Cyberwarfare – la guerra “ombra” in Iran
Dall’8 gennaio 2026, dodicesimo giorno delle proteste in Iran, le autorità iraniane hanno imposto una chiusura quasi totale di Internet, uno scenario sempre più frequente nel mondo. Domenica un attacco hacker ha interrotto le trasmissioni della televisione di stato iraniana per mandare in onda un filmato in sostegno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià di Persia che ora vive in esilio negli Stati Uniti, in cui Pahlavi invita i militari a ribellarsi al regime iraniano. Insieme a Ginox, parliamo di Iran, delle proteste delle ultime settimane, del blocco di internet nel Paese, di cyberwarfare, e della prestigiosa Unità 8200, corpo di élite dell’esercito israeliano a cui sono demandate le azioni di controllo dello spazio cibernetico ed elettromagnetico a guardia dei confini invisibili dello stato ebraico. Citati nella puntata: Le cyber-operazioni israeliane e la “guerra ombra” contro l’Iran: dall’operazione Stuxnet al conflitto del giugno 2025 – articolo di Ict Security Magazine Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Un report di Roja sulla recente insurrezione di massa Uprising is “genuine self-organisation by ordinary people” – Interview with members of Anarchist Front
USA
cyberwar
Israele
Iran
cyber sicurezza
Rojava,la resistenza è vita
In queste ultime settimane il Confederalismo democratico, l’esperienza curda di autogoverno del Rojava,è sotto attacco. Gli scontri tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione siriano di Al-Jolani/Al-Sharaa sono durissimi: si tratta di una guerra che nasce in un clima politico a livello globale che si nutre di violenza imperialista e coloniale. Le bande di Al Jolani stanno facendo il lavoro sporco per Erdogan spingendo le SDF oltre il fiume Eufrate e assediando Kobane città martire che resistette all’assedio dell’Isis nel 2014/2015. Nonostante svariati cessate il fuoco non rispettati le forze di Damasco hanno preso la strategica diga di al-Tabqa, Raqqa che si trova vicino ai pozzi petroliferi ed hanno espulso  dai quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafiyah di Aleppo i cittadini curdi. Le voci di accordi che prevedono la resa delle SDF che dovrebbero  confluire nell’esercito siriano sono state smentite ,in Rojava c’è la mobilitazione generale per l’autodifesa ,centinaia di giovani si sono mossi dalla Turchia e dall’Iraq per sostenere la resistenza curda .Le milizie ex Al nusra ora al governo a Damasco hanno liberato centinaia di prigionieri dell’Isis dalla prigionr di Al Aqtan.  La popolazione pur consapevole della delicata situazione è determinata a resistere e garantire il diritto all’esistenza dell’esperimento del confederalismo democratico curdo ,non è la prima volta che i curdi si trovano sotto attacco ,dalla resistenza curda arriva un invito alla mobilitazione e al sostegno militante al Rojava . Ne parliamo con una compagna dalla Comune internazionalista in Rojava all’interno dell’amministrazione autonoma della Siria del nord est 
Rojava; Confederalismo democratico; curdi; ISIS; DAESH; conflitti globali; Medioriente; Assad; Siria
[2026-01-23] Comunicato in solidarietà con la Rivoluzione del Rojava @ Ovunque tu sia
COMUNICATO IN SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA Ovunque tu sia - everywhere (venerdì, 23 gennaio 00:00) LA RIVOLUZIONE IN ROJAVA E' SOTTO ATTACCO Sono giorni e ore drammatiche quelli che si stanno vivendo nel Kurdistan della Siria del Nord-Est ovvero nell'autogoverno rivoluzionario dei popoli che vivono quel territorio, curdi e non solo. Vista la complessità della situazione proveremo a presentare con ordine ciò che sta succedendo. DOVE_ Il teatro geografico a cui ci stiamo riferendo è il medio- oriente - come lo chiama l’"Occidente"- un contesto in cui la religione è elemento etnico-identitario imprescindibile e motivo di guerre da secoli: cristiani contro musulmani, islamici sunniti contro islamici shiiti, correnti islamiste integraliste -salafite o meno- contro tutti gli altri, ecc. In questo territorio si trova il Kurdistan, terra rivendicata da secoli da una popolazione di circa quaranta milioni di curdi suddivisi in una zona a cavallo tra quattro stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran. COSA_ Da due settimane, ma con un’accelerazione spaventosa negli ultimi giorni, l' esercito siriano dell'autoproclamato presidente Al Sharaa-AlJolani, con l'aiuto di milizie jihadiste e con il supporto militare dell'esercito turco, sta bombardando e attaccando la popolazione civile della Siria del Nord-Est, il Kurdistan siriano detto appunto "Rojava": "occidente" in lingua curda. In questo di territorio da più di 10 anni si sta portando avanti l'amministrazione autonoma rivoluzionaria: un progetto che si è fatto realtà sconfiggendo lo stato islamico in tutta la zona a Nord del fiume Eufrate. Una Rivoluzione interetnica, senza una vocazione nazionalista, basata sui principi del confederalismo democratico e sulla libertà dei popoli di vivere la propria religione e le proprie tradizioni. Una Rivoluzione femminista e anti-patriarcale, fondata sulla liberazione e sull'autodeterminazione delle donne. Una Rivoluzione ecologista e anti-capitalista contro lo sfruttamento predatorio delle risorse naturali. La prima rivoluzione di impostazione post marxista-leninista del 21°secolo. PERCHE'_ Per comprendere ciò che sta accadendo oggi dobbiamo fare un piccolo passo indietro nella storia. Nell'estate del 2014 con il supporto dell'asse sunnita formato da Arabia Saudita, Emirati arabi, Qatar e Turchia nasce il Califfato dell'ISIS, acronimo per stato islamico della Siria e del Levante. Un califfato jihadista, sunnita e salafita basato su terrore e violenza estrema, perpetrati dalle sue milizie che in pochi mesi riesce a ottenere il controllo di un terzo dell' Iraq e due terzi della Siria, reclutando migliaia di europei di religione islamica a colpi di attentati in tutta europa e diffondendo video raccapriccianti di persone decapitate. Una marea nera di fascismo religioso che si infrange sulla resistenza di Kobane, città curda al centro del Rojava. Le guerrigliere curde dello YPJ e i guerriglieri curdi dello YPG danno vita al nucleo centrale di difesa che prima blocca l'avanzata dell'ISIS e dopo aver formato le SDF, coalizione inter-religiosa di musulmani, cristiani, yazidi, con il supporto dell'aviazione americana, schiaccia progressivamente l'ISIS, prima nella sua capitale siriana, Raqqa, nell'ottobre del 2017 e poi definitivamente a Deir-ez-Zor. E' marzo del 2019 quando il Califfato viene sconfitto e vogliamo ricordare che pochi giorni prima, il combattente internazionalista anarchico Lorenzo Orsetti "Orso", dopo 2 anni di guerra e 15 operazioni militari, muore con le armi in pugno in seguito ad un agguato di un miliziano dell'ISIS. La Turchia, che conta nella sua popolazione circa 20 milioni di persone di etnia curda, a cui ha sistematicamente negato qualunque libertà, è in guerra con il partito dei lavoratori curdi, (Partia Karkeren Kurdistani), il PKK, e con tutte le realtà che professano la libertà per il popolo curdo e quindi ovviamente è nemico giurato della Rivoluzione del Rojava. Lo stato turco ha attaccato prima attraverso l'ISIS, e dopo aver perso, ha cambiato strategia e ha tirato fuori dal mazzo di carte jihadiste un nuovo asso: Al Jolani. Questo jihadista dopo aver combattuto in Iraq contro gli americani, ha attraversato la galassia islamista da Al-Qaeda, ad Al Nusra, fino al reclutamento in Hayat Tahrir al Sham, jiadisti filoturchi. E’ entrato in contatto con i servizi segreti turchi che lo hanno reso governatore della provincia di Idlib, gli hanno tolto la mimetica, ripulito il sangue dalle mani e, con giacca, cravatta e gel nei capelli, lo hanno presentato al mondo come l'uomo nuovo della Siria. Col nome di Al Sharaa, Al Jolani, milizie sunnite ed esercito turco si sono sbarazzati di Assad, fuggito in Russia, hanno già portato avanti massacri etnici nei confronti di cristiani Drusi e Alawiti musulmani ed ora è il turno del Rojava. COME_ Con la disinvoltura criminale tipica dell'amministrazione USA, in questi anni incarnata da Trump -un Joker con tanto di valigetta nucleare- gli Americani dopo aver usato il popolo curdo in funzione anti-ISIS, lo abbandona al sultano Erdogan. L'Europa, debolissimo oggetto geopolitico barcolla inebetita, navigando a vista tra i mari in tempesta di guerra russo-ucraina, guerra dei dazi, rigurgiti xenofobi nazional-sovranisti e attacco frontale trumpiano sulla Groenlandia. Nella propria cecità parlando con Al Jolani di "una Siria INCLUSIVA" Von der Layen e Costa, il 9 gennaio scorso, sono volati a Damasco e hanno portato in dote 620 milioni di euro in cambio del rimpatrio di più di un milione di profughi siriani! A noi non resta che portare, per ciò che è possibile, la nostra solidarietà ad un popolo in lotta per l'orgogliosa e fiammeggiante Rivoluzione del Rojava. Erbiji Soresha Rojava -"viva la Rivoluzione del Rojava" MEZCAL OCCUPATO SABATO 24 GENNAIO PRESIDIO IN PIAZZA VITTORIO VENETO ore 15:00_ TORINO
Kurdistan
kurdistan
Italia-Israele. Le mani insanguinate. Le responsabilità italiane nel massacro dei palestinesi
  Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato. «L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie. È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso. Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione. Contro la cultura della morte Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise. Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani. Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile». Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024. Freedom flotilla Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese. È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti. La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi. Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria». Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni». Handala, il bambino di spalle A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi. Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi». Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa. «I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala». Genocidio, crimine collettivo «Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari». In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole. La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio. L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride. Armi e addestramento Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania. «In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo. Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani. Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza. Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto. Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti». Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike. Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco. In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti». Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente». Cyber security Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque. C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia». Banche, media, energia Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale». E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili». «Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati. Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni. Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi. Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio». Università e ricerca Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security. Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica. Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università. Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra». Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica. In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari». Shock economy Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali». E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili. Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».   Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni Consolata, https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/
Il caso di Vittorio Rallo e gli altri decessi nel carcere di Viterbo
(disegno di cyop&kaf) Lo sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti, da cui prende le mosse anche questa rubrica, va ampliandosi. Non vi partecipano soltanto i familiari delle persone uccise dal carcere, ma anche i familiari dei detenuti che vivono un calvario all’interno del sistema penitenziario a causa di patologie non conciliabili con la detenzione, per mancanza di cure fisiche e psicologiche. Vi sono inoltre ex detenuti che hanno vissuto l’oscurità delle celle e che condividono la propria storia. Tutti sono benvenuti a partecipare, ogni contributo è importante. Le riunioni si svolgono ogni venerdì dalle 19:00 alle 21:00. Il link per accedere alla riunione settimanale viene pubblicato qualche giorno prima dell’incontro sul gruppo Telegram “Morire di carcere” e su quello Whatsapp “Sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti” . Adesioni e lettere possono essere inviati all’indirizzo e-mail dell’associazione Yairahia Ets (yairaiha@gmail.com). Avvocati, volontari, membri di associazioni, garanti delle persone private della libertà sono invitati a unirsi e a condividere il proprio punto di vista. *     *     * Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era diventata sempre più precaria. Vittorio soffriva di gravi disturbi psichiatrici, aveva subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e gli era stata diagnosticata una doppia personalità. Era portatore di handicap e affetto da condizioni che lo rendevano estremamente vulnerabile. Viveva fasi alterne, con momenti di apparente stabilità e altri di profondo scompenso. Questa fragilità era nota alle istituzioni. Esistevano documenti che attestavano l’incompatibilità di Vittorio con il regime carcerario e la necessità di una sorveglianza continuativa ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di altri casi, Vittorio non aveva indicazioni di detenzione in cella singola, ciò che era essenziale per la sua sicurezza era la sorveglianza continua, che però nei giorni precedenti alla sua morte non gli è stata garantita. Nel corso degli anni, la famiglia di Vittorio aveva chiesto aiuto a tutte le autorità competenti. Era stato richiesto più volte il suo trasferimento in una comunità o in una struttura adeguata, dove potesse essere curato e seguito in modo appropriato. Anche l’avvocato aveva inviato numerose comunicazioni formali. Nessuna di queste richieste ha mai ricevuto risposta. Prima di arrivare nel carcere di Viterbo Mammagialla, Vittorio era detenuto a Reggio Emilia. Dopo il trasferimento a Viterbo, secondo la famiglia, la sua situazione è progressivamente peggiorata. Durante le videochiamate con il padre e la sorella Vittorio mostrava segni sul corpo: un occhio nero, o un taglio sull’addome, per esempio. Screenshot di quelle immagini sono stati conservati dalla famiglia. Vittorio raccontava di essere stato picchiato da alcuni agenti della casa circondariale. Il 24 ottobre 2025, suo padre, profondamente preoccupato, si è recato dai carabinieri a Pomezia per sporgere denuncia. In quell’occasione ha riferito che il figlio appariva spaventato, provato, in evidente difficoltà psicologica, e ha mostrato le fotografie dei segni sul corpo. Solo dopo la morte di Vittorio, quando il padre è stato nuovamente in caserma per denunciare il carcere, la famiglia ha scoperto che le fotografie non erano state allegate alla denuncia e che, fatto ancora più grave, la denuncia presentata il 24 ottobre non risulta mai essere stata trasmessa né formalmente avviata. In quella denuncia si evidenziava che Vittorio era fragile, disabile e con precedenti episodi di autolesionismo. Il padre spiegava che i comportamenti aggressivi del figlio si manifestavano solo nei momenti di grave scompenso psichico e che, in quelle circostanze, Vittorio veniva sottoposto a violenze fisiche o all’isolamento. Da ragazzo aveva già tentato due volte di togliersi la vita, prima di arrivare a Viterbo e anche per questo avrebbe dovuto essere costantemente monitorato. Negli ultimi tempi, però, secondo la famiglia, non mostrava segnali di intenti suicidari. Stava anzi aspettando i suoi cari: un colloquio era fissato per il lunedì successivo. Da tempo Vittorio era stato collocato in infermeria, un reparto che dovrebbe garantire maggiore attenzione e protezione per i detenuti più fragili. Secondo la famiglia, tuttavia, anche lì Vittorio sarebbe rimasto spesso solo. L’11 dicembre 2025, nel corso della giornata, intorno alle ore 19:00, secondo alcune informazioni riferite alla famiglia, ci sarebbe stato un litigio in cella, seguito dal trasferimento del detenuto con cui Vittorio avrebbe litigato. Questi elementi vengono riportati esclusivamente per la ricostruzione delle ore precedenti alla morte. Alle 23:50 dell’11 dicembre arriva ai familiari la telefonata: Vittorio è morto, “a seguito di un gesto estremo”. Dopo il decesso è stata aperta un’indagine dell’autorità giudiziaria. Al momento le attività investigative sono coperte da segreto istruttorio, circostanza che non consente alla famiglia e ai legali di accedere agli atti o di ottenere chiarimenti immediati. Gli accertamenti medico-legali sono in corso e i relativi esiti, compreso quello dell’autopsia, dovranno essere depositati entro un termine massimo di sessanta giorni, come previsto dalle procedure. Solo allora sarà possibile chiarire le cause della morte e ricostruire l’accaduto. Secondo quanto riferito, Vittorio aveva assunto la terapia poche ore prima. Era seguito con farmaci e iniezioni per la regolazione dell’umore, regolarmente annotate nella cartella clinica restituita alla famiglia. I familiari faticano a comprendere come abbia potuto compiere un gesto del genere, considerando la sua condizione clinica, l’assenza di segnali premonitori e il fatto che stesse aspettando l’incontro con i suoi cari. Vittorio era una persona fragile, disabile, affidata allo Stato. Numerosi documenti imponevano una sorveglianza più accurata, per non parlare dell’incopatibilità evidente con la detenzione. Nei giorni e nelle ore che hanno preceduto la sua morte, quella sorveglianza, in ogni caso, non c’è stata. La sua morte non è però un episodio isolato. Il carcere di Viterbo Mammagialla è stato negli anni teatro di pestaggi, denunce e morti mai chiarite. Nel caso di Andrea Di Nino, dopo la sua morte un altro detenuto ha denunciato le violenze che Andrea avrebbe subito all’interno del penitenziario. Anche Hassan, alcuni mesi prima di morire, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti di essere stato picchiato da agenti, mostrando ferite evidenti e manifestando paura per la propria vita. Un altro episodio avvenuto sempre a Viterbo riguarda Giovanni Delfino, morto nel 2019. In quel caso i sanitari avevano riferito che l’aggressore, noto per precedenti episodi di violenza grave, avrebbe dovuto essere detenuto in cella singola e sotto stretta sorveglianza, ma che queste indicazioni non erano state rispettate. Il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, condannando il ministero della giustizia a risarcire la famiglia della vittima, sottolineando che la morte non si sarebbe verificata se le prescrizioni dei sanitari fossero state seguite. Oggi anche la famiglia di Vittorio Rallo chiede verità, affinché questa morte non venga archiviata né considerata, e sarebbe davvero grave, inevitabile. (luna casarotti, yairaiha ets)
detenzioni
[2026-01-28] Cena sociale di quartiere GRAB @ Spazio Popolare Neruda
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (mercoledì, 28 gennaio 19:00) Cena sociale di quartiere Porta quello che vuoi trovare Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo