Note sulla crisi venezuelana e sull’antimperialismo
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/13/note-sulla-crisi-venezuelana-e-sullantimperialismo/ Qui in pdf: Note-sulla-crisi-venezuelana-e-sullantimperialismo Note sulla crisi venezuelana e sull’antimperialismo In questi giorni molto è stato detto sull’attacco statunitense condotto contro il Venezuela, culminato nel ”prelievo” del Presidente Maduro e di sua moglie. Pare che l’operazione, denominata Risolutezza assoluta, abbia causato almeno ottanta morti accertati. Si tratterebbe perlopiù del personale di sicurezza, in parte cubano, addetto alla protezione dello stesso Presidente nella sua residenza di Caracas. Se gli analisti e i media internazionali si sono immediatamente insospettiti per la reazione praticamente inesistente degli apparati di difesa venezuelani, tra i più armati dell’America Latina, tanto da far pensare ad un tradimento di una parte dell’alta gerarchia chavista, il dato di fatto è che gli yankee hanno portato a termine l’operazione in poco meno di due ore e quaranta minuti. Un’operazione accurata di cui Trump, assieme al Segretario di Stato Marco Rubio, di fatto primo incaricato e protagonista dell’operazione, ha fatto bella mostra. L’attacco ha preso le mosse dalla neutralizzazione delle difese aeree venezuelane, per far intervenire poi in sicurezza gli elicotteri e le unità incaricate di prelevare Maduro e sua moglie. Contemporaneamente venivano bombardati siti militari e civili, tra questi la più grande base militare del Venezuela, una base aerea di La Carlota, il Parlamento e altri obiettivi negli stati di Miranda, Aragua e La Guira. Con Maduro detronizzato, il testimone è passato alla sua ex-vice Rodriguez, una tipa tosta, a detta di Trump, novello restauratore della Dottrina Monroe (o Donroe?), a cui era stato affidato il Ministero degli Idrocarburi, quindi la gestione della Compagnia petrolifera di Stato (PSDVA), e, sempre durante l’ultimo anno, anche la guida di un percorso di apertura diplomatica nei confronti degli Stati Uniti, al fine di garantire una continuità del regime anche nel caso in cui saltasse Maduro. Che questo canale di dialogo – di cui non si sa granché, all’infuori di supposizioni molto ideologiche, date in pasto alla propaganda occidentale, secondo le quali Rodriguez avrebbe accordato gli investimenti petroliferi americani in cambio della garanzia di un’esilio sicuro per Maduro – sia andato in vacca – lo stesso Rubio lo avrebbe interrotto – è piuttosto evidente. A detta del New York Times comunque, l’Amministrazione Trump sarebbe rimasta positivamente sorpresa dalla gestione del settore petrolifero portata avanti dalla Rodriguez, poi considerata, anche per la sua moderazione, una valida alternativa a Maduro. Dopo la nomina a Presidente ad interim e l’immediato giuramento di fedeltà a Maduro, sequestrato nell’«attacco terrorista» a stelle e strisce, in aperta violazione del diritto internazionale, la Rodriguez ha aperto ad una collaborazione con gli americani, alquanto pressanti e minacciosi, che è ancora prematuro valutare dettagliatamente, ma ci torneremo più avanti. C’è stata poi una marcia indietro degli statunitensi. In prima battuta Trump aveva espresso l’intenzione di gestire direttamente la transizione politica, ma Rubio, a poche ore di distanza, ha rettificato: meglio far leva sulle strutture politiche del regime chavista ancora in piedi e sulla loro collaborazione, piuttosto che impantanarsi in imprese in stile Iraq. Da qui il siluramento della Premio Nobel Machado, personaggio veramente irrilevante dal punto di vista degli equilibri politici venezuelani e con scarso seguito popolare. I vuoti di potere frutto dello smantellamento di un ordine politico e sociale interno, sovente piuttosto precario, generano caos, cosa che Trump e i suoi, per non indispettire la loro base MAGA e avventurarsi in imprese che comporterebbero ingenti sforzi economici e boots on the ground per chissà quanti anni, non possono affatto permettersi. L’offensiva arriva oltre quattro mesi intensi di attacchi al Venezuela: raid contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, a cui è seguita la chiusura dello spazio aereo, il blocco navale, il sequestro di petroliere, il trasferimento della portaerei Ford dal Mediterraneo, un attacco ad un’infrastruttura portuale e il dispiegamento della flotta statunitense nei