Dal convegno di Viterbo. Introduzione. L’uso della categoria di “terrorismo”. Il caso Anan Yaeesh e la repressione dei palestinesi in Italia
Continuiamo a pubblicare gli interventi del convegno di Viterbo “Sabotiamo la guerra e la repressione” dello scorso 8 febbraio. Qui i testi in pdf: viterbo-introduzione-terrorismo-yaeesh Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/category/materiali/ INTRODUZIONE: SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare. Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”. Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto. Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ? Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata. Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale. Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni. Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo. Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi. Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese. La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari. Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan. Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem. Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui. Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa. Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”. Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe. In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari. Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale. Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze L’USO DELLA CATEGORIA “TERRORISMO” APPLICATA ALLA RESISTENZA PALESTINESE di Mjriam Abu Samra Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia. E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi. Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro. Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”. Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti. Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti. L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché? Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo. Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo? Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia. Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi. Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima. Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori. Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali. Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo. Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali. Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria. E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento. Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia. PALESTINA- REPRESSIONE E IL CASO DI ANAN YAEESH Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023. Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi. L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo. E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario. Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici“, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte. Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi: il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso. Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a quello di Genova. Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad. E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare. Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia. Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.
Rompere le righe
La “Dottrina Gaza” applicata in Iran e in Libano
Segnaliamo questo importante articolo uscito sulla “New York Review of Books” e tradotto dal “manifesto”. Al di là delle geremiadi sul Diritto internazionale, quello che ne emerge non lascia dubbi sul fatto che senza la disfatta di “Furia Epica” e “Leone ruggente” – quando il delirio di onnipotenza non è solo negli atti, ma anche nelle parole… – la Dottrina Gaza lascerà alle masse oppresse dell’Asia Occidentale un’unica alternativa: o la servitù o l’annientamento. Ricordiamoci che tutto questo avviene con l’appoggio delle basi militari in Italia (Aviano, Livorno-Pisa, Gaeta, Napoli, Sigonella: la brigata USA aerotrasportata di Vicenza è già in “preallerta” per l’invio di truppe nel Golfo). Dottrina Gaza, colpire la sanità per svuotare la terra di Neve Gordon Arma infame In Libano e in Iran. Israele e Usa adottano la strategia della Striscia: raid su ospedali, ambulanze e soccorritori per distruggere le società. Interrogati su questi attacchi, Washington e Tel Aviv attingono al «manuale Gaza»: la colpa è del nemico che si nasconde nelle cliniche. Accuse mai provate Venerdì 