(disegno di mina de sanctis)
Insegno nei corsi per disoccupati iscritti ai programmi Gol (Garanzia di
occupabilità dei lavoratori). In queste settimane per andare fuori Milano
utilizzo diversi mezzi pubblici, sempre senza biglietto. Lavoro per quindici
euro lordi l’ora con partita Iva senza rimborso spese di viaggio. L’ente di
formazione che vince la gara d’appalto riceve finanziamenti per erogare i corsi
e affida a me l’incarico senza assunzione, quindi senza nessuna tutela. Se pago
i biglietti non rientro nelle spese.
Oggi è lunedì per tutti. Ieri era la domenica del referendum sul lavoro (meno
licenziamenti, più diritti in regime di subappalto, più sicurezza, meno
precariato, ecc.). Solo una persona su quindici è andata a votare, le altre
abbassano gli occhi. I corsi Gol sono stati istituiti dalla riforma del Reddito
di cittadinanza voluta dal governo Meloni. La parola “garanzia” contenuta
nell’acronimo ha un che di spiccatamente propagandistico. Una corsista di Milano
un giorno raccontava di andare da Pane Quotidiano (un’organizzazione laica e
apolitica che distribuisce generi alimentari di prima necessità a chi ne ha
bisogno). In questi giorni ho scoperto dove si trova: tutte le mattine alle
sette ci passo davanti in bici prima di prendere il treno, ho notato la fila e
ho capito che era Pane Quotidiano. Penso che potrei fermarmi lì al posto di
andare a lavorare. A conti fatti mi converrebbe, sarebbe la stessa cosa, al
posto di andare a lavorare per pochi euro potrei andare a prendere da mangiare
lì.
È martedì e invece di passare da viale Monza, prendo un’altra strada che mi
suggerisce Google Maps: il percorso passa in mezzo al verde e decido di seguire
quella strada per inebriarmi del profumo dei tigli di inizio estate. Inizia
un’avventura tra strade chiuse, parchi in mezzo a costruzioni in corso e palazzi
nuovi. All’inizio è tutto di un verde Lombardia (non quello istituzionale ma
quello naturalistico di maggio-giugno: verde ossido di cromo con un po’ di ocra
gialla dentro), poi passo da via Verona e penso al verde veronese e alla sua
dimensione più trascendente. Mi fermo due secondi a guardare Maps (non ho gli
airpods), poi incrocio gatti neri, corvi, uccelli non identificati, laghetti, un
bacino d’acqua con canne intorno. Gli operai sono già nei cantieri dei nuovi
palazzi, attraversa la stradina sterrata un leprotto prima di arrivare in via
“Carlo” Marx. In via Carlo Marx c’è finalmente una ciclabile e vado dritto per
un po’. Poi incrocio via Edison e, mentre penso che la lepre sia stata
un’allucinazione, vedo delle indicazioni per una generica “archeologia
industriale” e giro per via Acciaierie. Corro ancora, e finalmente attraverso
l’ultimo tratto verso il parcheggio della stazione. Faccio la mia gloriosa curva
finale salutando il parcheggiatore a grandi sbracciate. Mi sono messa
d’accordo con lui per lasciare la bici nel parcheggio delle auto in cambio di un
dolce tipico della provincia di Como. Non riuscirei ad affrontare economicamente
e psicologicamente un furto in questo momento.
Nel pomeriggio rientro a Milano, passo dal supermercato e inizio a sentirmi già
a rischio crollo nervoso. Immagino il titolo: “Docente di corsi per disoccupati,
sottopagata da ente di formazione finanziato da Città Metropolitana di Milano ha
una crisi di nervi mentre non riesce a pagare la spesa al supermercato perché
non le funziona il bancomat”.
Nei giorni dopo, il giro da via Carlo Marx è troppo faticoso e quindi seguo
tutte le mattine da viale Monza e tutte le mattine vedo la fila davanti Pane
Quotidiano e tutte le mattine sono tentata dal lasciare tutto e fermarmi lì.
Faccio i conti mentre pedalo e sono certa che sarebbe la stessa cosa ma vado
avanti.
Che senso ha continuare ad andarci?
Arrivo correndo al primo binario e il treno è stato cancellato, vedo da lontano
gente in cerchio davanti al tabellone. In cerchio si creano commenti e affinità
ma soprattutto si fanno foto al tabellone. È difficile fotografarlo, infatti non
è un tabellone normale ma piuttosto un televisore panciuto che ha una frequenza
di pixel diversa dalle fotocamere. Contrariamente all’evidenza della
cancellazione, queste foto appaiono poi nei telefoni confuse e indefinite.
Immagino una mostra con tutte queste foto con mezzi schermi, righe e diagonali.
Titolo della mostra: “CANC”.
Le fotografie in cui i telefoni riescono a sintonizzarsi sulla frequenza del
televisore panciuto giungono poi al datore di lavoro per giustificare il
ritardo. Penso alle email o gruppi whatsapp pieni di queste foto. Io non ho un
datore di lavoro ma devo giustificarmi lo stesso, anche per rispetto dei
disoccupati che mi aspettano. Sarà forse che continuo ad andare a lavorare per
arrivare sbracciando nel salutare sorridente il parcheggiatore da lontano?
Magari per immaginare mostre con stampe fotografiche sfavillanti? Vado forse a
lavorare per dare un senso alle mie giornate altrimenti poi mi deprimo? In un
podcast dicevano che Sylvia Plath usasse imbellire la realtà, sono forse sulla
sua strada?
Ma peggio della strada di Sylvia ci sarebbe il mio amico (uno che cita Marx a
destra e a sinistra) che mi definisce campagnola per i miei baratti o mondina
perché mi piace fotografare le risaie del pavese dal treno all’alba con la luce
che filtra nella nebbia bassa – mentre vado in un’altra città per un altro
lavoro. Di questa attitudine derubricata dal mio amico farebbe parte anche
l’autista della corriera (terzo mezzo pubblico che prendo per arrivare a questo
lavoro) che urla «forza Tarantoooo» mentre percorriamo le curve della Brianza
collinare (i boschi fuori dal finestrino si incurvano e distendono e io sono
felice).
Abbellimenti a parte, il treno è stato cancellato e il prossimo arriva tra
mezz’ora. È estate, fa già caldo alle otto di mattina, mi metto all’ombra sotto
degli alberi a lato dei binari. C’è odore di escrementi umani ma mi fermo per
ascoltare un tipo sguaiato che insulta la sua partner o collega/partner
dicendole «tuo padre non ti mantiene come ti mantengo io! Tu in casa mia mangi!
Con tuo padre frigorifero vuoto, ricordalo! La tua famiglia sono zingari!».
Iniziano i lavori stradali e non sento bene.
L’odore di escrementi si fa più forte.
A UN UOMO.
IOO LO SONO!
GRAZIE A CHI MANGI?
MANGI GRAZIE A ME.
BASTA.
TI TAGLIO IL CULO
Qui sto per intervenire.
TORNA A FARE LA FAME.
TUO PADRE NON TI VUOLE IN CASA.
Lei risponde: «Non capisco».
Lui dice: «Sei libera ora, torna a fare la fame».
Lo ripete tipo ritornello.
GRAZIE A ME, RICORDATELOOO.
L’olezzo è troppo forte e lascio la storia d’istinto, salgo su un treno solo per
scendere alla stazione successiva e aspettare il mio treno in una stazione più
bella.
Il primo lavoro che ho fatto è stato a quattordici anni. Papà mi mandò a
lavorare in campagna con il caporale e l’autobus, tutto questo lo fece con
benevolenza per farmi andare in pensione a un’età dignitosa. Papà non poteva
sapere dello sfascio successivo del mondo del lavoro. Mi svegliavo alle tre e
mezza del mattino, andavo in motorino con la mia amica fino al paese e lì
prendevamo questo autobus che ci lasciava in una stradina in mezzo a immensi
vigneti. Eravamo tutte donne e lui, il capo, passando urlava quasi simpatico:
«Allegr à li meeen!». Mi chiedevo cosa significasse questa “allegria delle
mani”. Compresi che era un incitamento a essere rapide e concentrarci sulle mani
più che chiacchierare. Mi chiedevo perché fossimo tutte donne e sentii dire da
mia nonna che le donne erano adatte a quel mestiere perché hanno le mani sottili
e riuscivano a infilarsi meglio nei grappoli d’uva e togliere gli acini piccoli.
Chiesi a mia nonna perché si tolgono gli acini piccoli e mi disse che «vanno
tolti quelli piccoli per far crescere meglio i più grandi».
L’estate dopo invece lavorai solo pochi giorni e dovetti tornare presto in città
perché non stavo bene. Mi era già iniziato un certo malessere e papà passò dai
calcoli pensionistici a calcolare le spese di una più cara psicoterapia
d’urgenza.
Dopo qualche giorno incrocio di nuovo i due, questa volta muti, lui è vestito da
agente immobiliare, va avanti spedito, lei lo segue di corsa. Non ho il coraggio
di guardarla perché non sono intervenuta e mi sento in colpa.
Non li ho più incontrati, le settimane di lavoro fuori Milano stanno finendo,
vado ancora a lavorare e non mi sono fermata da Pane Quotidiano. Penso che
quando finirò mi mancherà il parcheggiatore, arrivare e salutare a grandi
sbracciate; scampanellare su viale Monza, prendere il fresco degli alberi su via
Carlo Marx, l’autista che urla forza Taranto. Penso che sono andata a lavorare
perché ho preferito passare in mezzo ai laghetti incrociando lepri e poi sbucare
in via Carlo Marx con un ruolo.
Non mi mancheranno invece i disoccupati che mi odiano e che mi vedono come la
parte di società privilegiata, il contraltare colpevole della loro
disoccupazione. Non sanno che io tutte le mattine penso che forse sarebbe meglio
non andare fino lì, che sarebbe meglio non lavorare, che alla fine non conviene,
che vorrei fermarmi alla distribuzione di cibo per i poveri (chiamiamo le cose
con il loro nome). Non posso dirlo perché non mi ascolterebbero neanche più e la
mia vita sarebbe ancora più difficile.
Finisco l’incarico, sono stanca e ho bisogno di riposare. Vorrei andare da Pane
Quotidiano a prendere una spesa per completare il mio reportage ma non ho
neanche la forza mentale per farlo. A settembre, dopo un’estate passata senza
percepire la disoccupazione (NASpI) il lavoro di docenza mi viene riproposto a
dieci euro l’ora lorde con partita Iva. Non accetto. (mina de sanctis)
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15 a
Torino
di seguito pubblichiamo l’indizione chiamata da Rete dei Comunisti e firmata da
numerose realtà cittadine
Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela
e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro e di sua moglie , Primera
Combatiente, Cilia Flores, da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti si
inserisce nella crisi del capitalismo occidentale e nella tendenza alla guerra e
al riarmo. L’aggressione al Venezuela non è solo il tentativo di appropriarsi
delle ricche risorse strategiche presenti sul territorio, ma anche di tornare ad
affermare il controllo su quello che Washington continua a considerare il
proprio “cortile di casa”, nonché un attacco a un modello alternativo alla
barbarie dell’imperialismo.
Il pretesto è la falsa accusa di narcoterrorismo, dopo che Trump ha concesso
l’indulto all’ex presidente dell’Honduras condannato da un tribunale
statunitense a 45 anni di prigione per l’accertato trafico di 400 tonnellate di
cocaina.
Mentre i presidenti di Colombia, Messico, Nicaragua, Honduras, Cuba e Brasile
hanno denunciato l’attacco criminale e illegale degli USA, una esibizione della
rinnovata dottrina Monroe e dell’aggressività imperialista statunitense, il
governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo
Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la
natura predatoria dell’imperialismo occidentale.
Chiamiamo allora per sabato 10 gennaio una manifestazione a Torino in sostegno
del Venezuela bolivariano, per la liberazione del presidente Maduro, contro il
terrorismo a stelle e strisce.