Caraibi. Tralasciamo le assurde accuse rivolte al Presidente Maduro, ilCartel de los Soles e l’inchiesta federale avviata nel 2020, che aveva portato ad un mandato di cattura nei suoi confronti e ad una taglia arrivata a 50 milioni di dollari. Andiamo quindi al sodo, agli obiettivi reali dell’operazione, parzialmente esposti nell’ultimo documento sulla strategia nazionale di sicurezza statunitense. Da una parte, lo si va ripetendo un po’ ovunque, «il ritorno a casa degli USA», nell’Emisfero occidentale, che comprende appunto le Americhe; riaffermazione, come si diceva, della Dottrina Monroe, che nello scorso secolo è stata rafforzata dalla proiezione di potenza garantita dalle portaerei e dalle basi militari yankee disseminate per il globo. Cosa comporti questo ritorno nel continente è chiaro. Il controllo del ”giardino di casa”, dell’America Centrale e Meridionale, e, dove questo non risulta immediatamente possibile, l’influenza diretta sugli stati proxy dell’America Latina, eventualmente con regime change annessi e connessi, non sono esclusivamente finalizzati a consentire un afflusso di risorse e materie prime – largamente presenti nella porzione meridionale del continente – rapido, semplice e a basso costo, ma anche a contenere il nemico numero uno, anzi, stando al documento di sicurezza sopra citato, che vede nel fronte interno la minaccia principale, il numero due: la Cina. C’è da dire che probabilmente, il cambio di regime non era essenziale per gli Stati Uniti; risultava sufficiente imprimere un cambio deciso all’indirizzo politico del regime chavista, anche e soprattutto sbarazzandosi di Maduro. Il pretesto della lotta al narcotraffico farà anche infuriare i paladini del diritto internazionale – gente come Francesca Albanese, momentaneamente di tendenza anche tra i sinistri e i sedicenti radicali – ma non occorre essere degli analisti – le cui capacità d’individuare le cause a monte delle guerre, come sostiene giustamente Emiliano Brancaccio (L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla, Il manifesto, 04/01/2026),vengono frequentemente sopravvalutate – per comprendere che si tratta di orpelli ideologici o, al massimo, di motivazioni ad uso e consumo dei fronti interni, dell’opinione pubblica e delle organizzazioni internazionali. In questi giorni, sulle più importanti testate giornalistiche è stato più volte fatto notare che, fino a poche ore prima dell’attacco americano, Maduro era impegnato a consolidare e stringere nuovi accordi con un inviato cinese. Ma, se è vero che la Cina c’entra – eccome se c’entra – lo sguardo in questo senso va proiettato oltre i confini del Venezuela. I recenti avvenimenti rompono le uova nel paniere al Dragone non tanto per gli approvvigionamenti di greggio, che costituiscono solo il 7% delle sue importazioni totali, quanto per i progetti connessi alla sua proiezione commerciale in America Latina. La Cina, da almeno un decennio, aveva incrementato gli investimenti per integrare l’America Meridionale nelle sue Nuove Vie della Seta. L’egemonismo di Trump, e le pressioni su Messico, Colombia e in parte Brasile, tendono a mettere in serio pericolo i piani cinesi. Oltre ad Argentina, Bolivia, Cile ed Ecuador – i Paesi dell’area che nutrono meno simpatia per Pechino – Messico e Brasile stanno prendendo misure protezionistiche contro l’invasione di merci cinesi sui loro mercati, naturale conseguenza dei dazi americani. Ma non è finita qui. L’America Meridionale è ricca di terre rare e minerali attorno a cui ruota parte della strategia cinese. Il semi-monopolio di queste risorse permette a Pechino di contenere l’Occidente e le sue industrie tecnologiche di punta, mantenendole in uno stato di effettiva dipendenza. Come se non bastasse, l’Amministrazione Trump ha promosso un’iniziativa, denominata Pax silicia, di coalizione tra Paesi intenzionati a liberarsi da questo stato di dipendenza. Insomma, anche a questo livello, se il Sud-America tornasse sotto il controllo americano, la strategia cinese potrebbe essere messa in crisi. Comunque Colombia, Messico, Cuba e Brasile non hanno per nulla preso bene l’attacco americano al Venezuela. Non è escluso che il Brasile di Lula possa fare da collante tra questi Paesi e i Brics, onde assicurargli un minimo di protezione dalle mire espansionistiche statunitensi. D’altra parte questa alleanza è stata promossa proprio da Cuba