13 marzo, a quasi due settimane dall’inizio del fronte libanese dell’«Operazione Leone Ruggente», le forze israeliane hanno bombardato Burj Qalaouiyah, un villaggio nel sud del paese. L’attacco ha distrutto un centro sanitario, uccidendo dodici medici, paramedici, infermieri e pazienti; il New York Times ha riferito che «solo un operatore gravemente ferito è sopravvissuto». Tra le vittime, secondo il reportage della giornalista Lylla Younes per Drop Site, c’era un paramedico che lo scorso autunno aveva parlato a una cerimonia commemorativa per diversi colleghi uccisi da un attacco aereo israeliano durante la precedente guerra in Libano. «Anche se venissimo uccisi uno a uno – avrebbe detto allora – non abbandoneremo il nostro dovere». LA GUERRA ILLEGALE di Stati uniti e Israele contro l’Iran, lanciata nelle fasi finali dei negoziati per rinnovare l’accordo sul nucleare, si è rapidamente estesa al Libano. Hezbollah è entrato in campo il secondo giorno, dopo che un attacco statunitense-israeliano ha ucciso Ali Khamenei a Teheran. Israele ha condotto attacchi aerei quasi quotidiani in Libano nei quindici mesi trascorsi da quando i due paesi hanno firmato una tregua, uccidendo più di trecento persone, ma dal 2 marzo i suoi aerei da combattimento hanno bombardato senza sosta il sud del Libano, Beirut e altre città; recentemente ha lanciato un’incursione terrestre nel sud. Mentre in Iran gli Stati uniti e Israele operano fianco a fianco, in Libano Israele ha preso l’iniziativa, con gli Stati uniti che forniscono armi e altro supporto. Il bilancio delle vittime è stato pesante su entrambi i fronti. In meno di due settimane, oltre quattro milioni di civili sono stati sfollati nei due Paesi: fino a 3,2 milioni in Iran e più di un milione in Libano, dove Israele ha ormai emesso ordini di evacuazione che interessano il 14% del territorio nazionale. Il bilancio totale delle vittime è già nell’ordine delle migliaia, con oltre ventimila feriti. Giovedì, secondo una dichiarazione delle Nazioni unite basata sulle statistiche della Mezzaluna rossa iraniana, solo in Iran più di 65mila siti civili hanno subito danni. Tra questi c’è un numero preoccupante di centri medici. La Mezzaluna rossa riferisce che gli attacchi statunitensi-israeliani hanno finora danneggiato 236 strutture sanitarie. All’11 marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) aveva verificato diciotto di questi attacchi, segnalando che da soli hanno causato la morte di otto operatori sanitari. Il secondo giorno di guerra, i bombardamenti aerei hanno causato danni significativi all’ospedale Gandhi di Teheran, dove filmati e foto hanno mostrato la facciata dell’edificio sfondata e disseminata di detriti, nonché attrezzature rotte e vetri in frantumi all’interno dei reparti. Il capo del consiglio medico iraniano, Mohammad Raeiszadeh, ha rivelato sui media statali che l’attacco ha reso inutilizzabile il reparto di fecondazione in vitro dell’ospedale; testimoni hanno riferito alla rete televisiva statale Al-Alam che i neonati e altri pazienti hanno dovuto essere evacuati. In Libano, le infrastrutture sanitarie sembrano essere oggetto di attacchi ancora più diretti. IL MINISTERO DELLA SALUTE ha documentato almeno 128 attacchi israeliani contro strutture sanitarie e ambulanze nel sud, per lo più affiliate all’Associazione sanitaria islamica (Iha) della regione, che hanno causato la morte di quaranta operatori sanitari e il ferimento di oltre un centinaio. All’11 marzo, prima dell’attacco al centro medico di Burj Qalaouiyah, l’Oms aveva già confermato venticinque di questi attacchi; altri quarantanove centri di assistenza sanitaria di base e cinque ospedali avevano dovuto chiudere, ha osservato, «a seguito degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano». Il risultato è che i servizi si sono ridotti proprio mentre il bisogno di cure mediche si intensifica. Gli attacchi alla sanità sembrano pensati per incoraggiare lo sfollamento di massa: in un’intervista al Guardian, un operatore di emergenza dell’Iha li ha definiti parte di una campagna «per impedire la vita nella nostra regione e spingere le persone a fuggire». Dall’inizio delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury, i critici hanno accusato Israele di estendere la sua «dottrina di Gaza» – una combinazione di sfollamento di massa, uccisioni di massa e distruzione di massa delle infrastrutture civili – ad altre parti del Medio Oriente. (In un certo senso si tratta di un ritorno alla «dottrina Dahiyeh», dal nome del quartiere nella periferia sud di Beirut che l’esercito israeliano ha martellato senza pietà durante la guerra del Libano del 