Sciopero internazionale dei porti contro la logistica di guerra
Ieri, venerdì 7 febbraio, si è tenuto lo sciopero internazionale dei porti che ha coinvolto 21 porti a livello internazionale: da Genova a Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari ma anche Tangeri, Bilbao, fino in Grecia e in Turchia. A Genova è stato lanciato l’osservatorio sul traffico marittimo di armi. Sin dalla mattinata sono state bloccate alcune navi di compagnia israeliana, a Livorno la ZIM Virginia è stata bloccata e, come sostiene l’Unione Sindacale di Base nel suo comunicato “La stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare oggi a Venezia e domani a Ravenna”. In serata manifestazioni si sono tenute in diverse città italiane contro la guerra, contro il riarmo e contro il genocidio in Palestina, per chiedere un embargo commerciale su Israele e per opporsi alla militarizzazione delle infrastrutture del territorio. Di seguito pubblichiamo alcuni contributi sulla giornata. da Radio Blackout Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani. Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo. Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno registrato profitti record. Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi. dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali Porto di Genova 7 febbraio 2026 ..la buona notizia è quella della volontà di mettere in campo un ” osservatorio sul rispetto della legge 185/90 contro i traffici di armi” ,ci immaginiamo che qualche resistenza a questo importante progetto ci sarà,in ogni caso il contrasto alla guerra ed ai suoi traffici non si fermerà. Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati a questa mobilitazione internazionale. Il 30 agosto lo avevamo promesso ,bloccheremo tutto,faremo gli scioperi generali,arriveremo.allo sciopero internazionale. Ci sono momenti della storia che la classe operaia ,in questo caso i lavoratori portuali devono scendere in campo devono riequilibrare un po’ le cose,ecco ci stiamo provando ,e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui posti di lavoro,contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali ,chiediamo l’inserimento del lavoro usurante a fine pensionistici nel presente dei vecchi portuali ,e nel futuro dei giovani lavoratori del porto.. Non ci fermeremo mai perché siamo stanchi di lottare,ma solo quando avremo vinto.. Working class combat
Extinction Rebellion sul nuovo decreto sicurezza: “Deriva autoritaria, è il momento di disobbedire”
Riceviamo e pubblichiamo volentieri.. Extinction Rebellion si unisce alle voci di dissenso sul nuovo decreto sicurezza, denunciando il restringimento dei diritti costituzionali e la legalizzazione di prassi degradanti che vengono portate avanti sempre più spesso negli ultimi anni.  “Una deriva autoritaria senza precedenti di fronte a cui la disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”. Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto sicurezza, un provvedimento che introduce una serie di misure destinate a restringere in modo significativo il diritto al dissenso in Italia: dal fermo preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le forze di polizia, fino a nuove disposizioni che inaspriscono le pene per le persone migranti nei CPR e facilitano gli sgomberi degli spazi occupati.Extinction Rebellion denuncia quello che definisce “una deriva autoritaria senza precedenti: un decreto che regolarizza la violazione sistematica del diritto costituzionale a manifestare liberamente il proprio pensiero ed espone chiunque all’arbitrio delle forze dell’ordine, sotto indirizzo del governo. Un decreto  che legalizza pratiche che vengono già utilizzate illegittimamente dalla polizia e di fronte a cui la disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”. Il fermo preventivo anche senza condanna: quando lo Stato diventa accusa e giudice Tra le principali novità del decreto vi è l’introduzione del fermo preventivo nell’ordinamento italiano. La norma rende legale l’accompagnamento e il trattenimento in Questura fino a 12 ore di persone con precedenti denunce o “segnalazioni di polizia” per reati contro il patrimonio o contro la persona prima di cortei e manifestazioni. Non è necessario essere stati processati o condannati: è sufficiente l’esistenza di precedenti denunce, anche se archiviate o ritenute infondate dalla magistratura. Extinction Rebellion sottolinea che tali denunce possono essere state originate dalle stesse forze di polizia, talvolta in modo strumentale per criminalizzare chi protesta e costruire un profilo “criminale”. “In questo modo la polizia, sotto indirizzo del governo, diventa l’organo che formula le accuse e che, senza l’intermediazione della magistratura, può poi utilizzare quelle stesse accuse per prelevare le persone dirette a una protesta e trattenerle fino a 12 ore”, afferma il movimento. “Si tratta di un gravissimo attacco alle libertà di movimento e di manifestazione, che di fatto regolarizza prassi illegittime già diffuse nelle Questure di tutta Italia per impedire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e criminalizzare i movimenti”. Dall’abuso alla norma: pratiche illegittime ora legalizzate Pratiche simili sono già state applicate in passato con Extinction Rebellion in diverse città, tra cui Roma, Bologna, Brescia, Padova e Venezia. In queste occasioni, manifestazioni nonviolente sono state interrotte o addirittura fatte saltare con l’uso della forza: centinaia di persone sono state fermate e trascinate malamente, caricate sugli autobus e trattenute nelle celle delle Questure per otto o dieci ore, nonostante avessero consegnato spontaneamente i documenti di identità (come previsto dalla legge). “Quello che oggi diventa legale con questo decreto, viene praticato illegittimamente dalle Questure di tutta Italia da anni. E ciò che accade una volta in Questura – durante i fermi – è a sua volta una prassi illegittima: perquisizioni corporali abusive e immotivate, rilievi biometrici e, prelievo di oggetti personali – compresi farmaci e telefoni – e impossibilità di comunicare con avvocati e familiari”, riporta il movimento. I fermi si concludono spesso con denunce per reati come manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) o violenza privata (art. 610 c.p.) – a volte anche senza la manifestazione vi sia mai stata – e che vengono regolarmente archiviate dalla magistratura per assenza di reato. A queste si aggiunge spesso l’emissione di fogli di via fino a quattro anni, misura prevista dalla legge 159/2011 per reati gravi come quelli di mafia ma utilizzata regolarmente anche contro persone incensurate per allontanarle dalle città. Negli ultimi anni Extinction Rebellion ha presentato e vinto ricorsi per l’annullamento di fogli di via illegittimi e ha denunciato le Questure di Bologna, Brescia e Roma per sequestro di persona, abuso d’ufficio e trattamenti degradanti nei confronti di attivisti. “La libertà non è mai garantita: va difesa ogni giorno”, afferma il movimento, richiamando una frase attribuita a Hannah Arendt. “La democrazia si difende contestando le leggi ingiuste: un fermo illegittimo, una denuncia pretestuosa, un foglio di via immotivato alla volta. Ed è ciò che continueremo a fare, a partire dal nuovo decreto sicurezza”.
Due morti in 36 ore al carcere Due Palazzi di Padova
Riceviamo e diffondiamo: A Padova due morti in 36 ore, ecco la “normale” amministrazione carceraria Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”. Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo. Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro. Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile. “Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile. Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo. Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia. Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri. Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro. Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione. Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati. Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx. Fuoco alle galere, liberx tuttx. Qui in pdf: A Padova due morti in 36 ore
Carcere
Epurati in Cina, 40 anni di bolle reaganomics e 90 dal genocidio catalano
> La vita mediatica si dipana attraverso emergenze fittizie che occultano i > fenomeni in grado di evidenziare situazioni globali da cui discende poi la > Storia, nel caso delle epurazioni cinesi e delle scelte politico-economiche di > Xi Jinping di cui abbiamo parlato con Lorenzo Lamperti da Taiwan – e dunque > dal centro delle dispute internazionali – si è finito con l’evocare potenziali > sviluppi sia in politica interna cinese, sia nei rapporti con gli altri > padroni della terra: per un caso poche ore prima di questo intervento da > Taipei Xi ha parlato con Trump e poi con Putin… e i temi trattati possiamo > solo immaginarli. > Allo stesso modo Alessandro Volpi ci spalanca a ogni frase praterie di > spiegazioni e ricostruzioni di speculazioni dei fondi, di attrazioni forzate > verso la finanza americana, la spesa per la sicurezza, il decoupling e la > riconversione di quelli che erano i titoli americani detenuti dai cinesi… come > si dibatte l’impero finanziario di fronte al pericolo di essere travolto dal > debito, che ha sempre imposto al mondo. > Infine è recentissima la notizia che ci porta indietro di 90 anni, quando gli > eroici aviatori delle squadriglie fasciste bombardarono Barcellona e la > Catalogna, realizzando carneficine di civili. Individuati dalle schede > dettagliate del regime che archiviava ogni raid con i nomi degli operatori > disponibili a perpetrare questo crimine contro l’umanità, scoperchiata la > verità recuperando i documenti negli Archivi italiani ed esposta la querela da > parte di residenti italiani in Spagna, il cursus giudiziario per processare i > responsabili ha subito talmente tanti ritardi, insabbiamenti, ostacoli – sia > da parte iberica che dai governi di ogni colore a Roma – che non si può > inscenare il processo a un altro genocidio dei gerarchi fascisti, perché sono > morti tutti gli indiziati. -------------------------------------------------------------------------------- Curioso che nella stessa giornata di un periodo molto concitato Xi Jinping abbia