di Sergio Fontegher Bologna* Torino è l’epicentro del collasso industriale, del
declino dell’informazione e dell’avanzata reazionaria. Dentro questo vuoto, la
spinta per la Palestina e la difesa di Askatasuna avevano …
da Movimento di lotta-Disoccupati 7 novembre
H 15:00 Villa Medusa – Casa del Popolo Bagnoli
Le spese militari aumentano e tutte le potenze si riarmano, la guerra è già in
atto, ci chiedono di arruolarci, di disciplinarci, di prepararci contro il
“nemico”, si preparano a nuovi pacchetti sicurezza che reprimono il dissenso ed
alimentano la guerra tra poveri.
Nel frattempo i salari sono fermi, aumentano i lavoratori e lavoratrici che
sprofondano nella povertà poiché sono lavoratori poveri dove il loro salario non
è sufficiente per il carovita, l’aumento degli affitti, l’inflazione ed insieme
i servizi come quelli sanitari sono sempre più allo sfascio.
Come rispondiamo insieme alla guerra ed all’economia di guerra? Come rimettiamo
tramite la mobilitazione sociale i temi sociali ed i nostri bisogni: lavoro
utile, salario dignitoso e garantito, risposte per l’emergenza abitativa,
sicurezza sul lavoro, sanità territoriale ed accessibile, messa in sicurezza del
territorio.
Ci vediamo a Villa Medusa. Sabato 7 Febbraio h 15:00 ricordando le tutte e tutti
anche l’appuntamento del mattino al corteo cittadino alle 10:30 a Bagnoli contro
l’abili del grande evento per rivendicare mare libero, spiaggia pubblica, lavoro
stabile ed utile socialmente.
Per chi viene da fuori Napoli ed ha bisogno di informazioni ed ospitalità può
contattarci privatamente.
Ieri il giudice ungherese ha pronunciato la sentenza del processo di Budapest.
Otto anni per Maja T., sette per Gabriele Marchesi, due per Anna M. (per lei
pena sospesa).
Con Marta Massa, autrice del documentario The Trials (un viaggio dentro al
processo di Maya T), commentiamo a caldo la sentenza così come il clima che si
respirava in questa udienza dove, ancora una volta, è stato dato ampio spazio a
chi rappresenta l’estrema destra del paese. Un processo tutto politico che Orbán
utilizza ancora di più in questi giorni di campagna elettorale. È fondamentale
mantenere alta l’attenzione sulla situazione, maggiori informazioni anche sulla
pagina free maja.
CARNEVALE SOCIALE - VENTI DI FESTA NELLA TEMPESTA
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito (Largo Vitale 113), Piazza Foroni
- Largo vitale 113 e Piazza foroni
(domenica, 8 febbraio 14:00)
PRATICHE DI RESISTENZA ALLEGRA IN TEMPI DI GUERRA
Quando la realtà è brutale, l'ultima speranza è ribaltarla, con gesti di
allegria là dove vige l'odio, con pratiche di festa per fronteggiare la
violenza.
Il Carnevale sociale va all'arrembaggio di questi tempi bui, in cui le guerre
imperversano, i diritti si rimpiccioliscono, i genocidi si normalizzano, gli
sfruttamenti aumentano - tutto come se non ci fosse alternativa. E rovescia la
prospettiva: a Torino non c'è il mare eppure c'è un mare di gente, pronta a
ballare quando soffiano venti violenti, a cantare e far festa per rigettare
indietro nuovi e vecchi fascismi, per capovolgere l'impotenza.
Amare è l'arma per disarmare chi vuole fare la guerra e chi vuole prevaricare
senza rispetto per la vita e per la dignità altrui..
Praticare resistenza allegra, a Carnevale e tutti i giorni
PARTENZA DA MANITUANA (Largo Maurizio Vitale 113) e da PIAZZA FORONI ORE 14:00.
ARRIVO AI GIARDINI MARIA TERESA DI CALCUTTA.
Riprendiamo da La Bottega dei Barbieri un’intervista ad una compagna del centro
sociale Askatasuna, tratta da una raccolta di interessanti contributi che potete
trovare qui
Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui
fatti del 31 gennaio
Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska
sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti
sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?
Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone, tutte protagoniste e
capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in quella piazza. Ho
visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi, tutti e tutte coloro
che hanno sentito la necessità di prendere una posizione che fosse quella di una
chiara e netta opposizione al Governo e contro l’orizzonte di guerra verso il
quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con la leggerezza con cui si beve un
bicchier d’acqua: oggi per la politica istituzionale, per i media, per la
narrazione dominante le parole non hanno più un peso, né un significato. E’
ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a
alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare
allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. E’ chiaro
a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli
anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici. Crosetto gioca con le parole
ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza. Rispetto
all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano
in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella
occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e
mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del
governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva autoritaria e repressiva. Se ne
hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente asseconderanno la tendenza degli
ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei perdenti.
Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un’embrione molto interessante di
un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e
frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno
risposto con entusiasmo al vostro appello?
Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone che hanno attraversato la
manifestazione da protagoniste e dunque non hanno bisogno di una “balia”. Un
conto è la cura collettiva della manifestazione (ci sono stati i passaggi
collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono stati medici e infermieri
che si sono messi a disposizione, ci sono stati legali che hanno dato
disponibilità per dare sostegno) che è quello che è successo; un altro conto è
pensare che lo svolgimento di un corteo sia appannaggio e delega di un gruppo
ristretto (quali sarebbero i suoi confini?). Penso che chi scende in piazza oggi
sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi
in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo
cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia. L’entusiasmo
c’era, chi ha scelto di contribuire in maniera più forte ha fatto uso di
determinate pratiche, chi ha voluto partecipare e sostenere lo ha fatto,
rimanendo presente, con determinata tranquillità. La frustrazione del giorno
dopo è normale quando in un Paese come il nostro non si è abituati al conflitto
sociale. Penso che sia importante distinguere la necessità di confronto su un
piano profondo nei termini di strategia politica collettiva e di quali sono le
esigenze in una prospettiva futura con un obiettivo comune (che mi sembra più
che chiaro e condiviso: opporsi al governo Meloni e alle sue politiche) pur
mantenendo le proprie specificità e differenze, che è un punto assolutamente
legittimo e fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso
è invece non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo
dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe un’occasione d’oro
per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si sentono di sinistra
insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando una piazza così
eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere anche forte e solida,
e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono le esigenze? quali sono
gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa essere vincente? Questa è
l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o no. Bisognerebbe essere in grado
di superare i limiti storici della sinistra che sono quelli che ci hanno portati
dove siamo ora.
Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro
sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti sono al centro di una tempesta
mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era
questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana?
Il primo risultato è un’assemblea di mille persone, un corteo di 50 mila e una
chiara risposta che ha spostato il terreno su un piano di rilancio e non di
difesa sterile dei centri sociali aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che
furono. Ora l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò
che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di
Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere
ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori, il
pensiero va sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro
sociale non c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome.
Sarà anche distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma
“vanchiglia chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina
47 deve tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue
caratteristiche principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo,
attraversabile da tutti e tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del
profitto di fondazioni o altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul
piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla
fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il
dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di
ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in
vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i sinceri
democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere si possa
scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis, l’Ungheria di
Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il modello
Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie verrà fatto
passare perché si attende la protesta con i giusti modi, gentile e pura, quello
sarà il modello per tutte le città e territori. E non sarà colpa dei “violenti”
sarà colpa di chi non ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è
fondamentale sin da ora ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà,
della comunità che resiste e che è associazione a resistere a fronte delle
imposizioni e dei tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti
giudiziari pesanti come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo
di associazione per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno
sguardo alla storia che ci precede.
Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti.
Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato
un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il
28 marzo. Dove vuole andare Aska?
Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a
lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che
quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta
sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha lanciato questo percorso
che si darà i suoi spazi di discussione per fare in modo che la data del 28
marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli spazi e gli appuntamenti
che abbiano come parole d’ordine: contro il governo, contro la guerra, per la
difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo gli spazi sociali ma in
generale la possibilità di incontrarsi e confrontarsi, perché è questo che si
vuole colpire. Aska continuerà ad andare avanti insieme, cercando di
moltiplicare le dimensioni di attivazione, di ragionamento e approfondimento. A
tal proposito l’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” di Livorno che si
terrà il 21, 22 febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su
Blocchiamo tutto, sui limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della
fase che cambia, accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di
poterci confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente
sia quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per
raggiungerlo.