2006. Solo che a Gaza la distruzione non si è limitata a un’area specifica e alle persone che vi abitavano, ma è diventata il modus operandi dell’esercito in tutto il territorio). Israele, che sia una sorpresa o meno, ha fatto propria l’accusa, lanciando volantini su Beirut per ricordare agli abitanti della città il «grande successo a Gaza» dell’esercito israeliano. Una delle caratteristiche più evidenti della dottrina di Gaza – e della guerra contemporanea più in generale – è trasformare in obiettivi strutture mediche salvavita come ospedali, cliniche e ambulanze: è stato proprio lo «smantellamento deliberato e sistematico dei sistemi sanitari e di supporto vitale di Gaza» che Physicians for Human Rights Israel (Phri) ha citato per sostenere che la condotta dell’esercito israeliano nella Striscia rispondeva alla definizione giuridica di genocidio. Le notizie che giungono dall’Iran e dal Libano sollevano la prospettiva profondamente preoccupante che Israele speri di replicare quel «successo» all’estero. * Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 garantiscono alle unità mediche una «protezione specifica» oltre alle «protezioni generali» concesse alle strutture civili durante la guerra. In base a questi vincoli, le parti belligeranti non possono attaccare le unità mediche a meno che queste non «commettano, al di fuori della loro funzione umanitaria, atti dannosi per il nemico». Ma anche quando le unità mediche commettono tali atti, le protezioni specifiche obbligano le parti in guerra a soppesare il vantaggio che si aspettano di trarre da un attacco rispetto al danno che potrebbe causare, a emettere un avvertimento e a concedere tempo sufficiente per l’evacuazione. Sotto ogni punto di vista, l’assalto di Israele al sistema sanitario di Gaza ha violato questi principi innumerevoli volte. NESSUNO dei trentasei ospedali della Striscia è stato risparmiato. Molti sono stati sottoposti a un assedio prolungato, spesso mentre ospitavano grandi folle di sfollati, prima di essere saccheggiati e smantellati. Nel marzo 2024, come documentato dal Phri, migliaia di pazienti, membri del personale e sfollati all’ospedale al-Shifa – il più grande di Gaza – hanno subito due settimane di attacchi «senza cibo, acqua, elettricità o assistenza medica». Quando le forze israeliane si sono ritirate, «l’ospedale era completamente in rovina» e almeno ottanta corpi – forse centinaia – giacevano sepolti nei dintorni in fosse comuni. Tra ottobre e dicembre 2024, mentre l’esercito israeliano attuava il «piano dei generali» a Gaza Nord, l’ospedale Kamal Adwan ha resistito a «più di ottanta giorni di assedio, bombardamenti e ostruzione sistematica dell’accesso umanitario», secondo le parole del Phri, prima che un raid lo rendesse «completamente inoperativo». In uno schema che Israele sembra ora ripetere in Libano, questi attacchi hanno agito da motore di sfollamenti di massa. In una recente conferenza alla Queen Mary University di Londra, Guy Shalev, direttore del Phri, ha sottolineato che l’assalto israeliano al Kamal Adwan era direttamente legato agli sforzi dell’esercito di spingere la popolazione palestinese verso sud. Quando l’ultima ancora di salvezza viene distrutta e «le persone non hanno un centro medico in grado di curare i propri familiari – ha spiegato – se ne vanno». Il danno generato da questi attacchi ha ripercussioni di ampia portata. Da marzo 2025, quando Israele ha demolito l’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese, l’unico centro oncologico di Gaza, i 10mila pazienti che la struttura curava ogni anno non hanno più avuto alcun posto dove andare. «Avere il cancro a Gaza significa morte, e prima della morte significa tanta sofferenza e dolore», ha dichiarato l’oncologo palestinese Sobhi Skaik a The Lancet Oncology. DATO CHE OGNI ANNO a Gaza vengono diagnosticati altri 2.000-2.500 casi di cancro, la distruzione dell’ospedale causerà senza dubbio migliaia di morti in più nei prossimi anni. Questo tipo di analisi può essere esteso al danno causato dalla distruzione da parte di Israele di cinque delle sette unità di dialisi a Gaza, compreso l’unico centro nefrologico nel nord di Gaza. In una lettera al British Medical Journal nel marzo 2025, il medico di Gaza Abdullah Wajih Kishawi ha riferito che il 44 per cento dei pazienti in dialisi nella Striscia – quasi cinquecento persone – era morto nell’ultimo anno e mezzo, a causa di lesioni dirette o perché non era stato in grado di accedere alla dialisi; poiché il blocco israeliano ha interrotto il flusso di farmaci immunosoppressori, ha ipotizzato, probabilmente sono morti anche molti dei 450 pazienti sottoposti a trapianto di rene a Gaza. I pazienti in dialisi sopravvissuti nell’enclave, come ha scritto lo scorso anno il tirocinante medico di Gaza Amro Hamada, erano bloccati in «un costante equilibrio tra speranza ed esaurimento». In alcuni casi, quando i critici hanno accusato Israele di aver attaccato illegalmente strutture sanitarie e altri siti protetti a Gaza durante i primi due anni dell’offensiva nella Striscia, hanno ricevuto come risposta semplici smentite. Messo alle strette dalla Bbc riguardo all’attacco allora in corso da parte di Israele contro l’ospedale al-Shifa, il presidente israeliano Isaac Herzog ha liquidato le notizie come «propaganda di Hamas», nonostante tutte le prove indicassero il contrario. In altri casi, attingendo a un copione che avevano ampiamente utilizzato sin dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, i portavoce politici e militari israeliani hanno accusato Hamas di abusare delle strutture mediche per nascondere al loro interno combattenti o armi. Ciò, dopotutto, invoca l’unica eccezione legale che può annullare sia le protezioni generali che quelle specifiche per queste strutture. Il caso di al-Shifa è istruttivo. Settimane prima che Israele inviasse per la prima volta le truppe nell’ospedale nel novembre 2023, i suoi portavoce hanno iniziato a costruire un caso legale a sostegno di un attacco. «Le accuse erano straordinariamente specifiche», ha osservato un’inchiesta del Washington Post. SECONDO QUANTO riportato dal giornale, Israele sosteneva «che cinque edifici dell’ospedale fossero direttamente coinvolti nelle attività di Hamas; che gli edifici sorgessero sopra tunnel sotterranei usati dai militanti per dirigere attacchi missilistici e comandare i combattenti; e che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Il portavoce militare, Daniel Hagari, ha insistito sul fatto che disponessero di «prove concrete». In quella conferenza stampa ha presentato un filmato animato in 3D che descriveva l’ospedale come uno scudo per il quartier generale di Hamas, mostrando una serie di tunnel sotterranei sotto la struttura che sarebbero stati utilizzati «per il comando e il controllo delle attività terroristiche». Il Post ha osservato che l’esercito israeliano «ha diffuso diverse serie di foto e video che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e sotto l’ospedale» nel corso della sua prolungata occupazione di al-Shifa, comprese le riprese di Hagari che esplorava un pozzo di accesso a un tunnel nel complesso. L’indagine del giornale ha concluso, tuttavia, sia che «le stanze collegate alla rete di tunnel…non mostravano prove immediate di un uso militare da parte di Hamas», sia che nessuna delle riprese mostrava «che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Anche se le prove che l’esercito israeliano sosteneva di fornire si fossero rivelate autentiche, sarebbero state ben lontane dal dimostrare che Hamas avesse abusato dell’ospedale per nascondere il suo «centro di comando e controllo» – e, a prescindere da ciò, l’attacco all’ospedale difficilmente avrebbe soddisfatto la soglia di proporzionalità, dati i servizi che al-Shifa forniva alla popolazione. È stato forse l’esempio di più alto profilo di uno schema spesso ripetuto. Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 Israele ha attaccato strutture sanitarie 937 volte nella sola Gaza, senza mai riuscire a fornire alcuna prova concreta che fossero utilizzate in modo improprio per «atti dannosi per il nemico». * Le statistiche relative agli attacchi in corso contro i sistemi sanitari dell’Iran e del Libano – secondo quanto riportato dai rispettivi ministeri della sanità – evidenziano una serie di violazioni. Già il 6 marzo il portavoce capo del ministero della sanità iraniano aveva riferito che gli attacchi statunitensi-israeliani avevano messo fuori uso nove ospedali, distrutto più di una dozzina di «centri di pronto soccorso preospedalieri» e danneggiato numerose strutture sanitarie locali e rurali. TRA I CENTRI MEDICI di Teheran che hanno subito danni nei primi giorni di guerra, secondo quanto riportato da Al Jazeera, figuravano l’ospedale Motahari, specializzato nel trattamento delle vittime di ustioni, e «l’edificio principale dei servizi di emergenza medica della provincia» nel centro della città. Ad Ahvaz gli attacchi avrebbero danneggiato un ospedale pediatrico; a Sarab e Hamedan, come ha osservato il direttore dell’Oms, fonti locali hanno riferito che sono stati danneggiati i pronto soccorsi. Lunedì il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in Libano era salito ad almeno 38. Solo in quella stessa giornata, ha riferito Younes, sei paramedici sono stati uccisi in attacchi separati contro tre diverse ambulanze, una delle quali stava rispondendo a una chiamata dopo che un altro attacco aveva colpito una casa nel villaggio meridionale di Kfar Sir. «Alcuni dei nostri operatori sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri mentre erano sul campo, cercando di estrarre le persone dalle macerie», ha detto a Younes un portavoce dell’Associazione sanitaria islamica. Ha aggiunto che «il luogo esatto in cui si erano recati per svolgere il loro lavoro di soccorso è stato nuovamente preso di mira una volta arrivati». Il Guardian riferisce che dal 2 marzo Israele ha effettuato almeno cinque attacchi di questo tipo, denominati «double-tap», in cui un primo attacco è seguito da una pausa durante la quale spesso arrivano i soccorritori, prima che l’area venga nuovamente bombardata. Diversi studiosi di diritto sostengono che questa tattica violi probabilmente l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che vieta di prendere di mira civili, feriti o persone fuori combattimento. Quando sono stati interrogati su questi attacchi contro strutture mediche e altre infrastrutture civili, Israele e Stati uniti hanno ripetutamente attinto alle risposte del «manuale Gaza». Dopo che un attacco ha ucciso 175 persone, per lo più bambini piccoli, in una scuola femminile nel sud dell’Iran il primo giorno di guerra, il presidente Trump ha negato ogni responsabilità, suggerendo ai giornalisti ancora il 7 marzo che si fosse trattato di un missile iraniano andato a vuoto. L’11 marzo il New York Times ha riportato che un’indagine militare in corso aveva raggiunto una conclusione preliminare secondo cui la scuola era stata colpita da un missile Tomahawk statunitense. Il giorno precedente, in una conferenza stampa, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth aveva accusato l’Iran di «spostare lanciarazzi nei quartieri civili vicino alle scuole, vicino agli ospedali per cercare di impedire la nostra capacità di colpire. È così che operano… Prendono di mira i civili. Noi no». DOPO L’ATTACCO israeliano alla struttura sanitaria di Burj Qalaouiyah, nel frattempo, un portavoce militare israeliano ha affermato su X che i combattenti di Hezbollah stavano utilizzando le ambulanze e la struttura medica per scopi militari. Camuffare un veicolo militare da ambulanza equivarrebbe a un inganno medico, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Hezbollah (non diversamente da Hamas) fornisce effettivamente vari tipi di servizi sociali e sanitari alla popolazione locale, e l’Associazione sanitaria islamica fa effettivamente parte di quella rete di assistenza sociale. Ma secondo il diritto internazionale si tratta di siti civili e il portavoce non ha fornito alcuna prova che le ambulanze o le infrastrutture mediche fossero state utilizzate in modo improprio. Né gli attacchi israeliani si sono limitati alle strutture dell’Iha: il Guardian riferisce che hanno colpito anche «il servizio statale di protezione civile, il servizio sanitario dell’Associazione Scout islamica del movimento Amal, un ente di beneficenza sanitario locale e la Croce rossa libanese». In effetti, come ha osservato Drop Site, per il momento la parte implicata in perfidia medica durante l’attuale guerra è di fatto Israele. Una settimana prima, i paracadutisti israeliani erano entrati nel cimitero di Nabi Chit, una città nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, nel tentativo di recuperare i resti che potrebbero essere appartenuti a un aviatore israeliano abbattuto e catturato dal gruppo militante Amal quarant’anni fa. Dopo che le forze israeliane hanno ucciso un combattente di Hezbollah, è scoppiato uno scontro a fuoco tra le truppe israeliane, i combattenti di Hezbollah e i residenti locali. Quando le forze israeliane si sono ritirate, secondo il ministero della salute libanese, si contavano almeno quarantuno vittime. Intervistati dai giornalisti della Bbc, del Sydney Morning Herald e del quotidiano arabo londinese Asharq Al-Awsat, residenti hanno raccontato che alcuni soldati israeliani erano giunti sul posto a bordo di un’ambulanza libanese indossando uniformi associate all’Iha. NON SAREBBE stata la prima volta, nella memoria recente, che le forze israeliane si fossero rese responsabili di un atto di perfidia medica: nel dicembre 2024 cinque soldati israeliani avevano usato un’ambulanza per entrare nel campo profughi di Balata, in Cisgiordania, in un raid che aveva ucciso due civili, tra cui una donna ottantenne; meno di un anno prima, assassini israeliani travestiti da donne musulmane e da medici avevano fatto irruzione in un ospedale di Jenin e giustiziato tre palestinesi fuori combattimento. Negare accuse ben fondate di crimini e accusare i nemici di tali crimini senza prove serie: questi sono i preludi al passo ancora più radicale di rifiutare del tutto il diritto internazionale. Forse lo sviluppo più scioccante nella guerra attuale è che Israele e Stati uniti non si sono nemmeno preoccupati di giustificare i bombardamenti delle infrastrutture civili. «Nessuna tregua, nessuna pietà», ha detto Hegseth in una conferenza stampa il 13 marzo, facendo eco alla famigerata affermazione del presidente Trump, a seguito del rapimento illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, secondo cui «non ho bisogno del diritto internazionale». Riferendosi agli attacchi di Israele contro l’Iran e il Libano, Benjamin Netanyahu ha affermato il 12 marzo che «il drastico cambiamento nel nostro potere rispetto a quello dei nostri nemici è la chiave per garantire la nostra esistenza. Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare i pericoli da noi e garantire il nostro futuro». I termini «legge» e «ordine giuridico» non sono stati menzionati nemmeno una volta. QUESTE SONO le parole di uomini ubriachi del proprio potere. La dottrina Gaza è un riflesso diretto di questa ebbrezza, e la distruzione totale delle strutture sanitarie è solo una delle sue manifestazioni, che ora si possono vedere in tutto il mondo. La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un gruppo di oltre trenta organizzazioni che lavorano per proteggere gli operatori sanitari, i servizi e le infrastrutture, ha documentato una media di dieci attacchi al giorno contro unità mediche nel corso del 2024, un aumento di nove volte rispetto al 2016, anno in cui il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato una risoluzione che «condannava fermamente gli attacchi contro le strutture mediche e il personale in situazioni di conflitto». A determinare questo aumento non sono state solo le guerre di Israele nei territori palestinesi occupati e in Libano, ma anche quelle in Sudan, Ucraina e Myanmar. Mentre l’attuale guerra erode ulteriormente l’ordine internazionale del dopoguerra, dovremmo chiederci quali nuovi strumenti possiamo sviluppare per proteggere il mondo da uomini per i quali solo la forza fa la ragione. Questo articolo è apparso originariamente su The New York Review of Books (da “il manifesto”, 25 marzo 2026)
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[2026-03-27] ALDO DICE 26X1 NELLA RESISTENZA UNA STORIA COMUNISTA, CON I GAP, SENZA TREGUA @ Circolo “Ost Barriera”
ALDO DICE 26X1 NELLA RESISTENZA UNA STORIA COMUNISTA, CON I GAP, SENZA TREGUA Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9 (venerdì, 27 marzo 18:00) PRIMO INCONTRO DEL CICLO "ALDO DICE 26X1 NELLA RESISTENZA UNA STORIA COMUNISTA" CON I GAP, SENZA TREGUA I GAP NELLA RESISTENZA TORINESE 27/03 AD OST BARRIERA IN VIA PIETRACQUA 9 Viviamo in una fase del capitalismo sempre più barbarica, dove l'occidente tutto sul fronte esterno ricorre sempre più spesso alla guerra, come stiamo vedendo ora in America Latina ed in Medioriente, mentre sul fronte interno taglia la spesa sociale e aumenta a dismisura la repressione, dall'ICE di Trump al decreto antisemitismo del governo Meloni. È quindi necessario riprendere la Storia di chi non solo oppose alla guerra e al fascismo, ma si fece anche portatore della funzione rivoluzionaria e progressista che la resistenza ha avuto, andando oltre la caduta del regime fascista, gettando le basi e organizzandosi anche per la costruzione di quella di un paese socialista. Un esempio lampante di ciò furono i GAP, Gruppi d'Azione Patriottica, piccoli nuclei composti da militanti scelti del PCI, e Dante di Nanni, partigiano comunista nato il 27/03 del 1925 e morto per mano dei nazifascisti nel 1943. Riprendere la storia della Resistenza, e di come i comunisti agirono in essa, non significa fare un mero esercizio di memoria storica, ma significa riappropriarsi di un esempio concreto e più che mai attuale di chi, anche giovanissimo, compí la scelta della lotta, della resistenza, e dell' opposizione al fascismo e alla guerra. Combattendo non per tornare indietro ma per andare avanti, convinti che l'alternativa alla barbarie non era solo urgente ma anche necessaria. Esattamente come oggi. Ripercorreremo, insieme ai docenti di storia e filosofia Michelangelo Caponetto e Marco Meotto, il ruolo della resistenza comunista all'interno di Torino. Un ruolo sempre più sminuito e romanticizzato nelle ricostruzioni moderne ma il cui impatto fu, senza ombra di dubbio, determinante nella liberazione di Torino e dell'Italia intera. A seguito musiche degli Egin!
