CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
Circolo “Ost Barriera” - Via Luigi Pietracqua, 9
(giovedì, 8 gennaio 07:30)
Cena sociale di quartiere
Il bere sarà fornito dal circolo OST che ci ospita, non portiamone da fuori per
evitare loro accolli
Porta un piatto, una posata, un bicchiere, e quello che vuoi trovare a cena
Teniamo la piazza più pulita di come la troviamo
Come nelle più classiche trasmissioni a fine anno solare si tirano le somme
delle “emozioni” provate nei 12 mesi racchiusi nel per altri versi orrido 2025.
Tra i conduttori di Delicatessen si è operata una scelta estemporanea, senza
meditare troppo sulle tante pellicole viste, probabilmente la preferenza sul
film che più ci ha colpito è stata condizionata dalle ultime proiezioni a cui
abbiamo assistito, ma i tre/quattro titoli che sentite nominare in questo
podcast indicano opere che interpretano l’arte cinematografica ai massimi
livelli dei loro generi e contengono molti spunti innovativi e livelli di
significato diversi: El jockey di Luis Ortega affronta in modo singolare temi di
fluidità sessuale e fragilità maschile inserendoli nelle tinte fosche del suono
del tango e del suo inevitabile rapporto tra amore e morte; Sirât di Óliver Laxe
immerge nel mondo dei rave tragedie che alludono al conflitto del popolo
saharawi, ma usando atmosfere e relazioni da road-movie; The Teacher di Farah
Nabulsi mette in scena gli insegnamenti di un maestro impegnato da sempre nella
lotta del popolo palestinese sullo sfondo delle macerie non solo delle case del
suo villaggio, ma anche della sua esistenza travolta dalla repressione
israeliana, e la tragedia si risolve con un colpo di teatro che per una volta
infonde speranza… e forse proprio per questa prossimamente potremo parlare di
Resurrection di Bi Gan, che formalmente rappresenta una geniale rimeditazione su
un’arte che difficilmente può essere colpita a morte.
365 SCHIAFFI
TooPiacenza - Piacenza
(sabato, 24 gennaio 18:00)
Sabato 24 gennaio al "Too Piacenza" festeggiamo un anno di collettivo Schiaffo:
Apertura ore 18:00 con:
Cisco (electro ragga dj set)
A seguire: canti di lotta del Cor'occhio dal Barocchio squat.
Inizio concerti ore 20:00 :
Caged
Plague Bomb
Collisione
Putiferio
Puntata 72 di Universo Sonoro con Manu DubSide DJ Isaro’
Kumina Beat & special guest Paolino
Ringraziando chi l’ha fatta, riceviamo e pubblichiamo questa importante
traduzione:
Qui l’originale: Take Action: Demand Heba is moved to HMP Bronzefield –
Prisoners For Palestine
https://prisonersforpalestine.org/take-action-demand-heba-is-moved-to-hmp-bronzefield/
Agisci: chiedi che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield
Heba Muraisi è al 56° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita
nuovamente all’HMP Bronzefield [carcere femminile di Bronzfieldt, ndt]
Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla
sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per
la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che
separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede
sua figlia da oltre 4 mesi.
In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i
propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.
Agisci
Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di
trasferimento. Di seguito i recapiti:
01784 425690: Numero principale
01932 232300: Numero di telefono alternativo
charlotte.wilson@sodexogov.co.uk
bf.correspondence@sodexogov.co.uk
bfsafercustody@sodexogov.co.uk
socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com
HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.u
La seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio
Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che
dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei
nostri contesti, che sfruttano e opprimono le persone razzializzate, tanto in
Palestina quanto in Italia.
L’obiettivo non sta tanto nel definire somiglianze e divergenze nelle forme di
repressione ed oppressione, al di qua e al di là del Mediterraneo, ma
individuare piuttosto terreni comuni capaci di tenere insieme le lotte: non solo
nella teoria politica, ma anche e soprattutto nella materialità in cui si
manifestano.