SANITÀ PUBBLICA E AUTODETERMINAZIONE - ASSEMBLEA TAVOLO SALUTE VERSO LO SCIOPERO
DE L8M
Comala - corso Francesco Ferrucci 65/a, 10137 Torino
(lunedì, 9 febbraio 19:00)
Continuiamo a parlare insieme di salute sessuale e riproduttiva, sanità pubblica
e autodeterminazione!
Verso lo sciopero transfemminista!
Ci troviamo nella piccola biblioteca di Comala.
Un approfondito aggiornamento sulla situazione in Iran insieme a Paola Rivetti,
docente di relazioni internazionali alla Dublin City University. Rivetti ci
offre una fotografia sociale e politica di questi giorni in Iran, dove le
proteste sono diminuite a seguito della repressione. Il clima è tutt’ora
pesante, mentre il governo si prepara ai negoziati con gli Stati Uniti, a
partire dal 6 febbraio, in Oman.
Grazie ai suoi studi di lungo periodo sui movimenti nel contesto iraniano,
Rivetti ci aiuta anche a complessificare il nostro sguardo sulle mobilitazioni
così come ad andare oltre la costruzione di una visione dicotomica sul possibile
futuro del paese.
“Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo.
Non che essa
se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della
cosiddetta “Guerra
infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue
promesse.
Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della
censura. Ce lo
testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia
uniscono destra e sinistra
del campo borghese“
Oltre ad alcuni estratti dal comunicato di lancio della due giorni, che qui si
può leggere per intero, rilanciamo la diretta con una compagna del coordinamento
romano con il popolo palestinese, andata in onda sulle libere frequenze di Radio
Blackout e con la quale è stato presentato il corteo del 7 Febbraio e il
convegno dell’8 che si terranno a Viterbo.
Torino; scarcerati con obbligo di firma due dei tre manifestanti piemontesi, di
31 e 35 anni, arrestati per resistenza nel tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio
alla manifestazione nazionale per Askatasuna.
La decisione della liberazione è stata presa dal Gip all’esito dell’udienza di
convalida. Il terzo manifestante arrestato, un 22enne di origini toscane,
ripreso da alcuni video nei pressi dell’aggressione all’agente del Reparto
Mobile – la Celere – di Padova (quello poi incontrato dalla Meloni in ospedale e
poi dimesso con 20 giorni di prognosi) esce anche lui dal carcere e va invece ai
domiciliari. Il giovane era stato fermato, in differita, domenica 1 febbraio.
Sempre a Torino, dopo il corteo di 50mila persone per Askatasuna e contro il
governo Meloni, ci sono 24 denunce a piede libero per resistenza, violenza a
pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità.
Tutto è in capo alla Procura, che ha aperto un’altra inchiesta, al momento
contro ignoti, con l’ipotesi di devastazione, mentre proprio oggi – mercoledì 4
febbraio – e proprio in Procura a Torino via agli interrogatori precautelari per
una ventina di giovani e giovanissimi (diversi sono minorenni) dei Collettivi
Studenteschi, indagati per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina,
contro guerra e governo fra settembre e novembre. La procura ha già chiesto per
loro un’altra ondata di misure cautelari e restrittive.
Da ultimo, il 13 aprile, data comunicata (nelle ore successive al corteo del 31
gennaio) per l’apertura in Corte d’appello a Torino del secondo grado del
processo con cui un folto gruppo di compagne-i antagonisti torinesi, in
particolare sempre di Askatasuna, sono accusate-i di…associazione per
delinquere. In primo grado, da questo capo d’accusa, tutti gli imputati erano
stati assolti.
da Radio Onda d’Urto
A pochi giorni dal terzo anniversario della strage di Cutro – nella quale 94
persone persero la vita e altre decine furono dichiarate disperse – si prospetta
l’ennesima grande e preannunciata strage nel Mediterraneo.
Attraverso i dati provenienti dai monitoraggi delle ONG italiane e di gruppi di
attivisti del nord Africa è presumibile ritenere che, a causa delle condizione
meteo estreme tra il 19 e il 26 Gennaio (cosiddetto ciclone Harry), circa 1000
persone abbiano perso la vita in pochi giorni nel tentativo di attraversare il
Mediterraneo.
Gli spazi retorici a disposizione per parlare di “tragedia” risultano ormai
essere estremamente risicati.
Rendere il Mediterraneo non solo frontiera, ma cimitero d’Europa, è una scelta
politica cosciente e deliberata, che prende la forma di memorandum d’intesa –
come quello con il governo libico e quello tunisino – patti e legislazioni
europee o ancora di normative nazionali: un crimine di Stato formalizzato.
Insieme a Fabio Gianfrancesco, rescue coordinator della ONG Meditterranea,
tracciamo un quadro di quanto avvenuto nelle scorse settimane, provando a
tracciare le responsabilità politiche, riconoscerne gli strumenti e come si
evolvono nel tempo.
(foto di mattia crocetti)
Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da
una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno
affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova
emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi
studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”.
Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un
libro.
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI
Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca
superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi
policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi
che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova
cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile
America’s Cup.
Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di
Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a
tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il
bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe
scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la
giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle
dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo
smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata,
ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture
approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che
oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al
tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni
lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per
quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano
(tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale).
Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono,
all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora,
facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono
fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si
interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato
all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti
si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai
sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato
manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in
prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per
dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine,
impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul
quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente
questi lavori che definiscono “della vergogna”.
(foto di mattia crocetti)
I LAVORI DELLA VERGOGNA
Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della
comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare
(sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche
all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima
decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire
chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra
niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è
perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una
gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio
appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival
della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla
restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico,
perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse
stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa,
che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo
perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei
comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto
nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché
esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata
rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato.
Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la
tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ:
si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli
agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando
evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui
camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non
opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle
aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi:
Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa
addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso
lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte
al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le
operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti».
Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si
stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con
elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in
un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli
ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze
cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la
struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria
Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di
non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di
controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né
l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi
sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai
lavori che chiedono gli abitanti.
(foto di mattia crocetti)
Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti
lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le
interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico
storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di
produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle
obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del
territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi
propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto
(mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a
prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice
commissario De Rossi.
La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È
una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città
ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo
sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo
genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere
fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha
fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo
rosa)
_________________________
¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration)
sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a
cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
Dall’insediamento del governo Meloni, accanto agli sgomberi più discussi del
Leoncavallo e di Askatasuna, nella città di Roma si sono susseguiti sgomberi di
occupazioni a ritmo costante.
All’alba del 29 Gennaio, infatti, mentre veniva sgomberato lo Squat ZK di Ostia,
al sesto ponte del Laurentino L38 Squat riceveva tramite affissione un avviso
che fissa lo sgombero in 30 giorni.
Le lotte e le forme di resistenza quotidiane portate avanti negli anni insieme e
vicino alle persone che vivono quartieri nel mirino della speculazione e nei
quali la vita viene resa sempre più insostenibile dalle istituzioni, hanno reso
possibili relazioni attraverso le quali provare a resistere. Lo dimostra una
lettera scritta da abitanti del quartiere Laurentino 38, dopo un incendio
avvenuto in uno degli alloggi Ater dove non viene effettuata la manutenzione
degli impianti di riscaldamento: “Qui tra le fiamme si muore“.
[…] Ci vogliono isolati, sospettosi dell’altro e deboli, per poterci
controllare. Così i luoghi di incontro, le nostre piazzette, i nostri muretti e
i nostri vicini, diventano nemici da combattere, spazi da sgomberare, persone da
silenziare, comunità da perseguitare. […] Lo squat è casa nostra! Sono i vicini
a cui andiamo a bussare quando nessuno ci apre la porta. […] Quando lo squat
verrà sostituito dall’ennesimo cantiere che resterà incompiuto, tutti avremo
perso e la solitudine farà più paura della violenza.
La risposta a sgomberi e minacce quindi rilancia: “Occupiamo ancora, facciamo
piangere i ricchi e i politici”.
Il 14 Febbraio è prevista una street parade che attraverserà il quartiere del
Laurentino, per ritrovarsi sotto cassa e celebrare quelle relazioni grazie alle
quali si trova la forza di resistere.
Grazie al contributo di una compagna di L38Squat raccontiamo sulle libere
frequenze di Radio Blackout come si prova a resistere in questa periferia
romana.
Ascolta qui: