“Alle ore 12.30 locali di sabato 10 gennaio 2026, le unità aeree del Comando
Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (CENTCOM), insieme alle
forze dei paesi partner, hanno condotto attacchi in larga scala contro multipli
obiettivi ISIS attraverso la Siria”.
Con una nota ufficiale, il Dipartimento della Difesa USA ha confermato i vasti
bombardamenti effettuati ieri nel paese mediorientale.
A partire dal 19 dicembre 2025, l’amministrazione Trump ha dato il via in Siria
alla cosiddetta operazione “Hawkeye Strike” in risposta ad un attacco sferrato
cinque giorni prima da presunte milizie filo-ISIS nei pressi della città di
Palmira, in cui hanno perso la vita due militari e un interprete civile
statunitensi.
“Gli odierni bombardamenti che hanno colpito l’ISIS in tutto il territorio
siriano sono parte del nostro costante impegno per sradicare il terrorismo
Islamico contro i nostri combattenti, prevenire futuri attacchi e proteggere le
forze americane e dei partner nella regione”, aggiunge il Pentagono. “Le forze
armate USA e della coalizione rimangono risolute nel perseguire i terroristi che
cercano di fare del male agli Stati Uniti d’America”.
“Il nostro messaggio vuole essere forte: se tu colpisci i nostri militari, ti
troveremo e ti uccideremo in qualsiasi parte del mondo, non importa quanto
duramente tu provi ad eludere la giustizia”.
Fin qui la nota truce e minacciosa dei vertici militari USA.
Washington ha esplicitato come le operazioni militari in Siria vengano svolte in
stretta collaborazione con i propri partner, ma non ha voluto indicare la loro
identità.
E’ certo però che ai bombardamenti USA in Siria stia dando il proprio supporto
logistico l’Aeronautica Militare italiana.
Il giorno precedente al massiccio strike rivendicato dal Pentagono (venerdì 9
gennaio), il sito specializzato ItaMilRadar che traccia il traffico aereo
militare nell’area mediterranea e mediorientale, ha documentato il prolungato
volo di un aereo tanker Boeing KC-767A dell’Aeronautica Militare (codice di
registro, MM62229 – c/s GOSSIP12), impegnato nelle operazioni di rifornimento in
volo, in particolare sullo spazio aereo della Siria centrale, nella regione di
Palmira.
Il velivolo italiano è decollato dalla base militare di Ali Al Salem, in Kuwait,
dove ha quartier generale il Comando della task force dell’Aeronautica Militare
che coordina le operazioni nazionali anti-ISIS in Iraq e Siria.
“A differenza delle precedenti sortite limitate allo spazio aereo più sicuro,
questa missione si è svolta nelle profondità del teatro siriano e appare
strettamente legata alle operazioni in atto da parte della coalizione militare
contro l’ISIS”, commentano gli analisti di ItaMilRadar.
“Ciò rappresenta una notevole evoluzione rispetto le numerose missioni
precedenti dei velivoli per il rifornimento in volo dell’Aeronautica Militare
italiana in connessione con lo sforzo della coalizione internazionale”, aggiunge
ItaMilRadar. In passato, infatti, le attività italiane erano state condotte
sullo spazio aereo iracheno e lungo i suoi confini con la Siria. “Il
rifornimento in volo direttamente sopra l’area di Palmira posiziona il tanker
italiano molto più vicino al cuore operativo delle odierne attività aeree della
coalizione”, annotano gli analisti.
“Posizionare gli aerei cisterna sopra l’area di Palmira, ripetutamente impiegata
nei mesi scorsi come corridoio logistico ed operativo dell’ISIS, consente ai
cacciabombardieri e ai velivoli d’intelligence della coalizione di estendere i
tempi di permanenza in volo, ridurre i vincoli di transito e mantenere una
pressione costante sugli obiettivi nemici”, spiega ItaMilRadar. “Per l’Italia,
tutto ciò conferma la rilevanza pratica ed operativa della sua flotta di
rifornimento aereo, che rimane uno degli attori più richiesti all’interno delle
campagne aeree multinazionali”.
“Mentre l’Italia non conduce strike cinetici in Siria, il suo contributo alle
operazioni di rifornimento costituisce un moltiplicatore di forze critico”,
concludono gli analisti di ItamilRadar. “Missioni come quella del 9 gennaio
consentono agli aerei alleati di operare più a lungo, raggiungere obiettivi più
profondi e mantenere una presenza persistente su aree contese senza doversi
basare esclusivamente su basi regionali (…) La flotta italiana dei KC-767A
rimane un elemento indispensabile delle campagne aeree, consentendo una
pressione sostenuta contro ciò che resta delle milizie jihadiste”.
L’Italia è in guerra in Siria senza che nessuno lo abbia mai detto agli
italiani.
ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(mercoledì, 14 gennaio 20:30)
sdeng sdeng sdeng!!! 🔔🔔🔔
Arruolamento Clown Army!!!
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Vieni con noi, padroneggia la grande
arte del clowneggiamento ribelle e della cospirazione approssimativa :O)
Cos'è Clown ARMY?? È una tecnica di piazza spontanea e autogestita nata con
l'intento di inviare messaggi irriverenti e gestire i nostri colleghi delle
forze dell'ordine.
Leggi sto articolo e vai a studiare va'!
https://www.instagram.com/p/DQrx3caj58O/?igsh=MWhmazMzZXE2ZWs1Nw==
Lanciamo una grande campagna di arruolamento aperto a tutt*, che più siamo
meglio è!
Ci vediamo ogni secondo e quarto mercoledì del mese nella palestra del mani, a
cui lasciamo un contributo volontario per le spese
LA CLOWN ARMY CERCA ✨TE ✨
MA ESSENDO FORZA DEL (DIS)ORDINE NON RIESCE A TROVARTI
RENDILE IL LAVORO FACILE E UNISCITI A LEI DIRETTAMENTE grazie
Quando:
Mercoledì 14 gennaio
dalle 20.30 alle 22.30
Dove:
Al CLIM (Manituana), in Largo Maurizio Vitale 113 To)
Porta:
Abbigliamento comodo
Naso da clown e access. militari (se li hai)
Per info. 3477716485
CENA SOCIALE DI QUARTIERE GRAB
piazza Foroni - piazza Foroni
(giovedì, 15 gennaio 19:30)
Cena sociale di quartiere
Saremo insieme al bar di Milon, che metterà il servizio bar. Alle 23 il locale
chiude quindi regoliamoci di conseguenza
Porta quello che vuoi trovare a parte gli alcolici
Un piatto, una posata, un bicchiere, la tua ricetta preferita
Lasciamo la piazza più pulita di come la troviamo
1 Puntata di Resetclub Ventitreesima stagione blackoutiana. In questa puntata
potrete ascoltare le tracce di Interstate AtomK7 VOIRON Escaflowne Quazatron
Jive Circuit Nesta Alexis Cabrera Hersey Traumer Nobodi Morningfactory Squal G
DJ Bone Citizen Noise Alex Medina. Label scelte. Waxtefacts Human Disease
Network Memento Substandard Deviations To Pikap Records Enbeezee Fantôme de Nuit
Savor Music Berg Audio HOWL Records Audio Alert COD3 QR
https://www.rivistastudio.com/ai-companions-intelligenza-artificiale-fidanzati/?utm_source=firefox-newtab-it-it
https://www.lindipendente.online/2026/01/10/trump-raduna-le-multinazionali-del-petrolio-per-spartirsi-il-venezuela-ce-anche-eni/
(disegno di ottoeffe)
Ci prepariamo per andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori
“canzone 1 – lato A” di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: Janie Jones,
dei Clash, da The Clash; Thunder Road, di Bruce Springsteen, da Born to Run;
Smells like teen spirits, dei Nirvana, da Nevermind; Let’s get it on, di Marvin
Gaye, da Let’s get it on; Return on the grievous angel, di Gram Parsons, da
Grievous Angel. (nick hornby, alta fedeltà)
Negli ultimi giorni sono stato più volte coinvolto in una pratica che ho a cuore
quanto l’insicuro e finto-cinico tassonomo Rob Gordon di Alta fedeltà: fare
classifiche. Gli ultimi mesi sono stati peggiori per me o per te? È meglio
campare riparando stampanti, facendo la guida turistica o un dottorato
all’università? Qual è la top ten degli attaccanti più forti nella storia del
Napoli? E dove si colloca Cavani? (In queste settimane circola una bufala sul
ritiro del campione uruguagio, all’età di appena trentotto anni: comunque vada
lo si ringrazia a nome del calcio per tutto quello che ha fatto).
Una classifica un po’ mortificante che ho proposto riguarda la gravità delle
varie implicazioni che si porta dietro l’assurdo omicidio commesso da un agente
dell’Ice americana (Immigration and Customs Enforcement) ai danni di una donna
che aveva provato a intralciare le operazioni di questo vergognoso corpo
militare, che agisce per lo più senza alcun freno e nello sprezzo totale di
qualsiasi regolamento – il vicepresidente Vance ha detto che l’agente assassino
godrà di “totale immunità”, una categoria giuridica conosciuta solo nella sua
testa e nei film dell’agente segreto con licenza di uccidere.
Nel caso specifico, in cima al podio della gravità ho messo la narrazione ormai
pacifica per cui ogni volta che c’è da mistificare qualcosa di scabroso si
millanta l’esistenza di un presunto pericolo di “terrorismo interno”, pure se
l’azione che si è andata a contrastare è la distribuzione di volantini o
l’esposizione di uno striscione colorato tenuto in mano da vecchi e bambini.
Rispetto a questa ennesima vicenda di violenza poliziesca ho apprezzato la
posizione del sindaco locale, che adeguandosi al livello del dibattito politico
negli Usa ha esplicitamente, e più volte, detto agli agenti dell’Ice “di
andarsene a fanculo fuori dalla città”. Belli anche i video in cui maestre e
professoresse di scuola danno di matto affrontando a muso duro i militari che
vogliono andarsi a prendere gli studenti cosiddetti irregolari fin dentro la
classe.
(credits in nota 1)
Questa pratica, a quanto leggo, sembra non essere rara negli ultimi anni negli
Stati Uniti. In contrasto a questa operazione vi sono però, per fortuna,
numerosi opuscoli, diffusi da Ong e da alcune scuole persino, dal titolo: Know
your rights: what to do if Ice comes to your school (“Conosci i tuoi diritti:
cosa fare se l’Ice arriva nella tua scuola”). Questa la situazione:
In qualità di immigrato, ho il diritto all’istruzione?
Sì, tutti gli studenti tra i cinque e i ventuno anni hanno il diritto a
un’istruzione pubblica gratuita dalla scuola primaria alla secondaria (K–12),
indipendentemente dallo status di immigrazione. Secondo l’American Civil
Liberties Union: “Tutti i bambini che vivono negli Stati Uniti hanno il diritto
a un’istruzione pubblica gratuita”.
L’Ice può portarmi via dai locali scolastici?
Non di norma. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York,
l’Ice non può portare uno studente fuori dai locali scolastici né interrogarlo
senza il permesso del genitore o tutore dello studente, tranne nei casi in cui
abbia un mandato valido oppure quando è stato commesso un reato all’interno
della proprietà scolastica.
Sono obbligato a rispondere agli agenti dell’Ice?
No, hai il diritto di rimanere in silenzio. Secondo l’Immigrant Legal Resource
Center, tutti i bambini, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno
il diritto di rimanere in silenzio nelle interazioni con l’Ice. Se un agente
dell’Ice cerca di parlarti a scuola o durante un evento scolastico, non parlare
con lui. Avvisa immediatamente un agente per la sicurezza scolastica, il/la
preside o un insegnante.
(da: mobilization for justice – traduzione mia)
(da vd news)
Tornando alle classifiche, mi segnalano l’uscita giovedì di un articolo del
Mattino che riporta i dati sui Daspo (prescrizione nata per le manifestazioni
sportive, ma ormai estesa a numerosi altri ambiti come la movida, le
manifestazioni politiche, o utilizzata per punire comportamenti “anomali” nel
corso dei cosiddetti “grandi eventi”, la vendita ambulante irregolare di merci e
altro) comminati nel 2025 dalla questura di Napoli. Sono 379: il che vuol dire
che a quasi quattrocento napoletani sono stati imposti limiti alla libertà di
movimento in base a provvedimenti frutto nel migliore dei casi di una indagine
poliziesca, senza passare per la magistratura. Il solito Del Gaudio si preoccupa
di condividere con i propri lettori il suo stupore nel ritrovare in classifica
non solo parcheggiatori e ambulanti, ma “finanche” gente “rispettabile” come
studenti e professionisti.
Non solo accattoni o sbandati del sabato sera, dunque, a leggere le storie che
si celano dietro Daspo urbani e sportivi. Avanzano gli insospettabili. Non
mancano studenti o lavoratori, finanche esponenti del mondo delle professioni.
[…] Studenti, qualche colletto bianco, imprenditori: sono quelli che sono stati
segnalati per condotte tutt’altro che irreprensibili. (leandro del gaudio, il
mattino)
Passa p’o cazzo d’e classifiche, d’e sbirri, d’e tossici razzisti comme Vasco
Rossi!
‘E scoppio ‘ncuollo po’ pareo,
papà nun sta
dint’all’assemblea d’a Società
Italiana Autori Editori
(co’sang, intro)
(credits in nota 2)
Un topos della musica leggera contemporanea è il livore verso il mercato, i
manager e le classifiche, responsabili dello scadimento della produzione
musicale internazionale (in realtà qualche anno dopo aver scritto queste
invettive la maggior parte degli autori si ritrova invischiata fino al collo
dentro queste cose, ma c’è poco da colpevolizzarli: perché proprio loro
dovrebbero andare avanti a cereali con l’acqua e spese nei discount, quando
tutto il mondo procede compatto nella direzione opposta?).
Un passaggio chiave sul rapporto tra musicisti e mercato sta dentro Have a
cigar, brano scritto nel ’75 dai Pink Floyd, che racconta il momento in cui il
giovane artista/la band protagonista del disco si trova davanti per la prima
volta i manager di una grossa casa discografica. I boss si entusiasmano per la
canzone appena lanciata (“Uscirete con un album | Lo dovete alla gente”), gli
prospettano grandi guadagni (“Ti abbiamo detto il nome di questo gioco? | Noi lo
chiamiamo ‘cavalcare il treno dei soldi facili’”), gli parlano delle charts
(“Avete visto le classifiche?”).
Dopo avergli ripetuto che la band è davvero fantastica – sinceramente, that’s
what I think, gli chiedono, a proposito: “Ma chi di voi è Pink?”.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Una professoressa di Chicago impedisce agli agenti dell’Ice di entrare nella
propria classe
² Gianni Morandi racconta di alcune telefonate con Fabrizio De Andrè dopo il
successo della canzone Si può dare di più
di Maysoon Majidi* Come in passato, il peso della repressione ricade in misura
maggiore sui gruppi etnici marginalizzati. Per questo l’adesione di curdi e
baluci alle piazze spinge la crisi …
Terzo giorno consecutivo di proteste a Minneapolis, dopo l’uccisione della
37enne Renee Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di rastrellamento
condotta da agenti dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione.
Le proteste si sono estese in tutto il Paese: a New York si sono susseguite tre
manifestazioni in 24 ore, ma le piazze si sono riempite anche in città
considerate meno militanti, come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Per
il fine settimana sono previste manifestazioni in tutti gli Stati uniti.
I media intanto hanno diffuso il presunto nome dell’agente che avrebbe aperto il
fuoco: si tratterebbe di Jonathan E. Ross. in servizio presso l’Ice almeno dal
2016 secondo documenti relativi a un procedimento non collegato.
“I’m not mad at you”, “Non sono arrabbiata con te”. Queste sono state le ultime
parole di Renee Good all’agente che l’ha uccisa sparandole tre corpi al volto
mentre si trovava alla guida della su auto a Minneapolis. La frase pronunciata
con il sorriso dalla 37enne è emersa nell’ultimo video pubblicato dalla Casa
Bianca, quello della bodycam dell’agente. Per l’amministrazione il filmato di 30
secondi dimostra che Jonathan Ross ha agito per “autodifesa”. Ma per chi ha
visto e analizzato il video non è proprio così. Good, infatti, era in auto con
una mano fuori dal finestrina e una sul volante quando gli agenti si sono
avvicinati. “Non sono arrabbiata con te dice” e poi ha cercato di fare
retromarcia.
Da luglio a oggi ci sono stati 13 episodi nei quali agenti dell’immigrazione
hanno sparato contro veicoli guidati da civili causando il ferimento di almeno
otto persone e la morte di due. Lo rivela il Wall Street Journal. Secondo i
documenti del tribunale e le testimonianze degli avvocati, solo uno di questi
civili era armato ma non ha mai tirato fuori la pistola.
Da Seattle la testimonianza di Elisabetta Valenti, del Seattle Central College,
che ci racconta dei tanti abusi commessi dai poliziotti dell’ICE Ascolta o
scarica
da Radio Onda d’Urto
di Valerio Renzi* Riprende in Parlamento la discussione su un nuovo disegno di
legge in materia di antisemitismo. Dopo le polemiche sul testo presentato da
Graziano Delrio del Pd, è …
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll
go insane
Mad Max: Fury Road
Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche
di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti
L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante
conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre
rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste
(corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico,
caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più
devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo
dell’AI.
Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema
del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo
ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel
più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come
Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si
è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di
risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce
Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.
Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la
sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli
all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva
a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista,
in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli
nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.
Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si
arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa
anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo
(terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica). L’imperialismo
ecologico mira quindi a ottenere “più natura a un prezzo inferiore”, in
parallelo al classico obiettivo di ottenere più lavoro umano sfruttato1.
Ad esempio, il saccheggio coloniale dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo) è
visto come componente intrinseca, non accidentale, dell’accumulazione
imperialista. Questa differenza teorica sposta l’accento sull’interdipendenza
tra sistema economico capitalistico e metabolismo ecologico globale (energia,
materia, vita). Ne risulta una lettura più “olistica” dell’imperialismo, come
regime socio-ecologico e non solo economico. Le grandi potenze globali
militarizzano l’accesso alle risorse residue, trasformando il collasso ecologico
in campo di battaglia.
Il recente attacco al Venezuela si spiega se consideriamo che Caracas possiede
le maggiori riserve petrolifere del mondo. David Harvey osservava già negli anni
2000 che “i tentativi compiuti dagli Stati Uniti per guadagnare il controllo
delle risorse petrolifere dell’Iraq e del Venezuela … hanno un grande
significato”, spiegando che rovesciare Chávez a Caracas (insieme a Saddam a
Baghdad) faceva parte di una strategia per garantirsi “un saldo controllo sul
rubinetto del petrolio globale” e mantenere così l’egemonia statunitense. Non a
caso, il Venezuela è stato strozzato da pesanti sanzioni USA, che – come in
Iran, Siria o Libia – hanno colpito la popolazione nel tentativo di piegare
governi indesiderati tagliandone le rendite petrolifere. Il dramma venezuelano
ne è la prova: il collasso della sua economia è il risultato di una punizione
imperiale per aver conteso la gestione sovrana del petrolio.
L’ARTICO: LA NUOVA FRONTIERA DELLE RISORSE (E DEI CONFLITTI)
Se il Venezuela mostra il volto noto dell’imperialismo fossile, l’Artico
rappresenta la nuova frontiera. Il riscaldamento globale sta sciogliendo i
ghiacci polari, aprendo un Eldorado di risorse e rotte navali un tempo
inaccessibili. Questa regione fino a pochi anni fa fuori dalla Storia, è in
realtà un gigantesco bottino: contiene circa il 13% delle riserve petrolifere
non ancora sfruttate del pianeta e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a
un’enorme ricchezza di minerali strategici (si stima il 22% delle risorse
energetiche mondiali e il 15% delle terre rare siano concentrati nell’Artico).
Mentre la calotta artica si ritira, le potenze mondiali avanzano. Russia, Stati
Uniti, Canada, Europa e Cina stanno già misurando i propri settori di
piattaforma continentale e rivendicando quote di questo tesoro congelato. Il
disgelo sta aprendo nuove rotte marittime attraverso il Passaggio a Nord-Ovest e
la rotta siberiana, accorciando i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico
di settimane. La nuova rotta artica cinese “China–Europe Arctic Express”2 è già
in funzione da questo settembre quando la prima portacontainer, la Istanbul
Bridge ha navigato attraverso i gelidi mari artici per arrivare in Inghilterra
in soli 20 giorni, senza dover approdare nei porti russi. È quindi evidente che
chi controllerà queste rotte e risorse dominerà i commerci futuri.
Non sorprende che l’Artico si stia “scaldando” anche dal punto di vista
militare. La NATO ha moltiplicato le esercitazioni alle alte latitudini e la
Russia ha riaperto basi sovietiche e schierato nuove forze, includendo missili e
sottomarini nucleari nelle acque polari. La Groenlandia – territorio autonomo
danese ambito di cui si sta parlando molto in questi giorni come prossimo
obiettivo espansionistico di Trump – possiede alcuni dei più ricchi giacimenti
di terre rare al mondo e occupa una posizione geostrategica cruciale tra
Atlantico e Artico. Chi controlla Groenlandia e Canada settentrionale controlla
in buona parte l’Artico. L’ironia nella tragedia è evidente: il riscaldamento
globale, causato dall’uso di combustibili fossili, apre la via a nuove
estrazioni di… combustibili fossili. L’imperialismo ecologico si nutre persino
del disastro climatico che produce, in una spirale autodistruttiva.
UCRAINA: GUERRA, ENERGIA E CLIMA
Il devastante conflitto in Ucraina è un altro prisma attraverso cui leggere
l’imperialismo contemporaneo. La guerra scatenata dall’invasione russa nel 2022
non riguarda solo confini o identità nazionali: è intrecciata all’energia, ai
mercati globali del gas e alle trasformazioni geopolitiche legate alla crisi
climatica3. Sin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto i contorni di una
guerra energetica europea. Nel tentativo di fiaccare la macchina bellica di
Mosca, i Paesi NATO ed UE hanno imposto sanzioni mirate al cuore fossile della
Russia: blocco delle importazioni di petrolio e gas russi, sabotaggio dei
gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che rifornivano l’Europa, sostituzione del gas di
Mosca con forniture di GNL statunitense, piano tedesco per l’idrogeno “verde” e
perfino riapertura al carbone e al nucleare in Europa. La Russia ha risposto
deviando i flussi energetici verso Cina e India e cercando una certa autarchia
economica, in una specie di “sganciamento” dall’Occidente. L’energia è così
diventata arma e bottino insieme: gasdotti fatti esplodere, oleodotti contesi,
centrali usate come scudi tattici.
Ma l’importanza ecologica della guerra ucraina va oltre il teatro bellico
locale. Da un lato, ha messo a nudo la dipendenza fossile dell’Europa,
costringendola a scelte drastiche: riaprire centrali a carbone4, cercare nuovi
fornitori autoritari di gas (dall’Azerbaijan al Golfo) e al contempo accelerare
sul Green Deal per ridurre i consumi di idrocarburi nel medio termine.
Dall’altro lato, la guerra ha rilanciato una corsa agli armamenti che divora
risorse e investimenti distogliendoli dalla transizione ecologica. Come nota
Padovan5, “in questa corsa al riarmo l’energia gioca un ruolo centrale”: il
militarismo richiede enormi quantità di combustibili fossili per far muovere
truppe, aerei, carri armati, e gli eserciti “manterranno risolutamente le
opportunità di accesso e controllo delle fonti fossili” necessarie. Ogni
conflitto armato contemporaneo porta con sé un’ombra ecologica lunga: emissioni
belliche, devastazione di ecosistemi, rischi nucleari. L’Ucraina oggi brucia nei
campi di battaglia e, metaforicamente, brucia carbone e gas in un mondo che
dovrebbe lasciarli sottoterra. Le guerre del presente sono figlie di un ordine
energetico morente, basato sui fossili, che prova con la forza a perpetuarsi.
MEDIO ORIENTE: DAL PETROLIO ALLE GUERRE PER L’ACQUA?
Se c’è una regione dove l’imperialismo ecologico ha lasciato cicatrici profonde,
è il Medio Oriente. Qui, dall’epoca coloniale fino al nuovo millennio, si
combattono guerre per il controllo delle fonti energetiche e dei corridoi
logistici. Il XX secolo ha visto il Golfo Persico trasformarsi nel “cuore di
tenebra”6 dell’ordine petrolifero mondiale: chi dominava i suoi pozzi dominava
l’economia globale. Non a caso il Medio Oriente è stato teatro di invasioni,
colpi di Stato e conflitti incessanti, spesso mascherati da scontri ideologici o
religiosi ma sostanzialmente guerre per il petrolio. Possiamo parlare senza
mezzi termini di “petro-imperialismo”. Padovan e Grasso lo definiscono
anche “petro-guerra”: non solo competizione tra Stati per accaparrarsi il
greggio, ma uso sistematico della guerra per conservare o rimodellare l’ordine
geopolitico in funzione fossile. Nel loro elenco rientrano le due guerre del
Golfo contro l’Iraq, la guerra civile in Libia, quella in Algeria, la guerra
civile siriana, oltre a conflitti forse meno noti come quelli per le ricchezze
del delta del Niger o tra Sudan del Nord e del Sud. Tutti eventi accomunati da
un fattore: idrocarburi a profusione sotto terra e sangue sulla terra.
Questo imperialismo fossile non è però una reliquia del passato: ancora oggi
plasma la regione. Si pensi all’appoggio incondizionato degli USA e di potenze
europee a petromonarchie autoritarie purché alleate (Arabia Saudita e Golfo), o
alle tensioni sul programma nucleare iraniano (dietro cui c’è anche la volontà
occidentale di controllare l’energia in quella nazione). Uno sviluppo
inquietante è che, accanto al petrolio, l’acqua potrebbe diventare il prossimo
casus belli mediorientale. Il cambiamento climatico sta prosciugando fiumi e
desertificando terre: il fiume Giordano, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo a sud
minacciano di scatenare dispute tra Stati per l’accesso a risorse idriche sempre
più scarse. Israele già controlla la maggior parte delle riserve d’acqua dolce
nei territori palestinesi occupati, facendo dell’oro blu un ulteriore strumento
di dominio. E nel frattempo, la Palestina incarna un tragico intreccio di
colonialismo e capitalismo fossile: come racconta Andreas Malm7, la “distruzione
della Palestina e quella del pianeta” sono processi intrecciati fin
dall’origine, articolati dalla logica di dominio del capitalismo fossile.
L’attuale genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma “il culmine
strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo
fossile fin dal 1840”. Fu infatti sotto l’Impero britannico, alimentato dal
carbone e poi dal petrolio, che prese piede l’idea di una colonia europea in
Terra Santa, con pipeline strategiche come l’oleodotto Mosul-Haifa negli anni
’20. Oggi nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale (bacino del Levante,
al largo di Gaza, Libano e Cipro su cui anche la nostrana ENI ha messo le mani)
aggiungono un ulteriore incentivo materiale alle alleanze e ai conflitti
regionali. Nel Medio Oriente, più che altrove, l’imperialismo ecologico è storia
viva e presente, dove il controllo delle risorse – dal petrolio all’acqua – si
paga con il genocidio di interi popoli.
INDO-PACIFICO: CORRIDOI MARITTIMI E TERRE RARE NELLA CONTESA USA-CINA
Un altro grande scacchiere della competizione globale è l’Indo-Pacifico, un
immenso teatro oceanico che va dalle coste dell’Asia orientale fino all’Oceano
Indiano. Qui la rivalità diretta tra Stati Uniti e Cina – la potenza egemone in
declino e quella emergente – assume esplicitamente una dimensione economica e
ecologica. Al centro vi è il controllo di rotte e risorse strategiche. Il Mar
Cinese Meridionale, ad esempio, non è solo un insieme di scogli contesi per
orgoglio nazionale: è una regione ricchissima di gas e petrolio offshore, su cui
affacciano Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e altri paesi affamati di
energia. Le isole Spratly, ricche di giacimenti, sono presidiate da basi
militari cinesi e rivendicate anche da Taiwan, Vietnam, Malesia e Filippine; lo
stesso accade più a nord per le Isole Paracelso8. Questa “guerra delle isole” è
in realtà una guerra per idrocarburi e per il dominio delle vie marittime: un
terzo del commercio mondiale passa per il Pacifico occidentale, e chi domina
queste acque decide su un pezzo notevole del commercio marittimo globale.
Pechino lo sa, e infatti ha costruito negli ultimi anni una flotta poderosa e
fortificato atolli per spingere fuori gli USA dal suo “cortile di casa”;
Washington risponde cercando alleati (Australia, India, Giappone – il cosiddetto
Quad) e stipulando patti militari come l’AUKUS, il tutto per contenere l’accesso
cinese alle rotte e alle risorse.
Ma nel Pacifico la contesa non si limita al petrolio e al gas. La transizione
energetica stessa sta diventando terreno di scontro imperialistico. La spinta
alle rinnovabili e all’elettrificazione aumenta la domanda di terre rare e
minerali critici (litio, cobalto, nichel, ecc.), indispensabili per batterie,
turbine e veicoli elettrici. E qui la Cina parte da una posizione dominante
quasi monopolistica: controlla circa il 70% dell’estrazione globale di terre
rare e il 90% della loro raffinazione9. Pechino ha usato questo vantaggio come
arma di pressione, limitando le esportazioni di minerali strategici per
difendere la propria industria e mettere in difficoltà l’Occidente. Gli USA e i
partner corrono ai ripari: investono in nuove miniere (in Australia, Africa,
Americhe), cercano accordi di fornitura alternativi e sviluppano programmi di
“critical minerals diplomacy” nell’ASEAN10. Anche qui, dunque, l’ecologia-mondo
è al centro del conflitto: la decarbonizzazione può paradossalmente innescare
nuove forme di imperialismo, nella misura in cui la corsa a fonti energetiche
pulite scatena una corsa alle risorse minerarie per produrle.
L’Indo-Pacifico è teatro anche di una competizione infrastrutturale: la Nuova
Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative) intesse una rete di porti,
ferrovie e oleodotti attraverso Asia e Africa per garantire a Pechino
approvvigionamenti sicuri e vie commerciali protette, mentre gli Stati Uniti
tentano di ostacolarla con progetti alternativi e alleanze regionali. Logistica
e accesso ai mercati sono anch’essi fattori ecologici strategici – basti pensare
alla importanza degli stretti di Malacca o di Hormuz, dove passa l’energia del
mondo e che sono permanentemente militarizzati. In sintesi, nell’Indo-Pacifico
vediamo emergere un imperialismo delle catene di approvvigionamento: chi domina
i nodi di questa rete (cavi sottomarini, rotte marittime, miniere di materiali
hi-tech) detta legge nell’economia globale del futuro. E dietro ogni cavo e ogni
miniera c’è la stessa logica: assicurarsi il comando sulle condizioni materiali
dell’esistenza collettiva, che siano carburanti fossili o metalli rari.
LA FORMA DEL DOMINIO OGGI: DAL TERRITORIO ALLE RISORSE NATURALI
È chiaro che il potere nel XXI secolo si misura attraverso il dominio dei flussi
di energia globali. La linfa dell’imperialismo contemporaneo scorre attraverso
oleodotti, cavi sottomarini e grandi catene di approvvigionamento di minerali e
terre rare, tutto sotto il puntuale controllo di un articolato sistema di
sorveglianza tecnologica e militare. In un mondo scosso dalla crisi climatica,
il vecchio schema del dominio territoriale lascia spazio a un
dominio eco-centrico: Stati e corporazioni lottano per la sovranità sulle
risorse naturali e sui sistemi che le trasformano in valore. Come scriveva già
nel 2004 Immanuel Wallerstein11, nel sistema mondiale i paesi forti tendono a
strutturare gli scambi in modo da estrarre plusvalore dalla periferia verso il
centro, tramite quello che è stato definito “scambio ineguale”. Oggi quel
saccheggio assume la forma della depredazione ecologica: il Nord globale, patria
delle multinazionali energetiche, succhia petrolio, minerali e lavoro dal Sud
globale, esternalizzando costi sociali e ambientali. E quando ciò non basta,
intervengono le cannoniere moderne – sanzioni, colpi di stato pilotati,
interventi “umanitari” – a garantire l’ordine necessario agli affari. David
Harvey ha parlato di “accumulazione per spossessamento”, indicando come il
capitalismo trova nuovi spazi di profitto appropriandosi dei beni comuni –
terra, acqua, energia – spesso tramite la forza. Timothy Mitchell, nel
suo Carbon Democracy12, ha mostrato come la politica stessa delle democrazie
occidentali sia stata plasmata dall’accesso privilegiato a carbone e petrolio,
al punto che “organizzare il Medio Oriente sotto controllo imperiale divenne
importante per la possibilità stessa della democrazia come forma di governo in
Occidente”. Il risultato è un sistema mondiale in cui Stato e Capitale agiscono
di concerto soprattutto nel proteggere gli interessi del settore fossile. Il
complesso politico-industriale che alimenta l’imperialismo ecologico comprende
governi, eserciti e grandi imprese energetiche in un’orchestra mortale, pronta a
sacrificare vite umane e stabilità climatica pur di mantenere il proprio
dominio.
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1. Contropiano ↩︎
2. Il Sole 24 Ore ↩︎
3. Jacobin Italia ↩︎
4. EuroNews ↩︎
5. Capitalismo fossile, militarismo e guerra. Conflitti della deep
transition ↩︎
6. Come lo definisce Said in Cultura e Imperialismo riprendendo Conrad. ↩︎
7. Bologna For Climate Justice ↩︎
8. Inside Over ↩︎
9. Nato Association ↩︎
10. American Foreign Service Association ↩︎
11. World-Systems Analysis: An Introduction, Duke University Press ↩︎
12. Carbon Democracy. Political power in the age of oil ↩︎
09 gennaio 2026. Milano. Dal serbatoio fuoriescono litri di latte. Siamo davanti
al Pirellone, sede del consiglio regionale della Lombardia.
Ed è così che entra nel vivo anche in Italia la nuova ondata di proteste degli
agricoltori. Il corteo ha visto la partecipazione di centinaia di trattori,
guidati da allevatori e agricoltori lombardi. “Gli allevamenti in Italia
continuano ad essere penalizzati, sempre le solite storie” spiega uno di loro.
Ma questa volta la storia al centro della protesta è principalmente una: il
cosiddetto accordo Mercosur.
Proprio in questo giorno, la maggioranza dei paesi membri dell’Unione Europea ha
votato il via all’accordo di libero scambio UE-Mercosur, malgrado l’opposizione
diffusa di agricoltori in Europa e in Sud America. Questo accordo mette al
centro gli interessi dell’agrobusiness, a scapito del reddito delle piccole e
medie aziende, così come della sussistenza dei lavoratori agricoli. Si parla
della rimozione dei dazi dal 90% dei prodotti scambiati, elemento che andrà ad
intensificare la competizione dei mercati con beni prodotti sulla base di
standard ambientali, sociali e sanitari non equivalenti.
Come denuncia il comunicato stampa del coordinamento europeo della Via
Campesina, non è realistico sostenere che questo accordo includa una forte
reciprocità degli scambi o che questa verrà garantita da un maggior numero di
controlli alla frontiera, poco significativi in un contesto di sistemi di
produzione agricola1.
Durante le votazioni, si sono opposti la Francia, la Polonia, l’Austria,
l’Irlanda e l’Ungheria, mentre il Belgio si è astenuto. Un posizionamento che
potremmo definire di facciata, dell’ultimo minuto, visto il poco lavoro fatto
nel tempo per mettere a critica l’accordo. Ma questi governi si sono sentiti
alle strette, date le grandi proteste di questi mesi, ad esempio in Polonia e in
Francia. Sempre il 9 gennaio, a Varsavia, sono infatti migliaia gli agricoltori
che attraversano la città in direzione degli uffici del primo ministro, dietro
striscioni con su scritto “stop UE-Mercosur”, “non uccidete l’agricoltura
polacca”.
Più difficile prendere una posizione contraria per paesi come Spagna e
Portogallo che non possono prendere le distanze da realtà con cui hanno strette
relazioni storiche ed economiche. I governi dei quattro paesi sudamericani
coinvolti (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno spinto tanto per la
chiusura delle trattative – aperte da più di 20 anni. Elementi che portano
comunque ad interrogarci su quali forme alternative e socialmente giuste
dovrebbero prendere oggi gli accordi bilaterali con il sud America sicuramente
già consistenti.
In Italia, sono favorevoli all’accordo PD e Fratelli d’Italia. Tutto l’apparato
istituzionale si muove però nella costante contraddizione, cercando di dare un
colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver definito l’accordo “prematuro”,
Meloni si dichiara favorevole, e anche Coldiretti, che fino a qualche settimana
prima era in strada, mobilitandosi anche a Bruxelles – a differenza dei
sindacati francesi, che non si fanno convincere neanche dalle ultime modifiche
aggiunte al testo dell’accordo2.
E ora l’opinione pubblica italiana viene bombardata da inesattezze come le tante
dichiarazioni sul legame necessario tra apertura dei mercati, crescita economica
e abbassamento dei costi per i consumatori. Così come sono inesatte le
dichiarazioni della Meloni, che ora per giustificarsi dice di aver contrattato
45 miliardi per l’agricoltura italiana e lo stop alla Carbon tax alle frontiere
Ue per i fertilizzanti. I soldi della PAC già spettavano agli agricoltori
italiani e comunque il budget europeo non è ancora stato approvato in via
definitiva. Mentre le importazioni di fertilizzanti chimici favoriscono più che
altro gli interessi dei business della petrolchimica nordamericani.
In questi giorni continuano le proteste e l’ultimo sì (o no) all’accordo dovrà
arrivare dal parlamento europeo. Tocca ora agli eurodeputati ratificare. In
Italia, nel mentre, la Lega cerca di cavalcare il malcontento del mondo
agricolo, come dimostrato anche dalla presenza della vicesegretaria Sardone e
l’ex ministro dell’Agricoltura Centinaio durante la protesta a Milano.
Ad ogni modo, gli agricoltori non sembrano avere l’intenzione di fermarsi perché
chi lo vive sulla propria pelle conosce bene il contesto in cui ci si muove:
“La situazione dopo due anni di mobilitazione è peggiorata, nonostante il nostro
ministro non perda occasione per ribadire che va tutto bene anzi a gonfie vele,
il mercato dei cereali è sempre in crisi cronica con prezzi che non coprono i
costi di produzione (pubblicati da ismea), il comparto vitivinicolo non sta
attraversando un bel periodo che ha portato in alcune zone a piazzare il
prodotto a prezzi del 50-60% più bassi, per le nocciole è crisi nera a causa
della progressiva riduzione della produzione per problemi climatici e sanitari,
anche il riso ha visto i prezzi quasi dimezzati e vendite azzerate a causa di
importazione selvaggia. La crisi più grave la sta vivendo l’allevamento per la
produzione di latte soprattutto per la rapidità con cui è sceso il prezzo da 70
a meno di 50 cent/litro che ha portato alla disdetta di numerosi contratti e
alla contingentazione delle produzioni con il rischio che il latte non venga
ritirato.”
(Comunicato stampa Agricoltori Autonomi Italiani, 5 gennaio 2026)
1
https://www.eurovia.org/press-releases/eu-countries-green-light-eu-mercosur-free-trade-agreement-farmers-ignored-democracy-sidelined/
2
https://ilmanifesto.it/ok-europeo-allintesa-con-il-mercosur-ma-nel-governo-la-lega-dice-no