Ieri mattina a Torino sono state recapitate 13 misure cautelari nei confronti di
studenti e studentesse universitarie, ragazzi e ragazze che studiano e lavorano
per fare quadrare il proprio futuro e si impegnano nelle dimensioni di lotta
collettive.
Il pacchetto di misure prevede firme quotidiane, obbligo di dimora e rientri
notturni. I fatti a cui si riferisce questa operazione riguardano diversi cortei
per la Palestina e altre manifestazioni studentesche svolte alla fine del 2024.
In particolare, si fa riferimento ad alcune manifestazioni che avevano in sé già
i germi di una partecipazione più ampia ed eterogenea e la volontà di
individuare obiettivi esemplificativi della complicità del governo italiano con
il genocidio.
Emerge tra le altre l’iniziativa alla fabbrica della Leonardo che per la prima
volta aveva visto un flusso di giovani e giovanissimi spalancare le sue porte
per simbolicamente contestare uno dei gangli produttivi del territorio torinese
che sul genocidio in Palestina sta maturando il suo fatturato. Come veniva
scritto qui “come Intifada studentesca abbiamo occupato la sede della Leonardo
Spa! In 50 siamo entratə all’interno dello stabilimento mentre altre 50 persone
bloccavano l’ingresso” erano stati attaccati “manifesti e gli striscioni per
denunciare la complicità di Leonardo con il genocidio in corso a Gaza.
Nonostante il gruppo industriale dichiari di lavorare prevalentemente nel campo
della difesa, infatti, Leonardo da oltre un anno continua a sostenere l’esercito
israeliano attraverso spedizioni che includono assistenza tecnica da remoto,
riparazioni materiali e fornitura di ricambi per i velivoli di addestramento
della Israeli Air Force. Oltre a questo l’azienda ha fornito i sistemi per i
bulldozer blindati (Caterpillar Do), che da anni vengono sistematicamente usati
per distruggere le abitazioni palestinesi.”
In quei mesi ben tre sedi delle principali università torinesi erano occupate da
settimane da studenti e studentesse, mesi in cui si è costruita una forte
solidarietà e chiarezza di intenti su come essere motore di una trasformazione
del presente e in particolare nella volontà di interrompere gli accordi delle
proprie Università con Israele, aprendo una profonda riflessione sulla funzione
e gli obiettivi della ricerca accademica e del sapere.
Uno degli altri episodi che vengono contestati è il momento in cui lo spezzone
sociale che aveva partecipato a una grande giornata di sciopero, in qualche modo
preambolo di ciò che si è avverato un anno dopo, quella del 29 novembre 2024. Si
riportava allora su queste pagine “L’appuntamento di domani porta con sé
l’evidenza di una chiamata di sciopero generale in macroscopico ritardo, sintomo
dello stato di salute delle organizzazioni sindacali e dei rapporti di forza in
campo, ma anche uno spiraglio nei termini di partecipazione e di necessità
diffusa di porre al centro alcune questioni in un’epoca di economia di guerra.
In particolare, si impone un tema urgente nell’agenda politica: la questione
salariale e le condizioni di lavoro – e sfruttamento – nel nostro Paese.
L’eterogeneità della partecipazione è un dato interessante, nei contributi che
seguono tentiamo di darne una panoramica”. In quell’occasione, che aveva visto
migliaia di persone scendere in piazza, la parte più viva del corteo aveva
deciso di deviare dalla piazza finale della manifestazione per raggiungere Porta
Nuova e poi Porta Susa con l’intento di bloccare i binari e la circolazione.
Mentre i precari e le precarie dell’Università erano riusciti/e a prendere
spazio sul palco principale della CGIL e portare le proprie rivendicazioni. Una
giornata che aveva in nuce alcune caratteristiche che poi si sono verificate su
una dimensione di massa l’autunno scorso.
In questo senso, l’intenzione punitiva da parte della polizia politica torinese
si inserisce in un contesto che di fatto non è più lo stesso di qualche tempo
fa. L’operazione in questione aveva visto un primo tentativo di disegnare
un’ulteriore ipotesi di “regia” di Askatasuna dietro questi fatti, una prima
bocciatura da parte del Giudice delle Indagini Preliminari delle misure
richieste in prima istanza (che andavano dagli arresti domiciliari sino al
carcere) e conseguenti interrogatori che si sono svolti a inizio di
quest’autunno. Ora, dopo alcuni mesi e, proprio a ridosso dello sgombero di
Askatasuna, arriva il pacchetto completo di misure cautelari, decisamente
ridimensionate rispetto alle richieste iniziali.
Se da un lato la volontà di Questura e Procura torinesi non accenna a modificare
le proprie strategie dall’altro oggi la situazione generale è diametralmente
cambiata: occupare i binari, deviare cortei per riversarsi in tutta la città,
indicare nelle fabbriche della guerra la responsabilità del genocidio (come
veniva ben raccontato qui in un contributo dei collettivi universitari) e
bloccare tutto non è più una pratica avanguardista ma un senso comune, un sapere
condiviso, una significativa esperienza che milioni di persone in Italia hanno
sperimentato comprendendone il significato e la portata.
L’assemblea del 17 gennaio a Torino sarà ulteriore occasione per ribadire la
necessità di un fronte unito per contrapporsi alla tendenza generale, contro il
governo e contro queste pratiche repressive e per portare solidarietà agli
studenti e studentesse colpiti dalle misure cautelari!
Tutti e tutte libere!
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete. Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche
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Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazione di quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci pone tra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 16 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
Appuntamenti:
Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
corso Palermo 46
Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
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Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat.
Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli"
saharawi
Missili terra-aria made in Israel per le forze armate del Marocco.
Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il
sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding
industriale bellica IAI - Israel Aerospace Industries.
Rabat aveva ordinato in Israele il sistema missilistico nel 2023. Valore
presunto della commessa 540 milioni di dollari.
Il BARAK MX è stato progettato per contrastare un ampio ventaglio di minacce
aeree fino ad una distanza di 150 km.: velivoli senza pilota, cacciabombardieri,
missili da crociera e balistici.
Secondo la testata specializzata Israel Defense, le forze armate marocchine
impiegheranno il sistema missilistico come una specie di “Iron Dome” (scudo di
ferro) nel deserto del Sahara, specialmente nelle aree più “sensibili” del sud
del Paese.
La piena operatività del BARAK MX è stata raggiunta in tempi record perché le
autorità di Rabat temono le “crescenti attività ostili” nella regione
meridionale da parte di attori non statali che utilizzano droni e altre armi
d’attacco guidate da remoto.
“Uno di questi gruppi armati è rappresentato dal Fronte Polisario,
organizzazione separatista che opera dai campi profughi presenti nella
confinante Algeria”, riporta Israel Defense, omettendo di ricordare che in quei
campi vive da più di 50 anni la popolazione Saharawi espulsa con la forza dopo
l’occupazione militare dell’ex Sahara spagnolo da parte del Marocco.
L’acquisto del sistema BARAK MX si inquadra all’interno delle sempre più strette
relazioni diplomatico-militari tra il Marocco e Israele. La partnership si è
sviluppata a seguito della firma dei cosiddetti “Accordi di Abramo” nel 2020 e
non si è incrinata dopo l’attacco genocida di Tel Aviv contro i palestinesi
della Striscia di Gaza.
Secondo il SIPRI, l’autorevole istituto internazionale di ricerca sui temi della
pace di Stoccolma, lo Stato di Israele è divenuto il terzo esportatore di armi e
apparecchiature militari al Marocco, conquistando una fetta del mercato pari al
10% di tutte le acquisizioni del Regno.
Lo scorso mese di agosto, nella regione orientale del paese nordafricano,
l’esercito ha testato il nuovo missile supersonico “Extra” prodotto da Elbit
Systems Ltd, altra importante azienda israeliana del settore aerospaziale, con
quartier generale ad Haifa.
Le forze marocchine hanno dichiarato che con l’adozione di questo nuovo sistema
d’arma, saranno rafforzate le capacità di strike in profondità.
Gli “Extra” di Elbit System sono razzi di artiglieria da 306 mm; possono
trasportare testate esplosive da 120 kg e colpire centri di comando e
comunicazione ed installazioni protette.
Sempre con la stessa azienda di Haifa, le autorità militari marocchine hanno
firmato di recente un contratto per la fornitura di 36 semoventi ruotati di
artiglieria ATMOS (Autonomous Truck Mounted Howitzer System).
Gli ATMOS, avio trasportabili, sono dotati di cannoni da 155 mm, in grado di
sparare fino ad otto colpi al minuto ed ingaggiare bersagli entro un raggio di
circa 40 km.
Anche la Marina del Regno del Marocco è intenzionata a dotarsi di sistemi
missilistici di produzione israeliana. Le proprie unità navali potrebbero
armarsi fin dai prossimi mesi di missili “Spike NLOS” (Non-Line-of-Sight)
realizzati da Rafael Advanced Defense Systems.
Gli “Spike NLOS” sono in grado di colpire obiettivi navali o terrestri con un
raggio d’azione di 32 Km.
A bordo delle unità marocchine è già operativa una versione meno sofisticata
degli “Spike”, nota con la sigla “LR II”, la cui consegna è stata completata nel
giugno 2025.
La Marina Militare di Rabat sta pure valutando la possibilità di acquisire una
versione navale del sistema missilistico sviluppato da IAI - Israel Aerospace
Industries, il BARAK 8. Si tratta di un’arma superficie-aria a lungo raggio,
anch’essa in grado come il BARAK MX di intercettare e distruggere in volo aerei,
droni e missili.
Il Marocco non è solo un cliente del complesso militare-industriale israeliano.
Lo scorso mese di novembre, a Benislmane, nell’area industriale di Casablanca, è
stato inaugurato uno stabilimento per la produzione dei droni kamikaze SPY X.
Lo stabilimento è di proprietà dell’azienda aerospaziale BlueBird Aero Systems
Ltd. con quartier generale nel parco industriale di Emek-Hefer, distretto
centrale di Israele, interamente controllata da IAI.
Buona parte della produzione a Benislmane avrà come acquirenti le forze armate
marocchine; il resto finirà nel mercato africano.
Gli SPY X possono essere impiegati senza la necessità di disporre di ampie piste
di decollo. Hanno un duplice uso: possono fare da velivoli a pilotaggio remoto
per attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento, o da veri e propri
droni killer/kamikaze per colpire target fino a 50 km di distanza.
Nel settembre 2022, dal gruppo BlueBird Aero Systems il Marocco aveva acquistato
pure i droni WanderB e ThunderB.
Articolo pubblicato il 9 gennaio 2026 in Africa ExPress,
https://www.africa-express.info/2026/01/09/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale-bellico-made-in-israel/
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Le squadracce di Trump
L’assassinio di Renee Good è stata solo l’ultima delle esecuzioni
extragiudiziali dell’ICE, agenzia federale che Trump ha scatenato contro i
migranti. L’ennesimo atto di una guerra civile che ha preso le mosse con la
grazia ai golpisti di Capitol Hill e continua con continui attacchi alla libertà
di espressione, di movimento, di opinione.
Difficile pensare che Trump non punti a cambiare le regole del gioco sino a
ricandidarsi per un terzo mandato.
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Palestina. Geografie del dominio: radici simboliche e materiali
L’epoca post coloniale, lungi dal chiudere i conti con il tempo degli imperi, ha
aperto la strada a conflitti innescati dal ridefinirsi in chiave neocoloniale di
dinamiche di controllo a livello globale, nutrendosi alla fonte avvelenata del
nazionalismo, delle religioni, dello sfruttamento feroce di esseri umani e
risorse.
Lo spazio geografico del Mediterraneo orientale, con l’enorme carico simbolico
rappresentato dalla presenza di luoghi legati alle religioni abramitiche, nel
1918 passa sotto controllo della Gran Bretagna, che lo sottrae all’impero
ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale.
Proveremo a dipanare le vicende che seguono quell’evento, evidenziandone
similitudini e differenze con i processi di decolonizzazionedi quell’epoca,
segnata da massacri, pulizie etniche, esodi di massa, in vari angoli del
pianeta.
Seguendo il filo dei confini disegnati con il righello ma intrisi di sangue,
proveremo a cogliere i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
Una situazione che nel Mediterraneo orientale, ricalca processi che ritroviamo
ovunque a livello planetario.
Processi che, con diversi livelli di violenza segnano il nostro tempo.
Il nostro sguardo non è neutro, perché, collocandoci dalla parte degli oppressi
e degli sfruttati, ci ponetra chi lotta per abolire Stati, frontiere, eserciti.
Con Fabrizio Eva, geografo politico, anticipiamo alcuni dei temi che verranno
affrontati nell’incontro che si terrà a Torino venerdì 9 gennaio.
Iran. Crepe nel regime
“Né dispotismo religioso, né monarchia; donna, vita, libertà”. Questo messaggio
viene dal carcere ed echeggia nelle strade.
Dal 28 dicembre si susseguono le proteste in Iran. Innescate dalla gravissima
crisi economica, che, complice l’inflazione galoppante colpisce, oltre ai più
poveri, anche i ceti medi.
Le proteste partite dal Bazar di Teheran si sono estese a centinaia di località
in tutto il paese, con una contestazione diretta al regime teocratico iraniano.
La repressione è durissima, ma non ferma le proteste.
La partita è complessa, perché sul cambio di regime scommettono anche gli Stati
Uniti e Israele, che sostengono la candidatura dell’ultimo esponente della
dinastia Palhavi.
Chi scende in piazza si autorganizza e rifiuta le ingerenze esterne che
potrebbero rinforzare il regime in chiave identitaria.
Ne abbiamo parlato con Lollo
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Palestina. Le geografie del dominio: radici simboliche e materiali
Venerdì 16 gennaio
ore 21
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Interverrà Fabrizio Eva, geografo politico
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dalle 18 alle 20
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L’aggressione al Venezuela nonostante la dimostraziome muscolare è un segnale
della crisi di egemo nia degli Stati Uniti che si trovano a fare i conti con una
economia in affanno afflitta da un debito fuori controllo ,la
deindustrializzazione,l’inflazione generata dai dazi applicati in maniera
sconsiderrata,una bolla finanziaria incombente ,la svalutazione del dollaro.
L’amministrazione Trump persegue la soluzione bellica come risoluzione delle
tensioni economiche per imporre il dollaro come valuta internazionale ,forzando
l’acquisto di debito americano che perde sempre di più credibilità sui mercati.
Gli Stati Uniti con l’attacco al Venezuela hanno dimostrato di voler controllare
i flussi energetici globali di combustibili fossili allo scopo di creare le
condizioni per condizionare la crescita della Cina divenuta un concorrente
proprio nello scenario latinoamericano. Dalla fine della guerra seconda guerra
mondiale il Pil americano rispetto a quello globale è passato da un 40% circa
nel 1945 al 25% del 2025 ,la perdita delle capacità produttive e l’aumento della
finanziarizzazione dell’economia con l’emersione delle bolle speculative hanno
indebolito il ruolo del dollaro come valuta rifugio aprendo la strada ad un
lento ma inesorabile processo di de-dollarizzazione negli scambi internazionali.
La crisi di egemonia è affrontata con il ricorso ad una economia di guerra con
il disfunzionale ipetrofismo della spesa militare che trova una entusiastica
sponda in Europa sempre più vicina ad un coinvolgimento diretto nella guerra
contro la Russia.
Ne parliamo con Alessando Volpi economista .
«BOB’S YOUR UNCLE»
È una di quelle battute ricorrenti in tutti gli episodi, quelle inserite da
Jarmusch soprattutto per divertirsi e aggiungere un dettaglio per accompagnare
lo spettatore nella fruizione con il giusto ritmo. Nella puntata di
“Delicatessen” dedicata a Father Mother Sister Brother non l’abbiamo citata,
eppure il suo significato (tipo “Ecco qua”) sancisce il senso del film, come
anche i brindisi improbabili e le altre situazioni ricorrenti che incardinano i
tre “episodi” con cui Jarmusch rimane coerente con il suo corpus filmico (una
struttura che già era di Mistery Train o Coffe&Cigarettes).
Altro elemento che aiuta ad amalgamare le tre situazioni è la ricorrenza dei
rolex (e non è peregrino chiedersi se sono autentici, perché anche il “tempo”
scandito può essere reale, o più facilmente taroccato); quelli li sentirete
citati nel podcast, insieme ai ricorrenti siparietti di skater che danzano al
ralenti davanti all’immancabile automobile colma di musica che è la cifra del
cinema No Wave di Jarmush da Pemanent Vacation e Stranger than Paradise in
avanti.
Ci troverete l’incomunicabilità intergenerazionale, con i figli che non riescono
a ricostruire relazioni o addirittura a dare forma alle figure genitoriali prive
di empatia, estranei; accompagnamenti di personaggi senza che si narri alcuna
trama, solo situazioni e ritratti a tutto tondo, simili nelle dinamiche –
seppure collocati nella desolazione degli Usa, a Dublino e a Parigi e con tre
coppie di figli diversi tra loro, ma con tratti comuni. E questi sono gli
elementi che permettono ai tre racconti di interagire, finendo con il costituire
un’opera coesa e unitaria.
Intervista ad Armin Barducci su un fumetto scritto e illustrato a quattro mani:
due piccole e due grandi.
Colonna sonora antinatalizia direttamente dalle sapienti mani di David Byrne,
Buon ascolto!
(disegno di francesca ferrara)
Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in
un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero
monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato
dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che
appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione
Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e
ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la
giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta
il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la
convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio
di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a
poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il
mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di
sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri
gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza.
Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure
provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato
di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri
a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area
di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo
occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi
nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si
teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati
esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a
cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di
solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno
scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia
fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze
di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta
consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon
negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza
contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via
Carcano. (francesco migliaccio)
* * *
Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel
cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva
lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa
matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita
difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo
ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il
simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il
proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le
tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla
mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il
pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due
andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni.
Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza
soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli,
mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla
fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo
una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65.
La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai
vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo
la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre
muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e
non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne
vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in
panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la
prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della
Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che
era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto
fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E
c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze
attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava
liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È
chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che
arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano,
ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a
gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non
succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano
le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve,
un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta.
Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un
concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro.
Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il
Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho
conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto
dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto
l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie
della Fiat.
Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la
rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A
quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e
sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e
jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini,
aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la
discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca.
E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don
Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo
alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola
e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si
incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era
la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70.
Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io
non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in
Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo
dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la
sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di
nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli,
niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva
con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le
figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva:
dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché,
essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia
figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho
aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di
Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don
Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo
messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì
c’era la prima sala dei videogame.
Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la
guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene
perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi
ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al
Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino
e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti
faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a
studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare
nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze
pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio
cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo
Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master
a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era
più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della
tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto
quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo
lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo
sbagliato.
Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento
consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una
irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi
chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente
molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi
ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva
proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una
percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho
lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia
figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice.
In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho
chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di
Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei
supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill
manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei
supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per
le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi
pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io
insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli
ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop,
Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo
in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia
figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni
a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano
disperati.
Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una
stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il
soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel
2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare.
Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me:
sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a
mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono
sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di
come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon!
Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi
faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non
distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il
mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che
controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché
dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero
abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci
hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti
dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di
gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia.
Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo
seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho
compiuto ottant’anni.
Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto
lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo
abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del
2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon:
un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io
chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci
sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a
nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo
lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una
di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in
canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì
accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo
a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino.
Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la
facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi
rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra
di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli,
tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come
comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in
tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo
che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno
costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale
Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è
stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno
lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno
sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di
casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo:
ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei
capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso.
E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese.
E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E
quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige
[l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non
abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la
politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri,
i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali
per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro
perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora
il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente
vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E
siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa
il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a
tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti
hanno messo l’anello al naso!
Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo
è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il
Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle
puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto.
Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche
perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo
tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così
a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della
mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di
più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se
c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci
mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo
Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che,
bene o male, vive di questo.
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