intrattenuto conversazioni telefoniche sia con Trump che con Putin, proprio dopo aver eliminato tutti i vertici del’esercito. Chissà, forse temeva che da lì potesse venire una scalata al suo potere, un candidato non previsto da lui; certo che il repulisti tra i generali, che ha ridotto anche il potenziale contropotere del Pla al rango di fedeli allineati alla linea del partito già precostituendo le linee guida del Congresso del 2027, ridurrebbe la capacità operativa in caso di un conflitto. Fortuna vuole che allertati dalla definitiva decapitazione dei vertici dell’esercito, avessimo concordato con Lorenzo Lamperti di raccogliere la sua analisi sullo stato delle cose in relazione alla politica cinese. L’altro possibile centro di potere – economico – era già stato normalizzato e quindi alla Borsa di Shanghai è permesso di realizzare successi, finché Xi individuerà una linea ereditaria. Intanto l’obiettivo è di espandere il consumo interno, implementare il turismo: una crescita duratura, affrontando al contempo una nuova fase di sviluppo e adattandosi all’evoluzione delle condizioni esterne. Nonostante i dazi di Donald Trump, nel 2025 le esportazioni cinesi sono cresciute del 6,1 per cento su base annua, facendo registrare il valore record di 26.980 miliardi di yuan (3870 miliardi di dollari) e consolidando la posizione della Repubblica popolare cinese di maggiore potenza commerciale del pianeta. La situazione militare infatti fa registrare approcci alla questione taiwanese improntati alla ricerca di accordi forse meno riconducibili ai rapporti di forza. Probabilmente anche questa strategia rientra nel tentativo di assumere come espressione del soft power inclusivo dimostrato dopo l’inizio del nuovo mandato di Trump da parte del regime cinese, proprio per contrapporsi all’arroganza americana, mostrando la faccia benevola. A proposito di soft power, o comunque di maggiore capacità di attrazione di risorse e alleanze, si sono registrati pellegrinaggi di leader a stringere accordi e la postura cinese è sicuramente più rassicurante di quella trumpiana. La reazione al testosterone di Trump in Latinamerica è stata opposta al primo mandato: la Cina per ora non ha reagito allo stesso modo. Piuttosto ha spostato l’attenzione altrove nel Sud del mondo, perseguendo alternativamente i propri affari. Da ultimo c’è la spesa militare. E forse questo è il vero motivo della chiamata a tre nel momento in cui scade l’accordo sul controllo della proliferazione nucleare, che Trump vorrebbe estendere alla Cina. -------------------------------------------------------------------------------- La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve è una soluzione di compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec ,l’organo di vigilanza della borsa americana . Trump deve fare i conti con la realtà della crisi di credibilità del dollaro e l’aumento del debito federale. Non si puo’ permettere di spaventare i mercati quando ha bisogno di garantire la sottoscrizione di quasi novemila miliardi di dollari in scadenza del debito americano i cui interessi pesano per un 47% del PIL statunitense.  Un altro aspetto preoccupante per la stabilità del dollaro è l’aumento del prezzo dell’oro causato dagli ingenti acquisti da parte delle banche centrali che sono in fuga dal dollaro non più ritenuto valuta rifugio. Inoltre la scelta della nuova premier giapponese Sanae Takaichi di aumentare la spesa militare peserà sull’espansione del debito pubblico giapponese che è già pari al 250% del PIL ,comportando un aumento dei tassi del debito e la fine della pratrica del “curry trade” con cui i fondi comparavano a bassi tassi il debito giapponese per acquistare il più remunerativo debito USA. La Cina ha completato il decoupling dall’economia americana liberandosi del debito in dollari e rilanciando lo Yuan digitale anche come strumento per regolare gli scambi commerciali. Si susseguono le bolle speculative in un economia finanziarizzata che vive una delle crisi più  profonde della sua storia con all’orizzonte la soluzione bellica delle contraddizioni del turbocapitalismo che incombe.
Cina Taiwan
genocidio prescritto
turbocapitalismo
L’uragano Harry@0
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
Mediterraneo
basi militari
no Muos
no ponte
sicilia
Dal lager di Caltanissetta a quello di Milano: la sincronia della macchina razzista tra torture e deportazioni.@1
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui campi, sui punti della logistica, tra le strade della città. In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima. Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4 aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di passaggio poiché destinati alla deportazione.
milano
deportazioni
cpr
corelli
caltanissetta
Sciopero internazionale dei porti contro la logistica di guerra.
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani. Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo. Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno registrato profitti record. Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
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