“Le banche italiane consegnano agli archivi un’annata stellare, con profitti che
hanno superato con slancio i 30 miliardi di euro. Brindano gli azionisti che si
preparano a incassare 26,5 miliardi, grazie ai risultati centrati nell’intero
2025 dai soli istituti di credito quotati in Piazza Affari. I manager si
aspettavano di poter gratificare i soci, tanto da staccare a novembre cospicui
anticipi sulla cedola complessiva. Con i risultati pubblicati nella prima metà
di febbraio, quelle sensazioni positive sono diventate certezze: gli assegni da
spedire agli azionisti sono pronti, con la percentuale sugli utili distribuita
ai soci che vola oltre l’84%.
Le regine per risultati e cedole sono Unicredit e Intesa Sanpaolo.”
Così con garrula gioia i giornali salutano l’annata dei profitti straordinari
delle banche italiane ma queste performance sono state garantite dalla ritirata
politica del welfare a favore della privatizzazione dei servizi (permettendogli
di vendere polizze previdenziali e sanitarie), riduzione del deprezzamento dei
titoli dello Stato che hanno in bilancio e selezione del credito a tutto
vantaggio dei “clienti redditizi”.
Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia
quello del riarmo con una percentuale del 14%,i fattori che hanno garantito
dividendi e cedole fuori misura risiedono in primo luogo nella crisi del welfare
a favore della privatizzazione dei servizi,infatti le banche si sono arricchite
con le commissioni sulla vendita dei loro prodotti finanziari e assicurativi: in
parole semplici, vendendo polizze previdenziali e sanitarie, rese sempre più
indispensabili dalla mancata copertura previdenziale del sistema pensionistico
pubblico.
Inoltre le banche italiane hanno comprato i titoli del debito del nostro Paese
con le risorse trasferite gratuitamente dalla Bce; ora, per effetto della
politica di austerità contenuta nella Legge di bilancio e nelle altre misure del
governo, il rating del debito è migliorato e quindi le banche hanno migliorato i
loro bilanci potendo distribuire profitti ai super ricchi.
Il terzo fattore è stato costituito da una maggiore selezione del credito a
tutto vantaggio dei creditori solidi, i soliti noti clienti redditizi .Negli
ultimi anni, anche per effetto di normative fatte per creare un credito per soli
privilegiati, il flusso dei crediti bancari, spesso coperto da garanzie
pubbliche, si è rivolto solo verso clienti estremamente solidi, in modo da
ridurre le costose sofferenze.
Ne parliamo con Alessandro Volpi economista che scrive su Altreconomia
In questa puntata di SPOT, a cura dell’Aurora Vanchiglia Trasfemminista, non
siamo sol3! Commenteremo le notizie assieme alla squadra amica di calcio
transfemminista: le Falene!
Musica, notizie dal mondo dello sport popolare e non solo, chiacchiere da bar e
i soliti errori in consolle vi aspettano.
Link Utili:
https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/il-cittadella-women-si-ritira-le-calciatrici-stanche-di-essere-prese-in-giro-e-di-promesse-mai-mantenute/
https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/cittadella-women-le-ragazze-del-settore-giovanile-qualcuno-ha-deciso-di-trarre-vantaggio-dalla-nostra-dedizione-cancellati-anni-di-sacrifici/
https://cio2026.org
Falene:
https://nessunofuorigioco.it/falene
https://www.instagram.com/nessun_fuorigioco
Avvisi orali contro chi protesta: a Brescia il questore mette nel mirino tre
attivisti. Dopo il corteo per il Rojava del 24 gennaio, CSA Magazzino 47,
Diritti per tutti e …
di Gianni Giovannelli* Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono
trascorsi trent’anni …in modo che le cose presenti ci offendono, le future ci
minacciano; et così nella morte …
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la
tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende
agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione .
Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui
registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si
tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla
complicità e il sostegno degli Stati Uniti .
Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’
ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di
territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani
con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei paòlestinesi e militare
israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore
disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro
firma da Edward Said.
Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha
ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via
preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza,
che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30
contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul
lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro”
del presidente ultraliberista, che secondo i sindacati alimenterà la precarietà,
passerà ora all’esame della camera dei deputati.
Dal dicembre 2023 le politiche di austerità e deregolamentazione volute da Milei
hanno già causato la perdita di quasi 300mila posti di lavoro tra settore
pubblico e privato, secondo il segretariato del lavoro argentino. Dopo
l’approvazione al Senato, sindacati e organizzazioni sociali hanno indetto una
manifestazione generale contro l’approvazione della riforma che in quel momento
era ancora in discussione alla camera alta con una seduta fiume.
Il corteo, partito da Plaza de Mayo, è arrivato successivamente davanti al
Congresso dove era stato attivato dal parte del ministero della Sicurezza il
protocollo anti-blocco. «La patria non è in vendita» e «La fame non è un
privilegio» sono state gli slogan che hanno accompagnato la protesta. Il governo
invece ha parlato di «violenza organizzata», banalizzando le istanze promosse
dalla manifestazione.
Approfondiamo le caratteristiche di questa che i sindacati hanno definito come
«una controriforma scritta negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali»
con Federico Larsen giornalista italo argentino collaboratore del Manifesto e
Radio popolare.
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed
energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del
centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è
seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo
dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a
fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per
l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata
stampa).
Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli
scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi”
ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante),
più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per
l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche
il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la
decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha
tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi
nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un
«terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo
appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente
il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere
quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre
più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia
contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi
tutti in galera (e magari in 41-bis)”.
Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche
dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello
voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e
“pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la
criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una
sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà
di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli
effetti sempre più tangibili della sua economia.
E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla
mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14
milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni
precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera
storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4
milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si
considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato
che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno
“radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra
Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del
governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di
governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza
cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono
molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a
votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che
pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo),
il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla –
potrebbe riservare brutte sorprese.
Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe
pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati
da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si
presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al
malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto
alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa
per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda.
Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione
penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto
sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad
accelerarne il varo?
“Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo
che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde
sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata,
davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni
spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti
a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello
scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto
sicurezza “ex ddl 1660”).
Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra.
Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza
sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno
dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la
guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro
presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione,
prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore
locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente
convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno
al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso
barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta
dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un
attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta
intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente
a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo
bastonate.
Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di
arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato
inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi
ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i
giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle
centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per
passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca
della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti,
feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi
collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono
facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a
differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu
per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di
Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e
sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di
morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando.
Per quanto ci riguarda, bene così.
https://www.invictapalestina.org/archives/60759
L’incendio
«Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi.
«Non puoi».
Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo
esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte
le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare
ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le
sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito
della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi.
Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un
“paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso
di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel
cuore.
Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato.
Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete
costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad
una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente
senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene
presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in
superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi
sentire nell’acqua.
Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le
fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le
fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita.
Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza.
All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o
il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale
queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo.
Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere
di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter
interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby,
tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete
inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli
cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del
Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si
annienta la vita incompatibile con la sua avanzata.
Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo
d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è
quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che
è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe
Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere
è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza
palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non
resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura
addirittura all’interno della cinica conta dei morti.
Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato
di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete
provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come
selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare
attenzione, di capire.
Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a
tutti.
Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere
i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva
che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così
come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona
sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò
che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il
significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione.
Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la
libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in
una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato
rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la
poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono
dell’umanità.
«Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?».
«Perché poi uno come te perde il controllo».
«Non lo perdiamo, lo acquistiamo».
«Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che
dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene».
Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura
rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le
accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade?
Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a
sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto
ne facesse sanguinare a decine o a centinaia?
Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per
ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra
essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che
l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è
stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E
comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue
pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non
sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che
essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è
quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano,
approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così
come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le
città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga.
Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti.
Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se
non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle
proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare
l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno?
Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro.
Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del
“fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe
potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste
nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che
incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è
inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema.
Conservavano la vita.
La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la
rivoluzione.
«Vi fate ingannare dalle regole del cuore».
«No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio».
«Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con
questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere
pericolosi. Voi siete dei terroristi!».
«Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno
uno».
Con una compagna dell’Assemblea Precaria Universitaria di Torino abbiamo parlato
dell’assemblea di ateneo di giovedì 12 febbraio, della contestazione
dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di venerdì 13 e delle
prossime iniziative politiche previste in ambito universitario.
L’assemblea di Ateneo arriva a seguito di un periodo di forte pressione
mediatica contro coordinamenti ed organizzazioni politiche presenti in
università e solidali con i percorsi di lotta in città. Nei giorni successivi
alla manifestazione del 31 gennaio, figure istituzionali e pezzi di governance
dell’ateneo hanno cercato di far prendere posizione dipartimenti e organi
centrali contro il corteo. Nel mentre, proseguono le lotte della componente
precaria e le rivendicazioni a favore dell’autonomia critica e dell’antifascismo
in Università.
Ascolta la diretta
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart
previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della
repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste
ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate:
https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/
Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società
e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue
occidentale – che Gaza si avvicina.
Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza
di Eliana Riva
Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di
intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e
identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni
apprese negli ultimi due anni di combattimento»
Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra»,
interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un
cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli
ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese
negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post.
I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da
sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in
gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno,
spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano
il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa
quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni,
uccidendo chiunque fosse all’interno.
EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della
necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente
della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di
dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare
la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più
morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero
processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale.
La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in
ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a
Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare.
Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o
guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco,
compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano.
I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei
villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi
o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della
«quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza
non sono terminati.
UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che
rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato
nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani
emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a
Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi
di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati
per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà
trasferito.
I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di
recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle
azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali
nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già
presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il
legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le
proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del
«battle-tested»: armi testate in combattimento.
Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il
vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur
implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima
rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i
sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare»
l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo»
le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi
e persone da colpire.
ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli
aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a
Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate
derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa
israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti
militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di
tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli
Usa.
(“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
AGGIORNAMENTO PROCESSO MOUSSA BALDE E CENA BENEFIT
Csoa Gabrio - Via Francesco Millio, 42
(domenica, 22 febbraio 18:30)
L'11 Febbraio si conclude il processo di primo grado per la morte di Moussa
Balde all'interno del CPR di Torino.
La sentenza condanna per omicidio colposo la direttrice dell'ex ente gestore
Gepsa e assolve il responsabile sanitario della struttura e i poliziotti.
Escluse dal processo i rappresentanti di prefettura, questura, stato e tutta
l'infrastruttura che ha portato alla morte di Moussa.
Nelle stesse giornate è stato approvato il nuovo patto UE sulle migrazioni ed
asilo che normalizza le strutture di detenzione amministrativa e introduce altre
restrizioni per le persone richiedenti protezione internazionale, in uno dei
maggiori attacchi al diritto di asilo e alla libertà di movimento cui abbiamo
assistito negli ultimi tempi.
Intanto nei CPR si continua a morire, come ci ricorda la morte di un giovane nel
centro di Bari, mentre le persone che provano a opporre resistenza, come i
medici di Ravenna che si appellano alla tutela della salute per impedire i
trattenimenti, vengono criminalizzati dalle istituzioni.
Domenica 22 Febbraio alle 18:30 ci ritroviamo al CSOA Gabrio per collegarci con
la famiglia di Moussa e discutere della sentenza con uno dellx avvocatx che ha
seguito il caso, cercando di approfondire le novità introdotte dalla riforma UE
e dalle nuove leggi del governo Meloni. A seguire cena benefit per la cassa Mai
più CPR mai più lager.
Per prenotazioni scrivere a +393341640007
Per un mondo senza più frontiere e lager