Riceviamo e diffondiamo – con grande ritardo dovuto alla censura carceraria: il
testo è stato chiuso agli inizi dello scorso dicembre – questo bel contributo
del nostro Stecco. Un appello lucido e appassionato a fare un passo più in là
proprio adesso – nell’ora più buia.
Qui in pdf: stecco testo di fine sciopero
Testo di fine sciopero e riflessioni sulla lotta alla guerra
Il 28 novembre ho interrotto lo sciopero della fame in supporto ai compagni e
alle compagne di Palestine Action in lotta dal 2 novembre nelle carceri inglesi.
In questo arco temporale della protesta, grazie al supporto esterno di compagni
e compagne e avvocatesse, ho potuto ricevere le parole di indizione e adesione
della protesta di ognuna delle partecipanti, ed anche di un accorato
ringraziamento di Manar Suleiman Amra che vive a Gaza.
Questa protesta mi porta a scrivere delle note ulteriori sulla guerra che
esporrò più avanti nel testo.
Ma prima di tutto vorrei esprimere quanto quest’esperienza, tuttora in corso,
sia così intensa e profonda dentro di me e nelle idee di libertà che coltivo da
molto tempo.
Da oltre due anni rinchiuso in questa prigione, ho accumulato ore ed ore di
letture di articoli e libri, della visione di telegiornali di regime e dossier,
su questo genocidio in corso. Esso viene costantemente sviscerato in tutte le
sue concrete e palpabili sfumature, viene dibattuto e vivisezionato, la classe
politica e padronale si accusa e si assolve mentre poco o nulla si dice, e si
fa, per fermarlo veramente in un’ottica che non sia di potere statale,
strategica e disumana, arrogante, beffarda e menzognera.
Di questo accumulo di informazioni, ad un certo punto bisogna sapere cosa trarne
e cosa farne, anche dentro una galera.
Sappiamo per esperienza quanto l’appoggio a livello internazionale tra
prigionieri sia motivo di forza morale e politica, di potenziale scambio nelle
differenze e nell’apertura di nuove strade che valichino mura e frontiere. Oggi
questo avvicinarsi e conoscersi tra compagni/e internazionalisti/e è
fondamentale e necessario perché, condividendo le parole di Jon Cink, per
assottigliare la linea del privilegio (lo scrivo in quanto sono un uomo bianco
con i documenti a posto) occorre che ognuno a modo proprio prenda posizione e si
chieda cosa è disposto a fare delle proprie scelte di vita, scrollandosi di
dosso alcune zavorre ideologiche per osservare il mondo al di fuori degli
steccati che ci tengono in una zona di sicurezza, e questo non vuol dire
abbandonare i propri principi e metodi.
La forza delle parole che mi sono giunte qui dentro ha ulteriormente reso
inutili queste sbarre, il peso della detenzione è divenuto inefficace, perché la
determinazione e lo slancio per una giusta causa con una prospettiva
liberatrice, allontana ogni mano repressiva dalle proprie “convinzioni” ideali.
Il corpo in questo caso è una scatola, lo spirito di lotta si ravviva e si salda
nella congiuntura delle volontà di donne e uomini liberi/e anche se fisicamente
imprigionate e lontane.
I ventri vuoti in protesta, suonano il ritmo calmo ma inesorabilmente costante e
deciso che preannuncia raggi di sole in rivolta che si trasformano in una
dedizione sovversiva, e nubi nere di tempesta sopra le teste degli assassini e
massacratori.
Da questa mia cella, oltre la grata, vedo un triangolo di mare in lontananza, lo
stesso mare che bagna la terra di Gaza. Dalle montagne a nord, dietro il
carcere, in primavera arrivano i profumi forti delle piante di timo che con le
loro essenze profumano l’aria. È lo stesso odore che in Palestina è simbolo di
una nobile resistenza anticoloniale che è diventata contagiosa.
Che questi venti e maree, superando lo stretto di Gibilterra e le Alpi,
raggiungano le terre chiamate Inghilterra, e possano fortificare le menti e i
corpi delle e degli scioperanti in lotta. Che queste energie raggiungano la
terra di Gaza, e che si infondano in chi resiste dentro un campo di
concentramento e sterminio ad alta tecnologia.
A pugno chiuso alzato al cielo, invio a voi il mio più alto e sincero saluto di
lotta ed amore per una vita libera.
Al fianco di Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran
Ahmed, Jakhy McCray, Dimitris Chatzivasileiadis, e di tutti e tutte quelle
compagne che in varie forme si stanno unendo alla protesta a livello
internazionale.
Guerra alla guerra!
Contro il sionismo ed il colonialismo, contro lo Stato e il suo militarismo
diciamo ed agiamo con forza al motto: No Pasaran!
Organizzare la Resistenza dentro e fuori le prigioni con una prospettiva
rivoluzionaria e per una vita libera!
Libertà per tutti e tutte le prigioniere palestinesi!
Libertà per tutti e tutte!
Palestina libera!
Novembre-dicembre 2025
Carcere di Sanremo
Luca Dolce detto Stecco
Compagno anarchico
È ancora guerra… di sterminio
Sarei curioso di conoscere come il filosofo sociale Elias Canetti descriverebbe,
ora che le masse in mezzo mondo si sono espresse in solidarietà con Gaza, il suo
concetto di “massa” in un’epoca così tecnologica e trasversalmente bellica e
sterminatrice. Egli dice che la società di massa esiste nella mente dell’essere
umano, prima che essa si esprima materialmente. Se le società antiche
sceglievano certe forme sociali ed economiche di sussistenza, è perché
sceglievano volutamente di non intraprendere metodi autoritari e burocratici, ne
intravedevano i pericoli. Quindi i nostri antenati erano perfettamente animali
politici, coscienti ed osservatori in modo attivo della vita sociale
comunitaria.
Ma cosa sono queste piazze e strade piene di gente oggi, se poi nel quotidiano
ritorniamo nell’alveo della vita organizzata ed imposta da altri?
Ora che la “tregua” a Gaza viene divulgata ed imposta con il marchio
dell’anfibio militare e la mediaticità della Flottilla, ora che silenziano e
smorzano il moto contro il massacro, come trasformarlo in un’azione che vada
oltre la manifestazione ed espressione di opinioni? Il potere utilizza come un
apriscatole l’emotività umana, che spesso dà il meglio di sé nella sua empatica
emotività a scoppio ritardato e nei momenti di “emergenza”, la quale riesce a
coagularsi nei picchi di sdegno. Un’umanità comunque viva nonostante gli sforzi
di atomizzarla. Essa si sta dimostrando unita nelle sue categorie progressiste
di fronte all’evidenza di uno sterminio. Sui tempi di reazione si dovrebbe
ragionare a lungo. Purtroppo non si è ancora capito fino in fondo quanto le
tattiche dei nemici della vita siano subdole e ricattatrici, quanto la merce e
la vita quieta riescano a recuperare i moti anche se sinceri, per lo meno in
Europa. Per essere più efficaci e lungimiranti, devono superare con
testardaggine proprio le trappole disseminate sul terreno della lotta, le quali
hanno lo scopo di far ritornare tutti e tutte nell’alveo inconcludente della
morale democratica, di questioni come l’utilizzo o meno della violenza
liberatrice, dell’inazione. Dall’emotività si passi all’autorganizzazione e
all’azione. Se le strade della libertà vengono ostacolate, i movimenti
rivoluzionari della storia ci insegnano l’opacità e l’underground.
Tutta l’ipocrisia degli Stati e delle varie autorità nazionali si sta palesando,
non c’è nessuna “tregua” in corso, non c’è nessuna risoluzione del conflitto o
trattativa di pace. Queste menzogne raccontateci sono le stesse di altri periodi
storici, sono un puntello della continuazione dei progetti sionisti e
colonialisti di Israele, dell’Occidente e di quegli Stati che con loro
collaborano per meri interessi geoeconomici.
Gli affari della “ricostruzione” coloniale sono enormi, e camminano in parallelo
alla vicenda ucraina. L’Egitto per esempio in questi anni ha continuato a
vendere materiali fondamentali ad Israele come cibo, cemento, fertilizzanti. La
solidarietà di facciata di molti Paesi è frutto di un mero cinico calcolo.
Taiwan supporta gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, costruendo un
ospedale per loro a Sha’ar Binyamin.
In parallelo le deportazioni dei gazawi, definite come “evacuazioni”, con i voli
charter verso Sudafrica, Malaysia, Indonesia, portano a compimento un’altra
tattica di sradicamento appoggiandosi alle pratiche migratorie informali e ormai
consolidate dai gruppi criminali che rendono opaco il mercato di esseri umani,
monetizzando e brutalizzando una pratica che l’essere umano ha sempre attuato,
cioè migrare. Anche questa volta come altre, la spinta è indotta con la violenza
più sistemica.
Tutto il mondo, inoltre, conosce il ruolo delle Nazioni Unite, organizzazione
nella quale si distinguono vari coraggiosi ed autonome, ma esse non possono
incidere dall’interno, contro un meccanismo creato ad arte di vincitori della
Seconda Guerra Mondiale, che in decenni ha solo dimostrato di voler mantenere lo
status quo e il filantropismo dell’imperialismo americano ed occidentale e delle
potenze emergenti, colonialiste a loro volta.
Un altro trucco. Ricordiamoci le guerre di Jugoslavia e Somalia. Coloro che
stanno dettando l’agenda militare su Gaza sono ancora i pronipoti politici di
chi il 2 novembre 1917 aprì concretamente la strada ai progetti sionisti.
Per quanto riguarda l’Italia, la sua presenza in Palestina risiede nella nuova
base a Kiryat Gat, a 20 chilometri dalla Striscia, per mezzo di una specie di
“coalizione dei volenterosi”, simile a quella sul fronte ucraino, tramite il
C.M.C.C. (Civili-Military Coordination Center). Con il suo Generale di Brigata
Sergio Cardea, comandante del COVI creato nel 2007 per le aree di crisi che ora
si trova – assieme ai suoi camerati – a chiedere una carta straccia dell’Onu che
giustifichi questa operazione.
Questa istituzione è stata creata per attuare il “Piano di pace” dell’amerikano
Trump. Qui sono presenti le piattaforme tecnologiche Palantir, Maven, Datamiur,
che hanno il compito di perfezionare in modo oculato gli attacchi aerei
statunitensi in Medio Oriente. La creazione dell’ ISF (Forza Internazionale di
Stabilizzazione) con soldati di vari Paesi, imporrà con il terrore il regime di
vita dei palestinesi.
Questo identico sistema tecnologico è in uso contro i migranti entro i 100 km
dai confini nazionali Yankee. Abbiamo conosciuto a cosa serve l’utilizzo dell’IA
per creare obbiettivi da colpire a Gaza, ed in parallelo per la deportazione
dagli Usa degli indesiderabili.
Mentre il 20/11 il Ministro degli Esteri italiano ha discusso se il CoESPU
(Scuola di addestramento internazionale dei carabinieri, insediata dentro la
caserma “Ederle” di Vicenza), sarà la miglior soluzione come centro di
addestramento per 3000 futuri poliziotti mercenari palestinesi, controllati da
questa coalizione e dall’Idf.
Industria militare e civile
In questi mesi, vari giornali hanno fatto a gara nel denunciare le connivenze
tra l’industria militare e civile, rispetto a come essa faccia profitti con le
attuali guerre in corso. Quasi quotidianamente vengono resi pubblici i legami e
gli interessi di tutta la filiera bellica e tecnologica, la sua storia, le
affiliazioni civili e politiche, chi sono i responsabili, insomma come si
articola una rete mondiale di contratti, collaborazioni, esperimenti, scoperte
scientifiche tutte atte a scopi militari o di controllo e repressione sociale.
Gaza e il fronte ucraino, le favelas, i contesti di crisi climatiche, le
ribellioni sudanesi o nelle metropoli, sono tutti contesti adatti alla
sperimentazione e pubblicità per la compravendita, tra Stati ed imprese, dei
loro gingilli sofisticati ed esperimenti di architettura del panottico sociale.
Tutto questo rende quasi infinitesimale il lavoro fatto nell’ultimo decennio da
parte dei movimenti contro la guerra. La stessa propaganda ufficiale ci sbatte
in viso la portata del complesso tecnoindustriale.
Le domande da porsi sono: dov’è la differenza? Nella quantità o nella qualità
delle informazioni? Oppure: che farsene e con quali obiettivi e prospettiva
usarle?
Visto che Elbit Systems è al centro della lotta di Palestine Action, bisogna
dire che è di pochi giorni fa la notizia che la Germania, dopo 100 giorni
dall’embargo di armi tedesche verso Israele, alla fine di novembre ha ripreso ad
inviare le forniture. La cosa più importante sono i pezzi di ricambio per gli
ormai noti carri armati “Merkava” dell’azienda Renk. I motori del Tank della Mtu
con sede nel Baden-Württemberg non hanno mai avuto problemi bypassando l’embargo
via USA.
