É notizia di questa mattina che tra i sostenitori dell’opera sia scoppiato il
panico. Il presidente della commissione intergovernativa Italia – Francia Paolo
Foietta, sarebbe addirittura pronto alle dimissioni, mentre […]
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Un colpo sparato da almeno venti metri contro una sagoma intravista nella
penombra. Così un agente di polizia ha ucciso Abderrahim Mansouri, 28 anni,
cittadino marocchino , un colpo solo, esploso verso una persona che impugnava
quella che sembrava un’arma vera e che si è poi rivelata una pistola a salve. La
ricostruzione della vicenda è complicata poichè a parte i poliziotti non ci sono
testimoni e la ricostruzione fatta dall’agente si presta a legittimi
interrogativi.
Prima ancora che le indagini inizino davvero, la macchina della propaganda si è
già messa in moto. Matteo Salvini dichiara: “Sempre dalla parte delle forze
dell’ordine”. Ignazio La Russa ribadisce lo stesso concetto. I sindacati di
polizia gridano allo scandalo per l’iscrizione dell’agente nel registro degli
indagati. La Lega rilancia: serve subito lo scudo penale, basta “atti dovuti”,
basta poliziotti trattati da sospetti.
Il messaggio è chiarissimo: non accertare, non dubitare, non indagare. Credere.
E soprattutto proteggere. Si cerca di applicare nei fatti lo scudo penale per la
polizia già previsto nell’articolo 11 del nuovo decreto sicurezza ancora in
discussione. Si tratta di una procedura speciale per le forze dell’ordine che
porta velocemente all’archiviazione senza l’iscrizione nel registro degli
indagati.Una norma che porta in sè elementi di incostituzionalità e che
prefigura già ilmodello americano perseguito con la profilazione razziale usata
nei controlli di polizia ,l’istituzione di zone rosse ,l’inserimento dello
straniero nella categoria criminale ,la criminalizzazione del dissenso.
Ne parliamo con l’avvocato Eugenio Losco
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Giorgio Dellerba
dell’esecuzione Nazionale usb sul l’affidamento a liberi professionisti da parte
della Regione Lombardia delle attività di vigilanza sulla sicurezza e salute sui
luoghi di lavoro:
“Ennesima e plateale umiliazione delle funzioni ispettive.
In esecuzione di una Deliberazione della Giunta della Regione Lombardia
risalente ad aprile 2025, i servizi PSAL delle ATS lombarde pubblicano in questi
giorni i bandi per l’acquisizione di personale nell’ambito del servizio di
prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro. I profili professionali
spaziano dal dirigente medico agli ingegneri, dagli statistici agli informatici
fino agli infermieri. Questo personale, definito aggiuntivo, sarà impiegato in
attività di ispezione sui luoghi di lavoro, indagini su infortuni, progettazione
di specifiche aree di intervento per il contrasto a malattie professionali,
controlli sulla sorveglianza sanitaria, consulenza per la valutazione dei
rischi, verifica degli impianti e delle apparecchiature e altre attività
collaterali. Ma il nuovo personale ispettivo non sarà assunto attraverso un
concorso
pubblico bensì a partita IVA, per soli tre anni, come consulenti esterni della
Pubblica Amministrazione.
In questo modo, un’attività fondamentale per la prevenzione di un
fenomeno divenuto drammatico nel nostro Paese, con un ritmo di omicidi sul
lavoro che anche nel 2025 ha superato quota mille e con più di 600mila denunce
di infortuni, viene appaltata a liberi professionisti. Funzioni di ufficiali di
polizia giudiziaria vengono affidate a soggetti esterni, superando i vincoli
deontologici a cui sono sottoposti i funzionari adibiti a compiti di vigilanza e
determinando un intreccio pericoloso tra controllore e controllato.
L’attività di ispezione sui luoghi di lavoro è sempre più penalizzata
e le chiacchiere che il Governo ripropone ad ogni strage (purtroppo tragicamente
ricorrente), cui fanno seguito sempre nuovi impegni e decreti, corrispondono
invece al depotenziamento delle funzioni di vigilanza.
Ad aggravare la situazione sicurezza sul lavoro la strategia di questi ultimi
anni perseguita all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, in cui le direttive
assegnate hanno privilegiato, in nome del raggiungimento degli obiettivi e
quindi della meritocrazia, la quantità anziché la qualità delle ispezioni, oltre
a modifiche normative che appesantiscono, favori ai consulenti e alle aziende
(diffida amministrativa, Protocollo Asse.Co. etc…), personale amministrativo
ridotto all’osso, mancanza di riconoscimento dei rischi dell’attività esterna ed
enorme scarto tra il valore delle funzioni esercitate e salario riconosciuto.
Un vero e proprio smantellamento delle funzioni pubbliche con una precisa
strategia: indebolire i controlli e “non disturbare chi produce ricchezza.
Ora la Regione Lombardia compie un passo clamoroso verso la privatizzazione
delle attività di controllo.”
Buon ascolto
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Il secondo argomento della serata è stato quello della schedatura degli
insegnanti di sinistra attuata dal collettivo “Azione studentesca”, tramite un
questionario sottoposto a studenti e studentesse in diversi comuni d’Italia. In
collegamento telefonico con Serena Tusini dell’ osservatorio contro la
militarizzazione nelle scuole, abbiamo commentato questa notizia e altre,
riguardanti la deriva sempre più autoritaria attuata dal ministero dell’
istruzione e del merito nei confronti della libertà di insegnamento e in
generale contro un modello di scuola che si impegna a formare individui che
possano sviluppare un proprio pensiero personale critico. Questo modello che
sembrerebbe scontato preservare è in realtà costantemente messo sotto attacco
dall’ attuale Ministro Valditara, perché di fatto “figlio” delle fondamentali
rivoluzioni socio culturali iniziato nel ’68, un’eredità che vorrebbe essere
cancellata facendo piombare il mondo dell’ istruzione ai tempi del fascismo.
Buon ascolto
(foto di agnese giovanardi)
È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato
sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della
polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la
mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di
casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica
dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con
tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso,
il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza.
Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo,
monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo
lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi,
ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente,
un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco
Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo
fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno
che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto
il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito
da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente
e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che
riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole
espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare
presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e
piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo.
STORIA DI MASSIMO
È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un
gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con
una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza,
voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che
costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera
invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una
lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se
vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice
che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è
originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle
spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel
cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da
quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci
mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il
mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi
turisti».
Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi
caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi
sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi
accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a
togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come
un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le
braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a
Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando
cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno
sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo
firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un
quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è
bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica
mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma
niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al
piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi
avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o
io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e
venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di
arresti uguale primi otto mesi senza eroina».
Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato
da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di
lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio
un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per
rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare
regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche
soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora
ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre
salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al
campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto
la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso
a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io
coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine».
CON CHI STA IL TERZO SETTORE?
Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere
sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la
giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una
volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del
2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti
della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i
tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del
progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro
Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato
dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti
ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione
richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi
scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come
il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio,
quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non
limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su
piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del
mercato”.
>Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le
operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi
come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la
pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci
hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito
è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle
contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo
per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità
negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle
lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a
Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge
regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e
che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo
Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile
esempio da seguire.
Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine
mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare
lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la
colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai
ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita
all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro
informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito
di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o
le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere
spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo.
PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA
Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al
mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di
scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni
weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di
incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a
testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida
declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che
sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità
dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà,
mercataro da vent’anni, espulso dal campetto.
In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di
naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere
in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo
una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le
persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto:
«Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in
voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione
Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al
Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che
circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi
arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria
ci rimangono solo quelli già tesserati».
Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si
è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a
che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima
necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di
ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un
vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma
dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi
ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui».
A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per
l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come
distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato
aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso
rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto,
di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in
Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà
piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area
conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio,
saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di
Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della
piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro,
attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che
parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di
febbraio.
Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il
mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla
Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di
vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un
aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la
pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il
mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle
politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che
dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a
fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I
volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in
gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)
Sono continuati anche ieri i porogrom contro i palestinesi nei villaggi della
zona di Masafer Yatta con un coordinamento sempre più stretto fra militari e
coloni ,quando i coloni attaccano un villaggio i soldati bloccano le strade e
impediscono anche l’arrivo delle ambulanze.
La resistenza si manifesta nei villaggi dove risiedono dei giovani ma la
violenza dei coloni è aumentata si accaniscono contro il bestiame ,gli ulivi,i
pozzi d’acqua ,i pannelli fotovoltaici allo scopo di rendere impossibile la
permanenza degli abitanti palestinesi. Nei villaggi isolati e dove non c’è la
presenza dei solidali stranieri i coloni hanno gioco facile a cacciare i
residenti ,dopo il 7 ottobre il processo di annessione si è ulteriormente
accelerato e le operazioni militari prendono di mira i campi profughi.
A Tulkarem e Jenin si contano quasi 40000 profughi senza tetto le cui case sono
state demolite e si annunciano ulteriori demolizioni di strutture abitative.
Ne parliamo con una compagna che si trova in Cisgiordania
Mentre negli stabilimenti ex Ilva si continua a morire (l’ultimo incidente
mortale risale al 12 gennaio scorso) ,si parla di cedere gli impianti al fondo
speculativo americano Flacks . Le prospettive occupazionali sono tetre sono in
cassa integrazione ormai circa 3.600 lavoratori degli impianti tarantini su meno
di ottomila “diretti” dipendenti e si lincenzia anche nell’indotto come i 218
lavoratori della Semat sud di Taranto.
I lavoratori ex Ilva di Genova sono scesi in piazza rivendicando la
nazionalizzazione e reclamando la riconversione ecologica della produzione
contro la dicotomia ambiente /lavoro .
A Taranto invece si ragiona sulla bonifica per programmare un futuro diverso,
lontano dalla “monocultura dell’acciaio” e dalla logica del sacrificio. Il piano
Taranto elaborato da comitati cittadini è un documento contenente le linee guida
per la riconversione economica e sociale del territorio in ottica di chiusura e
alternativa radicale alle industrie invasive che attualmente vi insistono e che
sono portatrici di inquinamento e morte, oltre che di depressione economica ed
etica.
Si prospetta una chiusura dell’impianto e la bonifica di un’area grande il
doppio di Taranto utilizzando le competenze degli operai ora in cassa
integrazione considerando che dal 2012 a oggi lo stato ha già speso 3,6 miliardi
di euro per tenere in vita l’Ilva, attraverso una lunga sequenza di contributi,
prestiti, ingressi pubblici nel capitale, finanziamenti dei soci e misure
emergenziali. Una cifra enorme che, secondo il movimento, non racconta
l’esistenza di un piano industriale o sociale credibile, ma solo una catena di
salvataggi temporanei.
Ne parliamo con Raffaele Cataldi uno tra i fondatori del Comitato Cittadini e
Lavoratori Liberi e Pensanti.
Presa di posizione del Movimento No Muos
“La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione
centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né
archiviata come fatalità. Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle
fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo,
consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi,
infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete
ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e
all’assenza di trasporto pubblico. A questo si aggiunge l’assenza strutturale di
una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione
del dissesto idrogeologico. Opere frammentarie, manutenzioni episodiche,
interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in
sicurezza”.
È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già
stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento
franoso piuttosto esteso. Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di
scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune
aree sacrificabili.
Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e
determinante: la militarizzazione permanente del territorio. Niscemi è da molti
anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del
territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi
presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy,
all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective
System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso
esclusivo della Marina militare statunitense. Parliamo di un complesso militare
che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto
internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di
un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi.
Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale
tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale
dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni,
basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica”.
Cosi’ il Movimento No Muos che prende parola sugli eventi franosi che stanno
caratterizzando la citta’ che si affaccia sulla piana di Gela e che hanno
determinato lo sfollamento , al momento, di circa 1500 persone. Sentiamo
Federica del Movimento No Muos
da Radio Onda d’Urto
di Federico Giusti Questura, presidenza e organizzazioni studentesche di
governo: un volantinaggio “sensibile” rivela doppi standard, pressioni indebite
e un clima sempre più pesante nelle scuole pubbliche. I fatti La …
Riceviamo e diffondiamo il testo di un volantino, distribuito a Trento e altrove
in occasione della “giornata della memoria” (una memoria divenuta clava nelle
mani dei sionisti). Lo diffondiamo volentieri per due o tre motivi: perché ne
condividiamo il messaggio internazionalista (“un solo fronte, quello degli
oppressi”); perché ci sembra un buon aggiornamento su quanto sta succedendo in
Rojava e in Siria; perché le complicità con l’oppressione e adesso con lo
sterminio dei kurdi e di altre “minoranze etniche” in Siria sono anche qua, dato
l’appoggio ad Al Jawlani dell’UE e le collaborazioni anche militari dello Stato
italiano con quello turco, oltre che con gli USA: supporters, questi ultimi,
della lotta del Rojava finché ha fatto loro comodo, e ora – com’era prevedibile
– manutengoli dei suoi strangolatori…
DOPO LA PALESTINA, IL ROJAVA
Il nuovo ordine mondiale deciso da Trump col pieno assenso e sostegno
dell’Unione Europea avanza, e dopo Gaza, dove peraltro il genocidio continua a
bassa intensità dietro la maschera del finto cessate il fuoco, ora tocca al
popolo kurdo del Rojava.
A Muhammad al Jawlani, un passato con ruoli di rilievo in Al Qaeda, ISIS e
infine a capo di HTS, il movimento salafita che ha combattuto nella guerra
civile siriana sotto lo slogan “prima ci prendiamo Damasco, poi arriviamo a
Gerusalemme”, è bastato tornare al suo vero nome, Ahmad al Sharà, e dimenticarsi
della capitale palestinese per essere promosso da Trump nel gennaio 2025 a
leader della Siria del dopo Assad. Via la taglia da milioni di dollari che pure
gli stessi Stati Uniti avevano messo sulla sua testa, via le sanzioni
drammaticamente pagate da tutto il popolo siriano ed invito ufficiale a
Washington con tanto di red carpet ad attenderlo (solo pochi mesi prima lo
avrebbero deportato a Guantanamo).
Il primo anno del nuovo regime si è innanzitutto macchiato del sangue di
migliaia di donne e uomini alawiti e drusi, terribili massacri che qualche rara
voce ha giustamente denunciato come pogrom, mentre governi e media mainstream
occidentali li hanno subito liquidati come scontri con bande fedeli al deposto
Assad.
E così lo scorso 9 gennaio Ursula Von der Leyen è pacificamente volata in visita
ufficiale a Damasco annunciando lo stanziamento di 620 milioni di euro di aiuti
da parte della UE, nessun accenno che a pochi chilometri i quartieri di Aleppo a
maggioranza kurda di Sheikh Maqsood e Ashrafieh fossero nelle stesse ore sotto
feroce attacco per ordine di al Sharà, pesanti bombardamenti, comprese scuole e
ospedali, morti e feriti, 40mila civili in disperata fuga, per moltissimi la
seconda volta nella loro vita: avevano trovato precario rifugio ad Aleppo nel
2018 per l’occupazione turca e conseguente pulizia etnica nel cantone di Afrin.
Dopo mesi di false trattative su quantomeno una forma di autonomia per il Rojava
dove esiste di fatto una sorta di repubblica inevitabilmente a trazione kurda ,
ma che ha per pilastri fondamentali la parità etnica e la parità di genere, al
Sharà ha deciso di cancellarla sia politicamente che fisicamente su pressione
turca e sicuro del silenzio-assenso internazionale. Dopo i quartieri di Aleppo
le sue bande hanno preso il controllo pure di Raqqa, scriviamo bande perché è
impossibile distinguere tra effettivi di un regolare esercito statale e orde di
miliziani ex jihadisti riciclati. I video che giungono attraverso la rete
consegnano scene terrificanti: sangue su sangue, vilipendio di cadaveri, gli
slogan del più spietato e raccapricciante fanatismo e le donne a pagare come
sempre il prezzo più orrorifico, ci riportano ai tempi dell’ISIS.
Sono passati solo dieci anni, eppure sembra un secolo, da quando Kobane era
diventata simbolo universale della lotta contro il terrorismo integralista
islamico, le piazze di tutto il mondo si riempivano di solidali, addirittura le
giovani combattenti delle YPJ sulle copertine delle riviste patinate, tutto
dimenticato.
Al momento della stesura di questo testo, 23 gennaio, le forze miste kurdo-
arabe SDF hanno deciso di ritirasi a Kobane e lì opporre una strenua resistenza.
La città è già sotto assedio, manca acqua ed elettricità, terribilmente vero
quanto denuncia la portavoce delle YPJ Nesrin Abdullah: “Questo assedio è più
pericoloso di quello ad opera dell’ISIS del 2014, allora tutto il mondo a parte
la Turchia era con noi, oggi tutti sanno chi è al Sharà, cosa è HTS, cosa è in
realtà l’esercito siriano, eppure li sostengono apertamente”
Nella Giornata della Memoria “MAI PIU’ PER NESSUNO” è per il Rojava come lo è
per la Palestina, che nel corso della loro storia il popolo palestinese e quello
kurdo abbiano confidato in “amici” diversi, Turchia e vari governi arabi il
primo, innanzitutto Stati Uniti il secondo, non importa, li accomuna l’essere
poi sempre stati traditi e venduti. Alla nostra coscienza li unisce essere due
popoli a cui è negata l’autodeterminazione, a cui è stata usurpata la terra in
un Medio Oriente dove gli stati-nazione sono sorti a tavolino con matita e
righello a metà secolo scorso per interessi ed equilibri geopolitici delle
grandi potenze coloniali, disperdendo etnie, vietando idiomi, perseguitando
confessioni religiose, fomentando inimicizie e odi.
Il palestinese “Sumud resistere per esistere, esistere per r-esistere”
terribilmente uguale al kurdo “berxwedan jiyan la resistenza è vita”. Due popoli
pedine sacrificabili nel nuovo ordine imperiale dove nemmeno più formalmente
vengono rispettate norme e diritto internazionale per quel minimo che potessero
valere, l’ONU poco più di una assemblea condominiale, la forza bruta ormai
l’unica regola di cui Trump, torvo e intimidatorio quanto megalomane, è la
perfetta immagine.
La piazza che da 27 mesi veste i colori della Palestina non può che far proprio
il grido che arriva da Kobane.
CON LA RESISTENZA PALESTINESE CON LA RESISTENZA KURDA
CONTRO IMPERIALISMO E NEOCOLONIALISMO
UN SOLO FRONTE QUELLO DEGLI OPPRESSI
di Roberto Della Seta* La proposta di legge prevede di sanzionare come
«antiebraica» ogni critica radicale verso Israele e le sue politiche criminali a
Gaza e in Cisgiordania L’hanno fatto. …
Mentre aspettiamo di tradurre anche questo aggiornamento, apprendiamo e facciamo
sapere che anche Umer Khalid ha terminato lo sciopero, avendo ottenuto la fine
del blocco della corrispondenza. Inoltre tutti i Prisoners for Palestine hanno
dichiarato concluso il loro sciopero:
https://prisonersforpalestine.org/strike-ends/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/26/esercito-scuole-magicland-combattimento-militare-notizie/8269003/