e Messico, che fino a poche settimane fa avevano mostrato una propensione al dialogo con gli americani, evidentemente impraticabile alla luce degli eventi venezuelani. Le cause della crisi venezuelana non si fermano certo qui, ma, almeno per ora, non risulta possibile analizzarle più approfonditamente. Valutare eventi di questo genere a caldo può risultare fuorviante, sopratutto se ci si dota di una molteplicità di fonti, la cui attendibilità – sarebbe ipocrita non ammetterlo – può lasciare spesso a desiderare. In conclusione due note soltanto su alcuni appelli antimperialisti formulati recentemente – non vale la pena ricondurli alle rispettive sigle politiche e sindacali – in solidarietà con la popolazione venezuelana, ma, in più di un caso, anche col governo chavista. Il Venezuela e il suo governo, così come l’elite chavista e le sue strutture, non sono e non saranno mai un bastione di resistenza all’imperialismo, a meno che non si voglia far coincidere quest’ultimo con un generico antiamericanismo. Roba che può andar bene agli stalinisti, si spera non ai sinceri rivoluzionari internazionalisti, nonostante le differenze tra loro riscontrabili. Non esistono stati che possano dirsi portatori di una politica autonoma, sganciata da connessioni dreitte con altre potenze imperialistiche globali. L’imperialismo è scontro tra stati che si contendono la spartizione di plusvalore, risorse, territori, zone di influenza, rotte commerciali, accesso a forza lavoro a basso costo, ecc. Il Venezuela, lo si è mostrato brevemente, è parte di un terreno più ampio di scontro tra due blocchi, ancora non pienamente definiti, ugualmente imperialisti, ed ha rapporti con altri attori minori anch’essi legati a doppio filo a questi schieramenti (Iran e Cuba, per fare qualche esempio). Posto questo, si tratta allora di capire che significato abbia solidarizzare genericamente con la popolazione venezuelana e, poiché il proletariato nemmeno in quell’area del globo è ancora capace di agire autonomamente, in quanto classe per sé, portatrice di interessi propri e antitetici a qualsiasi tipo di stato e governo nazionale, domandarsi se mediante questo genere di dichiarazioni non ci si stia schierando piuttosto con una classe dominante nazionale, di fatto nemmeno così restia a venire a patti col nemico dichiarato di sempre; il ché non sorprende. Nel 2007 Chavez espropriava parzialmente o in toto le attività della compagnie petrolifere americane (Exonn Mobil, CoconoPhilips e Chevron), ma anche europee (Total ed Eni) per nazionalizzarle; oggi però Chevron è ancora attiva e ha grossi interessi in Venezuela. Poco tempo fa lo stesso Maduro si era detto disponibile ad accordarsi con le compagnie per avviare nuovi investimenti beneficiando congiuntamente della collaborazione reciproca. A seguito dell’operazione americana, i grandi fondi d’investimento americani e le compagnie petrolifere sono pronte a valutare le possibilità d’investimento; anche perché ci vorranno decine di miliardi e almeno cinque anni per massimizzare la produzione di greggio venezuelano, oggi ferma a un milione di barili al giorno, contro i venti degli Stati Uniti e i dieci dei sauditi. Se non altro, il controllo sulle riserve e sull’estrazione di greggio venezuelano consentirà di rafforzare l’ancoraggio del dollaro al petrolio, aumentando la richiesta della valuta per gli scambi di greggio, permettendo quindi agli Stati Uniti di stampare denaro a gettito continuo; cosa non più scontata – i petrodollari nascono negli anni Settanta dagli accordi coi sauditi – dato che la Cina sta sfruttando la sua posizione di Paese importatore di grandi quantità di greggio per internazionalizzare lo yuan. Checché ne dicano i sostenitori del chavismo, dell’antimperialismo ridotto ad antiamericanismo, gli sfruttati del Venezuela non troveranno in nessun governo, vecchio o nuovo, un loro amico. La popolazione venezuelana, il proletariato venezuelano non saranno mai liberi finché non si assisterà al rovesciamento del capitalismo mondiale; un compito che non può essere delegato a nessun governo nazionale e a nessuno schieramento imperialista considerato, di volta in volta, meno peggio dell’altro, ma che può essere assunto unicamente dai proletari di tutto il mondo, uniti dai loro interessi altrettanto internazionali, passando necessariamente per la lotta contro le classi dominanti di ”casa propria”.
Rompere le righe
Trento, 16 gennaio: Presidio per tutti i “colpevoli di Palestina” nel giorno della sentenza per Anan, Alì e Mansour
Riceviamo e diffondiamo: PER I “COLPEVOLI DI PALESTINA” Nel giorno in cui, presso il tribunale de L’Aquila, verrà probabilmente emessa la sentenza contro Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Dogmosh, palestinesi processati per “terrorismo” con l’accusa di aver lottato contro lo Stato coloniale d’Israele sulla base di “prove” confezionate dai servizi israeliani e “confessioni” estorte sotto tortura da agenti del Mossad Mentre nel Regno Unito continua lo sciopero della fame dei prigionieri di Palestine Action (organizzazione messa fuori legge per “terrorismo” per il sabotaggio dell’industria bellica) e dei loro solidali – e la prigioniera Heba Muraisi è in gravi condizioni dopo più di 70 giorni di sciopero Mentre lo Stato italiano, schifosamente complice dello Stato colonialista e genocida d’Israele, continua ad arrestare i “colpevoli di Palestina”: dopo l’imam torinese Shahin, è toccato a 9 membri dell’Associazione Palestinesi in Italia di Genova, accusati di “finanziare Hamas” Mentre il palestinese Ahmad Salem e il tunisino Tarek Dridi sono ancora in carcere, il primo per aver inneggiato su internet alla “resistenza palestinese”, il secondo per la sua partecipazione alla manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma Mentre si moltiplicano aggressioni e minacce degli Stati Uniti in tutto il mondo, dal Venezuela al Medio Oriente passando per l’Africa, e l’UE si riarma e fomenta la guerra con la Russia Mentre, dopo la falsa tregua, lo Stato israeliano continua a massacrare i palestinesi (circa 500 morti dall’11 ottobre) e a distruggere le loro case e territori a Gaza e in Cisgiordania ROMPIAMO IL SILENZIO PER TUTTI I “COLPEVOLI DI PALESTINA”: se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, se sono “colpevoli” ce l’hanno ancora di più ROMPIAMO IL SILENZIO SULLA FALSA TREGUA IN PALESTINA ESPRIMIAMO SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO PALESTINESE E LA SUA RESISTENZA, IN TUTTE LE SUE FORME PRESIDIO DI CONTROINFORMAZIONE TRENTO, PIAZZA D’AROGNO Venerdì 16 gennaio dalle 17.30 Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento
Iniziative
Rompere le righe
Stato di emergenza
In terre sature. Deindustrializzazione e inquinamento selvaggio in Terra di Lavoro
(foto di peppe carrella) Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi criminali. Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni, alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio. L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento, stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire: andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico». Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di stoccaggio e trattamento rifiuti. «Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti. «Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona, l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure, i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il metodo casalese “a strati”». Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli, tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise, viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale ampio, quanto più possibile». A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio, trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica: «Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…». Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)
rifiuti
Un fungo per la Palestina
Scarica la versione letturaScarica la versione stampa “Un fungo per la Palestina” è un incontro con 13 funghi tra una micologia critica e la lotta anticoloniale palestinese in una scrittura e prospettiva femminista intersezionale.Questa zine non vuole spiegare tutto. Vuole piuttosto aprire spazi di risonanza, parlare anche a chi sente che “la Palestina” è lontana, … Continua a leggere Un fungo per la Palestina
General
Nuove misure nei confronti di minorenni, disciplinarmente e bastone sui giovani
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso. È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3 ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a Gaza. Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la città produttiva per la vostra guerra! In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione. A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando alla logica della armi. Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e largo per fare fronte a questi attacchi! Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito! PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI