Stretta repressiva e bloqueo cubano; restaurazione thailandese; Sahel nel caos
> Dopo una decade di rivolte e tentativi di scuotere la società siamese da parte > della Generazione del Milk Tea Movement è stata sufficiente una guerriciola > contro la Cambogia per futili motivi perché il nazionalismo si riprendesse il > paese attraverso elezioni che hanno visto l’imprevista vittoria del premier > Anutin, monarchico e alleato naturale dei militari. Ci accompagna in questa > analisi attenta Emanuele Giordana, come al solito attualmente in > perlustrazione dello spirito attuale che pervade attualmente gli stati > dell’Asean. > Altro sviluppo che fa prevedere una restaurazione è quello che sta > trasformando sempre più in un apparato repressivo il regime castrista stretto > dal bloqueo, ma anche dall’insipienza della geriatrica dirigenza del tutto > sorda alle istanze dei giovani e ai bisogni minimi di sopravvivenza della > popolazione alla fame, all’indigenza, impossibilitata negli spostamenti > minimi, dopo aver esaurito tutti gli espedienti per una resilienza davvero > eroica contro l’imperialismo e difendendosi dalla corruzione del sistema > ancora peggiorato dalle riforme. Spinti da una corrispondenza con Piergiorgio, > un compagno da tempo a Cube, abbiamo analizzato con Andrea Cegna la situazione > e le possibili evoluzioni . -------------------------------------------------------------------------------- --------------------------------------------------------------------------------
sahel
cuba
thailandia
La retorica delle olimpiadi sostenibili. No Milano-Cortina 26
I giornali, le radio e le televisioni ne sono piene, si parla solo di olimpiadi. Ma  a parte nelle solite testate, pochissimo si parla delle tantissime criticità che queste olimpiadi portano con sè. La stessa storia di tutte le olimpiadi moderne, sicuramente non solo di queste di Cortina/Milano.  Sabato 6/02 a Milano oltre 10.000 persone hanno risposto all’appello del Comitato Insostenibili Olimpiadi – CIO per una grande piazza popolare contro le Olimpiadi invernali e il loro modello insostenibile. Abbiamo provato a capire chi vuole e chi guadagna dalle olimpiadi, chi si è opposto in questi anni e quali conseguenze per il diritto all’abitare. Buona ascolto
speculazione
olimpiadi 2026
lotta per la casa
Roma sotto sfratto: l’attacco agli spazi sociali e le risposte dal basso
Dopo lo sgombero di Askatasuna e la risposta di massa degli scorsi mesi, continua la campagna contro gli spazi sociali in tutta Italia. Da Roma riceviamo e pubblichiamo il comunicato dello Spazio Sociale Ex 51 di Valle Aurelia, che invita abitanti e realtà sociali a partecipare a un’assemblea pubblica presso il loro spazio in via Aurelio Bacciarini 12 il 1° marzo alle 14:30. Vale la pena inoltre ripercorrere le molteplici iniziative in corso nella capitale. Ieri una partecipata street parade ha attraversato le strade del Laurentino, quartiere popolare dove da anni l’occupazione di Laurentino 38 costruisce relazioni e percorsi di lotta insieme agli abitanti. L’iniziativa nasce in risposta all’annunciato sgombero che, secondo i tempi amministrativi, dovrebbe prodursi entro il mese di febbraio: un nuovo attacco a una realtà che ha rappresentato negli anni un punto di riferimento contro l’abbandono istituzionale, la speculazione e il degrado programmato. Domenica prossima, come ogni anno, si terrà nel quartiere Tufello il corteo in ricordo di Valerio Verbano, giovane militante antifascista ucciso il 22 febbraio 1980 nella sua casa da un commando neofascista. Una ferita ancora aperta nella storia della città, che continua a vivere nelle mobilitazioni contro fascismo, repressione e violenza di Stato. Di seguito il comunicato dell’Ex 51.  Dopo la grande manifestazione del 31 gennaio a Torino abbiamo assistito a una forte reazione del governo in due direzioni: una stretta securitaria e autoritaria, già parte del suo programma da destra radicale, e un importante sforzo mediatico per attaccare l’opposizione reale, quella sociale e di piazza. La prima è uno strumento completamente nelle loro mani che ha preso la forma di un nuovo decreto sicurezza e di un disegno di legge; a essi è necessario contrapporsi ancora in maniera decisa, riprendendosi metro dopo metro gli spazi di libertà negata. Non è certo sufficiente osteggiare simili provvedimenti timidamente e con qualche frase ad effetto, come magistralmente fa la sinistra istituzionale, per beceri motivi elettorali e che, qualora al governo, avrebbe reagito in modo analogo. Il secondo, cioè la propaganda mediatica, àmbito nel quale l’apparato statale è egemone, sembrerebbe non aver funzionato a dovere fin da subito. Forse perché preso dalla foga, forse perché screditare una piazza da 50.000 persone non era semplice; forse perché parzialmente controbilanciato da una stampa più vicina alla sinistra partitica e pallidamente scettica su vari aspetti (esclusivamente per i suddetti motivi elettorali, non ci si illuda: un identico attacco al corteo è comunque arrivato anche da loro); forse perché, nonostante gli ingenti e costosi mezzi di comunicazione, non può incidere su ogni argomento. Etichettare la rabbia sociale esclusivamente come la cosiddetta “violenza dei centri sociali” e addirittura “terrorismo” non ha apparentemente raggiunto i risultati sperati, visto che è evidente alla maggior parte della popolazione come la realtà sia ben distante e più articolata. Ciò ha spinto gli apparati dello stato a rincarare la dose: infatti, il copione si è ripetuto dopo la manifestazione di Milano del 7 febbraio contro la devastazione economica e ambientale prodotta dalle olimpiadi. La retorica del potere, se possibile, si è dimostrata ancora più vuota: chi manifesta è “nemico dell’Italia!”. Una nuova inchiesta, se così si può dire, ha quindi preso di mira in modo subdolo e vigliacco alcuni spazi sociali di Roma, tra cui l’Ex 51, cercando di dipingerli con un’immagine distorta, attraverso riprese acquisite di nascosto e montate ad arte, con musiche cupe, tinte fosche e una dose massiccia di sensazionalismo. La narrazione è così grottesca e lontana dalla realtà che non vale neanche la pena analizzarla nel dettaglio. Non è nostro interesse dare loro alcuna attenzione. Anzi, quasi ci rallegra questo interesse morboso e accanito nei nostri confronti, perché ci offre l’opportunità di rilanciare e mostrare, anche a chi non ci conosce, chi siamo veramente e che cosa facciamo. Come altri centri sociali, collettivi e realtà che si autorganizzano per proporre dal basso alternative concrete allo stato di cose, ci sentiamo di dire che il nostro spazio rappresenta una vera opposizione. In un quartiere e in una più ampia zona di Roma – quella del quadrante Nord-Ovest – dove i problemi sono tanti, profondi e radicati e al contempo ignorati dalle istituzioni, l’attenzione mediatica, invece di curarsi della desolazione e dell’abbandono in cui la popolazione vive, dei diritti negati e delle condizioni materiali ogni giorno peggiori, cerca, per conto di chi governa, di criminalizzare chi costruisce percorsi per opporsi a tutto questo. La nostra opposizione si manifesta attraverso un conflitto reale, costruito con percorsi di lotta dal basso, contro lo stato attuale delle cose, e, al contempo, attraverso iniziative di informazione e condivisione, formazione e dibattito, attività sociali a tutti i livelli. Basterà dire che abbiamo avuto conoscenza del servizio, in parte anche a noi dedicato, subito dopo una bella giornata di distribuzione indumenti nell’àmbito del nostro progetto di Guardaroba Solidale e apprestandoci a discutere della prosecuzione del percorso nazionale, tracciato a partire dalla grande assemblea del 17 gennaio a Torino. Siamo entrambe le cose, seppur per il potere ciò non sia concepibile né ammissibile, e in ogni caso da reprimere. Rifiutiamo e non ci riconosciamo nella dicotomia tra buoni e cattivi, sempre più spesso utilizzata da questo governo, come anche da quelli precedenti, per dividerci e criminalizzarci. L’apparato dello stato ci attacca con le sue armi. Dobbiamo sempre ricordare che, oltre alla necessità di difenderci, ciò offre opportunità e che la scelta del campo di battaglia spetta a noi. Crediamo che questo campo sia nei quartieri delle città, nei piccoli centri e in ogni comunità che si forma attorno a bisogni che questo sistema tradisce quotidianamente. Si trova nelle attività sociali e culturali che le realtà propongono dal basso. Si trova nei movimenti e nelle piazze che, con le loro specificità, sono attivi ogni giorno per creare un’opposizione concreta a questo stato di cose. La lotta mediatica non ci appartiene: al momento è sproporzionata in termini di forze e la propaganda, che avvelena le persone sedute davanti alla TV, non può essere affrontata ad armi pari. Ma possiamo mostrare a tutti che cosa realmente siamo, nella quotidianità e nelle lotte, mantenendo la nostra identità, la nostra narrazione e soprattutto la nostra agenda, nella consapevolezza che un mondo diverso, senza disparità o ingiustizia, è possibile. Ci appelliamo quindi a tutti i centri sociali, i collettivi, le assemblee e le realtà della città che vogliano condividere con noi idee e proposte per rilanciare un percorso cittadino di lotta, che difenda e promuova gli spazi e tutto ciò che facciamo quotidianamente, che unisca contro il costante attacco e ribalti il tavolo, che faccia vera opposizione in base alle proprie pratiche e specificità. Proprio per questo invitiamo collettivi, percorsi e singole individualità ad un’assemblea per discutere di tutto il 1 marzo alle 14:30 presso il nostro spazio in via Aurelio Bacciarini, 12, Valle Aurelia. Ci vedremo in piazza il 14 febbraio per L38 e il 21 febbraio in ricordo di Valerio Verbano. Ad Askatasuna la nostra solidarietà militante, vicinanza ideale e gratitudine per quanto fa e rappresenta. A ZK Squat e Leoncavallo la complicità e la vicinanza per i recenti sgomberi. A L38 Squat, Officina 99, CaseMatte e Spin Time la solidarietà per le minacce ricevute. A tutti gli spazi e i collettivi oggi sotto attacco la nostra rabbia, perché, se continuiamo la lotta, gli apparati dello stato non potranno fermarci mai. Contro il governo Meloni Contro ogni oppressore Contro il pacchetto sicurezza e l’attacco mediatico. In difesa degli spazi sociali e per il rilancio di un’opposizione reale, dal basso e conflittuale. Il popolo si ribella Ostinatamente, Spazio Sociale Ex 51- Valle Aurelia – Roma, 11 febbraio 2026
Gli Stati Uniti deportano segretamente i palestinesi in Cisgiordania in coordinamento con Israele
