Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo
tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e
agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un
terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della
possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui
campi, sui punti della logistica, tra le strade della città.
In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano
direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra
nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono
sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una
violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima.
Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti
paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna
dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via
Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a
caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è
stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4
aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di
passaggio poiché destinati alla deportazione.
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da
vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici
bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei
e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a
Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un
corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a
Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
LA VERITÀ È CHE STIAMO BENE E CHE CI PIACE STARE INSIEME
ARSIDER POLIZIA E MORALE > DEEP LISTENING > PUGNI IN TESTA > PIETRATE PER 1.4
EURO NETTI AL MESE
+ COLLEGAMENTO HONINGSWAG(NORVEGIA)
Mentre la Striscia continua a contare morti e feriti, la società civile rilancia
una flottiglia internazionale per rompere l’assedio Nella Striscia di Gaza si
continua a morire anche mentre, sulla …
(disegno di diego miedo)
Riprendiamo il filo tracciando gli elementi essenziali di questi mesi trascorsi
ancora all’interno di questa strana camera iperbarica.
Il tempo del processo a breve segnerà una nuova sequenza in cui verranno
esaminati i testimoni delle difese degli imputati. In questo lasso temporale, in
cui abbiamo osservato la deposizione degli accusati che hanno prestato il
consenso a sottoporsi alle domande delle parti sono emersi con evidenza i
passaggi operativi della Mattanza. I poliziotti di Santa Maria hanno tentato
invano di scaricare la responsabilità sui colleghi del Gruppo d’Intervento
Rapido e sugli altri provenienti da altri istituti per dare una mano. Tentativi
inutili di fronte all’evidenza delle dichiarazioni, anche poste ingenuamente
come quella dell’agente che ha dichiarato di aver indossato per l’occasione le
scarpe da ginnastica perché aveva capito l’obiettivo reale della perquisizione
straordinaria e con la gomma (forse) avrebbe inferto colpi meno importanti. Ci
sono state confessioni evidenti, una proviene da un agente di Santa Maria che ha
operato il 6 aprile 2020:
Presidente: no, perché io cercavo di capire il suo racconto, cercavo di seguire
il suo racconto quando lei diceva di avere ecceduto, allora il pubblico
ministero le faceva le domande in relazione al livello della forza che lei ha
utilizzato per i colpi, io invece le chiedevo se questo eccesso lei lo individua
anche rispetto al colpire persone un po’ alla cecata, mi passi il termine, cioè
anche indipendentemente…
Imputato: no, chiunque in quel momento faceva anche una mezza azione anche
insignificante, cosa, io colpivo. Presidente: quindi questo è l’eccesso.
P.M.: senta, mi scusi, non siamo riusciti a capire, io le ho chiesto il numero
orientativo di persone che ha picchiato, non ho capito se… perché sa, uno riesce
pure a dire 10, 30, 50, 100, 1000, insomma.
Imputato: no.
P.M.: c’è la possibilità di fare queste considerazioni?
Imputato: no, in quel momento non riuscivo a capire niente, non riuscivo a
contare le persone, non riuscivo a calcolare le persone, non ho idea.
…
Presidente: va bene, non ci sono altre domande. Le parti civili? Nessuna
domanda. Le difese. Chi deve fare domande? Nessuno?
Imputato: dottoressa, ribadisco il mio perdono, perdonatemi per quello che ho
fatto.
Presidente: sì, abbiamo inteso.
Imputato: perdonatemi tutti quanti, vi chiedo scusa a tutti per quello che è
accaduto.
Per noi è necessario ribadirlo per non perderne memoria: il personale del
carcere ha reclamato la rappresaglia già dal 5 aprile sera, dopo la mediazione
conclusa in modo pacifico con i detenuti del reparto Nilo. Così il potere
penitenziario regionale si è mosso rapidamente per non perdere il fronte
interno, scomposto e scollegato dal comando. Tutti ne erano al corrente, i
messaggi tra il provveditore dell’amministrazione in carica durante gli anni
dell’emergenza pandemica, Antonio Fullone (premiato per la carriera e
ricompensato perché ora direttore della Scuola Superiore dell’esecuzione penale
“Piersanti Mattarella”) e il capo del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria del governo Conte, Francesco Basentini, sono a nostro giudizio
prova evidente:
Parte Civile: Non so se – dicevo – possiamo dare per scontato il contenuto dei
messaggi che lei ha inoltrato al dottor Basentini il 5 e il 6 aprile oppure
vuole che li rilegga un attimo? Devo porre delle domande su questi.
Imputato: magari se me li rilegge nel momento in cui fa la domanda, posso essere
più preciso.
Presidente: quelli che lei ritiene di chiamare.
Parte Civile: benissimo, vado rapido. Allora il 5 aprile risulta che lei scrive
al dottor Basentini alle 23:51, quindi al termine della protesta del 5 aprile:
“Dobbiamo chiudere l’emergenza sanitaria e il rischio contagio ci dà un’ottima
motivazione”. Il dottor Basentini le risponde: “Antonio, aspettiamo cosa dice il
ministro, non vorrei che…”. “Va bene”. Il 6 aprile alle 16:48 lei scrive al
dottor Basentini: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con
150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel
reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per
riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori
regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire
l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria
ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”.
“Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini.
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QUI le puntate precedenti del Diario
di Marco Sommariva* Non è che quanto accadutomi ieri (5 febbraio) a Genova-Pegli
era successo tempo fa negli Stati Uniti dando la stura a un potere che oggi dà
sfogo …
Decreto e disegno di legge: scudo penale, fermo preventivo, zone rosse, stretta
su minori e migranti. E un Paese che si abitua all’eccezione
Il pacchetto-sicurezza che il governo ha approvato in Consiglio dei ministri non
è semplicemente un insieme di norme tecniche. È un messaggio politico compatto,
e in parte brutale, che racconta una precisa idea di società: una società in cui
l’ordine pubblico diventa la lente principale attraverso cui leggere i
conflitti, le periferie, le migrazioni, perfino l’adolescenza. Un pacchetto
diviso in due atti, un decreto legge immediatamente esecutivo e un disegno di
legge che seguirà il percorso parlamentare, ma con un obiettivo comune: spostare
ulteriormente in avanti la soglia del controllo e rendere normale ciò che fino a
ieri era considerato eccezionale.
La scelta di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a
rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che
incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine
pubblico e sulla costruzione del “nemico interno”. Il disegno di legge, invece,
ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico,
quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una
strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le
fondamenta.
Uno dei punti centrali è lo scudo penale, definito in modo tecnicamente più
prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo,
potenzialmente più pervasivo. Non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come
ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene
esteso a tutti i cittadini. Il principio è che chi commette un reato in presenza
di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto
nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con
garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe
portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa
valutazione del pubblico ministero. La decisione finale sulla giustificabilità
resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per
rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di
legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso
chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un
contesto percepito come minaccioso. In un Paese già attraversato da una retorica
di paura, e da un razzismo sociale che spesso decide chi sia credibile e chi no,
uno scudo penale esteso rischia di produrre un effetto selettivo. Non protegge
genericamente “i cittadini”: protegge soprattutto chi è già riconosciuto come
cittadino pieno, e tende a rendere ancora più vulnerabile chi viene percepito
come estraneo, giovane, marginale, migrante.
L’altro pilastro è il fermo di prevenzione, che entra nel decreto nella versione
rivista dopo i rilievi del Quirinale. Ed è importante notare questo passaggio,
perché racconta la dinamica con cui la soglia del possibile viene spinta sempre
un po’ più avanti. La bozza originaria era più aggressiva, più apertamente
orientata al sospetto. La riscrittura introduce paletti: il fermo, in occasione
di manifestazioni pubbliche, potrà durare al massimo dodici ore e potrà
riguardare solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi
o oggetti atti a offendere. Non basterà più, almeno formalmente, l’idea vaga che
qualcuno “possa” essere pericoloso, né l’abbigliamento ritenuto idoneo al
travisamento. Il trattenimento dovrà essere comunicato tempestivamente al
magistrato di turno, che potrà verificare se sussistano le condizioni di legge
e, in caso contrario, ordinare l’immediato rilascio. Questa è la versione che
prova a rispettare l’articolo 13 della Costituzione. Ma resta un fatto enorme:
si introduce un meccanismo che trasforma la piazza in un luogo dove la libertà
personale può essere compressa in via preventiva. La protesta, anziché essere
tutelata come diritto, viene trattata come un contesto eccezionale, un
territorio in cui la logica non è più “punire chi commette un reato” ma
“trattenere chi potrebbe commetterlo”. È esattamente qui che la
criminalizzazione del dissenso diventa concreta: non perché si vieti formalmente
di manifestare, ma perché si crea un regime in cui partecipare a un corteo
significa accettare un rischio ulteriore, una possibilità di essere fermati e
trattenuti, soprattutto se si appartiene a categorie già marcate come sospette.
Il decreto interviene anche sul tema dei controlli di polizia con l’introduzione
di un illecito penale specifico per chi non si ferma all’alt delle forze
dell’ordine e fugge mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Anche qui la
misura può apparire, a prima vista, ragionevole: nessuno vuole inseguimenti
pericolosi o fughe che mettono a rischio vite. Ma dentro l’architettura
complessiva, questa norma assume un’altra funzione: aumenta l’area della
punibilità legata non tanto a un danno effettivo quanto al comportamento, alla
dinamica dell’interazione con la polizia. E quando si moltiplicano le occasioni
di controllo, come accade con le zone rosse e con la gestione securitaria dello
spazio urbano, si moltiplicano anche le situazioni in cui un gesto, una
reazione, una paura possono trasformarsi in un reato.
Le zone rosse, infatti, tornano come uno strumento centrale. Si prevede la loro
istituzione nelle aree considerate più a rischio, come le stazioni, con
l’obiettivo dichiarato di prevenire degrado e criminalità. Ma la logica reale è
quella della selezione: stabilire che esistono luoghi della città dove la
presenza stessa diventa un problema, dove alcune persone sono tollerate e altre
no. Le zone rosse non risolvono il disagio, non curano le cause della
marginalità, non riducono la violenza sociale. La spostano, la nascondono, la
reprimono. E soprattutto producono un effetto culturale: rendono normale l’idea
che la città sia attraversabile in modo diverso a seconda di chi sei, di come ti
vesti, di quanti anni hai, di che faccia hai, di che accento hai.
Dentro questo impianto trova spazio anche l’ossessione contemporanea per
l’“emergenza minori”, che il governo usa come chiave narrativa per legittimare
una stretta punitiva. La norma introduce un divieto più netto di vendita ai
minori di diciotto anni di coltelli e oggetti atti a offendere, e prevede
sanzioni amministrative fino a dodicimila euro per i venditori, compresi quelli
online, con la possibilità di sospensione o revoca della licenza. Ma non si
ferma qui. Viene introdotta la possibilità di arresto in flagranza e di adozione
di misure cautelari anche per i minori trovati in possesso di coltelli. E
soprattutto vengono previste sanzioni amministrative “collaterali” molto
pesanti: un minorenne sorpreso con una lama in tasca potrà vedersi sospesi
patente o passaporto e, nel caso di stranieri, addirittura il permesso di
soggiorno. Questo è un passaggio gravissimo, perché costruisce un diritto
differenziale: lo stesso comportamento produce conseguenze diverse a seconda
dello status giuridico. E quando il permesso di soggiorno diventa un’arma
sanzionatoria, la sicurezza non è più un tema penale: diventa un meccanismo di
disciplinamento sociale e di esclusione.
È in questo punto che l’etichetta “maranza”, evocata come se fosse un fenomeno
naturale, rivela la sua funzione politica. Non descrive: designa. Non analizza:
marchia. E marchiare significa produrre una classe pericolosa. Il giovane,
soprattutto se periferico e spesso se migrante o figlio di migranti, viene
trattato come un soggetto da neutralizzare prima ancora che da comprendere. La
politica, invece di affrontare la crisi educativa, la povertà, l’abbandono
scolastico, la segregazione urbana, sceglie la scorciatoia del codice penale. È
più semplice, più comunicabile, più vendibile in televisione. Ed è anche più
devastante.
Nel disegno di legge restano inoltre misure pensate per la cosiddetta
“responsabilizzazione dei genitori” dei minori coinvolti in atti di delinquenza.
La formula sembra ragionevole, quasi morale. In realtà è una costruzione
classista e punitiva: significa trasferire la colpa, rendere la devianza un
fatto familiare, punire economicamente chi spesso è già fragile. È la stessa
logica che attraversa l’intero pacchetto: non curare le cause, ma punire i
sintomi, e farlo nel modo più visibile possibile.
Parallelamente, il pacchetto interviene sull’immigrazione con una doppia
strategia. Nel decreto trovano spazio norme per rendere più rapide ed eseguibili
le espulsioni di immigrati irregolari, in particolare di coloro che non
rispettano l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni contenuto nel foglio
di via. Alla seconda inosservanza, i questori potranno direttamente provvedere
al rimpatrio. Il tema viene presentato come efficienza amministrativa, ma in
realtà aumenta il potere discrezionale e riduce l’area delle garanzie. Quando il
rimpatrio diventa un automatismo accelerato, il rischio è che la persona
scompaia dal campo dei diritti e venga trattata come un oggetto logistico.
Nel disegno di legge restano invece le norme che stringono le maglie sui
ricongiungimenti familiari e quelle che riprendono, con una forma giuridica più
elaborata, l’ossessione del blocco navale. Si prevede infatti la possibilità di
interdire l’attraversamento delle acque territoriali per periodi compresi tra
trenta giorni e sei mesi in presenza di minacce all’ordine pubblico o alla
sicurezza nazionale. È una norma volutamente elastica, costruita su concetti
vaghi come “minaccia” e “ordine pubblico”, che possono essere allargati a
seconda del clima politico e mediatico del momento. Ed è proprio questa vaghezza
che rende la misura pericolosa: non perché sarà usata ogni giorno, ma perché può
essere usata quando conviene, e perché intanto sposta l’orizzonte. La migrazione
viene definitivamente trattata come una questione di difesa, non di diritti, e
il mare come un confine militare, non come uno spazio di soccorso.
Dovrebbero trovare spazio anche provvedimenti sui flussi migratori con
respingimenti coatti, misura su cui il Quirinale avrebbe espresso riserve. E
questo dettaglio, apparentemente tecnico, è politicamente rivelatore. Il
Quirinale interviene raramente in modo esplicito, e quando lo fa significa che
la soglia di compatibilità costituzionale è stata spinta troppo in avanti. Ma la
dinamica è ormai collaudata: si propone una versione estrema, si subiscono
rilievi, si corregge quanto basta per farla passare, e alla fine resta comunque
un impianto più duro di quello precedente. È la politica come avanzamento
graduale dell’eccezione.
In mezzo a tutte queste misure, c’è anche l’inasprimento delle pene per alcuni
reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione, con l’aumento dei minimi
e dei massimi edittali. Anche qui, il messaggio è semplice: più carcere, più
severità. Ma l’effetto reale è discutibile, perché la storia della giustizia
penale insegna che l’inasprimento delle pene non riduce automaticamente i reati.
Serve piuttosto a rafforzare un’immagine di governo “duro”, a produrre una
sensazione di controllo. E intanto si continua a caricare un sistema carcerario
già in crisi, mentre la criminalità vera, quella economica, quella organizzata,
quella che divora risorse pubbliche e diritti, resta spesso ai margini della
narrazione securitaria.
Alla fine, ciò che emerge è un disegno coerente. Il dissenso viene trattato come
un problema di ordine pubblico, la marginalità come un rischio, la giovinezza
come un allarme, la migrazione come una minaccia. E su questa base si costruisce
un sistema in cui la polizia ha più strumenti, più margini di discrezionalità,
più possibilità di intervento preventivo, mentre il cittadino – soprattutto
quello che non rientra nei canoni del cittadino “giusto” – ha meno spazi, meno
tutele, meno presunzione di innocenza sociale.
Il punto più inquietante, però, non è la singola norma. È il clima che queste
norme producono e consolidano. Perché un Paese non diventa autoritario solo
quando vieta formalmente la protesta o quando sospende apertamente la
Costituzione. Diventa autoritario quando si abitua all’idea che la libertà sia
condizionata, che l’eccezione sia normale, che alcune persone siano sospette per
natura, che la forza sia più credibile del diritto. E quando ci si abitua, il
passo successivo non fa più scandalo.
Questo pacchetto-sicurezza non promette davvero più sicurezza. Promette qualcosa
di più preciso e più inquietante: la chiusura progressiva degli spazi di
agibilità politica e sociale. Non è una semplice espansione dei poteri di
controllo, è un tentativo di ridisegnare il perimetro di ciò che è legittimo
fare, dire, attraversare, contestare. È la trasformazione della piazza, della
strada, della periferia e perfino dell’adolescenza in territori sotto sospetto,
dove la libertà non è più un diritto pieno ma una concessione revocabile.
E soprattutto, questo impianto costruisce e consolida nuove “classi pericolose”,
come si faceva nei momenti peggiori della storia europea: giovani, poveri,
migranti, figli delle periferie, figure sociali trattate non come cittadini ma
come presenze da disciplinare. Il dissenso viene riscritto come disturbo, la
marginalità come minaccia, la differenza come rischio. È un ritorno a una logica
da Ancien Régime, dove l’ordine non coincide con la giustizia ma con la
gerarchia, e dove lo Stato non garantisce diritti: seleziona corpi, controlla
territori, punisce identità.
Il punto, allora, non è solo che “il controllo raramente torna indietro”. Il
punto è che, una volta normalizzata questa cultura politica, ciò che non torna
indietro è la soglia stessa della democrazia. Perché quando lo Stato si abitua a
governare attraverso paura e repressione preventiva, non sta proteggendo la
società: sta insegnandole a respirare in meno spazio.
da osservatorio repressione
Comunicato di giornalist3 e operator3 dell’informazione contro la campagna
mediatica orchestrata da molte/i colleghe/i e testate giornalistiche contro
associazioni e gruppi palestinesi in Italia. Come giornaliste/i e operatori
dell’informazione, condanniamo …
Il terzo reportage fa seguito al Manifesto Per il bisogno di confluire tra terre
emerse e al numero 0.1 Approdo sui territori che combattono la speculazione
energetica
Grazie a ____delia _cry_me e verolialessia per la copertina
1. CAPITOLO “IERI”
INTRODUZIONE SULLE LOTTE STORICHE AMBIENTALISTE TOSCANE E LE NUOVE TENDENZE TRA
PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO E SEMPLIFICAZIONE
Se da un lato la regione Toscana risulta agli occhi esterni una terra dalle
caratteristiche fisiche e ambientali affascinanti e accoglienti, dall’altro, chi
la vive, fa anche i conti con una realtà più cruda. Un territorio fortemente
mortificato da una serie infinita di scelte concettualmente sbagliate fatte da
chi invece lo dovrebbe tutelare. Scelte che spesso nascondono, ma neanche
troppo, sacche di speculazione e abusivismo edilizio, mancanza di tutela dei
territori, soprattutto delle aree agricole, e di rispetto delle leggi vigenti,
addirittura modificate nel corso degli anni, anche recenti, in base alle
esigenze della parte imprenditoriale. Fatta eccezione per alcuni isolati
episodi, dove la tutela di luoghi viene veramente messa al primo posto – grazie
magari a collaborazioni tra amministrazioni locali e associazioni ambientaliste
territoriali – analizzando nello specifico tutte le aree della regione, si
evidenzia il ripetersi di determinate criticità, il che mette in luce la
mancanza di un indirizzo generale di tutela del territorio, affiancato a
un’assenza di controllo da parte degli organi preposti, sia locali che
regionali.
Una regione come questa, con mare, isole e coste, pianure, colline e montagne,
presenta una notevole serie di aree che, agli occhi di speculatori e politici
poco lungimiranti o interessati più alla cura del proprio essere anziché al
rispetto del mandato politico ricevuto, appaiono un terreno fertile per
interessi privati e personalistici; una tendenza che pone tali aree ben al di là
delle reali necessità del territorio e di chi lo vive. Dando uno sguardo alle
zone costiere si evidenzia come in questi luoghi la speculazione edilizia
l’abbia fatta da padrona nel cambiare i connotati fisici di paesi esistenti già
da tempo, magari anche secoli. Il caso più emblematico è sicuramente la
Versilia, ormai sfregiata nella sua integrità paesaggistico-territoriale, e oggi
sotto attacco anche riguardo al tema viabilità, con l’asse di penetrazione di
Viareggio (600 metri di strada fra la Darsena e l’autostrada a danno della
pineta esistente). Non sono certo rimaste immuni le province di Livorno e
Grosseto, aree soggette soprattutto a espansioni urbanistiche con fini
turistico-residenziali, per soddisfare una sempre maggiore richiesta di domanda
di seconde case. E non si è salvata certamente l’Isola d’Elba, protagonista
negli ultimi mesi di ben quattro alluvioni di grossa entità, frutto sia di bombe
d’acqua che di progettazioni urbanistiche tutt’altro che utili per la tutela del
territorio e dei suoi abitanti. Restando sulla costa, da annotare anche la
crescente richiesta di posti barca, col conseguente proliferare di nuovi
porticcioli o l’ampliamento degli esistenti che ormai ogni paese, più o meno
grande che sia, possiede. Progettazioni che, anche queste, impattano fortemente
sul territorio.
Ma guardando al mare, tutti gli occhi oggi sono puntati sullo stravolgimento del
porto di Livorno: il progetto Darsena Europa prevede fondali più profondi, tre
chilometri di banchine nuove, due milioni di metri quadrati di nuove aree.
Interventi che porteranno nuovi volumi di traffico merci da dover poi
trasportare a destinazione, motivo per cui hanno ripreso forza le voci di
possibili nuovi lavori lungo l’arteria stradale Livorno-Firenze, la FiPiLi
(ampliamento delle carreggiate con possibile creazione di una terza, ticket per
i trasportatori), e lungo la Rosignano-Civitavecchia (trasformazione in
autostrada rispetto alle attuali quattro corsie).
La continua richiesta di disponibilità di immobili invece, da costruire ex novo
o da recuperare spesso con integrazioni di volumi, si è sviluppata in tutte
quelle aree regionali di maggior richiamo, sia rurali che cittadine, non
risparmiando neanche quelle di grande valore naturale-paesaggistico come il
chiantigiano, o città di indubbia importanza storico-culturale come lo stesso
capoluogo di Firenze. Tutte queste criticità, derivanti molto spesso da varianti
urbanistiche che vanno quasi a stravolgere i principi iniziali delle
progettazioni, si aggiungono a vertenze ambientali storiche locali,
problematiche non solo mai risolte ma che in alcuni casi sono andate addirittura
peggiorando nel corso del tempo. Viene in mente lo sbancamento delle Alpi
Apuane, col beneficio dei guadagni per pochi padroni d’azienda a discapito di un
sempre maggiore inquinamento fatto di polveri sottili, e di sversamento di
materiali di scarto nei fiumi locali, oltre che di impatti visivi fortemente
negativi.
L’inquinamento indiscriminato riversato nei fiumi, prodotto in passato da
scarichi industriali derivanti dalle lavorazioni estrattive, oggi è causato dai
rifiuti di aziende senza scrupoli (storiche le battaglie per la salvaguardia dei
fiumi Ambra e Merse, nell’area regionale centro-sud), ma assume anche nuove
forme come l’interramento di materiali tossici mescolati ad altri nella
costruzione di opere pubbliche (il caso più recente è lo scarto conciario Keu
mischiato nell’asfalto e riversato nelle zone tra Pontedera ed Empoli). Tornando
alla questione viabilità, resta alta l’attenzione verso la creazione di una
nuova pista aeroportuale a Firenze Peretola mentre procedono i lavori di
ampliamento degli aeroporti di Pisa e della stessa Firenze, dove tra l’altro,
proseguono gli interventi per l’alta velocità ferroviaria dopo le devastazioni
che negli anni passati hanno interessato l’area mugellana. Degna di nota è poi
la presenza della fabbrica Solvay nel comune costiero di Rosignano Marittimo,
che determina la chiusura permanente di tratti di spiaggia per la presenza di
scarti industriali e mercurio.
Rientra poi nel computo delle criticità anche la presenza di basi militari come
Camp Darby (PI), da decenni il maggiore arsenale militare Usa in Europa, con
tutto ciò che questo comporta: esercitazioni in loco e continui spostamenti di
attrezzature militari. Per la base è previsto un ampliamento che interesserà
anche il Parco Regionale di San Rossore-Migliarino-Massaciuccoli, pertanto
anch’esso soggetto a inquinamento e degrado biologico. Da evidenziare come in
questi ultimi anni da Livorno a La Spezia si sta strutturando uno dei corridoi
centrali della militarizzazione in Italia1.
Per quanto riguarda invece la gestione dei rifiuti negli anni, problema che
persiste tuttora, non sono mai stati raggiunti standard accettabili di
produzione (in eccesso) e di smaltimento (un terzo viene tuttora interrato). Si
lamentano mancanze di infrastrutture, ma al di là di questo, è evidente che
esiste strutturalmente un surplus di produzione di scarti rispetto alla media
nazionale.
Passando poi al tema energetico, di grande impatto ambientale e politico è stata
la collocazione, a Livorno nel 2013 e a Piombino nel 2023, di due
rigassificatori: il primo allocato a 22 km dalla costa, il secondo nel porto
cittadino. A scapito della narrazione che vorrebbe convincere dell’abbandono
delle fonti fossili per la transizione energetica. Transizione che le realtà e i
comitati del territorio toscano vorrebbero senza speculazione ma che così non è,
come dimostra la moltiplicazione degli impianti rinnovabili su scala industriale
che costellano il paesaggio, dagli Appennini alla costa2. Uno dei fattori che
lascia via libera alla speculazione energetica è l’assenza di programmazione e
ragionamento sui territori in funzione dei bisogni di chi li abita, anzi,
assistiamo a una linea governativa che va nella direzione della centralizzazione
e semplificazione in tutte le materie, e in quella energetica in maniera
lampante; ne è un esempio il DL 175 sulle aree di accelerazione e il decreto sul
nucleare del Ministro Pichetto-Fratin.
Proprio a partire da queste considerazioni l’assemblea organizzata insieme alla
Coalizione TESS / Transizione Energetica Senza Speculazione3 sabato 22 novembre
2025 presso Il Santo Villore Vicchio alla Chiesa di San Lorenzo, di cui più
avanti racconteremo il progetto di comunità, è stata introdotta da un intervento
di Anna Marson, professoressa ordinaria di Pianificazione del territorio presso
IUAV di Venezia, in merito al significato del territorio, del paesaggio e della
nostra appartenenza a essi, che ha affrontato il tema con un approccio
ecoterritorialista di cui qui di seguito proviamo a dare un accenno.
Dagli anni ‘70 a oggi assistiamo a un sempre più forte sviluppo della “coscienza
di luogo”, come direbbero Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi, principali
ispiratori della Società degli ecoterritorialisti4, ossia di uno “svilupparsi di
un senso di ‘responsabilità locale’ che sapeva coniugare memoria storica,
sviluppo economico legato alle risorse locali, rinascita dell’uso della lingua
minoritaria, senso di orgoglio per forme embrionali di autogoverno5”. Alberto
Magnaghi definisce anche un quadro di prospettiva collettiva a partire da questa
premessa, dicendo che:
la sfida ulteriore riguarda la possibilità di avviare, sul piano sia concettuale
che pratico, una ricomposizione multiattoriale, multidisciplinare e
multisettoriale di questi nuovi campi, progetti e strumenti dello sviluppo
locale, sperimentando iniziative di ricerca/azione che affianchino fattivamente
queste esperienze innescando forme di relazione, riconoscimento reciproco e
cooperazione capaci di superare l’approccio settoriale6.
Questa dimensione, nel metodo, si rifà alla conricerca di Romano Alquati di cui
abbiamo già accennato nel Manifesto di Confluenza numero 07 e nell’articolo di
prossima pubblicazione sui Quaderni della Decrescita, ma che rinfreschiamo sin
da ora a partire dalle sue parole:
La conricerca è un processo aperto in avanti (e non solo) e la sua processualità
aperta è la sua modalità fondamentale. Ed anche nei suoi aspetti di ricerca e
sviluppo teorico é comunque sempre un processo pratico. Aperto non solo perché
comunque sempre ipotetico ed indefinito, nel suo movimento interminato, verso il
futuro; ma anche perché flessibile, con margini di indeterminazione e con
riprodursi continuo di alternative e quindi con una varietà almeno potenziale
inestinta: da cui possa sempre riproporsi e ricercarsi e riprodursi il nuovo,
ulteriore8.
Questo preambolo è utile per sottolineare come oggi si aprano degli spazi e dei
terreni, fisici e concreti, dentro e intorno ai quali è possibile lavorare per
la produzione di una soggettività-contro che, collettivamente e in maniera
processuale, sia capace di definire e agire con una prospettiva di
trasformazione della gestione dei territori e, dunque, dei rapporti sociali. In
questo senso, Anna Marson ha introdotto il concetto di pianificazione dei
territori con riferimento all’ambivalenza di questo tema. Infatti, per
concludere questo spunto teorico, come viene sostenuto da Aldo Bonomi nel suo
contributo dal titoloDai distretti sociali alle bioregioni urbaneapparso
nell’opera collettanea Ecoterritorialismo9:
Magnaghi mi invitava a “cogliere la composizione soggettiva che viene avanti”,
invitando me e quant’altri interessati a delineare tracce e pratiche di
autorganizzazione sociale e comunitaria che, seppure in modo ambivalente,
avessero dentro di sé istanze trasformative capaci di restituire potere alla
società mettendone in discussione il destino di residuo funzionale alla logica
dei flussi. Il tutto alla luce di segnali sempre più evidenti dell’inverarsi di
quella tendenza dell’economia a sussumere la riproduzione sociale e la vita
quotidiana secondo logiche di industrializzazione delle relazioni sociali poste
sulle quali aveva a suo tempo riflettuto romano Alquati (di cui si trova traccia
in Sulla riproduzione della capacità vivente umana. L’industrializzazione della
soggettività, DeriveApprodi, Roma, 2021).
Lasciamo dunque la parola all’intervento di Anna Marson che, a partire dalla sua
esperienza in Regione Toscana, problematizza il tema della pianificazione del
territorio, dei percorsi decisionali, delle procedure semplificate, dell’assenza
di qualunque forma di programmazione. Aspetti che rappresentano un terreno
ambivalente all’interno del quale le realtà sociali, i comitati, le
associazioni, gli aggregati territoriali sviluppano la propria “coscienza di
luogo” contendendosi con le istituzioni locali, alternativamente alleandosi
tatticamente a esse e/o contrapponendosi ai loro tentativi di
strumentalizzazione e imposizione dall’alto, il potere di gestione del
territorio in cui si vive e ci si riproduce a livello sociale.
Conosco purtroppo le strutture di governo della Regione Toscana perché nel 2010
sono stata nominata assessore regionale al governo del territorio e mi sono
fatta tutta la legislatura 2010-2015. C’è una legge sul governo del territorio
in Toscana che è stata più volte ritoccata e che ogni tanto viene citata col mio
cognome, non come legge 65/2014, ma come legge Marson: un piano paesaggistico
che tra mille polemiche ho portato all’approvazione. La cosa grave, secondo me,
sono le deleghe sulla valutazione di impatto ambientale, sulla valutazione
ambientale strategica, sull’energia e altre deleghe ambientali che sono state
sottratte all’assessorato all’ambiente. Quest’ultimo è stato richiesto e poi
effettivamente dato al rappresentante dei 5 Stelle, ma mutilato delle deleghe
nominate sopra che si è tenuto il Presidente della giunta regionale.
Cercherò di parlarvi di come vedo io le procedure per l’approvazione di questi
impianti, quali sono i punti deboli ma anche gli aspetti su cui forse sarebbe
utile focalizzarsi per riuscire a cambiare un po’ le cose, partendo dal fatto
che l’Italia è l’unico Paese europeo che, rispetto agli obiettivi fissati a suo
tempo dall’Unione Europea per la transizione energetica, ha rinunciato a
qualunque forma di programmazione imponendo una regolamentazione dall’alto
(anche sapendo che oggi quegli obiettivi sono cambiati per la stessa EU). È un
caso unico in Europa. Questo credo che dobbiamo tenerlo presente perché in tutti
gli altri Paesi europei, analogamente a quanto è stato fatto in Italia, sono
stati fissati degli obiettivi di quantità di energia prodotta da fonti
rinnovabili ma il come raggiungerli è stato concertato con diversi livelli di
programmazione. In Italia, invece, il governo nazionale ha deciso che
soprattutto i nuovi grandi impianti possono essere realizzati con procedure
semplificate, alla faccia di tutti gli strumenti di pianificazione e di
programmazione vigenti.
La Regione Piemonte, per esempio, aveva un buon piano energetico regionale,
redatto qualche anno fa, ma non ha avuto la possibilità di integrare quel piano
per capire come raggiungere questi nuovi obiettivi, ossia ha dovuto metterlo da
parte e adeguarsi al raggiungimento degli obiettivi di energia fissati dal
governo nazionale. In realtà questi obiettivi quantitativi rappresenterebbero
anche un limite ai nuovi impianti perché le procedure semplificate dovrebbero
applicarsi solo per consentirne il raggiungimento, ma sono in corso di
approvazione e sono già stati approvati progetti per quantità di energie ben
superiori a quelli dei target quantitativi fissati e di questo il Ministero
dell’Ambiente sembra non tenere minimamente conto. Sull’eolico c’è una
concorrenza di progetti enorme, e non tutti in aree con indici di ventosità tali
da garantire la migliore efficienza degli impianti. Eppure quelli presentati in
aree che non garantiscono la piena efficienza dell’impianto non vengono bloccati
in attesa di capire se altri che riguardano le aree a miglior ventosità possano
già essere sufficienti per raggiungere i target.
Come saprete, le regioni erano state chiamate in causa ma soltanto nel precisare
i criteri per le aree idonee e non idonee, distinzione carica di ambiguità
perché gli impianti possono essere presentati anche per le aree non idonee.
Semplicemente, nelle aree non idonee le soprintendenze, quindi gli organi locali
del Ministero della Cultura competenti in materia di vincoli paesaggistici,
hanno il potere di bloccare il progetto in qualche modo, di esprimere parere
negativo, cosa che non vale per le aree idonee, a meno che il progetto non
interessi direttamente proprio un vincolo. Dopodiché a oggi il pallino delle
scelte è in mano al governo che di fatto ha ancor più centralizzato le decisioni
su aree idonee e di accelerazione, anche a seguito della sentenza del Tar del
Lazio che aveva bloccato le procedure per una questione amministrativa andando a
invalidare parte del primo decreto aree idonee in materia di discrezionalità
lasciata in mano alle regioni.
Nel 2011, in cui c’era stata una procedura analoga che aveva chiamato in causa
le regioni con un tempo molto ridotto nello specificare i criteri per realizzare
gli impianti di energia rinnovabile sul territorio, qualcosa di utile a volte le
regioni lo avevano fatto. La Regione Toscana, per esempio, aveva dichiarato che
gli impianti fotovoltaici a terra in area agricola erano ammessi soltanto se di
piccola taglia e promossi direttamente dall’azienda agricola per fornire energia
all’azienda stessa, anche per dare un po’ di reddito integrativo alle aziende
agricole ed evitare scempi del territorio. Oggi siamo veramente in un’altra
prospettiva. L’alessandrino è forse il territorio più devastato da grandi
impianti fotovoltaici a terra. Questi impianti – autorizzati – producono tanta
di quell’energia che la rete non è in grado di assorbire quindi stanno
progettando nuovi tratti di rete, nuove cabine ma per tutta questa energia non
ci sono nemmeno gli utenti, per cui stanno pianificando deidata center affinché
qualcuno la utilizzi: è un cane che si morde la coda, senza via d’uscita.
Non c’è più nessun governo del territorio e da questo punto di vista le energie
rinnovabili sono solo un aspetto del problema. Ho assistito qualche mese fa alla
presentazione di una tesi di dottorato sulla riapertura delle miniere di terre
rare in Piemonte, in montagna o territori marginali, e che in grande silenzio
vengono autorizzate per progetti presentati solitamente da multinazionali che
giungono anche da molto lontano. Nel caso della ricerca di dottorato, l’azienda
che voleva riaprire le miniere era australiana. La strategia nazionale sulle
aree interne, che già era stata rallentata e in qualche modo riportata
nell’ambito delle politiche ordinarie gli anni scorsi, oggi è stata chiusa: il
nostro governo nazionale ha dichiarato che i territori marginali sono “da
abbandonare al loro destino”. Si è detto che tanto vale che la popolazione di
quei territori non sia più in alcun modo sostenuta dalle politiche nazionali, al
contrario di quanto avveniva nei secoli passati. Come ricostruito in un bel
libretto di qualche anno fa dell’antropologo Annibale Salsa, pubblicato da
Donzelli, per mantenere la popolazione in montagna, essenziale per garantirne la
salvaguardia dei terreni e il presidio delle vie di comunicazione trasnazionali,
la montagna godeva di agevolazioni particolari e chi ci viveva non solo pagava
meno tasse, ma aveva delle condizioni privilegiate. Si teneva insomma conto
della difficoltà di mantenere la vita in quei territori. Privilegi che oggi sono
passati alle zone economiche speciali: le zone logistiche, finanziate dal
governo, che anziché aiutare la montagna incentiva la devastazione di luoghi
comodi per nuove attrezzature logistiche, energetiche e così via.
Attualmente, la Direttiva europea 2023/2413 (c.d. RED III) ha sostituito,
rafforzandone i principi, la direttiva 2018/2001 (c.d. RED II), indicando gli
impianti a fonti rinnovabili come opere di interesse pubblico prevalente (dalle
aree idonee si passa alle aree di accelerazione). È ancora presto per tirare un
bilancio, specie delle scelte di implementazione in Italia: se da una parte pare
ci sia attenzione alle aree protette e di valore naturalistico, e che alle
Regioni sia restituita sovranità di decisione, dall’altra si spinge (ai vari
livelli istituzionali EU, Stato, Regione) su quelle considerate “zone di
sacrificio”, a scapito di bonifiche e rispristino, e per tempi amministrativi
ridotti, che rischiano di portarsi dietro una ulteriore estromissione delle
possibilità decisionali dei territori (in Piemonte, per esempio, si va dai
dodici mesi d’attesa per le autorizzazioni oltre ai 150kW di potenza ai sei mesi
in caso di installazioni sotto i 150 kW).
Io credo che si debbano rivendicare con forza delle politiche diverse, il
rispetto della programmazione, un rinnovo della programmazione che deve
coinvolgere i cittadini, gli enti locali, e tutti i soggetti che vivono i
territori. E quindi penso che sia possibile anche trovare degli alleati nelle
amministrazioni locali, dove c’è qualcuno che ragiona ancora con la propria
testa e che non dipende soltanto dagli interessi estranei. La Toscana è
caratterizzata dalla specificità e dalla cultura dei suoi territori.
L’alternativa di governo di questa regione, un po’ diversa da altre parti
d’Italia, era data da tante esperienze di rapporto tra comunità e amministratori
locali, ed è proprio su queste specificità di governo locali che bisognerebbe
far leva. Io credo che dovremmo rimettere a fuoco quello che fanno i politici,
le politiche con cui governano il territorio e dovremmo ricostruire delle
competenze su come si può governare diversamente.
La storia sta andando in direzione opposta. Negli anni 2000 l’Unione Europea
sembrava dar spazio alle regioni nel tentativo di superare gli stati nazionali e
di costruire un’Europa federata anche dal punto di vista politico delle regioni.
Siamo tornati invece a riportare in vita gli stati-nazione, di nazione per la
difesa, di politiche di guerra, una concezione ottocentesca che speravamo
superata. E sappiamo oggi quanto purtroppo in Europa, in Italia ancora di più,
nonostante queste nuove politiche o forse anche a causa di esse il malessere
economico e i divari sociali stiano aumentando.
In conclusione dunque, riprendendo le parole di Alquati:
contro-formazione oggi è innesco di processi di una nuova contro-mutazione
antropologica, anche culturale, mediante contro-trasformazione di soggettività
di agenti umani in ri-soggettivazione, e non solo di soggettività macchiniche,
ed in una combinazione attiva con queste (soggettività dei mezzi) ed in un
contesto in movimento.
L’ambivalenza rimane il cuore della contesa: la scelta sta nel rendere
disponibili le proprie capacità e competenze per essere espropriate nel processo
di valorizzazione del capitale, oppure scegliere di agire in maniera da
riappropriarsi di conoscenze e capacità in senso autonomo. Nelle pagine che
seguono tracciamo una prospettiva, insieme a chi ha organizzato, partecipato, e
si è confrontato con noi nelle giornate A difesa dell’Appennino10, a proposito
di piste vive di lavoro e di cooperazione che guardano a mobilitazioni e a
percorsi di indagine e approfondimento in merito alla speculazione energetica
nel territorio toscano.
2. CAPITOLO “OGGI”
LE LOTTE “ATTUALI”
SOLE
La piaga del fotovoltaico industriale è una storia di accaparramento dei terreni
e trasformazione della loro vocazione, una storia di ribaltamento delle priorità
che per lungo tempo hanno armonizzato paesaggio e cultura. Quei vincoli che
prima erano dei paletti obbligatori per i residenti, che dovevano preservare il
paesaggio agreste tipico delle campagne toscane, sono stralciati da progetti di
monoculture di pannelli. Il nostro viaggio inizia in uno dei paesi colpiti da
questa trasformazione che mina non solo il paesaggio ma anche la storia, la
tradizione e la cultura degli abitanti di un territorio.
Siamo state alla Piana di Mommio a visitare Anna, componente del Comitato dei
cittadini di Piano di Mommio: no al fotovoltaico sul suolo nei terreni agricoli,
che ci ha raccontato della loro attivazione in risposta al progetto calato sulle
loro teste.
Massarosa, comune di circa 20.000 abitanti nella provincia di Lucca. La “Valle
Verde”: così, fino a pochi mesi fa, gli abitanti della zona chiamavano questo
territorio. Una distesa agricola, vecchi casolari dell’Ottocento, il profilo
delle colline sullo sfondo e un terreno fragile, umido, modellato dai rapporti
agricoli con la terra. Oggi, chi si affaccia alla finestra vede un’altra
immagine: file di pannelli fotovoltaici, una selva di ferraglia al posto dei
girasoli.
Incontriamo Anna del comitato cittadino nato spontaneamente negli ultimi mesi,
composto da una quindicina di residenti tra Massarosa e il vicino comune di
Camaiore. Ci accompagna lungo i campi trasformati in cantiere. “Qui”, dice, “la
Valle Verde è diventata la Valle Pannelli”. Il comitato si è costituito quando i
residenti hanno iniziato a collegare i segnali sparsi che arrivavano tramite
passaparola. La scintilla scatta il 10 dicembre 2023: Anna ricorda di essersi
messa immediatamente in contatto con il Comune per capire cosa stesse accadendo.
Dall’altra parte, però, le risposte sono vaghe, poco rassicuranti. Per settimane
cala un silenzio sospeso, un immobilismo ufficiale che non convince del tutto.
Dopo le prime rassicurazioni del vicesindaco infatti, nel febbraio 2024 il
progetto viene valutato come conforme e approvato per poter essere attuato. Il
comitato si è da subito attivato per frenarne l’avanzata tramite interpellanze
al sindaco, formazioni con gli esperti, osservazioni, PEC in cui si descrivono
le varie criticità. Poi, il 10 febbraio 2024, il quadro cambia all’improvviso:
il vicesindaco chiama Anna e le comunica che la società proponente ha presentato
tutta la documentazione necessaria. «Non si può fare più nulla», le dice. È così
che il progetto prende forma nella sua dimensione reale: un impianto
fotovoltaico di due ettari e mezzo a ridosso delle abitazioni di Massarosa. Il
comitato decide allora di chiedere un incontro urgente con il sindaco. Quel
pomeriggio, entrando nella sala comunale, si trova davanti l’intera giunta,
compreso l’ufficio tecnico. È in quel momento, racconta Anna, che si alza il
coperchio e la vicenda mostra tutta la sua complessità.
Oggi i cittadini denunciano una trasformazione radicale del paesaggio: da un
campo di girasoli a un’area fitta di strutture metalliche, visibili a pochi
metri dalle loro finestre. Una presenza ingombrante che ignora la vicinanza
delle abitazioni, una distanza ravvicinata che rimane infatti uno dei punti
più contestati. Ci spiega: “Qui vive una famiglia con due bambini. E’ assurdo
che la normativa italiana non preveda una distanza minima”. La legge in materia
di impianti rinnovabili parla di vicinanza a zone industriali e alla viabilità
ma niente afferma per quanto riguarda la vicinanza alle abitazioni. Gli impatti
legati alla prossimità a un impianto di tale portata, anche se non ancora
certificati, possono esistere: già alcuni studi di importanza minore provano
l’esistenza di conseguenze sulla salute umana, legate non solo alla presenza dei
pannelli ma anche alle cabine di accumulo, parte dell’insieme del progetto. Il
comitato ha chiesto quindi ad alcuni parlamentari di presentare un emendamento
specifico che andasse a ricoprire questa mancanza giuridica: la distanza tra un
impianto industriale e una casa dovrebbe essere almeno di 500 metri.
C’è poi un problema non di poco conto legato alla strada, un incrocio già
pericoloso di per sé, percorso da studenti e lavoratori: i camion si fermano in
mezzo alla carreggiata per scaricare i materiali. “La sicurezza dei cittadini
viene considerata sempre l’ultimo tassello quando si guarda più agli interessi
economici dei privati che creano questi scempi”.
Camminando lungo il perimetro del cantiere, ci accorgiamo che qui l’acqua
ristagna. “Ora c’è un acquitrino. Noi, per costruire o ristrutturare le case
abbiamo dovuto fare rilievi con l’ingegnere idraulico, mettere tutto a norma.
Loro invece non hanno chiesto niente. Sembra che ci siano due pesi e due misure.
Viene giustificato in nome del green, che green poi non è”. Il terreno è stato
preso in affitto a 500 euro al mese: 6.000 euro l’anno per trent’anni.
“Cinquecento euro oggi non valgono niente. Figuriamoci tra dieci anni. E siamo
sicuri che queste società esisteranno ancora?”. Chi vive qui teme di perdere ciò
che ha costruito negli anni: il valore delle case, le attività agricole, una
fattoria appena avviata, i campi coltivati.
Le preoccupazioni dei residenti riguardano anche la solidità della società che
gestisce l’impianto. Spesso in questi casi si tratta di aziende con capitali
sociali minimi, che accedono a finanziamenti pubblici legati al PNRR, realizzano
gli investimenti e poi lasciano le comunità locali senza reali garanzie. Nei
contratti è previsto lo smantellamento dell’impianto a fine ciclo ma – in caso
di fallimento della società – le clausole resterebbero solo sulla carta. Se la
stessa non dovesse più esistere, nessuno si assumerebbe la responsabilità di
rimuovere le strutture, lasciando sul territorio una distesa di ferraglia
destinata a restare indefinitamente, con il rischio che saranno poi gli stessi
residenti a dover pagare direttamente lo smantellamento. Anna e il suo comitato
si chiedono: “Se un domani dovesse succedere che una di queste società fallisce,
chi è che va a smantellare tutto questo impianto, tutta questa ferraglia?”
Ma chi c’è veramente dietro questa società? Una serie di scatole cinesi che
portano a una scoperta che fa rabbrividire. Dal cartello all’entrata nel
cantiere le società interessate all’installazione dei pannelli risultano essere
Sunprime Solar Belt con sede a Milano, un’impresa esecutrice sempre collegata a
Sunprime e un’impresa subappaltatrice SE.CO. srl. Entrambe le aziende Sunprime
hanno capitale sociale di 10 mila euro con socio unico (a fronte di un valore
dei lavori di 1 milione e mezzo di euro), hanno identica sede allo stesso
indirizzo e fanno parte di una stessa holding. Dalla visura camerale infatti
risulta che la Sunprime Holdings srl abbia un capitale sociale di 17.123.300,00
di euro, un presidente del CDA israeliano e che abbia raccolto oltre 90 milioni
di euro di equity da Nofar Energy, una società internazionale di energie
rinnovabili quotata alla borsa di Tel Aviv e da Noy Fund, il più grande ed
importante fondo infrastrutturale israeliano.
“Io dico che qui c’è il sangue di qualcuno”. Anna ci racconta le sue ricerche
per approfondire la struttura della società che sta realizzando l’impianto,
scoprendo legami con capitali israeliani. Una scoperta che ha aggiunto un
ulteriore livello di coinvolgimento emotivo e politico alla protesta: sulla
strada è comparsa una bandiera palestinese
La riunione organizzata in autunno per informare la cittadinanza in paese, ha
preso però atto del messaggio fatto passare dall’amministrazione comunale,
secondo cui l’opera fosse ormai inevitabile. Il 6 ottobre, a sorpresa, Anna e il
comitato hanno cominciato a vedere installare nel campo le reti arancioni, i
cartelli e quindi l’effettiva apertura del cantiere. Nessuna figura
istituzionale si è mossa per raccogliere le loro valide ragioni. Intanto il
terreno ormai dilaniato subisce il peso delle forti piogge di questa settimana:
non è più quello di prima e appare massacrato da ruspe e camion ma non per
questo Anna e i suoi compagni si sono arresi, continuando a farsi vedere e
sentire. La mobilitazione continua, fino all’ultimo pannello posato. Hanno
scritto articoli per la stampa locale, affisso striscioni lungo le strade,
realizzato manifesti più volte rimossi e poi nuovamente esposti. Per il comitato
la battaglia non è più soltanto contro un impianto fotovoltaico ma contro
un’idea di sviluppo calata dall’alto, priva di garanzie e scollegata dalla vita
quotidiana di chi abita questi luoghi.
A rendere ancora più evidente questo scollegamento è il confronto con ciò che
manca. “Ci mancano le cose essenziali per vivere. Non ci sono le fognature”. I
servizi primari non sono mai realmente arrivati e non c’è interesse a investire
sulle infrastrutture di base. È un paradosso: mentre si autorizza un impianto
energetico green, restano irrisolti bisogni elementari come la rete fognaria.
Una sproporzione che rafforza la convinzione di abitare un territorio
considerato utile solo quando può generare profitto, ma marginale quando si
tratta di garantire servizi fondamentali.
A rafforzare la sensazione di un intervento imposto è anche l’assenza di
risposte sul destino dell’energia prodotta. Anna racconta di aver chiesto al
Comune quale sia il reale fabbisogno energetico di Massarosa e quanta
elettricità dovrebbe generare l’impianto, senza ottenere dati chiari. L’area
interessata oggi è di due ettari e mezzo ma il rischio è che si estenda anche su
altre zone. Anna, concludendo, si chiede: “Porterò i bimbi a vedere i campi o li
porterò a vedere i pannelli?”
L’agrivoltaico e il fotovoltaico dilagano anche sul resto della regione:
un’altra area fortemente colpita è la Val di Cornia. Marco, giovane agricoltore
del territorio, racconta l’assalto che le aziende stanno mettendo in campo per
accaparrarsi quest’area, nota per essere una delle più fertili e quindi adatte
alla coltivazione, in quanto pianura alluvionale. Una zona da sempre a vocazione
agricola, soprannominata anche Orto della Toscana. La Val di Cornia, ci spiega
Marco, è una pianura costiera collocata di fronte all’isola d’Elba, qui sono
diversi i progetti che minacciano il territorio: 350 ettari tra fotovoltaico,
agrivoltaico e pale eoliche. Attualmente sei progetti di eolico sono già stati
costruiti sul lungomare e a questi se ne dovrebbero aggiungere un’altra ventina.
Una colonizzazione del paesaggio che prosegue nell’entroterra preso d’assalto
dalle aziende energetiche, vista l’assenza di aree protette o siti di interesse.
Aziende che considerano quest’area a completa disposizione per progetti di
rinnovabile industriale nonostante la Val di Cornia rappresenti un territorio di
immenso valore, pur senza l’esistenza di riconoscimenti formali in tal senso.
Marco, insieme a Serena e Francesco, ha raggiunto l’assemblea a Villore, tutti e
tre fanno parte del Comitato Terre di Val di Cornia che si batte contro questi
progetti e contro le procedure per la loro attuazione, tra cui quelle di
esproprio. Sebbene per i progetti fotovoltaici l’esproprio sia consentito solo
per opere annesse o cavidotti, è invece consentito sempre per l’eolico, dove le
procedure da addizionare sono tantissime. Attraverso osservazioni e
sensibilizzazione tra la popolazione il comitato informa e inchiesta per frenare
gli immensi impatti che provocherebbero i progetti che giorno e notte continuano
ad essere proposti nella zona.
VENTO
L’aggressione selvaggia alle aree interne continua anche in altre zone della
Toscana e viene portata avanti nei luoghi in cui persistono, nella complessità,
altre attività agricole: terreni difficili da lavorare, ma comunque preziosi,
incastonati nell’Appennino Tosco Romagnolo. Una zona particolarmente colpita da
progetti di eolico industriale è quella del Mugello, conosciuto per la sua
bellezza, biodiversità, per le marronete e le reti idrografiche. Sono questi
crinali i custodi di acqua pura, la poca ormai rimasta, vista la situazione
della Regione Toscana che presenta una qualità delle acque degradata. È in
queste località che sorge il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che,
nonostante sia un’area protetta riconosciuta, sta subendo la devastazione dei
propri crinali.
Fabrizia fa parte, con il Comitato Tutela Crinale Mugellano, dellaCoalizione
ambientale TESS. Il coordinamento raccoglie 140 soggetti tra comitati e
associazioni nel territorio e collabora con numerosi enti tra cui ISPRA, ENEA e
il CNR per proporre una pianificazione energetica senza consumo di suolo,
devastazione ambientale e senza la perturbazione di terreni rurali, agricoli o
di sistemi naturali. Da più di 5 anni i comitati di cui fa parte Fabrizia,
ilComitato Tutela del Crinale Mugellano, iComitati territoriali uniti del
Mugello e, più recentemente, il Comitato Crinali Liberi Londa, insieme alla
Coalizione TESS, nata nel 2024, si battono per difendere queste aree.
A Villore dove sono già cominciati i lavori per un impianto eolico industriale,
il disastro è davanti agli occhi di tutti. A questo scempio già in atto si è
appena aggiunto un nuovo progetto che dovrebbe sorgere a Londa, porta di accesso
del Parco delle Foreste Casentinesi. Le pale si troverebbero a 800 metri dal
parco protetto e la loro costruzione è stata presentata ad agosto da Hergo
Renewables ENI, senza che la popolazione ne fosse informata in precedenza.
Proprio il giorno dell’assemblea, il 22 novembre, il comitato nato per
salvaguardare queste aree, Comitato Crinali Liberi Londa, ha presentato una
lettera aperta in cui afferma che, ancora prima della pubblicazione del progetto
da parte della Regione, erano già iniziati gli avvicinamenti con i vari
proprietari per la proposta di vendita dei terreni senza rivelare la finalità.
Ciò consente di avere meno opposizione e di avere già disponibili i terreni
necessari all’installazione delle pale, prima ancora dell’approvazione del
progetto in cambio di benefici economici e monetari.
Nelle settimane successive al nostro incontro i comitati hanno continuato a
mobilitarsi e si è tenuta un’assemblea pubblica a Rincine, giovedì 18 dicembre,
a cui è stato invitato il Sindaco per presentare il progetto di impianto
industriale eolico Londa. Durante l’assemblea, come viene riportato nel
comunicato conclusivo, la popolazione ha espresso piena contrarietà all’impianto
eolico, mentre il Sindaco ha ribadito di non essere contrario per preconcetto e
di voler trattare con la società eolica Hergo Renewables ENI per le
compensazioni. Gli interventi dei partecipanti hanno denunciato la mancanza di
una tempestiva informazione e il coinvolgimento della popolazione, in quanto il
Sindaco affermava che “dalla presentazione della documentazione ad agosto fino
alla pubblicazione del progetto, a dicembre, non se ne poteva parlare”.
La popolazione intervenuta ha manifestato contrarietà al progetto sottolineando:
* il grande e irreversibile impatto ambientale sul crinale per il progetto
eolico che prevede 6 pale alte 200 metri da Croce ai Mori alla Consuma;
* l’inconciliabilità e l’incompatibilità di Londa, comune del Parco, con
l’industrializzazione dei crinali confinanti con il Parco Nazionale Foreste
Casentinesi, che si è espresso contrario all’impianto eolico in sede formale
deliberativa e in modo pubblico sulla sua pagina Facebook ufficiale;
* la svalutazione ambientale, sociale ed economica del capitale naturale di
Porta di accesso al Parco Nazionale;
* la distruzione del paesaggio, che annichilisce l’attrattiva turistica su cui
le varie amministrazioni negli anni hanno puntato come volàno di sviluppo;
* l’inquinamento acustico e visivo dell’impianto in prossimità di abitati e
agriturismi;
* la compromissione di attività legate a turismo, accoglienza, ristorazione e
produzioni locali.
A conclusione dell’assemblea, alcuni interventi hanno richiesto al Sindaco e
all’Amministrazione di “opporsi decisamente all’industrializzazione eolica dei
crinali di Londa” o di dimettersi. Condividiamo un’ulteriore riflessione esposta
da Fabrizia durante l’assemblea, che ci sembra rilevante per riflettere insieme
su come vengono concepite le aree interne e sul perché vale la pena lottare per
sfatare alcuni miti inventati dalle lobby ambientaliste e delle rinnovabili:
I territori selezionati sono quelli dove credono ci sia meno resistenza, come
quelli dell’Appennino, dove gli insediamenti abitativi sono scarsi, le
cosiddette aree interne che loro chiamano marginali. Territori definiti
disabitati o abbandonati (vedi le affermazioni di Legambiente e altre
eco-lobby), a torto. Territori definiti senza futuro, quindi ritenuti adatti
all’industrializzazione, dove l’unico benessere che può arrivare è in termini di
soldi a queste comunità ormai ritenute condannate e destinate al non futuro. Noi
pensiamo tutto il contrario. Sappiamo bene che le persone che abitano queste
aree sono persone rimaste o che ritornano alla montagna, che faticano a vivere e
quindi non hanno grandi mezzi o risorse per opporsi a differenza di altri
territori. Dove ci sono grandi proprietà, grandi ville, personaggi famosi, i
mezzi per opporsi non mancano, per cui quelle zone non vengono neanche
considerate.
L’altro lato della medaglia, come sottolinea Marco, è che i progetti di pannelli
non li fanno, come originariamente dicevano di voler fare, sui terreni
degradati, incolti, marginali, ma al contrario sui terreni più comodi.
I terreni più comodi sono quelli in piano, i terreni in piano sono quelli più
fertili, come ad esempio in Val di Cornia. In quella zona il suolo è diviso in
otto classi, dalla 1, quella dei terreni più fertili perché polivalenti, che non
hanno problemi di inquinamento, di struttura, fino alla classe 8 dei terreni in
alta montagna, terreni più poveri, difficili da lavorare. La nostra zona, la Val
di Cornia, ha questa benedizione di avere quasi solo suolo di classe 1 e in
Toscana sono poche queste aree. L’insediamento dei pannelli è possibile perché
questi proponenti molto ricchi arrivano su zone agricole impoverite da un
sistema che sta facendo scomparire letteralmente la produzione agricola.
Arrivano dei personaggi che dopo aver riempito le zone di Battipaglia nel sud o
piuttosto zone intorno a Bergamo di serre, che fanno diventare veramente delle
pianure come Almeria, questi mari di plastica, arrivano in zona e comprano
tutto.
Questa è una conseguenza e magari anche un fattore di accelerazione di un
fenomeno molto più grave e molto più profondo che è il fallimento totale
dell’agricoltura, su cui torneremo più avanti. E’ importante però sottolineare
il paradosso narrativo di chi propone/impone i progetti, siano essi eolici o
fotovoltaici, che di fatto rende idoneo qualsiasi terreno: che si tratti di
montagna o di pianura ci sarà un impianto adatto a quel territorio che dovrà
adeguarsi alla speculazione energetica.
ACQUA
Nel nostro percorso di avvicinamento alla due giorni nell’Appennino abbiamo
fatto tappa a Empoli, dove Edoardo e Gabriele, due attivisti studenti
universitari, ci hanno raccontato del fermento che la anima focalizzandosi sul
Comitato Empoli del Sì, nato al fine di sostenere il Sì al referendum comunale
tenutosi il 9 novembre 2025 per l’abrogazione della delibera con cui il Comune
ha aderito al progetto Alia Multiutility Plures.
Per comporre il quadro del territorio un’ulteriore risorsa sotto attacco in
Toscana è infatti proprio l’acqua, oltre al sole e al vento. Una storia che
intreccia temi importanti come la finanziarizzazione delle risorse naturali, la
privatizzazione dei servizi pubblici, gli interessi che muovono i partiti che
nelle amministrazioni locali dovrebbero tutelare la cittadinanza. Ci racconta
anche di un’attivazione inedita, in una cittadina come Empoli che ha portato
sino alla costruzione di un Referendum comunale, creando un precedente
interessante di presa di protagonismo della popolazione.
In un bar nei pressi dell’Università di Empoli i ragazzi ci raccontano che il
progetto della multiutility toscana quotata in borsa nasce nel 2022 all’interno
del Partito Democratico e che inizialmente si propone addirittura di avere una
portata regionale (una multiutility che gestisca i servizi di tutta la regione)
ma che nella realtà a oggi ha visto l’adesione delle “sole” province di Prato,
Firenze (tra cui Empoli con un ruolo importante), Pistoia, ed alcuni comuni
nell’aretino. L’intento era quello di creare una grande società, una grande
holding finanziaria, che raggruppasse al suo interno tutte quelle aziende che in
precedenza gestivano individualmente i servizi pubblici essenziali. Nello
specifico i tre settori coinvolti sono quelli dell’acqua, dei rifiuti e
dell’energia. Lo sviluppo di questa multiutility parte dalla decisione da parte
dei comuni delle tre province di fondere le società che gestivano i servizi in
questione sui loro territori in Alia S.p.A., società mista pubblico-privata che
già gestiva i rifiuti nelle tre province coinvolte. La società ha poi preso il
nome di Plures S.p.A.
Nonostante la grande importanza del tema trattato, in questi anni l’informazione
nei confronti della cittadinanza dei comuni coinvolti è stata pressoché nulla.
“A Empoli si è riusciti a fare un po’ di informazione locale anche sulla scia
della recente lotta contro il gassificatore e grazie alla presenza di vari
comitati nati negli ultimi anni, uno su tutti Trasparenza per Empoli, e di
realtà politiche che hanno una conoscenza molto approfondita di certi argomenti
e sono pertanto in grado di spiegare le contraddizioni di certi progetti”, come
ci racconta Edoardo.
La prima contraddizione riscontrata riguarda l’obbligo di gara per il servizio
idrico: il progetto della multiutility va infatti a scontrarsi con l’esito del
referendum abrogativo del 2011 che abrogava appunto la legge del governo
Berlusconi riguardante l’obbligo di gara per l’acqua. Plures è stata invece
presentata in maniera propagandistica e mistificata, spacciata per una società
pubblica sebbene non rientrasse nel modello di gestione in house nonostante
l’intero capitale pubblico iniziale, proprio perché destinata da statuto alla
sua quotazione in borsa, e quindi soggetta all’obbligo di gara per ottenere i
servizi.
I modelli di gestione dei servizi pubblici sono fondamentalmente tre: quello
interamente privato, individuato tramite gara, il mix pubblico-privato in cui un
privato, individuato sempre tramite gara acquisisce una quota della società
pubblica e la gestione del servizio con una scadenza predeterminata, e il
modello in house. Come più volte spiegato dal Comitato Empoli del Sì, l’in house
è l’unico modello di gestione realmente pubblica possibile a oggi in Italia, in
cui i comuni sono proprietari al 100% ed esercitano un controllo totale sulla
società, che fornisce servizi solo sui loro territori. Questa forma di gestione
consente pertanto un affidamento diretto del servizio senza passare da una gara
a livello europeo obbligatoria per tutte le altre forme di gestione, con il
conseguente rischio di affidamento a un’azienda interamente privata e aliena al
nostro territorio. Per l’esattezza, anche l’in house è una società di diritto
privato, motivo per cui negli anni il Forum dei Movimenti per l’acqua ha chiesto
anche attraverso proposte di legge che fosse ripristinata, come accadeva in
passato, la possibilità di gestire i servizi anche attraverso società di diritto
pubblico come le aziende speciali o le municipalizzate, su cui il controllo
democratico era ancora più forte. Tuttavia il referendum del 2011, così come le
proposte di legge, non è soltanto rimasto inascoltato, ma anche attivamente
tradito attraverso una costante pressione nei confronti dei comuni affinché
questi mettessero a gara i servizi pubblici locali, introducendo vincoli
all’accesso ai fondi pubblici o come accaduto durante il governo Draghi nel 2022
che ha imposto più stringenti obblighi di motivazione laddove non si ricorra al
mercato.
La multiutility, come specificato all’interno della delibera che si intende
abrogare con il referendum, ha come obiettivo ultimo la quotazione in borsa,
perseguendo in tal modo lo stesso modello delle altre grandi multiutility
presenti in Italia: Iren, Acea, A2A, Hera. Un modello di natura fortemente
antidemocratica che porta alla creazione di vere e proprie arene decisionali
inaccessibili ai comuni più piccoli o ai consiglieri comunali anche dei comuni
più grandi, come avvenuto a Firenze dove a un consigliere comunale è stato
negato l’accesso ai contenuti di un consiglio d’amministrazione della società
gestore.
Altro punto da sottolineare è la suddivisione assolutamente diseguale delle
quote al suo interno, con Prato e Firenze che da sole ne detengono la stragrande
maggioranza, escludendo quindi i piccoli comuni dal potere decisionale.
Osservando questi modelli di gestione liberista la tendenza che si rileva in
generale è la costituzione di società miste tra pubblico e privato, dove
quest’ultimo detiene solitamente il 30-40% della partecipazione ma prevale di
fatto quando si tratta di scegliere le politiche aziendali. Queste società hanno
infatti come obiettivo principale da statuto quello di generare e dividere
utili: la loro natura è fortemente privatistica, cioè orientata al profitto e il
meccanismo per raggiungere l’obiettivo è il ricarico della tariffa sulle tasse
dei cittadini). Il regime tariffario di questi servizi, il full cost recovery,
impone in ogni caso di ripagare i costi di gestione e di investimento tramite la
bolletta, a cui però si aggiungono gli utili per gli azionisti, siano essi i
comuni o i privati. Gli oneri di sistema introdotti in tariffa servono appunto a
questo: importi che non corrispondono a un servizio offerto, bensì a una tassa
occulta aggiuntiva che in proporzione alle quote detenute viene divisa tra soci
pubblici (i comuni) e privati, tra l’altro neanche progressiva (una sorta di
flat tax aggiuntiva).
E Gabriele aggiunge ancora: “il tema con cui abbiamo cercato di sensibilizzare
le persone è il rischio legato a una svendita di settori strategici anche per la
crisi ambientale – energia, rifiuti, acqua – a una società che in futuro verrà
quotata in borsa. Perché la domanda da porci è sempre la stessa: questi soggetti
penseranno all’ambiente, magari incentivando la raccolta differenziata, oppure
penseranno a far profitto? A titolo di esempio, per una società del genere
bruciare rifiuti per generare energia sarebbe l’ideale, tant’è che tra gli
obiettivi di una delle società fondatrici di Plures c’è la creazione di un
inceneritore, presentato però come pirogassificatore o distretto circolare,
termine che lo rende più attraente con il suo falso alone di economia circolare,
no?”. I più giovani del comitato hanno anche cercato di coinvolgere la
mobilitazione per la Palestina, proponendo una riflessione sulla connessione tra
la multiutility e l’economia del genocidio, resa ancor più evidente dal fatto
che il presidente di Estra, una delle società controllate dalla multiutility,
Francesco Macrì fa parte anche del consiglio d’amministrazione della Leonardo
S.p.a.
In termini assoluti il risultato del referendum comunale non ha raggiunto
l’obiettivo sperato in quanto il numero di partecipanti è stato all’incirca il
30% dei residenti di Empoli, tra i quali il “sì” è stato praticamente il voto
assoluto. E’ comunque un risultato che va valutato anche tenendo conto
dell’assenza di informazione istituzionale e del boicottaggio sistematico da
parte del Comune (dimezzamento dei seggi elettorali e loro accorpamento, seggi
senza ingressi segnalati o con strada non illuminata, organizzazione di eventi
in città la domenica del voto, zero comunicazione sui social comunali), di
un’amministrazione di “centro-centro-centro sinistra” che pur sollecitata più
volte non ha mai preso posizione sul quesito referendario. Non ultimo il parere
negativo sull’accorpamento del referendum alle elezioni regionali, richiesto dal
comitato, che avrebbe incentivato la partecipazione democratica e diminuito la
spesa.
Nella pratica dunque l’unica fonte di informazione attiva in città durante i due
mesi di campagna referendaria è stato proprio il Comitato del Sì, un gruppo nato
da poche persone che via via si è ampliato ma dotato di mezzi e risorse
limitati; a ogni buon conto una piccola realtà che si è spesa fino alla fine.
Una vittoria del “Sì” avrebbe comportato per il comune di Empoli, al momento
della quotazione in borsa della multiutility, la possibilità di uscire riavendo
indietro i capitali conferiti e optare per un altro modello di gestione. Così
purtroppo non è accaduto ma c’è di più: una dichiarazione rassicurante del
sindaco, post referendum, in cui si dichiarava da sempre contrario alla
privatizzazione dell’acqua e alla futura quotazione in borsa, richiamando una
delibera approvata frettolosamente prima del referendum che impegnava il sindaco
stesso a votare in modo contrario nel Cda di Plures. Una dichiarazione goffa e
creata ad arte per confondere: nella realtà è facile immaginare quanto poco
possa contare il Comune di Empoli col suo misero 3% di quote in un’assemblea dei
soci contro colossi come Prato e Firenze. Resta il fatto che argomenti molto
tecnici come questi creano una certa difficoltà di divulgazione e si prestano
bene a essere depoliticizzati per fare falsa informazione.
Alcune note positive in questa faccenda però sembrano esserci perché proprio nei
giorni in cui ci siamo incontrati è trapelata la notizia che l’Autorità Idrica
Toscana sembrerebbe voler prorogare di un anno la concessione a Publiacqua della
gestione del servizio idrico nella Conferenza dei servizi, nell’ottica di
costituire in seguito una società in house scongiurando così il pericolo della
gara. “Noi non ce lo aspettavamo davvero!”, ci spiegano i due attivisti, “è
stata una grossa sorpresa. Evidentemente la consulta referendaria ha smosso
qualcosa ai piani alti, sebbene non si sia vinto”. Un altro segnale di
cambiamento sembra poi toccare anche il Partito Democratico empolese “renziano
di destra”, se si pensa che all’ex sindaca di Empoli, Brenda Barnini, nonostante
i 10mila voti presi alle elezioni regionali, non sia stato dato l’assessorato
(lei era tra le maggiori fautrici del progetto multiutility, difendendolo a
spada tratta adducendo che la quotazione in borsa era un cambiamento
assolutamente migliorativo). Lascia ben sperare poi anche il fatto che ci siano
altri comuni che si stanno mobilitando chiedendo consigli al Comitato del Sì in
merito al referendum comunale, uno strumento a oggi ben poco usato. Da questo
momento il comitato si propone di svolgere una funzione vigilante sui prossimi
sviluppi mantenendo però attiva la protesta perché, fermo restando i recenti
segnali positivi, per poter realmente costituire una società in house dovranno
essere apportati cambiamenti strutturali a livello di statuto della
multiutility.
Nel congedarci con Edoardo e Gabriele riflettiamo su alcuni punti che questo
incontro ci ha fornito. Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte a un progetto
calato dall’alto, privo di informazione ai cittadini e coronato dal boicottaggio
di uno strumento democratico quale è il referendum: un’ulteriore testimonianza
del distacco ormai creatosi tra rappresentanza politica e cittadinanza.
Constatiamo inoltre la tendenza contemporanea verso uno spudorato tentativo di
imporre un processo di finanziarizzazione delle nostre vite, uno step over
rispetto alla semplice concessione (più o meno temporanea) al privato: qui si
arriva alla (s)vendita definitiva di pezzi delle società a gruppi finanziari.
Progetti dunque voluti dai colossi della finanza, quegli stessi che controllano
le altre grandi multiutility quotate in borsa in Italia (Black Rock, Vanguard,
State Street) generando enormi utili.
L’esperienza di Empoli ci mostra però anche un’altra cosa: il senso di comunità
venutosi a creare in città dopo le proteste di qualche anno fa contro il
gassificatore, è stato un fattore determinante per la crescita di un sentimento
di appartenenza popolare dal basso. Il referendum, le mobilitazioni per Gaza
degli ultimi mesi, l’interesse mostrato da alcuni comuni limitrofi nei confronti
del fermento cittadino, la continua nascita di nuovi comitati e il recente
impegno nel contrasto al consumo di suolo legato alla “rigenerazione urbana”
gravitante attorno allo stadio, sono tutti elementi interconnessi tra loro. Un
territorio nel quale un’importante singola lotta (contro il gassificatore) ha
funto da apripista nello sviluppo di una motivazione popolare, radicando realtà
cittadine che hanno sviluppato competenze e in questi ultimi anni hanno svolto
un grande lavoro politico. La condivisione di saperi e di esperienze delle
singole lotte all’interno dei territori al fine di dare maggiore voce e forza
alle ragioni di tanti No è una direzione da seguire.
“Da gocce a fiume per far salire la marea”, il tema dell’acqua ritorna durante
il viaggio avvicinandosi al Mugello e coloro che hanno seguito e continuano a
seguire le vicende delle gallerie costruite per le linee ferroviarie Alta
Velocità in Val di Susa ricorderanno la situazione del Mugello, in Toscana, dove
i lavori hanno causato il prosciugamento definitivo di torrenti e sorgenti.
Vennero infatti prosciugati 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi
e cinque acquedotti. È il lascito della Tav del Mugello, 73.3 km di binari sotto
gli Appennini che collegano l’Emilia Romagna e la Toscana, come riporta un
articolo del 2019 di Radio Città Fujiko11. Suggeriamo la visione del
documentario realizzato da IDRA12, Associazione di cittadini che negli anni ha
portato avanti l’opposizione all’Alta Velocità in Mugello.
TERRA
Gli impatti sull’ecosistema del territorio
Gli impatti di cui si parla, molto spesso sono quelli che riguardano il
paesaggio, le trasformazioni della viabilità, la mancanza di servizi, l’attacco
alla biodiversità.
Ne hanno fatto accenno gli interventi di Anna di Pian di Mommio, in particolare
sollevando la questione delle trasformazioni del paesaggio non solo per una
volontà di conservazione estetica, quanto più per le conseguenze concrete che
queste possono apportare alle risorse del territorio che permettono la
vivibilità: ad esempio al turismo, questione che assume priorità per chi abita
le coste toscane, in particolare la Versilia. E’ stato anche sottolineato il
doppio standard che viene messo in campo dalle amministrazioni locali: quando si
tratta di trasformazioni al paesaggio, le eredità storiche e archeologiche non
rappresentano un ostacolo alla speculazione energetica, mentre i cittadini,
giustamente, devono rispettare ogni vincolo paesaggistico e architettonico in
cui si inseriscono con le proprie abitazioni.
Il lavoro che viene portato avanti dai Comitati dei Crinali insieme alla
Coalizione TESS poi rappresenta un prezioso contributo in merito agli effetti
sulla biodiversità e sugli ecosistemi. Uno dei momenti in cui si è dato ampio
spazio a questi temi è stato il convegno L’industrializzazione eolica
dell’Appennino da loro organizzato a Castagno d’Andrea, vicino San Godenzo. Le
criticità per l’avifauna, in particolare per le aquile reali che popolano i
crinali mugellani, hanno costituito il cuore del convegno. Fabio Borlenghi,
esperto di aquile reali e segretario dell’Associazione Altura, interviene
durante la carrellata di esperti che si sono messi a disposizione della
mobilitazione del comitato sottolineando la giustificazione con la quale la
Regione Toscana avrebbe autorizzato il progetto eolico Badia del Vento sul
crinale di Monte Loggio nell’Alta Valmarecchia. La ditta proponente infatti
parla di mitigazione per rispondere alla problematica relativa a una delle cause
di mortalità additiva per le specie di uccelli protetti come l’aquila reale,
ossia la collisione fatale con le pale eoliche, sostenendo che le stesse si
fermerebbero in un certo intervallo di tempo se venissero avvistate aquile reali
in avvicinamento.
Oltre alla criticità per l’avifauna, nel contributo delle Esplorazioni di
Confluenza13 si ricostruisce parte della storia del territorio e si evidenziano
i rischi per la biodiversità grazie all’intervento di Carlo Visca, grande
conoscitore del Parco Nazionale Foreste Casentinesi e guida al Centro Visite del
Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna di Castagno
d’Andrea.
All’interno del dibattito complessivo sugli impatto dei progetti di energia
rinnovabile su scala industriale pochissimo spazio viene dato al tema, seppur
centralissimo, delle mafie e degli interessi di certe aziende, come già era
stato messo in luce dai comitati calabresi presenti al convegno No alla Servitù
Energetica svoltosi a Livorno a marzo 202514. In un intervento del Coordinamento
Regionale Controvento Calabria edel Movimento Terra e Libertà Calabria infatti
veniva sottolineato come gli interessi malavitosi (‘ndrangheta, mafia, camorra,
SCU) vanno a braccetto con la costruzione degli impianti eolici.
Nelle nostre terre questo legame è quasi indissolubile con quella parte di
politica collusa che pressa quotidianamente sulle popolazioni dell’entroterra.
Le minacce, velate o palesi che siano, sono all’ordine del giorno e non dare il
giusto peso al fenomeno mafioso rende il nostro approccio al problema mancante
di un tassello importante. Quando le Procure esprimono preoccupazione riguardo a
possibili infiltrazioni mafiose e attività di corruzione, soprattutto in aree
dove le organizzazioni criminali sono più attive, si riferiscono alla capacità
delle stesse di entrare in perfetta sintonia con gli strumenti finanziari e gli
incentivi destinati alla produzione di energia eolica, che rendono l’industria
della produzione di energia attraente per le cosche come in passato lo furono lo
smaltimento delle scorie radioattive e tossiche. Il movimento, a nostro avviso,
non deve commettere gli stessi errori di valutazione già fatti nel passato
sull’importanza di contrastare il capitale finanziario nelle sue diverse
espressioni territoriali.
In merito a queste considerazioni occorre anche ribadire che povertà e paura
hanno un peso notevole sulla quotidianità di allevatori, contadini, piccoli
proprietari, cittadini che si avvicinano alle istanze dei comitati e dopo poco
se ne sottraggono perché avvicinati, persuasi o se volete minacciati, da persone
a cui è difficile dire di no. Viene segnalata anche una notizia di aprile 2025
(Fonte Ansa Calabria) di una indagine della Procura di Crotone nell’inchiesta
sugli interessi della ‘ndrangheta nella costruzione dell’ impianto eolico nella
zona di Melissa (tristemente già nota per la Strage di contadini da parte delle
truppe di Scelba il 29 ottobre del 1949) e Strongoli. Le indagini prendono vita
dall’ omicidio di Silvio Russano, strettamente legato alle attività di movimento
terra e acquisizione di terreni. Melissa e Strongoli sono terre di grandi
vigneti doc e producono gli stessi vini che la Regione Calabria per voce del suo
Assessore Regionale all’agricoltura Gianluca Gallo promuove con grande enfasi al
Vinitaly di Verona tacendo, chiaramente, la morsa mafiosa che attanaglia i
viticoltori di tutta l’area.
Già nel 2017 la Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, in merito
all’impianto eolico Wind farm di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), considerato
fra i più grandi d’Europa per estensione e potenza erogata, sequestra 350
milioni di euro alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Dietro il parco eolico
più grande d’Europa infatti “ci sono i soldi e i beni accumulati in anni e anni
di comportamenti mafiosi”, sostiene Gratteri. Di esempi come questi ce ne sono a
iosa e le cronache ne sono piene.
Ci sembra inoltre molto rappresentativa la considerazione fatta dai comitati del
territorio: “La mafia è una montagna di merda e noi non possiamo rischiare che
il suo olezzo possa essere disperso dalle pale eoliche” e anche ciò che ne
consegue in quanto a indicazione politica: “Se vogliamo che il movimento cresca
in consapevolezza non commettiamo la leggerezza di sorvolare su queste
dinamiche.”
Anche a Villore, durante l’assemblea, si è trattato il tema delle aziende, degli
interessi e della opacità di gestione di determinati impianti e progetti, come
sottolinea Fabrizia nel suo intervento durante l’assemblea:
Si parla molto poco della connessione che c’è tra ll’arrivo di queste grandi
società multinazionali che colonizzano e occupano interi territori, intere
regioni come la Basilicata, la Puglia, la Calabria e i “signori del vento”.
Ecco, allora noi dovremmo ragionare molto di più sul fatto che questa energia
pulita, bella, rinnovabile è sporca sotto tanti aspetti: non solo dall’inizio
alla fine della filiera, perché le torri eoliche vengono prodotte col fossile,
estraendo materiali, perché sono fatte di legno di balsa che viene dalla
deforestazione dell’Amazzonia, che è un legno particolare, flessibile e
resistente, si imparenta con microplastiche e non è più nè scomponibile né
differenziabile, quindi crea problemi enormi per lo smaltimento. Inoltre viene
impiegato il neodimio nei rotori, una terra rara che per essere estratta
necessita di tanta acqua e che produce elettromagnetismo, per poi diventare
assolutamente tossica e inquinante. Tutti i lavori richiedono ruspe, macchinari
enormi, scavatrici che consumano gasolio, fossile, petrolio; motoseghe, tutto
consuma fossile ed emette gas climalteranti, inquinamenti. emissioni di CO2,
abbattimento di foreste che sono le migliori alleate per il clima. Tutto questo
non ha niente di green. La speculazione sull’energia, i cavidotti di chilometri.
Allora io vorrei dire che tra tutte le cose di questa filiera sporca che non
vengono dette, perché nella narrativa mainstream di queste cose non si parla, si
enfatizza solo il valore salvifico delle pale a fronte dell’apocalisse
climatica. Ecco, io vorrei dire che non si parla in modo approfondito di tutta
la corruzione e di tutta la mafia che c’è quando arrivano tanti soldi, come
quando si tratta di impianti industriali eolici, di cementificazione e di
industrializzazione. Il settore del movimento terra è risaputo che sia uno dei
settori a maggiore infiltrazione mafiosa.
La crisi dell’Agricoltura
A Villore, frazione di Vicchio, abbiamo conosciuto Massimiliano e Francesco, due
castanicoltori i cui terreni e marronete sono sotto minaccia dal progetto
eolico. La loro testimonianza ci pone davanti agli effetti devastanti che il
progetto avrà e ha già mostrato di avere nel loro territorio, e dai loro
discorsi è ben chiara la spinta a preservarne l’integrità e il patrimonio
naturale, cercando dei compromessi con le esigenze della transizione
energetica.
Il comitato che si è attivato 5 anni fa porta avanti la lotta contro la
costruzione di un mega campo eolico in alta quota, i cui impatti
coinvolgerebbero direttamente le loro terre. Il lavoro del comitato è iniziato a
livello provinciale, ci racconta Massimiliano, ma ha avuto poi la forza di
raggiungere una scala maggiore, fino a entrare nella coalizione interregionale
TESS. Il progetto però purtroppo sta procedendo.
Massimiliano ci parla delle tappe percorse dalla lotta del comitato e della
comunità:
Il progetto è stato presentato in maniera massonica a Vicchio, al Teatro Giotto,
e poi a Villore, frazione più coinvolta insieme a Corella. L’ingegnere
responsabile della AGSM, ditta veronese dell’impianto, è andato dritto senza
neanche interpellare la popolazione. È stata una comunicazione più che una
conferenza o riunione, cioè loro comunicavano che la cosa si doveva fare e si
sarebbe fatta, con il Sindaco a fianco. Non c’è stato né un manifesto in paese
né una comunicazione corretta, niente, c’è stato un tagliandino con la ditta
esecutrice: è stata ed è una scelta politica, obbligata; te la prendi, te la
tieni e punto. Il Sindaco precedente si è venduto per 2 lire, ha spianato la
strada. Ora quello nuovo non è a favore ma lo sarebbe se gli dessero più soldi
perché Villore è un comune in crisi, con 1 milione e mezzo di debiti, e quando
entri in carica con 1 milione e mezzo di debiti, diventa un problema tutto.
Abbiamo combattuto da subito però non c’è stato proprio modo di contrastarla,
sono stati fatti rilievi da parte di geologi anche nella mia marroneta, rilievi
sul terreno, sulle frane che nel 2023 ci hanno devastato. Sono andati a livello
regionale, poi a livello governativo, addirittura saltando la Soprintendenza,
quindi una lotta quasi persa. I lavori sono iniziati da 2 anni circa.
Poi ci racconta dell’incontro con un ornitologo, arrivato da Milano, che
accompagnò a visitare l’area e ospitò a casa. Nel loro confronto venne fuori che
avrebbe scritto una relazione a riguardo ma, nell’incredulità di tutti, alla
fine dichiarò che non c’era niente di rilevante nel raggio di 30 km dal sito
dell’impianto. Secondo quanto riportato dall’esperto chiamato a valutare il
progetto la zona era perfettamente adatta. Questa vicenda ci pone davanti a una
riflessione in merito al tema delle valutazioni ambientali e della non
neutralità della scienza. Le ditte, per poter fare analisi sul territorio,
assumono infatti liberi professionisti pagati dall’azienda stessa mantenendo
sullo sfondo un conflitto di interessi ampio, molto semplicemente giustificato
dalla neutralità insita nei dati tecnici. Dei ricorsi e documenti a opera del
comitato sono testimoni i fascicoli delle rilevazioni di almeno 4 anni, riguardo
ai quali Francesco commenta così: “finché non succederà qualcosa di eclatante,
per cui potremo dire noi ve l’avevamo detto, rimarranno lì fermi. Si
interesseranno solo quando il danno verrà fuori.”
La marroneta di Massimiliano è a un chilometro in linea d’aria dal cantiere. La
sorgente che passa di lì serve l’acqua al Comune di Vicchio e rischia di essere
compromessa dalla costruzione della strada necessaria al passaggio dei mezzi
pesanti. L’intubamento di 50 m della sorgente, e la conseguente
cementificazione, altererebbe irreparabilmente il flusso d’acqua che serve alla
comunità, nonché potrebbe aumentare il rischio di frane in un’area già soggetta
a dissesto idrogeologico. La seconda pala tra l’altro verrebbe posta a monte
della sorgente. Scendendo a piedi lungo il fiumiciattolo la ricca vegetazione e
le imponenti rocce farebbero tentennare chiunque dallo stravolgere quel
patrimonio naturalistico.
Anche durante l’assemblea è stato dato grande spazio al tema dell’agricoltura e
molti contributi, da un lato all’altro della Toscana, si sono intersecati in un
dialogo molto proficuo. Uno degli argomenti principali della controparte,
riporta uno degli agricoltori di Vicchio, “è che questi luoghi non hanno futuro.
L’agricoltura è memoria e perdere memoria è come perdere semi. Quello che
succede a Gaza è la prospettiva che bisogna guardare: lì i semi li bruciano, qui
ce li levano. Di là gli animali li ammazzano e qui si ostinano a una produzione
sempre più precisa. È tutto graduale ma quello è il futuro. La nostra
preoccupazione più grande è quella di perdere memoria”.
Si tratta dunque di un processo di svendita di terreni agricoli che vivono già
una profonda crisi. Un’ulteriore tendenza raccontata dagli agricoltori è quella
di un vero e proprio aggirare la possibilità di un diniego della vendita del
terreno. “Come è accaduto a Londa, dove è previsto un ulteriore impianto eolico
industriale sui crinali: prima di presentare l’impianto ci sono state offerte di
acquisto dei terreni, soltanto dopo però è venuto fuori che su quei terreni
sarebbe sorto un impianto eolico. Qui, tra Villore e Marradi, nella parte di
Appennino dove sorgono le marronete, il valore dei terreni non è alto, si parla
di circa 2mila euro.” Confrontandosi con Marco del Comitato Terre Val di Cornia,
anche lui giovane agricoltore, viene fatta una valutazione rispetto al prezzo
dei terreni, al processo di svendita e speculazione. “Il prezzo normale fino a
che non iniziassero a speculare e ad acquistare terreni per gli impianti era 15
mila euro, ormai siamo a 20 mila. Quelli del fotovoltaico te ne propongono 70 o
anche 80 mila. Quindi questo cosa significa? Venendo qui (nel Mugello, ndr)
ragionavo e pensavo che con lo stesso budget da noi ci si compra un ettaro, qui
ne compri 35. Perciò mi chiedevo se questi attori con questi capitali così
importanti avessero già fatto acquisti enormi di bosco che costa poco, per poi
eventualmente farci un impianto ma anche non concluderlo o non farci niente.”
Uno spazio concreto che si spalanca per la speculazione finanziaria.
Le tenaci colture e i processi agricoli utilizzati vengono messi a rischio dagli
impatti degli impianti industriali. Francesco è anche apicoltore e, in questo
scenario, teme per la salute degli impollinatori della zona. Le turbine eoliche
creano elettromagnetismi per i quali le api potrebbero non tornare alla colonia.
“L’elettromagnetismo della pala fa sì che gli impollinatori non tornino a casa,
non tornino al nido. Vuol dire che una parte di bosco rimane sterile, cioè non
viene impollinata. Negli ultimi due anni ci hanno portato via il futuro,
capito? Marroni, miele, coltivazioni locali, il lavoro stesso degli agricoltori
rischia di essere compromesso. Ma anche il futuro del bosco, infatti “lassù
hanno portato via faggi di più di 100 anni per fare cippato, per fare energia
con l’albero bruciato, capito? Insomma, ci sarebbero tanti modi di fare le cose,
t’accorgi che questa è proprio speculazione del popolo, è proprio mancanza di
ragione e basta.”
Villore, ci spiegano, “è scomposta, non è un paese, non è un villaggio, ma sono
tutti i gruppetti di case su queste tre montagne” e tra le valli di Villore e
Corella ci sono circa 400 ettari di marronete, “quindi ce ne sono di
proprietari, ma non c’è un coinvolgimento diretto su questo impianto”. Tanti
sottovalutano, altri non sono in disaccordo, credono alle esigenze dettate dalla
Green Energy e pensano che porterebbe beneficio: “Lo fanno tutti, come mai noi
siamo sempre quelli del non si vuol fare?”, ci racconta Francesco. I nostri
interlocutori sono tra i pochi agricoltori che hanno deciso di opporsi
apertamente al grande impianto ma sottolineano che la loro non è contrarietà
assoluta alle energie rinnovabili.
Nasce frustrazione. Nessuno è contro gli eolici o i fotovoltaici. Uno è contro
un eolico, un fotovoltaico messo in un posto sbagliato. Non è che bisogna essere
ingegneri, si tratta di questo: non ci offrono mai niente a misura nostra e per
noi. Dammi qui per la mia azienda agricola una pala piccola e dammeli qui i tre
pannelli e vedrai che la collina è più bellina fra 2 anni. Ma no, non si investe
mica su di noi, si deve fare sempre su larga scala. Perché sennò non fa
economia, non fa soldi. Anche se è molto più funzionale il microeolico e il
fotovoltaico da mantenere, non è quello che interessa, non è industriale;
interessa l’industria ma portare un’industria su un crinale è follia. Metri di
cemento per far passare camion nel sentiero più vecchio d’Europa è follia.
Il grande impianto infatti sfrutterebbe il vento delle loro montagne per
produrre energia da trasportare a 40 chilometri di distanza circa, verso
Firenzuola. Si tratta dell’impianto eolico più alto d’Italia, con pale previste
a circa 1190 m, dove il limite tecnico sarebbe di 1200.
Ci spiegano:
I sistemi per fare cose a livello familiare o comunitario ci sono: un paesino
come Villore con un piccolo impianto si manda avanti tranquillamente. Se si
decide di voler coprire Villore o Corella nell’ottica di efficienza energetica,
uno ci può anche stare. Il costo sarebbe minore, l’impianto molto più piccolo.
Le stime dell’energia prodotta dall’impianto inizialmente riportavano 35.000
famiglie per poi arrivare a 10.000: 10.000 famiglie, 30.000 persone:
praticamente tre bar e quattro o cinque industrie piccole. Quanto resta? Nulla.
Non serve neanche metà Vicchio. Con un impianto quassù la spesa minore sarebbe
portare corrente giù. E invece la corrente la farebbero camminare lungo i monti
fino a Pontassieve, lontano 42 km, immettendola in un’altra centrale Enel. Qui
c’è un villaggio di 350 persone, lì ce n’è un altro di 400: si poteva prendere
un’aria di 20 km² e darle energia.
Quelli del no non sono del no e basta. Le comunità spesso le soluzioni le hanno
ma non vengono ascoltate. “Vicchio è una realtà commerciale abbastanza grande,
basterebbe pensare alla copertura dei capannoni e del centro sportivo.” La
costruzione di impianti industriali a larga scala in aree marginali come quella
di Villore si palesa ancor più essere una risposta a un bisogno artificiale,
piuttosto che una necessità reale delle comunità locali, che potrebbero invece
beneficiare di una gestione energetica sostenibile se su misura. “Ti stanno
imbottigliando l’aria. Vogliono darti più di quanto hai bisogno e ti danno più
bisogni di quanti ne hai. E non c’è un’educazione alla sobrietà. L’energia verde
non sarà mai possibile se non si insegna alla gente ad avere un consumo più
razionale. La paura è anche questa: che questi impianti alla fine vengono fatti
non sulla base del consumo di oggi, ma di quello che hanno già previsto ci
sarà”. Bisogna insomma fare di più, bisogna farlo meglio, bisogna farlo verde,
ma per fare ancora di più.
La marroneta di Massimiliano è Indicazione Geografica Protetta, il che non è
bastato a porre dei dubbi sul mega impianto. “Ogni pala ha un consumo di 300
litri di olio motore ogni 3 anni per il funzionamento degli ingranaggi, poi di
conseguenza nebulizzato, sparso dove c’è coltivazione, dove c’è frutto.” Per far
arrivare su in cima i mezzi, sono stati costruiti 14 km di strada sulla
cordigliera, sono stati fatti interventi sull’autostrada per arrivare a Dicomano
e sulla statale. La preoccupazione è anche quella di fornire un precedente: “se
questa scelta politica passa, potrebbe poi passare su tutto l’Appennino. La zona
qui è a 1 km in linea d’aria dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Fra
20 anni potrebbero arrivare anche lì, anno dopo anno, metro dopo metro…”.
Risulta inevitabile riflettere con loro sulla situazione agricola generale, sui
limiti e sulle mancanze dei produttori locali, e su come le loro esperienze
potrebbero essere sostenute. La frustrazione è alimentata dalla mancanza di una
risposta concreta da parte delle istituzioni che prendono decisioni lontano dai
luoghi di produzione e dalle persone che vivono quotidianamente le difficoltà
del territorio, e le cui preoccupazioni continuano a essere ignorate.
Francesco prosegue:
I raccolti non sono mai uguali e i contributi dovrebbero salire. Noi
decespugliamo a mano le nostre marronete perché non c’è nessuna macchina o
nessun trattore che riesce a entrarci. È il territorio che fa delle eccellenze.
Noi facciamo eccellenze: il biondo fiorentino, la farina di marroni, il miele di
castagno, il miele d’Edera, il millefiori. Questi sono gli ultimi luoghi di
produzione, dove le portano gli apicoltori le api? Sull’Appennino.
E Massimiliano ribadisce:
In poche parole si finirà a lavorare giù, a valle. Già ora, nonostante la mia
marroneta, un buon 30% io lo devo raggiungere in giardini, altrimenti non sto
dentro le spese. Un tempo avevo anche piccole colture di ceci e mais. Adesso
queste superfici che dovrebbero assolutamente garantire un reddito, visto che
tenere puliti 4 ettari di marroneta e uno di 300 ulivi richiede tanto lavoro,
non lo fanno. Il lavoro secolare di portare i marroni a essere un frutto più
nobile non viene tutelato. All’IGP inizialmente mi si dava al prezzo finale €1,
quest’anno sono arrivato a soli 30 cent in più: ormai al produttore arrivano
sempre gli stessi soldi e invece loro lo rivendono poi a prezzi più alti. Gli
aiuti che danno sono miseri. Io ricevo €200 per ettaro, prendo €1000 l’anno di
aiuti più altri 400 l’anno per zona svantaggiata, essendo in altezza. Con la
comunità montana due anni fa siamo riusciti ad avere un po’ di materiale: ci
siamo messi insieme in 16 e teniamo a posto tutta la strada fino alle marronete,
che sarebbe un compito della comunità montana e pubblica perché c’è la sorgente
d’acqua che serve il comune.
I miseri aiuti e l’assenza di politiche efficaci per il supporto delle piccole
aziende rende ancora più difficile sopravvivere in un contesto in cui il mercato
agricolo non riesce a garantire un reddito adeguato. Infatti gli agricoltori
sostengono che “bisogna affrontare il tema delle piccole realtà artigianali, del
prodotto tipico e delle eccellenze, il tutto dovrebbe essere gestito in un altro
modo. Non c’è interesse che rimangano queste piccole realtà, che rimanga la
filiera corta, il prodotto buono, i mercati contadini, le associazioni.” La
quota annuale del CIA (Consorzio Italiano Agricoltori) è di €600, per
frequentare un mercatino ne chiedono €30 al giorno. “È un’associazione che tende
più a tutelarsi che a tutelare. Ho smesso di fare i mercati, ci vado da solo e
me lo gestisco io il mercato. Per problemi con le marronete c’è l’Università di
Torino che ci aiuta da tre anni: con una telefonata di un professore si salta
Comunità Montana, forestale, associazioni. Ma dico, dove sono loro?”.
A sottolineare gli sforzi comunitari dei castanicoltori, ci raccontano che, dopo
aver trovato delle temperature invernali troppo alte per i parassiti del
castagno, da quest’anno raccoglieranno da sé le galle con il parassita buono e
cattivo da mettere in cella frigorifera dei produttori di marroni che hanno gli
ambienti più adatti. Con le conoscenze e competenze che acquisiscono dallo
studio e dall’esperienza, improvvisandosi biologi, creano autonomamente le
condizioni per riuscire a mandare avanti la loro produzione e lo fanno con il
sostegno reciproco laddove l’assistenza istituzionale si limita a interventi
sporadici e a contributi insufficienti. “Gli insetti sono fondamentali”, spiega
Francesco, “io pianto fiori in più proprio per vedere se arriva un insetto
diverso, è importante. Ormai si va verso una sterilità sempre più cavalcante.
Dovrebbe essere dato più spazio a chi lo fa e a chi ci mette passione. Chi è
negli uffici gestisce ma non tutela perché non conosce neanche. Se devo andare a
informare loro su quello che devo avere per fare, fallo fare a me.”
“Non si vuole fare le vittime”, aggiunge Massimiliano, “però sembra che sia più
vicino un futuro in cui ti accorgi che hanno bruciato tutti i semi e ammazzato
tutti gli animali che avessero un minimo di genetica importante, piuttosto che
uno in cui arriva la regione e mi dà soldi e sostegno per la mia attività in
castanicoltura. Se non ci aiutiamo non ce la si fa, l’unico modo è darsi una
mano e finché c’hai qualcuno che te la dà, lo fai. Se qualcuno smette di darti
una mano, noi dobbiamo smettere.”
Le criticità socio economiche dell’area sono ben riscontrabili nei cambiamenti e
nelle perdite che l’agricoltura e la produzione locale vivono. Villore era la
capitale italiana del marrone, erano sei i mulini attivi dalla frazione di
Villore al comune di Vicchio ma la passione, la volontà e la manutenzione che
definivano quest’area così prospera sono venute meno. “Ora ho cercato un mulino
per macinare ceci e da San Bavello fino a Fiorenzuola non ce n’è più uno aperto.
Per un vecchio che chiude, non c’è neanche un giovane che riapre. Un mulino lo
fai per passione, un’azienda agricola come le nostre la tieni per passione”, e
solo per passione, quando aiuti e incentivi non ci sono.
Anche Marco, durante l’assemblea, interagisce su questo tema, a partire da un
antico adagio L’orto vuole il grasso, ossia la terra, e la vigna vuole il sasso:
Io faccio grano, ho messo un po’ di vigna, un po’ di ulivi, in generale le zone
della Maremma sono vocate all’agricoltura: in pianura si fanno ortaggi su ampia
scala, seminativo e a volte anche vino e olio. È un sistema che si è retto sul
boom economico e quindi parliamo di piccoli produttori, nel senso di 20 ettari,
10 – 20 erano stati assegnati dopo la riforma agraria nel dopoguerra e questi
piccoli produttori facevano un po’ di grani, un po’ di barbabietole, un po’ di
pomodori, gestivano la rendita con il raccolto in cooperativa, consegnavano, si
facevano pagare e campavano bene. C’è gente che ha costruito le case da zero
lavorando così, ora sembra una cosa impensabile. Oggi produrre e vendere il
raccolto non funziona più. Quindi cosa succede? I primi settori colpiti sono
quelli dove c’è un forte bisogno di manodopera, infatti assistiamo a fenomeni di
caporalato. Se l’Italia vuole mangiare, il caporalato esiste per forza. Sembra
una provocazione ma la verità è che se si ha un dipendente e lo si paga il
giusto allora il produttore ci rimette. Oggi chi fa ortaggi sta smettendo e si
dedica al seminativo perché con una persona sola è possibile mandare avanti
decine e centinaia di ettari, con i trattori, meccanizzando, estendendo la
superficie. Una sorta di ritorno al latifondo. A volte non è sufficiente nemmeno
questo e dunque quello che sta accadendo è che le persone iniziano a vendere i
terreni. Oppure l’altra strada è “valorizzare” il proprio prodotto, saperlo
vendere, quindi oltre ad agricoltore bisogna essere direttore di marketing,
manager, distributore insomma. Per chi è nato negli anni ‘50 sicuramente non è
una via percorribile ma anche per i giovani è una strada tortuosa e impegnativa.
Infine, per quanto riguarda il grano ma anche altre colture che semini, viene
piantato ma poi non si sa quando e quanto te lo pagheranno.
Dinamiche simili si ripropongono anche per i marroni: “Il prezzo viene stabilito
secondo delle speculazioni fatte sulle piazze del mercato quindi c’è chi vende
il terreno per farci mettere i pannelli, c’è chi lo vende a chi ha un
appezzamento più grosso e questo alimenta la dinamica del latifondo, un
latifondo che non torna più nelle mani delle famiglie nobili ma nelle mani delle
multinazionali”, continua Marco.
Inoltre, non c’è un forte ricambio generazionale tra gli agricoltori della zona.
Da oltre 1000 marronete su cui si lavorava, ne sono rimaste 300. Nei mercati, ci
raccontano, sono tanti i contadini giovani e la richiesta del prodotto locale in
aumento permette loro di vendere tutto ciò che producono. Non si riesce però,
essendo comunque una minoranza, ad attirare la partecipazione da parte di tutti.
“Non riusciamo a stare insieme, non riusciamo a fare quel contesto di rete. Solo
occasionalmente ci si dà una mano qua e là e i frutti ci sono, fare progetti
comunitari è sempre più difficile con la competizione e ciò che ne consegue.”
Francesco sottolinea: “Qui, sull’Appennino, i terreni sono tutti disagiati, si
lavora su terrazze di circa 2, 3 o massimo 4 metri, quindi il trattore non ci
può salire E’ complicato muoversi sull’Appennino, è difficilmente
attraversabile, non c’è accesso a un’industria e pertanto non è una terra di
valore economico. Certo potrebbe essere utile a chi intende comprare crediti di
carbonio per ripulire le emissioni delle proprie aziende altrove, comprando
pezzi di bosco qui.” Infatti, nella zona dell’Acquacheta già lo fanno: un
proprietario americano sta comprando terreni e boschi proprio per i crediti di
carbonio. Nell’era della finanziarizzazione il bosco diventa centrale, le
tonnellate di CO2 sono quotate in borsa e questo diventa quindi interessante per
i grandi gruppi e le multinazionali.
Un peso importante lo hanno le autorità di riferimento, come Legambiente:
persone che per anni si sono fidate delle loro posizioni ambientaliste tendono
ad allinearsi automaticamente al loro giudizio favorevole, anche se il contesto
locale racconterebbe ben’altro. L’idea cavalcante dei “pro” crede alla
narrazione della Green Energy sulla necessità e inevitabilità di queste grandi
opere, indipendentemente da chi ne subisce le conseguenze, indipendentemente dai
pareri di geologi che parlano dei 20 km più a rischio di dissesto idrogeologico
che la zona dell’Appennino mugellano rappresenta.
Fabrizia su questi aspetti conclude così:
Questa zona è molto interessante e attrattiva anche perché situata al confine
con il Parco Nazionale Foreste Casentinesi prossimo alle foreste sacre, ha un
alto valore naturalistico, un grande pregio ambientale e habitat, specie
protette e foreste in buono stato. Pertanto parliamo di foreste che offrono
benefici ecosistemici formidabili per la salute umana riconosciuti anche dagli
studiosi del CNR. Quindi ci sta che queste società le acquistino o per
facilitarsi il lavoro dell’industrializzazione eolica (se il progetto viene
approvato) o per il sistema dei crediti di carbonio nel caso di non
approvazione. Per di più si assicurano la loro presenza su un territorio che
possono progressivamente occupare e fare proprio in modo irreversibile e
permanente.
Alla fine, come problematizza Marco, siamo di fronte a due modi diversi di
riproporre un nuovo latifondo: ciò induce a un fenomeno di accaparramento e di
accentramento nelle mani di un solo proprietario di enormi quantità di terreno.
Se un singolo proprietario acquista 200 o 2000 ettari in un territorio significa
che una sola persona è in grado di ribaltare tutto il territorio, farne ciò che
vuole. E’ un fenomeno che accade altrove, in Africa, in Sud America ma vediamo
anche qui una tendenza simile: se un singolo individuo o una società. che
nemmeno si conosce, detiene la maggior parte dei terreni significa che possiede
letteralmente pezzi del nostro Paese.
Questa è l’ennesima testimonianza di un modus operandi nel quale le decisioni
vengono prese fuori dal territorio, senza dare reale potere a chi ci vive,
lavora e ha una visione diretta e responsabile della zona. Tuttavia, nonostante
le difficoltà, il sentimento che riceviamo dagli agricoltori di Villore non è di
resa: rallentare i lavori resta l’aspetto principale al momento, nell’attesa di
intoppi burocratici e cambiamenti nelle politiche locali e nazionali, ma anche
nella instancabile pretesa di essere ascoltati. Tutto questo avviene in un
territorio che è anche pregno di esperienze che fanno la differenza, storie di
comunità e di lotte che portano avanti un’altra idea di gestione della terra e
dei rapporti sociali e produttivi.
I Progetti dalla città alla terra
Nonostante siano stati e siano tuttora numerosi gli attacchi al territorio
toscano, vale la pena rintracciare e dare parola anche a quelle esperienze che,
in situazioni complicate, sono riuscite a rispondere e a rilanciare, per
costruire un presente e un futuro diversi.
Durante la due giorni a Villore abbiamo avuto l’opportunità di venire a contatto
con due esperienze cittadine che si orientano proprio verso un’azione di
riappropriazione e convergenza, punti di riferimento in Toscana e non solo, per
chi ha scelto di percorrere e sostenere una strada diversa rispetto a quella di
una vita mercificata, individuale e slegata dal territorio. Due esperienze che
nascono e fioriscono nella città di Firenze ma che, non per questo, si slegano
dalle aree cosiddette marginali, anzi, il percorso che propongono è diverso:
riparare una frattura che si è creata tra città e campagna o montagna, per
convergere e creare connessioni di mutuo-aiuto, che sorpassino i rapporti
servili e di opportunità dominanti nelle società di oggi.
Partiamo dalla Comunità delle Piagge, la quale, grazie al rifugio che custodisce
tra i pendii dell’Appennino, a Villore (frazione di Vicchio), ci ha ospitati e
ha messo a disposizione i propri spazi per favorire la discussione e l’incontro.
Un edificio in pietra, da cui ammirare e monitorare ciò che succede alle
montagne in cui è immerso, dove condividere tempo ed esperienze.
La Comunità delle Piagge è nata circa 31 anni fa, grazie all’intervento di Don
Santoro, in un quartiere di Firenze. Don Santoro è un prete che ha scelto di
lavorare, rinunciando ai privilegi ecclesiastici: dopo un periodo come
insegnante, è entrato in fabbrica diventando operaio e ora si occupa di
smontaggio dei rifiuti elettrici ed elettronici. Il quartiere da cui nasce la
comunità fa parte di un territorio già devastato, zona a rischio idrogeologico
in cui, nonostante ciò, sono sorte abitazioni e condomini per far fronte ai
bisogni abitativi di tante persone che raggiungevano la capitale toscana e che
non potevano permettersi una casa sicura. Un luogo di periferia urbana come
tanti in Italia. Dagli abitanti delle case popolari del quartiere e Don Santoro
è nato un progetto di partecipazione, coinvolgimento, restituzione di parola, ma
anche dignità che come primo intento aveva e ha quello di ricostruire una
comunità sul territorio. Nel tempo sono stati tanti gli interventi di
mutuo-aiuto, come la finanza mutualistica e solidale in ottica antibancaria: la
collettività, le persone possono partecipare a questa esperienza che permette
loro di poter ottenere prestiti senza nessun tasso di interesse, senza garanzie
patrimoniali o fiscali.
Anche Simone, della Comunità delle Piagge, durante l’assemblea racconta la sua
esperienza. La canonica ha in comodato dalla parrocchia di Vicchio una marroneta
di 4 ettari e, ci spiega:
abito nella casa poderale di sopra con altri 13 ettari e mezzo di terra. Abbiamo
iniziato l’esperienza 30 anni fa insieme al prete e a un gruppo di giovani,
tutti siamo figli di contadini. C’era un sogno collettivo che anima i sogni
personali. Abbiamo anche bisogno di costruire delle alternative concrete e
quindi negli anni abbiamo passato i weekend a sistemare il tetto, a raccogliere
marroni, a rendere vivibile questa casa. Dobbiamo fare spazio ai sogni dei
giovani. La capacità di sognare ci è stata tolta ma ce la dobbiamo riprendere
per sognare un mondo diverso e poter riconnettere i nostri sogni con tutti
tramite una resistenza collettiva dal basso.
La Comunità delle Piagge ha quindi sostenuto e rafforzato quelle esperienze
virtuose per il territorio e le lotte che lo animano: dal caso GKN ad attività
agricole dal basso e housing sociale.
La seconda esperienza che riportiamo è proprio quella di GKN, di cui
condividiamo un breve testo scritto apposta dal percorso Convergenza Ecosociale
per questo numero di Confluenza.
Nel biennio 2024-2025 che ci lasciamo alle spalle, il mondo occidentale è stato
segnato dal fallimento della transizione dall’alto. Le previsioni indicano che,
seguendo questa traiettoria, arriveremo a +3,5° di anomalia a fine secolo, oltre
il doppio di quanto già sperimentiamo. In attesa dei dati definitivi sullo
scorso anno, il 2024 ha già battuto il record di riscaldamento globale e quello
dell’incremento di CO₂ in atmosfera (26% in più del previsto). La crescita
dell’uso delle fonti fossili è legata all’aumento dei consumi energetici
industriali e all’estensione degli scenari di guerra. Non solo, guerra vuol dire
anche distruzione di beni, merci, mezzi di produzione, che dovranno essere
ricostruiti con ulteriori risorse energetiche. Il solo conflitto in Ucraina
genera circa 100 milioni di tonnellate annue di CO₂, pari alle emissioni di un
paese come il Belgio. Oggi non si tratta più di rivendicare il ritorno al Green
Deal europeo, per quanto possa essere preferibile al piano di riarmo: quello
spazio politico si è chiuso. L’opzione della transizione dall’alto non esiste
più; resta solo la fragile e ancora opaca possibilità di una transizione dal
basso. In questo quadro, l’esperienza GKN continua a rappresentare un
riferimento per le realtà ecologiste dei nostri territori. “Un’azione contro il
riarmo” è lo slogan della nuova campagna di azionariato popolare che punta a
costruire dal basso una nuova fabbrica: produzione di pannelli fotovoltaici e
cargo bike al servizio di una vera transizione.
L’esperienza della Convergenza Ecosociale (COESO) mira a restituire questo
patrimonio collettivo che è l’immaginario GKN. Non si tratta solo di sostenere
la fabbrica di Campi Bisenzio, ma di interrogarsi su come la sua esperienza
possa innescare processi di convergenza più ampi. Una composizione eterogenea di
realtà, senza formulazioni organizzative, si riunisce periodicamente per
discutere di come utilizzare efficacemente il tempo e le energie a nostra
disposizione per affrontare la crisi climatica. Il percorso si è finora basato
su un’agenda condivisa e su una lenta costruzione di affinità, articolandosi in
tre missioni:
• la produzione di un immaginario ecosociale, ecologista e di classe, capace di
collocarsi nell’opposizione al regime di guerra;
• la condivisione di temi e pratiche (depavimentazione e riforestazione,
cooperativismo e mutualismo conflittuale, energia e comunità energetiche) in una
discussione non meramente additiva ma convergente;
• il rafforzamento della dimensione internazionale attraverso reti di mutuo
soccorso e momenti di confronto assembleare.
Con l’attenuarsi della fase di mobilitazioni di massa di settembre-ottobre per
la Palestina e a sostegno della Flotilla, si spinge in avanti il fronte della
repressione, che in Italia si sta dando in termini di sgomberi di spazi politici
e arresti di personalità riconoscibili di quel movimento. Di quella fase
espansiva riteniamo fondamentale sedimentare la pratica del “far da sé”. Di
fronte ad una comunità internazionale balbettante nel riconoscere il più
basilare diritto umanitario, qualcuno si è imbarcato portando con sé beni di
prima necessità. Pensiamo che oggi quelle flottiglie debbano avere anche un
corrispettivo sulla terra: fabbriche sotto controllo collettivo convertite alla
produzione ecologica. Con GKN possiamo mettere a terra una ammiraglia della
Flotilla di mare che verrà.
3. CAPITOLO “DOMANI”
CONCLUSIONI SULLE PROSPETTIVE DI LOTTA
Partiamo dal cimitero di Villore per salire con le auto sino al luogo da cui
iniziare la passeggiata. Siamo un gruppo di circa dieci persone, tra chi ha
preso parte all’assemblea del giorno precedente e chi abita il territorio. Nella
notte ha nevicato moltissimo, il paesaggio è cristallino, intatto. Nel cammino
Fabrizia spiega alcuni aspetti che riguardano i monti dove dovrà sorgere
l’impianto industriale. La salita si fa con le ginocchia nella neve per giungere
il più vicino possibile al luogo in cui sono iniziati i primi lavori. Ci
racconta che quest’estate la terra si è ribellata, ha voluto dare un avviso: il
29 luglio c’è stato un terremoto a Villore avvertito da tutta la popolazione
mentre a Marradi è avvenuto il 15 agosto, giorno dell’Assunzione.
Il sentiero 00 porta al Monte Falco. Questi monti sono le ultime aree con minor
inquinamento e minor presenza di infrastrutture pregresse, qui non ci sono
strade, non ci sono luci: l’impianto causerebbe dunque anche un impatto visivo
ed acustico, andando a colpire un territorio praticamente ancora intatto. Il
sentiero si dipana tra le marronete e la torre eolica è prevista al valico; al
proprietario del bosco non è stato chiesto nulla, nonostante il suo terreno si
trovi in prossimità nonostante subirà comunque le conseguenze in termini di
alterazione del paesaggio e disturbo ambientale. Vediamo sul sentiero già i
primi segni dei lavori: un fenomeno erosivo che ha portato via metri di terra
inondando la strada, perchè sono stati tagliati arbusti e crochi. Siamo di
fronte alla montagna sacra degli etruschi, il Falterona che significa “trono del
cielo”, l’impianto industriale sorgerà di fronte al monte sacro.
A partire da questi primi passi, abbiamo stilato un percorso che vuole darsi
alcune tappe da percorrere insieme per sviluppare una progettualità comune:
Insieme al Movimento No Base abbiamo contribuito alla creazione di una
mappatura15 in grado di leggere i nostri territori e i loro cambiamenti, sia dal
punto di vista delle infrastrutture belliche che dal punto di vista di quelle
energetiche o impattanti il territorio. Tenere insieme questi aspetti diventa
fondamentale per monitorare le trasformazioni in atto e comprendere quanto lo
sfruttamento bellico sia spesso accompagnato e dipendente da impianti energetici
che hanno enormi impatti su acqua, suolo e aria.
Riteniamo il lavoro di mappatura utile anche per fornirci degli strumenti di
condivisione collettiva, per creare percorsi in via di espansione, da
dettagliare attraverso la ricerca e l’informazione. Un progetto a cui possono
contribuire tutti e tutte coloro che si pongono il problema di unire i puntini,
che si pongono una domanda in più e cercano una risposta collettiva e plurale
agli attacchi osservabili con i propri occhi: siano essi ambientali o sociali.
