Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito
Riprendiamo la presa di parola di Askatasuna in risposta alla narrazione mediatica di questi giorni a seguito del partecipassimo corteo nazionale di sabato 31 gennaio 2026. «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista. Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio. Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi. Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi. La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza. E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte. Solidarietà agli arrestati! Angelo, Matteo e Pietro liberi!
[2026-02-08] ʍʊֆɨƈɦɛ ֆȶʀǟռɛ: Manoir Molle, Front Page Leslie @ Radio Blackout 105.250
ʍƱՖƗƇꞪƐ ՖȶƦǞՌƐ: MANOIR MOLLE, FRONT PAGE LESLIE Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino (domenica, 8 febbraio 09:00) 🗓️ domenica 8 febbraio, radio blackout presenta: UNA SERATA DEDICATA ALL'ESPLORAZIONE DEL MAGICO MONDO DELLE ʍƱՖƗƇꞪƐ ՖȶƦǞՌƐ ⏰ Orari Dalle 21 selexioni di riscaldamento a cura di Les Geants. Dalle 22 Live: l'orchestrina al pc di @manoirmolle e, a seguire, da Bruxelles, le atmosfere sballate e introspettive di @frontpageleslie_ INIZIA PRESTO, FINISCE PRESTO! 🐇🎩 è una serata per stare bene, no molesti!
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I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Riprendiamo l’indizione dello sciopero internazionale dei portuali previsto il 6 febbraio. Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.        La protesta partirà da 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia e altri ancora. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto l’adesione anche dai porti di Amburgo e di Brema ed anche negli Stati Uniti, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedevano da decenni alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà. La prossima settimana pubblicheremo il quadro completo delle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo il 6 febbraio. I portuali mandano un segnale di forte solidarietà internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra a cui stiamo assistendo. Un segnale forte contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa dell’autodeterminazione dei popoli. Al centro della protesta ci sono le condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i nostri salari, eroso i nostri diritti e distrutto i servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse economiche sugli armamenti e l’industria bellica colpisce direttamente i salari e le condizioni di lavoro, allunga i tempi di lavoro e allontana la possibilità di riconoscere il nostro come lavoro usurante a fini pensionistici. Il 6 febbraio, inoltre, sarà il giorno dell’inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Milano e Cortina. La presenza della milizia fascista dell’ICE è un segnale di provocazione che consideriamo inaccettabile. Per questo motivo, in solidarietà con la popolazione del Minnesota e di altri stati che stanno contestando le deportazioni e le uccisioni, saremo a Milano e grideremo ICE OUT insieme a Chris Smalls, fondatore del sindacato indipendente dentro Amazon negli USA, in piazza Gaza dalle 14.30. Chris sarà in Italia già dal 5 e lo incontreremo all’Università di Roma, facoltà di Lettere venerdì 5 alle 17.00. Appuntamenti in Italia del 6 febbraio: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto 
Esperia: l’industria degli influencers di destra in Italia – “Askatasuna, Torino è partigiana”: la mobilitazione e gli scontri attraverso le vostre analisi@0
Estratti dalla puntata di Lunedì 2 febbraio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia IL LUNEDÌ DOPO “GLI SCONTRI”: COMMENTI DI ASCOLTATRICI E ASCOLTATORI Ascolta anche il racconto della giornata dall’info e le dirette durante il corteo La mobilitazione di decine di migliaia di persone contro lo sgombero di Askatasuna, gli scontri e la loro mostrificazione a reti unificate, l’invisibilizzazione della violenza delle forze dell’ordine, la costruzione di icone funzionali alla propaganda di regime. Dopo una breve introduzione riguardante la sinergia tra gli eventi di Torino e l’accelerazione normativa – tra nuovi pacchetti sicurezza e referendum – con l’interferenza diretta della premier Meloni sulla procura di Torino, la parola passa ad ascoltatrici e ascoltatori di Radio Blackout. Tantissimi contributi in diretta, che – semplificando – potremmo coagulare attorno a tre principali posizioni: 1) gli scontri di piazza sono obsoleti e controproducenti, offrono il fianco alla mostrificazione, offuscano gli obbiettivi delle mobilitazioni e riducono il consenso attorno alle istanze per cui si scende in piazza; 2) gli scontri sono uno strumento storicamente indispensabile nella cassetta degli attrezzi dei movimenti e interferiscono con la grammatica della violenza che contraddistingue la società nel suo insieme; 3) gli scontri seguono un copione ritrito, riducono il conflitto a una dimensione frontale, conducono a una sterile battaglia campale rispetto ad altre forme di imprevedibilità che possono essere messe in campo sul territorio. Un lungo e importante confronto che suddividiamo in due parti: PARTE 1 / / in mezzo l’approfondimento su Esperia PARTE 2 ESPERIA: L’INDUSTRIA DEGLI INFLUENCERS REAZIONARI IN ITALIA “Esperia Italia ha raggiunto 132mila follower su Instagram, 139mila su Facebook e 1,6 milioni di like su TikTok in meno di un anno.” “Più che un “new media” nato dal basso, come amano definirsi, Esperia Italia è uno strumento di condizionamento dell’opinione pubblica inserito in una rete già esistente di relazioni politiche, mediatiche e istituzionali, che collegano la piattaforma di divulgazione sovranista al mondo conservatore e governativo.” Grazie a un’importante inchiesta pubblicata su IrpiMedia – firmata da Raffaele Angius, Riccardo Coluccini e Marco Schiaffino – possiamo osservare il nascere di un nuovo attore della guerra di informazione: influencers di destra vengono arruolati sui social media a difesa dei “valori dell’occidente”, all’interno di un’operazione che mette insieme strutture aziendali, relazioni politiche, moltiplicazione algortimica e monetizzazione. Ne parliamo con Riccardo Coluccini: LINK ALL’INCHIESTA: https://irpimedia.irpi.eu/influencer-italiani-destra-sovranista-meloni
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Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXII)   Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi   La fortezza automatica (o il colonialismo hi-tech)   Gli occhi della fortezza saranno ovunque. Nelle videocamere intelligenti montate sulle torri di sorveglianza ai confini o nei centri dove raccogliere e smistare i migranti. Nelle analisi a base di IA dei dati satellitari, a caccia dei comportamenti “anomali” di imbarcazioni, veicoli e individui ai confini. Nei software di riconoscimento emotivo o di analisi dei dialetti per comprendere se un richiedente asilo mente o dice il vero quando parla di sé, del suo passato e dei suoi intenti. Questo processo essenzialmente disumanizzante rende più semplice architettare procedure sommarie per detenzioni e deportazioni di massa che riducono le persone a pacchi postali o bestiame. Più semplice realizzare apartheid che sono, sempre più spesso, stabiliti da politiche di impronta discriminatoria e razzista, ma eseguiti da macchine che hanno sempre più autonomia discrezionale. […] Ma è solo l’inizio. Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha esplicitamente affermato che sarà l’IA a «riempire gli aerei» delle deportazioni ordinate dal presidente Trump, mettendo a frutto alcuni degli infiniti usi di tecnologie «intelligenti» da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS) dettagliati in un recente rapporto della ONG Mijente, intitolato non a caso Automating Deportation, l’automatizzazione delle deportazioni. […] Per massimizzare l’efficienza delle deportazioni, ha detto Lyons, ci sarebbe bisogno di un servizio «Amazon Prime per esseri umani». Perché «dobbiamo diventare più bravi a trattarle come un business». […] Quando politiche discriminatorie si sommano a potenti soggetti privati che promettono, senza particolari scrupoli di natura morale, di disporre delle tecnologie per realizzarle (automaticamente), il risultato è lo spettacolo di crudeltà intenzionale, separazioni e violenza che la storia ha fatto ben conoscere a chi l’ha frequentata anche solo di passaggio. Dalle complicità nell’Olocausto a quelle nell’apartheid sudafricano, passando per il regime di sorveglianza permanente subito dagli uiguri in Cina e quello israeliano che uccide i palestinesi (anche) sulla base di decisioni automatizzate tramite sistemi a base di IA come Lavender e Gospel, gli esempi non mancano. Un mondo automaticamente «chiuso» come quello immaginato dagli attori contemporanei della sicurezza sarebbe un mondo di continua, opaca e arbitraria discriminazione automatica. E se, come scrive Frantz Fanon in I dannati della terra, «il mondo coloniale è un mondo diviso in compartimenti», «un mondo tagliato in due» in cui «le frontiere si mostrano tramite caserme e stazioni di polizia», allora questo presunto mondo nuovo è in realtà unicamente una riproposizione hi-tech di quello, passato ma mai del tutto scomparso, in cui le potenze coloniali controllavano le popolazioni soggiogate a loro totale discrezione, al servizio esclusivo dei propri fini. […] Qui i privilegiati, i desiderabili, quelli considerati «affidabili» e «a basso rischio» – i membri di quelle che la letteratura definisce «élites cinetiche». Lì gli esclusi, gli indesiderabili, quelli che hanno i natali o il colore della pelle errato, e non abbastanza denaro per comprarsi una dignità che viene loro negata. Le frontiere servono alla tecnologia più di quanto non sia il contrario […] non sorprende che non ci siano reali prove che rinchiudere il mondo entro fortezze automatiche, fisiche e insieme virtuali, produca la tanto agognata salvezza dall’Altro. Perfino Frontex, che del ricorso a nuove tecnologie «intelligenti» ha fatto uno dei tratti distintivi del proprio operato, si è vista costretta ad ammetterlo. […] Ci sono al contrario svariate prove che le tecnologie della fortezza, così come le più ampie politiche repressive da cui discendono, non bastano a sigillare i confini. Si prenda per esempio quanto concluso dal Border Violence Monitoring Network dopo il lavoro di inchiesta sul laboratorio tecnologico in costruzione in Croazia, per proteggere l’Europa dai migranti in arrivo da Serbia e Bosnia. Qui, dove sappiamo che i respingimenti illegali avvengono in maniera sistematica, il ricorso a tecnologie per «catturare, detenere ed espellere rifugiati e migranti» non ha sortito gli esiti desiderati. Nonostante i fini dichiaratamente repressivi, il network di organizzazioni della società civile non ha trovato prove di «relazioni causali tra l’impiego della tecnologia e la riduzione della migrazione cosiddetta illegale» nel periodo e nell’area oggetto della ricerca. Con o senza l’aiuto della tecnologia, la violenza ai confini continua senza sosta. Come rileva il rapporto, infatti, «i respingimenti sembrano avere luogo anche senza l’utilizzo di alcuna tecnologia avanzata e la migrazione illegalizzata continua nonostante l’impiego di IA e tecnologia avanzate della frontiera». Il dato più rilevante emerso dallo studio è semmai che le frontiere sembrano servire all’innovazione tecnologica più di quanto la tecnologia serva a realizzare buone politiche di gestione delle frontiere. Se, in altre parole, «si capovolge la domanda, e si chiede non quale sia il ruolo della tecnologia per le frontiere, ma quello delle frontiere per la tecnologia», conclude il BVMN, «le aree di confine emergono come un importante banco di prova per le tecnologie su popolazioni vulnerabili con scarso accesso ai propri diritti e alla protezione dei dati personali». Le persone in movimento diventano così cavie per condurre sperimenti soluzionisti i cui risultati si possono poi diffondere, come insegna la storia recente, al resto della popolazione. Tecnocrazia e razzismo Ciò che conta, in un simile contesto, non è più il confronto con il reale, ma tra due fantasie di controllo. […]: la «fantasia liberal-tecnocratica» e la «fantasia illiberale razzista». Diverse, perché mentre la prima trova ancora possibile una migliore gestione delle questioni migratorie tramite politiche per maggiori controlli e cooperazione internazionale, la seconda parla esplicitamente di un cancro da estirpare con punizioni estreme e performative – ben riassunte nelle file di migranti deportati in catene, ridotti a meme da sbeffeggiare o esposti come trofei nelle celle-lager di El Salvador dall’amministrazione Trump. Ma soprattutto complementari, perché discendono dalla stessa concezione dello Stato-nazione, assumendo inoltre la stessa visione coloniale dell’ordine mondiale. E perché poi, nei fatti, entrambe le fantasie finiscono per informare analoghe misure reali. A partire dal tentativo di implementare soluzioni tecnologiche via via più autonome, che fanno intravedere nitidamente che il sogno del controllo totale alle frontiere debba in ultima analisi realizzarsi tramite la piena automazione. «Totalmente automatico» deve essere infatti tanto il riconoscimento di ogni possibile minaccia (threat detection) portato dall’Altro ai varchi di confine quanto il continuo comporsi di un completo resoconto dello scenario operativo (situational awareness) di zone di frontiera sempre più estese, scrivono documenti ufficiali della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione e di Frontex, perfino nell’Unione Europea dell’IA «responsabile». Impossibile del resto, in presenza di una qualunque resistenza o lungaggine umana, ottenere quella mobilità «ininterrotta» – per i desiderabili, e solo per loro naturalmente – che ossessiona gli attori della sicurezza al punto di rendere l’aggettivo che la esprime, seamless, un vero e proprio mantra in ogni comunicazione ufficiale o brochure di marketing ben oltre i confini europei. Di nuovo, tra democrazie liberali e sistemi illiberali la distinzione, quando si parla di proteggersi dall’Altro, sembra più una questione di retorica che di sostanza, di parole diverse per descrivere lo stesso immaginario repressivo. Alla luce di tutto questo, e in un contesto in cui l’estrema destra può dirsi egemone nel discorso pubblico e nell’agenda delle politiche migratorie, appare inevitabile che aggiungere ulteriori restrizioni automatiche al mix non potrà che condurre ulteriore violenza e altri morti nelle tratte, sempre più ostiche, della speranza, contribuendo a creare – anziché risolvere – emergenze migratorie. La morte sul monitor, ovvero la parte sacrificabile dell’equazione Si prenda per esempio la tragedia al largo dell’isola di Pylos, in quella fatale notte del 13 giugno 2023 in cui una imbarcazione con a bordo 750 tra uomini, donne e bambini perlopiù provenienti da Siria, Egitto e Pakistan si è rovesciata in acque greche lasciando in vita appena 104 persone. […] Lo sguardo che tutto vede – o dovrebbe vedere – ha dimenticato di osservare proprio ciò che avrebbe dovuto osservare, cioè una situazione di emergenza in cui un tempestivo intervento avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte per centinaia di esseri umani. […] Così come il naufragio di Cutro del 26 febbraio dello stesso anno, in cui un’imbarcazione da diporto partita dalla Turchia si è schiantata – con a bordo quasi duecento persone – a pochi metri dal litorale di Crotone, mostra poi come l’occhio della fortezza possa effettivamente vedere senza che nessuno intervenga. […] Lungi dal salvare vite umane […] le tecnologie di sorveglianza hanno nei fatti il risultato opposto: diminuire le operazioni di salvataggio – anche quando i dati prodotti da quelle tecnologie rendono visibile che ce ne sarebbe urgente bisogno – e incrementare i respingimenti illegali. […] Gli egiziani, i siriani, i pakistani e le altre centinaia di naufraghi erano, molto semplicemente, dalla parte sacrificabile dell’equazione. (brani tratti da Fabio Chiusi, La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino, 2025)
Materiali
“Torino è partigiana. Askatasuna vuol dire libertà”. Un racconto della giornata di sabato 31 gennaio@3
La giornata di sabato 31 gennaio ha visto scendere in piazza oltre 60mila persone, in un corteo nato dalla chiamata seguita allo sgombero dell’Askatasuna del 18 dicembre, ma capace di allargarsi a una critica complessiva al governo. Al centro della mobilitazione l’opposizione alle politiche di guerra e di riarmo, la denuncia della collaborazione e del servilismo verso il genocidio in Palestina da parte del governo sionista, così come il rifiuto dei processi di militarizzazione della società, dalle nostre città alle scuole e alle università, e la difesa degli spazi sociali. Un corteo attraversato da una partecipazione ampia ed eterogenea, capace di tenere insieme comitati di quartiere, lavorator3, sindacati e student3. Sulle principali testate giornalistiche, però, si legge quasi esclusivamente della “violenza” agita da una parte dell3 manifestanti, costruendo la ben nota retorica della divisione tra “buoni e cattivi” e portando avanti una narrazione che ribalta completamente cause ed effetti della rabbia espressa sabato. In particolare, circolano su tutti i media le immagini del poliziotto ferito, utilizzate dalla destra — e non solo — per invocare un’accelerazione dell’iter di approvazione del nuovo pacchetto sicurezza, che introduce nuove leggi liberticide, e tra le altre, contro le manifestazioni di piazza. Non trovano invece spazio le testimonianze degli abusi e delle violenze agite dalla polizia: dalle centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, alle cariche, fino all’uso di idranti e ai pestaggi di divers3 manifestanti. Qui il link alla testimonianza della giornalista Rita Rapisardi: https://www.instagram.com/p/DUOfhn6Dfkn/?igsh=NDZrbzJ3dG5qMHhi Nella serata di domenica 1 febbraio, l’intera comunità studentesca, docente, precaria e lavoratrice di UNITO ha ricevuto una mail firmata dalla rettrice Prandi e dal prorettore Cuniberti, nella quale si chiede “a ogni organizzazione, gruppo o coordinamento della nostra comunità di prendere posizione rispetto ai fatti violenti di ieri”. Dopo settimane di chiusura — non solo dello spazio fisico di Palazzo Nuovo, ma anche di qualsiasi reale dialogo con la componente studentesca — l’Università sceglie di prendere parola in piena linea con le politiche di governo, in modo del tutto ipocrita considerando che mai si è espressa o ha richiesto una compatezza della comunità universitaria né sui licenziamenti di massa del personale precario né sulle violenze che, in mondovisione, accompagnano il genocidio in Palestina. In un’università sempre più modellata come un’azienda e asservita agli interessi militari, dove viene sistematicamente smantellata la costruzione di un sapere critico e di un dibattito libero, abbiamo chiesto un commento sul ruolo che l’università stessa ha avuto in queste settimane di costruzione della giornata di sabato.  Nella stessa mail si comunica non solo la chiusura di Palazzo Nuovo per la giornata di oggi, lunedì 2 febbraio, ufficialmente per ragioni di “igienizzazione”, ma si fa anche riferimento alle chiusure dei giorni precedenti, motivate da presunte “attività non autorizzate e del tutto incompatibili con i luoghi occupati”. L3 occupanti avevano tuttavia dichiarato fin dall’inizio che tutte le attività didattiche sarebbero state garantite e, anzi, arricchite da momenti di formazione dal basso, confronto e socialità. Queste misure di chiusura sono evidentemente il prodotto di pressioni politiche, non solo ministeriali ma anche poliziesche, che — nel nome dell’“ordine pubblico” e degli interessi del governo — scavalcano le reali esigenze dell’università e della sua comunità. Allo stesso modo, dal caso dello sgombero di Askatasuna appare evidente come le volontà di governo facciano pressione anche sull’amministrazione locale, portando ad una vera e propria escalation repressiva: dalla militarizzazione del quartiere Vanchiglia alla chiusura delle scuole, fino all’uso e alla legittimazione della forza e di strumenti intimidatori da parte della polizia già prima del corteo, con quasi 800 persone fermate e perquisite. Di fronte a un governo che sceglie apertamente la strada della militarizzazione e della repressione, diventa necessario rilanciare i prossimi appuntamenti nazionali: lo sciopero dei porti del 6 febbraio, l’opposizione alle Olimpiadi del 7 febbraio e la due giorni di Livorno del 21–22 febbraio, per costruire un’opposizione ampia ed eterogenea contro il governo e le sue politiche di guerra, sempre più lontane dagli interessi reali di chi vive in questa società. In ultimo, abbiamo fatto insieme il punto legale. Purtroppo tre persone sono state arrestate nella serata di sabato e si trovano attualmente recluse nel carcere delle Vallette di Torino, con accuse molto gravi, per le quali è stata richiesta la convalida della detenzione in carcere. Nel pomeriggio di ieri, domenica 1 febbraio, è stato organizzato un momento di saluto solidale e complice sotto il carcere delle Vallette.
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