Un’indagine rivela che i palestinesi arrestati dall’ICE vengono trasportati, legati e incatenati, su un aereo privato di proprietà di un magnate israeliano-americano vicino a Trump. da invictapalestina.org Fonte. English version Di Ghousoon Bisharat e Ben Reiff – 5 febbraio 2026 Gli Stati Uniti stanno deportando silenziosamente i palestinesi arrestati dal Dipartimento Immigrazione e Dogane (ICE) verso la Cisgiordania Occupata a bordo di un aereo privato, con due voli di questo tipo effettuati in coordinamento con le autorità israeliane dall’inizio di quest’anno, nell’ambito di un’operazione segreta e politicamente delicata rivelata da un’indagine congiunta di +972 Magazine e The Guardian. Otto uomini palestinesi, ammanettati per polsi e caviglie per l’intero viaggio, sono stati fatti deportare da un centro di deportazione dell’ICE a Phoenix, in Arizona, il 20 gennaio e sono arrivati a Tel Aviv la mattina seguente dopo aver fatto rifornimento in New Jersey, Irlanda e Bulgaria. Dopo l’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, gli uomini sono stati caricati su un veicolo con un agente di polizia israeliano armato e rilasciati a un posto di blocco militare fuori dalla città palestinese di Ni’lin, in Cisgiordania. Lo stesso aereo privato, di proprietà di un magnate immobiliare israeliano-americano, amico e socio in affari di lunga data del Presidente Donald Trump, ha effettuato un viaggio quasi identico lunedì di questa settimana, ma il numero di passeggeri a bordo e la maggior parte delle loro identità rimangono poco chiari. Secondo fonti a conoscenza dei dettagli, gli otto uomini deportati con il volo iniziale, la cui prima notizia è stata riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, sono residenti in città della Cisgiordania, tra cui Betlemme, Hebron, Silwad, Ramun, Bir Nabala e Al-Ram. Alcuni di loro erano titolari di permesso di soggiorno e molti hanno mogli, figli e altri familiari stretti negli Stati Uniti. Alcuni erano stati trattenuti nelle strutture dell’ICE per settimane; almeno uno è stato trattenuto per oltre un anno. La prima persona a notarli al momento del rilascio al posto di blocco di Ni’lin il 21 gennaio è stato Mohammed Kanaan, un professore universitario che vive vicino al valico. “Verso le 11 del mattino, ho visto un gruppo di uomini camminare verso casa mia indossando pigiami grigio chiaro, come quelli indossati dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane”, ha dichiarato. (Queste tute provengono dall’ICE.) “Sono rimasto scioccato nel vederle. L’esercito israeliano di solito non rilascia prigionieri a questo posto di blocco”. Un lavoratore palestinese aspetta fuori dal checkpoint di Ni’lin, mentre sullo sfondo si può vedere l’insediamento israeliano di Hashmonaim, Cisgiordania occupata, 21 ottobre 2013. (Keren Manor/Activestills) Kanaan ha detto che gli uomini avevano freddo quando sono arrivati a casa sua. “Non indossavano giacche o cappotti, e quel giorno il tempo era molto freddo e ventoso”, ha raccontato. “Sono rimasti a casa mia per due ore, durante le quali ho dato loro da mangiare e hanno chiamato le loro famiglie, che sono venute a prenderli o hanno organizzato il trasporto per loro”. Secondo Kanaan, era passato così tanto tempo dall’ultima volta che gli uomini avevano contattato le loro famiglie, a causa della loro prolungata detenzione nelle strutture dell’ICE, che alcuni di loro erano considerati dispersi. “Le loro famiglie erano così felici di sentire le loro voci”, ha detto. “Una madre ha iniziato a urlare e piangere al telefono”. Un residente di Ramun ha confermato che due uomini originari della città della Cisgiordania erano sul primo volo di espulsione. Ha aggiunto che almeno altri quattro giovani della città che vivevano negli Stati Uniti sono attualmente trattenuti dalle autorità statunitensi, con crescenti timori che possano essere espulsi anche loro. Diversi avvocati specializzati in immigrazione hanno espresso sgomento e preoccupazione per i voli, osservando che le espulsioni di palestinesi attraverso Israele sono state estremamente rare in passato e che facilitare le espulsioni nei Territori Occupati può costituire una violazione del Diritto Internazionale. “Oltre alle numerose irregolarità nell’espulsione di otto palestinesi su un aereo privato e senza un giusto processo, questo trasferimento viola anche il principio di non respingimento, che vieta il rimpatrio forzato di individui in un Paese in cui vi siano fondati motivi di ritenere che la persona correrebbe il rischio di subire danni irreparabili al ritorno, tra cui persecuzioni, torture, maltrattamenti o altre gravi violazioni dei diritti umani”, ha spiegato Gissou Nia, direttrice del Progetto di Contenzioso Strategico presso il Consiglio Atlantico. “Gli Stati Uniti sono vincolati da trattati internazionali che lo vietano esplicitamente, tra cui la Convenzione Contro la Tortura”, ha proseguito. Pertanto, gli Stati Uniti hanno violato questo principio rimandando richiedenti asilo palestinesi e palestinesi con altri status su un volo per Israele, dove subiscono persecuzioni. Agenti della polizia di frontiera israeliana arrestano con violenza un manifestante palestinese nei pressi del checkpoint di Beit El, a nord di Ramallah, Cisgiordania occupata, 22 dicembre 2017. (Oren Ziv) “Anche il ruolo dello Stato israeliano nel trasferimento di questi individui dall’aeroporto Ben Gurion alla Cisgiordania lo implica in questa violazione”, ha aggiunto Nia. “Inoltre, se Irlanda e Bulgaria erano a conoscenza del fatto che l’aereo privato trasportava questi individui, la sosta per il rifornimento solleva interrogativi sulla responsabilità di intermediazione di quei Paesi”. L’avvocato israeliano per i diritti umani Michael Sfard ha descritto i voli come “un caso eccezionale: non conosco casi in cui i palestinesi siano riusciti a raggiungere la Cisgiordania attraverso l’aeroporto Ben Gurion, nemmeno per motivi umanitari, ad eccezione dei VIP”. Pertanto, ha affermato, ritiene che “un qualche tipo di interesse specifico abbia reso tutto ciò possibile”. Secondo Haaretz, le deportazioni sono state effettuate in seguito a “una richiesta insolita da Washington a Israele” e sono state approvate dal servizio di sicurezza israeliano Shin Bet. “Tutto ciò che ho vissuto, l’ho vissuto negli Stati Uniti” Maher Awad, 24 anni, era uno degli otto uomini sul primo volo di deportazione. “La mia vita era meravigliosa”, ha dichiarato dalla casa di famiglia a Ramun, vicino a Ramallah, in un inglese con accento americano. “Mi sentivo al sicuro negli Stati Uniti finché l’ICE non mi ha arrestato”. Ha raccontato di essersi trasferito quasi dieci anni fa dalla West Bank a Kalamazoo, nel Michigan, dove viveva già suo zio. Ha terminato il liceo lì prima di iniziare a lavorare nel famoso negozio di shawarma di famiglia, tra le altre attività di famiglia. Non aveva il permesso di soggiorno, ma ha detto di aver ottenuto un numero di previdenza sociale mentre ne faceva richiesta. Ha anche pagato le tasse e ha ottenuto la patente di guida. Ha incontrato la sua compagna, la ventiseienne Sandra McMyler, qualche anno fa, e avevano programmato di sposarsi. “Tutto ciò che sapevo, tutto ciò che ho vissuto l’ho vissuto negli Stati Uniti”, ha detto. Un palestinese scende dal jet privato che ha deportato lui e altri sette palestinesi dagli Stati Uniti in Israele, il 21 gennaio 2026. (Fonte sconosciuta) Nel febbraio 2025, Awad chiamò la polizia per denunciare un’irruzione. Ma al loro arrivo, lo arrestarono, apparentemente in relazione a un’accusa di violenza domestica del 2024, che sia lui che McMyler, il soggetto coinvolto, dichiararono essere stata archiviata. Fu trattenuto per due giorni nel carcere locale; quando uscì, fu prelevato dall’ICE (l’accusa penale fu poi archiviata). Per quasi un anno, fu trasferito tra diversi centri di detenzione prima di essere imbarcato sul volo per Israele. Gli agenti dell’ICE, ha detto, gli confiscarono il passaporto palestinese e il telefono, senza restituirli. Quando di recente fu fermato a un posto di blocco militare israeliano, tutto ciò che dovette mostrare fu una patente di guida del Michigan. Dopo aver appreso che le autorità statunitensi intendevano deportarlo in Cisgiordania, ha affermato di aver espresso forti obiezioni agli agenti dell’ICE e a un giudice. “Ma mi hanno semplicemente costretto ad andarmene”, ha spiegato. “È spaventoso; non voglio davvero essere qui. Preferirei essere in un Paese diverso dal mio in questo momento, a causa di tutto quello che sta succedendo”. Poco prima che Awad venisse arrestato, McMyler, che aveva già due figli, è rimasta incinta di suo figlio, nato quattro mesi fa. Awad non lo ha ancora incontrato. “Mi ha consumato ogni singolo giorno”, ha detto a proposito dell’aver perso la nascita di suo figlio. “Ogni volta che vado a dormire, guardo le sue foto e piango”. Oltre alla compagna e al figlio, il fratello, la sorella e lo zio di Awad rimangono negli Stati Uniti, e ha detto che hanno tutti uno status legale. “Vuole solo suo figlio, vuole la sua famiglia”, ha detto McMyler dal Michigan. “Vuole potermi aiutare a prendermi cura del suo bambino. Vuole tenerlo in braccio, baciarlo, coccolarlo. “Gli altri miei figli sentono la sua mancanza”, ha aggiunto, descrivendo come ha sofferto senza Awad nell’ultimo anno. “Voglio che la mia famiglia torni insieme”. Maher Awad and Sandra McMyler. (Courtesy) Sameer Zeidan, un commesso di 47 anni originario della città di Bir Nabala, sempre vicino a Ramallah, era sullo stesso volo di espulsione di Awad. Suo zio, Khaled, ha dichiarato che Zeidan viveva in Louisiana da oltre vent’anni con la moglie, anche lei palestinese della Cisgiordania e cittadina statunitense. Avevano cinque figli, tutti con passaporto statunitense. Secondo lo zio, Zeidan aveva un permesso di soggiorno, ma l’ha lasciata scadere senza rinnovarla. Anche i suoi genitori e tre dei suoi fratelli vivono negli Stati Uniti. Khaled ha affermato che Zeidan, che ha scontato la pena in carcere circa dieci anni fa, è stato detenuto dall’ICE per circa un anno e mezzo, durante il quale è stato trasferito tra diverse strutture. È stato informato dell’espulsione. volo con due mesi di anticipo. Come Awad, ha detto, gli agenti dell’ICE hanno confiscato la carta d’identità e il passaporto palestinese di Zeidan e non glieli hanno mai restituiti. Zeidan ha raccontato a suo zio di essere stato ammanettato mani e polsi “dal momento in cui ha lasciato il centro di detenzione dell’ICE fino a quando non è sceso dall’auto al posto di blocco vicino a Ni’lin”. Durante il volo, ha detto suo zio, ha mangiato “muovendo la faccia verso il piatto”; quando ha avuto bisogno di usare il bagno, gli hanno permesso di togliere un polso e una caviglia dalle catene. Secondo suo zio, a Zeidan è stato fatto firmare documenti che autorizzavano la sua espulsione, cosa di cui si pente. “Mi ha detto che se non avesse firmato questi documenti, sarebbe stato in qualche modo in grado di rinnovare il suo permesso di soggiorno”, ha detto Khaled. “Ora non può tornare negli Stati Uniti. Tutta la sua famiglia è lì”. “Un sistema opaco e senza responsabilità” La coda dell’aereo privato utilizzato per i due recenti voli di deportazione reca l’emblema di Dezer Development, una società immobiliare fondata dall’imprenditore israeliano-americano Michael Dezer e oggi gestita dal figlio, Gil Dezer. I Dezer sono soci in affari di Donald Trump dall’inizio degli anni 2000. Hanno costruito sei torri