Sappiamo bene che le logiche di riarmo e guerra andranno sempre di più a
espandere il settore bellico e ad aumentare i progetti di colonizzazione e
speculazione energetica: con la mappatura pertanto intendiamo monitorare e
tenerci informati a vicenda rispetto alle possibili evoluzioni.
Un elemento fondamentale che permette l’inserimento di nuovi progetti e, al
tempo stesso, di nuove realtà che nascono per contrastarli è quello
dell’informazione e della conricerca, un processo continuo di ricerca da portare
avanti attivamente e continuamente.
Durante l’assemblea era presente anche Adriano Cirulli, Professore Associato in
Sociologia dei fenomeni politici, presso il Dipartimento per lo Sviluppo
Sostenibile e la Transizione Ecologica dell’Università degli Studi del Piemonte
Orientale “Amedeo Avogadro” che, nel suo intervento, è voluto partire dal
presupposto che la transizione è un processo politico e non solo tecnologico.
Adriano Cirulli fa parte del network di Sociologia di Posizione che si interroga
anche sul ruolo sociale del ricercatore accademico e sugli impatti che gli
oggetti di studio hanno sulla società tutta. L’obiettivo della ricerca è quello
di dare voce a chi spesso non trova spazio nel mainstream, quindi ai comitati di
cittadini, per descrivere la realtà in cui nasce una riflessione critica
importante che parte da una consapevolezza: gli interessi in gioco sono diversi.
Contare anche questa voce nell’assemblea è un elemento importante perché uno
degli obiettivi di una proposta che possa avere l’ambizione di incidere sul
territorio è quello di coinvolgere anche soggetti che hanno competenze e che
lavorano o si attivano in altri ambiti come quello scientifico e accademico.
Oltre al comparto accademico e scientifico, all’incontro a Villore era presente
anche la Redazione di “PerUn’AltraCittà” di Firenze, un Osservatorio
territoriale sulle conflittualità sociali esistenti e sui fronti ancora da
aprire che costantemente segue le lotte del territorio.
Villore è una piccolissima goccia in un processo di colonizzazione nazionale:
quello che succede qui è uguale a quanto accade in Val di Cornia, a Massarosa o
in Sardegna, dove in base al recente Decreto relativo alle aree idonee, i
permessi per gli impianti industriali sarebbero concessi praticamente ovunque.
Occorre pertanto costruire un percorso di avvicinamento e preparazione alla
marcia popolare che si è deciso di organizzare a marzo sul territorio del
Mugello, che faccia sentire le persone vive, attive all’interno delle situazioni
che vengono proposte. “Sappiamo dove siamo, conosciamo il territorio, chi ci
vive, il ruolo di presidio sul territorio è fondamentale”, sottolinea Carlo
Visca, guida al Centro Visite del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte
Falterona e Campigna di Castagno d’Andrea .
Al tal fine in assemblea è stato proposto di coinvolgere molti soggetti diversi,
per esempio è stata sottolineata l’importanza di ricomporre un mondo che è
attraversato da tante anime diverse, che spaziano dai portuali ai comitati
agricoli più arrabbiati. Un passaggio che è stato ripreso da più parti è la
necessità di dare vita a un’iniziativa anche in città, a Firenze, con il
coinvolgimento di esperienze come GKN che oggi stanno portando avanti un
discorso su transizione ecologica e il settore produttivo che apre a molte
riflessioni interessanti. Il lavoro da svolgere riguarda anche le aziende che
finanziano i progetti imposti sul territorio, in particolare per svelare la
presenza di capitali israeliani, come ci ha raccontato Anna di Pian di Mommio.
Infine, nella prospettiva generale, abbiamo voluto riportare l’attenzione sulla
questione del ritorno del nucleare. Innanzitutto, occorre smantellarne la
narrazione che parla di autonomia energetica, sicurezza energetica e
sostenibilità. Si tratta in fondo degli stessi elementi discorsivi che vengono
propinati anche quando si tratta di eolico su scala industriale e delle ultime
centrali a carbone, intoccabili alla luce del mantra della sicurezza.
Considerando la realtà dei fatti però autonomia e sicurezza energetica sono
concetti alquanto discutibili: i materiali con cui sono costruite le pale e
l’uranio estratto per le centrali nucleari, sono entrambi esempi di un’economia
globale che dimostra quanto sia intrinsecamente impossibile l’autosufficienza
energetica. Il piano Mattei è un ulteriore esempio di colonizzazione per
assicurarsi approvvigionamento di fossile che altrimenti non avremmo a
disposizione come Paese.
Per smontare la tesi della sostenibilità nucleare occorre portare l’attenzione
sul tema delle scorie: il solo Piemonte ad esempio ne detiene il 90% con zone
assolutamente compromesse e altre in cui a causa di alluvioni o dissesti
idrogeologici sono avvenuti spargimenti di scorie via fiume. A tal proposito non
è stato ancora trovato un deposito unico per le scorie, dunque è impensabile
parlare di sostenibilità dato che significherebbe produrne di ulteriori quando
al momento non esiste soluzione per quelle vecchie e per quelle che devono
rientrare in Italia dall’estero. A tal proposito tra l’altro non è stato ancora
neanche trovato un deposito unico nazionale, dunque è impensabile parlare di
sostenibilità dato che una ripresa del nucleare implicherebbe la produzione di
nuove scorie (tenendo bene a mente che oltre a quelle presenti sul territorio
nazionale ne rientreranno a breve altre riprocessate dall’estero). Il principio
di sostenibilità corrisponde invece al cercare di rispettare i cicli di
riconversione naturale che sono quelli propri della natura.
Ci sono infine due ulteriori elementi di rischio da tenere in conto. Il primo
riguarda la questione della diminuzione delle emissioni di CO2: se questo rimane
l’unico criterio considerato valido per porsi il problema della sostenibilità, è
evidente come anche il nucleare possa diventare una strada percorribile. Quello
che ci insegnano i territori colpiti dalla speculazione energetica però è che il
criterio delle emissioni non può essere l’unico adottabile: ci sono tutta una
serie di altri impatti che bisogna mettere sul piatto. Inoltre, è importante
sottolineare un altro presupposto palese: una gestione adeguata dei rifiuti non
speciali in Italia all’oggi non è garantita, il che dovrebbe fare pensare che le
promesse di una gestione sicura delle scorie sia solamente uno specchietto per
le allodole. La Terra dei Fuochi è un esempio lampante di mala gestione
pubblica, interessi economici privati e infiltrazioni mafiose che danno la cifra
di quanto sia irrealistico immaginare una gestione corretta delle scorie
nucleari.
Infine, si parla di nucleare proprio quando si sta ritornando a un’economia di
guerra. Il tema del nucleare è già centrale nei contesti bellici attuali: siano
essi relativi alla guerra russo ucraina, all’Iran o ai piani dei nuovi test
atomici americani.
Il nucleare è un’energia che o è strumento o è obiettivo di guerra16.
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1. Come viene raccontato dal lavoro congiunto di mobilitazione, organizzazione
e inchiesta degli ultimi mesi che ha coinvolto diverse realtà e lavoratori
di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara portando a “HUB”, un
bollettino che raccoglie inchieste e approfondimenti sulla militarizzazione
dei territori.
↩︎
2. Su Mappature dal basso https://mappaturedalbasso.weebly.com/ un primo
sguardo sui progetti in corso di realizzazione, un progetto realizzato in
collaborazione con il Movimento No Base – Né a Coltano né altrove.
↩︎
3. Qui il sito di TESS per approfondire https://www.coalizionetess.com/
↩︎
4. Ecoterritorialismo è il titolo dell’ultimo libro curato da Alberto Magnaghi
(scomparso nel 2023) insieme a Ottavio Marzocca, filosofo e attuale
presidente della Società dei territorialisti e delle territorialiste. Il
titolo riflette un approccio diverso al territorio, al governo del
territorio, che consideri la dimensione ecologica non una dimensione
tecnica, non una dimensione da trattarsi in modo funzionalista, ma una
dimensione dell’abitare i territori. Con l’azione ecologica, energetica, ci
si occupa del nostro mondo di vita, non della natura o dell’ambiente, degli
animali, delle piante, dei batteri, eccetera. Cisi occupa quindi di
politiche ambientali per assicurare una prospettiva agli esseri umani su
questo pianeta. Da un lato questa teorizzazione dell’importanza di
assicurare forme di autogoverno dei luoghi, non per farne delle entità
isolate ma delle entità federate, è un’idea classica del governo di scala
superiore, quindi del governo regionale, nazionale, eccetera, come un
governo che esprime le federazioni dei luoghi e di autogoverni locali che
curino la necessaria integrazione tra diverse attenzioni: attenzione alla
dimensione ecologica, ambientale, produttiva, energetica, sociale. Un
governo in grado di tenere insieme queste cose, di valutare l’efficacia
delle politiche su questi diversi piani”.
↩︎
5. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, Firenze University
Press, collana Territori, 2023.
↩︎
6. Magnaghi A., Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020.
↩︎
7. Confluenza, Per il bisogno di confluire tra terre emerse, Infoaut.org,
numero 0, 31 luglio 2024. ↩︎
8. Alquati R., Per fare conricerca, Velleità Alternative, Torino 1993.
↩︎
9. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, op.cit.
↩︎
10. Confluenza, Un primo resoconto dell’appuntamento due giorni a difesa
dell’Appennino, come continuare a rendere vivi i nostri presidi di
resistenza dal basso, Infoaut.org, 2 dicembre 2025.
https://www.infoaut.org/confluenza/un-primo-resoconto-dellappuntamento-due-giorni-a-difesa-dellappennino-come-continuare-a-rendere-vivi-i-nostri-presidi-di-resistenza-dal-basso
↩︎
11. Radio Città Fujiko, Il Mugello devastato dall’Alta Velocità, 15 settembre
2019.
https://www.radiocittafujiko.it/il-mugello-devastato-dall-alta-velocita/
↩︎
12. TAV – C’era una volta in Mugello, disponibile su Youtube un’anteprima
https://youtu.be/SEf9orXD6Rw?si=ozeI83klOnw3ewUT
↩︎
13. Confluenza, Le esplorazioni di Confluenza: il Mugello si prepara a
difendere il territorio dalla speculazione eolica, Infoaut.org, 7 ottobre
2025.
↩︎
14. Confluenza, Se non trova ostacoli il capitale si prende tutto, rilancio e
progettualità dal convegno di Livorno. A metà settembre il prossimo
appuntamento, Infoaut.org, 22 aprile 2025. In questo articolo si trova una
restituzione della due giorni
https://infoaut.org/confluenza/se-non-trova-ostacoli-il-capitale-si-prende-tutto-rilancio-e-progettualita-dal-convegno-di-livorno-a-meta-settembre-il-prossimo-appuntamento
↩︎
15. Mappature dal basso, link cit. Capitolo1.
↩︎
16. Segnaliamo gli approfondimenti di Confluenza sulla questione nucleare:
L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare,
per la transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione,
31 gennaio 2025 ; Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta
alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo, 18 giugno
2025; Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine
delle guerre: la grande trappola del nostro tempo II PARTE, 23 giugno 2025;
Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve
significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte
operaie, con le lotte di tipo sociale”, 14 luglio 2025; Riflessioni post
Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza di bloccare
la guerra ai territori a partire dai territori, 5 agosto 2025; Nuovo DDL
nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune
considerazioni per prepararsi al contrattacco, 20 ottobre 2025; DDL
NUCLEARE : cosa aspettarci, cosa sappiamo? I PUNTATA: Guardare al futuro
con una benda sugli occhi, 14 novembre 2025; II PUNTATA: un tuffo nel
passato per guardare al futuro, 13 gennaio 2026, Infoaut.org.
↩︎
Tutti conoscono la sede anarchica di corso Palermo 46.
Siamo lì dal lontano 1982. Un luogo di incontro tra compagni e compagne che
condividono la prospettiva di un mondo di libere ed eguali, senza Stati,
frontiere, oppressione e sfruttamento.
In quel seminterrato per decenni ci sono state serate di approfondimento,
presentazioni di libri ed una socialità libera.
In quel posto abbiamo costruito iniziative di lotta. Antimilitariste,
anticapitaliste, antisessiste, ecologiste, antirazziste.
Per noi un luogo del cuore.
Il padrone dei locali ha deciso di triplicarci l’affitto. Siamo lavoratori,
studenti, disoccupati, pensionati, precari. Da sempre attingiamo ai nostri
portafogli perché ci sia un luogo che ospiti incontri, dibattiti, riunioni,
feste, autoproduzioni.
Non siamo in grado e neppure vogliamo pagare chi crede di poter approfittare
della nuova Aurora gentrificata.
Abbiamo scelto di lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
È tempo di aprire una nuova casa, ancora più bella.
Ma.
Da soli non possiamo farcela a comprare il posto che vorremmo.
Tante volte abbiamo sentito forte il calore della vostra solidarietà di fronte
alla repressione e nel sostegno alle lotte.
Chi vuole contribuire può passare da noi o inviare i soldi qui:
IBAN IT04 I010 0501 0070 0000 0003 862 intestato a Emilio Penna
Vogliamo tornare a rivedere le stelle…
Le compagne e i compagni della Federazione Anarchica Torinese
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
in streaming
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
https://radioblackout.org/podcast/anarres-del-16-gennaio-venezuela-cpr-prigioni-e-manicomi-iran/
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Venezuela. La partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina
L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere
all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta
operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e
abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e
consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia
di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa
élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello
che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti
avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti
con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare
al presidente deposto.
Alle nostre latitudini i campisti scendono in piazza a fianco del regime
venezuelano, incapaci di un’analisi che sappia mettere al centro le partite
reali che si stanno giocando sulla pelle della povera gente che vive in
Venezuela, stretta tra un regime corrotto, clientelare, militarista e repressivo
e il rischio di una sterzata a destra in senso ferocemente liberista.
Abbiamo provato a capirne di più con Stefano Capello
CPR: prigioni e manicomi
I CPR, le prigioni per migranti, stanno assumendo sempre più la funzione di
manicomi criminali che a prigioni.
Nelle prime settimane del 2026 diversi video usciti dai CPR mostrano la realtà
che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in
evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti,
urla disperate nei corridoi.
Alle denunce degli abusi e violenze fatte da assemblee di lotta ed associazioni
di medici l’unica risposta è il divieto di usare cellulari con la telecamera,
affinché sulle violenze cali il silenzio.
Ne abbiamo parlato con Raffaele Viezzi
Iran. Il silenzio dei “movimenti”
La repressione governativa si è scatenata con inaudita ferocia.
Chiusa internet, dalla scorsa settimana arriva solo qualche rara telefonata.
I morti sono probabilmente oltre i 12.000, in carcere tra torture e probabili
esecuzioni ci sono quasi 11.000 persone. Un’immane carneficina.
I media main stream danno spazio solo ai filomonarchici e a Trump, ignorando una
rivolta spontanea che solo alcuni canali internet raccontano.
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
continua ad echeggiare nelle strade del paese.
La lotta contro il regime teocratico attraversa tutto il paese.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria. Ma alle nostre latitudini
solo in pochi sostengono chi si batte contro mullah e shah: prevale un’orrida
logica campista. La stessa che porta a sostenere le dittature islamiste, solo
perché avversate dal dispotismo del governo statunitense.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Sabato 21 febbraio
Con i disertori russi ed ucraini
per un mondo senza eserciti e frontiere
giornata di informazione e lotta antimilitarista
ore 10,30 al Balon
Venerdì 6 febbraio
Sorvegliare e punire: il nuovo pacchetto sicurezza
ore 21 in corso Palermo 46
Interverrà l’avvocato Eugenio Losco
Venerdì 13 febbraio
Storie di punk e anarchia
I Crass: una sfilza di schiaffi in faccia e di pedate sul culo
Ne parliamo con Marco Pandin di Stella Nera
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!
Informati su lotte e appuntamenti!
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
Contatti:
FB
@senzafrontiere.to/
Telegram
https://t.me/SenzaFrontiere
Iscriviti alla nostra newsletter mandando una mail ad: anarres@inventati.org
www.anarresinfo.org
Il Movimento No Muos ha lanciato una manifestazione in solidarietà con la
popolazione niscemese. Di seguito alcuni stralci del comunicato di indizione:
“Siamo prima di tutto solidali con le persone colpite dalla frana, con chi è
stato evacuato, con chi ha perso sicurezza, stabilità, serenità.
Siamo solidali con una comunità che da anni vive dentro una condizione di
esposizione permanente al rischio.
Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle.
Non arriviamo protetti da cordoni di polizia.
Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno.
Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia.
Siamo a casa nostra.
Siamo in mezzo alla nostra gente.
Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi.
Quello che è accaduto non è una fatalità.
Non è solo “maltempo”.
È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di
manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione.
È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili.
A Niscemi questo modello si vede in modo lampante:
mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza
messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle
più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia.”
Appuntamento in largo Mascione alle 10
Ne abbiamo parlato con Antonio Rampolla del Movimento No Muos
Ascolta la diretta: