FREE ALL ANTIFAS! CORTEO A MILANO IL 24
Prosegue il processo aperto per i fatti di Budapest contro compagnx antifa provenienti da tutta Europa. Lx imputatx rischiano, nei peggiori dei casi, fino a 24 anni di carcere, con l’accusa di aver partecipato in forma considerata violenta alle contromanifestazioni della “Giornata dell’onore”, raduno annuale dell’estrema destra e dei movimenti neofascisti europei. A quasi 3 anni di distanza, nel mese di gennaio le vicende giudiziarie avranno una brusca accelerazione, con i processi che inizieranno in Germania e Ungheria e la pronuncia sulle richieste di estradizione in Francia. Dal 15 gennaio sono previste manifestazioni di solidarietà in tutta Europa. A Milano il 24 gennaio è previsto un corteo che partirà alle 18 da Porta Genova per arrivare al carcere di San Vittore. Con un compagno del Comitato antirepressione di Milano abbiamo fatto il punto sul processo e abbiamo parlato della chiusura dei conti bancari di varie organizzazioni politiche, riconducibili all’area antifascista, da parte di GLS e Sparkasse in Germania.
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[2026-01-17] STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA @ Piazza borgo dora BALON
STRIDENTI ARMONIE DI LOTTA Piazza borgo dora BALON - Piazza borgo dora (sabato, 17 gennaio 11:00) "Stridenti armonie di lotta" è l'appuntamento mensile, alle ore 11, al Balon, Borgo Dora angolo Via Andreis, a cura del Cor'okkio ".....la sempre più pesante e orrida realtà induce a uscire nelle strade con canti di lotta e letture, per denunciare l'intollerabile ed ingiusta persecuzione da parte dei poteri attraverso ogni forma di repressione. A seguire sangria benefit per rifacimento tetto Barocchio
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[2026-01-24] Benefit Juanito @ El Paso Occupato
BENEFIT JUANITO El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino (sabato, 24 gennaio 15:05) Giornata benefit per Juan al Paso occupato <3 Juanito libre y morte alla polgai <3 dalle 15: aperitivo, brulè, vinyl dj set, mostre tematiche su estrattivismo e guerra, distro e serigrafia: portati una maglia, una mutanda, una pezza da serigrafare! dalle 17: approfondimento della situazione di Juan, spiegazione dell'impianto giudiziario, dna e udienze in videoconferenza,... confronto tra le varie operazioni contro i movimenti anarchici in italia e metodi di solidarietà per contrastarle dalle 19: buffet a offerta libera (è un benefit!) dalle 21: performance estripdrag "Elena lenguas" da Barcelona dalle 22 (presto!): inizio concerti con: -Eversione da Imperia -Fever, sempre da Imperia -Garpez da torino -Forklift da Lovereto/Rovinator (rovereto) -Mortaio da bell'ano (Calliano) -Il nodo hc da Trento a seguire vinili con le Ciliegine Viniliche da TIERNO ENTRATA OFFERTA LIBERA - È UN BENEFIT DIOCAN TUTTO IL RICAVATO (coperte alcune spese) ANDRÀ A JUAN, COMPAGNO ANARCHICO IN GALERA, SOLDI CHE GLI SERVONO PER LE SPESE VIVE E LEGALI SALUT, AMOR i ANA(L)RCHIA! <3
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Tav Avigliana – Rivoli – Rivalta – Orbassano
  Come abbiamo anticipato ieri, il progetto definitivo è stato formalmente depositato dalle Ferrovie ma non è pubblico. Sappiamo però alcune cose perché il tracciato e parte delle aree di […] The post Tav Avigliana - Rivoli - Rivalta - Orbassano first appeared on notav.info.
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UE, via libera all’accordo MERCOSUR e deregolamentazione degli OGM
Migliaia di agricoltorx europex negli ultimi mesi sono scesx in piazza per protestare contro l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il blocco sudamericano Mercosur. L’accordo tra Ue e Mercosur – il mercato di libero scambio sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – è stato fortemente voluto dalla commissione targata von der Leyen. Nonostante il no di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, l’intesa tra i due mercati continentali ha passato il vaglio dell’Ue e verrà ratificata tra una manciata di giorni. L’accordo ha l’obiettivo di facilitare lo scambio tra Ue e Mercosur, cancellando i dazi sulla grande maggioranza degli scambi commerciali. L’approvazione dell’accordo ha scatenato le proteste degli agricoltori. Alle imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard elevati, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del Mercosur, che potrebbero dunque riversarsi in Europa a prezzi molto più bassi dei costi di produzione europei. Per questo l‘Italia, essendo un Paese agricolo, si era schierata tra gli Stati contrari. Eppure, con un voltafaccia, Meloni ha deciso di dare parere positivo all’accordo commerciale, con la maggioranza degli Stati europei e Ursula von der Leyen si recherà in Paraguay sabato 17 gennaio per firmare l’accordo. Meloni si è fatta convincere dall’industria agroalimentare italiana, che d’ora in avanti trasformerà le materie prime importate dal blocco Mercosur a prezzi ridotti, a scapito di chi lavora la terra, e di chi si nutre dei prodotti di tale industria (pasta, mozzarella, sugo di pomodoro, etc). A guadagnarci sarà anche l’industria chimica tedesca, produttrice di fitofarmaci vietati severamente in Europa, che esporta anche nei paesi del Mercosur (e che torneranno nei nostri piatti attraverso i cibi), e in generale le industrie europee che hanno mercato nei latinoamericani aderenti al Mercosur. Non solo, 19 dicembre 2025, gli Stati membri dell’UE hanno votato a favore dell’accordo di trilogo sugli OGM ottenuti mediante nuove tecniche genomiche (OGM-NGT o TEA). In breve, hanno dato il via libera alla deregolamentazione degli OGM-TEA, con un accordo finale che non contiene alcuna disposizione per tutelare ilx agricoltorx e lx consumatorx dai rischi ad essi associati: nessuna tracciabilità, nessuna etichettatura dei prodotti, nessun metodo di rilevamento/identificazione, nessuna possibilità per gli Stati membri di vietare la coltivazione, nessuna modifica al diritto dei brevetti. Con il brevetto, si lascia mano libera alle multinazionali per il controllo delle sementi e la possibilità di ingannare i consumatori, inserendo OGM nei prodotti, non dichiarando nulla in etichetta Con Antonio, membro di ARI, del Coordinamento Europeo della Via campesina e di diversi suoi gruppi di lavoro, abbiamo parlato dell’accordo commerciale UE MERCOSUR e dei prossimi step per quanto riguarda la deregolamentazione degli OGM-TEA. Ascolta o scarica l’approfondimento.
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L’HTS attacca i quartieri curdi ad Aleppo
In Siria dalle macerie del post-Assad si sta consolidando il regime di Al-Sharaa, sostenuto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, oltre che dalla Turchia. Il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA), a cui si aggiunge una galassia di gruppi ribelli, poco dopo il suo insediamento in seguito a una repentina vittoria contro Assad, ha iniziato a prendere di mira le minoranze del Paese, con sfollamenti forzati e massacri di civili delle minoranze di alawiti, cristiani e curdi. Negli ultimi giorni l’offensiva di Al-Sharaa contro l’esperienza di autogoverno dellx curdx ha preso la forma di attacchi nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. Dall’inizio di gennaio si è assistito a una forte escalation militare delle milizie del regime di Damasco, che ha il sostegno di Trump e i soldi dell’Europa (Al-Sharaa ha ricevuto la visita di Ursula Von der Leyen proprio durante i giorni dell’offensiva delle sue milizie nei quartieri curdi di Aleppo, e ha da lei ricevuto un sostegno finanziario da 620 milioni di euro). Mentre l’esercito siriano attaccava i quartieri curdi di Aleppo, l’esercito turco ha schierato le sue truppe lungo tutto il confine con il Rojava. Venerdì, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane (SDF), Mazloum Abdi, ha annunciato il raggiungimento di un’intesa di cessate il fuoco che sta portando all’evacuazione dellx mortx, dellx feritx, dellx civili intrappolatx verso i territori a maggioranza curda dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Persone provenienti da tutte le parti del Rojava hanno provato a raggiungere Aleppo per unirsi alla resistenza, ma sono state fermate e bombardate. Ne abbiamo parlato con una compagna attualmente in Rojava.
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#3 2025/26 (Ruoli di genere nei testi pop con Chiara Paglialonga; Giancarlo Piacci: due canzoni per due libri)
IN QUESTA PUNTATA: ► 09:14: “Poesie al telefono” con Tea di Metix Flow, che ci legge Louise Glück da una falesia della Val di Susa ► 18:39: “Curiosità a caso” con Radiospalla Sol, che ci racconta l’assurda storia del delfino a cui provarono a insegnare a parlare (e una brevissima di Riccio che ci svela l’etimologia del/della propoli) ► 34:13: “Un pezzo di storia” con Frey dalla redazione di Vanloon (Radio Città Fujiko), che ci racconta la storia del musicista Jimmy Thudpucker e del fumetto “Doonesbury” ► 43:00: la sociologa Chiara Paglialonga ci parla della sua ricerca su sessismo, violenza e ruoli di genere nei testi delle hit pop, rap e trap degli ultimi anni ► 59:43: “I nomi delle vie, spiegati così così” con piazza Benefica (che in realtà non esiste) e un’incursione nella toponomastica bolognese con la misteriosa via Centotrecento ► 1:14:04: Giancarlo Piacci, scrittore e libraio, ci consiglia due canzoni abbinate a due libri (rubrica da oggi ribattezzata “Retrobottega”): “Cavallo pazzo” di Larry McMurtry abbinato a “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De André e “Decadenza e fascino” di Eva Baltasar abbinato a “Bruja” dalla colonna sonora di “Frida Kahlo. The life of an icon”, curata da Rafel Plana E POI QUESTE CANZONI: – Davicito59, Junior Caldera, Luxor “Donaltron” – Molly Nilsson “How Much Is The World” – Gemitaiz & Coez “Brother & Sister” – Jimmy Thudpucker “Too Poor” – Tito Sherpa “Tutto giusto” – English Teacher “The Worlds Biggest Paving Slab” – Rafel Plana & AA.VV. “Bruja” Più info su: www.putage.net
Doonesbury
Giancarlo Piacci
questioni di genere
Lavoratore muore per il freddo nei cantieri delle Olimpiadi a Cortina. “Lo specchio del lavoro tossico e nocivo dei grandi eventi”
È morto per il freddo all’età di 55 anni Pietro Zantonini, originario di Brindisi, durante un turno di vigilanza notturna nel cantiere delle olimpiadi Milano-Cortina. Emergono in queste ore interrogativi pesanti su sicurezza, turni e condizioni di lavoro: l’uomo infatti svolgeva la sorveglianza da solo, nei pressi di un gabbiotto riscaldato con una stufetta, con temperature esterne oltre 10 gradi sotto lo zero. Ogni due ore usciva per effettuare la ricognizione nei pressi del cantiere dello stadio del ghiaccio. La notte tra il 7 e 8 gennaio, però, ha chiamato i colleghi per segnalare che si sentiva male. Arrivati i soccorsi, l’uomo era già morto. Pietro Zantonini aveva più volte manifestato “preoccupazione e lamentele in merito alle condizioni di lavoro, ai turni notturni prolungati e alla mancanza di adeguate tutele”. “Elementi – spiega l’avvocato della famiglia, Francesco Dragone – che rendono necessario un approfondimento giudiziario e che riportano al centro dell’attenzione il tema della sicurezza e delle condizioni di lavoro nei cantieri e nei servizi collegati ai grandi eventi, in particolare in vista delle Olimpiadi Invernali del 2026”. Intanto proseguono le proteste e le iniziative di sensibilizzazione contro le “insostenibili” Olimpiadi di Milano-Cortina, a meno di un mese dal loro inizio: qui il calendario delle iniziative di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di Milano. Luca, del Collettivo Off Topic e di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di Milano, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. da Radio Onda d’Urto
[2026-01-14] Assemblea cittadina @ via Buniva 19 Torino
ASSEMBLEA CITTADINA via Buniva 19 Torino - - (mercoledì, 14 gennaio 18:00) Ci uniamo all'appello del Comitato Vanchiglia Insieme per invitare all'assemblea VANCHIGLIA CHIAMA TORINO di Mercoledì 14 gennaio alle ore 18 presso la Scuola Fontana in via Buniva 19. "Ci rivolgiamo a tutte e tutti coloro che abitano in questa città e che credono negli spazi sociali liberati dalla logica di mercato, gratuiti, aperti ed accoglienti. Ci rivolgiamo a tutti e a tutte coloro che ritengono necessario manifestare il proprio dissenso per una società che sempre più spinge la gente verso la solitudine, l'impotenza e la disumanizzazione. Privare Vanchiglia e Torino dell' Aska vuole dire privare tutte e tutti noi di uno spazio di libertà, socialità e dissenso. Militarizzare il quartiere è un atto di violenza contro i cittadini, contro i lavoratori, contro i bambini che vanno a scuola: è simbolo della prepotenza senza diritto che ormai dilaga. Vanchiglia chiama Torino Per raccogliere lo sconcerto rispetto a questa operazione di repressione, che rappresenta un attacco alla comunità tutta di questa città. Per iniziare a ragionare collettivamente sugli spazi fisici o virtuali attraverso cui connetterci. Per intrecciare percorsi, condividere pensiero e generare nuove forme di lotta e resistenza. È arrivato il momento di guardarsi negli occhi, di riflettere insieme e costruire un posto migliore. Il futuro è qui. Comincia adesso."
All’osteria del Vaticano
(disegno di otarebill) Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino, Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano Portelli.  *   *   * A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima, Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle richieste dei clienti. Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non si è concluso. Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge. La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei baraccati devastati dall’eroina. Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura, affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle. Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines, già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba. Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire. “La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”, gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli “Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco, in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e nel buio incatenarli. “La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa. Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato, espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora: un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in gioco per capire come e dove agire. Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati, colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
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Le proteste in Iran colpiscono al cuore la legittimità del regime. Riusciranno nel loro intento?
La Repubblica Islamica ha sempre dato prova di creatività nel sopravvivere. Ma questa volta deve affrontare richieste che non possono essere placate con concessioni materiali. Di Lior Sternfeld, tradotto da +972 Magazine Il 28 dicembre sono scoppiate proteste antiregime in diverse città iraniane, che in pochi giorni si sono diffuse in tutta la Repubblica Islamica, diventando la più significativa ondata di disordini dal 2022, anno della rivolta “Donna, Vita, Libertà”. A differenza dei precedenti cicli di proteste, questa volta non c’è stata una questione predominante. I manifestanti hanno gridato slogan contro la carenza d’acqua, il crollo della valuta, la corruzione del governo e le avventure militari regionali del regime con uguale furia. La simultaneità e la proliferazione geografica delle proteste – che hanno coinvolto oltre 100 città e paesi – è particolarmente rivelatrice. Non si è trattato di azioni coordinate da un’opposizione organizzata, ma piuttosto della combustione spontanea di una società che ha raggiunto il punto di rottura. Dalle periferie povere di Teheran ai quartieri della classe media di Shiraz, dalle città curde dell’ovest alle zone baluchi nel sud-est, gli iraniani sono scesi in piazza per chiedere conto a un regime che non è più in grado di fornire nemmeno i servizi di base, come un approvvigionamento idrico affidabile. Che un’altra ondata di proteste avrebbe travolto l’Iran non è stata una grande sorpresa. Negli ultimi dieci anni, il deterioramento delle condizioni economiche del Paese ha ripetutamente alimentato disordini a livello nazionale. L’iperinflazione, attualmente stimata tra il 42 e il 48% annuo, e il crollo effettivo della valuta nazionale hanno devastato il tenore di vita. Il valore del rial è crollato da circa 40.000 per dollaro all’inizio del 2018, prima dell’attuazione della campagna di sanzioni “massima pressione” dell’amministrazione Trump, a un tasso di cambio reale stimato oggi di quasi 1,5 milioni di rial per dollaro. Questa caduta libera dell’economia ha coinciso con la crescente visibilità – e le conseguenze sempre più rovinose – della corruzione statale. Ciò che contraddistingue l’attuale ondata di proteste, tuttavia, non è solo ciò che chiedono i manifestanti, ma anche la crescente incapacità del regime di placarle. Una delle strategie di lunga data della Repubblica Islamica è stata quella di assorbire i disordini attraverso una combinazione di repressione e concessioni: lasciare che le proteste covassero sotto la cenere prima di reprimerle violentemente, offrendo contemporaneamente concessioni materiali. Le proteste nazionali del 2017-18 e del 2019, ad esempio, scatenate dal peggioramento delle condizioni economiche, sono state represse con brutalità, ma hanno anche portato a modeste concessioni sotto forma di sussidi per il carburante e il cibo, adeguamenti di bilancio e modifiche delle politiche economiche. Allo stesso modo, dopo la rivolta del 2022, lo Stato ha effettivamente sospeso l’applicazione dell’obbligo dell’hijab nel tentativo di indebolire lo slancio del movimento. Studenti dell’Università di Tecnologia Amirkabir protestano contro la Repubblica Islamica a Teheran, Iran, 20 settembre 2022. (Darafsh/CC BY-SA 4.0) Da quando la rivolta del 2022 si è placata, l’Iran ha dovuto affrontare molteplici shock politici, economici, sociali e geopolitici. Tra questi figurano la morte improvvisa del presidente Ebrahim Raisi e di altri alti funzionari in un incidente elicotteristico; l’elezione di un presidente riformista per la prima volta dal 2005; la reintroduzione delle sanzioni dell’ONU nel settembre 2025; l’effettivo crollo dell’intera struttura di potere regionale del regime, da Hezbollah in Libano al regime di Assad in Siria; e il primo scontro militare diretto dell’Iran con Israele nel 2024. Di conseguenza, la guerra di 12 giorni del giugno 2025 ha distrutto uno dei pilastri fondamentali dell’immagine che il regime aveva di sé stesso. Nonostante anni di retorica aggressiva, il conflitto ha dimostrato a molti iraniani che il Paese era effettivamente indifeso contro Israele, che gli aerei israeliani potevano bombardare Teheran e altre città impunemente e terrorizzare la popolazione, senza incontrare alcuna resistenza significativa da parte dell’esercito iraniano. Sebbene la guerra abbia temporaneamente favorito un senso di solidarietà nazionale tra il regime e coloro che altrimenti ne sarebbero stati critici, questa riconciliazione non è durata a lungo. Al momento della stesura di questo articolo, gli scontri a Teheran si stanno intensificando e le manifestazioni continuano a diffondersi, con almeno 45 manifestanti uccisi e oltre 2.000 arrestati. Il regime iraniano ha mantenuto il potere per oltre quattro decenni offrendo concessioni tattiche quando necessario, ma anche senza esitare a ricorrere alla forza brutale. Questa ondata di proteste sfida quella strategia di sopravvivenza in modo nuovo. Se in passato le rivolte potevano essere contenute attraverso concessioni specifiche, ora la richiesta è quella della responsabilità stessa. E quando i fallimenti accumulati hanno eroso anche la capacità dello Stato di fornire acqua, nessuna concessione tattica può essere sufficiente. RAGGIUNGENDO IL PUNTO DI ROTTURA All’inizio di dicembre 2025, la crisi idrica in Iran, prevista da tempo, ha raggiunto proporzioni catastrofiche. Il fiume Zayandehrud a Isfahan, un tempo linfa vitale per l’agricoltura della regione, era prosciugato da mesi. Nel Khuzestan, i residenti hanno riferito di ricevere acqua corrente solo due giorni alla settimana. Nei quartieri popolari della zona sud di Teheran, le famiglie si sono svegliate con i rubinetti completamente asciutti, costringendole ad acquistare acqua in bottiglia a prezzi esorbitanti o a fare la fila per ore davanti agli autocarri dell’acqua comunali. Il cambiamento climatico ha giocato un ruolo significativo in questa crisi: la deforestazione e la desertificazione hanno subito una drammatica accelerazione e, con inverni sempre più secchi, il manto nevoso sui monti Zagros e Alborz, fonte di gran parte dell’acqua dolce dell’Iran, è diminuito drasticamente. Tuttavia, la crisi idrica è anche il risultato di decisioni politiche, il culmine di decenni di cattiva gestione. Il regime ha dato priorità a progetti agricoli ad alto consumo idrico e allo sviluppo industriale in regioni con scarsa disponibilità d’acqua per motivi di clientelismo politico, ignorando gli avvertimenti degli scienziati ambientali e omettendo di investire nella conservazione o nella riparazione delle infrastrutture idriche fatiscenti, dove si stima che il 20-30% dell’acqua venga perso a causa di perdite prima di raggiungere i consumatori. In particolare, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che controlla vasti interessi economici tra cui l’edilizia e l’agricoltura, è stato implicato nella costruzione illegale di dighe e in progetti di deviazione delle acque che servono i suoi interessi commerciali, devastando al contempo le comunità locali. Per molti iraniani, la scarsità d’acqua è diventata la prova più tangibile che il sistema non è solo corrotto o mal gestito, ma fondamentalmente incapace di governare. L’Iran dispone di notevoli risorse idriche, ma la cattiva gestione ha creato una scarsità artificiale. La consapevolezza che la loro sofferenza non è inevitabile, ma il risultato diretto delle scelte politiche del regime, ha mobilitato coloro che un tempo speravano ancora in una riforma graduale. Una delle principali linee di frattura del momento attuale è la questione dei negoziati sul nucleare con l’Occidente e la prospettiva di un allentamento delle sanzioni. Il presidente Masoud Pezeshkian, che ha esortato la classe politica ad ascoltare i manifestanti e a rispondere alle loro richieste, è stato eletto in parte proprio per perseguire tale apertura con le potenze occidentali. Tuttavia, dopo quattro decenni di sanzioni, l’economia iraniana ha sviluppato meccanismi che le hanno permesso di funzionare, dando origine a nuove élite benestanti e erodendo al contempo la tradizionale classe media: élite che potrebbero opporsi a qualsiasi accordo proprio perché esso sconvolge uno status quo a loro vantaggioso. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. (Ayoub Ghaderi/CC BY 4.0 Deed) La crescente consapevolezza da parte di molti iraniani che, a causa degli estremisti di Teheran e dell’impossibilità di fidarsi delle intenzioni di Donald Trump, non si intravede alcun accordo all’orizzonte, potrebbe spiegare il senso di disperazione che ha alimentato questa ondata di proteste. È in questo contesto che va interpretata l’escalation delle manifestazioni, che coinvolgono tutte le fasce d’età, le classi sociali, le etnie e i settori. Le rivendicazioni sono molteplici: libertà civili, politica economica, svalutazione della moneta, carenza d’acqua, infrastrutture fatiscenti e perdita di qualsiasi percorso credibile per tornare alla normalità. Tuttavia, tutte convergono verso un’unica richiesta fondamentale: la responsabilità. Qui risiede sia la sfida che l’opportunità che il movimento di opposizione iraniano deve affrontare. Le precedenti ondate di proteste hanno articolato richieste più limitate e tangibili – sussidi, salari, adeguamenti politici – alle quali il regime ha potuto rispondere con concessioni limitate. La responsabilità, al contrario, non è qualcosa su cui si può negoziare. Quali concessioni può offrire un sistema quando è la sua stessa legittimità ad essere messa in discussione? IL FATTORE ESTERNO Israele e Stati Uniti hanno un peso rilevante nei calcoli dei manifestanti iraniani, anche se non nel modo in cui molti osservatori occidentali suppongono. Sebbene i funzionari israeliani non abbiano nascosto il loro desiderio di un cambio di regime in Iran, e nonostante le recenti dichiarazioni bellicose di Benjamin Netanyahu, le prove concrete di un imminente attacco militare sono limitate. La guerra di 12 giorni di giugno ha dimostrato la schiacciante superiorità militare di Israele, ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il risultato più importante ottenuto da Netanyahu in quel conflitto potrebbe risiedere proprio nel fatto che le capacità nucleari dell’Iran non sono state distrutte. Il persistere della minaccia iraniana è fondamentale per la sopravvivenza politica del primo ministro. Nel frattempo, a Washington, il presidente Trump ha pubblicamente minacciato un intervento qualora le forze di sicurezza iraniane dovessero intensificare la repressione e uccidere i manifestanti. Il rapimento da parte dell’amministrazione del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie conferisce certamente credibilità alle minacce di Trump, ma ha anche attivato profonde ansie iraniane riguardo all’intervento straniero. Un’azione militare israeliana o americana mentre gli iraniani scendono in piazza andrebbe quasi certamente a vantaggio del regime, consentendogli di dipingere le rivendicazioni interne come destabilizzazione sostenuta dall’estero. La memoria politica iraniana è lunga: il colpo di Stato del 1953 della CIA e dell’MI6 contro Mosaddeq, che i funzionari britannici e americani giustificarono come un modo per salvare l’Iran dal caos, inaugurò invece 25 anni di dittatura. Il parallelo con la discussione aperta di Trump sul controllo delle risorse petrolifere del Venezuela non sfugge agli iraniani, che vedono le promesse di “liberazione” come una copertura per il dominio imperiale. Ecco perché lo slogan «Morte al tiranno, che sia re o leader [supremo]» risuona con tanta forza. Gli iraniani rifiutano la Repubblica islamica, ma anche le alternative sostenute dall’estero e promosse da figure in esilio come Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià, che dalla comodità della sua casa vicino a Washington, D.C. chiede ai manifestanti di combattere fino alla fine. Sebbene gli slogan pro-Pahlavi siano apparsi più frequentemente rispetto alle passate ondate di proteste, in linea di massima la maggior parte degli iraniani sembra desiderare sovranità, democrazia e responsabilità, non un ritorno alla monarchia o la sottomissione agli interessi strategici delle potenze straniere. Non è ancora chiaro se questa ondata avrà successo laddove altre hanno fallito. Il regime conserva un notevole potere coercitivo, l’opposizione rimane frammentata e l’intervento straniero rischia di ostacolare piuttosto che favorire le aspirazioni democratiche. Tuttavia, la convergenza di collasso economico, catastrofe ambientale, umiliazione regionale e legittimità esaurita suggerisce che l’Iran potrebbe essere entrato in una nuova fase. Ciò non significa che la Repubblica Islamica sia sull’orlo del collasso: essa ha ripetutamente dimostrato la sua creatività nel trovare modi per sopravvivere. La questione non è se il cambiamento avverrà, ma quale forma assumerà e a quale costo per il popolo iraniano. Foto di copertina: Gli iraniani si radunano bloccando una strada durante una protesta a Kermanshah, Iran, l’8 gennaio 2026. (Kamran / Middle East Images / AFP via Getty Images)