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SCUOLA DI STATO, SCUOLA RAZZISTA: DIETRO ALLE PROPOSTE DI APARTHEID, I PROBLEMI STRUTTURALI
Domenica scorsa, dal palco di Fenix — la festa di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia — la premier Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un disegno di legge che introduce un tetto massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di corsi d’italiano per i genitori di alunni con “gravi difficoltà di inserimento” e il divieto di burqa e niqab a scuola. Non è una misura del tutto nuova: un limite del 30% esiste già dal 2010, fissato da una circolare del ministro Gelmini, ma è rimasto in gran parte inapplicato per via delle numerose deroghe previste. Il governo vuole ora trasformarlo in legge. I numeri, però, raccontano un fenomeno più circoscritto di quanto la retorica nazionale suggerisca. Nell’anno scolastico 2024/25 gli studenti senza cittadinanza italiana sono 931.323, l’11,6% del totale — ma la distribuzione è tutt’altro che omogenea: oltre il 65% frequenta scuole del Nord, e più di un quarto si concentra nella sola Lombardia. In larghe fasce del Paese, il “problema” a cui la norma dice di rispondere semplicemente non esiste nei termini in cui viene descritto. Dove il divario è reale, però, è nella dispersione scolastica. Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2025 il tasso di abbandono scolastico precoce tra i giovani con cittadinanza italiana è del 6,7%; tra i coetanei stranieri sale al 26,2% — quasi quattro volte tanto. Il dato peggiora ulteriormente per chi è arrivato in Italia tra i 16 e i 24 anni, con un abbandono che tocca il 44,1%, mentre scende al 15,3% per chi è arrivato prima dei dieci anni: un’indicazione chiara di quanto pesino i tempi e i modi dell’inserimento scolastico, più che l’origine in sé. È in questo scarto — tra un provvedimento presentato come risposta nazionale e un fenomeno fortemente localizzato, tra l’enfasi sul numero di stranieri in classe e il silenzio sulle cause reali della dispersione — che si colloca la domanda che ci poniamo: quanto della scuola italiana di oggi è ancora organizzato, nei fatti prima ancora che nelle norme, attorno all’idea d’italianità, secondo il presupposto: assimilazione o esclusione. Ne parliamo con un’attivista del collettivo antirazzista Ujamaa:
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VERONA, VERITA’ E GIUSTIZIA PER MOUSSA, UN ANNO DOPO
Era il 20 ottobre 2024 quando Moussa Diarra, giovane originario del Mali, venne ucciso da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova. Tre colpi di pistola, sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali lo colpì al cuore. Matteo Salvini aveva commentato la morte di Diarra scrivendo sui social: «Con tutto il rispetto, non ci […]
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Moussa Balde. Processo al CPR
Torino, 12 febbraio 2025. Oggi comincia a Torino il processo per la morte di Moussa Balde. Moussa aveva 23 anni. Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2021, è morto nel CPR di Torino. Il 9 maggio era a Ventimiglia, fuori da un supermercato dove cercava di racimolare qualche soldo. Tre uomini lo assalirono a calci, pugni e sprangate. Qualcuno fa un video: Moussa è a terra, rannicchiato mentre i tre infieriscono su di lui. Una vicenda di violenza razzista come tante: solo la diffusione delle immagini impedisce che il silenzio cali sulla sua storia, perché quelli come Moussa raramente hanno la possibilità di raccontare ed essere creduti. Quello stesso giorno Moussa viene portato in ospedale: viene dimesso il giorno stesso, senza che gli vengano consegnati i fogli con la diagnosi. Trascorre la notte in cella di sicurezza. Il mattino successivo viene portato a Torino, dove, dopo l’udienza di convalida, viene rinchiuso al CPR di corso Brunelleschi. Tra i tanti fogli che gli fanno firmare non c’è nulla sul pestaggio subito. Finisce presto in isolamento, nel famigerato “ospedaletto”, un’area del CPR a ridosso del muro dove c’erano celle singole simili a pollai. Niente a che fare con un ospedale. Nonostante le vistose ferite al volto, Moussa non viene mai visitato. Lì, in quella gabbia isolata, Moussa è stato trovato impiccato. La grande indignazione per la sua morte fece chiudere l’Ospedaletto. Due anni fa, in febbraio, il fuoco delle rivolte distrusse il CPR, che da allora è chiuso. Presto riaprirà senza che nulla sia cambiato per chi vi verrà recluso. Alla sbarra, accusati di omicidio colposo, oggi vanno Annalisa Spataro, direttrice del Cpr per conto della società Gepsa che all’epoca aveva l’appalto e Fulvio Pitanti, il medico della struttura che visitò Balde e lo confinò in isolamento. Sotto accusa c’era anche un poliziotto, Fabio Fierro, accusato di aver modificato le relazioni di servizio, che però ha chiuso la sua posizione patteggiando un anno. Restano fuori dal processo i mandanti: la Prefettura e tutta la macchina che imprigiona, tortura e uccide i senza documenti. L’inchiesta, partita dopo la morte di Moussa, un vero suicidio di Stato, si incardina intorno alla questione “ospedaletto”, una struttura di isolamento, ulteriormente afflittiva rispetto alla detenzione amministrativa. In base alla legge la detenzione amministrativa è ammessa, ma non forme di isolamento e punizione. Se qualcuno, per i più diversi motivi, è incompatibile con la prigione, può e dovrebbe essere liberato o ricoverato, non rinchiuso in una cella di isolamento. In discussione, oltre a quello di Moussa, i casi di altre persone fragili, messe in isolamento, senza cure né assistenza. Oggi in aula ci saranno anche il fratello e la mamma di Moussa Balde e la sorella di Osmane Sylla, morto un anno fa nel CPR di Ponte Galeria a Roma. Vogliono giustizia, una merce rara nei tribunali, vogliono soprattutto che non capiti più. Mai più. Mercoledì 12 febbraio ore 9 presidio al Tribunale di Torino – corso Vittorio 130 Per saperne di più ascolta la diretta fatta ieri dall’info di radio Black-out con Gianluca Vitale, l’avvocato che aveva assistito Moussa e che oggi rappresenta la sua famiglia: > Moussa Balde. Processo al CPR
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