Puntata
https://hackordie.gattini.ninja/randioworld/wp-content/uploads/2026/01/HOD20gennaio26.ogg
Scarica: HOD20gennaio26
* sigla (30”)
* intro (1/2′)
* stacchetto bipbip
* social vietati – Australia (kz – 9’40”)
* musica 1
* ICE o AI e servizi “relazionali” (esckey – 5/7′)
* stacchetto bipbip
* outro (1′)
* stacchetto chiusura biplungo
link articolo valigia blu citato:
https://www.valigiablu.it/australia-divieto-social-16-anni-risultati/
LInk non citati ma di argomento sulle tecniche informatiche dell’ICE:
https://www.eff.org/deeplinks/2026/01/how-hackers-are-fighting-back-against-ice
Crediti dell’immagine di cover dell’articolo Photo by NASA on Unsplash
Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a
pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il
sistematico impoverimento della popolazione.
da Machina
L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause
delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione
delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future.
Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il
regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di
visioni politiche di estrema destra.
L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla
restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di
nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro
reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da
una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie.
In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un
intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente
pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come
ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità
umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra
nazionalismo e culto del mercato.
Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici
geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o
destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale
radicato nelle condizioni materiali di esistenza.
***
Introduzione
Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo
l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano
contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni
ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il
monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere
suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica
Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione
dell’opposizione e il contesto geopolitico.
Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica
La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della
rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la
repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze
etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la
guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche
transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli
anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di
dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione.
Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo
neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il
controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di
denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di
fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni
dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di
qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state
implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore
iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno
coperti dalla legislazione sul lavoro.
Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore;
governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo
oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita.
Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale
è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più
grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi;
l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento
eccessivo delle falde acquifere.
Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della
moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un
terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà
assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o
al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal
governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali,
hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di
austerità.
Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato
diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro;
la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi
inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo
e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata
è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per
l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o
trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato
di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria.
Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la
fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente
oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza
organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al
saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul
prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette
l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della
finanziarizzazione.
In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato
vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade
oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di
sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la
pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale.
La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è
rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese.
L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della
benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di
centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del
settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento
«Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti,
migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali.
La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle
politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud
Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della
benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha
dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con
Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di
affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire
il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori,
donne e popolazioni marginalizzate.
La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza
La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave
crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono
iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a
partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati
storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche
questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le
proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il
cuore stesso del potere.
Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti
esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la
partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e
degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le
proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni
occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam.
Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei
marginalizzati e dei disoccupati.
In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or
Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle
recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani
tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun
reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in
quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale.
Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente
stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in
età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile
scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e
dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile.
Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e
alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di
diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale
dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la
sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il
paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione.
Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste
alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei
diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste
notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si
ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive
di protesta.
L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei
primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni
sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese
noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime –
incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno
ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della
magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe
senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri
del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale
inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.
L’opposizione di estrema destra
’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la
maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra.
I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla
rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià
dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione
autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è
diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato
dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso
orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a
leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi
esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche.
Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le
proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso,
interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci
costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti
mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso
verso la libertà e il benessere sociale.
Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il
monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti
nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come
una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della
diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza
sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha
apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran.
Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica
del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel
mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei
mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il
nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di
estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana,
inclusi settori delle classi subalterne.
Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di
fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande
difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita,
Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con
l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è
tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida
o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento
«Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il
salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un
impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana.
La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze
sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e
risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente
l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente
pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo
le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la
dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata
tra nazionalismo e culto del mercato.
Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a
sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da
parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano
orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la
percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica
Islamica.
In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico
condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti,
agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente
mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla
sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire
attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di
orientarle in una direzione emancipatrice.
Trump e le pedine geopolitiche
Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in
relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già
evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come
l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è
attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica
Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra
in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei
BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di
vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente
inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance
in Iran.
La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di
qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa
agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo
multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di
estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime
della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in
un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti
questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle
vite in Iran.
L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle
proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a
una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo
iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo
rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso,
l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che
considerare simultaneamente limiti e possibilità.
Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici
della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.
***
Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente
di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua
persiana e italiana.
IL ROJAVA È SOTTO ATTACCO
Torino, piazza Vittorio - Piazza Vittorio Veneto, Torino (TO)
(sabato, 24 gennaio 15:00)
IL ROJAVA È SOTTO ATTACCO
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(giovedì, 22 gennaio 18:00)
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra
e l’attacco agli spazi sociali”
Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del
17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per
l’adesione sono in aggiornamento.
In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la
trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano
ragionamenti significativi per un rilancio collettivo.
A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una
piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di
seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla
mobilitazione.
Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta
Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità
territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi
calcoli, il popolo resiste.
Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che
struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro
che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.
Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati
territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle
università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro
le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli
abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.
Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con
le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando
una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un
passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che
in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo
Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo,
militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi
ministri.
Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera
in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di
questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi,
costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero
che ci saranno.
La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di
rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di
ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e
sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono
indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le
leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.
Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una
dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e
riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova
attualità.
Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune
che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e
la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e
sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di
Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia
allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio
di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini.
È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la
loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è
possibile, resistere è un dovere.
Firme in aggiornamento:
Network Antagonista Torinese
Movimento No Tav
Torino per Gaza
Centri Sociali del Nord Est
Giovani Palestinesi d’Italia
Non Una di Meno Torino
Spazio Popolare Neruda
Giorgio Cremaschi
Potere al Popolo
Assemblea Studentesca Torino
Ex Opg
Officina 99
Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza
Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari
Ecologia Politica Napoli
Cantiere Milano
Quarticciolo Ribelle
Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia
Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre
Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche
Colpo
Centro Sociale Talpa e l’Orologio
Collettivo Spiraglio
Collettivo ohm
Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS
Cobas Scuola Torino
Csoa Ex Snia Viscosa
Coordinamento Antifascista Universitario – Torino
Rifondazione Provinciale Torino
Fronte Popolare Torino
Cub
Sinistra Anticapitalista
Radici del Sindacato alternativa in Cgil
Vogliamo Tutto
Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia
Partito Comunista dei Lavoratori – Torino
Gabrio
Associazione a Resistere Pisa
Cobas
Collettivo Statale 590
Carc
video
Intervento di Non Una di Meno Torino
Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà
ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più
schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e
iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la
devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per
una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio
vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per
costruire un futuro differente.
Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto
questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla
solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la
riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno
reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione
collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si
costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la
vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura
diventa pratica collettiva e non dovere imposto.
Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si
intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle
vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti,
ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone
razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità,
ne pagano il prezzo più alto.
La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con
chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso:
su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a
particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le
definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma
attraverso le categorie che organizzano il pensabile.
In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e
coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il
vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici
simboliche e i dispositivi narrativi.
Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti
rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione
sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione
sociale.
Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da
Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire
dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante
che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian
Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la
portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono
state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese.
Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la
difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio,
criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere
comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per
i popoli sia come
dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali,
strategia colonialista di mutilazione
venga anch’esso ucciso.
La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora
più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo,
che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più
esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più
diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un
controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi,
restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone,
attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul
dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza.
Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo
una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire
ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi
disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e
che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe
un pericolo da neutralizzare.
Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi
difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il
dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci
vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze
plurali e solidali.
Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci
ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità
di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che
ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori
della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza
istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano
attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e
a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi
immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista.
Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere
eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici,
senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di
trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui
parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa
rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità.
In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato
nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come
strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana.
Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e
invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero
transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in
cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima
repressivo e contro il governo Meloni.
Intervento di Torino per Gaza
Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione
del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria!
Un contributo di Torino per Gaza
In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e
unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche
guerrafondaie del governo.
Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha
aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le
lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme
continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47.
Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo
nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata
capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito
da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la
possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è
espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e
sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a
puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è
responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone
profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole,
intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente.
Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso
abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in
mondovisione.
Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato,
praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato
solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace.
Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere
della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un
danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al
governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore.
A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far
pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre
città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure
cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti
domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è
visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e
su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E
ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse
pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo
sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo
per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa
ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi
attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono
allontanare.
Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la
Palestina a liberare noi.
Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente
fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche
solo ad immaginare.
Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire
legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che
dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce
un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta
richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una
presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo
gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche
raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere
conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte.
Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto.
Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta
a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per
sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio
Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono
in questo paese sono nostre compagne di lotta.
Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa
militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita,
mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa.
In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a
livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere
un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia
in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui
non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che
avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo
diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio
di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi
capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le
stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità
e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento.
Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da
percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di
mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e
arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone
non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica,
quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a
partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica,
per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la
condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del
male per tutti i popoli.
Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di
uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di
risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta.
Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna
realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda,
vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci
pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza,
capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si
presentano e di crearne quando è necessario.
In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande
partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa
come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una
comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni
a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle
offrendo una pratica di attivazione concreta.
Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato,
che si fa più complesso.
I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande
successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in
Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori.
Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai
raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in
Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e
tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale
ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di
tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in
tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio
della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non
sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e
l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il
controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime.
Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla
Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta
possono davvero riscrivere la storia.
Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da
costruire per la libertà collettiva.
C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è
un’opzione.
Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi!
Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino
Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte
le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non
solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie
dell’ askatasuna.
L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto
sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco
nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro
politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità
alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i
primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto
grandi mobilitazioni.
Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto
d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non
può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo.
Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è
stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso.
Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive
della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa
significa?
Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle
coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo
forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in
un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in
modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica,
organizzata, politica e morale è nostra.
In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del
nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state
notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con
l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e
Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà.
Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità
trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere
e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma
significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti
e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello
fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico.
Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene
prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla
militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei
sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo.
Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più
lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica.
Abbiamo le scuole che ci crollano in testa.
Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una
grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo.
E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per
la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza.
Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.
(disegno di sam3)
È in calendario oggi, 20 gennaio, al tribunale di Campobasso, la quarta udienza
del processo contro Ahmad Salem, ventiquattro anni, palestinese cresciuto nel
campo profughi di Al-Baddawi, in Libano.
Da oltre sei mesi Salem è detenuto in regime di Alta sicurezza a Rossano
Calabro, uno degli istituti storicamente riservati alle persone accusate di
terrorismo.
L’inchiesta nasce nel maggio 2025, quando Salem si presenta in questura a
Campobasso per chiedere asilo politico. Al momento dell’identificazione il
giovane dichiara di aver smarrito i documenti, ma sostiene di avere delle
fotografie salvate sul suo cellulare.
La polizia visiona anche altri contenuti: immagini e video legati alla guerra in
Palestina, filmati della resistenza armata e materiali sul genocidio in corso a
Gaza. È da lì che prende forma l’impianto accusatorio. In queste brevi clip si
vedono giovani, spesso in ciabatte, correre verso un carro armato, collocare un
ordigno sotto il mezzo e fuggire tra le macerie. Al termine dell’azione il carro
armato esplode. Altri video mostrano miliziani di Hamas all’interno di edifici
mentre maneggiano ordigni, oppure combattenti che sparano verso soldati
israeliani in mezzo alle rovine.
Secondo gli inquirenti, la presenza di quei contenuti costituirebbe un segnale
di radicalizzazione e dimostrerebbe una potenziale disponibilità a compiere
azioni terroristiche sul territorio nazionale. Su queste basi Salem viene
arrestato e accusato di due reati. Il primo è previsto dall’articolo
270-quinquies 3 del codice penale, introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza
(Ddl 1660): il solo possesso di materiale ritenuto idoneo alla commissione di
atti con finalità di terrorismo viene qualificato come “attività di
autoaddestramento”. Una fattispecie nuova, che non punisce né l’uso, né la
diffusione di questo materiale, ma solo la detenzione, e che solleva evidenti
problemi di compatibilità costituzionale.
Il secondo capo d’imputazione riguarda l’articolo 414 del codice penale,
istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La pena, in
questo caso, può arrivare fino a sette anni e mezzo di reclusione.
I video indicati dalla procura come prova dell’autoaddestramento sono in realtà
clip propagandistiche delle Brigate Qassam, diffuse online da anni, che mostrano
azioni armate contro l’esercito israeliano: combattenti che colpiscono carri
armati, maneggiano ordigni o sparano tra le macerie di Gaza. Secondo l’accusa,
questi materiali avrebbero un contenuto istruttivo sulle tecniche militari e
sull’uso di esplosivi. Per la difesa, invece, si tratta di documentazione
informativa e propagandistica della resistenza palestinese, priva di qualsiasi
funzione addestrativa.
«Anche i video in cui Salem prende posizione, e chiede una mobilitazione contro
il genocidio – spiega il suo avvocato Flavio Rossi Albertini – sono
assolutamente innocui. Sul piano giuridico poi sono evidenti gli errori
interpretativi: anche qualora Salem avesse commesso delle azioni, per il diritto
internazionale in queste azioni non si configura alcun reato. Non si tratterebbe
di terrorismo ma di diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese in
territori occupati. La prefettura e la Digos di Campobasso avevano indicazioni
precise su come intervenire, in una dinamica simile a quella del caso Anan
Yaesh: prima Israele chiede l’estradizione, poi l’Italia la nega, ma
successivamente procede comunque all’arresto. Segno che l’obiettivo reale non
fosse consegnarlo, ma neutralizzarlo».
In effetti, anche il procedimento contro Salem sembra inserirsi in una cornice
più ampia. In Italia, come in altri paesi alleati di Israele, si assiste a un
rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione nei confronti degli
attivisti che sostengono la causa palestinese. La Direzione nazionale antimafia
e antiterrorismo ha svolto un ruolo diretto nell’inchiesta, occupandosi anche
dell’individuazione e duplicazione dei contenuti del telefono di Salem. La
stessa struttura è stata protagonista, il 27 dicembre, degli arresti a Genova,
Firenze e Milano contro alcuni membri dell’associazione dei palestinesi in
Italia, accusati di finanziare Hamas.
Questa tendenza segnala il crescente protagonismo degli apparati di sicurezza e
una progressiva estensione del perimetro penale: non più soltanto le condotte,
ma le opinioni, i materiali informativi, le forme di solidarietà politica.
Colpisce in modo selettivo giovani musulmani, migranti e rifugiati, assumendo
tratti chiaramente razzializzati e islamofobici.
Il carcere di Rossano Calabro, noto per la sua impostazione punitiva e per
essere stato a lungo definito la “Guantanamo italiana”, ospita oggi detenuti
condannati per terrorismo, ex appartenenti alle Brigate Rosse e persone
arrestate nelle più recenti operazioni antiterrorismo. Salem affronta la
detenzione facendo leva su una resilienza costruita nei campi profughi
palestinesi, e con una consapevolezza politica e storica che il suo legale
descrive come profonda.
Intorno al suo caso si è sviluppata una mobilitazione: il 9 dicembre 2025 si è
tenuto un presidio davanti al carcere, mentre l’eurodeputato Mimmo Lucano ha
effettuato un’ispezione parlamentare. Il 16 dicembre alla Camera dei deputati si
è organizzata una conferenza stampa che ha portato la vicenda all’attenzione
pubblica.
Intanto, è bene ricordare che il processo ad Ahmad Salem non rappresenta
un’eccezione. Negli ultimi mesi aumentano i procedimenti fondati sui nuovi reati
introdotti dal Ddl 1660. Secondo il Ministero dell’interno, solo l’anno scorso
oltre duecento persone sono state espulse dall’Italia per presunte condotte
legate al terrorismo. (giuseppe mammana)
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra
e l’attacco agli spazi sociali.” Il 31 gennaio saremo a Torino, ancora una volta
dalla parte della libertà […]
The post VERSO LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 31 GENNAIO A TORINO – SPEZZONE
DEL MOVIMENTO NO TAV first appeared on notav.info.
L’esercito siriano avanza nel territorio controllato dai curdi . Le Forze
Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di
ritiro, attacando città chiave e giacimenti petroliferi. Gli Stati Uniti hanno
esortato le truppe siriane a interrompere l’avanzata attraverso il territorio
controllato dai curdi nel nord della Siria, mentre continuano degli scontri con
le forze a guida curda per il controllo di postazioni strategiche e giacimenti
petroliferi lungo il fiume Eufrate.
Durante il fine settimana, le forze governative siriane si sono impossessate del
giacimento petrolifero di al-Omar, il complesso del gas Conoco nel governatorato
di Deir Az Zor e della diga di Tabqa, nel governatorato di Raqqa. L’operazione è
stata annunciata come un risultato militare, ma il suo significato arriva ben
oltre le mappe e le linee militari. Tocca la struttura stessa dell’economia
politica della Siria e la fragile architettura degli accordi mentre le Forze
Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di
ritiro, attaccando città chiave e giacimenti petroliferi.
Nel frattempo, la perdita di controllo delle SDF sulle aree ricche di risorse
riduce la loro indipendenza finanziaria e vincola la governance nelle zone
precedentemente autonome.
Ne parliamo con Murat Cynar
Riceviamo e diffondiamo:
https://ispiraazione.noblogs.org/?page_id=57
ISPIRARE L’AZIONE…
Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando
è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti,
ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce,
scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e
dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a
guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del
conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si
levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono
il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e
lo stato.
L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie
mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in
atto.
La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante.
L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli
obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un
progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e
possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per
l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere
l’ordine leviatanico che governa questo mondo.
Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le
mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta
l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere
le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo
società.
Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove,
tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di
controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo
dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo
con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno
sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili
fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle
coscienze.
È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre
competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle
intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i
densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che
accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di
individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i
molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite.
Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi
uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di
promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione
di competenze pratiche e informatiche.
È completamente anonimo e tale vuole rimanere, per la sicurezza di chi lo cura e
di chi vi contribuisce, perciò caldeggiamo l’utilizzo di Tails, i sistemi di
anonimizzazione come i servizi di TempMail e l’uso di chiavette criptate per
salvare materiale scaricato (consultare il manuale nella sezione dedicata).
Vista la tendenza sempre più diffusa delle polizie di ogni stato a reprimere la
semplice parola nel timore che si trasformi in qualcos’altro di ben più
pericoloso, crediamo sia importante affinare pratiche di sicurezza collettive
per spezzare l’illusione di un controllo infallibile a darci nuovo respiro.
Per comunicazioni dirette (e criptate) al blog è disponibile un form di contatto
in basso a sinistra, oppure è possibile contattarci all’indirizzo e-mail
“ispira-azione[at]autistici.org” (disponibile chiave PGP nella pagina
“Contatti”).
Riceviamo e diffondiamo:
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia
l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese.
da Radio Onda d’Urto
Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta
la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito
rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di
Al-Jolani/Al-Sharaa.
“Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha
dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo
delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco –
dagliUsa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera
alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della
Siria del nord-est.
Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le
torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le
milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari
punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e
quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine
settimana è iniziata l’escalation.
Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata
alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir
Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il
fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno
attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a
far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della
guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis.
L’Amministrazione autonoma ha dichiarato la mobilitazione generale, invitando
tutta la popolazione a mantenersi pronta per difendere città, strade e
quartieri dall’avanzata del nemico.
Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane
democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del
Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqaper,
ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in
particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui
esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il
controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le
Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno
riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia
dellaprigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti
dell’organizzazione Isis. Una rivolta sarebbe in corso nel campo di Al-Hol, dove
vivono decine di migliaia di familiari, mogli e bambini, dei miliziani di Daesh.
Scontri sono stati segnalati anche nelle aree di Ain-Issa e al-Shaddadi.
Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il
fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un
accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come
battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo,
da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e
petrolifere, sui confini.
Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione
autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a
Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e
dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha
aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri
compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato
in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del
Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito
della resistenza di Kobane deve sollevarsi!”.
“Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la
pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in
Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18
gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem.
“L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del
nord-est, un’opzione politicafondata sull’autogoverno, su idee
di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i
popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze
coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze
capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di
transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della
modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla
mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del
nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato,
militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze
imperialiste e coloniali per i loro interessi.
Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi,
dell’Accademia della modernità democratica.
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde
incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza
dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali
livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge
dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia,
appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico
attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive
molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma la forbice tra le
retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne,
infatti, è circa il 70% di quella degli uomini.
A fronte della stagnazione dei salari e alla crescita dell’inflazione senza piu’
meccanismi automatici di protezione del potere d’acquisto dei lavoratori ,si
assiste dal 2014 ad un trasferimento di risorse a vario titolo alle imprese per
quasi 40 miliardi.
Ne parliamo con l’economista Andrea Fumagalli