Puntata gourmet,come al solito,con noi al telefono dalla ridente Salerno
intervistiamo Rosario, mente, cuore e fegato dei The Provincials! Preparatevi
per immergervi in un mondo di rock barocco, garagepunk, prog, e melodie
sixties\seventies col piglio nineties e chit e muort!
La frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già
portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.
Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche
di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato
all’incuria.
Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta nella sughereta di
Niscemi svettano le mega antenne del Muos che forniscono dati per le guerre
planetarie.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo
Ascolta la diretta:
La Patagonia cilena brucia, distruggendo le foreste ancestrali dei mapuce, la
cui lotta è sotto costante repressione, con un susseguirsi di arresti ed
operazioni di polizia di estrema violenza. La regione è ricca di terre rare che
suscitano crescenti appetiti.
Emblematico il caso di Julia Chuñil, un’attivista Mapuche di 72 anni scomparsa
da oltre un anno. L’8 novembre 2024 esce di casa in cerca di alcuni animali
insieme al suo cane Cholito, su una collina nei pressi di Máfil, Regione de Los
Ríos, nel centro-sud del Cile. Da allora di lei non si hanno più notizie.
Julia Chuñil è la Presidente della comunità indigena Putraguel, dove si è
distinta per la sua lotta per i Diritti ambientali, in particolare per la
protezione di circa 900 ettari di foresta nativa. Proprio la difesa della terra
della sua comunità le è valsa numerose minacce e vessazioni, andate avanti per
anni.
La polizia ha costruito una montatura contro i figli di Julia, accusandoli della
scomparsa della madre. Per ora la montatura non ha funzionato ma è di questi
giorni la notizia che la casa di Julia, dove vivono alcuni suoi familiari, è
stata distrutta. É l’inizio dello sgombero contro il quale ha lottato per tutta
la vita.
Ne abbiamo parlato con Luca, un compagno di Santiago del Cile
Ascolta la diretta:
Cresce l’impegno nella logistica militare su rotaia. Dopo i lavori di
potenziamento alle stazioni di Tombolo, Pontedera e Palmanova sono ai blocchi di
partenza nuove opere a La Spezia marittima e Genova Sampierdarena.
Si tratta di un progetto finanziato dall’UE nell’ambito dei corridoi di
collegamento militare con l’Ucraina e la Moldavia.
Nella fattispecie i progetti (con termine lavori previsto nel 2027) interessano
l’infrastruttura degli scali di Genova Sampierdarena- Parco Fuori Muro e di La
Spezia Marittima. Il finanziamento dell’Unione Europea (CEF) prevede
28.774.201,50 € erogati a RFI per lo scalo di Genova e 9.274.599,00 € erogati
all’Autorità del sistema portuale del mar ligure orientale per lo scalo di La
Spezia Marittima. Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati
nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei
contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a
corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte,
distruzione e miseria. Infatti la finalità dei lavori è collegare i porti liguri
al corridoio Ten-T Reno-Alpino e al corridoio Mediterraneo/corridoio
Scandinavo-Mediterraneo, aumentando la capacità dei binari per ricevere treni
lunghi fino a 750 metri, nell’ambito del Regolamento (UE) 2024/1679 per il
prolungamento dei quattro corridoi di trasporto europei della rete TEN-T verso
l’Ucraina e la Moldova.
È tuttavia la terminologia impiegata nelle schede di progetto che mostra la
sistematicità agghiacciante con cui l’Europa ci sta portando sull’orlo della
devastazione bellica: “le opere permetteranno un trasporto efficiente e continuo
di personale militare, mezzi e forniture, garantendo la circolazione di treni
lunghi 750 metri e ottimizzando la capacità della rete ferroviaria interna al
porto. Ciò faciliterà il regolare movimento sia delle unità ferroviarie militari
internazionali sia del trasporto merci commerciale, da e verso il porto di La
Spezia (…) per il potenziale miglioramento del collegamento ferroviario
dell’ultimo miglio verso il porto (..) il progetto assicurerà la prontezza
difensiva del porto di La Spezia, (…) interventi nel porto strategico di Genova,
in particolare nel bacino portuale di Sampierdarena, nell’area del Parco Fuori
Muro garantendo così la circolazione di traffico a duplice uso, civile e
militare”.
Ne abbiamo parlato con Andrea Paolini di “Ferrovieri contro la guerra
Ascolta la diretta:
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
piazza Foroni - piazza Foroni
(giovedì, 5 febbraio 19:30)
Cena sociale di quartiere
Porta quello che vuoi trovare
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
Per il bere, ci pensa il bar di Milon!
L’1% più ricco continua ad allungare le distanze, mentre miliardi di persone
scivolano o restano intrappolate nella precarietà. È il quadro che emerge
dall’ultimo report di Oxfam, “Resistere al dominio dei ricchi”. Difendere la
libertà dal potere dei miliardari, che fotografa una concentrazione di ricchezza
senza precedenti e il suo impatto diretto sulla libertà e sulle condizioni
materiali di vita di miliardi di persone. Secondo l’organizzazione, negli ultimi
cinque anni i patrimoni dei miliardari sono cresciuti a una velocità tripla
rispetto al periodo precedente. Il numero dei super-ricchi ha superato quota
3.000 e, per la prima volta nella storia recente, un singolo individuo ha
accumulato una ricchezza superiore ai 500 miliardi di dollari. Nello stesso arco
temporale, quasi una persona su quattro nel mondo affronta la fame o una grave
insicurezza alimentare. Due curve che si muovono in direzioni opposte: in alto,
l’accumulo estremo; in basso, l’erosione delle condizioni di vita.
Ne abbiamo parlato con Andrea Fumagalli, economista
Ascolta la diretta:
La caccia agli immigrati irregolari negli Stati Uniti si è trasformata in una
strategia del terrore: il governo federale mette sotto inchiesta i suoi
oppositori, mentre gli agenti conducono i raid con cinismo, facendosi servire a
tavola dalle persone che poi arresteranno. È quanto succede in Minnesota,
diventato il cuore della svolta autoritaria dell’amministrazione Trump, che ha
messo sotto inchiesta il governatore Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis,
Jacob Frey, entrambi democratici, accusati di «ostacolare le attività dell’Ice».
I loro nomi si aggiungono al lungo elenco di oppositori del governo finiti nel
mirino del dipartimento di Giustizia e del Pentagono.
Ne abbiamo parlato con Martino Mazzonis, giornalista esperto di States
Ascolta la diretta:
Ci addentriamo nella musica di rottura col regime sovietico in una doppia
puntata in compagnia di Stefania.
Nel primo capitolo affrontiamo il punk-rock degli anni ’80, quando il sistema
comunista vedeva il suo tramonto e la musica riportava il senso di apocalisse di
un epoca e la disillusione verso il sistema capitalista.
Per maggiori info consiglio l’articolo “Rock della Perestrojka, requiem per un
futuro perduto”
(https://collettivotrickster.net/rock-della-perestrojka-requiem-per-un-futuro-perduto/)
Nel ’56, anno del disgelo culturale in russia dopo la cappa staliniana, si
sviluppa un circolo di musica e poesia auto-prodotta passata alla storia come
Samizdat (Magnitizdat per la musica, incisa sulle lastre di radiologia).
Fortemente censurata dal governo sovietico è riuscita, attraverso la
circolazione di copie passate di mano in mano, a raccontare le voci del popolo
russo, così diverse dalla cultura ufficiale di partito.
Pietro Zvetereremich ha raccolto nel libro “Canzoni russe di protesta” i testi e
le biografie dei tre autori più celebri: Bulat Okudžava, Vladimir Vysockij e
Aleksandr Galič
La rivista specializzata Ares rende noto che Il Ministero della Difesa ha dato
un colpo di acceleratore al programma di realizzazione del primo Centro
internazionale di formazione dei piloti dei cacciabombardieri F35 fuori dal
territorio degli Stati Uniti.
Con una Determinazione a Contrarre (DAC) la Direzione degli Armamenti
Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (DAAA) ha impegnato 112,6 milioni di euro
su un arco temporale quinquennale, per la creazione del centro di addestramento
avanzato, destinato a diventare un punto di riferimento non solo per
l’Aeronautica Militare, ma per tutti i partner mondiali del programma JSF (joint
Strike Fighter, così come viene indicato il velivolo da guerra di quinta
generazione).
Secondo Ares, il Ministero della Difesa realizzerà nello scalo di Trapani Birgi
la terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione
all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi
(Brescia).
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo, antimilitarista e blogger
Ascolta la diretta:
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.
Mentre viene approvata la prima bozza del cosiddetto “ddl antisemitismo”,
pubblichiamo questo testo dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza
palestinese di Trento, distribuito in occasione di una manifestazione tenuta in
città (in forma di presidio statico) nel cosiddetto “giorno della memoria”,
nonostante e contro il divieto governativo di manifestare. Nel frattempo abbiamo
appreso con piacere che il divieto è stato rotto anche altrove (per quanto ne
sappiamo almeno a Roma, Venezia e Cagliari).
La memoria è nella lotta contro il genocidio
Il Ministero degli Interni ha vietato le manifestazioni durante la Giornata
della Memoria, qualora prevedano il riferimento al genocidio in Palestina e
critiche allo Stato d’Israele.
Lo fece già due anni fa, ma ora è l’anticipazione di quello che accadrebbe ogni
giorno con il disegno di legge in discussione al Senato (“Contrasto
all’antisemitismo”), il quale equipara l’antisionismo all’antisemitismo,
attraverso una definizione di quest’ultimo proposta da un organizzazione
sionista, incentrata sul «diritto all’esistenza dello Stato di Israele», cioè il
diritto di esistere di un progetto di colonialismo di insediamento a spese di
nativi che vanno espulsi. Addirittura prevede corsi annuali di antisionismo per
i docenti e l’obbligo di delazione per questi rispetto ad atti
“antisemiti/antisionisti” (un collega che ricorda gli studenti uccisi nei
bombardamenti a Gaza? uno studente con la kefiah? la diffusione di un volantino
che invita al boicottaggio d’Israele?).
Con il disegno di legge presentato da Gasparri di Fratelli d’Italia – non
diverso da quelli presentati da Delrio e Giorgis del Partito Democratico – la
propaganda sionista diventa legge e si traduce in censura e repressione.
Non si potrebbe paragonare la rivolta del Ghetto di Varsavia all’azione del 7
ottobre o il ruolo di IBM nel fornire la tecnologia per i campi di sterminio
nazisti a quello svolto da IBM nel genocidio algoritmico compiuto dall’IDF.
Non si potrebbero criticare i progetti in corso tra Università di Trento e IBM
Israel, riferendosi al ruolo di IBM Israel nel genocidio a Gaza.
Non si potrebbe accostare la schedatura in Italia degli studenti palestinesi
disposta a gennaio dal Ministero dell’Istruzione a quella degli ebrei sotto il
fascismo.
Non si potrebbe contestare la presenza di Israele ai Giochi Olimpici Invernali
di Milano-Cortina.
Uno scenario già realtà in altri paesi europei, come Germania e Regno Unito,
dove il gruppo d’azione diretta Palestine Action è stato dichiarato “terrorista”
e una trentina di suoi appartenenti sono tuttora in carcere – alcuni dei quali
hanno portato avanti uno sciopero della fame di più di due mesi, ottenendo la
revoca di un contratto tra l’azienda di droni israeliana Elbit Systems e il
governo britannico.
Anche in Italia stanno aumentando i “colpevoli di Palestina”: Mohamed Shahin che
rischia l’espulsione per frasi dette a una manifestazione, Ahmed Salem in
carcere di massima sicurezza per aver diffuso dei video della resistenza
palestinese, Anan Yaeesh condannato in Italia a cinque anni e sei mesi per il
coinvolgimento in azioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, Tarek
Dridi in prigione per il corteo del 5 ottobre 2024 a Roma, Mohammad Hannoun e
gli altri tre palestinesi incarcerati con l’accusa di aver mandato soldi alla
resistenza palestinese.
E centinaia di persone stanno venendo denunciate – a Trento come nel resto
d’Italia – per le giornate del “Blocchiamo Tutto” e degli scioperi generali.
Quelle giornate hanno tracciato una rotta che dobbiamo seguire, una rotta che
può anche portarci fuori dai confini della legalità di uno Stato complice di
genocidio.
Se passerà il ddl “antisemitismo” ogni manifestazione, ogni conferenza, ogni
serata di raccolta fondi che sollevi critiche allo Stato d’Israele sarà
potenzialmente contro la legge.
Questo deve farci smettere di gridare che Israele sta compiendo un genocidio col
supporto dell’Occidente? Ci può giustificare dal non provare concretamente a
fare qualcosa per impedirlo, agendo sulle collaborazioni attive dove viviamo?
Chi ha aiutato gli ebrei a sottrarsi a rastrellamenti e deportazioni, chi ha
sostenuto i partigiani (anche ebrei), chi ha disertato o sabotato la Wehrmacht,
come altri eserciti, non l’ha fatto nella legalità e spesso l’ha pagato con la
vita.
È questa la memoria che proviamo a tenere viva oggi, ben diversa da quella
ipocrita di chi finge di ricordare i genocidi di ieri mentre si fa complice di
quelli di oggi.
Non accettiamo lezioni sull’antisemitismo da un governo di neofascisti che hanno
tra i loro “padri nobili” gli estensori delle Leggi Razziali.
La Fase 2 del Piano Trump per Gaza è la premessa alla deportazione della
popolazione gazawi, mentre l’imperialismo statunitense si fa sempre più violento
e spudorato, attaccando il Venezuela, progettando di attaccare l’Iran, lasciando
i curdi alla mercé del nuovo governo siriano, dichiarando di volersi prendere la
Groenlandia con le buone o con le cattive, scatenando sul fronte interno la
milizia ICE (peraltro addestrata dalle forze di sicurezza israeliane, che in
quanto a deportazioni e rastrellamenti “vantano” decenni di esperienza) e
prospettando guerre commerciali (di dazi e contro-dazi) che verranno pagate dai
lavoratori e lavoratrici del mondo. La nostra Fase 2 può invece essere la
ripresa di una lotta internazionalista contro chi fa le guerre, di cui saranno
appuntamenti lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio (lanciato dai
portuali genovesi) e gli scioperi studenteschi di marzo in Germania contro il
ripristino della leva militare.
Contro i divieti, scendiamo in strada!
Contro la repressione, rafforziamo la solidarietà!
Contro guerra e genocidio, alla lotta!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo:
AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista: IL MOVENTE
finita di scrivere a gennaio 2026, formato A4, 88 pagine
Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo “Mari Maruso” (che vuol dire
“Mare Pericoloso” in siciliano) :
“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte
all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un
abbraccio mortale. […]
Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale.
Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle
cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i
cuori di tuttx. […]
Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le
relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i
dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la
Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le
proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza,
costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e
allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti.[…]
Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono
state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura
serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire,
sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che
si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si
accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci
ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione,
scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse,
ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol
dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere.
Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro
come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e
chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità
mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e
tentativi di risposta. Cosa ti muove?”
Qui l’editoriale e alcuni articoli del numero 0: Il movente 0 Mari Maruso
editoriale-1
Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a
sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere –
vumsec@canaglie.org
In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e
cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta!
Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci potete aiutare a sostenere
lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i
tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione,
il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria
aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto.
https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/
Tra le “ricompense”, che sono ragionate per facilitare la distribuzione
decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la
rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per
comunicare con chi desiderano.
HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA
Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini
partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!).
Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (che
è meglio), comunicazioni o contributi potete scriverci a
ilmoventerivista@bruttocarattere.org
diffondete liberamente
CONTRO OGNI GALERA E LA LORO SOCIETÀ
TUTTX LIBERX
la redazione de IL MOVENTE