Via Crucis meditata ad Avigliana nell’area che sarà interessata dai lavori per la connessione TAV Avigliana – Orbassano
Sabato 28 marzo 2026 ore 15.00 da Piazzetta De Andrè  (corso Torino – via Don Balbiano – Piazzale Cesare Pavese-corso Laghi e ritorno in Piazzetta De Andrè) Lettura della Passione […] The post Via Crucis meditata ad Avigliana nell'area che sarà interessata dai lavori per la connessione TAV Avigliana - Orbassano first appeared on notav.info.
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Autonomia energetica, sicurezza energetica: tutte favole
In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar. Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo reale.  L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni (qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito, il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni.  La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O così oppure ulteriori dazi all’Europa.  Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise.  Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo. Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano: tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il 10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda componentistica, semiconduttori, elettronica. Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra. 
Torino-Lione, Delmastro: No Tav come la Mafia.
Giornata di stravolgimenti in Piemonte per la gang Sì Tav. Da Notav.info A Roma è stato costretto alle dimissioni il biellese Andrea Delmastro Delle Vedove, lo stesso che appena un anno fa, in gita fuori porta a Chiomonte, dichiarava che “i No Tav sono come la mafia” e che ha scritto norme del decreto Sicurezza su misura per colpire il movimento. Peccato che Delmastro sia anche una buona forchetta e abbia “inavvertitamente” partecipato a una società proprietaria di un ristorante con quote derivanti dal riciclaggio di una cosca mafiosa. Evidentemente, di mafia parlava con cognizione di causa. Il distratto sottosegretario, a sua detta, avrebbe poi involontariamente spostato le sue quote su società non riconducibili a lui, casualmente proprio mentre il padre della sua socia veniva condannato. Dopo lo scandalo è stato infine costretto a dimettersi. Chi invece non si è dimessa del tutto è la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, che appena un paio di settimane fa veniva ripresa sorridente, con l’elmetto in testa, davanti alla nuova fresa — che ancora nessuno ha visto. Era molto felice: evidentemente gli incassi del ristorante andavano bene. Già, perché anche lei era socia di Delmastro nell’affare. Al suo posto arriverà il simpatico camerata Marrone. Attendiamo nuovi libri. A questo punto è quasi inutile continuare a sottolineare l’incredibile frequenza con cui emergono connessioni tra chi sostiene l’entità Tav e chi viene poi scoperto con le mani in pasta. La riflessione che vogliamo fare, anche alla luce della sconfitta referendaria, riguarda la giustizia: carriere separate non sappiamo, ma strade separate sicuramente. E soprattutto a velocità diverse. Mentre i soggetti citati non sono neppure stati indagati e con ogni probabilità non pagheranno mai davvero, qualsiasi gesto di resistenza contro un’opera imposta e inutile viene represso e punito con rapidità esemplare. Da 35 anni i processi contro il movimento sono all’ordine del giorno. La domanda allora è semplice: a chi conviene? La risposta la conosciamo, ma non si può scrivere. Ai prossimi politicanti di passaggio: continuate pure a parlare e ad accusare, ma fate attenzione, perché poi tutto torna indietro. Voi passate. Vi bruciate, vi riciclate, sparite. Il movimento No Tav dovrete per sempre metterlo in conto.
Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale. Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”. Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è in gioco il destino del Paese! Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato “Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio ragionamento e punto di vista. E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann. No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo. Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola, negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato. La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”. Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”: “Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p. 72). Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello. Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza. Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità vitale.