Con questa ripresa Elbit Systems venderà a Berlino munizioni “Lms” per 700
milioni di euro. L’Ad Gundbert Scherf ha promesso che dal 2026 verranno prodotti
tra i diecimila e i ventimila droni da guerra.
Questo esempio tedesco è emblematico perché dovrebbe smuovere tutte le persone
che hanno creduto ciecamente che gli Stati democratici abbiano una qualche
remora reale ad interrompere i conflitti e sanzionare lo Stato israeliano.
Sappiamo che ogni guerra è redditizia sia nella sua fase distruttiva che in
quella di ricostruzione. In mezzo la carneficina ingrassa i conti degli
industriali e della classe politica annessa. La lotta al militarismo deve
continuare senza sosta e con una continua visuale critica, portando la pratica
della denuncia e dell’agitazione verso una continua campagna d’azione e
scuotimento sociale e sovversivo d’ampio respiro.
Dietro le linee del nemico di classe
Un protagonista a volte dimenticato dalla critica al militarismo e la sua
industria è l’operaio. Quella massa di uomini e donne che, in tutti i paesi
industrializzati, crea e forgia le catene e gli ingranaggi utili alla classe
dominante per mordere e massacrare a proprio piacimento ed interesse i propri
sudditi. La propaganda nazionalista, la cultura razzista, la smania di
conquista, il terrore presunto dello straniero, l’egemonia
economico-territoriale, fanno il resto.
Come rompere il vincolo tra questa enorme forza lavoro ricattata con un piatto
di lenticchie e l’illusione di una vita pacifica e serena? Come ridurre lo
scarto morale che dovrebbe smuovere la coscienza che può far disertare, ancora
prima dei soldati, gli operai che creano e montano l’ingranaggio bellico?
Il padronato sa molto bene come spezzare la solidarietà di classe
internazionalista. In Italia abbiamo un esempio di stretta attualità proprio in
una colonia interna, l’isola della Sardegna, dove il peso della guerra arriva
forte in quella terra economicamente depressa. Da una parte, per esempio,
abbiamo gli operai dell’azienda Eurallumina nell’Iglesiente, dove l’azienda
Rusal, di proprietà di un oligarca russo, è in difficoltà serie per via delle
sanzioni di guerra e con 300 milioni di investimenti bloccati per
l’ammodernamento degli impianti e la messa in sicurezza del sito di stoccaggio.
Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, a Domusnovas, l’azienda tedesca Rwm
chiede alla Regione Sardegna il permesso per il raddoppio della fabbrica in
quanto il suo prodotto principale sono le bombe vendute per anni all’Arabia
Saudita nella guerra contro lo Yemen.
In questo caso il mercato di questi tempi è florido a causa delle politiche,
europee e non solo, di riarmo e potenziamento degli eserciti. Le contraddizioni
emergono palesemente ed i sindacati ancora una volta ondeggiano tra una retorica
della difesa del lavoro tout court ed una critica all’industria armiera che in
questi mesi ha indetto scioperi per Gaza con il blocco dei porti o scioperi
generali di un giorno, i quali però non sono riusciti ad allargarsi ed invitare
ad una diserzione radicale dalle industrie armiere, chimiche, dei laboratori
etc. Farlo costituirebbe un passo nel “vuoto” che incrinerebbe la loro facciata
di responsabili protettori del lavoro salariato e del comparto nazionale
industriale ed economico.
Anche in altre industrie italiane le contraddizioni si palesano in modo
inequivocabile vista la forte retorica bellica in corso, che in modo
preponderante viene fatta a spron battuto.
Una società come quella odierna, fortemente gerarchizzata e patriarcale nelle
sue visuali sul mondo, ci impone il binomio guerra calda – guerra fredda, dove
la “pace” è in realtà “l’assenza di guerra”.
Questa concezione della società si palesa esattamente in queste “pause” dalla
guerra tramite i trattati, i “cessate il fuoco”, i memorandum etc.
Questi tavoli se possono interrompere in qualche modo un conflitto in realtà
sono solamente la dimostrazione della forza di alcuni usando termini ed
argomentazioni che mettono sotto una luce di “debolezza” chi viene “battuto” sul
campo o messo alle strette tra la morsa economica e quella strategico-militare.
Ritirata, sconfitta, disarmo, e poi ancora parole come trincea, assaltare, sono
tutte parole che portano l’immaginario della guerra verso il concetto di
Eraclito, cioè che essa è “padre di tutte le cose, di tutte le cose è re”.
Sempre in Germania ed in Italia, l’industria dell’auto in forte crisi, dovuta
alla competizione mondiale, verrà in parte riconvertita per il nuovo e
mastodontico piano di riarmo europeo, e nel frattempo dalla Svezia alla Polonia,
dalla Croazia alla Francia, si vuole imporre il servizio di leva obbligato o
“volontario”; nelle scuole e nelle università italiane l’entrismo militare si fa
sempre più spinto. La sinistra istituzionale e riformista ondeggia tra un
posizionamento di facciata contro la guerra e un cavalcare l’onda dei movimenti
contro guerra e genocidio a Gaza. L’amnesia di massa su quello che questa classe
politica disse dopo l’attacco russo ed il 7 ottobre in Palestina, dovrebbe in
realtà mettere tutti in guardia sul doppiogiochismo e la retorica di questi
affossatori di ogni esuberanza radicale o rivoluzionaria. Ad ogni fatto di
violenza liberatrice che avviene nella società, essa subito si affianca al coro
moralizzatore della tanto criminalizzata lotta armata, del “terrorismo”, dei
“cattivi maestri”, dello slancio di chi non rimane imbrigliato nella rete della
moralizzazione ipocrita.
Operai e studenti, giovani e adulti, vengono spinti a milioni verso una
mentalità di paura guerrafondaia. Tramite esperti selezionati, messi in pubblica
piazza a spiegarci la realtà – del padrone –, ci viene detto che gli esseri
umani sono bellicosi per natura, che la volontà di potenza è una cosa innata
nell’uomo. Evitando così che le coscienze si mobilitino il più possibile verso
azioni contro la guerra, la società rimane bloccata in questa morsa.
Antropologi, storici, etc. come Lawrence Kegley hanno portato nel dibattito
pubblico argomentazioni per consolidare il pensiero rispetto al quale fin dalla
notte dei tempi l’essere umano ha combattuto una “guerra infinita”, rafforzando
la filosofia così onnipresente e “consolatoria” di Hobbes. Le interpretazioni,
per esempio, di fossati e mura, di alcune armi da caccia, di simboli di villaggi
e città del paleolitico o del neolitico, che li vedevano come strumenti con il
solo scopo di difesa dal nemico esterno sempre pronto ad assaltare. Secondo
queste interpretazioni, quindi, tutto è riconducibile alla guerra fratricida.
Niente di più falso.
Oggi siamo circondati ed assuefatti da immagini, simboli, rappresentazioni,
oggetti, filosofie, campagne di comunicazione che ci inducono e riconducono alla
guerra.
Gli operai, gli scienziati, i tecnici sono immersi in una retorica competitiva,
nazionalista, terrorista, dove il “progresso” è figlio del produttivismo, del
potere e del denaro.
Questo incubo lungo secoli forse si sta faticosamente spezzando, bisogna
alimentare il sogno, il reincanto di un nuovo immaginario sul mondo.
Possiamo disquisire di necropolitica, ecocidio, di totalitarismo, e ne possiamo
fare dei trattati mantenendo le mani morbide e le membra ed i muscoli flaccidi.
Questo può essere utile per inviare un messaggio di rottura contro la cappa
soffocante della modernità ed i suoi crimini, ma se non faremo delle scelte
individuali, e potenzialmente condivise con altri, che portino al centro del
pensiero l’azione, nulla cambierà. Potremo solo contare le lacrime amare.
È tempo di nervi tesi e sorrisi sovversivi che sbeffeggiano, dopo lo sforzo ed
il rischio, il comune nemico.
Lotta internazionalista, anticolonialismo e rivoluzione
La Resistenza palestinese ed il paradigma del Sumud hanno creato uno squarcio
profondo nel mondo. Nelle teste dei potenti c’è invidia e disprezzo, perché chi
ha la visuale e l’idea dell’“uomo forte”, sa ben riconoscere il coraggio e la
tenacia di chi si batte, anche per questo la risposta è così feroce e totale. La
sfida e lo slancio mettono in imbarazzo la volontà di potenza di un intero
sistema. Coloro che sono al potere sanno che la Resistenza non si fermerà e che
altri la imiteranno, con altre formule e prospettive, ma da essa ne trarranno
ispirazione. Allora il potente impaurito userà tutte le tattiche storiche e
tecnologiche per scardinarla, per annientarla alla radice.
Ma l’eco è ormai mondiale, come qualche decennio fa con altre resistenze, e
annuncia che resistere è possibile ed è necessario. La risposta dei governi è e
sarà dura e profonda, ne vediamo già le reazioni scomposte. Negli Usa il
movimento antifascista “Redneck Revolt” del North Carolina, attivo nelle aree
rurali del Sud in lotta con i lavoratori per la liberazione di classe, è stato
criminalizzato. In Texas due anarchici sono stati arrestati tramite la nuova
legge contro “Antifa” per un’azione contro ICE.
In Europa ben conosciamo la repressione che sta agendo contro i movimenti che si
oppongono alla guerra.
Ma il carsismo della lotta per la libertà porta acqua su vie ignote al nemico,
come un fiume carsico, essa sbuca e si nasconde, resta quieta e poi con un boato
colpisce.
In Marocco il movimento “Gen Z 212”, contro il governo e le spese mastodontiche
per la costruzione di stadi per i mondiali di calcio del 2030, chiede la
liberazione di tutti i detenuti delle proteste, anche quelli del 2017, e
combatte contro povertà, distruzione ambientale, etc.
In Tunisia la lotta contro l’impianto chimico di Gabès, che produce fosfati
creando così un forte aumento del tasso di tumori, sta mobilitando masse di
giovani sempre più arrabbiati e disillusi dalla classe politica e padronale.
In Madagascar, Nepal, Mongolia le mobilitazioni e i rovesciamenti politici sono
avvenuti con la forza della lotta e la sua costanza.
L’Europa risponde in vari modi. In tutte queste lotte citate, la Resistenza
palestinese riecheggia a gran voce. In Serbia gli studenti contro il governo
corrotto di Vučić e le multinazionali cinesi che distruggono montagne e fiumi,
anche loro portano le bandiere di Gaza. In Polonia alle manifestazioni contro
l’ondata fascista e militarista, succede lo stesso.
Nelle strade delle città europee la gioventù risponde in massa.
Le mura e le tattiche coloniali, le argomentazioni storico-morali sioniste e
capitaliste, vengono criticate nelle metropoli di questa vecchia Europa
imperiale e decadente, la solidarietà internazionalista si esprime e fa
riecheggiare le lotte passate.
Ma se tutto questo è un indicatore della realtà odierna, se il virus della lotta
si diffonde nelle strade, allo stesso tempo esse non sono ancora riuscite a
superare gli argini che impongono la pace sociale, la legalità, il divieto di
osare e sognare qualcosa d’altro e più profondo che non sia mera indignazione.
Ecco allora che nella quiete della notte anonima, mani irrequiete senza lacci,
agiscono e colpiscono. In Francia gli anarchici sabotano reti elettriche e
magazzini di materie prime nelle zone industriali e nei suoi comparti bellici.
In Germania colossi come Tesla perdono milioni di euro perché gli è stata
staccata l’elettricità. Il 9 settembre a Berlino c’è stato un importante
sabotaggio al complesso militare-industriale. In Canada le linee ferroviarie
vengono da anni sistematicamente colpite contro l’industria estrattivista e le
sue multinazionali, necessarie alla filiera di materie prime fondamentali alla
guerra ed al mondo che la produce e finanzia. In Grecia i compagni e le compagne
che agiscono contro le politiche di un governo reazionario e fascista, e che
ricordano il compagno Kyriakos Khymitris caduto lungo la strada della lotta,
anche loro rilanciano la solidarietà per Gaza.
Gli anarchici, e non solo, non aspettano che la rivoluzione avvenga per incanto,
la vivono ardentemente studiando ed organizzandosi.
Sabotare ed attaccare il sistema di dominio di certo non basta per innescare un
cambiamento radicale, ma ci avvicina e ci fa guardare in faccia la vita che
vogliamo, agendo contro un nemico che ci vincola al suo sistema, dal quale ci
vogliamo liberare. Questa vita libera ci viene sempre più preclusa, veniamo
diseducati nello sviluppare una capacità di scelta, nel ponderare ed attivare
una volontà che detti e sperimenti le linee guida e le regole sociali che
rompano quelle odierne autoritarie, che scelgano coscientemente le strade ed i
metodi che fanno a meno di un sistema iniquo, velenoso ed assassino.
Va abbattuta l’idea moralistica del “confronto democratico”, essa ci allontana
da alcune possibilità di lotta, e credo che il migliore esempio di una frattura
insurrezionale ci stia arrivando dalle rivolte indonesiane di questi mesi. Di
fronte agli appelli e alle richieste della gente, alle loro proposte di
autorganizzazione e di comunismo antiautoritario, il potere si è mostrato
violento ed arrogante. La risposta sovversiva è stata precisa e netta, l’inganno
e il trucco democratici sono stati rotti con le case incendiate dei politici.
Questa loro arroganza gli si è rivolta contro, sono stati loro per una volta gli
obiettivi materiali, le prede della furia liberatrice.
Chi in Europa continua a produrre, finanziare, giustificare un operato assassino
al fianco dello Stato israeliano ed americano? A questa loro sfacciataggine e
senso di onnipotenza, va data risposta? I rapporti di forza nel conflitto
sociale sono ancora a loro favore? Se sì, come rovesciarli?
Se il loro intento è armare masse di giovani per il futuro annunciato macello,
sappiamo bene che storicamente i soldati di leva sono stati la chiave di alcuni
movimenti rivoluzionari, nel momento in cui l’opera di ribelli e sovversivi si è
intrecciata con proposte concrete e la diffusione del disfattismo
rivoluzionario. Forse non si riuscirà nell’immediato a fermare l’ondata
militarista, ma è compito di chi lotta contro la guerra continuare a battere e
incentivare l’azione demolitrice che operi nel tessuto sociale, con le idee più
avanzate contro ogni meccanismo del nazionalismo, del razzismo,
dell’imperialismo. Il fronte interno deve essere quello più preoccupante per i
nostri comuni nemici di classe.
Per portare avanti la solidarietà con Gaza e con chi oggi subisce sul campo la
guerra degli Stati c’è anche per noi, compagni e compagne europei, la necessità
di svincolarci da alcune zavorre.
La campagna di stampa in appoggio ad Israele si innesta sull’egemonia culturale
incancrenita in corso da molto tempo da parte delle forze coloniali e padronali;
conosciamo in tanti le idee di Edward Said rispetto al pensiero orientalista. La
sua articolata osservazione della ragnatela che ci limita lo sguardo
direzionandolo verso concetti creati e stratificati nei processi storici degli
ultimi secoli, in particolare quelli che vengono chiamati “Occidente” ed
“Oriente”, ci consiglia di camminare su sentieri erti e scomodi. Il ruolo di
intellettuali, di nuove discipline scientifiche, rafforza questa divisione
storica e umana. Questi legacci spesso impercettibili ci trattengono dall’agire
e separano chi da una parte all’altra del mondo ha la stessa necessità di
liberarsi dalla comune, anche se diversificata, oppressione, la quale lavora in
modo alternato a seconda delle latitudini. La boria dei dotti e delle nazioni
deve essere combattuta da ogni lato.
Nel libro “Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma”, Amos Goldberg e
Bashir Bashir ci dicono che questi due avvenimenti storici si guardano faccia a
faccia. In Occidente però, giusto per capirsi, è stato costruito un regime della
memoria che vieta paragoni ed accostamenti, il che porta a ritenere che un
genocidio debba assumere – per essere nominato – la forma radicale
dell’Olocausto. Loro suggeriscono la via del perturbamento empatico, che vuol
dire confrontarsi con il trauma altrui per una nuova grammatica morale.
Le ingegnerie geopolitiche, i confini variabili di cui oggi analisti ed esperti,
generali e coretti opinionisti razzisti blaterano nelle reti dei media, ci
inebetiscono utilizzando complesse analisi, che a volte soffocano lo slancio
solidale. Alleggeriti da queste zavorre cosa potremmo vedere?
Se osserviamo la microstoria volutamente accantonata e censurata, i cui fatti
sono quasi impronunciabili, sappiamo che il movimento sionista attuò, in diversi
momenti storici, manovre contro gli ebrei sovversivi e contadini dell’Est Europa
(soprattutto in Polonia, Ucraina e Russia), utilizzando idee e pratiche
reazionarie. A Bialystok gli anarchici organizzati, in unione con altri
solidali, difesero le comunità ebraiche contadine e proletarie dai pogrom.
Successivamente fu il movimento machnovista ucraino tra il 1919 e il 1921 a
difendere le comunità, e molti compagni e compagne di origini ebraiche
denunciarono e criticarono il sionismo che ha tra le sue basi
filosofico-culturali anche una reazione antiproletaria ed antisocialista nel
senso più ampio del termine.
Oggi il sionismo attacca chi in Israele non vuole subire la brutalizzazione
culturale ed è costretto a scappare creando una nuova forma di diaspora: 130.000
sono già fuggiti all’estero tra il 2022 e il 2024. Un esodo che marcia parallelo
ad un massacro genocida. La violenza senza argini dei coloni si riversa dentro e
fuori la Cisgiordania, il sionismo lavora in più direzioni.
In Ucraina e in Russia intanto la massa di disertori anonima, ricercata dai
rispettivi eserciti, si incrocia con i partigiani che dall’interno
contribuiscono ad ostacolare la macchina bellica di entrambi i fronti, e portano
una ventata d’aria fresca in questa guerra fratricida.
La lotta anticoloniale di fine Ottocento contro l’ormai finito impero spagnolo,
portò alla deportazione dei rivoluzionari filippini nel carcere di Barcellona di
Montjuic. I detenuti spagnoli – molti dei quali imprigionati per le continue
lotte contro il sanguinario Canovas – videro questi uomini all’aria con vestiti
leggeri tipici della loro terra. Dentro la prigione la solidarietà si mobilitò
subito, perché i gruppi si riconoscevano come compagni di lotta contro lo stesso
regime oppressivo. Dalle finestre delle celle vennero lanciati indumenti pesanti
in segno di vicinanza con i ribelli filippini colpiti da uno dei più feroci e
longevi regimi colonialisti.
Le lotte anticoloniali dell’epoca, a Cuba, Puerto Rico, nelle Filippine, in
Corea o in Cina, si intrecciavano con i movimenti rivoluzionari e le idee
anarchiche e socialiste. I compagni e le compagne europei partivano e
partecipavano ai moti insurrezionali. In Egitto, Algeria e Argentina, in
Giappone, un po’ ovunque le lotte di liberazione nazionale cospiravano e si
coniugavano con idee più generali di emancipazione sociale e rivoluzionaria.
Questi esperimenti sovversivi crearono ipotesi di vita collettiva mettendo in
pratica “il mondo per cui ci battiamo”, con veri e propri piani insurrezionali
figli di un’epoca cospirativa.
Le idee circolavano grazie ad una vivace attività di traduzione di libri e
opuscoli propagandistici. Questo fermento si unì alla solidarietà
internazionalista che portò l’anarchico Angiolillo a colpire a morte il
dittatore Canovas, torturatore all’estero di filippini, cubani etc. e dei
rivoluzionari in patria.
I moti anticoloniali in giro per il mondo e quelli insurrezionali europei
dialogavano, non esistevano carte dell’Onu e dei “diritti dell’uomo” a cui
appellarsi in un macabro inganno e vane speranze. In parallelo essi marciavano
alla conquista della agognata libertà soffocata dal capitalismo e dal governo
della madrepatria sanguinaria.
L’ideologia della “guerra infinita”, si insinua nei cuori e nelle menti con i
suoi reticolati. La violenza della sopraffazione, dove la vita non vale nulla e
non c’è vergogna nel fucilare uomini e donne inermi, dove l’odio religioso
inzuppato di promesse territoriali e supremazie razziali crea quell’humus che
cancella ogni empatia umana e fomenta rancori e vendette che vanno a colpire
sempre in basso e mai in alto della gerarchia sociale, può avvilire e creare un
senso di ingiustizia fino ad essere percepita come un dolore fisico.
Oggi vediamo donne che tra le macerie di Gaza piantano ulivi mostrando al mondo
l’amore per la terra natia, uomini che imperterriti raccolgono le olive, bambini
e bambine che scavano canali di scolo per avere un luogo dove poter giocare e
studiare, giovani che continuano a resistere. Il popolo palestinese ci mostra
ogni giorno cosa siano la dignità, la tenacia e l’infinita fantasia pratica e
morale allenate durante decenni di vita in una prigione a cielo aperto.
Il 28 novembre Fadi e Jumaa’ Tamer Abu Asi sono stati assassinati dall’Idf
perché intenti a raccogliere pezzi di legno da rivendere, poiché si trovavano
vicini alla linea gialla. Età di 8 e 10 anni. La terra di Palestina ha una
storia infinita di fatti simili ed essi sono tra quelli che colpiscono
l’opinione pubblica progressista, portandola a schierarsi a favore di chi
nell’immaginario colonialista europeo è in qualche modo accettabile in quanto
vittima e vulnerabile.
Alcuni giornali sono disponibili a mostrare gli occhi di bambini e bambine
sofferenti. Poi c’è quella parte profondamente razzista che si schiera
apertamente e in modo netto con qualsiasi pratica omicida e repressiva dello
Stato israeliano.
Entrambe le parti, alla fine, fanno parte di un’impalcatura sociale che si regge
in piedi perché anche se esse sono diverse nelle apparenze, in realtà difendono
gli stessi privilegi ed interessi.
Certo è importante denunciare ed indignarsi, ma questo fa parte dello spettacolo
concesso dai padroni, che funziona come valvola di sfogo per buttare fuori
l’indignazione e ritornare a dormire sonni tranquilli. Guai destarsi dal torpore
e mettere il dito nella piaga di ciò che spinge l’individuo che
dall’indignazione passa all’azione. Peggio ancora se si organizza in una
prospettiva di lunga durata.
Il palestinese va bene se ha una gamba amputata ed un corpo scavato dalla fame.
Se mette un passamontagna ed impugna un mitra, se lancia pietre o molotov, si
rompe lo specchio dell’accettabilità occidentale, liberista o socialdemocratica
che sia.
In generale siamo abituati pigramente ad accettare qualcosa solo se si mostra
debole e innocuo ai nostri occhi.
Il detenuto o la detenuta che per mesi studia un piano di fuga, e poi una notte
sega le sbarre e fugge, inquieta la società borghese ed ipocrita. Il “pazzo” che
di “botto” esplode in gesta “inconsuete”, spacca e sbava “senza senso”, sciocca
per l’imprevedibilità. Il bambino o la bambina che gioca ed urla in modo
“sconsiderato” creando imbarazzo, oggi rischia di essere incasellato con
l’aggettivo di “iperattivo”. Il palestinese o la palestinese che odiano chi gli
ha massacrato la famiglia e fatto mangiare polvere e paura, sono già moralizzati
e marchiati dall’uomo bianco colonialista. L’animale in gabbia che “dal nulla”
morde e ferisce, deve essere abbattuto.
Ora che i riflettori dei media – almeno qui in Italia – si stanno spegnendo, è
il momento di agire con più energia, e in qualche modo scuotere la parte della
società che nei modi più variegati ha già preso posizione, ma che non ha
eccesso, non ha valicato i limiti morali imposti dalle leggi dello Stato e della
cristianità, non ha trasformato la propria quotidianità portandola su un terreno
di lotta irrecuperabile da parte dello Stato.
Conosciamo le mire colonialiste italiane a Gaza. L’Eni vuole il gas presente al
largo delle coste di Gaza, mentre il governo Meloni porta avanti il suo “Piano
Mattei”, che è la continuazione del colonialismo italico. Sappiamo che se anche
qui si comincia a mettere il bastone tra le ruote a colossi come l’Eni, si
muovono direttamente i Servizi Segreti. Se in Italia si ascolta l’eco di Gaza, e
si vuole buttare a mare gli yankee che dallo sbarco in Sicilia del 1944 hanno
imposto la propria egemonia economica e politica in questo paese, sappiamo che
la pratica della tortura, della destabilizzazione politica, delle stragi,
potrebbe tornare come avvenne fino a qualche decennio fa.
Bisogna esserne consapevoli, con questi poteri non si scherza. Ora che ci
annunciano che la fase 2 sta per partire, possiamo già intuire e sapere che la
gente di Gaza e della Cisgiordania subirà solo ed esclusivamente delle politiche
di terrore ed eliminazione.
Mentre finisco di scrivere queste righe in data 8 dicembre, è appena uscita la
notizia che la Procura Federale del Belgio ha avviato un mandato di cattura
internazionale contro un consulente italiano, il quale ha agito per conto
dell’azienda israeliana Elbit Systems, per alcuni contratti stipulati con
un’agenzia della Nato. Sono indagati anche magistrati e poliziotti di altri
paesi.
Che il lavoro di questa azienda e di altre simili siano sporchi o “puliti”, poco
cambia. Il loro operato rimane criminale e va fermato. Questa lotta non va
intrapresa in un’ottica di emergenza, ma di ampio e lungo respiro, quindi
bisogna confrontarsi ed organizzarsi. Così facendo potremo in vari modi aspirare
ad una liberazione integrale dal sistema statale e tecno-industriale.
Playlist:
MALOUMA-ATHAY
BOMBINO-DARFUQ
SHARHABIL A AHMED-EL BAMBI
ALEMAYEHU ESHTE-TIKUR GISSILA
MULATU ASTATQUE-YEKATIT
GETATCHEW MEKUTIA AND THE EX-MUSICAWI SILT
YARED TEFERA-ANTCHI HOYE LENE
HAILU MERGIA & THE WALIAS BAND-AYA BELEW BELEW
AL QASAR -PROMISES ft MAMANI KEITA & CHEICK TIDIANE SECK
MAMMAN SANI & TROPIKAL CAMEL -SULTAN UMNARU’S TRIP
ETRAN DE L’AIR-IMOUHA
SAMI GALBI-DAKCHI HANI
AHMED BEN ALI’-DAMEK MAJEB
MANIFESTAZIONE ANTIFA
Piacenza - Via IV NOVEMBRE
(sabato, 24 gennaio 14:00)
Da quando è scoppiata la rivolta in Iran assistiamo all’ennesimo scontro tra
tifoserie contrapposte all’interno del movimento antagonista e più in generale
della sinistra di classe.
C’è chi anche di fronte all’evidente carneficina di proletari e proletarie che
sta portando avanti il regime si ostina a difenderlo come un baluardo del
multipolarismo e chi, dall’altro lato, rimuove il problema oggettivo dell’uso
politico che Stati Uniti ed Israele tentano di fare della rivolta per completare
il loro progetto di ridisegno del Medio Oriente.
Eppure la rivolta in Iran sarebbe un importante banco di prova per confrontarsi
analiticamente con la complessità del presente e provare a trarne delle lezioni
necessarie.
Iniziamo da alcune ovvietà. È palese che la rivolta esplosa in Iran è il
prodotto di condizioni di vita sempre più disperate che coinvolgono alcune
frange significative della società. Come spiegato da più parti (1 | 2) la
situazione economica dell’Iran è estremamente compromessa. Ad aggravare questo
quadro vi sono la crisi climatica ed una malagestione delle forniture idriche
che hanno colpito anche aree del paese tradizionalmente fedeli al regime.
Inoltre da quanto viene riportato un ruolo lo ha avuto anche l’incapacità del
regime nel difendere la popolazione dagli attacchi israeliani durante la guerra
dei 12 giorni. È una rivolta interclassista, interetnica ed interreligiosa che
ha coinvolto tanto le grandi città, quanto alcune aree rurali. Non è una rivolta
organizzata da una forza politica strutturata o da una coalizione di forze
politiche strutturate, anche se diversi soggetti ed organizzazioni provano ad
assumerne la direzione. All’interno della rivolta vi sono anche forze operaie,
proletarie e di classe che giocano un ruolo: è di oggi la notizia che gli operai
delle delle compagnie AzarAb e Wagon Pars avrebbero occupato e preso il
controllo dei relativi stabilimenti logistici ed industriali nella città di
Arak. È altrettanto acclarato che all’interno della rivolta vi sono diversi
elementi legati direttamente a Reza Pahlavi, il figlio dello Scià cacciato dalla
rivoluzione del ‘79, al Mossad ed alla CIA. Non bisogna dimenticare poi che le
condizioni economiche in cui versa l’Iran sono conseguenza anche dell’isolamento
economico e della recrudescenza delle sanzioni che tanto le amministrazioni
Trump quanto quella Biden hanno imposto al paese. Come scrivevamo in questa
breve riflessione sul recente attacco statunitense al Venezuela questo genere di
pressioni fa parte dell’armamentario storico dell’imperialismo statunitense e
serve appositamente per costruire le condizioni di un regime change in un paese
considerato ostile.
In questa rivolta coesistono, come in ogni rivolta, forze, contenuti, pulsioni e
ideologie diverse, a volte contrapposte che si confrontano e scontrano per far
prevalere i propri interessi. Ma è anche una rivolta differente da quelle che a
stretto giro la hanno preceduta negli scorsi anni, l’ultima in ordine di tempo
nel 2022 al grido “Donna, vita e libertà”, i cui temi sembrano permanere ed
assommarsi in questo ciclo. È differente per estensione sociale e territoriale:
non riguarda un solo ceto sociale, una sola regione, una sola etnia, una sola
rivendicazione ma è stratificata ed articolata. Vi è sicuramente una parte di
borghesia e piccola borghesia iraniana che esclusa dai circoli economici del
regime e diminuita dalla crisi guarda ad Occidente sperando in un modello
liberale e liberista. Questa è quella parte della rivolta celebrata sui media
occidentali, quella che ha una voce ed un modo per rappresentarsi sullo scenario
internazionale. Ma sul campo sembra esserci molto altro: giovani e giovanissimi,
proletari, donne e persino contadini che probabilmente hanno in odio tanto gli
Stati Uniti ed Israle quanto il regime, ma che non hanno forme di organizzazione
politica compiuta in grado di esercitare egemonia, almeno per il momento,
sull’intero processo. È una storia già vista, dalle primavere arabe ad
Euromaidan, l’eclissi di forze di classe organizzate porta inevitabilmente ad
una deviazione del potenziale rivoluzionario da parte di potenze esterne e/o
interne che lo utilizzano per i propri interessi capitalisti ed imperialisti.
Spesso questo esito conduce alla tragedia: guerra, guerre civili, regimi ancora
più brutali, disintegrazione del tessuto sociale e politico. Questi sono già
oggi gli scenari che gli analisti contemplano candidamente per l’Iran mentre si
dibatte su quale conta dei morti sia più credibile.
Non c’è dubbio che Israele e gli Stati Uniti approfitteranno della situazione
per provare a sferrare un colpo mortale ad uno dei pochi argini regionali al
loro progetto, ma questo nulla toglie alle legittime rivendicazioni del popolo
iraniano. Si tratta di interessi materiali, non (solo) di aspirazioni
democratiche e liberali: la nostra parte pretende migliori condizioni di vita, e
non serve essere sentimentali, ma basta essere materialisti, per comprendere che
l’eroica resistenza all’imperialismo statunitense senza un’orizzonte
trasformativo non si mangia e non si beve.
L’elemento nuovo e da valorizzare è semmai che in nuce un’autonomia all’interno
delle proteste sembra prendere corpo: molte testimonianze riportano che nelle
piazze uno degli slogan più diffusi è “Morte al regime, morte allo Scià”, segno
che i manifestanti non aspirano ad una restaurazione del sovrano sostenuto
dall’Occidente, così come è importante notare che in molti video che circolano
sui social media viene espressa una forte contrarietà verso un intervento
esterno. Qualcosa di ben diverso dagli appelli al regime change che vengono
diffusi dai media mainstream.
Ora questo quadro dovrebbe fare molto riflettere su un doppio fallimento delle
storiche posture della sinistra. Da un lato la logica del “ogni nemico del mio
nemico è mio amico” ha degli esiti stranianti per cui in nome di uno sciatto
antimperialismo si è disposti a sacrificare le legittime aspirazioni proletarie.
Dall’altro lato una candida visione etica che senza volerlo si accoda alla
strategia israelo-statunitense favorendo un intervento esterno che la nostra
parte in loco non auspica né desidera (dato che tra l’altro il soft power
statunitense è sempre meno capace di affabulare le masse), ricordiamo il
dibattito sul presunto imperialismo iraniano. Questo è il passaggio stretto in
cui ci troviamo. L’unico favore che possiamo fare agli iraniani è quello di
accettare questa complessità, smettere di tifare e capire come favorire
l’emersione dell’autonomia proletaria, la sua organizzazione ed il suo
rafforzamento.
Conferenza stampa nel primo pomeriggio di oggi, martedì 13 gennaio, a Torino,
organizzata dai e dalle portavoce del comitato proponente del patto di
collaborazione per rendere Askatasuna bene comune.
Un patto stracciato il 18 dicembre, giorno in cui lo spazio sociale di Torino è
stato violentemente sgomberato dalla sua storica sede, in Corso Regina
Margherita 47, su mandato di Piantedosi e Meloni. Tutt’oggi il quartiere
Vanchiglia è militarizzato giorno e notte da camionette e agenti.
“Il silenzio del sindaco di Torino è assordante e ingiustificabile“, hanno
affermato oggi i portavoce in conferenza stampa, chiedendo al Comune di
effettuare un’ispezione all’interno della palazzina “per costatare i danni dopo
lo sgombero, visto che l’edificio è di proprietà comunale”.
“E’ compito della cittadinanza e di chi ha a cuore la città di
Torino mobilitarsi affinchè questo progetto possa proseguire“, fa sapere ai
microfoni di Radio Onda d’Urto Alessandra Algostino, del comitato proponente e
docente, che ricorda l’assemblea cittadina in programma per domani, giovedì 14
dicembre presso la Scuola Fontana.
L’intervista a Giorgio Cremaschi, di Potere al popolo e tra i garanti del patto
“Askatasuna bene comune” rotto dal Comune in occasione dello sgombero, e
Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale all’Università di
Torino. Ascolta o scarica.
da Radio Onda d’Urto
In una delle ultime puntate del 2025 abbiamo provato a spiegare come il nuovo
Piano regolatore del Comune di Torino porterà alla svendita completa della città
al miglior offerente, senza alcuna considerazione per chi nella nostra città non
viene per un turismo mordi e fuggi, ma ci vive quotidianamente.
Abbiamo parlato di come l’obiettivo del nuovo PR è rendere tutto temporaneo,
dalla porzione di territorio alla destinazione d’uso.
L’idea del comune di Torino è che tutta la città sia vissuta temporaneamente,
magari per un evento, grande o medio non importa.
Ma allora perché non sfruttare proprio quelle piattaforme che hanno creato
nell’ultimo ventennio migliaia di piccoli imprenditori?
Abbiamo detto piattaforme ma forse dovremmo parlare al singolare perché la
regina incontrastata, l’unica che è riuscita come lo scotch a dare il proprio
nome al fenomeno, è ovviamente di AIRBNB.
PUNTATA COMPLETA
COM’È NATA? – LA STORIA
LA QUESTIONE DELLA FIDUCIA
COSA DIVENTA?
DI CHE NUMERI PARLIAMO IN ITALIA?
CHI SONO GLI HOST IN ITALIA?
CONSEGUENZE INIZIALI
COME AIRBNB CONTRIBUISCE ALL’APARTHEID PALESTINESE
Drizzate le orecchie monnezzarie
UNIVERSO SONORO con MANU DUBSIDE & MASSIMO DJ ISARO’
di Rachele Stroppa* Recensione al libro “Decostruire la pena. Per una proposta
abolizionista” di Giuseppe Mosconi Decostruire la pena. Per una proposta
abolizionista di Giuseppe Mosconi è un libro necessario, ora …
Nonostante il cessate il fuoco, come potevamo immaginare, la violenza in
Palestina non si è mai fermata. Sappiamo che questa è la realtà di chi vive lì
da ben prima dei fatti del 7 ottobre, ci troviamo però in una fase in cui sembra
esserci una escalation.
L’obiettivo, ormai dichiarato, di Israele è quello di guadagnare sempre più
territorio, fagocitando le terre palestinesi, sia a Gaza che nella Cisgiordania
occupata. Il livello dell’attenzione si sta progressivamente abbassando,
complice anche la situazione internazionale complicata ulteriormente dalle
azioni degli USA in Venezuela e le minacce portate avanti dagli stessi verso
paesi nella regione e, per ultima, la Groenlandia.
Ormai in Cisgiordania le incursioni violente non si limitano soltanto ai coloni,
con l’esercito in prima linea in azioni violente come quella condotta il 6
gennaio all’Università di Birzeit, luogo che fino ad allora era stato
considerato intoccabile. Questo dimostra come Israele abbia la volontà di
aggredire le persone nella loro quotidianità, in questo caso nell’ambito
dell’educazione.
Il governo israeliano, a tal proposito, continua a spingere per gli
allargamenti, puntando alla costruzione di nuove colonie. L’ultimo passo è
l’approvazione di un piano che consentirà ai coloni di tornare a Sanour,
evacuata nel 2005 dall’allora primo ministro Sharon. L’entrata in vigore di
questo piano è programmata entro due mesi.
Ne parliamo con una compagna dalla Cisgiordania occupata.
Rispondiamo alla chiamata di solidarietà che ci arriva da Betlemme, dove Israele
da qualche settimana ha dato l’ordine di demolizione di un campo da calcio. di
Realtà sport popolare – …
L’aula di giustizia non è un campo di battaglia. Comunicato degli avvocati degli
imputati accusati, dall’autorità giudiziaria di Genova, di avere raccolto fondi
“per finanziare il terrorismo di Hamas”. L’inchiesta …