https://pungolorosso.com/2026/03/10/poche-balle-litalia-e-gia-in-guerra-contro-liran/
https://pungolorosso.com/2026/03/10/bombardano-scuole-ospedali-impianti-di-desalinizzazione-dellacqua-petrolchimici-ecco-come-usa-e-sionisti-liberano-liran/
A Chiomonte c’è aria di “grandi novità”. Mentre sottoterra si scava – molto più
lentamente di quanto non ci raccontino – sulla superficie i lavori non si
fermano mai. Ma […]
The post Tra propaganda e conflitto, torna il TAV delle “grandi opportunità”
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Accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la
protesta contro la stazione elettrica di Terna. Comitati e associazioni
denunciano la criminalizzazione del dissenso e rilanciano la solidarietà …
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/06/rapporto-antisemitismo-vauro-crozza-conte-notizie/8314821/?utm_term=Autofeed&utm_campaign=Echobox2021&utm_medium=social&utm_content=fattoquotidiano&utm_source=Facebook&fbclid=IwY2xjawQYHvVleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe4TsiqQZiYaMGVWh4XDvWhDcss1E6BrnZL4vFlqbCKnxqfAfGF2a2jdWfuFs_aem_e3DjNA5ab1jzRVSjJhT7tw#Echobox=1772823534
Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora
incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo
regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna:
capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute
serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente
inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai
finestroni, una veranda in lamiera.
Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra
Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto
un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex
Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici
tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati
della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome
scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il
cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura –
probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in
una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora.
Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano
maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco.
Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il
sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere.
Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza
dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe
esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi
siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole
rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e
sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti,
sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo
permanente è uno dei passi in avanti.
Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile
per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente,
da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi
promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come
tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e
dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio
di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia
al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al
contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il
tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del
concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni.
Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di
desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi
ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli
ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo
l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i
martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo.
Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune
persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e
Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le
maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è
un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono
incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere
poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli
della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre
parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”.
Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito
un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti
di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti
del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il
territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione
Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e
statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite
cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione
geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali
reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono
l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da
nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che
appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete
idrica già compromessa.
Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da
Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della
strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata
sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che
svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il
furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il
passaggio del mezzo. Entriamo.
Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è
quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci
vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in
parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di
quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni.
Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la
commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente:
ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della
pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica
che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi.
Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha
spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la
bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già
dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli,
aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro
campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano
carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale del novanta per cento».
Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte
mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie
erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa
che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente
è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il
bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultimo numero del “Bollettino dei
ferrovieri contro la guerra”.
I piani europei per la mobilità militare, a cui si sta lavorando alacremente
anche in Italia, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che i finanziamenti
bellici non sono affatto una “bolla speculativa”, ma degli interventi concreti
di preparazione alla guerra. Quanto mai preziosa, allora, la puntuale denuncia
fatta da questi ferrovieri, soprattutto perché inquadrata in una chiara proposta
di lotta: «Non c’è più tempo. I ferrovieri e le ferroviere devono proporre e
aderire a un concreto percorso sull’obiezione di coscienza ma, allo stesso
tempo, tutto questo non sarebbe sufficiente a fermare la spirale guerrafondaia.
Per interrompere il trasporto militarizzato su ferrovia e i lavori
sull’infrastruttura serve molto di più. La mobilitazione già in essere sui
contratti e accordi a perdere deve diventare tutt’uno con la mobilitazione
antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra».
fcg7
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RIOT ON SUNSET STRIP – PUNTATA DEL 10 03 2026
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
La macchina del tempo e dello spazio blackoutiana, a zonzo per gli anni ’60, in
particolare il periodo 66-68; ma con uno sguardo anche al revival psichedelico
degli anni ’80 e nuove proposte in tema, in viaggio con Paul Magoo, Maurizio e
DJ Arpon
Riceviamo e diffondiamo questo appello sulla vicenda del compagno Miguel Peralta
(qui un riassunto: https://www.ainfos.ca/it/ainfos19532.html), rilanciato dai
redattori del progetto “Haiku senza haiku”:
Salute a voi che in qualche modo avete supportato il progetto Haiku Senza Haiku
!!!
Da questa Primavera iniziamo un dialogo con realtà anarchiche oltre oceano e
come proposto da Juan Sorroche, partiamo con un nuovo appello alla poesia di
strada e alla scrittura creativa, denominato “Radici e radicalità”.
Il compagno che stà preparando questa nuova chiamata internazionale, Miguel
Peralta e il suo gruppo di appoggio, ci hanno chiesto di divulgare intanto in
italia il comunicato che trovate di seguito e di raccogliere le firme dei gruppi
anarchici che vogliono sottoscriverlo.
Se siete interessatx mandate una mail entro mercoledì 11 Marzo a:
versiscatenati@canaglie.net
scrivendo il nome della vostra realtà e la città di riferimento, indicando che
volete apporre la vostra firma al manifesto di solidarietà alle compagne
Mazatecas, che trovate qui sotto.
MESSICO
In una sentenza storica per la comunità mazateca di Eloxochitlán, Oaxaca, una
Corte Federale ha confermato l’innocenza di Miguel Peralta da tutte le accuse a
suo carico e ha stabilito che non si è verificato un delitto chiave.
La sentenza riconosce, per la prima volta in oltre un decennio di persecuzioni
legali, l’inesistenza del tentato omicidio della presunta vittima, Elisa Zepeda
Lagunas.
Considerato il contesto degli eventi, la Corte ha ritenuto che le testimonianze
accusatorie mancassero di credibilità e sincerità.
Miguel dovra’ essere assolto definitivamente dalla Terza Corte Penale di Oaxaca
dalle accuse di omicidio e tentato omicidio.
Oltre a Miguel, anche altri difensori dei diritti umani mazatecas, ancora
sottoposti a mandati di arresto e procedimenti penali per questo crimine
inesistente, devono essere assolti.
Differenti geografie, 2 marzo 2026.
Il 25 febbraio di quest’anno è stata pubblicata la sentenza emessa dalla Prima
Corte Collegiale per le Materia Penale di Oaxaca, nella sentenza Amparo Diretto
631/2022, che ha assolto Miguel Peralta Betanzos da tutte le accuse a suo carico
dopo un processo durato oltre undici anni. Questa assoluzione è in linea con gli
standard internazionali dei processi, della presunzione di innocenza e della
protezione dei difensori dei diritti umani indigeni.
L’ingiunzione concessa obbliga la Terza Corte Penale di Oaxaca a confermare
l’innocenza e l’assoluta libertà di Miguel in merito ai reati di omicidio e
tentato omicidio. Inoltre, per la prima volta nel procedimento, una sentenza
giudiziaria nega l’esistenza di quest’ultimo reato, presumibilmente commesso ai
danni di Elisa Zepeda, e considera il contesto in cui si sono svolti i fatti per
ritenere le testimonianze accusatorie inaffidabili, prive di sincerità e viziate
da simpatie per i vertici politici locali, dimostrando così la loro intenzione
di incriminarlo.
Per Miguel, questo rappresenta una piccola finestra attraverso la quale si può
intravedere la libertà in lontananza; uno spazio attraverso il quale possiamo
sfuggire a questa reclusione, perché, pur essendo liberi, rimaniamo limitati in
molti modi. Abbiamo ottenuto una piccola vittoria in questo grande affronto
contro lo Stato e i suoi rappresentanti. La nostra comunità ha sperimentato in
prima persona razzismo istituzionale, ritardi sistematici, persecuzioni,
criminalizzazione, accuse inventate, torture, sfollamenti forzati e
incarcerazioni. Ancora una volta, è stato confermato che le menzogne che ci
hanno tenuto dietro le sbarre stanno svanendo; non possono più sostenere questa
fallacia che hanno creato per soggiogare il nostro popolo e prendere il
controllo politico ed economico. Non smetteremo di resistere finché tutti i
perseguitati di Eloxochitlán non saranno completamente liberi.
Per la comunità, che è stata sottoposta a persecuzioni giudiziarie e alla
devastazione del fiume Xangá Ndá Ge da parte dei capi politici locali, questa
sentenza conferma, da un lato, la persecuzione e la fabbricazione di accuse
volte a inibire l’organizzazione comunitaria e la difesa del nostro territorio.
D’altro canto, apre le porte alla giustizia per il resto di coloro che sono
stati ingiustamente perseguitati, poiché stabilisce solidi criteri per chiedere
il rilascio di 12 difensori dei diritti umani in esilio e di altri 5 che devono
ancora affrontare accuse penali per gli stessi crimini. Inoltre, la sentenza
contribuisce a combattere la stigmatizzazione e la repressione che ancora
prevalgono contro l’intera comunità criminalizzata, che, nel 2025, è stata
nuovamente sottoposta a oltre 200 mandati di arresto, a dimostrazione di una
recrudescenza della persecuzione da parte dei tre poteri dello Stato di Oaxaca.
Questo modello di procedimenti giudiziari di massa contro i difensori dei
diritti umani indigeni riflette pratiche di criminalizzazione documentate in
vari contesti contro i popoli indigeni che esercitano la loro autonomia e
difendono il loro territorio.
È importante ricordare che Miguel Peralta era già stato rilasciato nell’ottobre
2019, dopo una difesa estenuante, a causa della mancanza di accuse dirette
contro di lui. Tuttavia, le presunte vittime hanno presentato ricorso e la
sentenza è stata annullata nel marzo 2022 dalla Terza Camera Penale di Oaxaca,
costringendolo all’esilio per quattro anni. Da allora, ha cercato di annullare
la conferma della sua innocenza e libertà assoluta da parte della Prima Corte
Collegiale, portando il suo caso fino alla Corte Suprema di Giustizia della
Nazione, che nel novembre 2024 ha rinviato il caso a tale tribunale per una
decisione con una prospettiva interculturale.
Per oltre un anno, il caso è stato esaminato dalla Corte Collegiale, con
argomentazioni, prove e memorie di amicus curiae presentate, che hanno costretto
i giudici ad approfondire il merito della causa. Sulla base di due analisi
antropologiche contestuali, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un conflitto
socio-politico che ha dato origine a “gruppi antagonisti”. La sentenza chiarisce
che le testimonianze di coloro che erano alleati con il capo politico locale,
secondo le analisi stesse, suggeriscono “un tentativo di implicare [Miguel]”
come parte del gruppo avversario. La sentenza è decisa nel sottolineare gravi
incongruenze e contraddizioni nelle prove utilizzate contro decine di membri
perseguitati ed esiliati della comunità mazateca.
La storia di Eloxochitlán riflette due visioni opposte. Si tratta della difesa
dell’autonomia e dell’autodeterminazione da parte di un’assemblea comunitaria,
nonché della difesa territoriale contro l’imposizione partigiana e la
devastazione del fiume causata da una delle presunte vittime, Manuel Zepeda
Cortés.
Questo caso ha dimostrato come il sistema giudiziario penale possa essere
utilizzato come meccanismo punitivo contro coloro che difendono il proprio
territorio ed esercitano la propria organizzazione comunitaria. La
criminalizzazione di Miguel Peralta e dell’Assemblea di Eloxochitlán non è un
caso isolato, ma piuttosto parte di un tentativo di indebolire l’esercizio
dell’autonomia e dell’autodeterminazione. Ci auguriamo che, senza ulteriori
indugi, la Terza Corte Penale si conformi alla sentenza, emetta un’assoluzione
definitiva e consenta la fine della persecuzione dopo oltre un decennio di
procedimenti, aprendo la strada alla giustizia.
(Firmato:)
Miguel Ángel Peralta Betanzos
Gruppo di supporto in solidarietà con Miguel Peralta
Mazatecas per la libertà
Musick To Play In The Dark – Puntata del 10/03/2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a.
Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout
105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte.
Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità
che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave,
facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel
math rock.
Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione
della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste.
Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie.
Spegnete la luce, la musica inizia…
PLAYLIST
01 Robohands “Hermit Pt.III” da “Oranj”
02 Mammal Hands “Alia’s Abandon” da “Circadia”
03 Motrik “Flood Tide” da “Earth”
04 Clark “Escape The House II” da “We Bury The Dead”
05 Paperclip Minimiser “II A2” da “II A2”
06 Coil “2nd Son Syndrome” da “Astral Disaster”
07 Alan Vega “Love Cry – Demo” da “Alan Vega”
08 Alan Vega “Ghost Rider” da “Collision Drive”
09 The Orielles “To Undo The World Itself” da “Only You Left”
L’11 febbraio 2026, al tribunale di Torino si è concluso il primo grado del
processo relativo alla morte di Moussa Balde, avvenuta il 23 maggio 2021 nel
Centro di Permanenza…
L’11 febbraio 2026, al tribunale di Torino si è concluso il primo grado del
processo relativo alla morte di Moussa Balde, avvenuta il 23 maggio 2021 nel
Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Torino.
Moussa era stato trasferito al CPR dopo aver subito una violenta aggressione
razzista a Ventimiglia, e lì era stato messo in isolamento, dove si è suicidato
pochi giorni dopo. Il tribunale ha per la prima volta riconosciuto una morte
avvenuta in un centro di detenzione amministrativa come un omicidio condannando
l’ex direttrice del centro, gestito dalla multinazionale GEPSA, a un anno di
reclusione con sospensione della pena per omicidio colposo, e al versamento di
un indennizzo alla famiglia.
Sono stati però scagionati sia il medico allora responsabile della gestione
sanitaria nel CPR, sia la prefettura e la questura, da cui dipende tutto il
sistema di detenzione amministrativa. Con Gianluca Vitale, avvocato della
famiglia Balde, abbiamo commentato il processo e le sue implicazioni,
approfondendo le responsabilità materiali dello stato nella morte di Moussa e in
tutte le altre morti in CPR, da quella di Ousmane Sylla a quella più recente di
Simo Said.
Abbiamo poi mandato in onda i contributi audio della madre e del fratello
maggiore di Moussa, Djenabou e Thierno Balde. Qui è possibile leggere una
dichiarazione della famiglia Balde in reazione al verdetto.
A quasi cinque anni dall’omicidio di Moussa, nello stesso CPR torinese, dopo la
chiusura dovuta alle rivolte del 2023 e la riapertura della scorsa primavera, i
detenuti sopravvivono alle stesse intollerabili condizioni. Sia gli atti di
autolesionismo che quelli di collettiva protesta sono diffusi e quotidianamente
ignorati dalla gestione. Sanitalia, attuale gestore del centro, mantiene i
reclusi nella fame e nella sedazione sotto psicofarmaci. Chi sta male viene
portato in ospedale solo per prassi, ma poi quasi automaticamente riportato
indietro nelle identiche condizioni di partenza. Le persone recluse ci parlano
di tentativi di suicidio e di proteste stroncate da violenti pestaggi delle
forze di polizia e poi di trasferimenti in carcere. Chi alza la testa viene
fatto sparire.
Nonostante ci sia molto chiaro come nessuna giustizia esista tra le stanze dei
tribunali ma che – piuttosto – essa si troverà solo nel fuoco che chiuderà i
CPR: parlare ad Harraga del processo per la morte di Moussa Balde ci permette,
non solo di ricordare lui, restituire le parole della sua famiglia, ma anche di
attualizzare all’oggi da un lato le politiche mortifere del razzismo di stato e
dall’altro la quotidiana resistenza e lotta delle persone razzializzate.