residenziali a marchio Trump a Miami, in Florida, e i documenti mostrano che hanno donato congiuntamente oltre 1,3 milioni di dollari (1,1 milioni di euro) alle sue campagne presidenziali. La stravagante festa per il 50° compleanno di Gil Dezer, l’anno scorso, ha visto la partecipazione di artisti vestiti da Trump. Il suo sito Web riporta che è membro degli Amici della Florida delle Forze di Difesa Israeliane, un’organizzazione no-profit statunitense che raccoglie fondi per l’esercito israeliano. Dezer ha parlato del suo “amore” per il Presidente in una recente intervista. “Lo conosco da circa 20 anni. Ero al suo matrimonio. Lui era al mio. Siamo buoni amici. Sono molto orgoglioso che sia in carica. “Sono molto orgoglioso del lavoro che sta svolgendo”. Trump Towers di Dezer Development a Sunny Isles, Florida, 25 marzo 2012. (Edward Dulmulder/CC BY 2.0) I voli arrivano mentre l’amministrazione Trump intensifica gli sforzi per espellere un gran numero degli oltre 10 milioni di immigrati clandestini che vivono negli Stati Uniti. A tal fine, l’ICE ha noleggiato l’aereo di Dezer, che in precedenza ha descritto come “il mio giocattolo preferito”, tramite Journey Aviation, una compagnia con sede in Florida che spesso si avvale di contratti con agenzie federali per fornire accesso a una flotta di aerei privati. (Journey ha rifiutato di commentare i voli di espulsione verso Israele.) Secondo Human Rights First (I Diritti Umani Prima di Tutto – HRF), che monitora i voli di espulsione, l’aereo di Dezer ha effettuato altri quattro “voli di espulsione” da ottobre: in Kenya, Liberia, Guinea ed Eswatini. “Questo aereo a noleggio privato è stato ripetutamente utilizzato per i voli dell’ICE Air”, ha affermato Savi Arvey, direttore della ricerca e analisi per i diritti dei rifugiati e degli immigrati dell’HRF. “Fa parte di un sistema opaco di aerei privati che facilita la campagna di Deportazioni di Massa di questa amministrazione, che ha palesemente ignorato il giusto processo, separato le famiglie e operato senza alcuna responsabilità”. In un’e-mail, Dezer ha dichiarato di “non essere mai stato a conoscenza dei nomi” di coloro che viaggiano a bordo del suo aereo quando è noleggiato privatamente da Journey, né dello scopo del volo. “L’unica cosa di cui sono informato sono le date di utilizzo”, ha detto. I funzionari statunitensi non hanno risposto alle domande sul costo dei due recenti voli per Israele, ma secondo l’ICE, i costi dei voli a noleggio sono variati da quasi 7.000 a oltre 26.000 dollari (5.900-21.900 euro) per ora di volo in passato. Fonti del settore aeronautico stimano che i voli di ritorno per Israele siano probabilmente costati all’ICE tra i 400.000 e i 500.000 dollari (336.000-420.000 euro). Poiché gli Stati Uniti non riconoscono la Palestina come Stato, esistono enormi incongruenze nel modo in cui i funzionari di frontiera classificano i Paesi di origine e di espulsione dei palestinesi. I palestinesi arrivati negli Stati Uniti sono stati variamente identificati come provenienti da Israele, Egitto, Giordania o qualsiasi altro Paese arabo attraverso il quale potrebbero aver transitato, la maggior parte dei quali, e in particolare Israele, li ha generalmente rifiutati. Di conseguenza, i palestinesi spesso languiscono nei centri di detenzione per immigrati statunitensi più a lungo di altri immigrati. In passato, quando le autorità per l’immigrazione non riuscivano a trovare un Paese in cui espellerli, i palestinesi venivano rilasciati negli Stati Uniti, spesso con cavigliere monitorate e l’obbligo di regolari controlli presso l’ICE. Ma poiché l’amministrazione Trump ha cercato di mantenere la promessa di espulsioni di massa, diversi palestinesi sono stati espulsi dagli Stati Uniti negli ultimi mesi. Ex funzionari del Dipartimento per la Sicurezza Interna e del Dipartimento di Stato hanno confermato che gli Stati Uniti in passato erano stati riluttanti a deportare i palestinesi attraverso Israele, e gli avvocati specializzati in immigrazione hanno espresso preoccupazione per il coinvolgimento di Israele nelle deportazioni, temendo che i loro clienti possano ritrovarsi detenuti, interrogati o maltrattati dalle stesse forze di sicurezza da cui spesso fuggono. “C’è ora la volontà di fare ciò che altre amministrazioni non sono state disposte a fare”, ha affermato Maria Kari, un avvocato che ha rappresentato palestinesi sotto custodia dell’ICE. “Rimandarli, presumibilmente, in una situazione di pericolo”. Un portavoce del Dipartimento di Stato americano si è rifiutato di commentare, limitandosi a dire che “si coordina strettamente con il Dipartimento per la Sicurezza Interna negli sforzi per rimpatriare gli immigrati clandestini”. Anche un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna non ha risposto alle domande sui voli di espulsione verso Israele, ma ha dichiarato: “Se un giudice stabilisce che un immigrato clandestino non ha il diritto di stare in questo Paese, lo espelleremo. Punto”. L’ICE non ha risposto alle domande. Il Ministero degli Esteri e il Servizio Penitenziario israeliano hanno rifiutato di commentare. Harry Davies, Alice Speri e Sufian Taha del Guardian hanno contribuito a questo articolo, insieme ad Alaa Salama. Ghousoon Bisharat è la redattrice capo di +972 Magazine Ben Reiff è vicedirettore di +972 Magazine, con sede a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz, ed è intervenuto al Listening Post di Al Jazeera e alla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale di Vashti Media.
