La procuratrice generale Musti si lancia in un nuova campagna forcaiola. Ci
preme ricordare che durante il suo insediamento aveva chiamato Torino la
“Capitale dell’eversione” e tifato condanna verso gli […]
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Riceviamo e diffondiamo:
Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot”
È stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni
“Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di
Rirette Maîtrejean del 1938.
Qui la copertina: souvenirs copertina
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Dalla quarta di copertina:
Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maîtrejean prende le redini,
insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita
a Parigi in rue Fessart XIX. Si trova responsabile dell’organo individualista
in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento.
Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per
dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di
questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia
ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati
rispetto ai benefici.
L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha
continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel
dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il
20 marzo 1912.
Rirette, sebbene muova alcune critiche all’approccio illegalista, è solidale
con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la
differenza profonda di metodo. È nella casa che condivide con Victor Serge che
Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener.
Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda
Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una
serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora
la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa;
sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta.
Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui
condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica.
È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi
souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo
illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné.
Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin,
spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano
«l’anarchie».
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Dall’introduzione:
Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici
riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo
una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha
conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che
riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile
distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir
d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha
risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre
queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto
umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di
affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà
dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del
mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà
poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di
pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici
esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche
devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’
oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le
esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in
un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da
sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce
la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del
mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità.
Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o
fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo
riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei
loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la
mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e
bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare
di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito)
o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia.
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INDICE:
Introduzione
Souvenirs d’anarchie
Biografie
Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire,
Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin)
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Formato 12×16 , pagine 232.
Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori.
Spese d spedizione 1,50 con raccomandata tracciabile 5 euro.
Per copie tremendeedizioni@canaglie.org
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Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila
dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo
aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e
sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di
attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in
due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da
persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati;
affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”,
solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla
procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour,
restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e
Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra
la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte
di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la
fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si
sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti
i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano
disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi
indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in
aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si
limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in
questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma
di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi
forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia
terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno
depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le
convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata,
quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante.
Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di
violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella
popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non
sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di
cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di
mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il
centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare
come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem,
abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si
è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il
geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i
trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un
territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso
della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si
staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben
leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei
ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e
brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da
essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha
ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la
quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e
comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari
continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già
annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura
politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati
per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con
finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano.
Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire
la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha
dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che,
tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un
problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro
unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo
Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella
resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte,
d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione
scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il
rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire
nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è
riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con
la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si
professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in
collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché
spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui
lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con
maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante,
ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo,
indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando
come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre
alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un
costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del
telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità
israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi
componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto
con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto
internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al
mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da
Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è
quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan
continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello.
Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti
contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico
Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno
segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia
non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e
condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho
fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel
nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la
Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza
così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto,
e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la
giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena».
(francesca di egidio)
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recommended only for extreme auditory environments, perceptual challenge, and
cognitive acceleration.
NON-HUMAN RHYTHMS
TEMPORAL DESYNC
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SPECTRAL AGGRESSION
COGNITIVE OVERLOAD
PERCEPTUAL INSTABILITY
Riceviamo e diffondiamo:
Scarica la chiamata in pdf: fuori alfredo dal 41 bis dibattito per rilanciare
dei momenti di mobilitazione sabato 24 gennaio 2026 a carrara imp
Scarica la locandina in pdf: carrara-24-gennaio-2026
Fuori Alfredo dal 41 bis: dibattito per rilanciare dei momenti di mobilitazione.
Sabato 24 gennaio 2026 a Carrara
Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini
dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il
limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione
morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41 bis grazie proprio alla
sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per
un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere
in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge (Alfredo Cospito,
dichiarazione durante l’udienza preliminare del procedimento “Sibilla”, 2025).
Ore 16:30 – Dibattito sulla reclusione di Alfredo Cospito in 41 bis al fine di
rilanciare nuovi momenti di mobilitazione
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra, prosegue l’offensiva repressiva
contro il “nemico interno” e particolarmente contro gli anarchici, un nemico da
debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato e il capitalismo. Il regime
detentivo del 41 bis contro i rivoluzionari è tra le massime espressioni di
quest’offensiva. Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della
giustizia potrà esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è
quindi importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare
delle iniziative che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
A seguire aperitivo a buffet per sostenere le spese relative al processo sulla
manifestazione del 28 gennaio 2023 a Trastevere, per cui il “Gruppo
antiterrorismo” della procura di Roma ha ottenuto il rinvio a giudizio di 13
imputati/e per resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi o di oggetti atti
a offendere, con numerose circostanze aggravanti.
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara
E-mail: circolofiaschi@canaglie.org
* * *
Alleghiamo il testo che segue come contributo al dibattito.
Una breve panoramica e qualche considerazione sulla lotta contro il 41 bis e la
repressione anti-anarchica nell’ambito delle politiche di guerra dello Stato
italiano
Un anno fa a Perugia è stata emessa la sentenza di non luogo a procedere al
termine dell’udienza preliminare del cosiddetto procedimento “Sibilla”, diretto
dalla DDAA del capoluogo umbro e coordinato dalla DNAA con sede a Roma, nei
confronti di Alfredo Cospito, attualmente prigioniero nel carcere di Bancali (in
Sardegna), e di altri 11 anarchici e anarchiche. Le accuse: istigazione a
delinquere pluriaggravata, e con finalità di terrorismo, perlopiù in relazione
alla pubblicazione del giornale “Vetriolo” e di altri testi. “Siamo stati
inquisiti non per delle parole in libertà, o qualche scritta sul muro, ma per
quello che siamo: anarchiche e anarchici coerenti. Questa ennesima operazione
repressiva va a colpire, tra le altre cose, un giornale anarchico e
rivoluzionario come ‘Vetriolo’, che in un periodo pregno di rivolte (e quindi di
occasioni da non mancare) e di confusione ideologica ha continuato imperterrito
a fomentare lotta di classe in un’ottica anarchica ed insurrezionale”, scrisse
Alfredo nel 2021. Quella di Perugia è stata l’ultima circostanza in cui il
compagno ha potuto esprimersi, sebbene in videoconferenza dal carcere di Bancali
(in Sardegna), squarciando la coltre di isolamento del regime detentivo previsto
dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Uno tra i regimi carcerari più
afflittivi esistenti in Europa, che gli è stato imposto per metterlo a tacere e
per dare un monito – nell’ambito dell’allora crescente clima bellicista – alle
componenti più avanzate sul terreno della lotta rivoluzionaria e anche a tutte
le forme di conflitto radicale.
In quella come in altre occasioni gli esponenti della nuova inquisizione di
Stato hanno parlato a gran voce di capacità “istigatorie” e “orientative” in un
ambito come quello del movimento anarchico, da sempre fautore di un’ostinata e
radicale autonomia di pensiero e di azione. Un’affermazione che fa il paio con
l’aver sostenuto nel processo “Scripta Manent”, svoltosi a Torino, delle
condanne per “strage politica” in relazione a una strage senza strage attribuita
senza prove (il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri
di Fossano, 2 giugno 2006), nel paese in cui dagli anni Sessanta le stragi,
quelle vere, le hanno perpetrate sempre gli apparati dello Stato e della NATO,
coadiuvati dai neofascisti.
Assieme alla condanna per associazione sovversiva con finalità di terrorismo o
di eversione dell’ordine democratico nel processo d’appello a Torino (2020),
l’operazione “Sibilla” (2021) è stata determinante nel trasferimento in 41 bis
di Alfredo Cospito, già condannato per il ferimento – in una splendida mattina
di maggio del 2012 – dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, tra i
principali responsabili del nucleare in Italia ed Europa. Un’azione rivendicata
durante il processo tenutosi a Genova l’anno seguente. È quindi venuta meno una
delle basi giudiziarie e repressive che sostenevano l’imposizione di quel regime
di tortura. Tuttavia, naturalmente, non ci facciamo illusioni sulla facoltà del
Ministero della giustizia nel trovare nuove e sempre più “fantasiose”
motivazioni a sostegno della permanenza di Alfredo in 41 bis.
A partire dal trasferimento in 41 bis (5 maggio 2022), veniva avviata una
mobilitazione che nel corso dei mesi seguenti assumeva una dimensione
internazionale. Con l’esito del processo “Scripta Manent” in Cassazione (6
luglio), che rinviava alla Corte d’appello di Torino la definizione dell’entità
delle condanne in relazione alle sole posizioni processuali di Anna Beniamino e
Alfredo Cospito, per i due compagni condannati (anche) per “strage politica” si
prefigurava la seria possibilità di una pena molto estesa. Rispettivamente, a 27
anni e 1 mese e all’ergastolo con 12 mesi di isolamento diurno, come richiesto
dal procuratore generale di Torino. Pertanto, l’imposizione del 41 bis e la
possibile condanna all’ergastolo ostativo significavano un’intenzione di
annientamento totale.
Mesi dopo (20 ottobre 2022) Alfredo iniziava un lunghissimo sciopero della fame
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto solo dopo oltre 180 giorni
(19 aprile 2023) a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla
normativa inerente l’applicazione dell’ergastolo come pena fissa in circostanze
processuali come quella presentatasi a Torino per “Scripta Manent”. Il movimento
di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23, grazie alle
contraddizioni generatesi in pressoché tutti gli ambiti istituzionali e
repressivi, ha quindi impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo e
ampiamente ridotto quella richiesta per Anna, gettato luce sulla natura di un
regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un serio bastone
tra le ruote della macchina della repressione che ci riguarda tutti. Azioni
dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle
carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non
hanno riguardato solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico
recluso.
La rappresaglia dello Stato dopo la mobilitazione l’abbiamo vista negli ultimi
anni con alcune operazioni repressive, particolarmente “Scripta Scelera” dalla
DDAA di Genova (mirata contro il quindicinale “Bezmotivny”), “City” dalla
procura di Torino e “Delivery” dalla DDAA di Firenze (che ha coinvolto compagni
tra Faenza, Pisa, Carrara e le Alpi Apuane), nonché con l’avvio di indagini e
processi a Roma, Milano, Bologna, in Sardegna e altre località. Analogamente,
gli organi antiterrorismo e la magistratura stanno tutt’oggi dando seguito agli
esiti finali del processo “Scripta Manent” anche nei confronti dei compagni
condannati per istigazione a delinquere (sempre con l’aggravante della finalità
di terrorismo) in relazione alla pubblicazione dell’ultima edizione di “Croce
Nera Anarchica” e alla gestione di alcuni siti internet. Si vedano in questo
senso la perdurante reclusione di Lello Valitutti agli arresti domiciliari e il
recente mandato di arresto europeo per Gabriel Pombo da Silva, in Spagna, che ha
già trascorso decenni nelle carceri tedesche e spagnole, dove peraltro ha
scontato 2 anni e 8 mesi in eccesso. Un arresto, quest’ultimo, che nonostante le
forze repressive nostrane abbiano “cantato vittoria” strombazzando la notizia
tramite i mass-media, non è stato convalidato dalla magistratura spagnola (che
ha solo imposto alcune restrizioni).
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra e i profitti per gli armamenti
crescono a dismisura, mentre si sprecano le parole a giustificazione del
genocidio a Gaza, mentre assistiamo alle consuete chiacchiere sulle stragi sul
lavoro a difesa degli interessi dei padroni, mentre con l’attuazione
dell’ennesimo decreto sicurezza viene portato un ulteriore attacco al conflitto
sociale… prosegue l’offensiva repressiva contro il “nemico interno”, nel caso
degli anarchici un nemico da debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato
e il capitalismo, senza compromessi né mezze misure. Il 41 bis contro i
rivoluzionari è precisamente una tra le massime espressioni di quest’offensiva.
Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della giustizia potrà
esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è quindi
importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare dei
momenti di mobilitazione che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
Alpi Apuane – Carrara, gennaio 2025
La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti
sicuritari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i
ragazzi e poi li punisce La morte di Youssef …
La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative.
“Sgomberi dolci” il libro di Manu Cencetti Sgomberi dolci è un’espressione che
suona come un ossimoro. E infatti …
di Gianni Sartori Tra aspirazioni all’autodeterminazione (legittime, ma ormai
fuori tempo massimo) e bramosie imperialiste, il vaso di coccio della
Groenlandia rischia di andare in frantumi… Vorrei tanto sbagliarmi, ma …
Poco prima di cominciare la trasmissione del 15 gennaio siamo stati raggiunti da
questo audio, che avevamo richiesto nei giorni precedenti per poter sostenere la
lotta degli hunger-striker di Palestine Action. Per una volta la notizia era
positiva: Elbit System è stata estromessa da una grossa commessa governativa.
Abbiamo montato al volo l’audio e inserito in trasmissione.
Si collega anche all’intervento di Vincenzo Scalia, docente a Firenze con cui
abbiamo analizzato la globalizzazione dello Stato di Polizia che esperiamo in
Italia, ma in tutto simile ai processi che in Usa incarna Ice, o in Francia lo
stato di emergenza che vede gli Rcs protagonisti mai revocata dal Bataclan… e
così in tutto il mondo la polizia è estensione dell’esperienza di guerra nei
paesi già flagellati dai conflitti.
Laura Silvia Battaglia poi ci ha introdotti in un mondo in cui ci siamo potuti
immergere, sia con uno sguardo geopoliticamente illuminante su un’intera area,
su cui lo Yemen getta una luce particolare, spiegando con precisione le
strategie dele potenze locali, sia considerando i meccanismi che regolano la
gestine del potere tra le famiglie e i clan, le cui alleanze reggono un paese
frammentato da sempre.
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FRAPPORSI TRA I PROFITTI DELL’INDUSTRIA BELLICA INGLESE E IL GENOCIDIO SIONISTA
SI PUÒ
Palestine Action ha prodotto azioni che hanno colpito nel segno senza fare
alcuna vittima, né ferire nessuna persona, muovendo non solo critiche e
indignazioni contro un efferato sterminio da parte di un nazionalismo
confessionale animato da un’ideologia di sopraffazione genocidaria. E lo ha
fatto procurando danni ad apparecchiature e impianti dell’industria bellica
complice illegale dei massacri sionisti.
Questo ha mosso il governo laburista britannico a collocare il gruppo di
attivisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, in modo che gli
arrestati subiscono detenzioni pregiudiziali da un anno; la censura della
repressione nei confronti di questa campagna fa languire nel silenzio persino i
detenuti in sciopero delal fame, alcuni da più di due mesi.
Ma il 14 gennaio una notizia ha dato il segno che a qualcosa è servito questo
strenuo impegno di azione diretta e contrapposizione: Elbit System, la fabbrica
di armi che approvvigiona Idf, è stata esclusa da un contratto da 2 miliardi di
sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici
ogni anno. A seguito di questo tre hungerstriker hanno sospeso il loro sciopero
della fame, avendo ottenuto almeno una delle ragioni delal lotta; altri
attivisti proseguono fino all’ottenimento di tutte le richieste minime di
garanzie di diritti fondamentali.
La svolta nel braccio di ferro con le autorità di Downing Street inizia il 9
gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria
hanno incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su
richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie
e le raccomandazioni terapeutiche.
Ma il risultato principale sono le 500 persone che si sono iscritte per
intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale
genocida. Intanto quattro sono le fabbriche di armi israeliane chiuse in GB
negli ultimi 5 anni di azione diretta. La nostra interlocutrice, attivista in
Inghilterra sottolinea come un’altra vittoria riguardi il trasferimento di Heba
Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia.
GLI YEMENITI CERCANO DI RIMANERE INDIPENDENTI TRA I PROTETTORI PIÙ CONVENIENTI
La regione prospiciente il Golfo di Aden per risorse e controllo di rotte è
particolarmente sensibile a qualunque seppur minimo cambiamento che possa
avvenire tra area del Mar Rosso e il Corno d’Africa, addirittura Haftar in
Cirenaica si preoccupa quando i Saud si mostrano interessati a ciò che capita in
Libia dopo aver cacciato i filoemiratini da Aden. Tutto è collegato e in Yemen
la rifrazione di qualunque crisi mediorientale si amplifica e produce sensibili
cambiamenti nell’egemonia territoriale. Ed è indispensabile una guida come Laura
Silvia Battaglia per mettere insieme le informazioni utili per connettere la
vita yemenita con le potenze dell’area… e non solo.
Il territorio da decenni risponde in modo clanico ad alleanze che si appoggiano
a seconda della convenienza internazionale a una o all’altra potenza regionale.
L’espansionismo israeliano è l’elemento che sta apportando ulteriore
effervescenza a una situazione incancrenita da anni di conflitti che si stavano
gradualmente componendo nella disputa tra Houthi e Saudi, spartendosi la zona
occidentale: San’a e Taizz agli sciiti, attualmente alleati dell’Iran (ma non
così collegati da poter temere tracolli a seguito delle difficoltà di Tehran), e
Aden ai Sauditi che intendono respingere gli emiratini anche dall’Est del paese,
perché il porto di Mukalla è troppo importante per l’esportazione del gas
estratto tra Seiyun e il confine con l’Oman. Gli Emirati da qualche anno
controllano l’isola di Socotra che rispetto alla sponda africana è più
decentrata e meno utile rispetto al porto di Berbera per gli interessi
israeliani, che infatti hanno apportato nuova destabilizzazione riconoscendo il
Somaliland, per avversare gli Houthi. Questa mossa, aggiunta alla palese
alleanza tra Tel Aviv e Dubai (non a caso al centro di ogni approccio
diplomatico alla composizione dele guerre), ha spinto Riyad a sgomberare la
costa yemenita dell’Oceano indiano da presenze emiratine, comportando la fuga di
al-Zubaidi a Dubai, in prospettiva di un eventuale confronto con lo Stato
Ebraico che sta allungandosi fino addirittura al Madagascar come sfera di
influenza, cercando di cavalcare la rivolta della Generazione Z malgascia.
Le crisi di Somaliland e Sudan si riverberano in Yemen soprattutto perché
assimilati dalle mire interessate di vari attori: Israele in primis e poi gli
Emirates, che sono alleati tra loro, mentre Turchia ed Somalia ed Etiopia da un
lato ed Egitto, Sauditi ed Eritrea dall’altro cercano di mantenere sfere di
influenza in questo rivolgimento globale. Una pericolosa partita strategica che
coinvolge l’intera sicurezza dell’area tra Rif Valley, Mar Rosso e Golfo di
Aden, di Oman fin oltre lo Stretto di Ormuz.
Tutto ciò crea una spaccatura tra gli yemeniti, già profondamente divisi tra
separatisti (in particolare nel Sud ed Est) filoemiratini e governativi di
San’a, e il Consiglio di Transizione meridionale di Aden (sciolto nell’acido a
Riyad questa settimana); bisogna poi considerare la diaspora costituita in
particolare dai fratelli musulmani. Da un anno si assiste a trattative tra
Houthi e Saudi: una distensione vantaggiosa per tutti.
Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni
per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per
l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena
per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data
la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente
contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato:
evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte
d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non
hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia
di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente
anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità
dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo
la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la
nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più!
I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI!
Compagni e compagne
Per continuare a scrivere al compagno:
Juan Antonio Sorroche Fernandez
C. C. di Terni
strada delle Campore 32
05100 Terni
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Di seguito il volantino distribuito già dal giorno dopo (all’udienza aquilana in
cui è stato condannato Anan Yaeesh e altrove):
Sempre al fianco di Juan, Anan, Alì e Mansour
Ieri, 15 gennaio 2025, il nostro amico e compagno Juan è stato condannato in
primo grado dal tribunale di Brescia a 5 ulteriori anni di reclusione. L’azione
di cui è accusato è un attacco esplosivo avvenuto nel 2015 nella stessa città
contro la POLGAI, una struttura che collabora con le polizie di vari Paesi nelle
tecniche di antisommossa e controguerriglia.
Quando i dispensatori di terrore di Stato si vedono restituire una piccola parte
della loro violenza, polizia politica e magistratura lavorano senza sosta per
trovare i responsabili di un tale affronto – nessuno osi contrastare il
monopolio borghese e statale della violenza! –, al punto che è la terza volta
che Juan viene indagato per la stessa azione. Questa volta la farsa giudiziaria
è riuscita a condannare il nostro compagno.
Qual è la massima espressione del monopolio statale della violenza? La guerra. E
mentre i diversi complessi scientifico-militar-industriali ci stanno trascinando
verso la terza guerra mondiale – di cui il genocidio in corso a Gaza è la più
brutale anticipazione –, le retrovie di questa mobilitazione totale devono
rimanere pacificate. Per questo la stretta repressiva verso ogni pratica di
lotta non simbolica (pensiamo alle misure repressive contro le manifestazioni in
solidarietà col popolo palestinese, al drastico aumento di pene per i blocchi
stradali, per le azioni di contrasto ai cantieri delle Grandi Opere o anche solo
per la diffusione di testi ritenuti “istigatòri”). Per questo le manganellate
contro gli studenti o le rappresaglie padronali-giudiziarie contro i facchini.
Per questo le precettazioni in caso di sciopero. Per questo le continue
inchieste contro compagne e compagni. Per questo il 41 bis applicato ad Alfredo
Cospito. Per questo l’attacco alle idee e alle pubblicazioni anarchiche.
In tempi di guerra finiscono le pantomime garantiste. Lo Stato mostra il suo
grugno e il suo maglio. I confini tra fronte esterno e fronte interno si fanno
sempre più sfumati; l’immigrato in lotta si confonde con l’antagonista, le
sollevazioni nelle periferie incalzano i movimenti antimilitaristi nel ventre
della bestia.
Oggi, 16 gennaio, si celebra invece nel tribunale dell’Aquila l’ultima udienza
del primo grado di giudizio contro il prigioniero palestinese Anan Yaeesh,
insieme ai coimputati Mansour e Alì, durante la quale probabilmente ci sarà la
sentenza.
Benché la resistenza condotta da Anan nei territori palestinesi sia legittima
persino secondo la carta straccia del Diritto internazionale; benché sia noto a
tutti che nelle carceri israeliane si pratica sistematicamente la tortura contro
i prigionieri palestinesi, la resistenza armata contro il colonialismo genocida
sionista per i giudici italiani diventa “terrorismo”, la stessa accusa mossa a
Juan per l’azione contro la POLGAI. Ricordiamo allora che questa struttura è
attiva a Brescia dal 1974 (anno della strage di Piazza della Loggia) e che tra
le polizie con cui collabora vi è anche quella israeliana. E ricordiamo che in
provincia di Brescia (Ghedi) si trova uno snodo fondamentale di
quell’imperialismo occidentale attivamente complice della strage senza fine del
popolo palestinese: una base NATO in cui sono stipate bombe nucleari in grado di
disintegrare popolazioni intere. Il cerchio si chiude.
Dopo la condanna di Juan dunque, nell’esprimergli la nostra solidarietà e
vicinanza, non possiamo che avere in testa ancora di più lo stesso pensiero:
Per un’Intifada mondiale delle oppresse e degli oppressi. Per trasformare la
guerra dei padroni in guerra ai padroni.
compagne e compagni
Qui in pdf: Juan-Anan sentenze
Avevamo segnalato forti proteste nel Regno Unito contro l’identità digitale
obbligatoria. Apprendiamo con piacere che adesso il governo ha fatto un passo
indietro: https://www.lindipendente.online/2026/01/14/obbligo-di-identita-digitale-dopo-le-proteste-il-regno-unito-cambia-idea/