove era stato attivato dal parte del ministero della Sicurezza il protocollo anti-blocco. «La patria non è in vendita» e «La fame non è un privilegio» sono state gli slogan che hanno accompagnato la protesta. Il governo invece ha parlato di «violenza organizzata», banalizzando le istanze promosse dalla manifestazione. Approfondiamo le caratteristiche di questa che i sindacati hanno definito come «una controriforma scritta negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali» con Federico Larsen giornalista italo argentino collaboratore del Manifesto e Radio popolare.
Blackout Inside
«Stupidi e ciechi reazionari». Impressioni di febbraio
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata stampa). Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi” ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante), più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un «terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi tutti in galera (e magari in 41-bis)”. Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e “pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli effetti sempre più tangibili della sua economia. E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14 milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4 milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno “radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo), il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla – potrebbe riservare brutte sorprese. Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda. Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad accelerarne il varo? “Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata, davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto sicurezza “ex ddl 1660”). Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra. Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione, prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo bastonate. Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti, feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando. Per quanto ci riguarda, bene così.
Stato di emergenza
In primo piano
L’incendio
L’incendio «Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi. «Non puoi». Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi. Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un “paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel cuore. Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato. Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi sentire nell’acqua. Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita. Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza. All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo. Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby, tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si annienta la vita incompatibile con la sua avanzata. Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura addirittura all’interno della cinica conta dei morti. Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare attenzione, di capire. Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a tutti. Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione. Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono dell’umanità. «Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?». «Perché poi uno come te perde il controllo». «Non lo perdiamo, lo acquistiamo». «Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene». Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade? Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto ne facesse sanguinare a decine o a centinaia? Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano, approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga. Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti. Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno? Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro. Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del “fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema. Conservavano la vita. La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la rivoluzione. «Vi fate ingannare dalle regole del cuore». «No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio». «Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere pericolosi. Voi siete dei terroristi!». «Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno uno».
Rompere le righe
In primo piano
Università contro guerra e precariato. Un commento sull’assemblea di Ateneo e sulle iniziative future a Torino.
Con una compagna dell’Assemblea Precaria Universitaria di Torino abbiamo parlato dell’assemblea di ateneo di giovedì 12 febbraio, della contestazione dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di venerdì 13 e delle prossime iniziative politiche previste in ambito universitario. L’assemblea di Ateneo arriva a seguito di un periodo di forte pressione mediatica contro coordinamenti ed organizzazioni politiche presenti in università e solidali con i percorsi di lotta in città. Nei giorni successivi alla manifestazione del 31 gennaio, figure istituzionali e pezzi di governance dell’ateneo hanno cercato di far prendere posizione dipartimenti e organi centrali contro il corteo. Nel mentre, proseguono le lotte della componente precaria e le rivendicazioni a favore dell’autonomia critica e dell’antifascismo in Università. Ascolta la diretta
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Laboratorio Palestina. La creazione dell’esercito digitale a Gaza
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart  previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate: https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/ Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue occidentale – che Gaza si avvicina.   Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza di Eliana Riva Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento» Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra», interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post. I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno, spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni, uccidendo chiunque fosse all’interno. EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale. La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare. Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco, compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano. I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della «quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza non sono terminati. UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà trasferito. I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del «battle-tested»: armi testate in combattimento. Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare» l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo» le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi e persone da colpire. ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli Usa. (“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
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[2026-02-22] Aggiornamento processo Moussa Balde e cena benefit @ Csoa Gabrio
AGGIORNAMENTO PROCESSO MOUSSA BALDE E CENA BENEFIT Csoa Gabrio - Via Francesco Millio, 42 (domenica, 22 febbraio 18:30) L'11 Febbraio si conclude il processo di primo grado per la morte di Moussa Balde all'interno del CPR di Torino. La sentenza condanna per omicidio colposo la direttrice dell'ex ente gestore Gepsa e assolve il responsabile sanitario della struttura e i poliziotti. Escluse dal processo i rappresentanti di prefettura, questura, stato e tutta l'infrastruttura che ha portato alla morte di Moussa. Nelle stesse giornate è stato approvato il nuovo patto UE sulle migrazioni ed asilo che normalizza le strutture di detenzione amministrativa e introduce altre restrizioni per le persone richiedenti protezione internazionale, in uno dei maggiori attacchi al diritto di asilo e alla libertà di movimento cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Intanto nei CPR si continua a morire, come ci ricorda la morte di un giovane nel centro di Bari, mentre le persone che provano a opporre resistenza, come i medici di Ravenna che si appellano alla tutela della salute per impedire i trattenimenti, vengono criminalizzati dalle istituzioni. Domenica 22 Febbraio alle 18:30 ci ritroviamo al CSOA Gabrio per collegarci con la famiglia di Moussa e discutere della sentenza con uno dellx avvocatx che ha seguito il caso, cercando di approfondire le novità introdotte dalla riforma UE e dalle nuove leggi del governo Meloni. A seguire cena benefit per la cassa Mai più CPR mai più lager. Per prenotazioni scrivere a +393341640007 Per un mondo senza più frontiere e lager
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Bangladesh dopo le rivolte studentesche alle elezioni vincono i nazionalisti
Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) di Tarique Rahman ha vinto le prime elezioni legislative che si sono svolte dopo la destituzione della prima ministra Sheikh Hasina avvenuta nell’estate del 2024 a causa delle grandi proteste antigovernative guidate dagli studenti e studentesse universitari. Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la principale rivale politica di Hasina. Il partito islamista Jamaat-e-Islami arrivato per ora secondo con 48 seggi: il partito era stato vietato durante i governi di Hasina e ne fanno parte anche molti degli studenti che hanno contribuito a destituirla.Gli studenti protagonisti della rivolta contro Hasina hanno costituito un partito il National citizen party (Ncp) con l’ambizione di rompere il monopolio dei due storici partiti di massa bangladesi, Awami League e Bnp. Le cose non sono andate come previsto, anche grazie a una strategia di alleanze apparentemente inspiegabile: a pochi mesi dall’apertura delle urne, l’Ncp aveva annunciato a sorpresa l’entrata nella coalizione di partiti guidata da Jamaat-e-Islami, formazione islamica radicale a lungo bandita dalla politica bangladese. Il governo di transizione di Yunus ,pur deludendo alcune aspettative di riforma,ha comunque garantito il passaggio pacifico al processo elettorale non scontanto . Ne parliamo con Matteo Miavaldi caporedattore dall’India e responsabile dell’Asia per l’agenzia d’informazione China Files,collaboratore del “Manifesto”
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TARIQUE RAHMAN
L’arresto preventivo, ieri e oggi
Riceviamo e diffondiamo. Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/   “UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo giudiziario. In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso” repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore. Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773. L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi pubblicamente. Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del 21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di “bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale). La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine amministrativa di controllo sociale. Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il proprio pensiero e dissenso. Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati. Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente. Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di conflittualità sociale che resistono nel paese. L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non quello di scendere in piazza. Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi di pochi calpestando i diritti di tutti. La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che questo accada. Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato. 22 maggio 1915 […] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni, specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento di imbastire dei futuri prossimi processi! 29 maggio 1915 Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni; eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni. […] La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica, più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.
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