Nel riconoscere la colonia nei nostri contesti, il tema di questa seconda
puntata parte dall’approfondimento della storia e delle forme che assumono i
campi di lavoro dei distretti agroindustriali in Italia, grazie alla diretta con
una compagna della rete Campagne in Lotta. Il sistema-campo qui prende la forma
di un arcipelago di forme abitative formali e informali, create per contenere la
forza lavoro e la sua mobilità in chiave estrattiva. Un modello che si è andato
formando dalla fine degli anni 80, con l’incremento significativo di
immigrazione e di richiesta di manodopera nei distretti agroindustriali, ma la
cui storia e genealogia è molto precedente ed è andata di pari passi passo con
quella coloniale e di formazione di un’economia capitalista ed estrattivista, in
particolare del Sud. I campi sono le struttura che l’istituzione crea a scopo
contenitivo e di controllo, che si possono presentare come un campo
“umanitario”, ad esempio un centro d’accoglienza. Ghetto è la definizione che
chi lo abita gli dà, uno spazio fatto anche di forme di organizzazione,
socialità e solidarietà che vanno molto ad là del controllo istituzionale.
Nell’andare a fondo dell’argomento non si può che affrontare una delle
manifestazioni più evidenti della colonia: i processi di frammentazione o
campizzazione dei territori. Analisi che si collega al concetto di
“arcipelago Palestina”, un processo di frammentazione dei territori palestinesi
iniziato da Israele nel 1948 e che oggi si manifesta in primis nella divisione
territoriale (territori del ’48, Cisgiordania, Gaza, campi profughi e diaspora),
funzionale al controllo della mobilità, al contenimento e alla carcerazione
della popolazione palestinese, così come all’appropriazione di nuovi territori,
ma il cui tentativo (spesso fallito) risiede anche nella frammentazione del
tessuto sociale palestinese, anche attraverso la moltiplicazione di status
giuridici. Una pratica che alle nostre latitudini richiama i vari livelli di
cittadinanza, tra chi ha o meno un permesso di soggiorno, e di quale tipo.
La componente umanitaria, delegata alla gestione/oppressione delle persone in
questi territori, rappresenta un tassello chiave dell’impianto razzista statale:
dal ruolo di vari attori del terzo settore nella pacificazione ai fini della
capitalizzazione sulla pelle delle persone immigrate nei campi di lavoro come
nei lager di stato – alle ONG che operano nei ghetti dell’agroindustria o in
Palestina, che creano una completa dipendenza da “aiuti umanitari”, portando ad
uno svilimento delle istanze di lotta di chi questi territori li abita.
Tracciare la genealogia di alcuni campi di lavoro del Sud Italia ci permette
anche di delineare alcune retoriche fondamentali del colonialismo, attuate sia
qui, nei confronti del Sud Italia, sia in Palestina: la conquista delle terre
giustificata dall’idea di averle rese produttive e fertili, assieme al
trasferimento forzato di ampie masse di popolazione locale, trasformandole in
nomadi, fornendo così un’ulteriore legittimazione all’occupazione dei territori.
Ricostruire una genealogia del sistema campo in Italia ci aiuta a puntualizzare
quanto il concetto di colonia non sia delegabile esclusivamente a territori al
di fuori dei confini nazionali ma si manifesti anche qui, tanto nelle sue forme
oppressive quanto in quelle di lotta e resilienza.
Per ascoltare il primo episodio della serie: “La detenzione amministrativa come
manifestazione della colonia, in Palestina e nei CPR”
La seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio
Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che…
Perquisizioni e misure cautelari contro studenti del liceo Einstein a Torino.
Sei minorenni ai domiciliari Questa mattina la Questura di Torino ha effettuato
una serie di perquisizioni domiciliari culminate nell’applicazione …
Questa mattina la questura di Torino ha effettuato perquisizioni a casa di
giovanissimi con la conseguente applicazione di 6 misure cautelari ai
domiciliari. Giovani che hanno preso parte alla mobilitazione di massa con lo
slogan “Blocchiamo tutto” che ha visto manifestazioni oceaniche, blocchi nei
principali snodi della logistica e delle infrastrutture dei trasporti, scioperi
effettivi dalla fabbrica della guerra, estesa a tutto il nostro territorio
nazionale. Il governo Meloni ha tentennato e ha avuto la dimostrazione che la
popolazione non è disponibile a rendersi complice del genocidio in Palestina e
ad arruolarsi nella guerra di domani. Per questo, dopo pochi mesi, la morsa
inizia a stringere laddove si individua che possa fare più male. Creare un
precedente come questo, selezionando scientificamente persone minorenni che
frequentano collettivi studenteschi e hanno partecipato, insieme ad altre
migliaia di giovani, alle manifestazioni dell’autunno è un colpo vile che va
nella direzione di voler recidere alla base una prospettiva futura fatta di
legami di solidarietà per costruire un vivere migliore.
Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’Assemblea Studentesca di Torino
Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di 6 nostri compagni di scuola
minorenni sottoposti a perquisizioni e agli arresti domiciliari come misura
cautelare, in risposta alle mobilitazioni del movimento “blocchiamo tutto”,
contro la complicità del governo Meloni nello sterminio dei palestinesi, che ha
preso piede in tutta Italia durante l’autunno.
Al centro dell’indagine, la contestazione alla giovanile del primo partito di
governo, che portava avanti un volantinaggio di propaganda razzista davanti al
liceo Einstein.
Durante le occupazioni di tutte le scuole d’Italia nelle quali i giovani si sono
resi protagonisti del movimento per la Palestina, alla polizia è stato ordinato
di recarsi davanti al Liceo Einstein per difendere il volantinaggio,
manganellando gli studenti che protestavano, ammanettando un minorenne. La
risposta da parte di professori, genitori, studenti di tutte le scuole e della
città intera è stata immediata e di massima solidarietà e sdegno verso le
modalità repressive del governo.
Quello che viene fatto passare come un caso isolato rientra perfettamente
all’interno di un piano di disciplinamento giovanile funzionale alla
preparazione della società e delle scuole ad un clima di guerra.
I messaggi d’odio portati avanti dai volantini che il governo tiene tanto a
difendere sono uno degli strumenti che questo usa per riaprire una divisione tra
popoli che si era superata con il movimento per la Palestina.
Tra i motivi degli arresti i blocchi delle stazioni, avvenuti mentre in tutta
Italia si bloccavano porti, autostrade, e blocchi della logistica di guerra.
Nel giorno in cui si vota la legge finanziaria, che aumenterà la spesa bellica
di 23 miliardi nei prossimi tre anni, e mentre il governo si prepara alla
reintroduzione della leva per i giovani, questi arresti domiciliari nei
confronti di studenti giovanissimi, non sono casuali, ma una chiara
intimidazione ai giovani che si sono mobilitati: non c’è spazio nelle scuole per
organizzarsi contro la guerra!
Il governo si trova in una situazione complicata e per questo attua misure così
aspre, in tutto ciò sappiamo bene che non possiamo fermarci davanti a questo, la
posta in gioco è troppo alta. Continueremo ad andare a scuola e a porci le
stesse domande sul nostro futuro a testa alta, perchè liberare tutti vuol dire
lottare ancora.
Vogliamo la liberazione immediata di tutti i compagni!
INTIFADA FINO ALLA VITTORIA.
CAPODANNO NOTAV
Nuovo presidio San Giuliano - San Giuliano di Susa
(mercoledì, 31 dicembre 20:30)
CAPODANNO NO TAV AL PRESIDIO DI SAN GIULIANO!
Ore 20,30 cena condivisa - porta ciò che vorresti trovare!
Ore 23,00 partenza dal Presidio di San Giuliano per brindare iniseme al nuovo
anno in tutti i presidi No Tav!
A seguire musica al Presidio di San Giuliano
https://www.facebook.com/notav.info
Tra cambiamenti culturali e politici, notizie di costume e di guerra,
ripercorriamo questi primi venticinque anni del secolo e del millennio:
(disegno di cyop&kaf)
GENNAIO
“Vi dovete integrare!”. Critica dei discorsi conservatori dopo la morte di Ramy
Elgaml
La parola integrazione, infatti, è talmente diffusa che il suo uso è scontato e,
di fatto, normalizzato. Anche in contesti progressisti, dove tutt’al più si
fanno distinguo ma non si mette in discussione l’idea che “ci si debba
integrare”. La mia visione radicalmente critica della parola integrazione è
dovuta al fatto che il suo significato è interpretato in termini
prevalentemente, per non dire esclusivamente, culturalisti. Integrarsi, in
sostanza, equivale a mettere da parte la propria cultura – di base concepita
come “nazionale” – per accettare quella del paese di arrivo. Questioni materiali
come le diseguaglianze economiche e giuridiche – banalmente, la dipendenza da un
permesso di soggiorno per poter vivere in modo stabile in un luogo –, le
asimmetrie di potere, la segregazione occupazionale e abitativa non sono prese
in considerazione o, quantomeno, non sono considerate centrali. La partita
dell’integrazione si gioca al tavolo della cultura. Come se le persone fossero
portatrici di una sorta di abito culturale ben definito e identificabile,
trasmesso loro dalla famiglia di appartenenza, la quale, a sua volta, non
sarebbe altro che l’espressione coerente di valori e comportamenti tipici della
comunità nazionale di provenienza. (leggi l’articolo)
FEBBRAIO
La sentenza sulla Terra dei Fuochi e l’archivio delle lotte ambientali
Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni
politici e mediatici che hanno presieduto allo svolgersi di uno dei più grandi
disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano due: “Siete
manovrati dalla camorra” e “Se vi ammalate è colpa dei vostri stili di vita”.
Noi che ci siamo stati sulle discariche, che abbiamo denunciato la camorra e lo
Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue articolazioni
criminali, tossicologiche e sanitarie, sapevamo che erano accuse strumentali.
Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali scaricavano le
proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro complicità o
indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando la
repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi,
altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In
ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di
quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o
non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo,
e ve l’abbiamo detto in tutti i modi. (leggi l’articolo)
MARZO
La legge SalvaMilano, la fine della città pubblica e l’autocrazia
Possiamo chiamare il decennio milanese dall’elezione di Pisapia al Covid
(2011-2020) l’epoca d’oro della rigenerazione urbana alla milanese, in cui è
stato progettato e realizzato un modello di crescita urbana profondamente
classista, basato sull’attrazione di fondi finanziari, la “lussificazione” della
città e l’espulsione dei ceti meno agiati, la distruzione sistematica del
welfare urbano e la glorificazione della rendita immobiliare. La città si è
trasformata inseguendo la massima valorizzazione del metro quadro, ed è stata
quindi densificata in barba al consumo di suolo, al rispetto dei vuoti che
garantiscono vivibilità, luce e aria, privatizzando spazi e servizi pubblici.
Per dispiegare indisturbati una tale quantità di violenza urbana e sociale sui
cittadini è stato necessario fare due cose: esercitare un controllo assoluto
sulla comunicazione – affiancando la propaganda alla censura – ed erodere le
leggi urbanistiche che ancora ostacolano l’aggressione degli interessi privati
al tessuto urbano privando gli abitanti del diritto all’abitare e alla stessa
vita civile. (leggi l’articolo)
APRILE
Il bosco tra le piste Porsche è salvo, ma non l’ha salvato la Regione Puglia
Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti con nuove piste e impianti su
duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco
mediterraneo ed espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il consenso
della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che riconoscevano in
questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito di interesse
comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa comunitaria,
la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia della
biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della
Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri
d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico”
connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica. Infatti, alla
distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di
elisoccorso attrezzato con eliporto e strutture sanitarie, un centro
polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto riguardo
la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e Brindisi sono
sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi estivi hanno
interessato i terreni limitrofi all’anello di Porsche non hanno visto i soccorsi
di NTC. (leggi l’articolo)
(disegno di leMar)
MAGGIO
Riflessioni sul referendum per la riforma della legge sulla cittadinanza
L’ottenimento della cittadinanza formale non è sufficiente in sé per essere
considerati italiani. Lo racconta bene Salwa, ventitré anni, d’origine egiziana:
«È vero che ho preso la cittadinanza italiana ma mi guardano da straniera, da
terrorista. È vero che lo Stato mi ha riconosciuta come italiana, ma alla fine è
un pezzo di carta, la gente non mi riconosce; quindi, mi sento come se non
valesse. Dal punto di vista burocratico mi ha facilitato un sacco di cose però
non vengo vista come un’italiana quindi è una presa in giro». A causa del colore
della pelle, del nome o del cognome che si ha, della religione che si professa,
degli abiti che si indossano, molte persone, incluso chi nasce e/o cresce in
questo paese, sovente non sono riconosciute come cittadine e cittadini alla
pari, sebbene loro e spesso anche i loro genitori, se non addirittura i loro
nonni, abbiano un passaporto italiano. Una situazione di discriminazione
sostanziale che non permette a tanti e tante di sentirsi pienamente parte di un
paese di cui sono sempre più linfa vitale. (leggi l’articolo)
GIUGNO
L’incubo della sicurezza. Appunti e visioni a Torino
“Blitz” è termine così inflazionato da oscurare la sua provenienza:
abbreviazione di “Blitzkrieg”, guerra lampo. Vedo immagini di un’occupazione in
quartiere – soldati con i fucili automatici in grembo, ronde di polizia e
carabinieri – e ricordo Gerusalemme. Alla Porta di Damasco c’era il presidio
fisso dell’esercito, soldati israeliani controllavano gli snodi principali fra
le vie della città vecchia. Dietro transenne sostavano due soldati, accanto alla
torrefazione fra i banchi del pane e dei pomodori. Le truppe presidiavano le
strade in nome della guerra al terrorismo, ma il terrorismo era una
giustificazione: la guerra era contro chi viveva sotto occupazione, senza
cittadinanza e diritti. (leggi l’articolo)
LUGLIO
Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti?
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di
leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva
ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si
continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società
e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per
esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a
favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi
abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano
invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche
modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così
evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case
ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere
una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha
strumenti di questo tipo a disposizione. (leggi l’articolo)
AGOSTO
Malinconico agosto
Facce di gente normale che incontri per strada; facce che senza volere
comunicano, parlano, si lamentano o urlano senza aprire bocca; e ti muovono
qualcosa dentro, una sensazione più forte della solita noia o delusione che
questi ritorni mi provocano. Perché colgo un’aura di malinconia che quei volti
emanano – una tristezza profonda, insondabile, eppure evidente, irredimibile.
Naturalmente nessuno evoca esplicitamente questo senso di malinconia, ognuno
tiene coscienziosamente in piedi la rappresentazione della propria vita
agostana, tra spezzoni di vacanze e complicate reunion familiari al capezzale di
vecchi con l’Alzheimer. Ma il messaggio mi arriva dentro, diretto, potente; e mi
sembra inequivocabile – frutto della misteriosa telepatia del quotidiano, quella
per cui basta incrociare uno sguardo per indovinare un dolore o un pezzo di
vita. (leggi l’articolo)
(disegno di federica pagano)
SETTEMBRE
Chiacchiere e detersivo. Manfredi cancella il piano su Bagnoli proprio mentre
dice di applicarlo
Al consiglio comunale è stata presentata una informativa del sindaco sulla
rigenerazione dell’ex area industriale e sull’organizzazione della Coppa
America di vela, che arriverà a Bagnoli nel 2027. Un’iniziativa che pone
innanzitutto una questione di metodo, considerando che da tempo immemore non si
dedicava un consiglio ad hoc a uno dei temi più importanti della città. Il
sindaco e la sua giunta, su questo, almeno non peccano di ipocrisia: su Bagnoli,
infatti, il consiglio comunale è del tutto svuotato dalle sue prerogative, che
sono assegnate al commissario straordinario (lo stesso Manfredi); il quale in
assoluta autonomia, e spalleggiato dal governo, ha fatto scelte dalla portata
storica, che hanno sì “sbloccato” l’impasse dovuta a trent’anni di devastazioni
amministrativo-ambientali, ma a carissimo prezzo per i cittadini. Tra queste
scelte, vale la pena ricordarne un paio: la prima è la cancellazione di uno dei
punti cardine del piano regolatore, ovvero il ripristino della morfologia della
costa con una grande spiaggia libera da Nisida a Pozzuoli; la seconda è la
permanenza e l’utilizzo della colmata per i cosiddetti “grandi eventi”, con
l’inaugurazione di una stagione di frizzi e lazzi che finirà per sottrarre buona
parte di quella linea di costa ai cittadini. (leggi l’articolo)
OTTOBRE
L’inizio di una cosa. Cronache e spunti dai giorni del Blocchiamo tutto
Il movimento è partito dai palestinesi in Italia, e dagli studenti universitari
e medi. È stato alimentato da chi aveva fatto della Palestina la propria causa
ben prima del 7 ottobre, che è riuscito a connettersi con chi, magari, è venuto
al mondo più o meno negli anni in cui nasceva la campagna del Bds. Per mesi lo
hanno tenuto in piedi insegnanti, ricercatori universitari, sanitari. E poi è
salito di livello con il coinvolgimento dei sindacati, con l’avanguardia
rappresentata dai portuali, improvvisamente coperta dai media grazie
alla Flotilla. L’esplosione di quest’ultimo mese si deve, però, anche al fatto
che potentati di ogni genere – dal terzo settore alle gerarchie universitarie,
fino al circo dello star system internazionale – hanno capito che parlare a
favore della Palestina oggi può farti guadagnare terreno nell’opinione pubblica.
Le manifestazioni oceaniche di questi giorni, ma anche l’incertezza radicale
sulla tenuta di questa “intifada”, sono il prodotto di questo miscuglio. La
domanda da porci è: che ruolo abbiamo avuto “noi” fino a questo momento, e che
ruolo possiamo avere d’ora in poi? Ci sarà un seguito che possiamo propiziare,
facilitare, spingere? Che ognuno declini il “noi” come preferisce. (leggi
l’articolo)
NOVEMBRE
Oltre il banco degli imputati. La resistenza palestinese sotto processo a
L’Aquila
Di fronte a noi non si presenta una linea d’accusa chiara, coerente, dotata di
un impianto che si sostenga su basi fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a
fronte della detenzione di Anan (da oltre diciannove mesi in regime di alta
sicurezza) e di un’imputazione così pesante, quella di terrorismo internazionale
(articolo 270-bis c. p.), che pesa sulla vita dei tre imputati, non ci sia
ancora un impianto probatorio ben definito. Uno dei vulnus più importanti che ha
segnato tutta la linea accusatoria, fin dalle prime udienze, è stata la totale
mancanza di contesto geopolitico degli elementi portati in aula rispetto a ciò
che accade da anni in Palestina, alla sua lunga storia genocidaria, alla realtà
dei Territori Occupati e alla relativa struttura di apartheid e, soprattutto, al
diritto alla resistenza del popolo palestinese. Eppure, nel frattempo, non
possiamo non dire che fuori da quell’aula di tribunale non sia successo nulla.
Anzi! Sul piano politico, più di un passaggio si è intrecciato direttamente con
la storia stessa di questo processo. (leggi l’articolo)
DICEMBRE
La fiera dell’ipocrisia. Intellettuali progressisti e non violenza
Nonostante il tentativo decoloniale questi intellettuali ricadono nella
contraddizione storica che la caratterizza: nel momento stesso in cui si fanno
portavoce di parole d’ordine rivoluzionarie, partendo dalla cosiddetta
solidarietà alla lotta anticoloniale palestinese, lo fanno, di nuovo, imponendo
le categorie analitiche e discorsive dello stesso sistema che, invece, la
visione rivoluzionaria tenta di trasformare. Si fa un gran parlare, in questi
giorni, in Italia, delle pratiche di dissenso individuate da attivisti di
differenti estrazioni. La linea generale è che ogni protesta è giusta e va
sostenuta fino a quando non sfoci nella violenza. Un coro unanime dei nuovi
volti della solidarietà neoliberale si è alzato per ribadire che la non-violenza
è imprescindibile per farsi ascoltare. Condanne di vario genere e prese di
distanze non richieste si sono affrettate a spiegarci ciò che è giusto o
sbagliato, a definire cosa è violento e cosa no. Ma che cosa è la violenza? Chi
la definisce? Come si stabiliscono i parametri secondo cui giudicare? Qual è il
contesto che definisce un’azione violenta? (leggi l’articolo)