Convinti che difendere la rivoluzione bolivariana sia difendere un’esperienza
reale di società alternativa alla sfruttamento e alla guerra del capitalismo
occidentale.
Giù le mani dal Venezuela!
Libertà per Maduro!
Yankee go home!
Da Radio Blackout
In Palestina il genocidio per mano israeliana prosegue nel silenzio della
maggior parte dei media. Questa mattina gli spari dell’esercito di occupazione
israeliano contro il campo profughi di Jabalia, nel …
Prigionieri per la Palestina in sciopero della fame: dopo 64 giorni di digiuno,
soffrono di spasmi muscolari incontrollabili e difficoltà respiratorie
di Prisoners for Palestine
Heba Muraisi, detenuta per la Palestina in sciopero della fame, sta soffrendo di
spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e
difficoltà respiratorie, mentre continua il suo sciopero della fame a tempo
indeterminato.
Muraisi è diventata la persona che ha portato avanti lo sciopero della fame più
a lungo, raggiungendo oggi i 64 giorni di sciopero della fame iniziato il 3
novembre 2025. Parlando con Prisoners for Palestine, Muraisi ha descritto di
“avere spasmi muscolari e contrazioni al braccio” e di “sentirsi come se
trattenesse il respiro senza sapere perché, come se dovesse ricordare a se
stessa di respirare”.
Muraisi ha affermato che non interromperà il suo sciopero della fame finché il
carcere non acconsentirà al suo trasferimento all’HMP Bronzefield: alla fine
dello scorso anno è stata trasferita improvvisamente dall’HMP Bronzefield
all’HMP New Hall, che dista centinaia di chilometri dalla sua famiglia e dalla
sua rete di sostegno. Heba Muraisi è detenuta in custodia cautelare da oltre un
anno per attivismo a favore della Palestina, superando i limiti standard di
custodia del Regno Unito, e chiede anche l’immediata concessione della libertà
provvisoria come parte delle sue richieste per porre fine allo sciopero della
fame, nessuna delle quali è stata ancora soddisfatta. È ormai al terzo mese di
sciopero della fame con l’impegno incrollabile di garantire che queste richieste
siano soddisfatte.
Un secondo scioperante della fame, Kamran Ahmed, è stato ricoverato in ospedale
per la quinta volta dalla settimana scorsa, da quando ha iniziato lo sciopero
della fame. Ahmed ha riferito di essere stato ammanettato con doppie manette
durante tutta la sua degenza in ospedale, il che gli ha provocato un gonfiore ai
polsi. Il personale sanitario ha avuto grandi difficoltà a inserirgli il
catetere a causa degli effetti che lo sciopero della fame ha avuto sul suo
corpo, causando il restringimento delle vene e rendendole molto difficili da
individuare.
Gli esperti medici hanno espresso preoccupazione per questo trattamento, che lui
ha dovuto affrontare costantemente durante i ripetuti ricoveri ospedalieri.
Ahmed ha segnalato una perdita uditiva intermittente mentre entra nel 57° giorno
di sciopero della fame, raggiungendo un punto critico in cui è molto probabile
che si verifichino danni fisici irreversibili.
Sebbene non sia riuscita a visitare Heba, in una lettera indirizzata a lei, sua
madre, Dunya, ha scritto: “Siamo qui dietro di te, ti sosteniamo e ti amiamo
senza limiti. Non importa quanto duri la notte dell’attesa, il sole della
libertà sorgerà sicuramente”.
Oggi Prisoners for Palestine ha annunciato che T Hoxha ha sospeso il suo
sciopero della fame dopo aver ricevuto varie richieste, tra cui la consegna
della posta arretrata risalente a sei mesi fa, un libro con le scuse per il
ritardo e una visita confermata con un membro della Joint Extremism Unit (JEXU)
per discutere delle sue condizioni di detenzione individuali. Da quando ha
terminato il suo sciopero della fame sabato sera, la prigione ha rifiutato di
mandarla in ospedale nonostante le richieste, poiché non è in grado di gestire
in modo sicuro la reintegrazione alimentare, che potrebbe causare la sindrome da
reintegrazione alimentare.
Nonostante l’estrema urgenza della situazione, in cui il rischio di
insufficienza organica, paralisi, danni cerebrali e morte improvvisa è sempre
più elevato, il governo britannico continua a rifiutarsi di incontrare i
detenuti in sciopero della fame e i loro rappresentanti, mettendo a repentaglio
le loro vite.
Una dichiarazione di Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine,
afferma:
“Mentre lo sciopero della fame entra nel suo terzo mese, le condizioni di salute
di coloro che continuano a digiunare continuano a peggiorare e su di loro
incombe un grave pericolo. Nonostante ciò, rimangono saldi nelle loro azioni e
convinzioni, convinti che continuare lo sciopero sia l’unico modo per ottenere
giustizia di fronte al disprezzo del governo per la vita”.
Traduzione di Enzo Ianes per Osservatorio Repressione
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
di Yadira Márquez, pubblicato in castigliano in Zona de Estrategia il 06/01/2026
Traduzione da OtrasItalias
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas
si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti
della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che
si trova in una popolata zona dell’est della città. L’onda espansiva fa tremare
case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area del sud
dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle
forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cecilia
Flores, viene brutalmente attaccata da circa dieci elicotteri militari
statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei
militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza
energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre
istallazioni militari e di comunicazioni in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la
maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi
da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia,
qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda
bruciano e la gente che ci abita nei dintorni esce atterrata per strada, i media
ufficiali rimangono in silenzio. Nelle reti del chavismo circola un richiamo
alla calma, discorsi che parlano di piccoli attacchi, e perfino del fatto che si
tratti di velivoli venezuelani, cioè, la solita storia: sminuire o coprire ciò
che sta accadendo, perfino se il governo rischia di cadere. In Venezolana de
Televisión (il canale dello Stato), una reporter appostata in una strada vuota
parlava della normalità e del controllo della situazione.
La gente si butta a capofitto sui social per ottenere qualche informazione, per
capire cosa stia succedendo, per gestire l’angoscia. Circolano video delle
esplosioni, degli attacchi, degli incendi. Osserviamo enormi elicotteri
attraversare il cielo della città nel buio. Immagini sconnesse, sciolte, senza
un filo che possa generare un senso. Quelle due ore diventano eterne per le
dimensioni della violenza e del terrore che essa semina.
Solo dopo le quattro del mattino vengono rese note le dichiarazioni di Donald
Trump, che annuncia che le forze di sicurezza nordamericane hanno sequestrato il
presidente Maduro e Cilia Flores, e che li stanno portando negli Stati Uniti per
essere processati per reati quali narcotraffico, detenzione di armi da guerra e
qualsiasi altra cosa.
Quasi due ore dopo dei bombardamenti appare il Ministro della Difesa, da solo,
in un video registrato, denunciando che si tratta di un’aggressione imperiale.
Nessuna spiegazione di cos’è successo, di perché è fallita la difesa e nemmeno
nessun riconoscimento della sua responsabilità in quella breccia. Il canale
dello Stato annuncia che è stato decretato lo “Stato di commozione esterna”, il
che implica eccezionalità e restrizioni di garanzie costituzionali, nuovamente
senza alcun tipo di dettaglio o di spiegazione. C’è un silenzio ermetico che
accresce il turbamento e l’incertezza, prima, e il sospetto poi.
Nel suo breve discorso successivo, un commosso Donald Trump parla del successo
dell’”operazione”. “E’ stata perfetta”, “l’ho vista in diretta come fosse un
film”, “se solo aveste visto la velocità, la violenza”, “soltanto noi potevamo
farlo” dice, con un’eccitazione quasi oscena. E’ il potere crogiolandosi su se
stesso, celebrando la propria barbarie, narcisista, delirante.
Due giorni dopo l’invasione, nel Venezuela c’è un ambiente di incredulità per
quanto successo, di commozione per l’aggressione e per la superbia di cui essa è
intrisa, ma anche di incertezza per ciò che verrà. I media, controllati dal
governo, mescolano documentari di animali con letture di comunicati ufficiali
pieni di slogan e niente più. Non troviamo informazioni nemmeno in altri media
pubblici come Telesur, che era stata creata per combattere l’accerchiamento
mediatico. I pochi e brevi interventi ufficiali, dopo i discorsi antimperialisti
di rigore, richiamano alla calma e alla normalità. Non c’è informazione. Non ci
sono dati, non ci sono cifre sui feriti e sui morti, non c’è un registro delle
zone distrutte, non c’è un’analisi di ciò che è successo e di com’è successo.
Possibilmente perché spiegare come abbiano fatto a superare il sistema di difesa
senza danni visibili nel proprio equipaggiamento o al personale militare
statunitense, o meglio, spiegare perché i sistemi di difesa non si sono
attivati, anche se l’invasione era annunciata da mesi, risulta abbastanza
compromettente per coloro che controllano i media e detengono finora il potere.
La vicepresidente Delcy Rodríguez viene nominata presidente, “messa in carica”
grazie alla manovra illegale della Corte suprema di giustizia, che dichiara
l’assenza temporanea del presidente (e non la sua assenza definitiva), aggirando
così l’obbligo di convocare elezioni tra 30 giorni. Nel suo intervento di sabato
pomeriggio lancia gli slogan antimperialisti di rigore, ma domenica propone al
governo degli Stati Uniti di costruire un’agenda di collaborazione e dice che la
sua priorità è creare un vincolo armonico con quel paese.
Dal canto suo, le dichiarazioni di Marco Rubio fanno si che tutte le narrative
create per giustificare l’aggressione si sgretolino. Non c’è alcun riferimento a
come pensano di smantellare il “cartel de los soles”, non si parla di elezioni,
di diritti umani, né si parla del destino degli oltre 800 prigionieri politici
rinchiusi in condizioni disumane.
Tra la gravità dei fatti e il vuoto di informazione, le venezuelane rimaniamo
intrappolate nell’incertezza e nella necessità di trovare un senso. Gli
oppositori seguaci di María Corina Machado fanno dei salti mortali retorici per
provare a spiegare come mai, nonostante siano tutti loro sostenitori
dell’invasione, siano stati tagliati fuori dalle trattative. I seguaci del
governo cercano di far conciliare l’indignazione per l’aggressione imperiale con
i richiami alla normalità. E’ un paese scisso fino allo sconcerto.
Noi che non abbiamo affinità né con l’opposizione classista e antidemocratica (e
il suo ingenuo racconto di salvezza) né con l’impopolare governo che si sta
incrinando, scegliamo di mettere insieme i frammenti di informazione trovati qua
e là. L’assenza di un racconto coerente che faccia filare degli avvenimenti così
atroci con i richiami alla calma e alla normalità provoca un vuoto di senso. La
gente non sa bene come descrivere ciò che sente, c’è uno stato generale di
commozione e allo stesso tempo di passività generale.
E’ difficile non immaginare le trattative volte a consegnare Maduro (o a non
resistere al sequestro, che è quasi la stessa cosa). In particolare dopo che i
portavoci del governo statunitensi hanno affermato che questo era stato
preparato per mesi con partecipazione interna. E, ancora meno, dopo che Marco
Rubio ha dichiarato che lui stesso era stato presente in conversazioni con Delcy
Rodríguez, che si è sempre dimostrata “pronta a collaborare”. Sappiamo che il
principale interesse del governo statunitense (oltre a quello geopolitico) è la
ricchezza petrolifera venezuelana. Donald Trump ha già annunciato che investirà
nell’infrastruttura petrolifera per il suo recupero e far si che generi
ricchezza per il paese — il suo? Ha anche detto che per fare ciò ha bisogno al
potere coloro che possano garantire un minimo di governabilità e stabilità.
Resta nel frattempo la sensazione che non sapremo mai esattamente come sia stata
pianificata ed eseguita l’aggressione. Ma l’incertezza verso il futuro immediato
è troppo grande per fermarci a pensare a ciò. Le domande su quello che può
succedere si moltiplicano. In questo scenario, l’idea che il governo bolivariano
possa diventare il nuovo amministratore delle compagnie petrolifere dei gringos
ci appare un’immagine alquanto bizzarra, il più triste finale di ciò che una
volta fu sogno rivoluzionario.
di Andrea Cegna* Dalla criminalizzazione come arma politica al ritorno esplicito
del neo-colonialismo statunitense in America Latina. Il falso parallelo con
Panama e l’uso della repressione globale come strumento di …
di Giansandro Merli* Scudo penale per gli agenti, stretta sui minori stranieri e
ritorno della retorica emergenziale per ricompattare le destre Tra governo e
maggioranza ferve il lavoro per la …
Prigionieri per la Palestina in sciopero della fame: dopo 64 giorni di digiuno,
soffrono di spasmi muscolari incontrollabili e difficoltà respiratorie di
Prisoners for Palestine Heba Muraisi, detenuta per la …
Una donna di 37 anni è stata trucidata da un agente dell’ICE a Minneapolis
Mercoledì sono scoppiate proteste in Minnesota e oltre dopo che un agente
dell’Ufficio Immigrazione e Dogana …
Civili curdi e infrastrutture ad Aleppo sotto assedio del governo di Damasco Nel
nord della Siria, ad Aleppo, continuano a resistere gli abitanti dei quartieri
autogovernati, a maggioranza curda, Sheikh …
All’inizio dell’Ottocento, mentre Simón Bolívar guidava le guerre d’indipendenza
contro il colonialismo spagnolo, a Washington prendeva forma un altro progetto.
Il 2 dicembre 1823 il presidente James Monroe, nel suo messaggio al Congresso,
enunciava il principio che sarebbe diventato la dottrina Monroe, che è spesso
riassunto così: “America agli americani”, significava, in pratica, il diritto
autoproclamato degli Stati Uniti a considerare il continente come propria sfera
di influenza esclusiva. Ma forse non tuttə ricordano che il principio nasce
dalla richiesta che i Paesi europei non mettessero più in discussione
l’indipendenza dei Paesi americani: “Le Americhe, che hanno assunto e mantengono
una condizione di indipendenza, non devono essere considerate oggetto di futura
colonizzazione da parte delle potenze europee”.
In questa puntata, andiamo a esplorare il rimosso del colonialismo europeo a
partire dall’operazione di polizia di Trump nel “suo cortile di casa”, il Mar
dei Caraibi. Bagnate dallo stesso mare, Cuba, Nicaragua e Colombia ricevono un
forte avvertimento. L’Iran, scosso da proteste che durano da più di dieci
giorni, perde un altro alleato. Israele applaude, guarda a un’America Latina
sempre meno anti sionista e riconosce il Somaliland, proprio davanti allo Yemen,
Stato in cui è in corso una guerra civile e dove all’interno del fronte filo
governativo e opposto agli Houthi, sostenuto dai Sauditi, una milizia ha provato
a conquistarsi uno Stato autonomo, sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti. Emirati
Arabi Uniti che hanno nelle Rapid Support Forces in Sudan un altro proxy.
Intanto, Trump continua a dichiarare che la Groenlandia sarà presto sua, con le
buone o con le cattive.
Per caso vi sembra che la fine sia più vicina?
Ascolta la prima puntata del 2026.
Citati nella puntata:
Groenlandia, un pezzo (coloniale) dell’Europa – Articolo di JacobinItalia
La politica di “danizzazione” delle popolazioni groenlandesi – Studio apparso su
Géoconfluences, luglio 2022
A cura della redazione informativa di Radio Blackout.
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo:
Geraldina Colotti:
Compagno colombiano:
Compagno Maracay:
Compagna peruviana:
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15
https://www.instagram.com/p/DTM2joyiNb6/?igsh=MTFndjVlOXIycTR6Zg==