Napoli: corteo per la difesa degli spazi sociali, contro la guerra e il governo
Pubblichiamo il comunicato dei Movimenti di Lotta Campani che hanno convocato il corteo a Napoli con il titolo “Amore che resiste”, un appuntamento che si inserisce nel quadro di mobilitazione a livello nazionale per la costruzione dell’opposizione sociale al governo Meloni. Anche da Napoli arriva una voce plurale ma con un obbiettivo comune: difendere gli spazi di libertà, di socialità e aggregazione significa rilanciare per costruire alternative reali che dai territori convergano per le mobilitazioni future. 5000 persone in piazza nonostante la pioggia a Napoli in difesa degli spazi sociali, in solidarietà con Askatasuna e Leoncavallo, contro le politiche securitarie e repressive di questo governo e contro la sua economia di guerra. Un corteo ricco, partecipato, comunicativo, colorato, nato come risposta alla richiesta di sgombero di Officina 99, in cui le tante voci dei movimenti di lotta hanno saputo convergere in un unico momento collettivo, a difesa degli spazi sociali di Insurgencia, del Gridas, del Carlo Giuliani, del Civico 7, di Banchi Nuovi, del CPRS Soccavo così come dei territori, da Bagnoli a san Giovanni, fino all’Agro Caleno. Non è che l’inizio. Continueremo a sostenere le singole vertenze e mobilitazioni regionali e nazionali, ma anche a farle convergere, per costruire una rete dell’opposizione sociale. Per il diritto al reddito e alla riduzione degli orari di lavoro, per il diritto all’abitare, per la difesa dell’ambiente, della salute e di tutti i servizi sociali a partire dall’istruzione pubblica. Lungo il percorso si sono svolte diverse azioni comunicative e di denuncia da parte degli studenti medi ed universitari, abbiamo portato sulle mura della questura quegli abusi di polizia tanto cari al governo Meloni. Infine, è stato consegnato sotto la sede dell’ MSC un grosso pacco a stelle e strisce per denunciare la sua complicità, come Main sponsor dell’American’s Cup, nella devastazione di Bagnoli, per il suo ruolo logistico nel genocidio del popolo palestinese e per la sua responsabilità nell’inquinamento nell’area portuale che causa oltre 700 morti l’anno con le sue navi da crociera e quelle mercantili. Il corteo si è concluso in piazza Municipio con interventi delle varie realtà presenti, le esibizioni dei 99 posse e di altri artisti, mentre venivano srotolati striscioni in solidarietà con la resistenza del popolo palestinese e curdo. Invitiamo tutti giovedì prossimo alle 19 a Officina 99 per decidere insieme come continuare questo percorso di lotta cominciato oggi. 21 febbraio – corteo regionale basta impianti a Pastorano @bastaimpianti 21-22 febbraio assemblea nazionale a Livorno “Per realizzare un sogno comune” 27 febbraio – manifestazione sul l’abitare @retesetrestaabitante 28 febbraio – iniziativa Napoli per la Palestina 5 marzo contro la leva militare 14 marzo per un no sociale al referendum 28 marzo no kings corteo nazionale a Roma I MOVIMENTI DI LOTTA CAMPANI
[2026-02-16] Assemblea Terrona Transfemminista Non Mista @ Spazio Popolare Neruda
ASSEMBLEA TERRONA TRANSFEMMINISTA NON MISTA Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (lunedì, 16 febbraio 19:15) La prossima assemblea si terrà lunedì 16 febbraio alle 19:15 allo Spazio neruda. Durante questa assemblea ci occuperemo di vari punti - Sviluppo dei nodi tematici trattati nelle assemblee precedenti, ricavati da momenti di autocoscienza (in questa slide metterei tutti i nodi, ma per una questione di ripasso) -Organizzazione dell'autofinanziamento del 14 marzo a Manituana -Serata Benefit Neruda -Partecipazione attiva all'assemblea di venerdì 20 Febbraio a Manituana per organizzare il 25 aprile -A Napoli sabato 14 febbraio ci sarà il corteo regionale per la difesa degli spazi di libertà, in quanto assemblea terrona invitiamo alla partecipazione del corteo, e struttureremo un intervento. Faremo un momento di check in e check out anonimo con i post it per iniziare e concludere l'assemblea. L'assemblea è non mista, dunque non aperta a maschi etero cis e persone non terrone. In caso di persone in carrozzina, contattateci privatamente o scriveteci in dm per organizzarci al meglio. Vi aspettiamo🌱
[2026-02-19] RICONOSCIMENTO FACCIALE: TEORIA E PRATICA DELL'UTILIZZO DA PARTE DELLA POLIZIA @ Csoa Gabrio
RICONOSCIMENTO FACCIALE: TEORIA E PRATICA DELL'UTILIZZO DA PARTE DELLA POLIZIA Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino (giovedì, 19 febbraio 19:00) TI SEI MAI CHIEST* COME LA POLIZIA UTILIZA IL RICONOSCIMENTO FACCIALE? ANCHE NOI! E ALLA FINE SIAMO RIUSCITI A CAPIRCI QUALCOSA Privacy Network e Strali (Strategic Litigation) presentano la propria ricerca sull'utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale da parte delle forze dell'ordine. Negli anni abbiamo assistito ad una diffusione massiva delle tecnologie di riconoscimento biometrico nel settore privato e nel settore pubblico. Questa tecnologia è capace di ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Tuttavia, le informazioni disponibili sono pochissime, per questo motivo abbiamo deciso di approfondirne l'utilizzo. Vieni a scoprire come abbiamo indagato, cosa abbiamo scoperto e soprattutto come difendere i tuoi diritti Appuntamento al Gabrio giovedì 19 febbraio alle 19.00 https://radioblackout.org/podcast/sari-sistema-riconoscimento-automatico-immagini-ne-parliamo-con-privacy-network-e-strali
torino
società della sorveglianza
La parola della settimana. Sorriso
(disegno di ottoeffe) Le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà. (francesco guccini, vedi cara) Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione, sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…: https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4 (credits in nota1) Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4 (credits in nota2) La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey, giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc (Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte, prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul. La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani, fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De Mita, alla direzione generale”. (credits in nota3) Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani, ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca olimpica dello scandalo, e da lui sostituito). Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio al calvario) (una foto di marco pantani a metà anni novanta) Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica, vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma è bellissima anche a sessant’anni. A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010 quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare israeliana. I struggle with myself Hopping I might change a little Hopping that I might be Someone I wanna be Looking out I wanna know someone might care Looking out I want a reason to be there ‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you And I don’t know what I’ll do, without you Looking out I want to know some way might clear Looking out I want a reason to repair ‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you And I don’t know what I’ll do without you. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993 ² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon, 1998 ³ Renzo Arbore,  in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
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parola della settimana
trigger point 12-02-26
TRACKLIST J. Ashdown – Apart, Then Together Basic Unit – Coded Paul St. Hilaire – What’s This Manslaughter 777 – Gainax Paul St. Hilaire – Like It’s Always Been Manslaughter 777 – Do You Know Who Loves You Slikback – MADA Chino Amobi – BAKU GIRLZ Chino Amobi – H-TOWN K-HOLEZ MYEN – AS WITHIN, SO WITHOUT Low End Activist – Airdrop 04 (Merv’s Lazy Eye) MSC – Home 2 God Apulati Bien – EPOC Bad Ambulance – Australian Desultory
obscure
weird
ambient
industrial
[2026-02-27] Presentazione dell'opuscolo "Il conflitto e il suo rimosso" - discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e aggiornamento dall'OPERAZIONE CITY @ Radio Blackout 105.250
PRESENTAZIONE DELL'OPUSCOLO "IL CONFLITTO E IL SUO RIMOSSO" - DISCUSSIONE A PARTIRE DAL REATO DI DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO E AGGIORNAMENTO DALL'OPERAZIONE CITY Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino (venerdì, 27 febbraio 18:00) Dall’ottobre 2022 alla primavera 2023, una importante mobilitazione ha accompagnato lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, compagno anarchico prigioniero in 41bis. Iniziative, manifestazioni, azioni dirette hanno segnato in Italia e in molte altre parti del globo i passi di un movimento eterogeneo che è cresciuto nel dare forza alla protesta di Alfredo: una protesta che ha rivendicato l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”, con cui lo Stato italiano condanna quasi 1300 detenuti a morire in galera. Ovviamente quello stesso stato, che probabilmente avrebbe lasciato morire di fame Alfredo, non ha tardato a presentare il conto con inchieste e processi in vari territori e città dove si è propagata la mobilitazione di quei mesi. A Torino, questa controffensiva dello Stato si sta manifestando principalmente per mezzo della cosiddetta “operazione City”: che ha emanato, nel 2023, un buon numero di misure cautelari e ha aperto due filoni processuali di cui si stanno tenendo le udienze. Nel primo troncone, di cui è prevista la sentenza di primo grado verso metà Aprile, i compagni e le compagne sono tuttx accusatx di “concorso in devastazione e saccheggio”. La chiamata in causa del “concorso” svela la finalità politica per cui viene utilizzato: spaventare e dissuadere dal manifestare, poiché l’arbitraria punizione potrà colpire chiunque scenda in strada e in qualunque modo decida di farlo. Il secondo troncone - la cui udienza preliminare sarà il 26 Febbraio - vede imputatx 53 compagnx accusatx di vari reati tra cui spicca, anche in questo caso, il reato di “concorso in devastazione e saccheggio” e il, rarissimo, “quasi reato” (art 115 c.p.) contestato a coloro che sono statx fermatx prima del corteo. Ricordare oggi il corteo del 4 Marzo 2023 non è solo un modo per portare solidarietà alle e agli imputatx, e non lasciarlx solx davanti alla controparte. Ma è anche un modo per ricordare che la lotta contro il 41bis e l’ergastolo ostativo è una lotta sempre attuale: contro il carcere e la società che ne ha bisogno. Inoltre in questa contemporaneità bellica e genocidiaria, il reato di devastazione e saccheggio è sempre più usato dalle procure italiane per reprimere il più duramente possibile le piazze conflittuali e così terrorizzare su larga scala chi sceglie di manifestare. A tal proposito ricordiamo in particolare l’operazione Ipogeo, scattata a Catania nel novembre 2025, che ha portato 3 compagnx in carcere (di cui unx si trova ora agli arresti domiciliari). Se l’accusa di devastazione e saccheggio non è l’unica arma affilata in mano alla magistratura per cercare di reprimere il dissenso (ricordiamo l’uso smodato e continuo dell’art. 270bis), di certo il tentativo di scoraggiare chi partecipa alle piazze conflittuali con lunghe e gravose cautelari e con il timore di anni di galera non è ha sottovalutare. Nel cercare di cogliere il momento storico che attraversiamo - fatto sia di piazze piene e,a volte, conflittuali nonché di continue ondate repressive – incontriamoci con il fine di riflettere sui tempi che corrono, le pratiche di solidarietà, dissenso e azione che possiamo, o vogliamo, mettere in campo. La lotta contro il fine-pena-mai, la tortura del 41bis e le galere è legata a filo doppio con la resistenza al colonialismo, posizionandosi al fianco di chi resiste ai genocidi. Tessere le fila di un discorso unitario - che sappia affiancare le pratiche alle analisi - ci permette non solo di raffinare il nostro modo di agire ma anche di non lasciare nessunx indietro.
[2026-02-24] Presenza solidale in aula e fuori dal tribunale solidali con le/i imputate/i dell'OPERAZIONE CITY @ Tribunale di Torino - aula maxi 3
PRESENZA SOLIDALE IN AULA E FUORI DAL TRIBUNALE SOLIDALI CON LE/I IMPUTATE/I DELL'OPERAZIONE CITY Tribunale di Torino - aula maxi 3 - corso vittorio emanuele II 130 (martedì, 24 febbraio 09:00) Dall’ottobre 2022 alla primavera 2023, una importante mobilitazione ha accompagnato lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, compagno anarchico prigioniero in 41bis. Iniziative, manifestazioni, azioni dirette hanno segnato in Italia e in molte altre parti del globo i passi di un movimento eterogeneo che è cresciuto nel dare forza alla protesta di Alfredo: una protesta che ha rivendicato l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”, con cui lo Stato italiano condanna quasi 1300 detenuti a morire in galera. Ovviamente quello stesso stato, che probabilmente avrebbe lasciato morire di fame Alfredo, non ha tardato a presentare il conto con inchieste e processi in vari territori e città dove si è propagata la mobilitazione di quei mesi. A Torino, questa controffensiva dello Stato si sta manifestando principalmente per mezzo della cosiddetta “operazione City”: che ha emanato, nel 2023, un buon numero di misure cautelari e ha aperto due filoni processuali di cui si stanno tenendo le udienze. Nel primo troncone, di cui è prevista la sentenza di primo grado verso metà Aprile, i compagni e le compagne sono tuttx accusatx di “concorso in devastazione e saccheggio”. La chiamata in causa del “concorso” svela la finalità politica per cui viene utilizzato: spaventare e dissuadere dal manifestare, poiché l’arbitraria punizione potrà colpire chiunque scenda in strada e in qualunque modo decida di farlo. Il secondo troncone - la cui udienza preliminare sarà il 26 Febbraio - vede imputatx 53 compagnx accusatx di vari reati tra cui spicca, anche in questo caso, il reato di “concorso in devastazione e saccheggio” e il, rarissimo, “quasi reato” (art 115 c.p.) contestato a coloro che sono statx fermatx prima del corteo. Ricordare oggi il corteo del 4 Marzo 2023 non è solo un modo per portare solidarietà alle e agli imputatx, e non lasciarlx solx davanti alla controparte. Ma è anche un modo per ricordare che la lotta contro il 41bis e l’ergastolo ostativo è una lotta sempre attuale: contro il carcere e la società che ne ha bisogno. Inoltre in questa contemporaneità bellica e genocidiaria, il reato di devastazione e saccheggio è sempre più usato dalle procure italiane per reprimere il più duramente possibile le piazze conflittuali e così terrorizzare su larga scala chi sceglie di manifestare. A tal proposito ricordiamo in particolare l’operazione Ipogeo, scattata a Catania nel novembre 2025, che ha portato 3 compagnx in carcere (di cui unx si trova ora agli arresti domiciliari). Se l’accusa di devastazione e saccheggio non è l’unica arma affilata in mano alla magistratura per cercare di reprimere il dissenso (ricordiamo l’uso smodato e continuo dell’art. 270bis), di certo il tentativo di scoraggiare chi partecipa alle piazze conflittuali con lunghe e gravose cautelari e con il timore di anni di galera non è ha sottovalutare. Nel cercare di cogliere il momento storico che attraversiamo - fatto sia di piazze piene e,a volte, conflittuali nonché di continue ondate repressive – incontriamoci con il fine di riflettere sui tempi che corrono, le pratiche di solidarietà, dissenso e azione che possiamo, o vogliamo, mettere in campo. La lotta contro il fine-pena-mai, la tortura del 41bis e le galere è legata a filo doppio con la resistenza al colonialismo, posizionandosi al fianco di chi resiste ai genocidi. Tessere le fila di un discorso unitario - che sappia affiancare le pratiche alle analisi - ci permette non solo di raffinare il nostro modo di agire ma anche di non lasciare nessunx indietro.