(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
Nel lessico tecnico del settore immobiliare e negli studi
urbani, coliving e student housing identificano una nuova tipologia di strutture
residenziali su larga scala che negli ultimi anni si sono moltiplicate nei
contesti urbani. Si tratta di edifici dalla natura ibrida e sfuggente, che si
sottraggono alle classificazioni abitative consolidate: presentano
caratteristiche alberghiere (servizi, reception, pulizie, piattaforma di
prenotazione), ma ospitano residenze a medio-lungo termine; offrono soluzioni
per studenti e studentesse ma accolgono anche professionisti; propongono stanze
private ma gestiscono anche spazi collettivi. Questa ambiguità rappresenta
precisamente la strategia di questi operatori, che si posizionano in una zona
grigia tra ricettivo, housing e workspace per massimizzare flessibilità e
ricavi.
Modelli di questo tipo si inseriscono nelle crepe di un sistema abitativo sempre
più deregolamentato, in cui l’offerta residenziale è insufficiente e i prezzi
risultano insostenibili rispetto ai redditi medi (spesso inferiori ai duemila
euro mensili, secondo i dati Istat). Il coliving propone formule “all
inclusive”: una stanza privata che va dai dieci fino ai trentacinque mq con
servizi condivisi come cucine, coworking, lavanderia, palestra e area lounge,
oltre che eventi programmati. Questo modello contribuisce a rafforzare una
concezione della casa come servizio a pagamento, piuttosto che come bene
primario, stabile e tutelato. Difatti, se si osservano le strategie di marketing
e la narrazione commerciale dei gestori si può notare come venga esaltata la
flessibilità, la temporaneità e la creazione di community, arrivando a
trasformare anche il bisogno di socialità in un servizio incorporato nel
pacchetto a pagamento.
L’analisi dei dati sugli investimenti in questo settore, nel primo semestre
2025, offre una chiave di lettura emblematica delle dinamiche che stanno
ridefinendo il paesaggio di moltissime città italiane. Secondo Savills –
un’importante società britannica di servizi immobiliari – il settore
del living in Italia ha registrato un aumento del 118% solamente nell’ultimo
anno, con 670 milioni di euro investiti. Questa esplosione di investimenti si
concentra in cinque città italiane – Milano, Roma, Firenze, Bologna e Torino –
che rappresentano “poli di attrazione” per capitali nazionali e internazionali.
Queste città condividono alcune caratteristiche strutturali: innanzitutto una
forte presenza universitaria, un’elevata attrattività turistica, sono centri
direzionali e presentano mercati immobiliari sotto pressione, caratterizzati da
un vertiginoso aumento dei prezzi. Tuttavia, se guardiamo online l’offerta di
alcuni operatori commerciali, possiamo notare un’espansione anche in città più
piccole ma di grande attrattività universitaria e turistica: Padova, Matera,
Palermo, eccetera.
La crescita degli investimenti nel settore abitativo non è casuale, si tratta di
un vero e proprio boom speculativo che conferma che la casa non è più
prioritariamente un bene d’uso ma un asset class da cui estrarre rendite
crescenti. Questa crescita, afferma sempre Savills nel rapporto “Italian student
housing market”, è trainata soprattutto dagli studentati privati. La società di
consulenza e investimento immobiliare evidenzia che, poiché l’offerta privata in
Italia copre appena il 4% della domanda proveniente dalla popolazione
studentesca, il settore presenta ancora un forte potenziale di crescita per gli
investitori. Attualmente il 31% dei posti letto complessivi è gestito da
operatori privati, una quota cresciuta di oltre dieci punti percentuali in soli
quattro anni. Il report segnala inoltre che sono previsti venticinquemila nuovi
posti letto entro il 2027.
Il fatto che le città italiane vengano segnalate come poli di attrazione, con
domanda in aumento e “canoni competitivi rispetto alle principali capitali
europee”, ci fa intendere che c’è ancora margine di crescita degli affitti e dei
prezzi delle case. In altre parole, gli investitori vedono in Italia un mercato
in cui i rendimenti possono aumentare ulteriormente. Un altro dato preoccupante
riguarda gli student housing professionali, ovvero i cosiddetti “studentati di
lusso”, che stanno crescendo perché, come in altri ambiti delle politiche
abitative, lo Stato ha progressivamente abbandonato il suo ruolo di garante del
diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da
operatori privati.
MEMBRI, NON INQUILINI
Questa tipologia di complessi residenziali prolifera già da diversi anni in
molte città. I principali gestori sono: The Social Hub, società olandese;
aparto, che fa capo al gruppo Hines; Collegiate, di origine britannica; Camplus,
società italiana; Yugo, compagnia globale di student housing con sede principale
negli Stati Uniti; Joivi, prima piattaforma europea di coliving, micro-living e
student housing, nata dalla fusione di DoveVivo con altre società del settore.
Quest’ultima, in forte espansione, gestisce oltre 2.500 abitazioni in sei paesi
europei, con una crescita dei ricavi tra 2021 e 2023 del 70% in Italia e del
140% all’estero.
Queste società hanno diffuso un nuovo modello abitativo che sembra esclusivo, ma
in realtà è molto standardizzato: stanze o micro-appartamenti di pochi metri
quadrati con bagno privato, arredi di design, palestra e piscina sul tetto,
coworking, verde verticale, lavanderia e una serie di servizi riservati ai
residenti e abbonati. A essere esclusivi, tuttavia, sono soprattutto i canoni
mensili, che oscillano tra i mille e i tremila euro, a seconda della soluzione
scelta e delle eventuali convenzioni universitarie, ma in assenza di qualunque
reale tutela per chi vi abita.
A Roma, per esempio, il modello del coliving e degli studentati privati sta
iniziando a consolidarsi solo recentemente, ma con una velocità impressionante.
Il caso più visibile è The Social Hub, inaugurato nel 2025 nell’area dell’ex
Dogana a San Lorenzo. Chi guida sulla tangenziale est o arriva in treno a
Termini non può non notare la nuova mega-struttura: ventiquattromila mq
riconvertiti in residenza ibrida con camere, coworking, palestra e servizi,
venduti come “esperienza abitativa” a tariffe superiori ai duemila euro al mese.
L’immobile era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti e, secondo un’inchiesta
di Irpimedia, è stato ceduto al gruppo olandese TSH a un prezzo di gran lunga
inferiore al valore di mercato, evidenziando ancora una volta come il patrimonio
pubblico alimenti la rendita privata.
The Social Hub è arrivato in Italia nel 2018, aprendo la sua prima sede in via
Lavagnini a Firenze, quando ancora operava sotto il brand The Student Hotel. Il
cambio nome ha segnato anche un cambiamento nella strategia aziendale: dalle
residenze pensate principalmente per studenti a un modello ibrido rivolto a
un’utenza mista, inclusi turisti, nomadi digitali e professionisti in soggiorno
temporaneo. Oggi The Social Hub gestisce quattro strutture in Italia, tra Roma,
Firenze e Bologna, e ha già annunciato una prossima apertura a Torino.
Attraverso un’analisi dei prezzi svolta sulla piattaforma online, constatiamo
che un soggiorno medio-lungo si aggira mediamente intorno agli ottanta euro a
notte, superando facilmente canoni di duemila euro al mese per una stanza di
circa trenta mq con bagno privato e, in alcuni casi, angolo cottura. Si tratta
di un’offerta completamente gestita secondo il modello alberghiero, con servizi
condivisi che trasformano l’alloggio in un prodotto esperienziale più che in
un’abitazione stabile. Queste strutture includono sempre spazi semipubblici –
uffici e coworking accessibili tramite abbonamento mensile e aperti h24 e sette
giorni su sette, oppure bar e ristoranti interni – e spazi dichiarati pubblici,
come terrazze o giardini, attraversabili anche da chi non risiede nella
struttura.
Gli abbonati ai servizi vengono tutti definiti member della community, e si
hanno dei badge per accedere nei vari ambienti della struttura. In questo
modello abitativo, si perde persino l’identità di inquilino o inquilina: non si
è più residenti con diritti specifici, ma “membri” di una struttura, dove
l’abitare viene trasformato in un prodotto commerciale. Non è un caso che, da
qualche anno, non è possibile soggiornare per oltre dieci mesi nella stessa
struttura, costringendo così a un nomadismo forzato anche chi vuole
stabilizzarsi per più tempo.
Accanto a TSH operano altri attori come Camplus, che gestisce vari studentati in
tutta Italia. A Roma, per esempio, a Pietralata, quartiere dove è in progetto
anche la costruzione del nuovo stadio, gli alloggi studenteschi hanno rette che
vanno dai 14 mila euro per stanze doppie ai 16.500 euro l’anno per stanze
singole, includendo diversi servizi. Le strutture hanno posti anche per viaggi e
trasferte di lavoro, con prezzi tra i novanta e oltre duecento euro a notte per
soggiorni medio-brevi. I costi variano in base alle convenzioni con aziende e
università, una logica che consente a queste strutture di consolidare il modello
di partenariato pubblico-privato. Questo sistema di accordi serve a legittimare
la struttura come servizio di pubblica utilità, facilitandone l’accesso a fondi
pubblici, agevolazioni fiscali e concessioni edilizie, pur mantenendo una
gestione orientata al profitto.
Lo stesso meccanismo riguarda il progetto da cinquantasette anni di concessione
nell’area degli ex Mercati Generali, realizzato dal fondo Hines, che ha come
partner anche la compagnia israeliana Menora Mivtachim con interessi immobiliari
in Cisgiordania. L’opera è stata giudicata di “pubblica utilità”, ma replica il
solito modello ibrido: oltre duemila posti letto, di cui appena un quarto a
canone cosiddetto “calmierato”, che comunque resterà allineato ai prezzi del
mercato privato, vanificando qualsiasi reale funzione sociale. In questa zona si
è attivato un ampio fronte di cittadini/e, realtà locali, organizzazioni
studentesche e movimenti che chiedono trasparenza sul progetto e un reale
coinvolgimento della comunità. Tra le richieste principali: più verde pubblico e
la tutela dell’area rinaturalizzata esistente, che ospita un ecosistema urbano a
rischio di cancellazione definitiva.
Dinamiche simili si registrano in altre zone della città. A largo Preneste,
nell’area dell’ex Snia Viscosa, il costruttore Pulcini progetta uno studentato
che, secondo i comitati di quartiere, cancellerebbe uno dei pochi spazi verdi
rinaturalizzati della zona. Poco distante, l’ex cinema Impero è destinato a
essere convertito in un altro studentato con funzione residenziale di fascia
alta, che poco sembra rispondere alle esigenze abitative del territorio.
Rimanendo nello stesso quadrante geografico, a Casal Bertone, vicino alla
stazione Tiburtina, è stata recentemente cementificata una falda acquifera in
via Giuseppe Partini per costruire uno studentato privato di ottomila mq con 270
stanze, situato tra l’hub logistico di Amazon e lo spazio sociale Strike. L’area
di venticinquemila mq è stata acquisita dal fondo statunitense Barings tramite
un’operazione immobiliare curata da Savills SGR, dopo l’acquisizione dal
precedente proprietario, il gruppo BNP Paribas.
Infine, ma non ultimo, c’è il Museo della Scienza, previsto negli spazi delle ex
caserme di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. L’intervento, realizzato da
Cassa Depositi e Prestiti Real Asset SGR in partnership con soggetti privati,
combina la funzione museale con una nuova edificazione di residenze e funzioni
private, affiancate da spazi pubblici. Un modello che, pur promettendo
rigenerazione, nasconde dietro l’interesse pubblico interessi di valorizzazione
immobiliare.
SOLDI PUBBLICI, PROFITTI PRIVATI
Ormai da diversi decenni, numerose amministrazioni locali, al di là delle
differenze ideologiche e di bandiera partitica, hanno progressivamente adottato
strategie di gestione urbana ispirate a logiche neoliberiste, fondate sulla
ricerca di capitale e visibilità internazionale. Tali strategie hanno favorito
l’emergere di processi di gentrificazione, turistificazione e finanziarizzazione
dello spazio urbano. Questo paradigma di governo della città, consolidatosi da
oltre tre decenni, è quello che David Harvey definisce “imprenditorialismo
urbano”. Esso si basa su alcuni pilastri: il ricorso sistematico al partenariato
pubblico-privato, in cui le amministrazioni locali mettono a disposizione
risorse e garanzie mentre i profitti ricadono sui soggetti privati; la natura
fortemente speculativa dei progetti, con il rischio finanziario spesso scaricato
sul settore pubblico. Un esempio attuale è quello dei fondi Pnrr: circa 960
milioni di euro vengono destinati alla rigenerazione urbana e allo student
housing, ma i profitti generati da tali interventi restano in larga parte nelle
mani degli operatori privati.
Altro elemento centrale di questo modello è la competizione tra città su scala
globale, non più nazionale. Le amministrazioni puntano su grandi opere,
rigenerazioni urbane di forte impatto simbolico, musei, infrastrutture e
mega-eventi, con l’obiettivo di attrarre turisti, consumatori, investitori e
capitali internazionali. Esempi emblematici ne sono Expo, Olimpiadi e grandi
manifestazioni sportive, utilizzate come strumenti di marketing territoriale e
leve per mobilitare investimenti privati.
A essere oggetto di speculazione (mascherata da riqualificazione) sono spesso
spazi abbandonati, ex stabili industriali – molti dei quali occupati, recuperati
e fatti vivere per anni da movimenti sociali – oppure territori rinaturalizzati
trattati come “vuoti urbani”. In realtà, queste aree vengono acquisite per lo
più a prezzi irrisori e, grazie a varianti urbanistiche concesse con
disinvoltura dalle amministrazioni pubbliche, trasformate in asset immobiliari
ad alta redditività per fondi di investimento e società finanziarie.
Governance urbane dipendenti dalla logica della rendita, costruite intorno alla
monocultura turistica e prive di risorse pubbliche, finiscono per essere
ostaggio di fondi e operatori stranieri. Questi ultimi si presentano come
soluzione al problema alloggiativo, ma il loro unico obiettivo è massimizzare i
rendimenti, non certo risolvere il problema abitativo di migliaia di persone.
Cosa rende questo mercato così sicuro per gli investitori stranieri? Anzitutto
gli incentivi fiscali e finanziari, come Iva o Imu ridotte, detassazione dei
canoni calmierati e accesso al credito a tassi agevolati. A questo si aggiunge
la deroga urbanistica: il privato presenta un progetto
che apparentemente includerebbe aree verdi (che poi si traducono in giardino
verticale), spazi pubblici (che sono a pagamento) e una quota di alloggi a
prezzi calmierati (che risultano comunque prezzi di mercato); il Comune lo
dichiara di “pubblica utilità” e l’intervento viene approvato in deroga. In
questo modo, senza una variante formale al piano urbanistico, è possibile
costruire più rapidamente, modificare gli usi e aumentare le volumetrie.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui è fondamentale fermarsi e
interrogarsi: che tipo di città si sta costruendo? E soprattutto: cosa possiamo
fare concretamente per contrastare questi processi che trasformano i nostri
quartieri in enclave esclusive ed escludenti?
In tutta Europa, molti comitati di quartiere, organizzazioni e movimenti per il
diritto all’abitare stanno avanzando proposte e provando a orientare le
politiche di tantissime amministrazioni locali. Una via d’uscita non può basarsi
su una sola misura, ma richiede un insieme coordinato di interventi capaci di
agire su più livelli. È ormai evidente che va ridotto il potere delle
piattaforme come Airbnb e va disciplinato il mercato degli affitti brevi, che
sottrae stock abitativo alla residenza stabile. Ma intervenire solo su quel
segmento non basta, serve anche una regolamentazione del mercato degli affitti a
lungo termine, oggi lasciato alle sole logiche della rendita e della
contrattazione individuale. È necessario, inoltre, porre un freno ai cambi d’uso
e alle varianti urbanistiche concesse con troppa facilità alle società di
investimento immobiliari, strumenti attraverso cui il patrimonio abitativo viene
sistematicamente sottratto alla sua funzione sociale per essere trasformato in
merce finanziaria. È necessario, quindi, introdurre un vincolo nazionale che
impedisca varianti urbanistiche prive di comprovato interesse pubblico e non
deliberate attraverso processi partecipativi reali – come già richiesto a
Firenze con due referendum consultivi dal basso su temi urbanistici.
Un’altra misura chiave è la tassazione degli immobili vuoti, per contrastare la
rendita speculativa e ridurre il rent gap, cioè la differenza tra quanto un
immobile vale oggi e quanto potrebbe rendere se riqualificato e rimesso a
valore. Il vuoto urbano, cioè edifici lasciati inutilizzati, abbandonati o
tenuti sfitti, non è quasi mai una semplice conseguenza del caso o della
disattenzione. Spesso è una strategia funzionale alla speculazione immobiliare,
perché mantenere spazi vuoti permette agli investitori di acquistare l’area con
pochi capitali, aspettare piani di riqualificazione pubblica e far salire il
valore dell’area. Non è un caso che queste strutture spesso nascono in aree in
cui erano presenti attività produttive, e in quartieri popolari e operai che
vengono riqualificati e gentrificati. Per questo motivo si chiede di tassare il
vuoto, così da evitare che l’inutilizzo diventi una forma di profitto. Allo
stesso tempo, le occupazioni andrebbero decriminalizzate perché sono una
risposta sociale: restituiscono vita agli edifici e danno accoglienza a chi ne
ha bisogno.
In Italia esistono quasi nove milioni di abitazioni sfitte, un dato che mostra
con chiarezza la contraddizione strutturale del nostro mercato: non mancano le
case, manca la possibilità di abitarle. Chi vive nei quartieri non ha bisogno di
queste strutture di coliving; le studentesse e gli studenti vogliono pagare meno
di quanto chiedono i nuovi studentati privati e desiderano vivere i servizi e la
vita dei territori, non chiudersi dentro edifici pensati come spazi
autosufficienti, in cui paghi anche la socialità. (chiara davoli)
Estratti dalla puntata del 26 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE E 86 ARRESTI A LONDRA
Umer, dopo avere ripreso lo sciopero della fame da oltre due settimane, ha
recentemente iniziato uno sciopero della sete, come prosecuzione della
mobilitazione di Prisoners for Palestine.
La manifestazione di sabato 24 gennaio 2025 sotto il carcere di Wormwood Scrubs
a Londra ha portato a 86 arresti e al sequestro dei loro dispositivi.
OLTRE IL BOARD OF PEACE: IL PIANO DI APARTHEID ALGORITMICO PER GAZA
Oltre ai criteri di accesso al Board of Peace e ai rendering generati con AI
promossi da Kushner, gli unici dettagli specifici – quantomeno sulle possibili
sorti di pezzi residuali di popolazione gazawi – arrivano dai piani del CMCC
(Civil Military Coordination Center) riportati da Drop Site News.
Si prospetta la realizzazione di una “planned community”, termine che indica un
insediamento urbano artificiale, una “città di fondazione” da realizzare
solitamente in territori inabitati e non-urbanizzati: a Gaza è stato prodotto un
deserto di macerie sul quale edificare un’architettura di apartheid algoritmico.
Controllo biometrico, (ri)educazione scolastica, moneta digitale. Dopo il
marketing genocidario per le tecnologie militari, il Laboratorio Palestina entra
in una fase meno-letale, dove sperimentare nuovi prodotti e nuovi modelli da
esportare.
Chi potrebbe essere coinvolto nella realizzazione di questa architettura
sorveglianza? Come stanno entrando in gioco Tony Blair e la potenziale
competizione tra Palantir e Oracle?
INDOTTRINAMENTO SIONISTA PER LA POLIZIA DI STATO
In compagnia di Stefania Maurizi, giornalista di inchiesta del Fatto Quotidiano,
ripartiamo dalla notizia che era emersa grazie a lei alcune settimane fa:
un’associazione sionista ha organizzato nel dicembre 2025 un “corso di
formazione” per la polizia italiana [Stefania ci segnala anche quelli
organizzati all’interno del SISFOR].
L’Institute for the Study of Global Antisemitism & Policy (Isgap) non si occupa
di addestramento tattico o di tecniche di de-escalation, ma di negazione del
genocidio in Palestina e di promozione di una lettura delle mobilitazioni per
Gaza come eterodirette da Qatar e Fratelli Mussulmani.
Partendo dalla notizia di questo “corso” estenderemo la discussione attorno ad
altri temi, dai militari israeliani in soggiorni di “decompressione psicologica”
alla compressione del dissenso, da una riflessione più estesa sulla rilevanza
della “fuoriuscita di notizie” (leaks) per consentire l’emersione di questi
fenomeni al condizionamento dell’opinione pubblica.
Refuso: il citato dossieraggio degli insegnanti di sinistra non è stato promosso
da Gioventù Nazionale, ma dalla sua articolazione “Azione Studentesca”.
GROENLANDIA E GAZA
Ci sono enormi differenze, ma anche dei tratti comuni tra i progetti di
ricolonizzazione di Gaza e della Groenlandia. Cerchiamo molto rapidamente di
osservare il ruolo di Palantir, dei tecno-miliardari, delle intelligenze
artificiali di KoBold Metals e del progetto Praxis, del disaccoppiamento di un
territorio dalla sua popolazione, dell ricorso alla diplomazia armata o allo
sterminio militare per promuovere interessi di attori privati.
Un morto ancora caldo, nessuna verità accertata e la corsa del governo a
blindare chi spara: dalla periferia di Milano al pacchetto sicurezza,
l’importazione italiana dell’impunità di Stato Quasi nulla …
Si rafforza l’ipotesi di un’opzione militare USA anti-Iran. Il Comando Centrale
unificato delle forze armate degli Stati Uniti (U.S. Centcom) con un laconico
comunicato ha reso noto che nella giornata di lunedì 18 gennaio sono stati
trasferiti i cacciabombardieri F-15 “Strike Eagle” del 494th Expeditionary
Fighter Squadron di US Air Force, dallo scalo britannica di Lakenhealth ad una
base aerea del Medio oriente. “La presenza degli F-15 rafforza la prontezza al
combattimento e promuove la sicurezza e la stabilità regionale”, conclude U.S.
Centcom.
Grazie al monitoraggio dei tracciati radar nello spazio aereo mediterraneo, la
rivista specializzata Defense Security Asia ha accertato che i cacciabombardieri
sono stati trasferiti nella base militare di Muwaffaq Salti ad Azraq, Giordania.
“Sono perlomeno dodici gli F-15 “Strike Eagle” USA giunti nella base aerea
giordana”, aggiunge Defense Security Asia. “Insieme ad essi hanno volato dal
Regno Unito anche quattro aerei cisterna KC-135 “Stratotanker” di US Air Force
per il rifornimento in volo”.
I cacciabombardieri F-15 includono le due varianti recentemente rinnovate per la
superiorità aerea e le missioni d’attacco in profondità, mentre i velivoli
tanker assicureranno l’estensione geografica e temporale delle attività aeree
USA fino all’Iraq e al nord della Penisola Arabica, rafforzando le capacità di
pattugliamento aereo e di strike.
La base giordana di Muwaffaq Salti è stata già impiegate dalle forze armate
statunitensi nelle più recenti campagne militari contro Teheran per contrastare
le operazioni aeree, missilistiche e dei velivoli senza pilota.
Un ufficiale delle forze armate USA ha confermato a Defense Security Asia il
dislocamento degli assetti da guerra nel Regno di Giordania ma ha negato che
esso rappresenti un “cambio della postura di Washington in Medio oriente a
seguito delle proteste scoppiate a Teheran”. Secondo l’interlocutore
statunitense il trasferimento degli F-15 nella regione mediorientale è solo una
“rotazione di routine” e non “accresce la forza USA nella regione”.
Di diverso avviso gli analisti della testata giornalistica. “Il movimento degli
F-15 e degli aerei cisterna rappresenta un’escalation nella presenza militare di
Washington in Medio oriente, delle sue capacità di deterrenza e di prontezza
operativa in un momento in cui si intensificano le tensioni con l’Iran e cresce
l’instabilità regionale”, commenta Defense Security Asia. “Il dislocamento dei
caccia F-15 in Giordania rafforza in modo significativo la potenza di
combattimento aereo USA ai confini occidentali dell’Iran, rende ancora più
rapido l’accesso allo spazio aereo dell’Iraq, della Siria e dell’Iran, pur
mantenendo una distanza sufficiente a mitigare i rischi rappresentati dai
missili balistici e dai droni a lungo raggio iraniani”.
Oltre all’invio in Giordania dei velivoli d’attacco e degli aerei cisterna di US
Air Force, è stato documentato nei giorni scorsi un intenso traffico aereo da
alcune basi degli Stati Uniti d’America e da quella britannica di Mildenhall
verso il Medio oriente. In particolare sono stati tracciati i voli dei grandi
aerei da trasporto C-17 “Globemaster” III e C-5M “Galaxy”, impiegati di norma
per trasferire mezzi e veicoli da guerra, armi, munizioni e reparti di pronto
intervento. “Questi transiti sono un ulteriore segnale che Washington sta
rafforzando non solo le proprie capacità belliche ma anche quelle logistiche, di
sostentamento e comando e controllo nel teatro mediorientale”, aggiungono gli
analisti militari.
Tra i velivoli USA monitorati in volo nella regione ci sono anche i temibili
quadrimotori AC-130J “Ghostrider” impiegati come cannoniere volanti (per questo
noti anche come Angeli della morte).
Il Dipartimento della Difesa ha accresciuto pure le operazioni di intelligence,
riconoscimento e sorveglianza dello spazio aereo, terrestre e marittimo
mediorientale impiegando in particolare i pattugliatori P-8A “Poseidon” di US
Navy schierati stabilmente nella base siciliana di Sigonella. Nell’area del
Golfo Persico si sta anche rafforzando la presenza navale USA: al gruppo da
combattimento guidato dalla portaerei nucleare USS Theodore Roosevelt già
operativo nel Mar Rosso, si sta per sommare anche quello con a capo la portaerei
USS Abraham Lincoln. Nei giorni scorsi il Pentagono ha ordinato il trasferimento
del gruppo d’attacco composto dalla “Lincoln” e da cacciatorpediniere
lanciamissili della classe “Arleigh Burke” dal Mar Cinese Meridionale alle acque
mediorientali.
Il 12 gennaio, l’U.S. Central Command (CENTCOM) ha reso nota la costituzione
nella base aerea Al Udeid in Qatar di un nuovo Centro di difesa anti-missile
(Middle Eastern Air Defense – Combined Defense Operations Cell (MEAD-CDOC) per
“rafforzare il coordinamento e la difesa integrata in Medio Oriente”. La nuova
struttura vede operare fianco a fianco militari USA e dei principali paesi della
regione.
Nello scalo qatariota è operativo da più di vent’anni il Combined Air Operations
Center (CAOC), centro per le operazioni aeree combinate in uno scacchiere di
guerra che comprende Siria, Iraq ed Iran. Al CAOC Al Udeid sono assegnati
reparti militari di 17 paesi tra cui l’Italia con una “cellula nazionale
interforze” (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri).
“Il MEAD-CDOC crea una struttura affidabile per lo scambio di informazioni sulle
minacce incombenti in modo da poter prevedere soluzioni collettive insieme ai
nostri partner regionali”, ha dichiarato il generale Derek France, comandante
dell’U.S. Air Force Central – AFCENT.
L’inaugurazione del MEAD-CDOC in Qatar fa seguito all’apertura, nel corso del
2025, di altre due postazioni di comando combinati bilaterali per la “difesa”
aerea e missilistica da parte delle forze USA con Qatar e Bahrein. Le nuove
strutture fungono da hub per la pianificazione, il coordinamento e le operazioni
di difesa aerea integrata.
Articolo pubblicato in Pagine Esteri il 22 gennaio 2026,
https://pagineesteri.it/2026/01/22/medioriente/trump-ora-vuole-lattacco-alliran-gli-usa-rafforzano-la-presenza-in-medio-oriente/
ASSEMBLEA TERRONA TRANSFEMMINISTA NON MISTA
Sede CUB Scuola Univerisità e Ricerca - Corso Marconi, 34
(mercoledì, 28 gennaio 19:15)
La prossima assemblea si terrà il 28 gennaio, dalle 19:15
Durante questa Assemblea ci concentreremo su vari punti:
-Discussione su situazione Sicilia, Calabria e Sardegna + proposta da Rivista la
Rivolta
-Partecipazione attiva al 31 gennaio
-Organizzazione sull'evento per autofinanziamento
-Gestire comunicazione (post, social in generale)
-Preparazione alla lettura condivisa
Successivamente ci prepareremo alla prossima assemblea, procedendo col percorso
politico relativo ai nodi tematici.
L'assemblea si svolgerà presso la Cub, Corso Guglielmo Marconi, 34, 10125 Torino
TO
L' assemblea è non mista e, quindi, non aperta a persone non terrone e uomini
etero Cis.
In caso di persone in carrozzina, contattateci privatamente o scrivete in dm per
organizzarci al meglio.
Vi aspettiamo 🌞🌱
relaxing herbal messinscena for those lazy sunday explorers.
Ingredients:
Canto de ordeno – Fiesta en el vacio
Gvonnai – The dead are bored
El corazon de poeta – Leo Lanuit
Ave lucifer – Os mutantes
Pleamar – Adrian de alfonso
La bas sur les montagnes – Cedric Dind Lavoie
Muto – Nina Harker
Etoile distante – Che vuoi
Percussioni di barbara – valter magi
Mierenda melancolica – YOTO
Loi khraton- Cybe
Silent phil – Bird
Imhisen aani – Tomutoontu
Angel 2 – Yunzero
Tope mote – L8te
Fata foresta – Ssiege
Acid flavour – xcltvr feat indy
Dub laboratory – Ghost dubs
Yl hooi – Straight trhru
No request no selekta – Catherine Danger
Astro- steve pepe
Treaty- sun araw
IL GENIALE PIANO PER LA PENSIONE A 45 ANNI
--------------------------------------------------------------------------------
Seconda visione
Ci siamo confrontati con alcuni redattori e abbiamo rivisto in parte il giudizio
entusiasta espresso in precedenza su Sirāt; o meglio, abbiamo accolto i rilievi
secondo i quali nella forma professionalmente ineccepibile e le suggestioni
delle location funzionali alla trama si potevano scorgere alcune scontate
scivolate ruffiane volte a ingraziarsi alcune tipologie di pubblico, e che
nell’abilità a muoversi tra registri narrativi diversi quella vena sufi e lo
sviluppo a tratti regolato da una presenza dovessero ascriversi alla conversione
di Olivier Laxe alla fede islamica, un elemento palese fin dal titolo… che si
allarga in effetti lungo tutto il percorso del road movie. E anche l’allusione
alle mine militari nel deserto del Sahara occidentale poteva accogliere una
denuncia più esplicita del colonialismo marocchino, che è ringraziato nei titoli
di coda per il supporto prestato.
Questo ci ha indotto a ridimensionare l’entusiasmo iniziale: se qualche altro
giudizio vi trova in disaccordo, segnalatecelo e nel caso sia convincente
l’eccezione, possiamo fare ammenda, come in questo caso.
Prima stroncatura
Per esempio se vi dovesse essere piaciuta l’orrida propaganda nazionalista che
si respira in La Grazia di Sorrentino, uno tra i più sovrastimati registi del
già sopravvalutato cinema italiano, proponete qualche valido motivo per
rivalutarlo e avrete diritto di replica all’impressione di mancanza della
supposta brillantezza iniziale del regista di L’uomo in più. Una versione
radical-chic dei cinepanettoni con il regista in fissa per mettere in scena il
Potere, infilandoci superficialmente varie tematiche di moda.
Seconda stroncatura
Altra delusione proviene da Divine Comedy, pretenzioso tentativo metalinguistico
di mostrare l’asfissia della espressione artistica e culturale nello stato
iraniano attraverso successivi luoghi in cui va in scena la censura del film che
non vedremo, perché Asgari ci impone a più riprese la soggettiva che ci consegna
allo sguardo del censore, già usata nel ben più efficace Kafka a Teheran, il cui
funzionamento a episodi mascherava meglio l’incapacità del regista a reggere un
filo che colleghi gli stereotipi un po’ più sostenibile di una Vespa rosa che
allude a Vacanze romane, utile nelle intenzioni dell’autore a dichiarare il film
una commedia amara (anche dantesca nella allusione esplicitata senza pudore). La
sensazione è di scontata assenza di trama per riferirsi ai grandi registi
chiamati in causa senza motivo, iraniani (Kiarostami e Panahi) e occidentali,
attribuiti in modo blasfemo al gemello collaborazionista – banalmente altra
anima del regista stesso – e al cinefilo censore (Godard Aronofsky), a cui però
manca il sostegno del genio per evitare che il film risulti slegato e
noiosamente costituito da un’accozzaglia di siparietti di dialoghi vacui.
Elogio della elegia della libertà
Fortunatamente ci vengono in soccorso le piattaforme digitali che hanno
consentito a Giacomo di vedere I delinquenti, valido noir argentino anch’esso
citazionista, ma al contrario di Asgari il regista porteño Rodrigo Moreno usa
l’allusione esplicita (L’Argent) o iconica (La fiamma del peccato) per
aggiungere significato al testo filmico. Il colpo in banca nella alta tradizione
filmica (il capolavoro kubrickiano Rapina a mano armata) si dipana
parallelamente a una serie di personaggi e situazioni doppi e paralleli, che
creano un labirinto di intrecci. Il tutto per realizzare un film che esplicita
il rifiuto del lavoro, il raggiro del sistema che mette il denaro al centro,
soffocando l’uomo che alla fine riesce a raggiungere la propria libertà… e anche
l’inserto metalinguistico potrebbe fornire spunti ad Asgari per rendere meno
asfittico l’espediente.
Umoradio è orgogliosa di prestare dal vivo il disco Libellula dell’inedita
coppia di due tra i più rappresentativi musicisti della scena diy del nord
ovest, Luigi Gigio Bonizio ( c.o.v , Arturo, Totò zingaro , Mario Alta cima )
Alberto Ventrella( Kina, Frontiera) . Un disco intenso, fresco e corroborante.
Non perdete questa occasione per gustare dal vivo musica vera di qualità!
Buon ascolto!
Pubblichiamo qui il testo completo dell’articolo di Carlo Tombola, Per una
ricognizione sulle basi straniere in Italia, già parzialmente pubblicato dalla
rivista «Gli Asini», nov.-dic. 2024, n° 117, pp. 3-8.
Testo-NATO_USA
La città ghiacciata è sotto assedio. Nei lunghi e freddi inverni nel cuore del
Midwest l’aria può diventare così fredda da rendere doloroso respirare.
di Phil A. Neel, tradotto da Ill Will
Mercenari mascherati a bordo di veicoli senza contrassegni vagano tra i cumuli
di neve, rapendo persone per strada e trasportandole in centri di detenzione per
periodi di tempo indefiniti. Ciascuno dei mercenari riceve decine di migliaia di
dollari come “bonus di ingaggio” (fino a 50.000 dollari e 60.000 dollari di
condono del prestito studentesco) semplicemente per prendere le armi a nome del
regime in difficoltà. Di fronte a una crisi economica al rallentatore, in cui un
boom borsistico surreale e sostenuto dallo Stato si accompagna a una persistente
stagflazione nell’economia quotidiana, il leccapiedi è uno dei pochi settori che
registrano una crescita reale. Mentre le strade di Minneapolis si congelano,
l’indice S&P raggiunge livelli record. Nel frattempo, la crescita
dell’occupazione dell’ultimo anno è stata così scarsa che, dopo la pubblicazione
dei dati, il regime ha agito rapidamente licenziando il capo dell’Ufficio di
statistica del lavoro e minacciando i media che riportavano le cifre.1 Oltre al
calo dell’occupazione dovuto al congelamento dell’immigrazione, la gravità della
crisi è segnalata dal continuo calo del tasso di partecipazione alla forza
lavoro, che ha rappresentato il principale freno alla crescita dell’occupazione
nella prima metà del 2025, indicando che sempre più persone stanno abbandonando
completamente la forza lavoro, ma non vengono rilevate dalle statistiche sulla
disoccupazione.2 Possiamo quindi considerare l’assedio come una sorta di
keynesismo mercenario, che compensa la mancanza di occupazione nei nuovi settori
della difesa basati sull’intelligenza artificiale, che sono stati al centro
dell’approccio più ampio di saccheggio e ristrutturazione della governance.
Inviati da città lontane, ammanettano i detenuti e poi li picchiano quando non
possono difendersi. Sparano proiettili non letali con l’intento di mutilare.
Hanno ripetutamente investito persone con i veicoli. A persone che stavano
semplicemente tornando a casa dal lavoro hanno rotto i finestrini delle auto e
le hanno trascinate fuori dai veicoli per picchiarle e trattenerle per ore, a
volte per giorni. Ora sparano alla gente con proiettili veri. Hanno fatto
irruzione nel parcheggio di una scuola media. Hanno tirato fuori una madre dalla
sua auto, l’hanno messa su un furgone senza contrassegni e sono partiti,
lasciando il suo bambino nel seggiolino con la portiera aperta a temperature
sotto lo zero (fortunatamente è stato salvato dalla folla). Hanno lanciato gas
lacrimogeni e flashbang contro un’auto piena di bambini, mandandoli tutti in
ospedale, compreso un bambino di sei mesi che non riusciva a respirare.3 Per
rappresaglia alla risposta della comunità, hanno iniziato a fare irruzione anche
nelle case dei cittadini, spesso sbagliando gli indirizzi. Il sindaco dice che
non c’è nulla da fare. Il governatore ha convocato la guardia nazionale, che
ovviamente non sarà schierata contro i mercenari, ma contro coloro che
protestano nei confronti della loro presenza. Le autorità giudiziarie nazionali
non solo si rifiutano di perseguire i responsabili, ma hanno invece ricevuto
l’ordine di indagare sulle vittime e sui loro familiari. Ogni notte, tutto il
mondo guarda i video di corpi avvolti nell’ombra che si muovono nel gelido buio
della città sotto assedio. Durante le dirette streaming, la gente urla e piange,
i mercenari lanciano minacce, sparano con le loro armi e, di fronte a una folla
abbastanza numerosa, si ritirano. Gli hotel che li ospitano vengono distrutti.
Le auto che abbandonano vengono saccheggiate. In risposta, il presidente, un re
folle in un corpo in decomposizione che urla ordini incoerenti dal suo palazzo
nella palude, invia altre truppe. Il sole sorge e ci svegliamo con l’amaro
sapore di nuove atrocità che ci attendono.
Cinque anni fa, a pochi isolati dal luogo in cui Renee Good è stata uccisa dal
codardo Jonathan Ross, un omicidio simile ha scatenato la più grande rivolta
popolare degli ultimi trent’anni. Subito dopo, ci sono state raccontate una
serie di bugie su questa ribellione. Ci è stato detto che si trattava di un
“movimento sociale non violento”, anche se sullo sfondo lampeggiava l’immagine
di un commissariato di polizia in fiamme. Ci fu detto che, sebbene ci fossero
stati alcuni episodi di violenza, questi erano stati provocati da agitatori
esterni, forse dalla polizia o persino da nazionalisti bianchi. Chiunque
fossero, non erano membri della “comunità”, ma solo individui che “cercavano di
causare problemi”. Ci fu detto che il piano era sempre stato quello di
perseguire l’omicidio, e che era solo una coincidenza che le accuse fossero
state presentate solo dopo che quasi tutte le principali città del Paese avevano
visto i loro centri storici saccheggiati e incendiati. Ci è stato detto di
tornare a casa, che era finita. Ci è stato detto che le rivolte erano solo la
scusa di cui Trump aveva bisogno per dichiarare la legge marziale e annullare le
imminenti elezioni. Ci è stato detto che, se eletto, Biden avrebbe sistemato le
cose. Ci è stato detto che le espulsioni sarebbero finite e che le politiche di
Trump sarebbero state revocate. I bambini sarebbero stati liberati dalle gabbie.
Ci è stato detto che dovevamo tornare al solito modo di fare politica, che
questo era l’unico modo per “fare le cose”. Nel complesso, queste bugie
costituivano un’unica, grande falsità: la rivolta non c’è mai stata e non potrà
mai più ripetersi.4 Ma lo spirito della storia si muove in modi strani. Ciò che
è morto non muore mai del tutto. E sentiremo ripetere ancora e ancora le stesse
bugie:
“SE SEI QUI LEGALMENTE, NON HAI NULLA DI CUI PREOCCUPARTI…”
Questa è sempre la prima bugia, creduta solo dai più squilibrati o dai più
sciocchi. Anche per i sostenitori più convinti dello Stato, questa prima bugia è
stata smontata nel momento stesso in cui è stato sparato il colpo. È stata
quindi riformulata: “se non state ostacolando gli agenti federali…” E presto
hanno aggiunto le solite appendici: “perché eri coinvolto in una rivolta,
innanzitutto?” (detto alle persone che vivono nel quartiere); “perché hai
portato i tuoi figli a una protesta?” (alle famiglie che andavano a prendere i
figli a scuola); “questi cittadini hanno legami con gruppi radicali di sinistra”
(vero per default per tutti coloro che si oppongono all’agenzia). Alla fine, la
litania di bugie pronunciate da qualsiasi forza tirannica tende a normalizzarsi
intorno alla guida stilistica dell’IDF affinata nel suolo bombardato della
Palestina, che da tempo funge da laboratorio per nuovi orrori. E naturalmente,
come dimostra anche una breve occhiata alla storia, gli orrori non rimangono mai
confinati alla terra santa. Quando il boomerang imperiale ritorna nella mano di
chi lo ha lanciato, il processo inizia sempre con i cosiddetti “elementi
criminali”. Poi diventa la sinistra e i sindacalisti. Poi i loro simpatizzanti.
Poi qualsiasi nemico. Alla fine, prendono di mira i nemici intrinseci della
nazione, resi in termini di sangue e terra.
Già, senza alcun legame con le proteste, alcuni cittadini statunitensi sono
stati arrestati durante delle retate e la validità dei loro certificati di
nascita è stata negata. I nativi americani sono stati trattenuti per giorni, in
parte come leva per costringere i governi tribali ad aprire i loro territori
all’agenzia. Non è un’esagerazione: nella città assediata, chiunque non sembri
abbastanza bianco (e bianco nel modo giusto) deve portare con sé in ogni momento
la prova della propria cittadinanza, per non rischiare di essere arrestato e
rapito. Questo è, quasi parola per parola, lo scenario che era stato
profetizzato dai “radicali di sinistra” all’avvento di agenzie come la Homeland
Security (DHS) e l’ICE, in seguito all’approvazione del Patriot Act da parte di
una coalizione bipartisan durante la guerra al terrorismo. Fu in questo stesso
periodo che la National Security Agency (NSA) acquisì nuovi e ampi poteri. La
prima operazione interagenzia contro le “bande transnazionali violente” fu
avviata nel 2005 sotto l’amministrazione Bush e prefigura gran parte del
linguaggio ancora oggi utilizzato. Ma il nuovo stato di sicurezza fu il
risultato di uno sforzo congiunto. Infatti, sebbene avviato sotto
un’amministrazione repubblicana, furono i democratici a trasformarlo in agenzie
operative e ad ampliarne notevolmente i poteri.
Sia l’ICE che il DHS sono stati rapidamente ampliati sotto Obama, che ha
supervisionato il più grande aumento delle espulsioni e un importante
potenziamento dei campi di espulsione, costruiti in parte grazie a un accordo da
1 miliardo di dollari senza gara d’appalto con l’appaltatore privato Core Civic
(all’epoca Corrections Corporation of America).5 Infatti, Johnathan Ross,
l’agente che ha ucciso Good, è stato assunto dall’agenzia al culmine di questa
ondata di espulsioni dell’era Obama. Negli stessi anni si è assistito a
un’espansione dei centri dati della NSA, compresa la cerimonia di inaugurazione
del Comprehensive National Cybersecurity Initiative Data Center nello Utah, che
è forse il cuore dell’infrastruttura moderna di sorveglianza di massa.6 Allo
stesso modo, è stata l’amministrazione Obama a firmare i primi accordi con
Palantir per monitorare la criminalità transfrontaliera, gettando le basi per la
collaborazione ormai consolidata dell’azienda con l’ICE.7 Oggi, l’azienda è
stata incaricata di realizzare un’app “che popola una mappa con potenziali
obiettivi di espulsione, mostra un dossier su ogni persona e fornisce un
‘punteggio di affidabilità’ sull’indirizzo attuale della persona…”.8 Questi sono
stati gli stessi anni in cui le richieste di “abolire l’ICE” hanno iniziato a
guadagnare terreno, insieme alle richieste di ridurre i programmi di
sorveglianza della NSA e smantellare la Homeland Security. Inutile dire che
queste richieste sono state respinte sia dai Democratici che dai Repubblicani
come nient’altro che le lamentele stridule di radicali ostinatamente
irrealistici. Ora ci troviamo di fronte proprio alla “realtà” che ci era stata
promessa.
“L’ASSASSINO SARÀ PERSEGUITO PENALMENTE…”
Questa menzogna è l’ancora di salvezza per quei milioni di persone che ancora si
aggrappano a un briciolo di fiducia in uno Stato di diritto un tempo fiorente
che, secondo ogni ragionevole valutazione, è già affondato nelle profondità di
un mare oscuro e agitato. Ci verrà detto di aspettare, di lasciare che il
sistema faccia il suo lavoro, come se l’ordine civile affondato potesse
risorgere. In realtà, quell’ordine è sempre stato una gentilezza temporanea,
resa possibile solo dalle acque calme di un ordine imperiale ben oliato. Quando
si trova in crisi, la correttezza dello Stato viene sempre sacrificata al
ribollire del potere puro che sta sotto. Coloro che basano la loro fede in
questa correttezza semplicemente non riescono a dare un senso al nuovo mondo in
cui si trovano. Quello a cui stiamo assistendo, quindi, è il lento e
imbarazzante tramonto dell’ingenuità politica educata che ha definito un’intera
generazione di liberali. I liberali sono, fondamentalmente, una specie di
avvocati. Togliete loro la legislazione e le cause legali e vi ritroverete con
dei penitenti confusi, accecati dagli orrori cupi intravisti brevemente dietro
la loro fede infranta. Nell’immediato, continueranno come prima, solo con più
fervore. Di fronte a prove indiscutibili della loro realtà politica, i liberali
si aggrapperanno ancora più fortemente alle rovine della loro civiltà crollata,
intentando causa dopo causa, scrivendo ai loro rappresentanti, andando di porta
in porta a perorare la causa di candidati mediocri alle elezioni di medio
termine come fanatici piagati che si flagellano come penitenza per la peste.
Abbiamo già assistito a una serie infinita di cause legali intentate contro
quasi ogni aspetto del programma trumpista. Al 20 gennaio 2026, erano 253 i casi
attivi che contestavano le azioni dell’amministrazione. Tuttavia, anche quando
ottengono sentenze favorevoli, queste si rivelano inapplicabili. Da un lato, con
il controllo decisivo sulla Corte Suprema e sulle nomine federali in tutte le
agenzie competenti, qualsiasi contestazione legale può essere alla fine
annullata. La Corte Suprema ha già annullato le ordinanze dei tribunali di grado
inferiore in 17 occasioni.9 Dall’altro lato, i poteri esecutivi possono essere
mobilitati per annullare semplicemente le decisioni legali per decreto, sia in
modo diretto (ad esempio attraverso la proliferazione di una serie di grazie
presidenziali concesse dietro le quinte), sia perseguendo gli stessi fini
attraverso canali diversi. Ad esempio, quando la deportazione di Kilmar Abrego
Garcia è stata dichiarata illegale da un tribunale di grado inferiore (e in un
caso raro, la decisione è stata confermata dalla Corte Suprema), il governo
federale ha cercato di incriminarlo con accuse pretestuose per giustificare i
successivi tentativi di deportazione. Tuttavia, proprio perché questi casi alla
fine vengono esaminati dai tribunali e generano, di fatto, una certa quantità di
attrito amministrativo, i liberali sono in grado di mantenere una fede magica
nel fatto che alla fine potrebbero avere successo.
Tutto ciò lascia poche speranze per una risposta giudiziaria agli omicidi di
Renee Good e Alex Pretti. Poco dopo l’uccisione della Good, Ross è stato
evacuato dalla scena del crimine, che è stata sgomberata senza che venissero
raccolte prove o condotte indagini. Allo stesso modo, ad altre agenzie è stato
proibito di mettere in sicurezza la scena dell’omicidio di Pretti. Il
Dipartimento di Giustizia non ha perseguito alcuna accusa, né lo hanno fatto i
funzionari della città o dello Stato. Il regime ha sostenuto che Ross e tutti i
suoi altri mercenari godono di immunità totale. Hanno ripetuto menzogne palesi
sull’omicidio di Pretti, immediatamente smentite da numerosi video. A questo
punto, come per qualsiasi omicidio da parte della polizia, le accuse saranno
presentate solo se ci saranno mobilitazioni di massa di portata e intensità
sufficienti. Le manifestazioni pacifiche, anche se di dimensioni enormi o
mascherate da “sciopero generale” (che però non blocca nemmeno un grande datore
di lavoro della città), non hanno alcuna possibilità di raggiungere questo
obiettivo. A questo punto, non esiste semplicemente alcun meccanismo
immaginabile attraverso il quale le manifestazioni di protesta volte ad attirare
l’attenzione politica possano incoraggiare chiunque sia al potere a portare
queste questioni davanti a un tribunale. Assalti alla proprietà nemica,
picchetti rigidi e attività di sciopero potrebbero forzare un simile risultato,
come è avvenuto con le rivolte nel caso di George Floyd diversi anni fa. In
questo caso, tuttavia, anche un processo e una condanna potrebbero essere
facilmente annullati attraverso la grazia presidenziale e, se i casi del 6
gennaio sono indicativi, tutto lascia supporre che l’esecutivo la perseguirebbe.
Non ci si può più fidare dello Stato per ottenere nemmeno un’imitazione della
giustizia. I liberali sono costretti a piangere, flagellandosi le schiene
piagate in futili atti di penitenza nella speranza di riconquistare l’attenzione
del loro dio delinquente. Alla fine, le loro piaghe scoppiano e la peste li
porta via come gli altri.
“L’ICE NON È LA BENVENUTA QUI…”
Forse questo è vero in un certo senso spirituale, nella mente dei politici
progressisti convinti che, nel profondo del loro cuore, l’ICE non abbia alcuna
influenza. Eppure, se si permette che davanti ai propri occhi vengano commesse
atrocità e non si intraprendono azioni concrete per fermarle, al di là di un
discorso dai toni forti e magari di una o due cause legali poco incisive, non si
sta forse cedendo anche nello spirito? Questa menzogna è diventata un ritornello
comune tra i politici locali. Lo ha detto il sindaco. Lo ha detto anche il
governatore. E, nonostante sia chiaramente “indesiderata”, l’ICE si è sentita a
casa propria. I mercenari vagano per le strade. Sfondano le porte delle case,
convinti dai loro superiori che non hanno bisogno di un mandato firmato da un
giudice. L’ordine è chiaramente illegale, ma questo non sembra più avere molta
importanza.10 Le uniche forze che si sono mobilitate contro questa invasione
sono state persone comuni, che hanno rischiato la prigione, la mutilazione e la
morte per affrontare gli uomini armati inviati a portare i loro vicini nei campi
di prigionia. Robuste reti di difesa della comunità si intrecciano nella città
ghiacciata, radicate nelle infrastrutture create proprio da quegli instancabili
“estremisti di sinistra” che tanto preoccupano il regime. Grazie a queste reti,
i mercenari raramente possono muoversi senza essere rintracciati, raramente
possono fermarsi senza essere circondati e raramente possono agire senza essere
filmati.
Senza dubbio, reti di risposta comunitaria di questo tipo sono tra le forme più
importanti di organizzazione di classe che gli Stati Uniti abbiano visto negli
ultimi decenni. Come spiega Adrian Wohlleben:
> Con la costruzione di centri di difesa, o “centros”, combinata con altre
> pratiche di tracciamento autonomo, stalking e disturbo, l’attuale lotta contro
> l’ICE ha avviato una ripoliticizzazione dell’intelligence infrastrutturale,
> insieme a un’inversione del suo orientamento “cinegetico” (da preda a
> predatore). Questo fatto, combinato con la notevole tendenza a ricollocare la
> politica negli spazi della vita quotidiana, punta tutto verso il superamento
> dei limiti del 2020…11
Eppure sembra improbabile che anche questa intelligenza infrastrutturale
distribuita e integrata nel tessuto urbano della vita quotidiana sia
sufficiente. Sebbene sia un primo passo necessario, lo slancio della storia
spesso supera i nostri sforzi. Per stare al passo è necessario un balzo in
avanti verso l’ignoto.
“ESCI E VAI A VOTARE…”
Ci troviamo di fronte a una triste realtà: l’invasione è già avvenuta, la sacra
“resistenza” della classe politica non è mai arrivata e il potere crudo che
governa il mondo è sotto gli occhi di tutti. I democratici hanno già rifiutato
in blocco le richieste di abolire l’ICE e hanno invece sostenuto la loro vecchia
formula delle telecamere indossabili e di una migliore formazione.12 Di fronte a
tutto questo, come può persistere una bugia così semplice? Come si può essere
legittimamente convinti che votare, per di più alle elezioni di medio termine,
possa indebolire il potere del regime? Tuttavia, anche per gli ex liberali
disillusi dalla loro fede nei canali legali che ora inseguono l’ICE con la loro
Honda Fit, suonando il loro piccolo fischietto e brandendo il telefono come uno
scudo – e, nonostante l’assurdità dell’immagine, rischiando legittimamente la
morte per farlo – una fede residua nel sistema elettorale rimarrà anche dopo che
ogni fiducia nell’ordine giudiziario sarà stata distrutta. Le elezioni sono, per
i liberali, proprio il modo in cui si correggono gli errori sistemici. Esse
offrono una via di ritorno nei regni legislativo ed esecutivo da cui sembra
essere esercitato il potere. Pertanto, conquistare il potere legislativo nel
2026 e, si spera, quello esecutivo nel 2028, sembrano essere mezzi ragionevoli
attraverso i quali il regime potrebbe essere deposto e i suoi torti corretti.
Eppure, anche per i liberali ora mobilitati, la paura aleggia nella loro mente:
e se questa fosse, in realtà, una bugia?
L’illusione del “esci e vai a votare” persiste, in parte perché gli Stati Uniti
sono ormai completamente degenerati in quello che Ernst Fraenkel, un avvocato
del lavoro che ha vissuto l’ascesa dei nazisti, ha definito come “doppio Stato”,
in cui il regime è in grado di “mantenere in carreggiata un’economia capitalista
governata da leggi stabili – e mantenere una normalità quotidiana per molti dei
suoi cittadini – mentre allo stesso tempo instaura un dominio di illegalità e
violenza di Stato”, secondo le parole dello studioso Aziz Huq. In questa
modalità a doppio binario, continua a funzionare uno “Stato normativo”
caratterizzato da un “sistema giuridico ordinario di regole, procedure e
precedenti”, mentre parallelamente uno “Stato prerogativo” definito da
“arbitrarietà illimitata e violenza non controllata da garanzie giuridiche”
diventa la norma in alcune aree geografiche o nella governance di particolari
gruppi demografici. Per Fraenkel, questa zona “senza legge” non nega
completamente quella legale, ma piuttosto opera in tandem con essa, anche se i
“due Stati coabitano in modo instabile e difficile” perché “le persone o i casi
potrebbero essere strappati dallo Stato normativo e inseriti in quello
prerogativo” per capriccio politico. Ma la tendenza è chiara: nel corso del
tempo, lo “Stato prerogativo” dittatoriale distorcerebbe e smantellerebbe
lentamente le procedure legali dello Stato normativo, lasciando uno spazio
sempre più ristretto alla legge ordinaria.13
Ciò è possibile, in parte, perché il potere sociale non opera principalmente
attraverso lo Stato. Alla radice, il potere dell’élite sulle masse popolari è di
natura economica. Lo Stato e l’intera classe politica che lo governa è, in
ultima analisi, un’emanazione di questa forma più fondamentale di potere di
classe, definita dal controllo sulla ricchezza sociale. Questa è la chiave per
comprendere il comportamento apparentemente suicida del regime: lo Stato non è
mai stato concepito come un’istituzione rappresentativa universale che difende i
diritti del “popolo” in astratto. È sempre stato progettato per essere, in
definitiva, una macchina per negoziare e difendere gli interessi dell’élite
proprietaria. In certi periodi di prosperità imperiale, gli interessi generali
della popolazione sono vagamente in linea con quelli dell’élite. Ma si tratta di
accordi temporanei. Mentre Fraenkel, nato e cresciuto in una di queste epoche,
vede lo Stato prerogativo come un’eccezione, in realtà esso è più vicino alla
norma storica. Il mistero del comportamento bizzarro del regime si dissolve
quando lo consideriamo sia come una lotta tra fazioni all’interno dell’élite
esistente – in altre parole, come un meccanismo di potere e saccheggio messo in
atto da alcune fazioni del capitale contro la popolazione in generale, e
potenzialmente a scapito di altre fazioni – e come un tentativo frenetico da
parte di queste élite, sfidate da blocchi di capitale ascendenti altrove, di
stabilire una rotta strategica che permetta al loro potere di sopravvivere in un
futuro geopolitico incerto.
Forse la tendenza più importante alla base dell’emergere di un doppio Stato
dittatoriale è questa: anche se l’inflazione sta spazzando via gli stipendi e i
costi energetici stanno salendo alle stelle nell’economia quotidiana, il mercato
azionario ha raggiunto livelli senza precedenti. Di conseguenza, i quindici
capitalisti più ricchi del Paese hanno guadagnato quasi 1.000 miliardi di
dollari nel corso del 2025 (passando da 2.400 miliardi a 3.200 miliardi), mentre
tutti i 935 miliardari degli Stati Uniti controllano ora una ricchezza doppia
(8.100 miliardi) rispetto alla metà più povera della popolazione (170 milioni di
persone)14.14 E non si tratta di un’eccezione trumpista. Si tratta invece di una
tendenza che si è sviluppata fin dall’era Obama dei primi anni 2010 – che a sua
volta ha ripreso una tendenza iniziata alla fine degli anni ’90 con la prima
bolla delle dot-com, prima di essere interrotta dal suo crollo – e che ha
raggiunto livelli senza precedenti non sotto Trump ma sotto Biden.
Complessivamente, lo 0,01% degli americani (circa 16.000 famiglie dell’élite)
controlla ora circa il 12% della ricchezza nazionale, tre volte di più rispetto
alla stessa percentuale di persone che controllava il 15% della ricchezza
nazionale al culmine della Gilded Age.15 Nonostante i continui avvertimenti sul
fatto che Trump stia “mandando in rovina l’economia”, la realtà è che l’economia
funziona perfettamente. Data questa triste realtà, non dobbiamo immaginare che
eleggere i democratici in distretti già manipolati come polli macellati
porterebbe a un regime sostanzialmente diverso da quello attuale.
“NON DATE A TRUMP UNA SCUSA…”
Qui arriviamo al nocciolo della questione. Una volta che l’illusione della
civiltà crolla, rivelando la forza e la frode del potere in quanto tale,
emergono nuove menzogne che svolgono le classiche funzioni controinsurrezionali.
Il loro scopo è quello di smorzare la risposta immediata allo Stato tirannico,
di assisterlo nella sua repressione smascherando gli attori militanti e di
ostacolare qualsiasi preparazione per ciò che sta per accadere. “Non date loro
una scusa”, “Non abboccate all’esca”, “Non date loro ciò che vogliono” – il
tutto accompagnato da nuove teorie cospirative su mattoni pre-posizionati e
agenti provocatori. Come nel 2020, queste menzogne ruotano attorno
all’affermazione che combattere l’esercito invasore di mercenari finirà per dare
al governo una scusa per invocare l’Insurrection Act e imporre la legge
marziale. Questa menzogna sembra avere una sua integrità perché il regime ha
ripetutamente minacciato di fare proprio questo. Ma ogni traccia di logica
svanisce immediatamente. Come sarebbe una “scusa” sufficiente e perché un regime
che non ha assolutamente alcun rimorso nel violare la costituzione, falsificare
le prove e perseguitare i propri oppositori avrebbe bisogno di una tale scusa?
Perché non inventarne semplicemente una? Gli agenti federali hanno invaso una
città e stanno attivamente aggredendo e uccidendo civili: questa è già una forma
di legge marziale, solo senza i documenti ufficiali. Ancora più importante,
l’obiettivo della legge marziale è quello di imporre la quiescenza. Premiare
preventivamente il regime con ciò che desidera non evita tanto la legge
marziale, quanto la rende superflua. Se la popolazione continua a rifiutarsi di
rimanere inerte e il regime finisce per invocare i poteri normativi adeguati per
dichiarare la legge marziale, la colpa non sarà di nessuno se non del regime
stesso, indipendentemente da ciò che sceglierà come pretesto.
Ma dobbiamo anche chiederci se la legge marziale sia davvero necessaria. Come
suggerisce il modello dello Stato duale di Fraenkel, non esiste un momento
preciso in cui un governo eletto diventa improvvisamente autoritario. Al
contrario, le forme di potere prerogative coesistono con quelle normative e
ampliano progressivamente la loro sfera di influenza nel tempo. L’assedio delle
Twin Cities16 è una chiara prova che tale processo è già ben avviato. Proteste
pacifiche contro il potere prerogativo non servono a fermarne il progresso. Ci
troviamo quindi di fronte a un compromesso: o non fare altro che protestare e
documentare mentre la repressione aumenta lentamente nell’ombra, oppure
resistere apertamente e costringere così la repressione a mostrarsi agli occhi
di tutti. La prima opzione comporta meno rischi immediati. Può essere
giustificata come una pausa strategica mentre costruiamo le nostre capacità. Ma
una simile affermazione richiede poi di indicare dove queste capacità vengono
costruite. Nel frattempo, resistere apertamente comporta enormi rischi
immediati: arresti di massa, torture e omicidi mirati di attivisti, e l’apertura
della porta a un dispiegamento ancora più esteso del potere prerogativo contro
una porzione più ampia della popolazione. La differenza fondamentale tra le due
opzioni è che la resistenza aperta comporta almeno la possibilità di innescare
la mobilitazione di massa necessaria per costruire il potere popolare e
rovesciare un’élite tirannica, mentre presentare petizioni attraverso canali
normativi sempre più ristretti non offre alcuna possibilità del genere.
La storia dimostra chiaramente che cercare di aspettare che la situazione
peggiori ulteriormente nella speranza che lo Stato normativo venga ripristinato
grazie all’intervento dei suoi sostenitori rimasti (in questo caso, politici
democratici, alcuni repubblicani centristi e tecnocrati governativi come Jerome
Powell) non fa altro che incoraggiare ulteriormente le élite che traggono
vantaggio dall’ordine costituito. La questione è quindi duplice: in primo luogo,
cosa si deve fare? In secondo luogo, cosa ci verrà fatto a prescindere? È qui
che emerge la questione della guerra civile. La politica americana può essere
intesa come sempre esistente in uno stato latente di guerra civile. In
determinate condizioni, tale latenza viene meno e lo spettro di una vera e
propria guerra civile diventa ampiamente visibile. Già nel 2020, questo «spettro
sempre presente di una seconda guerra civile, più balcanizzata» era entrato
nella coscienza pubblica.17 La visione della guerra civile tende a seguire i
cambiamenti nell’uso del potere statale, in particolare in risposta a
sconvolgimenti emancipatori. Come spiega Idris Robinson:
> Il funzionamento fondamentale dello Stato consiste nel respingere la minaccia
> onnipresente della guerra civile. Lo Stato in quanto tale può essere
> considerato come ciò che blocca e inibisce la guerra civile. Ciò che rende
> unico questo Paese è la nostra singolare tradizione emancipatoria, che è essa
> stessa legata alla nostra concezione della guerra civile.18
Infatti, la ristrutturazione apparentemente suicida dello Stato in due binari
paralleli è un mezzo standard attraverso il quale vengono inibite le rivolte
popolari e altri conflitti sociali incendiari e viene ripristinato l’ordine
esistente.
In passato, i poteri prerogativi venivano invocati proprio per scongiurare lo
spettro della guerra civile e della rivoluzione. Dalla sua approvazione nel
1807, l’Insurrection Act è stato invocato almeno 30 volte da quindici
presidenti, in modo formale e informale. Allo stesso modo, la legge marziale è
stata dichiarata almeno 68 volte. Sebbene entrambe siano state utilizzate per
contenere le minacce della destra (in particolare durante la Ricostruzione e il
movimento per i diritti civili del dopoguerra) o i conflitti violenti tra gruppi
di lavoratori, l’uso più comune della forza militare federale è stato di gran
lunga la repressione delle rivolte degli schiavi, degli scioperi e di altre
rivolte. Uno dei primi grandi dispiegamenti interni dell’esercito statunitense
fu quello del genocida Andrew Jackson per reprimere la ribellione degli schiavi
di Nat Turner nel 1831. Allo stesso modo, l’Insurrection Act fu invocato da
Rutherford Hayes per porre fine al Grande Sciopero Ferroviario del 1877, da
Warren Harding durante la Battaglia di Blair Mountain nel 1921 , la più grande
rivolta armata dalla Guerra Civile, da Lyndon Johnson in risposta alle rivolte
seguite all’assassinio di Martin Luther King Jr. nel 1968 e da George H.W. Bush
in risposta alla rivolta di Los Angeles nel 1992.19 In altre parole, né
l’invocazione dell’Insurrection Act né la dichiarazione della legge marziale
segnalano necessariamente l’imminenza di una guerra civile o addirittura la
sospensione del potere normativo.
“È STATO UN AGENTE PROVOCATORE A DARE INIZIO A TUTTO…”
Mentre l’assedio continua, le atrocità si accumulano e le suppliche e le
proteste dei politici progressisti dimostrano la loro impotenza, qualcosa
cambierà. Sempre più persone si dedicheranno a distruggere le proprietà dell’ICE
ogni volta che ne avranno la possibilità. Sempre più persone vedranno la
necessità di chiudere e distruggere le infrastrutture economiche fondamentali
attraverso le quali opera il potere dell’élite. Ad esempio, UnitedHealth Group,
con sede nella periferia di Minneapolis, è stato uno dei principali donatori
della campagna di Trump (oltre 5 milioni di dollari, insieme a Musk) ed è uno
dei principali beneficiari delle politiche del Project 2025 di Trump.20 Allo
stesso modo, la società Target, anch’essa con sede nella periferia delle Twin
Cities e nota per gestire uno dei più grandi database di riconoscimento facciale
al mondo, condividendo tali dati con il governo, ha donato 1 milione di dollari
al fondo per l’insediamento di Trump e ha collaborato attivamente con le forze
di occupazione.21 Quando la polizia e la guardia nazionale interverranno a
sostegno dell’ICE, la gente insorgerà. Gli scioperi si diffonderanno. Alla fine,
quando sarà chiaro che l’ICE può ucciderti senza conseguenze, qualcuno
risponderà al fuoco. È allora che nascerà la bugia finale, che ci dirà che la
rivolta non è stata iniziata dal popolo, ma da “agitatori esterni”, poliziotti
in borghese o persino suprematisti bianchi.
Questa menzogna ha una lunga storia, già ben documentata.22 Eppure la menzogna
persiste, perpetuata attivamente da attivisti che operano come informatori
autoproclamati all’interno di un dato movimento. Affermando che qualsiasi azione
aggressiva intrapresa contro il nemico è compiuta da agenti della polizia
segreta, questi informatori de facto inseguono, sorvegliano e talvolta arrestano
i manifestanti per consegnarli alla polizia. Spesso, la stessa polizia
incoraggia questo mito, come durante la ribellione di George Floyd nel 2020,
quando si diffuse la voce che la prima finestra fosse stata rotta da un agente
di polizia in borghese o da un suprematista bianco e la polizia rilasciò poi una
dichiarazione giurata fingendo di averlo identificato come membro degli Hells
Angels, solo per ritirare silenziosamente l’accusa poco dopo: non è mai stata
presentata alcuna denuncia, mentre le prove dei verbali di arresto mostravano
chiaramente che la maggior parte delle persone arrestate durante le rivolte
proveniva dalla zona circostante.23 Altri due casi del 2020 dimostrano le
conseguenze della diffusione di tali voci.
* Il primo episodio si è verificato a Seattle: dopo che la polizia ha
abbandonato il distretto orientale della città, l’area è stata occupata dai
manifestanti. Si è scatenato un acceso dibattito sul fatto che il distretto
sarebbe stato dato alle fiamme, come a Minneapolis. Molti sostenevano che
qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato opera di un agente
provocatore. Poi, il 12 giugno, un uomo vestito con abiti dai colori vivaci
ha deciso di provarci, ammucchiando detriti contro il lato dell’edificio,
appiccando il fuoco e andandosene. Gli attivisti presenti sul posto hanno
spento il fuoco, mentre altri hanno inseguito e filmato l’uomo, sostenendo
che fosse un agente provocatore. Sebbene sia riuscito a fuggire, questi
attivisti-informatori hanno poi pubblicato le immagini online e le hanno
diffuse fino a quando non sono state condivise con la polizia, che le ha
utilizzate per identificare Isaiah Thomas Willoughby come sospettato. L’anno
successivo Willoughby si è dichiarato colpevole di incendio doloso ed è stato
condannato a due anni di carcere e a diversi anni di libertà vigilata. Ben
presto è stato rivelato che Willoughby non era un agente provocatore, ma il
compagno di stanza in lutto di Manuel Ellis, un uomo disarmato ucciso dalla
polizia nella vicina Tacoma all’inizio di quell’anno.24
* Il secondo caso è avvenuto ad Atlanta: dopo che Rayshard Brooks è stato
ucciso dalla polizia di Atlanta fuori da un ristorante Wendy’s locale, gli
abitanti del quartiere circostante hanno occupato il parcheggio e
successivamente hanno dato fuoco all’edificio. Gli attivisti-informatori
hanno immediatamente affermato che l’incendio doloso era opera di un agente
provocatore e hanno setacciato Internet alla ricerca di video che mostrassero
una donna bianca mentre appiccava il fuoco, che sono stati poi consegnati
alla polizia. La donna bianca non era però un agente provocatore, ma la
fidanzata di Rayshard Brooks e, a causa di questi informatori, è stata
accusata e condannata per incendio doloso.25
Questo non significa che poliziotti sotto copertura o informatori non si
infiltrino nelle proteste. Esistono prove ben documentate che lo dimostrano.
Allo stesso modo, agenti federali si infiltrano nei gruppi di attivisti, dove
suggeriscono e aiutano a coordinare azioni altamente illegali come forma di
trappola: questo è assolutamente qualcosa di cui diffidare nelle assemblee
pubbliche e negli spazi chiusi dedicati alla pianificazione e alla preparazione.
Ma questo non avviene nel bel mezzo di una protesta attiva. Come può confermare
qualsiasi veterano delle lotte politiche negli Stati Uniti, gli agenti sotto
copertura inseriti nel mezzo delle proteste hanno quasi sempre il compito di
registrare segretamente, comunicare con la polizia dall’altra parte e, in alcuni
casi, arrestare i partecipanti che si preparano a lanciare oggetti o brandire
armi. In altre parole, la polizia sotto copertura svolge più o meno la stessa
funzione degli stessi attivisti-informatori. Lo scopo ultimo del mito
dell’agente provocatore è quindi quello di indurre gli attivisti a svolgere il
ruolo di controinsorti.
“SIAMO SOPRAFFATTI…”
L’ultima menzogna afferma che, anche se ci provassimo, non potremmo reagire.
Questa è la scusa già utilizzata dal sindaco, che ha giustificato la mancata
mobilitazione della polizia per ostacolare o indagare sui mercenari sostenendo
che l’ICE sarebbe stata numericamente e militarmente superiore alle forze
dell’ordine locali.26 Allo stesso modo, il governatore sa che chiamare la
guardia nazionale contro un’agenzia federale sarebbe un atto criminale, che
porterebbe alla federalizzazione delle truppe statali e che, se ciò comportasse
una divisione delle catene di comando, è convenzionalmente considerato il
percorso più probabile verso scontri tra forze statali e federali e, quindi,
l’inizio di una guerra civile — come spiegato in un articolo ampiamente
condiviso che documenta simulazioni di potenziali conflitti civili condotte da
accademici dell’Università della Pennsylvania.27 Eppure, tutti questi resoconti
non riescono a cogliere due fatti fondamentali. In primo luogo, prendono per
buona la presunta opposizione tra “democratici” e “repubblicani” e quindi
sopravvalutano la volontà dei politici locali – molti dei quali finanziati dagli
stessi interessi corporativi di Trump – di impegnarsi in qualcosa che assomigli
anche solo lontanamente a una resistenza significativa a un’invasione federale.
In secondo luogo, essi presumono che la resistenza debba provenire dall’interno
dello Stato stesso, magari sostenuta da istituzioni affiliate come i sindacati e
le organizzazioni no profit. In questo modo, ignorano completamente il ruolo di
una popolazione mobilitata.
La prospettiva di una vera e propria guerra civile si presenta quando conflitti
materiali consolidati tra le élite coincidono con disordini popolari,
consentendo a questi ultimi di fungere da veicolo per i primi. Le guerre civili
possono degenerare in conflitti rivoluzionari quando la loro dimensione popolare
viene organizzata indipendentemente da queste élite e assume un carattere
partigiano, ovvero quando non mira semplicemente a una ridistribuzione dei beni
o dei diritti all’interno del sistema esistente, ma alla trasformazione sociale
dello stesso sistema, verso fini emancipatori. Al momento, i conflitti tra i
gruppi di élite non sono affatto sufficienti a incoraggiare una ribellione
guidata dai politici locali. È molto improbabile che il conflitto simulato tra
le forze statali e federali abbia effettivamente luogo, a meno che non sia
innescato dall’esterno, ovvero da disordini popolari dal basso. Ed è proprio qui
che falliscono le previsioni esistenti, che rifiutano di prendere in
considerazione la prospettiva di un conflitto più generale, che coinvolga
l’intera società, con le forze di occupazione. La realtà che i politici liberali
cercano disperatamente di nascondere è che il popolo è di gran lunga più
numeroso delle forze di invasione, che il potere delle élite economiche che
sostengono Trump dipende dai lavoratori e che, se anche minimamente organizzati,
questi ultimi hanno quindi la capacità di sconfiggere l’invasione da soli.
--------------------------------------------------------------------------------
Immagini di David Guttenfelder
NOTE:
1. Peter Hart, “Gli attacchi di Trump ai dati sull’occupazione sono solo
rumore, ma comunque pericolosi”, Center for Economic and Policy Research,
23 settembre 2025 (disponibile online qui). ↩︎
2. Leila Bengali, Ingrid Chen, Addie New-Schmidt e Nicolas Petrosky-Nadeau,
“Il recente rallentamento dell’offerta e della domanda di lavoro”, Federal
Reserve Bank di San Francisco, 12 gennaio 2026. Figura 4. ↩︎
3. Kilat Fitzgerald, “Sparatoria dell’ICE a North Minneapolis: bambini
ricoverati in ospedale dopo che un flash bang e gas lacrimogeni hanno
colpito un furgone”, Fox9 KMSP, 15 gennaio 2025 (online qui). ↩︎
4. Identificando questa risposta sin dall’inizio, Idris Robinson ha affermato
la verità: «In realtà si è verificata una rivolta militante a livello
nazionale. L’ala progressista della controinsurrezione cerca di negare e
disarticolare questo evento» («How it Might Should be Done», Ill Will, 16
gennaio 2020 (online qui). ↩︎
5. Eric Levitz, “The Obama Administration’s $1 Billion Giveaway to the Private
Prison Industry” (Il regalo da 1 miliardo di dollari dell’amministrazione
Obama all’industria carceraria privata), New York Magazine Intelligencer,
15 agosto 2016 (disponibile online qui). ↩︎
6. Ingrid Burrington, “Una visita al centro dati della NSA nello Utah”, The
Atlantic, 19 novembre 2015. Disponibile online qui. ↩︎
7. Palantir, “Informazioni su Palantir”, Palantir, 21 agosto 2025 (disponibile
online qui). ↩︎
8. Joseph Cox, “‘ELITE’: L’app Palantir utilizzata dall’ICE per individuare i
quartieri da perquisire”, 404 Media, 15 gennaio 2026 (disponibile online
qui). ↩︎
9. Lawfare, “Trump Administration Litigation Tracker” (Monitoraggio delle
controversie legali dell’amministrazione Trump), Lawfare, 20 gennaio 2026
(disponibile online qui). ↩︎
10. Luke Barr, “Il memorandum dell’ICE consente agli agenti di entrare nelle
abitazioni senza mandato giudiziario: denuncia di un informatore”, ABC
News, 22 gennaio 2026 (disponibile online qui). ↩︎
11. Adrian Wohlleben, “Revolts Without Revolution,” Ill Will, 14 novembre 2025
(online qui). ↩︎
12. Mychal Denzel Smith, “Abolire l’ICE è più popolare che mai. Come faranno i
democratici a perdere questa occasione?”, The Intercept, 18 gennaio 2026
(disponibile online qui) ↩︎
13. Aziz Huq, “America Is Watching the Rise of a Dual State,” The Atlantic, 23
marzo 2025 (online qui). ↩︎
14. Sharon Zhang, “Top 15 US Billionaires Gained Nearly $1 Trillion in Wealth
in Trump’s First Year,” Truthout, 7 gennaio 2026 (online qui). ↩︎
15. Marcus Nunes, “La grande riconcentrazione: perché gli ultra-ricchi
americani controllano ora il 12% della ricchezza nazionale”, Money Fetish,
20 gennaio 2026. Disponibile online qui. (La cifra citata da Nunes 2026
utilizza la metodologia stabilita in: Emmanuel Saez e Gabriel Zucman,
“L’aumento della disparità di reddito e ricchezza in America: prove dai
conti macroeconomici distributivi”, Journal of Economic Perspectives,
34(4), autunno 2020 (disponibile online qui). ↩︎
16. Area metropolitana di Minneapolis e Saint Paul (NdT) ↩︎
17. Robinson, “How it Might Should be Done.” ↩︎
18. Robinson, “How it Might Should be Done.” ↩︎
19. Joseph Nunn, Elizabeth Goitein, “Guide to Invocations of the Insurrection
Act,” Brennan Center for Justice, 25 aprile 2022 (online qui). ↩︎
20. Ian Vandewalker, “Unprecedented Big Money Surge for Super PAC Tied to
Trump” (Un aumento senza precedenti dei finanziamenti al Super PAC legato a
Trump), Brennan Center for Justice, 5 agosto 2025. Disponibile online qui;
People’s Action, “UnitedHealth Will Be a Top Beneficiary of Trump’s Project
2025” (UnitedHealth sarà uno dei principali beneficiari del Progetto 2025
di Trump), People’s Action, 15 ottobre 2024 (disponibile online qui). ↩︎
21. KPFA, “Il lato nascosto di Target: sorveglianza, controllo e richiesta di
verifica”, KPFA, 20 febbraio 2025. Disponibile online qui; Mike Hughlett,
“Target ha donato 1 milione di dollari al fondo per l’insediamento di
Trump, una novità assoluta per l’azienda”, The Minnesota Star Tribune, 29
aprile 2025 (disponibile online qui); Louis Casiano, “Gli agitatori
anti-ICE occupano il negozio Target del Minnesota e chiedono al rivenditore
di smettere di aiutare gli agenti federali”, Fox News, 19 gennaio 2026
(disponibile online qui). ↩︎
22. Dave Zirin, “The Fiction of the ‘Outside Agitator’” (La finzione
dell’“agitatore esterno”), The Nation, 3 maggio 2024 (disponibile online
qui); Code Switch, “Smascherare l’agitatore esterno”, NPR, 10 giugno 2020
(online qui); Glenn Houlihan, “L’agitatore esterno è un mito utilizzato per
indebolire i movimenti di protesta”, In These Times, 3 giugno 2020 (online
qui). ↩︎
23. Logan Anderson, “Who was Umbrella Man, who smashed windows before ‘first
fire’ in 2020 Minneapolis protests?” The Minnesota Star Tribune, 30 maggio
2025 (online qui). ↩︎
24. Mike Carter, “Il manifestante del CHOP che si è dichiarato colpevole di
incendio doloso era il coinquilino di Manuel Ellis, secondo quanto riferito
dal suo avvocato”, The Seattle Times, 9 giugno 2021 (disponibile online
qui); Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, “Uomo di Tacoma condannato
a due anni di carcere per l’incendio avvenuto nelle prime ore del mattino
nella zona ‘CHOP’”, Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, Distretto
occidentale di Washington, 5 ottobre 2021 (online qui). ↩︎
25. Per una panoramica delle proteste ad Atlanta, vedi: Anonimo, “At the
Wendy’s: Armed Struggle at the End of the World” (Da Wendy’s: lotta armata
alla fine del mondo), Ill Will, 9 novembre 2020 (online qui). Per le
conseguenze legali, vedi: Kate Brumback, “2 Plea Guilty in Fire at Atlanta
Wendy’s During Protest After Rayshard Brooks Killing” (Due persone si
dichiarano colpevoli dell’incendio al Wendy’s di Atlanta durante la
protesta dopo l’uccisione di Rayshard Brooks), Claims Journal, 7 dicembre
2023 (online qui). ↩︎
26. Tim Miller and Anne Applebaum, “Anne Applebaum and Jacob Frey: Using Lies
to Justify Violence,” The Bulwark, 9 gennaio 2026(online qui). ↩︎
27. Claire Finkelstein, “We ran high-level US civil war simulations. Minnesota
is exactly how they start,” The Guardian, 21 gennaio 2026 (online qui). ↩︎
Francesco Noto, per tutti Ciccio, attivista calabrese, è stato condannato con
decreto penale a 2.000 euro di multa per vilipendio al Presidente del Consiglio.
Il “reato”? Aver proiettato con un …
Il 17 gennaio Yoweri Museveni ha vinto ufficialmente le elezioni in Uganda con
il 71% dei voti ottenendo il suo settimo mandato consecutivo alla tenera età di
81 anni .Le elezioni si sono tenute in un clima di terrore e brogli ,si
susseguono le segnalazioni di intimidazioni, arresti e rapimenti di
rappresentanti dell’opposizione, candidati, sostenitori,organi di stampa e
attori della società civile. Prima delle elezioni, le autorità avevano bloccato
internet, sostenendo che l’interruzione fosse intesa a impedire la diffusione di
“disinformazione”,almeno 400 sostenitori del leader dell’opposizione Bobi Wine
sono stati arrestati . Le squadre delle milizie al servizio del regime
sequestrano ed uccidono oppositori mentre la residenza delcandidato
dell’opposizione è circondata dall’esercito.
Nonostante questo regime d’oppressione sia l’Unione Africana che le cancellerie
occidentali tacciono acquiescenti con il presidente padrone Museveni che
garantisce stabilità in una regione estremamente rilevante dal punto di vista
strategico e protegge anche i lucrosi affari ed investimenti delle compagnie
occidentali e cinesi.
Si registra inoltre un coordinamento nella repressione del dissenso fra il Kenya
,la Tanzania e l’Uganda con la condivisione di intelligence formale e informale
per tracciare gli avversari politici oltre i confini , consegne extragiudiziali
transfrontaliere che fanno “scomparire” i critici in un solo paese per
riapparire nelle prigioni della nazione d’origine, accuse di tradimento
dispiegate come armi legali nei procedimenti giudiziari progettati per eliminare
l’opposizione, un clima di paura che trascende i confini nazionali, rendendo
l’esilio un rifugio fragile.
Un sistema che ricorda il “plan condor” delle dittature sudamericane negli anni
70/80 ,d’altra parte i sistemi repressivi non sono tanto dissimili : in Tanzania
dopo le elezioni farsa si parla di migliaia di vittime della repressione delle
proteste di piazza ,in Kenya la repressione contro gli studenti e i giovani che
protestavano contro il presidenteb Ruto è stata feroce ,e in Uganda il regno di
Museveni entra nel quarantesimo anno.
Ne parliamo con un giornalista italiano di cui non possiamo fare il nome per
ragioni di sicurezza che si trova in Uganda.